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A Curon Venosta nell’Alto-Adige un campanile romanico sembra galleggiare “come il busto di un naufrago sull’acqua increspata” di un lago. E’ ciò che resta di due vecchi borghi, Resia e Curon, sommersi dalle acque di una diga voluta dallo Stato italiano e realizzata dalla ex Montecatini nel 1950 per produrre l’energia elettrica, “l’oro bianco”. I campi, i masi, le strade vennero espropriati e distrutti, venne risparmiata soltanto la torre che oggi si erge sull’acqua azzurra, divenuta il simbolo della violenza del potere, ma anche dell’importanza e dell’impotenza delle parole. La maggior parte dei cittadini furono costretti a emigrare, solo poche famiglie hanno potuto ricrearsi una nuova vita nelle case, in seguito, ricostruite a poca distanza dal lago.
La storia di Curon riflette la storia dell’Alto-Adige, territorio di contrasti derivanti da diversi regimi: impero austro-ungarico, fascismo e nazismo in alternanza. Dalla visione di quel paese trae spunto l’invenzione narrativa dello scrittore, che ricostruisce la storia intima e personale della protagonista, Trina, attraverso le cui parole e ricordi trapela la grande Storia. E’ una donna forte, tenace che racconta le sue vicende intime attraverso le lettere scritte alla figlia scomparsa, che non ha smesso di aspettare, nella speranza che in qualche modo le parole gliela possano restituire. L’importanza delle parole è insieme al legame d’identità con la propria terra e le proprie radici un tema affrontato nella narrazione. Trina nella primavera del ‘23 si diploma, l’anno dopo la marcia su Bolzano di Mussolini, che aveva messo la città a ferro e fuoco, stravolgendo la tranquilla vita degli abitanti delle valli. Il duce aveva messo al bando il tedesco e ribattezzato in italiano strade, ruscelli, montagne, i cognomi e cambiato perfino le scritte sulle lapidi dei morti. Era proibito insegnare tedesco, che lei insegnerà di nascosto ai ragazzi del luogo. Quando alcuni anni più tardi insegna, non proprio volentieri, italiano a uno scolaro, dietro compenso in natura, confessa di trovare una certa musicalità nella lingua, che le avevano fatto odiare. Dopo l’armistizio i tedeschi prendono il controllo totale del territorio, licenziano gli impiegati statali e vietano l’italiano negli uffici pubblici. Deve constatare che l’italiano e il tedesco sono muri che continuano ad alzarsi. Le lingue  diventano marchi di razza. I dittatori le avevano trasformate in armi e dichiarazioni di guerra. L’arrivo dal comando di Merano di ordini annuncianti l’arruolamento imminente degli uomini getta nell’angoscia Trina e il marito Erich, che era tornato ferito dalla guerra qualche anno prima. Temendo la ritorsione del comando tedesco per non aver optato nel ’39 di partire per la Germania, Erich decide di disertare. Insieme alla moglie fuggono e si rifugiano in montagna con le difficoltà di procacciamento del cibo, del freddo e il pericolo della caccia dei tedeschi. I toni della narrazione si fanno sempre più drammatici. Un giorno, al ritorno da un giro in cerca di cibo, Trina scorge nella grotta, dove avevano trovato riparo, due tedeschi che stanno interrogando il marito. Per la loro salvezza li uccide con la pistola e li seppellisce nella neve, dopo averli privati delle armi. Finalmente riescono a raggiungere il maso di un giovane prete di Malles, a cui li aveva indirizzati il parroco Alfred. Con loro sono anche la madre del prete, una coppia di mezza età, con una figlia Maria, muta dalla nascita, a cui Trina insegna a scrivere. Le rappresaglie dei tedeschi alla fine del ’44 si intensificano, masi bruciati, disertori deportati. Passeranno alcuni mesi tutti accampati in un fienile, con ginepro e bacche come cibo, smagriti, ossuti, senza un brandello di tempo a cui aggrapparsi per resistere, mentre il resto del mondo si cancellava dalla memoria. La sapienza narrativa dell’autore crea nel lettore una forte emozione, transitando dalla bellezza del contatto con la natura, foriero della futura pregustazione di un buon cibo, alla orribile realtà dei massacri operati