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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
OGNI MATTINA A JENIN
post pubblicato in Abulhawa, Susan, il 16 aprile 2018
 

Un libro a dir poco sconvolgente. Che racconta, con dovizia di particolari, e attraverso le vicende di una famiglia araba, la storia della Palestina e di come il suo territorio sia stato – e continui ad essere – preda degli interessi espansionistici di Israele. Le vicende descritte coinvolgono il lettore in modo molto intenso, certamente per il modo di scrivere dell’autrice. La quale – in chiusura del libro - dice che le vicende palestinesi rispondono a verità storica, mentre la storia della famiglia descritta è inventata. 
È una storia appassionante, che attraversa due guerre: quella dello Yom Kippur negli anni '70 e l’invasione israeliana del Libano, che aveva lo scopo di stanare e distruggere i militanti palestinesi dell’OLP, rifugiatisi in Libano per evitare i continui attacchi di Israele. Guerre nelle quali i palestinesi cercano di evitare che venga loro sottratta la terra natia. In tutto il libro si respira il clima di sessant’anni di guerra tra Israele e Palestina.
La cosa che mi ha preso subito è stata proprio la descrizione delle guerre: avevo sette anni quando era in corso in Italia la seconda guerra mondiale, e quel clima l’ho vissuto direttamente, sfollato con la mia famiglia sulle colline Casentinesi, proprio nell’autunno – inverno 1943-44. 
Il libro è composto da un preludio, otto capitoli, un glossario di termini arabi, una nota dell’autrice, e una serie di riferimenti bibliografici alle fonti. L’autrice è fuggita dalla Palestina e vive negli Stati Uniti.
I primi due capitoli presentano la famiglia in tutti i suoi particolari, cominciando dal patriarca Yehya Abulheja, che ha due figli, Hassan e Darwish. Hassan è il protagonista della vicenda familiare, mentre il fratello Darwish compare soltanto verso la fine del romanzo. L’inizio li trova tutti a raccogliere olive. Successivamente, Hassan sposa Dalia, una bellissima beduina, che proprio per le sue origini veniva contrastata dalla famiglia. E – prima del matrimonio – si racconta di un’amicizia tra Hassan e un profugo tedesco fuggito dai nazisti e rifugiatosi a Gerusalemme. 
Dal matrimonio tra Hassan e Dalia nascono tre figli, Youssef, Is’mail e Amal, unica femmina. E una buona parte del primo e del secondo capitolo descrivono la storia dei due fratelli e il fatto che Is’mail, poco più che neonato, segnato in viso da una cicatrice prodottasi nella culla, scompare durante un’invasione di israeliani nel villaggio ove la famiglia risiede, quasi dalle braccia della mamma, rapito da un soldato israeliano che lo nasconde subito nel suo zaino. Il soldato, Moshe, è sposato, ma la moglie non può avere figli. Anche Amal reca una ferita all’addome, che le vicende del campo di Jenin le avevano prodotto.
Le vicende della storia sono molto intricate e complesse. Il mio obiettivo è quello di sottolineare che essa cattura immediatamente il lettore, ed è molto articolata, proprio per il modo che ha l’autrice di raccontarla. Il clima in cui i Palestinesi vivono questa continua “saga” ad opera degli israeliani, che vogliono scacciarli dal loro territorio, è descritto con grande maestria dall’autrice, che certamente (anche se non viene mai detto) ha identificato una parte della sua storia con la vicenda di Amal, la terza dei figli di Hassan. Amal è molto legata a suo padre, che le racconta spesso storie prese da libri della letteratura araba, di autori come Gibran, Rumi. Dal secondo capitolo in poi è la stessa Amal a narrare la storia in prima persona. 
Di Hassan si perdono le tracce, come è successo per Is’mail, di cui però si sa ciò che è accaduto. La storia si concentra su Amal, la quale si mostra presto, crescendo, molto studiosa, e per questa ragione parte dal suo villaggio (diventato Jenin, non più ‘Ain Hod; nel frattempo la madre Dalia prima inebetisce, poi muore) per raggiungere un college a Gerusalemme, dove proseguirà gli studi: il college la vuole, per la sua fama di studiosa e la sua condizione di orfana. Nel college Amal fa nuove amicizie, che la aiutano a non soffrire troppo la mancanza della sua amica di infanzia, Huda. Viene poi scelta per andare a studiare negli Stati Uniti (vince una borsa di studio), e parte per Filadelfia, non senza salutare Huda e il marito, che – sposatisi – hanno una bimba di nome Amal. 
Ovviamente, in America, Amal si trova con qualche problema, per la sua condizione di esule. È ospitata da una famiglia di origini palestinesi (il cognome è Addad) e impara a vivere in un paese libero, completamente diverso dal suo. Dopo varie peripezie, acquisisce la green card (il permesso di lavoro rilasciato agli stranieri) e sceglie l’America come sua patria. Si autobattezza Amy, non più Amal, proprio per sottolineare di essere in una nuova patria. Fa due lavori per mantenersi. Un giorno una telefonata la sorprende: è la moglie di suo fratello Youssef, Fatima, che gli annuncia, tra l’altro, il fatto che sta per diventare zia, e che Youssef e lei sono a Beirut, in Libano; e la invita a raggiungerli.
