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CINEMA E FILOSOFIA
post pubblicato in Fulci, Ludovico, il 29 maggio 2019

Le cognizioni che, circa la filosofia e la sua storia hanno gli studenti italiani, sia liceali, sia di altri corsi di studio, si fermano nella stragrande maggioranza dei casi a Hegel, con qualche nozione non bene assorbita circa autori più “recenti” che sono Bergson, Nietzsche e Wittgenstein, quando il professore non preferisca soffermarsi sul neoidealismo italiano, sacrificando gli ultimi due autori citati. Poco e nulla si sa circa Max Weber, Charles Sanders Peirce e solo qualcosa circa la filosofia francese. In Italia, per quanto riguarda Hegel, la lettura che generalmente ancora se ne fa è filtrata, salvo eccezioni, dal crocianesimo e da un marxismo che in Italia ha conosciuto una deriva decisamente ideologica, perdendosi di vista la matrice filosofica del pensiero di Marx su cui la cultura francese ha articolato per decenni un dibattito di maggiore spessore sul piano culturale.
Il quadro d’assieme tracciato rende assai difficile per l’italiano mediamente acculturato un discorso su cinema e filosofia, nonostante non manchino interessanti stimoli che a riguardo vengono da diversi registi americani, francesi, tedeschi e… italiani, per tacere di altri.
In sintesi può dirsi che il cinema offre due modelli di narrazione, uno la cui più remota ascendenza si trova in Omero e l’altro che si rifà a Socrate. Il primo dei due approcci consiste nell’abbandonarsi al mito, il secondo nel trattarlo “interpretandolo”, secondo un’esigenza che, cinematograficamente, potremmo definire “realistica”. L’interpretazione tuttavia non è né facile né immediata e talvolta lo spettatore “educato” a un gusto cinematografico che usa l’immagine, senza che ci si interroghi sul suo significato, non coglie gli spunti di riflessione critica che sono tuttavia presenti e talvolta determinanti. Ci sono ad esempio film che contengono “citazioni” di quadri, di scene di altri film o di opere di teatro e ancora di concerti musicali o di ambienti architettonici studiati e comunque assai noti. Se la Mole Antonelliana è un suggestivo scenario per un giallo, ci sono chiese, palazzi storici, piazze e vicoli dove il regista conduce lo spettatore che deve chiedersi quale sia il perché di una scelta del genere. E’ comunque difficile che un regista ci porti in luoghi del tutto anonimi. Spiagge, scenari montuosi, laghi alpini e cascate sono in genere posti noti e stranoti visti in cartolina o fotografati da celebri fotografi o “vissuti” da artisti, poeti e turisti.
In prima battuta può dirsi che la scelta del regista di “girare” il film in una città piuttosto che in un’altra nasce dalla volontà di uscire da un’atmosfera di fiaba e di poesia, possibile invece in un luogo e in un tempo imprecisati. Ma che Pasolini decidesse di girare alcune scene del “Vangelo secondo Matteo”, ai Sassi di Matera ha ragioni documentate e documentabili, legate all’unicità di un luogo che ripropone scenari abitativi tipici dei tempi in cui visse Gesù di Nazareth. A contrasto va vista la scelta di girare un film in ambienti ben precisi con lo scopo di mostrare luoghi turistici. In questo caso si reclamizza, magari d’accordo con l’azienda turistica locale, la Regione e altre pubbliche istituzioni che, come può legittimamente sospettarsi, agiscono da interfaccia con le banche e gli sponsor dell’iniziativa. Il cinema è industria ed è questo un fatto che nessuno spettatore dovrebbe mettere in parentesi, quando si siede per vedere un film.
Ci sono tuttavia film che affrontano, non senza ambizioni a volte eccessive, temi “filosofici”. Ciò accade in modo scoperto e trasparente quando il protagonista della vicenda sia un filosofo ovvero un personaggio della cultura, come per esempio Casanova, che, senza essere annoverato tra i filosofi, ebbe sicuramente un orientamento filosofico che nessun suo biografo ha mai potuto ignorare. Altre volte, specie in Italia, il protagonista è un “intellettuale” più o meno tipicamente rappresentato, come accade per esempio nella Dolce vita di Fellini. Altre volte – e ci pare sia un tratto più tipicamente caratterizzante il cinema francese e tedesco – è il tema ad essere “filosofico” in senso ampio, con interrogativi di vario tipo morali, politici, sociali, storici che non possono ignorarsi. E allora il film è “parlato”, a volte anche troppo. Gli esempi di questa cinematografia sono tanti. C’è Il fascino discreto della borghesia di Buñuel, L’ultima donna di Marco Ferreri, Arancia meccanica di Kubrick e Il posto delle fragole di Bergman.
Tutto ciò premesso, i quattro film che sono stati visionati in un ciclo di assaggio che è stato “Filosofeggiando”, organizzato alla Vaccheria Nardi su mia proposta e con il parere favorevole del dott. Salerno, hanno messo in risalto, oltre ai problemi indicati, altri aspetti di cui è opportuno rendersi conto nell’eventualità in cui si stabilisse di proseguire nell’iniziativa nel prossimo anno 2019-20.
Occorrerà approntare in vista della proiezione una scheda illustrativa del film e dei motivi che ne hanno suggerito la proiezione in un ciclo pensato per riflettere su "Cinema e Filosofia".
A monte di questo dovrà esserci un questionario rivolto agli utenti della Biblioteca che tenga presenti le richieste formulate da quanti intendano frequentare un “cineforum” improntato nel senso detto. 

