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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
CIRCOLO DEI LETTORI
post pubblicato in Diario, il 31 gennaio 2014

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WLADYSLAW SZLENGEL
post pubblicato in Szlengel, Wladislaw, il 27 gennaio 2014

"Il caffè Pszczolka serviva da punto di contatto tra la nostra resistenza e quella della parte ariana. In quel caffè recitava il famoso poeta Wladyslaw Szlengel.  Szlengel conduceva un cabaret dai forti risvolti politici.  Leggeva le sue poesie. noi andavamo ad ascoltarlo. Era legato ai socialisti polacchi.  Dopo il gennaio '43 leggeva le sue poesie in via Swietojerska al quinto piano. Noi abitavamo al piano di sotto. Non so, ancora oggi, perchè non sia uscito dal ghetto. Perchè vi sia rimasto fino alla fine. Chissà, forse non aveva dove andare. Forse, semplicemente, voleva restarci". (Marek Edelman in Rudi Assuntino, Wlodek Goldkorn, Il guardiano. Marek Edelman racconta, Sellerio, 1999 [ * ])


Il 1 febbraio 2012 alla biblioteca Villa Leopardi l'attore Oleg Mincer lesse prose e poesie da "Cosa leggevo ai morti" di Wladyslav Szengel edito da Sipintegrazioni [ * ]. La lettura fu preceduta da una introduzione storica di Leone Paserman, presidente della Fondazione Museo della Shoah di Roma [ * ]. A seguire fu proiettato il documentario "Cronaca dell'insurrezione del ghetto di Varsavia secondo Marek Edelman" di Joanna Dylewska. 

A Varsavia prima della seconda guerra mondiale esisteva un quartiere ebraico. Con l'arrivo dei nazisti, secondo una loro prassi consolidata (cfr. Gustavo Corni, I ghetti di Hitler, il Mulino [ * ]), fu costituito un ghetto con la costruzione di un muro di cinta nel novembre 1940. Il quartiere ebraico, distrutto nell'insurrezione dell'aprile-maggio 1943 oggi non esiste più, sostituito da un quartiere moderno (vedi quì). Il ghetto era una società chiusa con delle porte di accesso nella cinta muraria, una polizia interna, un consiglio amministrativo (Judenrat). Gli ebrei di altri quartieri di Varsavia e dei sobborghi e di località vicine erano stati tutti radunati nel ghetto, tanto che esso era così arrivato a contenere 450.000 abitanti. Gli ebrei potevano andare a lavorare nella parte ariana della città attraverso i punti di accesso esibendo un lasciapassare. Una prima svolta si ebbe nel luglio 1942 quando circa 350000 ebrei furono deportati nel campo di concentramento di Treblinka. Lunghe colonne di ebrei s'incamminavano sorvegliate da guardie armate fino all'Umschlagplatz (piazza di smistamento), dove c'erano i vagoni ferroviari su cui venivano caricati. La nuova politica di svuotamento del ghetto era la conseguenza delle decisioni prese alla conferenza di Wannsee del gennaio 1942 sulla soluzione finale della questione ebraica [ * ] (cfr di Kurt Patzold e Erika Schwarz "Ordine del giorno: sterminio degli ebrei. La Conferenza del Wannsee del 20 gennaio 1942" [ * ]). Treblinka, a 100 km da Varsavia, era un campo unicamente di sterminio, non c'erano alloggiamenti per i deportati, che come arrivavano con i trasporti venivano subito avviati verso le camere a gas. E' così che è stato distrutto l'ebraismo polacco, che contava prima della guerra tre milioni e mezzo di persone, ed è scomparsa la lingua e la cultura yiddish, quella degli ebrei dell'Europa orientale. L'insurrezione del ghetto scoppiò nell'aprile 1943, al momento in cui i nazisti volevano deportare gli ultimi cinquantamila ebrei. Fu una rivolta di giovani e giovanissimi, politicizzati e aderenti ai partiti in cui si divideva la comunità ebraica. Si è calcolato che non fossero più di 220, poco e male armati che però seppero opporre una resistenza che tenne in scacco le truppe naziste per più di un mese. Era un fronte variegato cui aderivano i resistenti: si andava dal partito comunista, ai sionisti di sinistra, al Bund - il tradizionale partito laburista degli ebrei dell'Europa orientale non sionista -, ai sionisti di destra revisionisti di Jabotinski. Gli abitanti del ghetto furono stanati dalle truppe di Stroop con il fuoco, i gas e le cannonate. Alla fine tra uccisi durante l'insurrezione e deportati solo pochi sopravvissero. Il ghetto era completamente distrutto, gli ebrei di Varsavia non esistevano più. Stroop era così in grado di scrivere una relazione ai suoi superiori dal titolo "Non esiste più un quartiere ebraico a Varsavia", corredata da un album fotografico (cfr. "Il bambino di Varsavia. Storia di una fotografia" di Frederic Rousseau [ * ] e le confessioni di Stropp nel carcere di Varsavia finita la guerra raccolte in "Conversazioni con il boia " di Kazimierz Moczarski [ * ]).

