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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
NOSTALGIA
post pubblicato in Nevo, Eshkol, il 29 marzo 2018

Questo libro, come appare cercando sui siti delle case che commerciano libri, ha avuto finora tre editori, e – come è certo – anche tre diverse traduzioni. E’ il secondo libro di Nevo che leggo, e anche il quarto di scrittori israeliani (Abraham Jehoshua, Il signor Mani; David Grossmann, A un cerbiatto somiglia il mio amore; Eshkol Nevo, Tre piani). Ci tengo a dire che, nonostante Jehoshua scriva decisamente bene, in modo molto più scorrevole di Grossmann, la scrittura di Nevo è decisamente superiore ad entrambi. Almeno come capacità di comunicare. Spero di non fare torti a nessuno, ma questo è il mio parere. La traduzione di Elena Loewenthal, però, rispetto a quella di Ofra Bannettt ed Elena Scardi (Tre piani), risulta più pesante; forse però è solo un mio pensiero. Ma veniamo al romanzo. Come in Tre Piani, l’autore divide in parti il suo romanzo, parti che – in guisa di poesie o canzoni – chiama “strofe”: non tutte, però. Ci sono quattro strofe, ciascuna seguita dal ritornello di una canzone (quattro ritornelli diversi, presi da uno stesso disco, di una band che compare nella storia). Poi c’è una quinta parte, chiamata "L'esilio" (se ne comprenderà presto il perché) che conclude l’opera.
La storia, a parte un breve prologo, che anticipa l’azione dei protagonisti, inizia subito con un disguido. I due protagonisti, anziché trovarsi dal loro datore di alloggio, dov’erano diretti, si ritrovano… ad una veglia funebre! A parte l’inizio, tutta la prima strofa si articola nel presentare la coppia dei protagonisti, Amir e Noa, alle prese con il problema di trovare un alloggio, e nella presentazione dell’altra coppia, Moshe e Sima, che sono i proprietari dell’alloggio dato in affitto ad Amir e Noa. La località in cui si svolge la vita delle due coppie è Castel, un paesino a circa metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv.
L’intero libro, e non soltanto la ”prima strofa”, rappresenta la vita di Amir e Noa, dopo che entrambi avevano preso la decisione di vivere assieme. L’autore ci fa continuamente assistere a dubbi, gioie, tristezze di quando i comuni problemi incidono sui desideri di una giovane coppia, che ha avuto solo il torto di decidere questo “punto di partenza”: la loro vita in comune. Ovviamente, il ritornello alla fine di ogni strofa “commenta” – in un certo senso – l’andamento dei fatti: fatti che nelle prime due strofe sono decisamente favorevoli allo sviluppo della vita comune, mentre poi, con attriti, storie varie ed episodi non edificanti, la vita della coppia peggiora. 
Fissiamo però qualche precisazione. Noa si diletta di fotografia, mentre Amir studia all’Università, dove conta di laurearsi. Moshe Zakian, il loro locatario, guida un autobus. Lui e la moglie hanno due figli, Liron (maschio, di 5 anni) e Lilach (femmina, di pochi mesi). Tutta la seconda strofa è dedicata principalmente a Moshe e alla sua famiglia. Moshe ha un fratello rabbino, Menachem, che costituisce un pensiero per Sima, la moglie di Moshe. Sima trova che ogni volta che Moshe va a trovare suo fratello poi finisce per prenderne la cadenza del modo di parlare, e per difendere l’ultraortodossia del fratello di fronte a lei. 
Non voglio raccontare il libro per intero, ma semplicemente parlarne. Un modo molto originale di scrivere da parte di Nevo è quello di cambiare paragrafo e “attore” della narrazione. Così nelle strofe troviamo parti in cui parla Sima, parti in cui parla Noa, parti in cui parla Amir, parti in cui parla Moshe. E anche gli altri protagonisti della storia: la famiglia ove Amir e Noa sono andati per errore all’inizio, quella che vegliava il lutto di un figlio grande, Ghedi, caduto in Libano, ha un altro figlio, Yotam, ragazzo, che è attratto da Amir e dal suo modo di fare. Amir gli insegna a giocare a scacchi, e Yotam va spesso a trovare Amir, che – ovviamente – sostituisce nella sua giovane mente il fratello grande, mancante.
Il libro è ricco di colpi di scena, che non sempre sono preavvertiti, ma che si manifestano attraverso le riflessioni di chi li agisce. L’ultimo di questi, che segue una lunga riflessione di Noa, è la decisione di questa di lasciare Amir. Cosa che avviene di punto in bianco, alla fine della quarta strofa. Proprio per questa ragione, l’ultima parte del libro si chiama “L'esilio” (inteso come l’esilio di Amir da Noa e dalla vita che faceva prima con lei). Amir non sa cosa accade, cosa sia successo a Noa che lo ha lasciato così, senza neppure un numero ove telefonarle e parlarle. Noa non ha trovato un altro uomo, si concentra quasi esclusivamente sul suo lavoro, mentre Amir “vegeta”, senza saper cosa fare. I tempi non sono definiti: ad un certo punto Noa vuol saper qualcosa di come sta Amir, e gli telefona: a seguito delle cose che si dicono, lei decide di tornare. E il libro termina così, con la ricostituzione del loro menage.
Pur essendo stato premiato più volte - forse è il libro più premiato di Nevo - a me sinceramente è piaciuto meno di Tre piani, un po’ per una certa neghittosità del protagonista Amir, che spesso lascia che le cose vadano come vogliono andare (verso la fine di "L’esilio" c’è un breve flirt con Sima, la sua padrona di casa, che dopo un tentativo di bacio, scompare). Ci sono continui riferimenti a nostalgie, da parte dei protagonisti, che prendono spunto da cose abituali (cucina, abitudini alimentari e altro): ma forse il titolo sta per “nostalgia di una vita che non c’è più”, ed è comunque un sottinteso. Il merito di Nevo, in questo libro, è un tratteggio dei personaggi attraverso loro stessi, nei monologhi che ripetono cose in parte attese, in parte a sorpresa. Ecco perché, forse, il libro ha avuto molti premi: il modo in cui si articola caratterizza la vita di Israele e dei suoi abitanti. C’è un accenno agli altri “abitanti” della regione, i palestinesi, che vengono solo chiamati arabi. Come dire: nemici.
Evito di dilungarmi ancora. E penso che comunque, premi a parte, questo non sia il migliore dei libri di Nevo: la maniera di scrivere e di caratterizzare i personaggi ha avuto un grosso progresso da questo libro a Tre piani.



