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L'INVENZIONE DELLA NATURA SELVAGGIA

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Quella di natura selvaggia è un’idea tutt’altro che “naturale”. È un prodotto culturale, un’invenzione. 
Ancor prima di quella fisica, la geografia cui partecipa è quella della mente. È stata la civiltà a creare la wilderness. Nella cultura dell’ancien régime l’idea di natura selvaggia era assente. Nella modernità è quanto mai presente, ma solo per testimoniare la propria tendenziale e inarrestabile cancellazione. L’idea di wilderness si 
afferma, non a caso, a partire dalla rivoluzione industriale. La cultura occidentale ha cercato di piegare la natura alle sue necessità, ma il risultato è stato segare l’albero su cui era seduta. 
È la contrapposizione di homo sapiens alla natura che è profondamente sbagliata. Noi siamo 
natura: ecco tutto. La wilderness è stato uno degli anticorpi che la cultura ha prodotto per difendersi dai suoi stessi eccessi. Viaggiando in zone remote, ho spesso notato la naturalezza con cui 
le popolazioni locali hanno di solito risolto le questioni ambientali. Ma nel contempo 
proprio quelle felici 
soluzioni, espressioni 
di modelli di sviluppo 
lontanissimi dai nostri, hanno finito per 
condannare quei popoli e civiltà, sempre 
più assediati ed anacronistici. Incapace di 
uscire da questa contraddizione, l’umanità sta andando diritta verso l’autodistruzione. Il primo risultato nel nostro immaginario della sistematica distruzione della natura è l’ecologia. 
La modernità ha segnato la definitiva acquisizione a livello di 
massa di una nozione inizialmente diffusa solo tra le classi 
colte: l’importanza della natura 
per la vita spirituale dell’uomo. 
Di più: mai come negli ultimi decenni l’allarme ecologico ha diffuso la consapevolezza di una comunanza di destino tra l’umanità e il pianeta. Il secolo decisivo per gli incontri straordinari con i “selvaggi” 
fu il XVIII, quando alcuni fortunati libri di viaggio, come quelli 
di Louis Antoine de Bougainville e di James Cook, fecero circolare l’idea che negli arcipelaghi 
dei mari del Sud sopravvivessero popoli consegnati a una felice 
condizione edenica. Ormai logoro e bisognoso di rinnovamento, 
il mito dell’Arcadia aveva trovato due inedite rilocalizzazioni: da 
una parte nelle mitologie legate 
all’idealizzazione dei tropici, dall’altra nelle Alpi, isola di arcaica 
semplicità sopravvissuta nel 
cuore dell’Europa. Ma ci sono 
anche risvolti più inquietanti. Le 
cronache del XIX secolo testimoniano frequenti riconversioni dei nativi extraeuropei in attrazioni da fiera. L’uomo contemporaneo avverte che il contatto con la natura 
selvaggia può dischiudere un 
varco verso gli strati profondi 
della sua identità biologica, che 
troppo a lungo la cultura ha seppellito sotto le proprie incrostazioni. Nasce forse di qui il fascino 
dei confini del mondo, dove ancora occhieggia l’intrico primordiale, dove l’informe selvaggio, 
altrove esorcizzato, chiede all’uomo civilizzato di mettersi in 
gioco senza la protezione di troppe protesi.
 
