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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
AZZARDOPOLI
post pubblicato in Poto, Daniele, il 26 aprile 2014

  


Ho letto Azzardopoli e l'ho trovato interessante ma non così tanto da far passare alla gente la voglia del gioco. In una realtà in cui tanta gente ancora va dal "mago" o a raccomandarsi al suo santo preferito per avere una vincita al lotto che risolva i problemi credo sarebbe forse più efficace spiegare alla gente credulona la fregatura che sta in agguato dietro alle macchinette o al lotto. 
Indubbiamente la passione smodata per il gioco in denaro può nascere da molte cause: voglia del rischio, essere superstiziosi, eccessiva fiducia nella provvidenza divina o nei Santi. Se dipende da queste cause c’è poco da spiegare per convincere a non giocare. Ma a volte il gioco nasce da mancanza di informazione sul calcolo delle probabilità e su cosa si intenda per gioco equo. Quando il gioco è organizzato da qualcuno che lo fa per scopo di lucro, sia pure autorizzato dallo Stato, il gioco non è mai equo e se il gioco non è equo si può dimostrare che più si gioca, più si perde (teorema del giocatore fallito). 
Mi propongo quindi di debellare quest’ultima causa del gioco e cioè l’ignoranza delle regole matematiche che governano i fatti aleatori. E’ brutto parlare di ignoranza perché qualcuno potrebbe offendersi, per chi lo preferisce, o per non offendere nessuno si può parlare allora di “asimmetria conoscitiva”: chi imposta il gioco ne sa molto di più di chi aderisce al gioco. 
Per eliminare questa asimmetria conoscitiva devo dire cosa è il gioco equo e come si effettua il calcolo delle probabilità. 
1) Definizione di gioco equo: un gioco si dice equo se la posta che si scommette è pari alla probabilità di vincere moltiplicata per l’ammontare della vincita eventuale. Il prodotto: probabilità di vittoria moltiplicato per la posta in palio si chiama anche “speranza matematica”. Se la speranza matematica è minore della posta in gioco (come nella maggior parte dei casi) il gioco non è equo, e la cosa si ripete ad ogni giocata, sicché più si gioca, più si perde. 
2) Per poter applicare in concreto la formula della equivalenza fra posta in gioco e speranza matematica, occorre però capire come si calcola la probabilità che si realizzi un evento. 
3) Calcolo della probabilità semplice: se noi lanciamo un dado, la probabilità che esca un determinato numero ad esempio il 6 è pari a un sesto perché il dado ha sei facce tutte eguali. Il calcolo è facile e intuitivo: la frazione è data dal numero dei casi favorevoli diviso il numero dei casi possibili. Questo è il principio della probabilità semplice. 
4) Ma nella realtà il gioco con probabilità semplice non viene quasi mai praticato perché sarebbe troppo facile per chiunque capire se il gioco è equo o no. Quindi l’”industria del gioco” ricorre alla probabilità “composta” (che non è così intuitiva da calcolare come la probabilità semplice) e che si ha quando per determinare la vincita occorre il concorso di più di un evento favorevole. 
5) A questo punto interviene la grammatica e occorre distinguere fra la congiunzione “e” e la congiunzione “o”. 
Se io dico ”scommetto che lanciando i dadi esce o il numero 1 o il numero due” siamo di fronte a una probabilità di 2 sesti perché sono due gli eventi favorevoli, e le due probabilità, si sommano. 
Ma se invece nella scommessa si stabilisce che si vince solo se esce il numero uno nel primo lancio “e” anche nel secondo, allora le due probabilità non si sommano ma si moltiplicano fra di loro e, moltiplicandosi, poiché sono valori inferiori ad 1, la probabilità composta del risultato favorevole diventa molto bassa. Infatti la probabilità di 1 trentaseiesimo è molto meno di un sesto.
A questo punto, se è tutto chiaro, cerchiamo di capire la probabilità di fare un “poker” alle macchinette che stanno nei bar dove girano su apposite rotelle simboli all’apparenza del tutto innocui come pere, mele, carote, pomidori, ecc.
Supponiamo anche che i simboli “frutta e ortaggi” su ogni ruota siano 10. Ammesso che le macchinette non siano truccate (cosa da verificare) la probabilità che si realizzi un poker di mele o di pere è pari a 1 su diecimila. Significa che se esce un poker a fronte di una puntata di 1 euro, il gestore del “club”, se fosse “onesto” dovrebbe darvi 10 mila euro. Io non ho mai giocato e quindi non so quanto si vince in simile circostanza ma sicuramente è meno di 10 mila euro. Mi basta solo farvi capire che se fate poker giocando un euro e vi vengono dati solo 1000 euro, il gestore della macchinetta ve ne ha “rubati” 9000. 
Quindi, non giocate mai. Se proprio volete divertirvi giocate con amici a carte o a dama o a scacchi, ma sempre senza metterci soldi in mezzo. Già dispiace perdere e dover ammettere di essere meno abile e addestrato dell’avversario, (ricordiamoci sempre che l’abilità e l’esperienza in un gioco non sono segni di intelligenza ma solo di gran pratica) ma perdere soldi dà sempre veramente fastidio e a lungo andare rovina le amicizie. 

