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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
NUOVO DIZIONARIO DELLE COSE PERDUTE
post pubblicato in Guccini, Francesco, il 23 maggio 2014
    

Come recita la seconda di copertina, «da quando l’autore ha scritto il “Dizionario delle Cose Perdute” (Mondadori, 2012), non è passato giorno senza che qualcuno gli abbia ricordato un nuovo oggetto degno di essere ricordato dalla sua penna». E quindi il buon Francesco si è visto quasi costretto a continuare l’opera intrapresa. Ed eccoci al secondo volume (che – a mio parere – non esclude affatto un terzo, e chissà, forse un quarto).
Che dire di questa seconda “puntata” ? Molte cose, tutte bellissime. Anche questa esordisce con una brillantissima apertura, che ricorda – solo in piccola parte – la “banana” del primo Dizionario: “Le pezze al culo”. Un capitolo questa introduzione, che fa tornare subito al tempo di cui parla l’autore, quel tempo che ci ha visti tutti giovanissimi, il primo dopoguerra italiano. E – come ho già fatto con il “Dizionario – non sciuperò questo piccolo e modesto contributo raccontando il libro, ma scrivendo solo le mie impressioni.
Che sono tutte molto positive. A cominciare dalle scelte che riguardano queste nuove “cose perdute”, scelte che – al solo scorrerle sull’indice – evocano in ciascuno di noi parte della sua vita. Come non ricordare, ad esempio, il traforo? Chi non ha provato a giocarci, nella sua infanzia? Io ricordo che – nelle mie esperienze con quel “gioco” (che proprio gioco non era, più imparentato col Meccano che con la Trottola) – non ho seguito l’iter che Guccini con tanta ironia e malinconia descrive, ma trasferivo il disegno sul compensato con la carta carbone (anziché incollarlo), e poi, per iniziare, spesso – con un raschietto acuminato come un bisturi – incidevo alcuni punti che poi il seghetto del traforo avrebbe ripassati più facilmente data l’incisione. Nel fare una di queste incisioni il raschietto mi sfuggì e mi feci un taglio sul pollice sinistro di cui porto ancora la cicatrice, e che dovetti nascondere ad un mio vecchio zio dal quale – in quel momento – ero ospitato, per paura di rimbrotti aspri.
Molte delle storie raccontate in questa seconda edizione sono delle vere e proprie miniere di notizie, che mi hanno ricordato cose mai capite all’età che avevo all'epoca. Una fra tutte: che c’entrava la cenere con il bucato? Ecco, questo libro lo spiega.
Altre sono proprio amenità, come i calendarietti dei barbieri, le cabine telefoniche, l’idrolitina e il modo in cui si faceva (l’idrolitina era – per i più giovani che magari non l’hanno sentita neppure nominare – un antenato autarchico dell’acqua minerale), e altre cose come la carta carbone, utilizzata non solo per produrre copie quasi gratuite, ma spesso anche per trasferire modelli di ricamo su stoffa.
Ci sono anche dei metodi (l’uovo sotto calce, ad esempio) che servivano quando ancora non c’erano gli elettrodomestici attuali, e si usavano per la conservazione dei cibi. Occorreva scegliere le uova non fecondate (mistero su come si individuassero: Guccini si chiede se lo chiedevano alla gallina) e metterle in un recipiente come una damigiana o un orcio, dopodiché si ricoprivano con calce spenta. Tralascio i dettagli.
Il libro alterna parti e capitoli sui quali l’autore si sente di dissertare, vuoi per i ricordi che ha, vuoi per suo personale piacere, ad altri in cui si pone una semplice e circostanziata domanda: che fine hanno fatto? È il caso dei deflettori, e dei buoni, vecchi fiumi (occasione per ricamare su parole che nel tempo sono cambiate). Ma – come nel precedente – la lingua usata da Guccini è fluida e molto agevole per il lettore, oltre ad essere ricca di parole del suo dialetto.
Forse in questo secondo dizionario si scopre un vero e romanticissimo ricordo che l’autore ha per la vita ormai scomparsa dei tempi andati (parliamo degli anni ‘40 e ‘50, fino ai ’60). E non si può leggere questo libro senza trovare assieme all’autore ricordi della propria vita di quell’epoca.
Per questa ragione consiglio davvero a tutti di leggerlo, e gustarlo in tutte le sue sfumature, com’è stato per me.



