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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
LA FAMIGLIA MOSKAT
post pubblicato in Singer, Isaac Bashewis, il 30 maggio 2018
 

Il romanzo è un affresco corale di una ricca e potente famiglia di ebrei polacchi orientali (asheknaziti) di lingua e cultura yiddish. Con notevole e avvincente abilità narrativa Isaac Singer descrive il susseguirsi degli avvenimenti dei numerosi membri (figli, figlie, nuore, generi e nipoti) della famiglia del patriarca Moshe Meshulam, dagli inizi del ‘900 fino all’invasione di Hitler, e allo scoppio della 2^guerra mondiale, con gli intrecci delle vite, degli amori, dei divorzi, con le loro gioie e dolori, ricreando la stessa atmosfera vissuta dall'autore nell’infanzia a Varsavia. Il vecchio patriarca Meshulam Moskat gestisce con capacità una grande quantità di attività che consentono a lui e a tutta la famiglia di condurre una vita agiata. E’ lui che riesce a tenere uniti tutti i componenti (nella prima parte del libro), mentre alla sua morte si assiste alla lenta disgregazione e decadenza della famiglia a causa soprattutto delle controversie sull’eredità. La decadenza non è solo materiale ma anche spirituale: alle certezze dei padri succedono i dubbi e il nuovo stile di vita dei figli e dei nipoti. Alla devozione e obbedienza agli insegnamenti del Talmud degli austeri rabbini si contrappongono il desiderio di autonomia, di libertà e di piaceri mondani dei giovani ebrei. Nei racconti delle vicende dei vari personaggi, si rileva la compresenza di bene e di male, di bestialità e di pietà così come è la vita in generale. Bellissime pagine offrono una visione della vita quotidiana dei quartieri ebraici con i loro colori, sapori e rumori. Attraverso la descrizione dei riti, dei cibi, della preparazione delle mense delle varie festività - con un'ampia documentazione - rivive la società ebraica orientale con la sua complessa e ricca cultura. La narrazione sembra avere lo scopo di rievocare l’ebraismo e lo stretto legame del suo popolo con la legge di Dio. Vi è, infatti, in tutti i personaggi una ricerca di Dio, in particolare nel protagonista principale Asa Heshel, imparentato per matrimoni con i Moskat, figura tormentata che ha dubbi su tutto e cerca risposte nell’Etica di Spinoza, che porta sempre con sé e legge nelle diverse situazioni. Nel tumulto della prima guerra mondiale si chiede come potevano conciliarsi le filosofie di Spinoza e Darwin: la statica panteistica con la dinamica eraclitea? Condivide il postulato dell’Etica che l’unico scopo dell’umanità è il godimento. In fondo il mondo a venire e la venuta del Messia sono in realtà una promessa di gioia. Anche il marxismo è tutto sommato il raggiungimento della felicità. Non trova una risposta alle domande eterne che non gli danno tregua e da cui non riesce a liberarsi, anche se è d’accordo con il filosofo che il saggio deve soffermarsi il meno possibile sulla morte e sulle altre idee che annullano o diminuiscono la gioia. Nella disgustosa vita di soldato riflette sulla guerra e pur ammettendo che sia un gioco di atteggiamenti nell’infinito oceano della Sostanza, si chiede: perché Dio non può porvi fine? Quando il lupo nazista stava ululando alle porte della Polonia, osservando cielo, stelle e pianeti pensa che le stesse leggi che governano il sole e la luna governano la vita e la morte. Hitler e ogni delinquente nazista che cantava l’Horst Wessel, impaziente di spargere sangue ebraico era secondo la filosofia di Spinoza una parte della testa di Dio, un aspetto della Sostanza Eterna. Ogni atto di Hitler era allora stato predeterminato e il suo corpo era parte della sostanza del sole, da cui in origine si era staccata la terra. Ogni infame atto d Hitler era una parte funzionale del cosmo. Di conseguenza Dio è male, o altrimenti il dolore e la morte sono un bene? Di fronte alle devastazioni della guerra sulla città di Varsavia condivide l’amara constatazione dell’amico Janovar: il Messia è arrivato, è la Morte!
La Famiglia Moskat é indubbiamente una delle più alte testimonianze di quel mondo che scomparve tra gli orrori dell’Olocausto.   