 

 

 
(Pietro Benigni)

 

 

 

 

 

 

 
Daniele Poto, Azzardopoli, Multiprint, 2012

 

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QUANDO C'ERA BERLINGUER
post pubblicato in Diario, il 24 aprile 2014

Il film, un po' oleografico e dolciastro, sacrifica a questo il rigore storiografico, per cui sembra essere un'evasiva replica all'impressionante carrellata di risposte-flop iniziale alla domanda "chi era Berlinguer?".
Su Nazione Indiana c'è la solita recensione sul mancato approccio rivoluzionario, sull'ambiguità, sul mancato rigore morale.
Berlinguer coincide con gli anni della nostra giovinezza, per cui in questa riconquista del tempo perduto dobbiamo misurarci con una serie di cose desuete: l'eterodossia rispetto al monolitismo del movimento comunista internazionale, l'appello ai giovani alle donne ai lavoratori, la questione morale indissolubilmente connessa all'austerità.
Sapiente è la regia, che non calca mai la mano e con grande finezza accosta il dato materiale a quello autobiografico. La nostalgia affiora senza essere rivelata esplicitamente e questo sacrifica un po' la coerenza e la complessità del quadro storiografico, su cui del resto esistono ottimi libri (Giuseppe Fiori, Vita di Berlinguer, Laterza; Francesco Barbagallo, Enrico Berlinguer, Carocci; Silvio Pons, Berlinguer e la fine del comunismo, Einaudi; Antonio Rubbi, Il mondo di Berlinguer, Napoleone).
Infine una nota malinconica: Berlinguer era di quelli, molti di quella generazione, che faceva del sacrificio personale (inscritto nel proprio corpo, si veda la sequenza del comizio finale a Padova) una missione e ragione di vita, l'unica possibile.



(Carlo Verducci)

 

 


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PASSAGEN
post pubblicato in Diario, il 23 aprile 2014

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DETENZIONE A LESBO
post pubblicato in Diario, il 22 aprile 2014


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ALLE CASE VENIE
post pubblicato in Petri, Romana, il 6 aprile 2014
  