(Lavinio Ricciardi)









Francesco Guccini, Nuovo dizionario delle cose perdute, Mondadori, 2014 [
* ]

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ADULTITA'
post pubblicato in Nicoletti, Paola, il 16 maggio 2014
  

Mi piace iniziare a parlare del libro di Paola Nicoletti rispondendo alla domanda che l’autrice si pone nella poesia Occhi rubati:

Dove lo metto tutto questo amore
per quale via saprò farlo passare… (
vv. 15 e 16, pag. 9)

Cara Paola, hai trovato per tutto il tuo amore un posto giusto, dove, finalmente, è visibile a tutti! Questo oggetto di 24 x 17 cm., composto da 76 pagine, è un meraviglioso contenitore che, come una teca di cristallo destinata a molti osservatori, mette in mostra e custodirà per sempre beni preziosi: i tuoi sentimenti e le tue emozioni. In questo libro nel quale ti si legge “come un libro aperto”, si sentono l’entusiasmo e le passioni della giovinezza, stemperate e armonizzate dalla saggezza di una ormai conquistata “Adultità”.
Abbiamo superato l'idea tradizionale di adulto inteso come individuo la cui crescita è già compiuta, eppure non mettiamo abbastanza in evidenza il fatto che si tratta di un'età in evoluzione e cambiamento, dove i sentimenti non sono sopiti ma meno immaginati e più collegati alla realtà, dunque più maturi e più veri; un’età che richiede e consente scelte coraggiose.
L’autrice affermandolo, ce lo ricorda:

buttarsi bendata nel futuro.
Ma l’aria nuova è
sempre più inquietante
spazza il passato come foglie al vento
e rende affascinante il cambiamento.
 (vv. 20-24, pag.15, E poi comunque l’amore se ne va)

fuggo sul ponte
a respirare il vento
forte di libertà
caldo di ribellione…
 (vv. 20-23, pag. 17, Bauli e cappelliere)

D’amore sono intrise tutte le poesie del libro, amore come passione per un uomo e anche amore nel senso più ampio del termine, che comprende l’amore per i figli, i genitori e per tutti gli altri…Probabilmente tutte le poesie sono nate da esperienze vissute, senz’altro quelle dedicate al padre (Gli occhi rubati) e le tre poesie dedicate ai figli (Interludio d’amore a colori, Maturità e C’è troppa gente) sono eccezionali, per vari motivi ma soprattutto perché si sentono chiaramente le esperienze e gli affetti che le hanno ispirate. La prima volta che le ho ascoltate, durante la presentazione del libro al teatro Don Luigi Guanella, l’armonia dei versi e il loro valore sono stati sottolineati e arricchiti dall’emozione che traspariva evidente durante la recitazione da parte dell’autrice, poi una rilettura più attenta ha messo in luce altri pregi e significati più profondi.
Paola Nicoletti, pur non nascondendosi che…questo nostro esistere è…. un’infinita tempesta (v.16, pag. 31, Il messaggio nella bottiglia), nelle sue poesie mette bene in risalto la magia e la bellezza dell’amore. 
Anche di un amore finito sa evidenziare gli aspetti positivi e le potenzialità per una crescita. Parlarne non è male, anzi è importante così come il racconto di una fiaba ha valore pedagogico e psicologico per liberare dall’angoscia un bambino e fargli trovare attraverso il coinvolgimento emotivo un orientamento e una convivenza fra sentimenti ambivalenti come amore e odio, tenerezza e aggressività, coraggio e paura…

l’amore che si scioglie, si esaurisce,
e che racconta
un’altra bella fiaba che finisce
. (vv. 27-29, pag 15, E poi comunque l’amore se ne va)

Dunque l’amore è una fiaba, ma una bella fiaba, comunque vada a finire.
La poesia Ascoltare il rumore dei passi (pag. 29) evoca immagini bellissime di un amore personificato che se ne va; forse fugge, forse trasloca…

cammina stanco verso la sua luna (v. 5)

