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UNA FOGLIA DI INSALATA E UN CHICCO DI RISO

 


Recensire un libro come questo di Pietro Cavara è cosa non facile. Non mi era mai capitato di leggere un libro come questo, in cui le emozioni la fanno da padrone. Il tema rammentato nel sottotitolo è adatto a far pensare ad un diario, un libro di ricordi: ma nel libro di Cavara c’è molto, molto di più!
All’inizio non immaginavo che il libro fosse quello che ho scoperto dalla sua lettura: ma già la dedica dell’autore (Alla memoria di mio padre – Al sentimento materno – Alle Madri) lasciava pensare che non si trattasse solo di un libro di ricordi.
Comincio a descriverlo: il libro è composto da capitoli brevi, ed è abbellito da una decina di immagini della madre dell’autore. L’immagine di copertina è un dettaglio di una di quelle inserite nel libro, e queste immagini (con un titolo che le richiama nel testo) sono state inserite dall’autore in punti “strategici” della narrazione, quasi sempre citate nel contesto vicino al quale si trovano. C’è una prefazione, scritta da Luca Petricone. Ma quel che mi preme sottolineare è la premessa dell’autore, che segue la prefazione e che spiega alcune delle ragioni del libro, facendone risalire l’origine all’eccezionalità della madre. Il loro rapporto, ci dice Cavara, era improntato a “un candore e un’intesa fanciullesca che ho sentito il bisogno di raccontare”. È la storia di una donna “dall’animo grande e dal sorriso gentile…una madre indimenticabile che lascia nel mio animo sperduto tanto rimpianto”.
In realtà, leggendo il libro, quello che è eccezionale non è solo la visione che Cavara ha della mamma, ma proprio il loro rapporto. Un rapporto che una brusca malattia, con necessità di operazione chirurgica, interrompe. Un rapporto, però, molto complesso e articolato, che costituisce – a mio avviso – il vero nocciolo del testo di Cavara, come lui stesso afferma nella premessa. L’operazione, come in molti casi accade, non riesce a mantenere in vita la madre. E il libro di Cavara origina proprio dal momento in cui lascia l’ospedale, dopo la dipartita della madre.
Il linguaggio usato e i momenti descritti caratterizzano questo rapporto madre-figlio come un rapporto privilegiato, che Cavara attribuisce all’eccezionalità della madre ma che – a mio avviso – è merito di entrambi. E le scelte tipiche fatte dall’autore dopo la scomparsa del padre, come la rinuncia ad andare all’estero per evitare che la madre rimanesse da sola, mi hanno rammentato un’analoga scelta fatta da me a diciotto anni: rinunciai allora ad una borsa di studio negli USA proprio per non lasciare soli i miei genitori.
Il libro è ricchissimo di passaggi e pensieri decisamente ottimi. Come (pag. 175): “…la tua presenza-assenza, la tua esile e generosa persona mi ricordano che il pensiero di ciò che è stato non può morire”.  O come il fatto che l’autore chiama sua madre in molti punti con le stesse parole con cui lei lo chiamava: “…piccolo mio…”. Ma non voglio citare altro di un libro che – a mio avviso – va letto lentamente e con attenzione: solo così si possono cogliere appieno sfumature di questo dialogo madre-figlio che mettono a nudo i sentimenti che lo animano. Un libro che mi sento di consigliare a tutti.



(Lavinio Ricciardi)








Pietro Cavara, Una foglia di insalata e un chicco di riso, Aracne, 2016 [ * ]

Pubblicato il 7/4/2016 alle 7.33 nella rubrica Cavara, Pietro.

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