dei tedeschi. I fuggiaschi al ritorno da una passeggiata scoprono i cadaveri dei  genitori di Maria e la madre del prete orribilmente crivellati dai colpi di pistola dei tedeschi. Finalmente nella primavera del ’45 la guerra è finita e possono ritornare a Curon. La vita riprende il ritmo di sempre anche se non saranno più quelli di prima. Stremati dalla guerra ma nello stesso tempo pieni della voglia di rinascere, seppelliscono, insieme ai morti, tutto quello che si è visto e che si è fatto, prima di diventare macerie e prima che gli spettri diventino l’ultima battaglia. Trina può insegnare, ci sono due scuole, una tedesca l’altra italiana. Lo stipendio da maestra insieme alla falegnameria, in cui sono impegnati Erich e il figlio, consente loro di vivere dignitosamente. Ma li attende un’altra lotta fatta sempre di parole, contro i lavori della diga che riprendono dopo un periodo di abbandono che li aveva illusi dell’accantonamento del progetto. Nel gennaio del ’46 arrivano decine di trattori, le gru gettano terra sui camion, davanti al paese si apre un’immensa buca. Centinaia di manovali montano capannoni che dovrebbero diventare officine, mense, magazzini, ricoveri, uffici e laboratori. I campi non ci sono più, le distese verdeggianti sono scomparse, la terra vomita solo polvere. Il silenzio delle montagne è sepolto sotto l’incessante rumore delle macchine. Trina e Erich cercano di mobilitare tutti gli abitanti del paese e coinvolgere i sindaci dei paesi vicini, nel tentativo di fermare i lavori. Ma essi non rispondono alle sollecitazioni, i giovani emigrano, le persone mature sono desiderose di tranquillità con la fede in Dio. Ai sindaci faceva comodo la deviazione del fiume, perché non avrebbe esondato. Trina scrive ai giornali italiani, ai politici di Roma con la convinzione che le parole potessero smuovere le montagne, con il foglio davanti uscivano da sole e davano corpo alla rabbia. Le industrie stavano trattando il paese come se fosse un paese senza storia. Curon invece era una terra ricca di agricoltura e allevamento, dove regnava l’armonia tra masi, bosco, prati e sentieri. Una diga si può costruire altrove, mentre un paesaggio devastato non può rinascere, né replicare. La lotta prosegue con l’aiuto delle azioni di protesta di alcuni abitanti e l’appello a vari  politici, perfino al papa, da cui ottengono vaghe promesse. Dopo vari incidenti, la morte di alcuni manovali, l’intervento dei carabinieri, devono arrendersi. La diga è dietro di loro, sono pronti anche i fabbricati delle abitazioni provvisorie, al di la del paese, che ospiterà gli abitanti in attesa delle costruzioni nuove. S’impossessa della donna la rassegnazione dei condannati a morte. La domenica, in cui si celebra l’ultima messa, Trina l’ascolta distrattamente e guardando la croce pensa che non valga la pena morire sulla croce, è meglio nascondersi, farsi tartarughe e ritirare la testa nel guscio per non guardare l’orrore che c’è fuori. Il suo desiderio più grande è di continuare a vivere a Curon, in quel paese senza possibilità, senza voler sapere niente del futuro e senza nessun’altra certezza che restare. Nel 1950 viene inaugurata la diga ma l’acqua impiega quasi un anno a ricoprire tutto, è salita lentamente fino a metà della torre.
Nel tempo la vita riprende lentamente un’apparente normalità. Trina continua a insegnare, abita in una nuova casa. Ha perso il marito, più che per malattia di cuore, forse per stanchezza della vita: non aveva più le bestie, non abitava più nella sua vecchia casa, non era più niente di quello che voleva essere. Le case nuove somigliano a quelle di qualsiasi borgo, con gerani sui balconi e le tendine alla finestre. Il lago artificiale con il campanile è diventato un’attrazione turistica. Anche le ferite che non guariscono smettono di sanguinare... Andare avanti è l’imperativo e l’insegnamento della nostra forte e tenace eroina.




(Anna Velia Violati)








Marco Balzano, Resto quì, Einaudi, 2018 [ * ]

Pubblicato il 11/6/2018 alle 15.42 nella rubrica Balzano, Marco.

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