…si trascina… (v. 9)

ha valigie ormai piene di niente
i ricordi, i respiri, le grida
gli svolazzano dietro nel mondo
come semi di un fiore appassito
come raggi di un sole mai spento. (vv.12-16)

Dunque, nella visione adulta e disincantata, ma positiva, dell’autrice, anche un amore riconosciuto come appassito, lascia semi che potranno far germogliare nuovi fiori e continua a riscaldare e a illuminare anche se non è più visibile agli occhi a causa delle nuvole…
L’amore è sempre presente, volenti o nolenti…


s’infila fra i battiti del cuore
anche con le persiane serrate

Altri bellissimi versi:

un uomo vestito di baci e carezze (v.20, pag. 51, La luce) 

perché attraverso la pelle
passa bene l’amore
(vv. 30-31, pag. 8, Toccami) 

A pag 19 dice che l’amore è, a volte buffo e imbarazzante.
A volte mette in evidenza aspetti tristi…

lo sgomento
di occhi imbrigliati…
(vv. 50-51, pag. 18, Bauli e cappelliere)


Triste vigliacco amore (v. 1, pag. 38, Vigliacco amore)

triste stupido amore
In fuga dal dare
 (vv. 13-14)

Il protagonista della poesia Vigliacco amore, ha in comune con altri uomini che non vogliono crescere, la tendenza a evitare i problemi (Nuvole e tuoni, v.19), per narcisismo ed egoismo.
Dal punto di vista stilistico alcune poesie come Toccami, Noi, L’estate è finita e Lasciarsi lasciando fanno pensare a Prévert, per le tematiche e l’uso ricorrente di anafore che imprimono con forza nella mente del lettore le parole chiave che aprono al senso profondo del testo. In particolare in Noi, il ritmo è incalzante come l’esperienza passionale che viene raccontata.
Le poesie che mi sono piaciute di più, per lo stile e il significato, oltre a quelle “prevertiane” sono: Maturità, Il divano (una pericolosa compagnia…di color rosso furfante!), La notte, Lo specchio, Mi voglio amare, L’eco, La carezza (una dolcissima promessa d’amore e di protezione for ever!).
Una menzione particolare alla poesia Ritmi d’ansia, la mia preferita in assoluto perché la sapiente scelta delle parole e la loro ripetizione crea esattamente il ritmo ansiogeno che è il tema stesso della lirica, che dunque si legge e si sente contemporaneamente, si sperimenta con un coinvolgimento emotivo molto forte.
Giunti alla fine, è d’obbligo spendere qualche parola per la bellissima poesia che chiude la raccolta, Chissà, emblematica se si tiene conto del titolo del libro, che fa riferimento ad una fase della vita in cui si comincia a fare i conti in modo diverso col passar del tempo e, nonostante i dubbi, si cerca di dare giusto valore ai sentimenti, alle emozioni e alle esperienze vissute.

Tante stagioni se ne sono andate… (v. 2, pag. 71) 

immaginavo un mondo
bianco o nero
troppo bambina per le sfumature
(vv. 9-11)

Ancora una volta dell’amore (o non-amore) viene sottolineato che ha creato, nel cammino, meraviglie…e poi…

siamo stati distanti e mai lontani,
per sempre parte della stessa storia (vv. 24-25).

Dopo questa ineluttabile verità, qualche altro verso e poi il finale, aperto.
Aperto ad un ritorno. Chissà…
Ringrazio l’autrice per averci donato queste bellissime poesie e spero, al più presto, di leggere altro… 





(Luciana Raggi)














Paola Nicoletti, Adultità, Nuova Santelli, eBook, 2013 [ * ] 








 










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LA NECESSITA' DI MORIRE
post pubblicato in Subini, Tomaso, il 12 maggio 2014