Da quel momento, ogni sforzo di Amal è teso a tornare da suo fratello Youssef (senza lasciare definitivamente l’America). Siamo al termine del quarto capitolo. Voglio sottolineare ciò che appare, nella vita di Amal e della sua famiglia, dell’Islam, e dei rapporti che l’Islam crea in persone mediamente osservanti. 
Finalmente Amal riesce a partire per Beirut, dove viene ricevuta da un amico di suo fratello Youssef, Majid. E trova che è appena diventata zia di una nipotina, Falastin (in arabo Palestina). Suo fratello e la sua famiglia vivono in un campo profughi libanese, Shatila, vicino all’altro campo di Sabra, entrambi simili al campo di Jenin. 
Da Youssef apprende varie cose, tra le quali il fatto che Is’mail è vivo, ed è diventato un ebreo, di nome David. E, ancora, una sorpresa: Majid. E’ medico volontario, e Amal lo assiste (avendo appreso dalla madre il mestiere di ostetrica) durante un parto, che si presentava difficile. Assieme parlano delle stelle, e lui le promette che le presterà un libro, dove ha imparato a riconoscere le costellazioni. Così accade; ma nuova sorpresa: in una breve lettera, Majid le si dichiara, dicendole che si è innamorato di lei appena l’ha vista. Amal e Majid si fidanzano, e dopo un mese si sposano. Amal rammenta sua madre: si godono poco più di alcuni mesi di vita in comune, finché Amal si accorge di essere incinta. Nel frattempo, aveva insegnato in una scuola, e tutte le sue alunne si erano godute il suo amore e anche il suo matrimonio.
Ma Israele aveva cominciato a minacciare il Libano, così Majid consiglia a sua moglie di tornare a Filadelfia, dove è anche un suo protettore, che lo aveva aiutato nel suo periodo di addestramento in Inghilterra, ed ora insegnava a Filadelfia. Mohammad Maher, era il suo nome. E – nell’attesa che Majid potesse venire in America – Maher trova ad Amal un lavoro. I coniugi Maher – che consideravano Majid un loro figlio – ospitano Amal e la assistono nel suo parto. Nasce una bimba, che – come Majid voleva – si chiamerà Sara, come la madre.
Alla fine Israele attacca il Libano, nel 1982, e stermina i palestinesi di Sabra e Shatila. La famiglia di Youssef (tranne lui) viene sterminata, compresa Falastin e l’altra bimba che Fatima aspettava in contemporanea con la bimba di Amal. Amal potrà conoscere lo scempio commesso dopo un po’ di tempo, da un reportage fotografico, e poi dalle urla di suo fratello Youssef. Che in una telefonata le comunica che anche Majid è morto, seppellito dalle bombe israeliane nella casa che loro avevano presso Beirut. Proprio mentre sua figlia Sara vedeva la luce a Filadelfia.
Dopo qualche tempo, Amal è rintracciata dall'FBI, che vuole avere conto di un attentato dinamitardo compiuto contro l’ambasciata americana a Beirut, in cui pare sia stato coinvolto Youssef. Ma – accertato, non senza una sua reazione – che lei non ne sa niente, viene rilasciata.
Il suo tempo continua a trascorrere nella crescita di Sara, che diventa prima una brava e bella bambina, poi una donna. E il racconto di Amal testimonia di altre cose, che apprende dai reportage sulle atrocità israeliane in Libano, e sulla sorte del figlio maggiore di Huda e Osama, i suoi amici. E un giorno – dopo tutti i guai del soggiorno libanese – le giunge una telefonata. Da quel poco che riesce a capire, si rende conto che si tratta di suo fratello is’mail, noto in Israele come David. Così si presenterà a lei al telefono, e questo già le spiega tutto. E siccome viene negli Stati Uniti, le annuncia una sua visita. Era successo che Moshe, il padre, in punto di morte, gli aveva confessato la verità. e David comincia a cercare quel che resta della sua famiglia, finché rintraccia Amal. E le propone di incontrarlo. L’incontro è una sorta di riconciliazione per entrambi. Al termine, Amal presenta David a sua figlia, come suo fratello.
Mentre comincia a studiare, Sara un giorno annuncia a sua madre che deve visitare la Palestina. E così partono e vanno prima a Jenin. E Amal mostra a sua figlia varie cose della sua vita e della sua famiglia. Trovano Ari, l’amico israeliano di Youssef, e poi Huda e famiglia, anche loro colpiti dalla furia israeliana: Osama, il marito di Huda, è stato catturato; uno dei due gemelli di Huda, Jamil, è stato ucciso a dodici anni, e il figlio maggiore, Mansur, non parla dall’età di sei anni. Amal ritrova suo zio Darwish, e i suoi figli. E racconta a Sara, il terzo giorno che sono a Jenin, tante cose che non le aveva detto. Proprio quel giorno, gli israeliani attaccano ancora, e Amal, nel tentativo di salvare la vita di sua figlia, muore colpita da un cecchino israeliano. 
La storia si conclude con due vicende: il funerale di Amal, cui presenziano Ari e Is’mail; e il ritorno di Sara in America, dove vive con Mansur, il figlio maggiore di Huda e Osama, che nel frattempo è stato liberato, e dove li raggiunge Jacob, il figlio di suo zio Darwish, che saranno proprio Osama e Huda a far partire. 
Ho dovuto accorciare molto le vicende, ma nonostante questo la mia narrazione è stata molto lunga. Però, questo libro merita di essere letto. E assaporato come pochi altri libri dell’ambito letterario di Israele e Palestina. Soprattutto per il forte contenuto di passione e amore che dalle sue pagine trasuda. Credo di dover ringraziare Susan Abulahwa per la sua storia bellissima e il grande amore per la sua terra.



