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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
FRANZ O DELL'ANIMA RITROVATA
post pubblicato in Cavara, Pietro, il 28 marzo 2019
 

L'atopia e l'acronia da cui proviene ed in cui è immerso come in un liquido amniotico il protagonista cinico e arruffone di questo libro sono sviscerati suo malgrado fin dall'esordio, quando si trova non si sa come e non si sa quando in un luogo che gli appare moderno: "Tra Gabetti e... non so. Arrivi a una porta vetrata di un basso complesso. L'apri e sali su, all'unico grande piano. Sì, tra Gabetti e... Gabetti: modernità dell'arredare". Gabetti è una società che si occupa di intermediazione immobiliare e cosa c'entra con l'arredamento? Anche lo slogan "modernità dell'arredare" appare desueto (quando "moderno" era sinonimo di "attuale" o "contemporaneo"). Oggi la "modernità" è una categoria storica e dire che qualcosa è "moderno" è come dire che è passatista, protonovecentesco. Il protagonista è quindi spaesato, confonde un'azienda immobiliare con un'azienda di arredamento, gli viene spontaneo uno slogan pubblicitario vecchio di un'altra epoca storica. Ma proprio per questo il protagonista nel suo spaesamento è e si sente irresponsabile, non potendo impedirsi di essere atopico e acronico. "Tra Gabetti e... Gabetti", sembra essere la sua una ricaduta esausta su sè stesso in un vano tentativo di fuoriuscire all'aperto.
Continua la descrizione dell'ambiente che adesso diviene postmoderno ("postmoderno, monotonia dell'arredare"), con corridoi a destra e a manca, bassi soffitti e luce artificiale. La sciatteria e l'irresponsabilità del personaggio ad un certo punto appare esplicita in una frase rivelatrice: "Luogo nascosto, proibito, di che si ciancia neppur io so" (continuano le forme desuete: cianciare, neppur, in un refrain passatista che consola chi lo ripensa tra sè e sè, confermandolo). 
Il protagonista entra in una delle stanze che si affacciano sui corridoi. "Busso, entro, mi faccio largo. A una tavola rotonda: struttura e arredamento dell'ingresso, ma l'ambiente è più largo, da seduta". Dentro c'è Caienni, "barbuto, gli occhialini, capelli bianchi alla rinfusa, una vocetta arrugginita in un fisico adulto". Perchè precisare che la vocetta arrugginita è in un fisico adulto? Sembra ovvio, sarebbe stato da precisare se fosse appartenuta ad un fisico da bambino o da adolescente. Si conferma l'incertezza del protagonista con la categoria tempo e il suo spaesamento di fondo.
Scopriamo che Caienni parla ai presenti ("un gruppo di donnette" e "il mio compare") di metodo. L'importanza di quanto sta avvenendo spinge il nostro protagonista ad una perorazione, addirittura rivolta all'homo faber, all'uomo protagonista dell'attuale epoca della civilizzazione: "Homo faber, che altro cerchi? Ascolta la fredda vocetta adulta di un saggio parlatore". Ma perchè precisare "adulta"? Poteva forse il "saggio parlatore" essere un bambino? Non è che la precisazione serva a distinguere la voce di Caienni da sè medesimo, che non è "adulto" ma nemmeno bambino o adolescente, semplicemente elusivo di qualsiasi dimensione cronologica?
Il metodo di Caienni è in realtà un antimetodo, è la implosione/esplosione di tutti i metodi: "Agire in base a un metodo. Lo penso, lo faccio mio, sperimento... tra Gabetti e Gabetti, tra un fare e l'altro, un razzo di dietro ben piazzato, la volontà è ferma, la posizione anche. Esplodo, buco il cielo, sembra finita, grazie. Insegnamenti per donnette". Torna il lapsus di Gabetti a contestualizzare l'esplosione del metodo. 