C'è una scena del Vangelo secondo Matteo di Pasolini in cui si assiste alla morte di Erode, appena accennata nel testo evangelico. Erode è nel suo palazzo su un letto, agonizzante. Nella stessa sala ci sono gli Scribi e i Farisei in attesa. C'è anche un gruppo di donne, di cui una tiene in mano un fazzoletto. Erode muore. Gli Scribi e i Farisei si alzano. La donna si alza e lega il fazzoletto intorno alla testa del morto. Si vede di nuovo il gruppo di donne, quella che aveva in mano il fazzoletto ce l'ha ancora, come prima della morte di Erode. Viene rappresentata una situazione contraddittoria: lo spettatore è indotto a credere che la morte che ha visto non è avvenuta, che è stata una sua allucinazione (perchè la donna ha ancora tra le mani il fazzoletto?). Questo slittamento della coscienza, questa contraddizione sono il nocciolo della poetica pasoliniana. "Il cinema è fondato dunque sul tempo: obbedisce perciò alle stesse regole che la vita: le regole di un'illusione. Strano a dirsi, ma questa illusione bisogna accettarla. Perchè chi non l'accetta, anzichè entrare in una fase di maggiore realtà, perde la presenza della realtà: la quale dunque consiste unicamente in tale illusione". Ernesto De Martino parla del rischio della perdita della presenza a causa del cordoglio del lutto (Morte e pianto rituale). Si fuoriesce da questa situazione di crisi secondo De Martino con la magia o con la religione. La religione destoricizza la morte, tramite la figura di Cristo morto e risorto, e questo permette il ritorno all'illusione della vita. "[Nei mesi della Repubblica di Salò] vivevo in un continuo rischio di perdere la vita; per vari mesi anzi ero certo che uscire vivo da quell'inferno non era che una speranza assurda. Questo mi dava un continuo senso del mio cadavere. E' in questo tempo che ebbi il senso di quel "limite" oltre il quale c'era non più io ma un altro. Tale fu la mia vera crisi religiosa". Ma Pasolini conosce un'evoluzione da questa posizione storicista e demartiniana, che si inquadra nel dialogo tra cattolici e marxisti avviato dal nuovo clima del Concilio. Dopo il biennio 1964-66 questa ricomposizione tramite la religione non è più possibile. 
Da Medea si assiste ad un cambio di prospettiva. La vittoria storica della borghesia porta ad una divaricazione tra realtà e religione. La morte non viene riassunta nella vita ma si denuda ad un dato di fatto, mentre la religione viene allontanata sullo sfondo a pura metafisica. In questo giocano le suggestioni della lettura di Mircea Eliade. Il dialogo con i cattolici progressisti è interrotto.




(Carlo Verducci) 








Tomaso Subini, La necessità di morire, Ente dello Spettacolo, 2008 [ * ]






vedi quì

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IL BUIO E LA PAROLA
post pubblicato in De Nichilo, Adriana, il 9 maggio 2014


