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SORSI DI SOLE



Sabato 11 settembre a Sogliano al Rubicone, paese natale di Luciana Raggi, verrà presentato il suo libro di poesia "Sorsi di sole".

Sorsi di sole
, opera prima di Luciana Raggi, ha ricevuto già alla sua uscita numerosi consensi. Né poteva essere altrimenti, conoscendo la sete di letture e la meticolosa ricerca che l’autrice mette nel suo lavoro. Lo scriveva Tiziana Mattioli, in quel breve saggio Viatico minimo per il lettore: "Il lettore di poesia deve essere, prima di ogni altra cosa, un assetato, un individuo disposto ad attribuire un “consenso speciale” alla realtà, a riconoscere o comunque immaginare ciò che sta oltre l’apparenza, trasfigurando, come un visionario, lo stato ordinario delle cose". Lo afferma, con maggiore evidenza, Alessandro Carrera, in un capitolo di quel libro dal titolo assai emblematico, I poeti sono impossibili. La lettura sta prima di ogni scrittura ed è fonte di rielaborazione, di interpretazione, addirittura sta a fondamento della critica, come ebbe ad affermare Renato Serra. E noi sappiamo quanto la lettura sia stata strumento di conoscenza e formazione.

Nel desiderio forsennato
di placare la fame
ho ingurgitato libri e libri.

Incominciamo da qui, da questa consapevolezza di conoscenza che si traduce subito in una affermazione di nescienza così vicina alla migliore tradizione letteraria: il Gozzano che esalta L’Analfabeta, o il Mallarmé di "La carne è triste, ahimè, e ho letto tutti i libri"

Ora
maschero la delusione
dopo l’indigestione.

E subito a seguire, in una forma di contrappasso, come a giustificare l’affermazione e a sorreggerla, la parola che salva, la poesia che dà luce, perché

Le poesie hanno radici
che affondano nei pensieri
fra ombre misteriose.

C’è qui la sua poetica, l’affermazione che la poesia va in profondità, scava nel profondo e si traduce in una forma di ambiguità, in una inafferrabile senso reso da questa metafora – ombre -, che resta intraducibile, eppure così viva e presente come emanazione di pensieri, quasi a ricordare i versi che Celan scrisse nel 1967, tre anni prima di morire: "Canto d’emergenza dei pensieri / nato da un sentimento". C’è qui l’affermazione che nulla, meglio della poesia, sa parlare al cuore umano e disfare il velo di sonno, nulla meglio della poesia sa arrivare alla conoscenza e correlare l’esperienza dell’origine e quella della sua fine, amore e morte, Orfeo ed Euridice. Blanchot afferma, in Lo spazio letterario, che la scrittura incomincia nel momento in cui Orfeo perde Euridice, poesia della perdita e del dolore, canto dell’Amore. La poesia moderna nasce appunto come canto della perdita, nasce dal dolore, o, come afferma Daniele Piccini, "nasce dal male, lega il suo potere di conoscenza al dolore, alla sofferenza".
Questo libro non nasce all’improvviso. Ha avuto un periodo di gestazione, di attento lavoro di correzione e soprattutto di abrasione, nella ricerca della sintesi, perché, per usare le parole di Ungaretti "la poesia è forma per natura sua estremamente sintetica". Oltre a questa ricerca formale, come abbiamo già anticipato, esso si arricchisce di tutti gli elementi tipici della poesia moderna e, per riprendere una usata e consumata metafora, la poesia altro non è che un viaggio, un viaggio dentro se stessi (la metafora del “poeta minatore” come ebbe a scrivere Giorgio Caproni) o un viaggio alla conoscenza del mondo, secondo le varie forme che alla poesia hanno dato tutti i poeti, o per meglio dire un viaggio verso la conoscenza del mondo attraverso se stessi. In questo l’attesa di qualcosa che dovrà accadere e che pone il poeta nella ricerca della lettura del grande libro dell’Universo, secondo un tema tipicamente decadente e simbolico, come si intravede nella lettura di

Sfoglio il gran libro.
Ne bevo avidamente il succo.

