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UNA FOGLIA DI INSALATA E UN CHICCO DI RISO

 


Se, contrariamente alle idee fatte, gli uomini non avessero mai se non la vita che meritano?
(Jean-Paul Sartre)

Richiesto dall'amico Pietro Cavara di recensire questa sua commossa rimemorazione della madre, scritta a caldo con un tono un po' affannato dopo la morte, mi rendo conto, non potendo arrivare a nessuna conclusione, di dovermi accontentare di riunire sensazioni e spunti, inadeguati rispetto all'argomento trattato, col rischio di sovrapporre mie impressioni, non lontane da quelle rIportate nel libro, derivate da un'analoga esperienza personale alcuni anni fa. 
Il novero delle possibilità è chiuso con la morte. Tuttavia l'autore si concede un retorico scampolo di allocuzione: "Perdonami se talvolta ti ho fatto del male". Il colloquio con il defunto si finge la possibilità di una risposta: "Ti supplico: dimmi che ci sei ancora!". E' un'allucinazione che fa da introibo al testo, nell'impossibilità di accettare l'inaccettabile, nella confusione di una ridefinizione dalle fondamenta della propria vita. Ma l'insufficenza delle forze è aggirata dal senso di colpa, nell'illusione di un'espiazione che riporti l'equilibrio. "In fondo sono stato pessimo tante volte, per stupidità, incomprensione, meschinità. Mi hai perdonato, lo so, me lo hai detto. Ma io non ho perdonato me stesso". [ * ]
In realtà appare che nonostante l'accettata simbiosi tra madre e figlio, esistesse tra loro un rapporto codificato, basato su convenzioni non esplicite, che salvaguardava da vicendevoli sopraffazioni e con ruolo arbitrale da parte del padre. Il genitore assente riverberava sul figlio la dimensione autoriale, ma la cura dell'eredità paterna non veniva ad adombrare l'autonoma creatività dello scrittore, che sapeva sdoppiarsi nelle due funzioni. E questo sembra essere stato uno dei contrasti ab aeterno tra madre e figlio, rimproverato di aver preso le parti del padre.
Si ha l'impressione di un grande movimento retorico, con cui viene depotenziato il dramma per venire a capo di un'improvvisa ed inaudita assenza. E' questa l'ultima complicità postuma con la madre, se in Cavara è fortissimo l'elemento autoriale: il rispecchiamento reciproco di essere lei la madre di uno scrittore e di essere lui scrittore per la madre.  [ * ] 
Uno degli assunti impliciti del libro è che ci sia un'unica donna che compendia tutte le altre ed è la madre. "Senza te sono perduto, come un bambino terrorizzato. Nessuno può compensare la tua presenza, nulla può riempire il calore della tua anima generosa. Nulla, senza te, può aver vita". Forse si potrebbe dire che esiste un unico rapporto mimetico con un corpo di donna. Le descrizioni che fa Pietro di una matrice esclusiva sono notevoli ed inequivocabili. "Avrei voluto massaggiarti ogni volta che me lo avessi chiesto mentre stavi a casa, assaporando quella sensazione meravigliosa del tuo corpo quando insieme avevamo ritrovato la serenità". * ] [ * ]
Ho l'impressione che i momenti migliori del libro siano quando il suo andamento diventa più oggettivo, l'autore mette tra parentesi l'onda delle proprie emozioni, e descrive momenti biografici della vita della madre, soprattutto da giovane, o guarda a sè stesso con gli occhi di lei. "Ma non ero probabilmente come avresti voluto. Ero ridicolo, di più: impresentabile ai tuoi occhi".
Ma dietro alla propria immagine dimessa l'autore punta diritto al milieu borghese degli anni '50 del padre e della madre, introvabile o geneticamente modificato. E' a questo universo fuori tempo che Cavara si mantiene fedele, quasi a volerne strenuamente supportare l'esistenza postuma. Questo atteggiamento spiega le tirate contro l'attualità, che sono a mio parere da prendere molto sul serio, nonostante l'indulgenza con cui Pietro alle volte vi si adagia. "Ma era il mondo attorno a noi a mostrarsi minaccioso. Quel mondo che non abbiamo più voluto comprendere e non abbiamo più potuto apprezzare", "E' quel mondo odioso e necessario fuori di noi che si intrometteva nei nostri rapporti, che attraverso me faceva di te un capro espiatorio": sono frasi forti, che non si spiegano soltanto con il rancore per il mondo esterno verso cui madre e figlio non riuscivano più ad aprirsi. C'è un giudizio di valore su questo mondo a cui se ne contrappone un altro delle origini. E' una scelta ideologica che dà ragione della regressione verso la madre. Perchè - è quasi inutile ribadirlo - tutto ciò che allontana dalla madre è un disvalore.  
E si potrebbe anche datare la fine delle origini, coincide con la morte del padre all'inizio degli anni '80. Da quì comincia la mutazione genetica ma anche l'arroccamento di Cavara sulla figura del padre, che un po' protegge e un po' minaccia (la madre forse era anche spaventata da questa protervia del figlio). Ma, in verità, quale altra scelta si offriva a Pietro? 