 
«...io gli chiedevo "e chi è Dio?" e lui rispondeva che "Dio è la parola, cioè è uno che parla" ed io gli dicevo che "pure tu parli, papà". Ma lui diceva che "no, Dio è uno bravo, è uno che parla davvero".
Mio padre diceva che "all'inizio ci stava solo il buio. Nel buio ci stava Dio e suo figlio che si chiama Gesucristo, una specie di Dio pure lui. Ma nel buio Gesucristo ci ha paura. Perchè il buio fa paura. E si può morire per la paura del buio.
Così Dio dice luce e si accende la luce. Ma non è una luce vera, è solo per finta. E' solo la parola di Dio, gli serve per fare passare la paura a suo figlio. E infatti adesso quel figlio ha ripreso coraggio. 
Così Dio dice anche mare e cielo e compare il cielo con tutti gli uccelli e il mare coi pesci. E Gesucristo si fa il bagno nel mare e caccia gli uccelli del cielo. Intanto Dio dice pecora, vacca e cavallo e pronuncia ogni altra parola che significa un pezzo diverso dell'immenso creato. E le pecore, le vacche e i cavalli, [...] e tutto il resto del creato si dispongono davanti agli occhi di Gesucristo. Davanti ai suoi occhi sembra tutto vero. Ma non è mica vero che è vero.
E' soltanto la parola di Dio, so' le parole che glielo fanno vedere, ma intanto gli è passata la paura.
Poi Dio dice uomo e donna e in mezzo al creato ci mette pure l'uomo e la donna. E Gesucristo si appassiona alla storia di questi due poveri cristi che gli assomigliano tanto. Si guarda la vita loro che passa in fretta in mezzo a tutto il creato. Alla fine li vede morire. Gli viene pietà e gli dice a suo padre che "è troppo crudele che pure la vita di questi poveracci è una vita che non è vera davvero. E' triste che pure 'sti disgraziati so' soltanto parole". Così Dio prende quei morti per finta e si mette a crearli. Mo' che so' morti sono diventati veri davvero, so' veramente morti. Ma solo loro sono veri davvero» [ * ].
La paura di Cristo per il buio diventa per Ascanio Celestini la giustificazione della creazione da parte di Dio che vuole così lenire le angosce del figlio. E, contestualmente, dare prova della sua potenza. Ma Dio pronuncia solo delle parole e quel mondo è fittizio, è un universo verbale che non regge la prova della morte, un dizionario animato e fasullo che serve solo a lenire la paura, un vocabolario che diviene concreto solo quando si estingue...   
In molti casi la storia ha dimostrato che le parole sono utili per tacitare e strumentalizzare la paura. Dare un nome alle cose è una forma di dominio delle angosce più primordiali.  
Anche i "pazzi" che sono chiusi nel "manicomio elettrico", in cui si pratica in maniera massiccia l'elettroshock che fa risplendere come una lampadina o una lucciola il cervello dei pazienti perfino dopo la morte, hanno paura del buio. Sono poveri cristi. Anche Nicola, il protagonista sdoppiato dell'affabulazione di Celestini, ha paura del buio. E' chiuso lì da trentacinque anni e per lui il manicomio è un condominio, un supermercato perchè in fondo non è chiaro se i "veri" pazzi siano quelli chiusi nel manicomio per la loro primordiale paura del buio o quelli che stanno fuori, nei condomini, nei supermercati, figli consumistici degli anni Sessanta, dei "favolosi anni Sessanta".  
L'apologo di Celestini spinge a riflettere sulla paura ancestrale, ad esempio quella del buio, che attanaglia gli uomini e porta a distinguerli in due categorie: i "sani" e i "pazzi". Già Pascal diceva che ci sono due follie: "quella di escludere la ragione e quella di non ammettere che essa" [ * ]. E Dante muove i primi passi alla ricerca di Dio e della salvezza a partire da una selva oscura in cui si precipita perchè la diritta via è "smarrita", ma oscura anche perchè impedisce di riconoscere la "diritta via". Così nel II Canto dell'Inferno Dante è colto dal dubbio, ovvero dalla paura, nel momento in cui si accinge a fare il suo "viaggio", perchè consapevole di non essere nè Enea nè Paolo. Virgilio, la Ragione umana, lo spronerà a proseguire nella sua ricerca. 
E' ardito cogliere una parentela tra Nicola, il protagonista sdoppiato della Pecora nera di Celestini e Dante Alighieri, ma il parallelo, confortato dalla citazione escatologica iniziale, vuole porre in luce il nodo essenziale delle due, pur tanto diverse, riflessioni: il groviglio delle umane paure.
Per Carlo Mongardini "la paura è forse la più primitiva e la più incontrollabile delle emozioni. Essa può fare riferimento ad un pericolo reale o immaginario, imminente o possibile, suscitare uno stato di allarme o generare comportamenti di lotta o di fuga" [ * ]. Per Mongardini la paura è una molla fondamentale della vita associata e, quindi, del potere che su di essa fa leva, specialmente in un'epoca priva di certezze e di punti di riferimento come quella contemporanea che sul timore primordiale specula per sopprimere le garanzie democratiche ed imporre una subdola, ma non per questo meno tirannica, forma di totalitarismo. 
La paura può assumere le connotazioni più varie: paura della morte, della malattia, della povertà, dell'emarginazione, della solitudine, dell'assenza. Così si presenta nelle parole di Emily Dickinson [ * ]:

Ho vissuto di paura - 
Per coloro che conoscono
la sfida nel pericolo
qualsiasi altro - stimolo -
è di energia e di sangue - vuoto -
Come uno sprone piantato nell'anima
la spingerà la paura
là dove avanzare senza al fianco uno spettro
sarebbe un disperato gesto di sfida.
(1863)

Con estrema lucidità la poetessa americana individua nella paura uno stimolo potentissimo, indica in essa la forma sublime di sfida, ardua da affrontare in solitudine, anche se in ausilio potrebbe solo intervenire "uno spettro", vacuo ed evanescente, quindi inutile. La paura sprona poderosamente la sua anima lucida e sgomenta, fragile e forte nell'affrontare le prove dell'esistenza. Parole robuste e trepidanti, come di consueto nella sua singolare voce poetica.  

