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OGNI MATTINA A JENIN

 

Un libro a dir poco sconvolgente. Che racconta, con dovizia di particolari, e attraverso le vicende di una famiglia araba, la storia della Palestina e di come il suo territorio sia stato – e continui ad essere – preda degli interessi espansionistici di Israele. Le vicende descritte coinvolgono il lettore in modo molto intenso, certamente per il modo di scrivere dell’autrice. La quale – in chiusura del libro - dice che le vicende palestinesi rispondono a verità storica, mentre la storia della famiglia descritta è inventata. 
È una storia appassionante, che attraversa due guerre: quella dello Yom Kippur negli anni '70 e l’invasione israeliana del Libano, che aveva lo scopo di stanare e distruggere i militanti palestinesi dell’OLP, rifugiatisi in Libano per evitare i continui attacchi di Israele. Guerre nelle quali i palestinesi cercano di evitare che venga loro sottratta la terra natia. In tutto il libro si respira il clima di sessant’anni di guerra tra Israele e Palestina.
La cosa che mi ha preso subito è stata proprio la descrizione delle guerre: avevo sette anni quando era in corso in Italia la seconda guerra mondiale, e quel clima l’ho vissuto direttamente, sfollato con la mia famiglia sulle colline Casentinesi, proprio nell’autunno – inverno 1943-44. 
Il libro è composto da un preludio, otto capitoli, un glossario di termini arabi, una nota dell’autrice, e una serie di riferimenti bibliografici alle fonti. L’autrice è fuggita dalla Palestina e vive negli Stati Uniti.
I primi due capitoli presentano la famiglia in tutti i suoi particolari, cominciando dal patriarca Yehya Abulheja, che ha due figli, Hassan e Darwish. Hassan è il protagonista della vicenda familiare, mentre il fratello Darwish compare soltanto verso la fine del romanzo. L’inizio li trova tutti a raccogliere olive. Successivamente, Hassan sposa Dalia, una bellissima beduina, che proprio per le sue origini veniva contrastata dalla famiglia. E – prima del matrimonio – si racconta di un’amicizia tra Hassan e un profugo tedesco fuggito dai nazisti e rifugiatosi a Gerusalemme. 
Dal matrimonio tra Hassan e Dalia nascono tre figli, Youssef, Is’mail e Amal, unica femmina. E una buona parte del primo e del secondo capitolo descrivono la storia dei due fratelli e il fatto che Is’mail, poco più che neonato, segnato in viso da una cicatrice prodottasi nella culla, scompare durante un’invasione di israeliani nel villaggio ove la famiglia risiede, quasi dalle braccia della mamma, rapito da un soldato israeliano che lo nasconde subito nel suo zaino. Il soldato, Moshe, è sposato, ma la moglie non può avere figli. Anche Amal reca una ferita all’addome, che le vicende del campo di Jenin le avevano prodotto.
Le vicende della storia sono molto intricate e complesse. Il mio obiettivo è quello di sottolineare che essa cattura immediatamente il lettore, ed è molto articolata, proprio per il modo che ha l’autrice di raccontarla. Il clima in cui i Palestinesi vivono questa continua “saga” ad opera degli israeliani, che vogliono scacciarli dal loro territorio, è descritto con grande maestria dall’autrice, che certamente (anche se non viene mai detto) ha identificato una parte della sua storia con la vicenda di Amal, la terza dei figli di Hassan. Amal è molto legata a suo padre, che le racconta spesso storie prese da libri della letteratura araba, di autori come Gibran, Rumi. Dal secondo capitolo in poi è la stessa Amal a narrare la storia in prima persona. 
Di Hassan si perdono le tracce, come è successo per Is’mail, di cui però si sa ciò che è accaduto. La storia si concentra su Amal, la quale si mostra presto, crescendo, molto studiosa, e per questa ragione parte dal suo villaggio (diventato Jenin, non più ‘Ain Hod; nel frattempo la madre Dalia prima inebetisce, poi muore) per raggiungere un college a Gerusalemme, dove proseguirà gli studi: il college la vuole, per la sua fama di studiosa e la sua condizione di orfana. Nel college Amal fa nuove amicizie, che la aiutano a non soffrire troppo la mancanza della sua amica di infanzia, Huda. Viene poi scelta per andare a studiare negli Stati Uniti (vince una borsa di studio), e parte per Filadelfia, non senza salutare Huda e il marito, che – sposatisi – hanno una bimba di nome Amal. 
Ovviamente, in America, Amal si trova con qualche problema, per la sua condizione di esule. È ospitata da una famiglia di origini palestinesi (il cognome è Addad) e impara a vivere in un paese libero, completamente diverso dal suo. Dopo varie peripezie, acquisisce la green card (il permesso di lavoro rilasciato agli stranieri) e sceglie l’America come sua patria. Si autobattezza Amy, non più Amal, proprio per sottolineare di essere in una nuova patria. Fa due lavori per mantenersi. Un giorno una telefonata la sorprende: è la moglie di suo fratello Youssef, Fatima, che gli annuncia, tra l’altro, il fatto che sta per diventare zia, e che Youssef e lei sono a Beirut, in Libano; e la invita a raggiungerli.
Da quel momento, ogni sforzo di Amal è teso a tornare da suo fratello Youssef (senza lasciare definitivamente l’America). Siamo al termine del quarto capitolo. Voglio sottolineare ciò che appare, nella vita di Amal e della sua famiglia, dell’Islam, e dei rapporti che l’Islam crea in persone mediamente osservanti. 
