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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
RICORDO DI UN PADRE
post pubblicato in Cavara, Pietro, il 24 novembre 2014
  

Il 20 novembre alla biblioteca Villa Leopardi è stato presentato il libro di Pietro Cavara “Ricordo di un padre. Paolo Cavara, regista gentiluomo”. A seguire è stato proiettato il film I malamondo di cui Paolo Cavara ha effettuato la regia.
Doppia presentazione dunque. Da una parte il libro scritto dal figlio del regista che rievoca la figura di Paolo Cavara sotto il duplice aspetto di uomo di cinema e di padre. Dall’altra la materia viva del film, che oggi parla direttamente allo spettatore consegnandogli le immagini che il regista ha girato cinquanta anni fa. Perchè I malamondo è uscito sugli schermi nel 1964, esattamente mezzo secolo fa e ha un tema di scottante attualità: la crisi dei giovani.
Il regista Cavara conosce in questo momento una nuova attenzione. Oltre al libro di Pietro sono da poco usciti altri due libri su di lui: il saggio di Fabrizio Fogliato intitolato Paolo Cavara. Gli occhi che raccontano il mondo e un volume di Bompiani intitolato L'occhio selvaggio. E’ stato poi restaurato il film L'occhio selvaggio, uno dei più importanti di questo regista, ed è stato presentato, in questa nuova veste restaurata, al festival di Roma.
Il libro di Pietro Cavara ci presenta la sua immagine privata legata ai ricordi e alla memoria, simili ai ricordi e alla memoria che ciascuno di noi ha di suo padre, ma diversi per la particolarità della persona ricordata: un regista famoso, autore di film che fecero epoca e segnarono un tempo, un intellettuale le cui opere furono motivo di dibattito e anche di scontro nel momento culturale dell’Italia degli anni ’60 e ’70.
Come dice nella prefazione al libro il critico Fabrizio Fogliato “il ritratto che ne viene fuori è quello di un uomo mai completamente rivelato ma che mantiene intorno a sé un’aura di mistero e di segretezza. E’ il ritratto intrigante in cui convivono riflessioni e considerazioni sul mondo e sulla vita ricolme di entusiasmi così come di preoccupazioni”.
Il successo raggiunse Cavara in un modo travolgente col film Mondo cane, di cui è regista insieme a Iacopetti e Prosperi. Fu un film venduto in tutto il mondo, grande successo di cassetta, occasione di polemiche tra i critici e tra la gente comune. Il tema è il cinema come occhio che svela il mondo, l’innocenza dell’occhio che guarda, sia quello della macchina da presa che crea la rappresentazione, sia quello dello spettatore che assiste al fim, il rapporto tra verità e finzione, il senso della fiction e del documentario ed il modo con cui questi diversi linguaggi cinematografici si intrecciano e si condizionano. Mondo cane dette inizio a un genere cinematografico, i cosiddetti Mondo Movie. Erano documentari che rappresentavano aspetti insoliti di paesi esotici, tali da spingere lo spettatore alla meraviglia e alla sorpresa, ma anche all’orrore e al ribrezzo. 
“Gli spettatori sono tutti al tempo stesso masochisti e sadici. (…) Non ci sono buoni film e cattivi film. Ci sono quei cinquanta metri che eccitano e ne fanno digerire almeno altri diecimila che annoiano.”
E’ una battuta del film L'occhio selvaggio che ci illumina su queste tematiche.
Attraverso il libro di Pietro possiamo vedere i vari aspetti della filmografia di Paolo Cavara, i discorsi che portava avanti, il suo impegno culturale, la sua personalità poliedrica. Ne emerge l’immagine di un uomo animato da un tormento interiore sia creativo che esistenziale, pieno di vitalità e passione.
La sua riflessione sui rapporti tra immagine e violenza, tra verità e finzione, è in grande anticipo sui tempi e ha aspetti di drammatica modernità. Le sue immagini seminano il dubbio. Fino a dove si deve spingere il regista? Qual è il limite della macchina da presa? Di fronte a quali scene l’obbiettivo va chiuso?
Alla sua morte, trent’anni fa, Paolo Cavara non è entrato nell’Olimpo dei grandi registi e i suoi film hanno circolato solo tra gli appassionati. Solo ora inizia una riflessione e una riscoperta. I suoi film ci danno una visione originale del mondo degli anni ’60 e ’70. Possiamo trarne chiavi di lettura importanti per leggere la realtà che adesso ci troviamo a vivere. Ne è stata una riprova la visione de “I Malamondo” che nella nostra proiezione in biblioteca ha suscitato un enorme interesse.