ll protagonista è poco più tardi in un'altra aula a colloquio con Faiani. Anche lui si occupa di metodo. Ma l'atmosfera è adesso più oscura, complottistica quasi. Nell'aula c'è un grande schermo. "Sullo schermo comparvero immagini rigate, frammenti di marciapiedi, cieli grigi, viavai di persone indistinte. Poi... apparve tutto più chiaro: una grande piazza, l'affastellamento da un lato di edifici omologhi, incastonati da lamiere, tribunali... Osservavo omuncoli dagli sguardi grevi stringersi nei paltò, giudici fascisti, alti, spavaldi, dai sorrisi atrofizzati. E nel dileguarsi apparvero composti di tenebra, sporcizia. "Che ne diresti di un bel repulisti?", soggiunse Faiani, ponendosi per profilo. "Penso che sarebbe una cosa giusta". Un'affermazione fatta senza remore. Come dire... "sono con voi"". Il metodo sembra adesso preludere ad una futura operatività politica. E tuttavia una volta uscito dal Centro (è il luogo tra Gabetti e Gabetti) il protagonista sembra essere ripreso dalla previsione dell'esplosione del metodo: "dall'altra parte... corsie di macchine, alberi ingrigiti in primo piano. Sembrava tutto provvisorio, e all'improvviso forse... sarebbe finito. Ma quando? Ma come? Per volontà altrui, per decisione dell'istituto". E' Caienni a decidere se e quando far esplodere il metodo.
Gli sembra di vedere Caienni in un bar ma non è lui. E' uno molto più giovane. Del resto non è possibile, non è una persona comune Caienni, non può stare in un bar. "Neppure io... dal momento che dovrei stare altrove", pensa il protagonista che si sente associato ai destini esoterici del Centro. Ma è subito assalito da una resipiscenza. "Cosa ne so di Caienni? Cosa ne so di questo posto?".
Il protagonista alloggia in una palazzina liberty adiacente al Centro, una sorta di residence. Salito nella sua stanza, prima di addormentarsi gli scorrono davanti ancora le immagini del Centro. Scopriamo così che ha una lunga consuetudine con quel posto se può fare tra sè e sè nel dormiveglia un'osservazione del tipo "da quando gli idraulici se ne sono andati al Centro si sta meglio: meno chiasso, meno gente... meno ladri". Ripensa a Faiani che s'intuisce essere l'unica persona con cui sia in sintonia. Condivide le sue idee sul metodo, differenti da quelle di Caienni. "Non serve che il metodo sia forte. Se va preso con elasticità vuol dire che non è poi così importante, che la soluzione non sta nel metodo o nell'antimetodo... sta al di fuori del metodo".
La mattina dopo è al Centro. Fa freddo solo nel Centro ("Fa freddo per il Centro"). C'è un nuovo personaggio che si aggira per i corridoi: Cesco Laghetti, il principale referente informativo del Centro, "un illuso". Tra una svolta e l'altra nei corridoi il protagonista continua a riflettere sul metodo, "Dio è nella Tecnica... non nel metodo che è pura razionalizzazione del pensiero". Ad un certo punto s'imbatte nel portiere del Centro. Il protagonista rimane sorpreso, il portiere acquista una statura quasi alla pari con gli altri protagonisti del Centro, se non altro è quasi un'esemplificazione vivente delle teorie sul metodo. "Volto lo sguardo e mi appare il portiere in guardiola. Alto, scontroso, un che di barba: un tecnico in pullover prestato ad altra mansione... all'altezza dello svincolo tra destra e sinistra, tra un troncone e l'altro del Centro. Dà poche informazioni, non ti guarda neppure... si sente un dio! Quì i tecnici sono molto richiesti. Anche un portiere è necessario sia un tecnico. Centinaia di richieste ogni giorno... lo vogliono tutti. I tecnici dovrebbero vestire tutti allo stesso modo, dovrebbero distinguersi. E' un provvedimento che non è stato mai attuato, chissà... disguidi momentanei. Eppure la loro attività non è qualunque... neppure quella di un portiere alto, saccente, frustrato. Homo faber, homo deus".  
Ormai il protagonista tra le sue riflessioni solitarie sul metodo ("La metodica: un'arte che non serve più a nulla") e la paranoia sui tecnici ("Caienni accompagna Laghetti di fuori. Lo vedo fare cenno a qualcuno, un uomo in tuta, un tecnico portiere o...") si sente di affrontare Caienni. Il profeta del metodo non deflette a nessuna obiezione. "Non c'è altro che il metodo". Occorre "una metodologia che si ponga all'origine dell'osservazione delle azioni su basi deduttive".
I corridoi sono affollati. Il nostro protagonista vi si aggira con le solite domande in testa. "Mi chiedo quà dentro: siamo un insieme o un aggregato? Un aggregato di parti. Come si conviene, come si vuole che sia... il metodo. Direi che in apparenza potrebbe anche andare, ma solo l'insieme chiarisce perchè siamo tutti quì", "Essere parte di qualcosa. Ma se ci si dissocia... cosa rimane di sè? Cosa rimane del resto?".