Finalmente Amal riesce a partire per Beirut, dove viene ricevuta da un amico di suo fratello Youssef, Majid. E trova che è appena diventata zia di una nipotina, Falastin (in arabo Palestina). Suo fratello e la sua famiglia vivono in un campo profughi libanese, Shatila, vicino all’altro campo di Sabra, entrambi simili al campo di Jenin. 
Da Youssef apprende varie cose, tra le quali il fatto che Is’mail è vivo, ed è diventato un ebreo, di nome David. E, ancora, una sorpresa: Majid. E’ medico volontario, e Amal lo assiste (avendo appreso dalla madre il mestiere di ostetrica) durante un parto, che si presentava difficile. Assieme parlano delle stelle, e lui le promette che le presterà un libro, dove ha imparato a riconoscere le costellazioni. Così accade; ma nuova sorpresa: in una breve lettera, Majid le si dichiara, dicendole che si è innamorato di lei appena l’ha vista. Amal e Majid si fidanzano, e dopo un mese si sposano. Amal rammenta sua madre: si godono poco più di alcuni mesi di vita in comune, finché Amal si accorge di essere incinta. Nel frattempo, aveva insegnato in una scuola, e tutte le sue alunne si erano godute il suo amore e anche il suo matrimonio.
Ma Israele aveva cominciato a minacciare il Libano, così Majid consiglia a sua moglie di tornare a Filadelfia, dove è anche un suo protettore, che lo aveva aiutato nel suo periodo di addestramento in Inghilterra, ed ora insegnava a Filadelfia. Mohammad Maher, era il suo nome. E – nell’attesa che Majid potesse venire in America – Maher trova ad Amal un lavoro. I coniugi Maher – che consideravano Majid un loro figlio – ospitano Amal e la assistono nel suo parto. Nasce una bimba, che – come Majid voleva – si chiamerà Sara, come la madre.
Alla fine Israele attacca il Libano, nel 1982, e stermina i palestinesi di Sabra e Shatila. La famiglia di Youssef (tranne lui) viene sterminata, compresa Falastin e l’altra bimba che Fatima aspettava in contemporanea con la bimba di Amal. Amal potrà conoscere lo scempio commesso dopo un po’ di tempo, da un reportage fotografico, e poi dalle urla di suo fratello Youssef. Che in una telefonata le comunica che anche Majid è morto, seppellito dalle bombe israeliane nella casa che loro avevano presso Beirut. Proprio mentre sua figlia Sara vedeva la luce a Filadelfia.
Dopo qualche tempo, Amal è rintracciata dall'FBI, che vuole avere conto di un attentato dinamitardo compiuto contro l’ambasciata americana a Beirut, in cui pare sia stato coinvolto Youssef. Ma – accertato, non senza una sua reazione – che lei non ne sa niente, viene rilasciata.
Il suo tempo continua a trascorrere nella crescita di Sara, che diventa prima una brava e bella bambina, poi una donna. E il racconto di Amal testimonia di altre cose, che apprende dai reportage sulle atrocità israeliane in Libano, e sulla sorte del figlio maggiore di Huda e Osama, i suoi amici. E un giorno – dopo tutti i guai del soggiorno libanese – le giunge una telefonata. Da quel poco che riesce a capire, si rende conto che si tratta di suo fratello is’mail, noto in Israele come David. Così si presenterà a lei al telefono, e questo già le spiega tutto. E siccome viene negli Stati Uniti, le annuncia una sua visita. Era successo che Moshe, il padre, in punto di morte, gli aveva confessato la verità. e David comincia a cercare quel che resta della sua famiglia, finché rintraccia Amal. E le propone di incontrarlo. L’incontro è una sorta di riconciliazione per entrambi. Al termine, Amal presenta David a sua figlia, come suo fratello.
Mentre comincia a studiare, Sara un giorno annuncia a sua madre che deve visitare la Palestina. E così partono e vanno prima a Jenin. E Amal mostra a sua figlia varie cose della sua vita e della sua famiglia. Trovano Ari, l’amico israeliano di Youssef, e poi Huda e famiglia, anche loro colpiti dalla furia israeliana: Osama, il marito di Huda, è stato catturato; uno dei due gemelli di Huda, Jamil, è stato ucciso a dodici anni, e il figlio maggiore, Mansur, non parla dall’età di sei anni. Amal ritrova suo zio Darwish, e i suoi figli. E racconta a Sara, il terzo giorno che sono a Jenin, tante cose che non le aveva detto. Proprio quel giorno, gli israeliani attaccano ancora, e Amal, nel tentativo di salvare la vita di sua figlia, muore colpita da un cecchino israeliano. 
La storia si conclude con due vicende: il funerale di Amal, cui presenziano Ari e Is’mail; e il ritorno di Sara in America, dove vive con Mansur, il figlio maggiore di Huda e Osama, che nel frattempo è stato liberato, e dove li raggiunge Jacob, il figlio di suo zio Darwish, che saranno proprio Osama e Huda a far partire. 
Ho dovuto accorciare molto le vicende, ma nonostante questo la mia narrazione è stata molto lunga. Però, questo libro merita di essere letto. E assaporato come pochi altri libri dell’ambito letterario di Israele e Palestina. Soprattutto per il forte contenuto di passione e amore che dalle sue pagine trasuda. Credo di dover ringraziare Susan Abulahwa per la sua storia bellissima e il grande amore per la sua terra.



(Lavinio Ricciardi)








Susan Abulhawa, Ogni mattina a Jenin, Feltrinelli, 2013 [ * ]

Pubblicato il 16/4/2018 alle 13.56 nella rubrica Abulhawa, Susan.

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