E va avanti in un impegno che dice, oltre le parole, di tanta zavorra da gettare a mare, di tante cose di questo mondo che andrebbero cestinate, bruciate, e che la poesia non può nominare.
È questa la parte centrale del libro, quella che va sotto il nome di Parole, ad indicare l’operazione e il tormento che stanno dietro la ricerca, "operaia di parole" come ebbe a definirsi, Beatrice Niccolai o, come ebbe a dire Yves Bonnefoy: "La poesia è un lavoro sulle parole".
Questo è un libro che resta. Resta, perché dopo la lettura un senso di smarrimento pervade, una nota di dolce malinconia, un segnale di identificazione con i temi trattati, di riconoscimento. Sì, qui ci sono anch’io, ci siamo tutti, tutti ci riconosciamo. Così questo viaggio incomincia da se stessi, dal proprio io in tutta la sua fisicità. È il tema dello specchio, simbolo della ricerca – vedersi allo specchio implica questo rapporto con il prima e il dopo, con quello che eravamo e con quello che siamo:

Ho specchiato il mio volto nella notte
e nel fragile autunno del profilo
ho visto riflessi
i dirupi e le vette della vita.

Attraverso il proprio volto, attraverso il profilo del proprio corpo c’è tutta una storia da leggere, il senso del tempo che se ne va e una unica certezza, così ovvia, per questo così profonda:

E so di certo che ogni giorno muore

verso che si carica di tante implicazioni in una pluralità di significati su cui potremmo scrivere all’infinito, perché, come osserva Musil, "poeta è colui per il quale ogni parola non è la fine ma l’inizio di un pensiero".
Il suo viaggio inizia di qui, da questo senso del tempo (Tempo è appunto il titolo della prima sezione) ed è un tempo di esagerata bellezza, di orologi e calendari inutili, ma anche di incontri in tentativi di metafore di riconciliazione. E poi, a seguire, l’altro, il mondo che va ad identificarsi nei due elementi che sono l’essenza dell’Universo Cielo e Mare, esempi di correlativi oggettivi dove il proprio io va a ripiegarsi:

quel che faccio son briciole,
inghiottite in fretta
senza saziar la fame.

E poi lentamente, gradualmente, questo altro farsi persona, prendere le sembianze desiderate e sognate, attraverso dubbi e certezze, attraverso i Forse, che Francesco Flora ha definito essere la parola più poetica della nostra letteratura. Dal tempo, la poesia è diventata Canto d’Amore, un canto per alcuni versi così vicino alla grandi donne della nostra letteratura, penso in particolare a Margherita Guidacci che ha fatto dell’Amore e della Morte il suo tema dominante:

"Noi sapevamo già di appartenere alla morte.
Se vuoi lasciare la tua impronta, o uomo, scalfisci piuttosto la sabbia,
perché la più alta torre diverrà sabbia alla fine.
Scrivi il tuo nome sul lido deserto, e prega il mare che presto lo copra di lamento:
Perché tu stesso sei sabbia, sei la morte che dopo te rimane."

O il tema forte dell’essere donna, tema che ripercorre da vicino tanti versi di Alda Merini:

Sotto, imperfetta,
c’era una donna.
Il suo viso era appassito
dai venti contrari
ma le sue impalcature
la rendevano forte.

affermazione forte e vera non di contrapposizione, ma di orgoglio della propria identità e di riscatto, fino a poter dire all’altro, con velata ironia

Ho attraversato la mia vita
per strade secondarie
all’ombra di certezze consumate
Ora desidero
piccoli Sorsi di Sole.
Forse
un raggio di luce vera e viva potrà illuminarmi.

Se compito del poeta, come disse Naipaul, premio Nobel per la letteratura nel 2001, è “la rottura del silenzio”, in questi versi la rottura del silenzio diventa testimonianza e storia e "il silenzio dei poeti può diventare assordante, generare angoscia, stimolare le coscienze a svegliarsi e a riscattarsi", come dice Anna Maria Salanitri. Così il suo viaggio, iniziato attraverso il tempo in una indagine allo specchio e con il senso della fine (giunta al confine / abbraccerò la fine / e varcherò la frontiera) ci conduce a fare i conti con la nostra esistenza

Alla periferia della memoria
trovo squallidi paesaggi
intristiti da ombre giganti
e da una patina antica.

Ma su questa realtà, su questa memoria che tenta di recuperare il senso di un viaggio ormai consumato (Sono qui a consumare il tempo / consumata dal tempo finito) ecco l’ultima amara certezza di sogni ormai vuoti, disillusi, cadenti, petali bianchi in volo, e come un pugno nello stomaco l’amara accettazione/rassegnazione di chi può stendere un po’ di verità sul pane quotidiano, per poter sopravvivere.



(Bruno Bartoletti)








Luciana Raggi, Sorsi di sole, 2010

Pubblicato il 8/9/2010 alle 14.13 nella rubrica Raggi, Luciana.

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