Faiani non crede nel metodo, sostiene che non serve all'operatività. Pone un problema: dieci studenti del primo anno sono un aggregato o un insieme? Se virtualmente se ne uccidono sei c'è ancora l'insieme di prima? No, dice Faiani, e da questo esperimento mentale ricava l'inutilità del metodo a favore del mero fare. Per Caienni, invece, la parte è sempre parte di un insieme. "Qualcosa di decurtato dovrebbe comprendere ciò che non è più. Il rimanente tangibile più qualcosa che non si vede".
Il nostro protagonista si profonde a questo punto in una filippica antimetodica contro la metodologia carceraria.  
Il gruppo di ricerca va a cena. Condizione posta da Caienni è che non vi si parli del metodo. D'altra parte Caienni è solo capace di parlare di metodo e quindi si tace. Unico diversivo della serata la poesia recitata dal compare del protagonista che non interessa nessuno.
Rientrato nel residence il protagonista continua a ragionare sul metodo. Il portiere del Centro è parte o è insieme nel senso che senza di lui l'insieme non ci sarebbe più? Se, ad esempio, volesse impedire al protagonista di entrare al Centro lo si potrebbe scansare come una parte ininfluente o invece avrebbe un potere di interdizione in quanto espressione dell'insieme? La soluzione di Faiani in favore del primato dell'operatività lascia ora in dubbio il nostro eroe che si rifugia in una sorta di scetticismo, di astensione dal pensiero. "L'elasticità del metodo! che vale a dire che il metodo poi non conta, perchè di un insieme così complesso, così non tutto visto! non è lecito argomentare. Anzi è giusto dubitare... ".
Ma poi la questione del metodo ha una rilevanza estrema per la vita del nostro protagonista. Lui è parte integrante o accidentale del Centro? il Centro è un aggregato o un insieme? Comincia a nutrire sempre più dei dubbi. "Se non ci fossi sarebbe uguale o al più... un risibile imprevisto. Davvero nient'altro".
A fronte dell'immagine di Faiani impegnato in un ascetico esercizio yoga, il protagonista comincia a porsi la domanda se non sia il caso di fuoriuscire dal Centro. "Prendi e vai. Ma per dove? e pensare che uscendo sarei accolto dal lungo strada in discesa verso il tunnel, gli alberi anneriti", "Quì sei sempre dentro. [...] concedersi un rilassamento: di là o di quà, dentro o fuori... è del tutto indifferente. E l'anima... non c'è più".
Alla fine il protagonista stretto tra controversie che non riesce a decodificare, sospeso in un'impasse teorica fuoriesce in un empito vulcanico di distruzione. Il metodo può servire per uccidere virtualmente dal Centro, più simile alla ridotta di un cecchino, individui codificati, "maledetti parvenu di un'epoca idiota e criminale... ". E anche Caienni si dispone a passare all'operatività distruttiva pura e semplice, girando attorno all'edificio del Centro con un piccone in mano. Nella stanza dei bottoni, nella ridotta del cecchino virtuale si è ora assiso Faiani. "Se vuoi dar sfogo ai risentimenti, se vuoi indicare persone da eliminare in modo silenzioso, professionale, nascosto, è a Faiani che devi rivolgerti. Indicane quanti ne vuoi... ".
Nell'orgia finale di distruzione si affaccia una catartica visione apocalittica. "Precipitare dalla soglia di un vulcano, giù... dove il fuoco dissolve, dove è facile smaltire chi è stato scelto per essere eliminato. Girare per dimenticare, oppure... girare per credere. Sempre più forte, più veloce. Girare per vivere". Ma girare è inteso in senso cinematografico? Già perchè si ha l'impressione che quello finora visto non sia altro che un set cinematografico e che dietro lo squarcio del fondale di scena ci siano poi gli altri, le donne, i giovani, che al di quà diventano le donnette, i pivelli. E anche l'usciere, normalmente nell'organigramma di qualunque ente al gradino più basso della scala gerarchica, diventa quì detentore di un immenso potere di interdizione, e soprattutto è un "tecnico" travestito da usciere. Un tecnico, dunque il depositario di un sapere negativo, che con giusto contrappasso è condannato ad una funzione servile. 


(Carlo Verducci)







Pietro Cavara, Franz o dell'anima ritrovata, Aracne, 2010 [ * ]


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 28/3/2019 alle 9:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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