Marek Edelman, uno dei pochi resistenti durante la rivolta ad essere sopravvissuto, esponente del Bund alla cui linea politica rimase fedele nel voler rimanere in Polonia dopo la guerra, rilasciò la sua testimonianza a molti anni dagli avvenimenti in alcuni libri pubblicati anche in italiano. Si possono ricordare Marek Edelman, Hanna Krall, Il ghetto di Varsavia: memoria e storia dell'insurrezione, Città Nuova, 1985 [ * ];  Rudi Assuntino, Wlodek Goldkorn, Il guardiano. Marek Edelman racconta, Sellerio, 1998 [ * ]; Marek Edelman, C'era l'amore nel ghetto, Sellerio, 2009 [ * ]; Hanna Krall, Arrivare prima del Signore Dio. Conversazione con Marek Edelman, Giuntina, 2010 [ * ]; Marek Edelman, Il ghetto di Varsavia lotta, Giuntina, 2012 [ * ].

Altri libri di interesse sull'argomento sono di Israel Gutman, Storia del ghetto di Varsavia, Giuntina, 1996 [ * ] e di Samuel Kassow, Chi scriverà la nostra storia?, Mondadori, 2009 [ * ], sull'archivio Ringelblum. Di Emmanuel Ringelblum è stato recentemente riproposto il diario "Sepolti a Varsavia", Castelvecchi, 2013 [ * ] [ * ].    



 

ZHONGUO (VIAGGIO IN SICHUAN)
post pubblicato in Diario, il 23 gennaio 2014


Ho fatto un giro a sud-ovest della Cina: ChengduKangdingGanzi, e adesso Damba. In un precedente viaggio in India e poi in Nepal conobbi in parte quanto meraviglioso e unico fosse il popolo nepalese: legato al territorio da vincoli storico-religiosi che fanno di questa gente la meglio integrata nel suo territorio. Oggi non si puo' piu' visitare il Tibet, peraltro gia' spersonalizzato dall'arrivo in massa di molti cinesi grazie al famoso treno che arriva da Pechino e passa ad una altezza di 5000 metri. A Lhasa mi risulta che molti dei templi e monumenti siano circondati da nuove costruzioni, e che il fatto che donne tibetane sposino cinesi sia il segno dell'inizio della fine. Sono voluto venire in questa parte della Cina per vedere come vive questa comunita' tibetana, qui integrata da tempo. Qui a Damba per esempio ce ne sono parecchi di tibetani, ma la parte vecchia della citta' dove vivono, sotto ad un tempio buddista molto bello, non ha i servizi essenziali, mentre tutte le nuove costruzioni dove vivono i cinesi ce l'hanno. Gli uomini, disoccupati, si avviliscono in strada parlando di tempi migliori, e le donne, che sono quelle che sostengono la famiglia, chiedono soldi in strada per la causa tibetana, ma sospetto che con quei soldi debbono prima pensare alla propria famiglia. Viaggiare e' sognare, ma quando si viene in contatto con le prepotenze dell'essere umano, allora i sogni possono diventare incubi. Mi consolo con la bellezza della natura: le citta' sono sempre in grandi vallate circondate dalle montagne, con neve e spesso ghiacciai, fiumi che scendono con violenza attraverso gole impossibili ed io che pretendo di arrampicarmi sempre piu' in alto.