(Rita Cavallari)








Pietro Cavara, Ricordo di un padre, Aracne, 2014 [ * ]






vedi quì e quì




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PILATO E GESU'
post pubblicato in Agamben, Giorgio, il 19 novembre 2014
 

La parabola di Gesù incrocia il diritto romano e l'Impero nell'episodio di Ponzio Pilato. I capi religiosi degli Ebrei hanno preso Gesù e secondo la loro legge dovrebbe essere condannato a morte perchè ha bestemmiato proclamandosi "Figlio di Dio" e "Re dei Giudei". Tuttavia in quanto esponenti di un popolo colonizzato sottoposto a regime imperiale, i capi religiosi degli Ebrei non possono comminare la pena capitale e devono rivolgersi a chi detiene il potere civile nella figura del procuratore romano Ponzio Pilato. I capi del Sinedrio consegnano Gesù a Ponzio Pilato perchè sia condannato a morte. Ponzio Pilato alla luce del diritto romano vuole capire se Gesù è colpevole e quindi lo interroga. L'interpretazione diffusa è che Ponzio Pilato pur non trovando nessun elemento di colpevolezza in Gesù alla fine ceda alla richieste del Sinedrio e della piazza aizzata da questo, consegnando loro Gesù ma lavandosi le mani, tirandosi fuori cioè da questa decisione, il che risulta molto strano, come se si trattasse di un'abdicazione al potere giudiziario di cui è detentore. Tuttavia i capi del Sinedrio consegnando Gesù a Pilato avevano fatto riferimento ad un reato previsto dal diritto romano e passibile della pena capitale, la lesa maestà: "Se tu liberi costui, non sei amico di Cesare. Chiunque infatti si fa re, si oppone a Cesare". L'interrogatorio cui Pilato sottopone Gesù, che può concretizzare un vero procedimento giudiziario nella forma della cognitio extra ordinem, applicabile nelle province a non cittadini e non tenuta a rispettare le norme del processo formulare (ma non tutti gli studiosi sono d'accordo su questo: c'è chi pensa che in realtà non ci sia stato alcun procedimento giudiziario), non porta però stranamente ad un giudizio: Pilato alla fine si limita a consegnare Gesù alla folla, dissociandosi per giunta simbolicamente da quest'atto (lavandosi le mani). Egli è infatti intimamente persuaso che quell'uomo non è colpevole (la leggenda vuole che Pilato e la moglie Procla diventeranno cristiani e verranno condannati a morte dall'imperatore Tiberio). La flagellazione cui sottopone Gesù è una sorta di punizione minore che spera possa accontentare gli accusatori, come anche la proposta di liberazione in occasione della Pasqua è un tentativo in extremis per evitare l'esito fatale verso cui si sta andando. Si assiste quindi ai due assurdi giuridici di un processo senza giudizio e di una condanna senza giudizio (una reminiscenza di quest'ultima nel Processo di Kafka). La spiegazione di quest'ambiguità va ricercata nelle risposte date da Gesù alle domande di Ponzio Pilato durante l'interrogatorio. Il Vangelo di Giovanni è quello che più si dilunga sull'interrogatorio. "Allora Pilato entrò di nuovo nel pretorio, chiamò Gesù e gli chiese: 'Sei tu il re dei Giudei?', Gesù rispose: 'Dici questo da te stesso o altri te l'hanno detto di me?', rispose Pilato: 'Sono io forse un giudeo? La tua nazione e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?', Gesù rispose: 'Il mio regno non è di questo mondo. Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei inservienti avrebbero combattuto per me, affinchè non fossi consegnato ai Giudei. Ora il mio regno non è di quì', 'Dunque tu sei re?', gli chiese allora Pilato, Gesù rispose: 'Tu lo dici che io sono re. Io sono nato per questo e per questo sono venuto al mondo, per testimoniare della verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce', 'Che cos'è la verità?', gli domandò Pilato". Dopo che Pilato è uscito e ha detto ai capi del Sinedrio che non trova nessuna colpa in Gesù e quelli hanno invece insistito perchè venga condannato a morte, c'è un supplemento di interrogatorio. "Pilato rientrò nel pretorio e disse a Gesù: 'Da dove sei tu?', Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: 'Non mi parli? Non sai che ho il potere di liberarti e il potere di crocifiggerti?'