(Anna Velia Violati)








Isaac Bashewis Singer, La famiglia Moskat, TEA, 2009 [ * ]


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 30/5/2018 alle 12:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
RITORNO A HAIFA
post pubblicato in Kanafani, Ghassan, il 29 maggio 2018
 

Un libro particolare, per più di un motivo. La presentazione di Francesco Gabrieli e la prefazione di Isabella Camera D’Afflitto – nota arabista – ne danno già un ottimo giudizio. L’autore, noto per “Uomini sotto il sole”, edito in Italia da Sellerio (non più disponibile, purtroppo), ha scritto una storia molto originale, e discretamente credibile, che racconta la visita ad Haifa di una coppia di palestinesi. Haifa, loro luogo di provenienza, è il luogo dove è la loro casa.   
Il protagonista, Said, mentre effettua il viaggio, ricorda l’episodio che li ha fatti fuggire. Si trattava dell’invasione israeliana di Haifa. La moglie, Safiya, era rimasta a casa, mentre lui era uscito per commissioni. All’inizio dell’attacco israeliano, nonostante avessero un bimbo di cinque mesi, Said non riesce a tornare al loro quartiere, e viene spinto verso il porto, dove è  costretto ad imbarcarsi. Qualcosa di analogo succede alla moglie, che – abbandonando il piccolo – esce di casa, spaventata dai bombardamenti, e anche lei si ritrova al porto.
Il loro ritorno, anche se accade venti anni dopo, è funzionale non solo a rivedere la loro casa, ma essenzialmente al ritrovamento del loro piccolo, Khaldun, che entrambi avevano abbandonato. Nel frattempo hanno avuto un altro figlio, Khaled. E – mentre quanto detto finora è il contenuto del primo capitolo – il secondo si apre con il dialogo della coppia, e su come viene presa la decisione di tornare ad Haifa: come già detto, il motivo reale, nascosto dietro una semplice visita alla loro casa, è il pensiero della sorte di Khaldun. La storia continua con il viaggio, il ritrovamento della casa, uno scoppio di pianto di Safiya al vederla, e la decisione di Said di entrare e vedere chi vi abita. Sono accolti da una signora anziana, che li accoglie con una frase inattesa: “È da molto che vi aspetto”, e dice loro che è una ebrea e che proviene dalla Polonia: stupore di Said e Safiya, ma la vecchia spiega come li ha riconosciuti, e l’inatteso si spiega. Dopo un po’, la vecchia parla del figlio, che chiama Dov, e si capisce che si tratta di Khaldun.
Qui inizia la terza parte del libro. Che racconta prima di tutto la storia di un ebreo, Efrat  Koshen, del suo arrivo ad Haifa assieme alla moglie Miriam (che si comprende essere la vecchia della parte precedente), e della conquista di Haifa da parte del primo esercito israeliano, l’haganah. La storia prosegue con l’assegnazione, da parte dell’Agenzia Ebraica (un ente assistenziale per i bisognosi), ad Efrat di una casa e di un bimbo di cinque mesi; Efrat ne è molto felice perché Miriam non ha potuto avere figli. E Said scopre che proprio il giorno in cui Khaldun fu affidato ai coniugi ebrei, era quello in cui l’avevano perduto, o meglio abbandonato. Un’ebrea, sentito un pianto insistente, aveva rotto la porta e l’aveva trovato.
Said e sua moglie, sorpresi del comportamento di Miriam, che agisce come se quella casa fosse la sua, le chiedono a questo punto quando il figlio rincaserà. Miriam dice loro che doveva già essere rientrato, ma che di solito non è mai puntuale. Poi, avendo chiamato Khaldun col nome ebraico di Dov, e avendo assistito allo stupore della coppia dei genitori veri, dice a Said che anche lei è imbarazzata, visto che – avendolo cresciuto – anche per lei è un problema separarsi da quel figlio, ma aggiunge che, appena rincasa, gli prospetterà il problema perché possa scegliere.
Di fronte alla decisione di Miriam, Said è perplesso ed esitante. Sua moglie scoppia a piangere ancora e, appena si è calmata, Said decide di raccontarle la storia di un loro amico di Giaffa. Non cito questa storia, che occupa il quarto capitolo, e passo alla conclusione, cioè al capitolo successivo.  
Dov – alias Khaldun – rientra a casa, si sorprende che la “madre” abbia visite, e viene invitato da Miriam ad entrare in salotto, dove ci sono persone che lo vogliono vedere. E – appena entrato in salotto – Miriam gli dice “Ti presento i tuoi genitori”, mentre Said e Safiya sono sorpresi di essere al cospetto di un uomo in divisa da soldato. A questo punto tra Dov e Said si svolge un dialogo, in cui Dov accusa i suoi genitori di vigliaccheria per averlo abbandonato, e Said gli parla dell’altro suo figlio (Khaled, che evita di chiamare “fratello”) e di Patria, dicendogli di ragionarci su, visto che li considera “dall’altra parte”. Non proseguo: sia Safiya che Dov restano perplessi alle parole di Said, il quale decide che è ora di andarsene e tornare a Ramallah, dove ormai vivono: questa conclusione è l’unica possibile, visto che la discussione aveva preso la piega del rapporto Israele - Palestina. 
Volutamente escludo le ultime parole di Said, che lui rivolge a sua moglie nel viaggio di ritorno. Da parte mia, voglio dire che questo libro è quello che maggiormente mette a fuoco il problema tra Israele (che ha invaso il territorio della Palestina) e i palestinesi. Proprio per questo ne consiglio la lettura a tutti coloro che vogliono sull’argomento saperne di più. La storia è certamente una buona testimonianza del punto di vista palestinese sulla questione.