Matrix
regia di Lana e Lilly Wachowski (1999)                                                                                                           
La breve rassegna si è inaugurata con Matrix, film da me indicato come particolarmente adatto al tema del ciclo. La scelta si è mostrata meno felice del previsto, perché, a una prima lettura del film la “filosofia” scompare fagocitata dal mito. Sul piatto della bilancia di Matrix c’è infatti da un lato il mito della civiltà ipertecnologica (il film è ricco di effetti speciali che accentuano l’ingenuità / genuinità del mito) e dall’altra un senso globalmente critico della società umana e dei modi del suo sviluppo. Tale “critica” ha risvolti morali che a volte diventano moralistici, come quando il protagonista pensa d’essere l’Eletto, cioè il predestinato e, pur essendo uomo, ovvero proprio perché è uomo, riesce, concentrandosi, a fare quello che uomini-macchina fanno meglio di un essere umano, battendo gli umani artificiali in velocità e capacità di piroettare. Quel che si perde però di vista è un fatto importantissimo che ai registi del film è invece assai chiaro.
La tradizione filosofica, per come è recepita dall’italiano mediamente acculturato, distingue tra apparenza e realtà, contrasto che la storiografia filosofica neoidealistica ha piuttosto arbitrariamente fatto risalire a Platone, trascurando il fatto che il mondo sensibile in Platone finisce nel mondo delle idee nel quale si dissolve, per cui il mondo delle idee è il mondo reale. Matrix – difficile dire con quale consapevolezza – riafferma questa visione “platonica”, trasformando in materialistica l’istanza “realistica” di Platone, insinuando nello spettatore il sospetto che l’uomo sia una macchina, tema poi sviluppato in Matrix Reloaded.
Una cosa appare tuttavia più che plausibile da parte dei cineasti che hanno realizzato un film del genere. La moderna sociologia distingue tra loro tre mondi, quello “reale” (che non muta, almeno non può attualmente mutare), quello fantastico (dove tutto è possibile) e quello immaginario nel quale procede la nostra mente. Per capire la differenza, rilevantissima, che c’è tra fantastico e immaginario, basterà osservare che il mio sogno, le mie fantasie che non si realizzano appartengono al mondo fantastico, la Divina Commedia, la Gioconda, I Vitelloni, ma anche la Bibbia, appartengono al mondo dell’immaginario creato dalla mente dell’uomo. Popolano, a rigore, il mondo immaginario tutte le cose create dall’uomo: il denaro, l’onore, le onorificenze, i numeri, le unità di misura, le convenzioni sociali, le istituzioni e, volendo dar retta a Feurbach, perfino dio. Sono cose che hanno potentemente condizionato la storia e può sensatamente sostenersi che una coserella tra il superficiale e il delirante come, per comune e diffuso giudizio, è stata Mein Kampf di Adolf Hitler ha generato il delirio nel quale si è consumata la seconda guerra mondiale.
Da questo punto di vista non stupisce che ci si interroghi su quanto l’uomo persevera a fare, indotto dalla persuasione che la scienza sia sempre progresso.      
                                                                                        
Ritorno al futuro
regia di Robert Lee Zemeckis 

Il tema è, volendo, kierkegaardiano, ma siamo in America e davanti a un film per tutti, tanto per tutti che il regista pensò di affidarsi alla Disney per produrlo. Sicché  certe valenze psicologiche sono assai sfumate e tutto sembra avvenire perché deve avvenire. Tuttavia, dal punto di vista della logica narrativa, il film e davvero interessante, per non dire interessantissimo. Si pensa a una macchina che è una specia di automobile da corsa “modificata” che consenta di spostarsi nel tempo.Tra la scena iniziale e quella finale c’è una stretta relazione, in quanto si scongiura, grazie al fatto d’essere stati nel passato, la morte, altrimenti inevitabile, del coprotagonista della vicenda. E’ questa la “trovata” più interessante in quanto suggerisce una continuità realizzata e, in teoria realizzabile, tra passato, presente e futuro, col passato che, in parte cancellato, in parte modificato, corregge quel che non va nella sequenza dei fatti, per come erano prima. Sicché tutte le cose incredibili che avvengono nel film, diventano credibili a loro volta, per poco che si accetti che una lettera scritta in un passato “artificiale”, possa modificare il destino di una vita.

Arancia Meccanica
regia di Stanley Kubrick 

Il tema filosoficamente affascinante di Arancia Meccanica è quello della malattia mentale. Ed è importantissimo osservare come uno dei maggiori filosofi del Novecento, Michel Foucault, coetaneo di Kubrick, abbia dedicato alla follia e alla storia dei manicomi, come luogo di espiazione, emarginazione, i primi passi della sua riflessione filosofica che lo hanno poi condotto a rileggere in chiave critica la storia della scienza nei suoi profondi rapporti con la politica.                                        Un ammalato mentale, un “pervertito” è veramente ammalato e va “guarito”?
La domanda è di grande attualità, anche nell’emergere di una mentalità che ripropone il “castigo” come strumento educativo, opinione che sembrava appartenere al passato.


(Ludovico Fulci)

     

                                                                   

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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 29/5/2019 alle 11:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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