* ]
È una sensazione che qualche volta ho provato durante le traversate nella natura selvaggia: ricordarmi da dove vengo, tornare a sentirmi parte di quel mondo in cui pure è inscritta la mia vita biologica, avvertire che qualcosa si sta sgretolando e crolla a terra come un astuccio disseccato, facendomi sentire più libero e vivo. La wilderness come forza generatrice indifferente all'umano e l'immersione in essa come anamnesi verso le sorgenti della vita è una delle esperienze più sconvolgenti che personalmente ho vissuto inoltrandomi negli ambienti selvaggi. Ancora prima che sui testi del criticismo ecologico, è stato nelle giornate trascorse nella wilderness che, insieme a un nuovo senso di me stesso, ho incontrato una visione diversa della natura. Le due scoperte avvenivano contemporaneamente. Là in mezzo mi sentivo fragile e indifeso: davvero finitudine e nullità. Ogni protervia antropocentrica crollava miseramente di fronte a quelle sconvolgenti apparizioni di primordialità naturale. Proprietà dell'uomo, materiale grezzo da plasmare, dominio del logos tecnocratico? Come potevamo esserci tanto allontanati da un rapporto organico con la natura, al punto da non sentirci più ospiti della terra, parti di un tutto? Proprio in quelle occasioni mi rendevo conto che era il senso del nostro esistere sulla Terra a dovere essere riformulato. La giungla, il deserto, la montagna, la banchisa erano lì, potevo toccarli, vi ero immerso, aggrappato, avviluppato. Ma esistevano indipendentemente da me, rivelavano anzi la loro temibile alterità, quando non la loro minacciosa ostilità. Eppure sentivo che in quel grumo imperscrutabile di repulsione e di attrazione stava la chiave per scoprire l'essenza dell'umano e per dare una risposta all'ombra della morte che lo avviluppa. In quegli sconfinati vuoti o in quegli intrichi brulicanti di presenze invisibili potevo avventurarmi al massimo in punta di piedi, minuscolo frammento di un tutto vivente, che mi travalicava a ogni passo. Forse solo allora ho capito davvero cosa intendesse dire Aldo Leopold nel famoso saggio Thinking like a mountain, «pensare come una montagna». È una mattina di giugno e il mondo è spartito in due: il blu del cielo e il bianco del ghiacciaio. Dopo che per giorni i cordini di traino fissati all'imbragatura mi hanno torturato le reni, salire senza la pulka stipata di tenda e viveri mi dà una sensazione di leggerezza. All'imbragatura oggi è legata solo la corda da nove millimetri che mi collega alla mia compagna, un cordone ombelicale arancione incaricato di salvarmi dall'eventuale caduta in uno degli infiniti crepacci celati dalla neve, che si diramano insidiosi in questo tratto dell'altipiano. Sotto i miei sci sono ammassati tremila metri di ghiaccio, una meticolosa banca dati di quanto è accaduto sulla terra negli ultimi cinquecentomila anni. Tutto è assoluto e rarefatto qui sull'Inlandsis della Groenlandia, l'ultimo residuo delle calotte glaciali che rivestivano la Terra nel Quaternario. L'orizzonte è una linea bianca, un cerchio implacabilmente perfetto che corre intorno a noi, minuscoli puntini arrancanti in questo nulla nevoso. Lungo 3000 chilometri, largo 500, profondo 3000 metri, l'Ice Cap è così pesante che ha schiacciato la superficie terrestre sottostante, spingendola sotto il livello del mare. Se questi due milioni di chilometri cubici si sciogliessero, i mari del pianeta si alzerebbero di sei metri, cancellando intere regioni, e ogni abitante disporrebbe di un miliardo di litri d'acqua dolce. [...] Oggi non arriveremo da nessuna parte. Semplicemente fra qualche ora ci fermeremo e mangeremo dei biscotti seduti sulla neve, scrutando nuove lontananze glaciali, che si spalancheranno senza fine con il variare del sole e delle nubi. Ma ora che avanzo, spingendo ritmicamente gli sci, mi sento tutt'uno con il movimento regolare dello scarpone, il fruscio della pelle di foca, il ritmo della respirazione: una scheggia di vita che freme in questa gelata dismisura. «La meta è dentro di te» mi ha confidato ieri sera in tenda Robert Peroni, che ha attraversato l'Inlandsis due volte. È vero, qui sul ghiacciaio continentale la meta non è una vetta come nell'alpinismo. Muta a ogni passo, arretra, sei sempre arrivato e non arrivi mai. Ma proprio questa situazione mi aiuta a capire che ogni meta, qui come altrove, non sta fuori, ma dentro. La meta più vera, mi ritrovo a pensare nello stato di ebbrezza che mi dà questo luogo metafisico, è la riappropriazione di un io soffocato dall'abitudine, la discesa in ciò che giace dentro ciascuno di noi, verso quel fondo primordiale e struggente, che già nei giorni scorsi sentivo liberarsi a ogni passo con cui mi allontanavo dalla costa. Quanta parte della mia esistenza si era svolta nell'insensibilità verso i moti di una natura, che pure avevo continuamente ricercato e che tante volte mi aveva inquietato e anche terrorizzato? Sapevo che mi apparteneva, ma poche volte avevo sentito che anch'io appartenevo a lei. Ora, senza alcuna protesi, mi trovavo qui, sopra questa ciclopica massa di ghiaccio, che scivolava incessantemente verso le acque dell'oceano. Non avevo che gli sci, qualche capo di abbigliamento e una manciata di viveri, ma mi sentivo tutt'uno con il mio corpo che pulsava nella luce del ghiacciaio. Lo sguardo scrutava la neve e, prima ancora di riconoscerne gli indizi, un oscuro istinto mi faceva indovinare la caverna ombrosa del crepaccio spalancata davanti agli sci. Gudrun, la sciamana di Sermiligaq, mi aveva raccontato un giorno dell'anima di uno sciamano, che, trasformata in aquila, aveva volato per giorni sopra il grande ghiacciaio. Non avevo capito allora cosa volesse dire, ma adesso cominciavo a intuire qualcosa di quell'immedesimazione con le forze elementari del paesaggio, di quella partecipazione alla grande liturgia cosmica, che la cultura inuit aveva saputo esprimere. Le appartate solitudini di quel gigantesco specchio scintillante sopra l'alto Atlantico mi stavano riconsegnando alla mia memoria biologica. Quello che stava accadendo lassù era un risveglio: una gioiosa, calma riappropriazione di me stesso. Non c'erano più ore, né distanze: c'era solo quell'andare nel cuore di una lontananza. E non volevo sapere dove sarei arrivato. [ * ]


(Franco Brevini) 







Franco Brevini, L'invenzione della natura selvaggia, Bollati Boringhieri, 2013 [ * ]






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Pubblicato il 18/4/2013 alle 7.39 nella rubrica Brevini, Franco.

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