Pietro Cavara non è una natura drammatica. Il libro, pur nella contraddittorietà di una situazione di crisi, ha un andamento musicale, leggero, senza alti e bassi vertiginosi. Anche l'immagine che ogni tanto l'autore dà di se come personaggio scontroso, irascibile, trascurato, sempre in qualche modo arrancante rispetto alla vita, appare autogiustificatoria e divertita. E non c'è la cattiveria di imputare al rapporto con la madre l'evoluzione della sua personalità. Dà per scontato il proprio malessere, che se accresce d'intensità spirituale non permette poi di godersi la vita con facilità. E' una delle contraddizioni dell'autore: il proprio fatuo male di vivere. 
Il libro ha come qualcosa di non ancora sufficientemente sbozzato, riflesso dell'immediatezza con cui è stato scritto, ma questo è un problema stilistico, sebbene questa recensione abbia voluto affrontarne gli aspetti contenutistici. La bellezza del libro sta nel prendere respiro dopo un lungo affanno, nell'assoluta sincerità che lo pervade, come un refolo d'aria che entri da una finestra aperta dopo molto tempo in una casa vuota, percorrendo tutti gli interstizi. 
Si può prevenire la facile accusa che il rapporto di Pietro con la madre sia stato tremendamente possessivo e riflessivo, come è testimoniato da tutto il racconto del libro. Una schiavitù addossatasi fatalisticamente dal figlio e in realtà senza recriminazioni. C'è da chiedersi cosa avrebbe potuto infrangere lo specchio se non una separazione traumatica, ma allora sarebbe stato troppo tardi. Il fatto è che l'esperienza è solo un fatto ex post ed è cosa diversa da immaginazioni e possibilità.
Non me la sento di entrare nel merito del risvolto teologico, perchè nel libro c'è anche questo. Lasciandosi andare al flusso rabdomantico delle riflessioni e delle emozioni, guidato dalla ricerca della verità, l'autore ha come eretto un tronco con tanti rami che si protendono in varie direzioni e a diverse altezze, approdando nel vago come gesti interrotti. Quindi gli spunti nel libro sono moltissimi. Anche in campo religioso con la riflessione stupefatta sui cimeli della madre o le considerazioni nebulose sul bisogno di una dimensione ulteriore che potrebbe permettere un reincontro o sul silenzio della divinità. Sembra adombrato che è la struttura intellettuale dell'uomo che porta in questa direzione, con un procedere nel vuoto per livelli e innalzamenti ulteriori.
Hannah Arendt, tornata per un viaggio in Germania dall'esilio negli Stati Uniti negli anni '60, fu intervistata dalla televisione tedesca. Alla domanda su cosa fosse rimasto per l'umanità dopo Auschwitz, rispose un po' sibillinamente che era rimasta la lingua materna. Cioè era rimasta la nascita e una linea matrilineare. E quindi un futuro. * ] Ciò che non piace e inquieta in tematiche di cui oggi si parla molto come quella della maternità surrogata, su cui ci si è soffermati in un altro post di questo stesso sito, è proprio la rottura della linea matrilineare. Però leggendo il libro di Pietro Cavara mi viene da fare un'altra domanda: "cosa rimane dopo la madre?". Temo che non ci sia nessuna risposta, dopo la madre non c'è nulla. Per un figlio maschio, poi, se la perdita del padre significa sostituirsi alla sua figura, pure con tutti i distinguo possibili e quindi realizzarla in sè, con la madre si tratta soltanto di una perdita senza sostituzione.
Per quanto queste pagine siano scritte a caldo, s'intuisce che la tenerezza della madre va illanguidendosi mentre ad emergere appare invece proprio il cattivo umore, la scontrosità, l'incomunicabilità con la madre di cui Pietro tanto si affligge. E' inconfessato il fatto che quei comportamenti inappropriati fossero terribilmente profetici, anticipavano anzi rivendicavano una vita dopo la madre. Forse si faceva una colpa alla madre di questa vita postuma senza di lei. E il senso di colpa di essere sopravvissuti lo si sconta ampiamente vivendo. Da quì il carattere aporetico del libro che non cerca soluzioni. "La 'normalità' che mi appresto a raggiungere è come una condanna. Mi convinco che nulla sarà più come prima, che potrei ancora non farcela e mi immagino il tuo sorriso che invita alla ragionevolezza, a quella 'normalità', appunto, che è il prezzo per seguitare a vivere nella lontana speranza. Ogni volta che la sento mi rigetta però nell'angoscia, nel suo contrario 'apparente', nella paura del nulla".  
A lettura ultimata rimane ancora il pesante senso di rammarico di non essere stati in vita all'altezza della madre, di averla cannibalizzata, di non averla valorizzata come meritava. Si potrebbe rispondere che non poteva che essere così, il rapporto era bilaterale, che anche la madre operava in modo complementare, che era un destino di sacrificio da entrambi i lati. Tuttavia legami così forti e strutturali sciolti così rapidamente lasciano molte domande. Sul senso del tempo costretto ad una conversione all'indietro, sul corpo femminile che dà la vita in un'illusione di eternità ma poi recede anch'esso. Tutti quesiti senza risposta che questo libro tocca quasi involontariamente a partire da una sconvolgente esperienza autobiografica, senza negarsi a nessuno di essi, mettendo l'anima dell'autore a nudo nella tradizione della migliore letteratura.



(Carlo Verducci)








Pietro Cavara, Una foglia di insalata e un chicco di riso, Aracne, 2016 [ * ]

Pubblicato il 26/4/2016 alle 7.26 nella rubrica Cavara, Pietro.

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