Saper gestire la paura diviene un'arma terribile di potere nelle mani di chi aspira al dominio. Ne erano consci, pur nella diversità delle interpretazioni, Hobbes, Spinoza, Montesquieu, Nietzsche e Freud. Più recentemente, per Ferrero la paura è "il male primordiale", "l'anima dell'universo vivente" [ * ]. "L'uomo è l'animale che fa paura a sè stesso" che porta in sè il terrore della morte e la coscienza della terribile capacità che egli ha di fabbricare strumenti che direttamente o indirettamente possono distruggere la vita" [ * ].
Ed allora chi riesce a sfruttare la paura, a gestirla, a servirsene per dominare la società, ne diviene l'arbitro ed il controllore, entra nei ranghi, per dirla con Pascal, di coloro che non ammettono che la ragione...essi stessi folli, ma dotati del potere di relegare in un "manicomio elettrico" coloro che quella paura non riescono a sublimare, quelli che per Celestini sono "i santi" ovvero gli innocenti, ma anche arbitri di tutti coloro che credono che il mondo sia un immenso condominio, uno sconfinato supermercato dove, comprando, tutto sia a portata di mano, sempre accessibile, perchè nati nei "favolosi anni Sessanta". 
Ascanio Celestini col suo Nicola - "pecora nera" - ci prende per mano e ci porta a riflettere sui meccanismi selettivi della società. Colla sua martellante iterazione di formule, stilema onnipresente in ogni sua opera e marchio di fabbrica del suo immaginario, l'autore romano ostinatamente ribadisce il suo monito sul cristallizzarsi dei convincimenti, sulla stereotipizzazione delle convenzioni, sull'incancrenirsi dei pregiudizi che possono portare ad essere definiti "scemi di guerra" [ * ] o "pecore nere" perchè apparentemente ci si è persi nel nonsense, ci si è scollati dalla realtà, mentre proprio da questa alienazione affiora un'illuminante, profonda conoscenza della condizione umana, persa in un più generale nonsense, in un'assenza di certezze, di "eroismo", sia che ci si aggiri per un cimiteriale quartiere San Lorenzo bombardato, sia che ci si muova tra gli ordinati scaffali di un ben fornito supermarket. La paura del buio non è eliminabile. E' però possibile prendere coscienza di essa. La parola può forse dare un nome agli incubi primordiali annidati in ognuno di noi, perchè assumano un corpo e un volto, consentendoci di snidarli dalle pieghe oscure dell'inconscio e di renderli meno offensivi.



(Adriana de Nichilo)








(apparso su Poliscritture, n. 10, dicembre 2013)



 

 

 


Adriana de Nichilo, in memoria
E' COSI' LIEVE IL TUO BACIO SULLA FRONTE
post pubblicato in Chinnici, Caterina, il 7 maggio 2014
 