(Lavinio Ricciardi)








Susan Abulhawa, Ogni mattina a Jenin, Feltrinelli, 2013 [ * ]
STORIE DEL QUADRARO
post pubblicato in Novelli, Chiara, il 9 aprile 2018
 

Ho finito di leggere da poco questo libro, che mi ha fatto tornare all’infanzia. In realtà il libro – che copre un arco di tempo che va dall’aprile 1952 al settembre 1960, mi vede (come età) liceale – universitario. Ma non è questa la ragione del ritorno all’infanzia, si proprio ai 12 – 13 anni.
L’autrice ha scritto quello che per me è un capolavoro, e che racconta storie di un quartiere famoso a Roma, con una fama di quartiere mal abitato, nomea assolutamente immeritata. L’autrice, nella sua prefazione, dice testualmente: “… quel posto ce l’ho nell’anima”, e l’intera opera ne fa fedele testimonianza. Ma… provo ad andare con ordine.
Come ho già detto, parlandone proprio all’autrice, figlia di un mio carissimo collega ed amico, avevo una cugina che viveva con la sua famiglia al Quadraro: era una bellissima donna, cugina prima di mia madre e – proprio nella mia età pre-adolescenziale – ci siamo frequentati. Io e i miei genitori con mio fratello siamo andati a trovarli – abitavano a via dei Quintili – e ricordo perfettamente di non aver trovato grandi differenze tra il Quadraro e il quartiere di piazza Bologna, dove abitavamo all’epoca, tanto che la cosa fu materia di discussione con mia madre, proprio per le chiacchiere che venivano fatte su quel quartiere e che, dopo la visita, avevo trovato ingiuste. 
Quindi, quando ho sentito (o letto su uno dei social che frequento sul web) di questo libro, ho subito avuto voglia di leggerlo. Ed eccomi qui a parlarne, con molto più entusiasmo di quanto pensassi prima della lettura.
La scrittura dell’autrice è fluida, armoniosa, mai pesante. Il  libro – come dice il titolo, un libro di racconti – si legge in fretta e agevolmente. La prosa è fresca, giovanile, immediata, e le storie, che l’autrice dice vere, arricchite solo dalla sua fantasia, sono storie di quartiere con personaggi presi dalla vita quotidiana. Novelli le esplicita con una scrittura semplice ed efficace, si da farne tanti piccoli capolavori. 
Credo davvero che il Quadraro possa essere orgoglioso di aver ispirato le storie raccontate; come ho già detto, leggendole sono tornato ai miei dodici – tredici anni e al quartiere di Piazza Bologna, dove abitavo. E alle storie che tra amici ci raccontavamo allora, e anch’esse vertevano su persone del quartiere, fossero belle ragazze o adulti sui quali si raccontavano imprese più o meno credibili. Purtroppo la mia memoria non mi fa ritornare nessuna di quelle “imprese” alla mente (almeno a livello da poterle raccontare), ma il clima descritto nel libro e relativo al Quadraro posso dire che mi ricorda molto quello che vivevo a quell’epoca nel mio quartiere. Sia al ginnasio, al liceo e all’università sono andato sempre a piedi da casa e quindi alcune cose le vedevo e percepivo (“Basta saper osservare”, dice sempre Novelli nella sua prefazione) nelle mie camminate quotidiane. 
Molte storie hanno per protagonisti ragazzi, che pian piano crescono (il libro, come ho detto, copre un arco di otto anni, anni che Novelli ha ricostruito dai racconti di persone più grandi di lei - in quegli anni lei non era neppure nella mente dei suoi genitori, credo non ancora sposati): una fra tutti, una ragazza di nome Sabina, mi ha colpito più degli altri. E’ presente quasi in ogni storia, e tra i personaggi spicca per la serietà dei suoi pensieri e delle sue azioni, e per la generosità con la quale va incontro agli amici/amiche, aiutandoli a risolvere i loro problemi.
Le storie sono diciotto, per un totale di 207 pagine, più due di prefazione e biografia dell’autrice. Anche in questo Novelli è originale, rispetto a tanti scrittori dei nostri tempi. Dalla scrittura, alla concezione del libro e della sua struttura, fino all’edizione autonoma, Novelli mostra una creatività non comune, che rende il libro ancor più pregiato e valido,
Altro pregio da sottolineare, che mi ha richiesto – curioso come sono – una continua consultazione delle mappe per trovare i luoghi, è che le vie, in ogni storia, sono tutte vie reali del Quadraro. E così chi è pratico di Roma può agevolmente “camminare” per il quartiere leggendo le storie. Questo pregio non è così frequente anche in scrittori di racconti, sia italiani che stranieri (penso a Dickens o a McEwan).
Voglio però ancora sottolineare la freschezza che c’è in tutta l’opera: la lettura agevole e facile è sempre divertente, anche quando si parla di fatti non proprio belli da descrivere. A mio avviso il libro, estremamente consigliabile ad ogni tipo di lettori, è particolarmente indicato per i più giovani, che possono riconoscersi in qualcuno dei personaggi. 