. Gli rispose Gesù: 'Non avresti alcun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall'alto. Per questo colui che mi ha consegnato a te ha un peccato più grande'". In questo interrogatorio il punto focale appare essere la rivelazione dei due regni. Ma anche Ponzio Pilato ha potere perchè gli è stato dato dall'"alto" (forse che questa affermazione di Gesù convince Pilato ad astenersi dal giudicare?). In questo processo i due regni si sono toccati. Come dice Agamben: "Tanto più urgente è il compito di comprendere come  e perchè questo incrocio fra il temporale e l'eterno e fra il divino e l'umano abbia assunto proprio la forma di una krisis, cioè di un giudizio processuale". Il processo (se di processo si è trattato) non finisce però con un giudizio di  condanna a morte ma Pilato si limita a consegnare Gesù agli Ebrei (e "se ne lava le mani"); questi dal canto loro intendono tale consegna come implicitamente equivalente ad una condanna a morte o l'autorizzazione ad essa. Così con un gioco di consegne viene affrontato e risolto il problema dei rapporti tra il divino e l'umano all'interno del processo. Ci ricorda Agamben che c'è un altro processo ed un altro giudizio - il Giudizio Universale - che si contrappone alla visione sanguinosamente parodistica di Gesù flagellato, con un manto di porpora sulle spalle, la corona di spine e una canna in mano, assiso sul bema (il seggio del giudice), schernito dalla folla (alcuni interpreti invece pensano che sia Pilato, un po' incongruamente, a sedersi sul bema nel momento in cui riconsegna Gesù agli Ebrei). Agamben mette in fila tutte le aporie che si aprono alla lettura dell'episodio del processo nel Vangelo di Giovanni e che si sono riflesse nelle varie interpretazioni. Una cosa appare incontrovertibile: la contrapposizione dei due Regni. Il Regno divino sembra cogliere in fallo il Regno mondano nella persona di Ponzio Pilato, che si tira indietro forse intuendo il piano della salvezza (ma così non la pensava Dante Alighieri, che vedeva anzi nell'impero romano la legittimazione di Cristo). L'impressione conclusiva è che Pilato non abbia giudicato Gesù non tanto per viltà quanto perchè si sia arreso al piano della salvezza. Agamben insiste piuttosto sulla totale separazione e incomunicabilità dei due Regni, che impedisce il giudizio: "Quì davvero due giudizi e due regni stanno l'uno di fronte all'altro senza riuscire a giungere a compimento. Non è nemmeno chiaro chi giudichi chi, se il giudice legalmente investito del potere terreno o il giudice per scherno, che rappresenta il Regno che non è di questo mondo. E' possibile, anzi, che nessuno dei due pronunci veramente un giudizio. [...] Giustizia e salvezza non possono essere conciliate, tornano ogni volta ad escludersi e a chiamarsi a vicenda. Il giudizio è implacabile e, insieme, impossibile, perchè in esso le cose appaiono come perdute e insalvabili; la salvezza è pietosa e, tuttavia, inefficace, perchè in essa le cose appaiono ingiudicabili. Per questo, nel "pavimento di pietra" detto in ebraico Gabbathà, nè il giudizio nè la salvezza - almeno per quanto concerne Pilato - hanno luogo: essi finiscono in un comune, indeciso e indecidibile non liquet". Ha facile gioco Gustavo Zagrebelski (autore a sua volta di un volume sul tema, Il «Crucifige!» e la democrazia) di evidenziare nella recensione al libro l'improbabilità di tale separazione assoluta nella coscienza singola alle prese con un problema reale (come il caso di Kurt Gerstein  dimostra [cfr. * ]). La totale separazione dei due piani necessita di punti di accesso, almeno in particolari condizioni, come è esperienza comune. L'esperienza dei totalitarismi ha mostrato l'impossibilità di tener fermo alla separazione di Dio da Cesare e alla necessità per le chiese di schierarsi Contro Cesare. Nel processo di Pilato il Regno mondano dell'Impero è venuto a contatto con il Regno divino di Gesù ed è stata la fine dell'Impero. Questo significa il comportamento di Pilato, che è di fatto una resa.