Un libro meraviglioso. Al di là di qualsiasi aspettativa che un lettore possa immaginare. Il sottotitolo recita “Storia di mio padre Rocco, giudice ucciso dalla mafia”, ma potrebbe tranquillamente essere la biografia dell’autrice, la figlia maggiore di Rocco Chinnici, e non solo la storia di suo padre. Appare infatti come la storia della sua famiglia, che – come usava dire Rocco – era “una delle sue due passioni” (l’altra era il lavoro).
Una famiglia serena, come la voleva Rocco e come è stata fino alla strage del 1983. Serena appare infatti nel racconto della figlia Caterina, anche lei giudice, arrivata alla professione paterna giovanissima, a solo 24 anni. Una famiglia come tantissime famiglie italiane, cresciuta in modo tranquillo e spesso priva della presenza del capofamiglia, non appena il lavoro del giudice Rocco prese a diventare molto intenso.
La serenità traspare già nella foto che ne costituisce la copertina, e che dà subito il carattere che il libro vuole avere. Tre sorrisi giovani, di tre ragazzi spensierati e felici. Come tutti noi cerchiamo di crescere i nostri figli, e spesso, quelli di noi che insegnano a scuola, anche i figli degli altri. Tre figli, Caterina, Elvira e Giovanni e le loro gioie scritte in quegli occhi: l’autrice ha senz’altro voluto, con questa copertina, caratterizzare la vita che il loro padre aveva costruito per loro.
Ed anche il titolo, preso dall’affetto con cui il padre le dava la buona notte, rappresenta, come l’intero libro, l’immensità del bene che Rocco sapeva trasfondere nei figli. Quel bacio che – come chiunque lo riceva da figlio – consente di affrontare sereni e sicuri il “buio” della notte.
Volevo iniziare questa breve nota confrontando questo libro con un pretenzioso volume di qualche anno fa (Alfio Caruso, I siciliani, ed. Neri-Pozza), che ha dedicato un capitolo al giudice Rocco Chinnici. Ecco, quel libro non mi piacque, e proprio perché scritto da un siciliano. Non mi piacque per niente. Il libro della dottoressa Chinnici è – questo si – un libro che rende omaggio e onore a quello che i siciliani veri riescono ad essere in tutta la loro vita. Perché la caratteristica caratteriale di un siciliano (senza distinzione di genere) è proprio il “sentire”: e questo libro ne è una delle testimonianze più evidenti. Il sentimento fa la vita di un siciliano, ha fatto la vita di Rocco Chinnici, e il libro della figlia ne è pieno in ogni pagina, in ogni dettaglio. Anche la vita della figlia ne sarà piena, ne sono certo: ma nell’ultima parte del libro, l’autrice ne parla con molta attenzione.
E’ mio costume non raccontare la trama dei libri che recensisco per il circolo dei lettori di cui faccio parte. Non voglio sciupare, con anticipazioni e suggerimenti personali, il giudizio che ciascuno – leggendo un libro – si forma per conto suo. Per questo, in apertura, ho definito questo libro “meraviglioso”. Il suo essere meraviglioso è nella semplicità con la quale l’autrice ha descritto la sua vita col padre, e poi quella senza di lui, trasmettendo sensazioni e – soprattutto – stati d’animo solo con un saggio uso delle parole. Il linguaggio è molto semplice ed efficace, ma denota una preparazione culturale non certo soltanto scolastica. È proprio il linguaggio a rendere la lettura agevole e mai scabrosa, anche quando – come in apertura e poi, più avanti nel libro – racconta l’attentato in cui suo padre perse la vita. E anche il dolore, che credo non abbandoni mai chi lo prova, viene poi stemperato da altre cose che la vita ci offre come risorse per non abbandonarci a questo terribile sentimento.
L’autrice ha reso un prezioso servizio a chi, come me e tanti altri, all’epoca delle stragi, seguì con attenzione ed ansia l’evolversi delle situazioni: i governi e coloro che reggono la “cosa pubblica” spesso deludono i cittadini di fronte a fatti delittuosi che ne mettono a rischio l’esistenza. Il pregio di raccontare il garbo, l’affetto e l’amore per la vita che sicuramente caratterizzavano suo padre e che da lui le sono stati trasmessi. Questo si respira nel suo splendido ricordo di Rocco, condensato in quel bellissimo titolo che ne testimonia l’amor filiale. Sentimento così raro ai nostri tempi, e che è bene venga ricordato da chi ha avuto la fortuna di ereditarlo.
Non voglio dire molto altro, anche per non sciupare la delicatezza e il bello che il libro riesce a dare a chi – come me – lo legge con partecipazione intensa a quanto vi si narra. Che è realtà, non storia inventata. E che, proprio per questo, colpisce più della fantasia quando – come già detto – scuote il sentimento che tutti abbiamo dentro. Grazie ancora, giudice Caterina. Spero anche a nome di tutti i lettori che la leggeranno dopo di me, e di quelli che la hanno letto prima. È il mio invito a leggere questo libro, che può solo arricchire chi lo legge.




 

 
(Lavinio Ricciardi)








Caterina Chinnici, E' così lieve il tuo bacio sulla fronte, Mondadori, 2013 [ * ]

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