(Lavinio Ricciardi)









Chiara Novelli, Storie del Quadraro, Youcanprint, 2017 [ * ]




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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 9/4/2018 alle 14:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
TRILOGIA DELLA CITTA' DI K.
post pubblicato in Kristof, Agota, il 6 aprile 2018
 

Nel libro, formato da tre parti (o romanzi: Il grande quaderno; La prova; La terza menzogna), l’autrice ”pronuncia l’orrore del mondo e lo fa semplicemente usando il verbo essere”, in uno stile rigoroso, che ”si spinge nel fetido del mondo” (Alessandro Baricco). Un testo certamente originale, crudele, spietato, sconvolgente che esercita un forza attrattiva sul lettore che scorre le pagine in fretta per giungere alla fine. Nessuno ama davvero l’altro in questo romanzo, perché la necessità dell’esistenza impedisce a chiunque di essere realmente quello che è. Solo la sofferenza e il dolore sono reali come nella vita di tutti. Nella prima parte (raccontata nella prima persona plurale), i piccoli gemelli, Klaus e Lucas, sono affidati dalla madre, a causa della guerra, alla nonna contadina che potrà mantenerli e nutrirli. Essi s’ìmpongono un rigido allenamento di lavoro, sia fisico che emotivo, in vari modi, per non provare sentimenti, né gioia, né dolore. Sviluppano notevoli capacità per la loro età, imparano le lingue, leggono e scrivono, annotando sul ”Grande Quaderno“ i fatti nudi e crudi, senza provare emozioni, ma facendo solo ciò che ritengono sia giusto fare (anche vendette o punizioni). Questa parte termina con la morte di una sorellina e della madre, tornata a prenderli (contro la loro volontà), per lo scoppio di una mina. Muore poi anche il padre allo stesso modo, nel tentativo di fuggire e varcare la frontiera insieme ai gemelli. Klaus riesce a fuggire, lasciando solo Lucas. 
Ne La prova, scritta in terza persona, Lucas ormai cresciuto, si prende cura di una donna, Yasmine, e di suo figlio Mathias, soprattutto quando questi viene misteriosamente abbandonato dalla madre. Intreccia una relazione con una bibliotecaria, stringe un legame di amicizia con Peter, un dirigente del partito comunista, apre anche una libreria. Ma il piccolo Mathias, per il timore di non essere abbastanza amato, si procura una orribile morte. La guerra che sembrava lontana è ormai scoppiata con le sue devastazioni e privazioni. Nell’ultima parte Klaus ritorna alla ricerca del fratello, ma non è creduto, non esistono prove della sua infanzia. Apprende che Lucas è sparito lasciando un manoscritto al suo amico Peter.
Ne La terza menzogna la storia si ribalta sorprendendo e confondendo il lettore. È il racconto della vita di Klaus. Veniamo a conoscenza (contrariamente a quanto detto nel ”Grande quaderno”) che i gemelli vivevano con i genitori, quando la madre, saputo che il marito ha un’amante, lo uccide a colpi di pistola. Ma un colpo ferisce accidentalmente Lucas che viene trasferito in un centro per paraplegici. Rimarrà zoppo e verrà accolto da una contadina che lui chiamerà nonna. Per superare il trauma il bambino s’immagina costantemente con il fratello gemello.
