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LA SPOSA GENTILE e L'UBICAZIONE DEL BENE



Questa settimana ho letto “La sposa gentile” di Lia Levi e “L’ubicazione del bene” di Giorgio Falco, due libri che non hanno in comune nulla tranne il fatto che sono entrambi stati selezionati per il Premio Biblioteche di Roma 2010. Ho cominciato con il libro di Lia Levi ed è stata una lettura piacevole, scorrevole e tranquilla. La storia è scritta bene, il ritmo è pacato e lo stile, anche se a volte può apparire ridondante, ben s’adatta all’inizio del secolo scorso e all’ambiente dell’alta borghesia ebraica. Della famiglia, per esempio, dice: “…quell’alveare brulicante di affetti, aspettative, rancori sotterranei… una parte importante della sua vita.” (pag.66). Di Margherita, “… con quello sguardo sempre disposto ad accarezzare il mondo...”, dopo la delusione amorosa, dice: “ora del mondo contemplava solo gli stagni di tristezza…”. Amos Segre è un banchiere ebreo che s’innamora di una ragazza non ebrea e decide di sposarla nonostante il parere nettamente contrario della famiglia e nonostante le diversità di cultura e ceto sociale. E proprio lei, Teresa, è la protagonista principale, la sposa gentile. Una donna positiva e coerente, una “innocente festosa creatura” che possiede una naturalezza e un buon senso comune che la rende speciale. A pag 159 si parla del suo rapporto col marito: “Cosa c’era a tenerli ancora così fortemente e arcanamente uniti? I sensi da soli non potevano bastare. Glielo chiese e Teresa disse…Mah…io voglio sempre che lui sia contento. E anche lui lo vuole per me. Gli altri matrimoni forse sono fatti di tante cose in più, ma a me sembra che questa cosa se la dimenticano.” Una donna nata in una famiglia povera e poco accogliente che si innamora di un uomo che saprà darle amore e benessere, un uomo per il quale è disposta ad abbracciare le tradizioni e la dottrina ebraica. E’ un esempio di riconoscenza e dedizione di una donna ad un uomo. Lei non si converte ma si adatta, perché sa quanto quella tradizione non sua sia importante per il marito. Lei vive con lui, per lui e alla sua ombra e quando lo perde, si sente persa. Leggiamo a pag. 208 “…dal suo corpo era fuggita l’anima……non quella di filosofi o degli uomini di fede ma quella che dà un senso preciso alle umili cose di tutti i giorni, come lo stoppino a una candela o la pila che permette di accendere una torcia. La candela se ne stava là, confitta nel bel candelabro d’argento, e si sarebbe accorto che senza il suo stoppino non avrebbe mai più fare luce?”.Teresa alla fine del libro, non pare più interessata alle tradizioni ebraiche, tanto che riappare sul comò della sua camera da letto quella Madonna che era stata sistemata fino ad allora in secondo piano.
Mi ero appena accomodata in questa storia d’amore un po’ travagliata ma tutto sommato abbastanza normale e prevedibile, dove primeggiano le tradizioni e i personaggi dichiarano e dimostrano emozioni e valori, quando il libro è finito e così, ho cominciato, di seguito, a leggere i racconti di Giorgio Falco e mi è sembrato di passare dal giorno alla notte. Una notte interessante ma tutt’altro che riposante e rilassante, piena di incubi e immagini realistiche immerse in un’atmosfera onirica. Una lettura spiazzante, che stupisce ad ogni capoverso con cambi di scena e di personaggi, con attribuzioni di significato controcorrente e dunque descrizioni accurate di particolari che pur emergendo dalla quotidianità, vengono però gonfiati e decontestualizzati creando situazioni speciali, ansiogene e strane. Ammetto che ho letto tutti i racconti velocemente e poi, dopo aver elaborato lo stupore, sono tornata a rileggerli per capire meglio quello che sicuramente si nascondeva sotto l’apparenza e per assaporare la poeticità di alcuni passi.
Mentre il libro di Lia Levi raccontando la storia descrive persone e sentimenti favorendo un nostro coinvolgimento in relazione ad un giudizio sui personaggi, il libro di Giorgio Falco è privo di giudizi per le persone che ci vengono mostrate in una situazione in sfacelo, senza possibilità di miglioramento. I racconti hanno come ambientazione Cortesforza , un aggregato di appartamenti alla periferia di Milano, sorto come un fungo malefico, un non luogo per una non vita, per assenza d’incontri e di rapporti. L’autore è più pietoso nei confronti degli animali, che soffrono come le persone; per loro ha maggiori attenzioni, quasi a rovesciare l’abitudine di considerare l’essere umano quale privilegiato e superiore rispetto agli altri abitanti della Terra. Ci sono topi, scarafaggi, piccioni, serpenti, vermi nei cavoli e nel frigorifero, infestanti formiche bianche e pesci combattenti che s’azzannano fra loro per consentire le scommesse ( fra questi spicca Oscar, il migliore, per la furia combattente iniziale…). Ci sono due cani ben descritti, entrambi finiscono bruciati, uno perché messo al forno due ore dopo essere stato comprato al canile, l’altro cremato secondo tutti i crismi dopo una morte naturale. Le proprietarie, Graziella e Giovanna, hanno in comune, oltre al nome trisillabico che comincia con G, strane tristi storie di solitudine. A pag. 47 c’è una descrizione dettagliata di cadavere di animale schiacciato da un’automobile. Un piccolo evento che, come quelli frustranti e fallimentari degli abitanti di Cortesforza, fa parte di una normalità “terribile”.



(Luciana Raggi)








Lia Levi, La sposa gentile, E/O, 2010 [ * ]
Giorgio Falco, L'ubicazione del bene, Einaudi, 2009 [ * ]

Pubblicato il 13/5/2010 alle 9.49 nella rubrica Levi, Lia.

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