(Lavinio Ricciardi)






Ghassan Kanafani, Ritorno a Haifa, Edizioni Lavoro, 2003 [ * ]
LE CENTOMILA E UNA STORIA DEL GIULIO CESARE
post pubblicato in Fulci, Ludovico, il 18 maggio 2018
 

Il titolo rimanda alla famosa raccolta di novelle orientali che risale al X° secolo e come le storie che raccontava Sharazadal, re nelle Mille e una notte, anche quelle riportate in questo libro sono utili e necessarie.
Questo libro sottrae alla dimenticanza fatti, aneddoti ed esperienze dirette vissute dall’autore e nello stesso tempo, grazie all’attenzione riservata al contesto e agli aspetti socio-culturali, politici e antropologici del periodo storico descritto, ci aiuta a conoscere e capire la Grande Storia che comunque contiene e ha condizionato le microstorie riportate.
Il libro è interessante e importante, non solo per chi è legato a questo noto e stimato liceo romano da ricordi ed esperienze personali, ma anche per tutti coloro che credono al concetto espresso chiaramente proprio all’inizio della presentazione curata da Paola Senesi: “Non c’è futuro senza memoria… una società fluida, dimentica delle sue radici, non può essere tanto vitale da perseguire il bene di chi la compone, fondata com’è sulla sabbia e a rischio di essere travolta al primo vento di tempesta”.
Il sottotitolo Cronistoria di un Liceo romano rimanda al serio lavoro di documentazione e di ricerca che l’autore ha fatto del periodo che va dal 1933, anno in cui nasce il Giulio Cesare, fino al festeggiamento del suo ottantesimo compleanno.
Narrativa e saggistica convivono e si integrano.
Un’attenzione particolare è stata data all’apparato iconografico.
L’immagine di copertina fa pensare ad un’indistinta vivace folla di studenti all’uscita da scuola. Si tratta di un’elaborazione al computer di Caterina Capalbo ed è riconoscibile l’ingresso del liceo su corso Trieste. All’interno sono inserite varie fotografie, interessanti testimonianze del passato che integrano e abbelliscono il libro, sollecitando spesso riflessioni riguardo alle somiglianze e alle differenze rispetto al nostro tempo. A pag. 37 c’è una foto di classe scattata nel 1943 dove gli studenti, in gran parte maschi, stanno ordinatamente schierati guardando l’obiettivo, tutti eleganti, in giacca e cravatta. Seri e sorridenti sembrano molto più adulti della loro età, sembrano così uguali fra loro e così diversi dai coetanei che mi è capitato di vedere la settimana scorsa, in posa sotto la stessa statua di Giulio Cesare nel cortile d’ingresso della scuola: scomposti, disordinati indisciplinati. L’immagine della stessa scultura, con ai lati due balilla moschettieri, si trova a pag. 23 ed è stata scattata il giorno della cerimonia d’inaugurazione del Liceo che avvenne il 28 ottobre del 1936 (nel quindicennale della marcia su Roma!) alla presenza di Mussolini e Bottai.  
Alla fine del libro, oltre alle note, c’è l’indice dei nomi citati e l’indice generale che rende subito evidente la scelta dell’ordine cronologico. I “quadretti di vita” presentati dall’autore non sono mai isolati e decontestualizzati e quindi, pur essendo in gran parte ricordi personali, s’intrecciano e contribuiscono ad una ricostruzione storica attenta e scrupolosa.  Sono testimonianze di un vissuto che si è protratto nel tempo. Il Giulio Cesare ha accolto l’autore prima come studente, dopo la laurea come supplente, poi come genitore e successivamente, negli ultimi sette anni della sua carriera, come docente di Storia e Filosofia. Il libro dunque è autobiografico, e credo sia questo uno dei motivi per cui la lettura risulta piacevole e coinvolgente.
