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ANIMALI

                                              

Ancora noi e gli animali, noi umani così poco umani, noi che ci riteniamo superiori perchè pensiamo, parliamo e soffriamo. Ma soffrono anche gli animali. Di questo ci parla Tiziana Colusso in Agonia all'ora dell'aperitivo, in cui un piccione malridotto ma vivo viene sbrigativamente buttato in un sacchetto di spazzatura dai padroni di un caffè, preoccupati di rovinare la scena ai propri avventori. Chi parla si accorge della sofferenza del piccolo volatile perchè lei stessa è in quel momento portatrice di sofferenza e alla fine confessa che il suo stomaco è un sacco nero e chiuso, in fondo come quello in cui "il piccione che non è ancora nel regno degli oggetti" è stato scaraventato. Il tutto avviene nella "sorniona eterna indifferenza della città cristiana".

Di un'altra agonia, la vita infinitesimale dei tarli nel legno avvelenato dal petrolio, è testimone una poesia di Silvana Baroni (sarebbe ricomiciato, un incubo in Perdersi per mano, con postfazione di Ubaldo Giacomucci, Tracce, Pescara, 2012), capace di riverberare con lo scintillio di un linguaggio dovizioso "l'invisibile mattanza". Anche quì l'uomo è "felice" e festeggia "il ritrovato silenzio" e il mondo è sempre al servizio della sua tranquillità di signore dell'universo. La profusione di parole nel descrivere la vita dei tarli amplifica la tragedia di questi minuscoli animali e ce la rende tangibile.

Piera Mattei scopre con un sacro sentimento di stupore "nidi scontrosi di passeri" (s'annidano), antichi vasi che contengono "acqua benedetta" bevuta da una colomba e una pianta che fa capolino "dall' umide pietre". La scelta dei vocaboli antica / scontrosa / brivido / benedetta / d'oro veicola una meraviglia che è sentimento religioso di fronte a queste esitanti e intense forme di vita da rispettare che illuminano il cortile "dell'antica madrasa". In un'altra poesia Insetti (entrambe contenute in L'equazione e la nuvola, Manni, San Cesario in Lecce, 2009), mentre è in volo con la figlia, la poetessa sente di avere somiglianze con vari ordini di animali: come gli insetti loro due volano intorno a una realtà / umida [...] che ci costringe / a nutrirci là / dove posiamo / e riposiamo. Con i mammiferi condividono altre comunanze e degli insetti hanno la propensione verso l'alto.

Nel racconto Il gibbone (Melanconia animale, Manni, San Cesario in Lecce, 2008), tuttavia, Piera Mattei sfodera una cifra surreale capace di ribaltare il tradizionale rapporto di superiorità nei confronti della natura dell'uomo occidentale: "Devo ammetterlo. La cosa che più mi piace a questo mondo è considerata da molti superlativamente indecente. A me piace rimanere indisturbata a guardare". Il narratore confessa il piacere che prova nel guardare gli altri sfrontatamente. Nelle spiegazioni - quasi scuse - che fornisce, si riverberano echi della narrativa russa dei primissimi del Novecento, che so del Cechov di Fa male il tabacco. Per soddisfare questo piacere il narratore va ad osservare un gibbone allo zoo, poichè gli umani non sopportano la qualità perentoria di quello sguardo. Lì, seduto su una panchina di pietra, si diverte a guardare le evoluzioni di questo animale e con un registratore su cui ha precedentemenete registrato la voce dell'animale stesso lo provoca. Credendo di rispondere ad un altro gibbone questi replica con altre urla possenti ed evoluzioni acrobatiche. L'osservatore gode di fronte a tutto questo e non si sazia di quello spettacolo, ma improvvisamente accade qualcosa che lo spiazza: "Vorrei un'ulteriore evoluzione. Ma lui si è fermato e mi fissa a sua volta. Pretenderebbe, ne sono certa, gli dimostrassi a parole il mio entusiasmo. però non si incupisce se, come mi piace, rimango in silenzio. Lo guardo e mi guarda".  

 


(Anna Maria Robustelli)

Pubblicato il 10/6/2012 alle 11.27 nella rubrica Robustelli, Anna Maria.

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