(Lavinio Ricciardi)









Eshkol Nevo, Nostalgia, Neri Pozza, 2014 [ * ]

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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 29/3/2018 alle 9:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
LE BRACI
post pubblicato in Marai, Sandor, il 19 marzo 2018
 

Le ”braci”, che danno significato alla vita, sono quelle prodotte dalla “passione che un giorno invade il nostro cuore, il nostro animo, il nostro corpo e che qualunque cosa accada, continua a bruciare in eterno fino alla morte.”
La prosa fluida ed elegante di Sàndor Màrai coinvolge il lettore emotivamente, in un racconto povero di avvenimenti, ma interamente svolto in un clima di crescente tensione, in un’atmosfera di attesa e di dolorosa rievocazione del passato. Lo scrittore ripercorre a ritroso la separazione di quarantuno anni tra i due protagonisti, amici dall’infanzia all’età virile. Hanno trascorso l’adolescenza in un collegio militare a Vienna, come gemelli che si completavano a vicenda. Anche se Henrik, estroverso con predisposizione alla vita militare e un profondo senso del proprio ruolo nello stato, proveniva da una ricca famiglia della nobiltà, mentre Konrad, militare per obbligo morale, di temperamento artistico e amante della musica, era figlio di un barone povero. Un oscuro episodio di caccia, il 2 luglio 1891, ha interrotto la loro amicizia, lunga 24 anni, e causato la fuga senza spiegazioni di Konrad. Il romanzo inizia con Henrik, divenuto nel tempo generale, che all’età di 75 anni, nel suo castello ai piedi dei Carpazi, attende il vecchio amico che ha trascorso quarant’anni ai Tropici, il cui arrivo al villaggio gli è stato comunicato da una lettera. Il momento delle spiegazioni, così lungamente atteso da entrambi è arrivato, essi condividono un segreto che brucia come una radiazione maligna ma al tempo stesso dà calore alla vita e la mantiene in tensione. Tra loro, nell’ombra, c’è il fantasma di una donna. Il generale ha invitato Konrad, perché deve porgli alcune domande. Ma la domanda  più importante è: ”Si può e soprattutto si deve restare fedeli alla passione che ci possiede, anche se questo significa distruggere la propria felicità e quella degli altri?” 
Il significato dell’amicizia e il suo tradimento, oltre quelli del destino e della felicità, è il tema fondamentale dell’opera di Màrai. Definisce l’amicizia il più nobile dei sentimenti, con un pizzico di eros che non ha bisogno di corpi e di sesso. E’ uno stato ideale, ma anche una legge inflessibile, la più potente delle leggi, quella su cui si fondarono i sistemi giuridici di grandi civiltà. Il significato profondo dell’amicizia consiste nell’accettazione dell’altro, nel rispetto di un’alleanza tacitamente conclusa, che non ha fine neanche con la morte.
Aleggia nel romanzo la consapevolezza della fine di un mondo, quello dell’Impero Austro–Ungarico, per cui valeva la pena di vivere e di morire, nonché la nostalgia di quel mondo, che rimane vivo, anche se non esiste nella realtà, nel generale e nello stesso Màrai.



(Anna Velia Violati)







Sandor Marai, Le braci, Adelphi, 2008 [ * ]

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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 19/3/2018 alle 11:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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