(2 - fine)



vedi quì





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TUTTI INDIETRO
post pubblicato in Boldrini, Laura, il 22 gennaio 2014
    

Non voglio ripetere quanto ho già scritto a proposito dell’ultimo libro della Boldrini (“Solo le montagne non s’incontrano mai”, Rizzoli, 2013), che è il racconto di una storia bellissima [ * ].
Questo, che è il suo primo libro, scritto quando lavorava come portavoce all'UNHCR (l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati), è un bellissimo saggio sul problema dei rifugiati. Anche questo libro parte con una storia, tanto che – a scorrerlo – avevo pensato che fosse un libro sull'Afghanistan e la relativa guerra. E non c’è solo la storia iniziale con la quale si apre il secondo capitolo, in cui Sayed, un ragazzo afgano, con un viaggio a dir poco da libro Verne (con la differenza che questo è stato un viaggio reale) raggiunge l’Italia dove ora risiede da nove anni. Ci sono tante altre storie, qua e là, inframmezzate dal filo comune che riguarda quelli che su molti media continuano a chiamare migranti, ma che in realtà sono persone che scappano da teatri nazionali sconvolti da conflitti bellici o razziali o di altro genere (come la Siria, sconvolta da una vera e propria guerra civile). 
Una delle cose che mi hanno colpito di più, proprio per la comune ignoranza del problema, immemori noi italiani di quando i migranti eravamo noi (l’emigrazione in Usa, ricordata da innumerevoli nomi scolpiti nell’acciaio di Ellis Island), è la distinzione tra le varie categorie di chi chiede asilo, che è il vero incipit del libro. Innanzitutto la distinzione tra immigrati e rifugiati, entrambe categorie dovute a scelta volontaria dei componenti. Poi la decisione che l’organismo ONU può assumere per risolvere lo status di chi chiede asilo: si distingue in riconoscere lo status di rifugiato, concedere la protezione sussidiaria, raccomandare la protezione umanitaria, o negare lo status di rifugiato.
Dopo la storia di Sayed, i capitoli successivi riguardano storie di rifugiati che toccano l’Adriatico, Lampedusa, oppure riguardano il mare, l’Africa (Ruanda, Sudan), altre situazioni che coinvolgono paesi vari, tra i quali l’Italia e a questo proposito i provvedimenti adottati dall’allora ministro degli Interni Roberto Maroni. Provvedimenti che costituirono un brutto ritratto del nostro paese verso l’ONU e il modo in cui essa cercava di risolvere di volta in volta problemi grandi e spesso molto tragici.
Nei capitoli finali si tratta del nostro paese e specificamente dei rientri in Libia, non attesi da nessuno, di casi come quello del Piemonte, dove l’amministrazione ha adottato una ricetta che l'ONU è riuscita a far modificare in positivo, di razzismo e di etnia rom, del Kosovo, e degli immigrati di Rosarno. E l’autrice fa i complimenti a due sindaci della Locride nel reggino calabrese, che per conto proprio hanno stabilito dei protocolli di accoglienza speciali, qualcosa di molto diverso da quanto è accaduto a Rosarno, dove gli immigrati lavoravano come raccoglitori di agrumi.
Il più bel capitolo è l’ultimo, dove si parla de “L’Italia che c’è ma non si vede” e dove si raccontano storie di italiani che non hanno per nulla adottato i canoni della legge Bossi-Fini e si sono prodigati in azioni spesso individuali meritevoli di essere citate non solo in un libro specifico ma su tutti i media, cosa che di rado accade.
Il libro termina con una breve appendice in cui l’autrice spiega con una breve storia come è nato e come opera l’UNHCR. A questo seguono ringraziamenti e viene spiegata l’origine del libro.
Mi sento di consigliare la lettura di questo libro a tutti, e di proporre alla biblioteca il suo acquisto in più copie, ove ancora non lo avesse fatto.




