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Non voglio ripetere quanto ho già scritto a proposito dell’ultimo libro della Boldrini (“Solo le montagne non s’incontrano mai”, Rizzoli, 2013), che è il racconto di una storia bellissima [ * ].
Questo, che è il suo primo libro, scritto quando lavorava come portavoce all'UNHCR (l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati), è un bellissimo saggio sul problema dei rifugiati. Anche questo libro parte con una storia, tanto che – a scorrerlo – avevo pensato che fosse un libro sull'Afghanistan e la relativa guerra. E non c’è solo la storia iniziale con la quale si apre il secondo capitolo, in cui Sayed, un ragazzo afgano, con un viaggio a dir poco da libro Verne (con la differenza che questo è stato un viaggio reale) raggiunge l’Italia dove ora risiede da nove anni. Ci sono tante altre storie, qua e là, inframmezzate dal filo comune che riguarda quelli che su molti media continuano a chiamare migranti, ma che in realtà sono persone che scappano da teatri nazionali sconvolti da conflitti bellici o razziali o di altro genere (come la Siria, sconvolta da una vera e propria guerra civile). 
Una delle cose che mi hanno colpito di più, proprio per la comune ignoranza del problema, immemori noi italiani di quando i migranti eravamo noi (l’emigrazione in Usa, ricordata da innumerevoli nomi scolpiti nell’acciaio di Ellis Island), è la distinzione tra le varie categorie di chi chiede asilo, che è il vero incipit del libro. Innanzitutto la distinzione tra immigrati e rifugiati, entrambe categorie dovute a scelta volontaria dei componenti. Poi la decisione che l’organismo ONU può assumere per risolvere lo status di chi chiede asilo: si distingue in riconoscere lo status di rifugiato, concedere la protezione sussidiaria, raccomandare la protezione umanitaria, o negare lo status di rifugiato.
Dopo la storia di Sayed, i capitoli successivi riguardano storie di rifugiati che toccano l’Adriatico, Lampedusa, oppure riguardano il mare, l’Africa (Ruanda, Sudan), altre situazioni che coinvolgono paesi vari, tra i quali l’Italia e a questo proposito i provvedimenti adottati dall’allora ministro degli Interni Roberto Maroni. Provvedimenti che costituirono un brutto ritratto del nostro paese verso l’ONU e il modo in cui essa cercava di risolvere di volta in volta problemi grandi e spesso molto tragici.
Nei capitoli finali si tratta del nostro paese e specificamente dei rientri in Libia, non attesi da nessuno, di casi come quello del Piemonte, dove l’amministrazione ha adottato una ricetta che l'ONU è riuscita a far modificare in positivo, di razzismo e di etnia rom, del Kosovo, e degli immigrati di Rosarno. E l’autrice fa i complimenti a due sindaci della Locride nel reggino calabrese, che per conto proprio hanno stabilito dei protocolli di accoglienza speciali, qualcosa di molto diverso da quanto è accaduto a Rosarno, dove gli immigrati lavoravano come raccoglitori di agrumi.
Il più bel capitolo è l’ultimo, dove si parla de “L’Italia che c’è ma non si vede” e dove si raccontano storie di italiani che non hanno per nulla adottato i canoni della legge Bossi-Fini e si sono prodigati in azioni spesso individuali meritevoli di essere citate non solo in un libro specifico ma su tutti i media, cosa che di rado accade.
Il libro termina con una breve appendice in cui l’autrice spiega con una breve storia come è nato e come opera l’UNHCR. A questo seguono ringraziamenti e viene spiegata l’origine del libro.
Mi sento di consigliare la lettura di questo libro a tutti, e di proporre alla biblioteca il suo acquisto in più copie, ove ancora non lo avesse fatto.




(Lavinio Ricciardi)







Laura Boldrini, Tutti indietro, Rizzoli, 2013 [ * ]

Pubblicato il 22/1/2014 alle 13.49 nella rubrica Boldrini, Laura.

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