Klaus cresce allevato dall’amante del padre insieme alla sua sorellastra. Accudisce la madre dimessa dal manicomio, in cui era stata rinchiusa, lavora presso un giornale e scrive poesie. A 45 anni diventa capo di una tipografia di proprietà di una casa editrice, ma si ammala di saturnismo. Quando Lucas torna per incontrarlo, finge di non riconoscerlo e lo allontana, dicendo che il suo vero fratello è morto, perché non vuole che la madre lo veda. Lucas, dopo aver lasciato una lettera all’ambasciata, in cui chiede di essere sepolto accanto ai genitori, si getta sotto un treno. Klaus durante la cerimonia funebre progetta di morire allo stesso modo del fratello, dopo la morte della madre. L’opera pone diversi quesiti al lettore. Quale è la storia vera? Lucas e Klaus sono due o uno solo? In fondo i due nomi sono l’uno l'anagramma dell’altro e inizialmente intercambiabili. Perché tanto orrore umano sia pure stemperato da momenti di amicizia e solidarietà? Per bocca di Klaus la scrittrice esclama: ”la vita è di un’inutilità totale, è non senso, sofferenza infinita, invenzione di un non Dio di una malvagità che supera l’immaginazione.” Ma in quel gioco tra verità e finzione la risposta la troviamo nelle parole di Lucas: ” …cerco di scrivere delle storie vere, ma che non ci riesco, non ne ho il coraggio, mi fa troppo male. Allora abbellisco tutto e descrivo le cose non come sono accadute, ma come avrei voluto che accadessero.” In verità quell’orrore umano va visto alla luce delle vicende umane di Agota Kristof nella travagliata storia ungherese. Ha trascorso l’infanzia in un paese sconvolto dalle vicende della 2^guerra mondiale e dall’invasione delle truppe sovietiche, l’adolescenza sotto il regime comunista, in un collegio. E' un convento-orfanatrofio simile a un riformatorio dove lo stato alleva l’uomo nuovo a suon di letture imposte e disciplina ferrea. Adulta lavora in una fabbrica, si sposa sotto il pesante clima politico comunista e la crisi economica, che provoca nel ’56 la rivolta degli studenti operai a Budapest. La dura reazione sovietica induce il marito e lei (malvolentieri) con il loro bimbo alla fuga dall’Ungheria. Si rifugiano dapprima in un campo profughi a Vienna e poi approdano in Svizzera a Neuchatel, dove trova lavoro in una fabbrica di orologi. Nell’autobiografia dirà che l’altro paese è niente più che un deserto sociale e culturale, nel quale si perde ogni speranza e la nostalgia diventa una tattica, alla ricerca di una indifferenza che la protegga dal male del vivere. Allora la scrittura (già dagli anni del collegio) diventa strumento di sopravvivenza, luogo di libertà e di affermazione della propria identità. ”Ogni essere umano è nato per scrivere un libro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scrive niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra, senza lasciare traccia" (Lucas nella ”Prova”). La sua è una visione assolutamente pessimistica dell’esistenza, in cui trovano ampio spazio temi come la disperazione, la solitudine, lo sradicamento dalle proprie origini, l’abbandono imposto della lingua madre, l’inganno delle parole, il tutto raccontato senza abbandonarsi mai alla debolezza delle forti emozioni. La scrittrice conserva tuttavia la nostalgia della propria infanzia dura e forte, unico periodo che sembra sottrarsi a quella somma di delusioni che è la vita di ogni persona. Nei suoi romanzi l’infanzia è l’unico luogo che consente una prospettiva ottimistica, per quanto perversa e violenta, in un mondo privo di scopo e di speranza.



(Anna Velia Violati)









Agota Krisztof, Trilogia della città di K., Einaudi, 2014 [ * ]

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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 6/4/2018 alle 8:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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