Un libro bellissimo questo della Petri. A mio avviso il più bello che ho letto, senza offesa per gli altri suoi. Idealmente - dato che è la storia della stessa protagonista, Alcina - costituisce la prima parte di un racconto che poi continua nel secondo libro, anch'esso molto bello, intitolato "Tutta la vita".
La storia nasce in un piccolo borgo umbro vicino Città della Pieve, Alle Case Venie, luogo di origine e di vita della protagonista, Alcina. Lei vive in questo piccolissimo borgo assieme al fratello Aliseo e al cane Arduino, dopo aver perso entrambi i genitori, Astorre ed Amarantina. L’azione si svolge tra il 1943 e il 1945. Il borgo dev’essere uno dei tanti che sono alla periferia di molti centri dell’Umbria e della Toscana, per quanto ne so. Credo che in molte altre regioni d’Italia esistano situazioni analoghe. Spesso va a trovarli un amico, Spalterio, molto affezionato ai due fratelli.
La bellezza del libro - oltre che nel solito scorrevolissimo stile di scrittura della Petri - è proprio nella storia. Parliamo della fine del fascismo: nonostante la tranquillità della vita di campagna, le razzie dei tedeschi in cerca di cibo perseguitano anche la famiglia di Alcina. Che non fa eccezione nel suo antifascismo, sperando di poter vedere presto la fine di questo regime vessatorio che non condivide.
E la storia di Alcina, che spesso si intreccia con quella di una vicina di casale, la Jole, è tutta dedicata alla crescita del fratello Aliseo, descritto come “uno che ha la testa nel vento”, e che - proprio nel capitolo di apertura - lei cerca di responsabilizzare affidandogli un incarico delicato: quello di andare a prendere alcuni documenti che periodicamente il capo dei partigiani locali inviava a tutti gli antifascisti della zona perché conoscessero cosa occorreva fare in opposizione alle angherie dei fascisti. Aliseo all’epoca ha 17 anni. Alcina, nella sua vita solitaria di campagna, una sera vede lo spirito di suo padre nella legnaia, e intavola con lui un discorso. Il padre non ha ancora trovato pace dopo la morte.
La missione di Aliseo va a buon fine, e - probabilmente a seguito di alcune iniziative originate da quei documenti - il capo dei fascisti locali, il Minghetti, intensifica i suoi soprusi ai danni di tutti coloro che non erano d’accordo con lui. La situazione si ingarbuglia sempre più, finchè Alcina e i suoi (Aliseo e il cane), assieme alla Jole e alla sua famiglia, e a Spalterio, scappano per raggiungere i partigiani su una vicina montagna, il Pausillo.
Tutta la seconda parte del libro si svolge in montagna, e descrive le azioni dei partigiani volte a sterminare tedeschi e fascisti. E questa parte scorre ancor più in fretta della prima: la prima parte ha il ritmo della vita di campagna, di cui Alcina è completamente interprete; la seconda, invece, ha i ritmi e le ansie delle azioni di lotta che i partigiani compivano. Questa parte è stata molto eccitante per me, ricordandomi la vita che ho fatto a sette anni, quando - sfollato dalla mia città - mi ritrovai in un paesino della Toscana in mezzo alla lotta partigiana, che vedeva tra i collaboratori proprio mio padre, e che per questa attività rischiai più volte di perdere.
Dopo un certo periodo, e alcune azioni di rastrellamento di armi, Alcina, Aliseo, Spalterio e il cane si rifugiano in un cascinale abbandonato, la Malagronda, durante l’operazione di trasporto di una ricetrasmittente sistemata da un ferroviere di Chiusi, il Cuccagna. Dalla Malagronda si adoperano come collegamento con un aviatore inglese che, secondo le tattiche del tempo, avrebbe rifornito di ogni cosa, soprattutto di armi e munizioni, i partigiani del Pausillo. Da questo luogo la missione di collegamento con l’aviatore inglese non riesce ad essere portata a termine perché la ricetrasmittente si guasta.
La storia ha qui la sua svolta tragica: Aliseo, in una delle sue uscite, forse perché abbagliato dal sole, cade in una trappola tesagli dai fascisti. Alcina si preoccupa della scomparsa del fratello, e informa Spalterio, il quale, discretamente, viene a sapere che Aliseo è stato picchiato a sangue da Minghetti e dai suoi sgherri. Naturalmente non informa Alcina. Passato qualche giorno senza notizie, Alcina decide di tornare in paese - a Città della Pieve - da certi amici dove si recava spesso, i Balucani, e restare da loro fin quando non si saprà qualcosa di Aliseo. E - tra l’interessamento del Balucani e quello di Don Luigi, il parroco, che le promette di adoperarsi per il fratello - passa un altro po’ di tempo, fin quando, un giorno, un certo trambusto attira Alcina in paese. E vicino al centro si trova davanti una scena che ha suo fratello per protagonista incalzato dal Minghetti e dai suoi fascisti. Dopo averlo fatto urlare per un po’, il Minghetti - che, in paese si diceva, era da tempo desideroso di dare una lezione agli antifascisti - dato l’ordine di sparare ai suoi uomini, che non gli obbediscono, afferra un mitragliatore e ammazza Aliseo, sotto gli occhi della sorella Alcina.
Alcina, a quel punto, decide di tornare al Pausillo, a cercare i partigiani e Spalterio. E assieme ai compagni di armi, un giorno si ritrovano davanti proprio il Minghetti e i suoi, e Alcina lo uccide, pregando Spalterio di lasciarlo fare a lei, con un solo colpo in mezzo agli occhi.
La storia va avanti ancora un po’ e Alcina torna alle Case Venie, con il cane Arduino, che poco dopo, gli muore tra le braccia. Spalterio, tornato al paese - diciamo a guerra finita - torna da Alcina, e le chiede a tutti gli effetti di sposarlo, rubandole un bellissimo bacio, il primo della sua vita per Alcina. Ma l’avverte che sta per partire per l’Argentina. Alcina prende un po’ di tempo, e Spalterio le promette che le scriverà. E il libro si chiude qui, con le riflessioni di Alcina che si sente già anziana (quando non lo è affatto), e tra queste riflessioni una (riportata sulla quarta di copertina): Adesso lo sapeva veramente: una vita intera non era che tante vite una dopo l’altra, e la vecchiaia un distillato, un’essenza di tutte le vite vissute e abbandonate.
Ho raccontato, come non ho mai fatto nelle mie recensioni, un po’ delle cose del libro, a mio avviso le più importanti. Ma la bellezza di questo libro e della storia di Alcina sta nel modo in cui la Petri ci proietta tutti noi che abbiamo vissuto in modo abbastanza drammatico quegli anni, in quei tempi, riportandoci a quello che essi hanno significato per tutti noi Italiani. E lo fa con una semplicità e una chiarezza di linguaggio che continuano a far rivivere quei momenti in modo quasi fotografico, soprattutto visti dagli occhi di una persona - la protagonista - che ha vissuto sempre nella semplicità della campagna, ignorando persino la sua stessa vita e quello che poteva trarne, e addirittura l’amore per Spalterio, che in qualche modo traspare nelle prime pagine come sentimento di Alcina, e che si rivela solo nelle ultime, con la dichiarazione di Spalterio. Un libro che va letto, possibilmente prima di leggere il seguito nel libro successivo, di cui ho già parlato.




(Lavinio Ricciardi)








Romana Petri, Alle Case Venie, Marsilio, 1997 [ * ]

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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 6/4/2014 alle 7:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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