(Carlo Verducci)







Giorgio Agamben, Pilato e Gesù, Nottetempo, 2014 [ * ] 







vedi quì




 

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CHIARA DI ASSISI
post pubblicato in Maraini, Dacia, il 15 novembre 2014
  

Quando leggiamo un libro lo facciamo portandoci dietro le esperienze e gli interessi maturati nella nostra vita. A me interessa il convento come luogo di collegialità e di pensieri celati, luogo di obbedienza ma anche di profonda e arcana libertà. Ho un’amica che ha fatto la scelta della clausura e molte persone che la conoscono, me compresa, hanno fatto molta fatica a capire perché lei abbia voluto chiudersi dietro una grata…(pare, oggi più che mai, “un atto di crudeltà verso se stessi”). Tuttavia serve sempre mettersi nei panni degli altri e manca nella società contemporanea un’educazione al confronto fra idee diverse, così come manca il rispetto di culture diverse. Dacia Maraini in questo libro ha costruito un apprezzabile confronto fra una prospettiva laica e una profondamente religiosa, mettendole a confronto. Per farlo ha escogitato uno scambio epistolare fra lei e Chiara Mandalà, una studentessa siciliana che le chiede un aiuto “per vedere meglio in se stessa attraverso un insolito percorso”. La ragazza desidera che la scrittrice l’accompagni attraverso la conoscenza della vita e della personalità di Chiara di Assisi, della quale porta il nome, poiché è nata lo stesso giorno in cui si festeggia la Santa, l’11 agosto, anniversario della morte: “Vorrei” chiede “ che Lei scrivesse qualcosa sulla Chiara di quell’epoca per farmi capire qualcosa della Chiara di oggi”. L’autrice all’inizio rifiuta, non le interessano problemi inerenti alla mistica medioevale ma in seguito non può fare a meno di farsi coinvolgere. La ragazza, pur confessando le proprie insicurezze, mostra una notevole capacità di autoanalisi, non comune alla sua età, e un temperamento fermo, tale da indurre la “laica” interlocutrice, ad interessarsi al Medio Evo, un periodo storico cui, fino allora, non aveva prestato particolare attenzione (“un’epoca lontanissima, eppure più vicina di quanto non crediamo”) per poi concentrarsi proprio sulla figura della Santa, leggendo diversi volumi su di lei ed approfondendo tematiche connesse. Dunque Chiara di oggi, con un linguaggio coinvolgente, quasi parlato, tipico dello stile epistolare, chiede all’autrice d’interessarsi di Chiara di Assisi, nata nel lontano 1193. Dacia Maraini scopre che a questa donna straordinaria, intelligente e volitiva, la parola è stata negata, e decide di darle voce. La Storia, declinata al maschile, ci mostra la figura della Santa per lo più all’ombra del concittadino San Francesco: “Pianticella del santo padre nostro Francesco”, così viene chiamata dalla letteratura religiosa. Addirittura qualcuno ne ha perfino messo in dubbio, per screditarla, la reale esistenza. La descrizione che la Maraini fa di Chiara d’Assisi è sempre affettuosa, sempre vicina, ma non manca mai l’urgenza di analizzare e teorizzare, interpretando la sua storia e i documenti consultati con criteri sociologici e psicologici, filosofici e politici. E’ un libro che ha il fascino del romanzo ed è anche ricco di riferimenti storici, religiosi e culturali, di citazioni di testi dell'epoca e testimonianze delle consorelle di Chiara utilizzate durante il processo di canonizzazione. Non lo classificherei come biografia e nemmeno come romanzo storico, perché dal punto di vista dell’ambientazione non è esaustivo e l’interesse prioritario non è certamente l’analisi socio-storica del Medioevo. La figura di Chiara viene comunque contestualizzata: “…mi pare pericoloso giudicare Chiara con gli occhi di oggi. Se vogliamo avvicinarla, dobbiamo capire gli enormi ostacoli che si è trovata davanti e che ha potuto superare grazie alla fedeltà granitica ai suoi principi, senza tuttavia mai cedere alla protervia, al rancore, al fanatismo. Fedeltà, mi permetto di aggiungere, che ci emoziona ancora, in un’epoca, come l’attuale, che oscilla tra intransigenza ottusa, specie in campo religioso, e grigio, quanto vacuo, relativismo…”.
