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IL RITORNO



"Il passato è solo l'invenzione del ricordo che vuole farsi permanente e che noi confondiamo con qualcosa di immutabile. Per gli antichi, la storia di Troia non muta; a cambiare è il modo in cui può essere narrata. Il passato è dunque creazione di coloro che l'hanno raccontato, e tuttavia in un momento inaccessibile esiste una storia fatta di ferro e diamante che sta, in rapporto alle nostre narrazioni, come la Troia di fango e di pietra in rapporto ai versi del cantore cieco e del servitore di Augusto".
L'uomo che sta leggendo queste parole nel momento esatto in cui si trova a fare i conti col proprio passato è l'antiquario Nestor A. Fabris. Su invito del figlio, ha fatto ritorno a Buenos Aires, la sua città, abbandonata precipitosamente trent'anni prima per sfuggire ad una delle più crudeli dittature del Novecento. La visita della città si rivela un viaggio surrealista dentro il proprio inconscio, in un confronto incessante con quella memoria che, nota Kundera ne L'ignoranza [ * ], può trattenere del passato solo un'insignificante minuscola particella, senza sapere perché proprio quella e non un'altra: è la memoria di chi ritorna, ignaro di tutto ciò che si è lasciato alle spalle.
Una memoria che Buenos Aires sembra assecondare, riproducendo fedelmente i luoghi, le cose e le persone così come Fabris le aveva lasciate. Identiche le vetrine delle librerie, con gli stessi testi in vendita (non c'è racconto o saggio in cui l'uomo-biblioteca Alberto Manguel, autentica incarnazione dello spirito borgesiano, non abbia riversato, nominandole e commentandole, le sue letture), identici i commessi dei bar, identici i compagni di gioventù, ancora ragazzi nel fiore degli anni, che Fabris incontra per strada, identica anche l'ex fidanzata, offesa con lui e decisa ad ignorarlo, in un'atmosfera che rimanda alla più inquietante delle Cronache Marziane di Bradbury [ * ], quella della terza spedizione. All'incredulità fa posto lo smarrimento: il ritorno si rivela una discesa all'inferno, e Buenos Aires una selva oscura che cambia continuamente volto, come un incubo, diventando un labirinto di fantasmi e metafore in cui Fabris smarrisce l'albergo, la strada, sé stesso, ogni cosa, tranne un libro acquistato poco prima.
Ne legge poche pagine mentre un autobus, guidato da un suo vecchio professore universitario, che è anche l'autore del libro, lo conduce senza soste intermedie in una sorta di limbo pieno di persone in attesa. Tra costoro, oltre agli amici rivisti poco prima, Fabris incontra il fumettista Héctor, in cui non è difficile riconoscere Oesterheld, l'autore de L'Eternauta [ * ], desaparecido come tutti gli altri. La dimensione onirica ha preso definitivamente il sopravvento. Fabris ne prende atto, senza tentennamenti, riannodando le fila con ciò da cui era fuggito.
Per Il ritorno (ed. Nottetempo) potremmo prendere a prestito una considerazione dell'immenso Roberto Bolaño [ * ] [ * ]: "è una lettera d'amore e un saluto alla mia generazione, a quelli che hanno scelto la militanza e la lotta e che hanno dato quel poco che avevano e quel molto che avevano, la giovinezza, a una causa che per noi era la più generosa del mondo. L'intera America Latina è seminata con le ossa di questi giovani dimenticati".



(Valerio Rosa)





Alberto Manguel, Il ritorno, Nottetempo, 2010 [ * ]







(apparso sul blog "Diario di un lettore" [ * ])



Pubblicato il 23/9/2010 alle 11.54 nella rubrica Manguel, Alberto.

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