Esistono altre ricostruzioni storiche riguardo al Liceo Giulio Cesare, mai pubblicate, responsabili, secondo Fulci, di aver alimentato leggende che si sono sovrapposte e hanno condizionato una oggettiva lettura della realtà dei fatti (ad esempio il luogo comune secondo cui il Giulio è di destra, a differenza del Mamiani o del Tasso che sono di sinistra… ). Si tratta del dattiloscritto del 1992 di A. Mattei “Noterelle di uno dei centomila (piccole note su un grande Istituto)”, che esprime un punto di vista prevalentemente goliardico, e di un altro precedente, del 1970, della prof. E. Cesarini “Il Liceo Statale Giulio Cesare. Una scuola che non potrò mai dimenticare”, pieno di romanticismo e di fedeltà alle aspettative della dirigenza.
Quella di Fulci è una voce critica e chiara che si avvale di fonti documentarie attendibili e sa essere convincente, grazie ad una narrazione ordinata, un lessico e uno stile coinvolgenti.
Il libro è diviso in due parti e il '68 fa da spartiacque.
Sono passati esattamente 50 anni e per l’occasione c’è tanto interesse e tanti eventi si stanno organizzando per ricordare e comprendere la portata storica del cambiamento che il pensiero divergente sviluppatosi nel '68 ha causato a livello sociale, incidendo anche sulla mentalità e sul costume degli Italiani, sul loro modo di vivere la loro vita quotidiana.
A pag. 15 l’autore chiarisce le fondamentali differenze riguardo alla funzione del preside e riguardo alle più consolidate tendenze dell’approccio didattico-educativo: “Prima del '68 il clima educativo era improntato ad una severità a volte esagerata, se non proprio inutile” (“una scuola in cui la severità gratuita viene scambiata per serietà professionale, per cui lo studio è sofferenza e non emancipazione dall’ignoranza… ”, pag. 72). 
Dopo il '68 il clima educativo è caratterizzato da tolleranza e permissivismo, a detta di molti eccessivo e antieducativo.
Riguardo alla situazione più vicina al nostro tempo, pur riconoscendo un miglioramento in relazione ai favoritismi e ai comportamenti discriminatori e classisti, l'autore mette in rilievo la contemporanea assenza di cultura (vedi pag. 98-99), la nuova necessità di “motivare” (perchè le esperienze esterne alla scuola interessano più di quelle offerte dentro le classi, perchè fuori esistono temibili competitori… ) e la mancanza di un rinnovamento adeguato (pag 16: “la cultura della scuola è spesso vecchia, sia nelle forme che nei contenuti").
Molto interessanti fra le pagine autobiografiche sono quelle del sottocapitolo “Gli insegnamenti al Giulio Cesare”, a pag. 88-89 (che contiene anche, in poche intense righe, profonde caratterizzazioni pratiche e psicologiche dei compagni di classe) e le pag. 11-12-13,  dove ci sono i ricordi positivi legati a Filippo D'Achille, professore di Storia e Filosofia che affettuosamente veniva chiamato Dach, e quelli negativi di una brutta interrogazione in seconda liceo…
Ludovico Fulci ci dice che è voluto tornare alla scuola che aveva frequentato per migliorarla, per ascoltare e comprendere più di quanto avessero fatto i suoi professori, convinto che  “una buona scuola getta qualche buon seme”, come diceva un altro ex studente del Giulio Cesare, Tullio De Mauro.
La bella scrittura rende gradevole e interessante la lettura di questo libro. L’autore sa come farsi ascoltare e come interessare il suo pubblico, esprime in modo diretto il proprio pensiero e interpreta i fatti senza la pretesa di imporre il proprio punto di vista. L’atteggiamento giusto per sfuggire al contagio della banalità. 


(Luciana Raggi)










Ludovico Fulci, Le centomila e una storia del Giulio Cesare, Edizioni Progetto Cultura, 2017 [ * ]


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 18/5/2018 alle 7:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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