La giovane disobbediente avrebbe voluto andare in mezzo alle persone comuni, soccorrere i poveri, alla stregua di Francesco e dei suoi discepoli. Era contraria alla clausura poiché toglieva “alle suore la libertà di muoversi in cerca di cibo, elemosina o lavoro per sostenersi”. Purtroppo ciò era inimmaginabile a quei tempi e dovette rinunciare ma, nonostante ciò, riuscì a realizzare il suo progetto che aveva come obiettivo una totale ed intoccabile libertà interiore. Chiara, irresistibilmente attratta da quell’altissimo ideale, si ritirò dal mondo per intraprendere, con una coerenza che non venne mai meno, un’esistenza claustrale all’insegna della povertà assoluta e della libertà di “non possedere”. “Et lo Privilegio [sic!] de la povertà lo quale era stato concesso, lo honorò con molta reverentia, et guardavalo bene et con diligentia, temendo de non lo perdere”, questo ci tramandano gli scritti che parlano di lei nel processo di canonizzazione. Chiara parla dunque del Privilegio della Povertà che porta come conseguenza “la meravigliosa, terribile libertà di essere nudi al mondo”, essendo il possesso sempre collegato al controllo economico, politico, sociale, psicologico e religioso. Padrona di sé, autonoma nell’elaborazione di un pensiero proprio, rivendicatrice di una libertà, se non sociale (impossibile, come detto, all’epoca), perlomeno psicologica e mentale, coniuga un’adesione formale, pur necessaria, alle regole disposte dall’ Istituzione Chiesa con una prassi di libertà. “La tradizione richiedeva separazione e gerarchia tra la figura del padre, della madre, del figlio o della figlia. Mentre la rivoluzionaria libertà proposta da Chiara faceva saltare tutte le differenze e nella grande franchigia ogni padre poteva essere anche madre, ogni figlio sposo, ogni figlia sorella e madre”. Chiara si negava ogni possesso, anche il più piccolo. Secondo lei l’amore per la povertà non dà diritto al possesso così come l’amore non dà diritto al possesso dell’altro. “Si tratta di verità talmente rivoluzionarie che potrebbero funzionare anche oggi, come stimolo a bandire ogni forma di proprietà meccanica e irrispettosa, carnale e amorosa. Un’idea che potrebbe guarire i mali di questi tempi caratterizzati da nevrosi del possesso e del consumo”.
In breve i fatti più interesssanti che riguardano la biografia della Santa sono questi: Chiara Scifi nasce ad Assisi nel 1193 circa; è’bella, nobile e destinata a un ottimo matrimonio; ha un corpo minuto e aggraziato che nasconde una volontà d’acciaio. Nel 1211, diciottenne, lascia la casa in cui è cresciuta per raggiungere il vicino Convento di S. Maria degli Angeli, detto la Porziuncola. Fonda l’ordine delle Clarisse e, come madre badessa sarà un po’ speciale: “faceva sempre due tre tentativi per far ragionare la peccatrice, prima di assegnare il castigo. Non voleva un luogo marcato solamente da regole, doveri e privazioni, bensì una comunità solidale e affettuosa, capace di aiutarsi nei momenti difficili, più famiglia che collegio, più focolare che convitto”. La Regola da lei proposta con grande determinazione, viene approvata da Papa Innocenzo IV due giorni prima della sua morte (11 agosto 1253) per essere poi sostituita, dopo breve tempo, da una Nuova Regola, valida per tutti i conventi, che mandava all’aria la pretesa di assoluta povertà richiesta dalla Santa.
Un’affezione di cui si sa poco, forse una grave forma di artrite reumatoide, la costringe ad un’immobilità quasi totale per circa trent’anni, senza peraltro scalfire la sua preziosa influenza, sia presso le consorelle, sia nel mondo esterno.
L’autrice ci coinvolge nelle sue riflessioni sul valore della Malattia, sul Corpo, sulla Morte, sulla Paternità e su altro ancora.
Sentiamo sempre, leggendo questo libro, l’ammirazione e lo stupore nei confronti della ragazza che si accende del fuoco della chiamata, per la donna che in seguito, nella solitudine di un'esistenza quasi carceraria, abbraccia la povertà e la libertà di non possedere, per la persona inquieta che non crede nei fatti ma solo nei sentimenti indecifrabili e nelle visioni straordinarie, per la santa dal corpo tormentato ma felice.
Mi sono chiesta come mai la Maraini si senta così vicina alla protagonista del suo libro, pur essendo da lei così lontana. La risposta si può forse trovare se si pensa che le due donne hanno in comune la volontà e il coraggio di esprimere le proprie inquietudini e le proprie idee. Ieri come oggi, in un mondo dominato dalle leggi degli uomini.



(Luciana Raggi)








Dacia Maraini, Chiara di Assisi, Rizzoli, 2014 [ * ]

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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 15/11/2014 alle 9:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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