(Lavinio Ricciardi)







Laura Boldrini, Tutti indietro, Rizzoli, 2013 [ * ]

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IL MAGO DEI GATTI E IL CANE MASCHERATO
post pubblicato in Capitani, Paola, il 16 gennaio 2014


Coniugare immagini e parole è sempre stato un principio pedagogico basilare. Solo così infatti i bambini riescono a far combaciare quanto vedono con quanto leggono o ascoltano. Non è un caso che i testi scolastici per le elementari e le medie delle nostre scuole, di storia, di letteratura o di aritmetica, siano cosparsi di figure per rendere viva la comprensione, ma anche per aiutare a pensare in modo duplice, come se si assistesse alla proiezione di un film con le didascalie, o il commento fuori campo. Dopo questo periodo di apprendimento le immagini nel testo si riducono, fino a scomparire nei libri universitari. Quello che deve servire da stimolo per l’intelligenza, agli inizi, è considerato un limite in età adulta.
La toscana-romagnola Paola Capitani, saggista, favolista e poetessa senza fini di lucro, si dice alla ricerca di emozioni. Ha il piacere delle immagini che servano ad illustrare le sue storie, ricercandole con parsimonia, gusto e semplicità. Qui le va a prendere dalla giovanissima Chiara Capitani e dal vignettista Aurelio Costanzo (1910-1989). Adoperando le scenette con la sua storia di un cane mascherato che deve scoprire un filtro magico in una casa di gatti a cui fa capo un Mago che alla fine riesce a smascherarlo, riesce a comunicarci un po’ di questa sua preziosa semplicità. Ma, in una storiella per bambini a lieto fine come questa, quello che colpisce è il senso, rivelato dalle parole e dalle immagini che la compongono, di un’armonia che non pretende di rivelare il cielo, ma solo una piccola porzione di felicità. Un’armonia che è anche quella che lega lei, alla giovanissima disegnatrice e a un uomo del secolo scorso, il vignettista, quasi fosse un’intesa tra generazioni e che ci ricorda che la semplicità, quella vera che comunica a tutti e ci fa più buoni e sinceri, non ha età, ma è un bene che merita ciascuno.



(Pietro Cavara)






Paola Capitani, Il Mago dei gatti e il cane mascherato, Sarnus, 2013 [ * ]  

LA GUERRA CIVILE SPAGNOLA
post pubblicato in Diario, il 15 gennaio 2014

Sul tema "Guerra civile spagnola e letteratura" sollecitati dalla recensione di Lavinio di Dove nessuno ti troverà di Alicia Gimenez-Bartlett, ci si è ricordati di La breve estate dell'anarchia di Hans Magnus Enzensberger, che in un collage di testimonianze ricostruisce la biografia dell'anarchico Buenaventura Durruti, e di una non dimenticata recensione al libro di Pier Paolo Pasolini, rintracciabile in Descrizioni di descrizioni. Ad evidenziare come gli intrecci siano numerosi, Simone Weil nel suo episodio spagnolo finì proprio nella brigata anarchica di Durruti. Ma il tema è più ampio, e a parte certi luoghi inevitabili, come Federico Garcia Lorca, si estende fino ai nostri giorni [ * ]. Il discorso è aperto a tutti i contributi.

IL MAESTRO E MARGHERITA
post pubblicato in Bulgakov, Michail, il 10 gennaio 2014

                   

Un'occasione per leggere o rileggere "Il Maestro e Margherita" è un film per la televisione russa del regista Vladimir Bortko in dieci puntate di un'ora ciascuna, di alta qualità, su cui molto è stato scritto (cfr. quì e quì). Il film ripercorre con scrupolo filologico tutti i dialoghi e le situazioni presenti nel romanzo. L'estratto di cui sopra è l'inizio dell'intera opera, presente integralmente in rete [ * ]. Di questo film si parla anche nel saggio di Sara Tongiani su Michail Bulgakov tra letteratura e cinema (quì). Per acquistare il film in versione originale con sottotitoli in italiano si può andare sul sito di riferimento.
Una biografia appena uscita di grande interesse è di Marietta Cudakova "Michail Bulgakov. Cronaca di una vita" dell'editore Odoya [ * ] [
* ].
 

 

 

 
 

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DOVE NESSUNO TI TROVERA'
post pubblicato in Giménez-Bartlett, Alicia, il 9 gennaio 2014
   

Scrivere di questo magico libro della Bartlett (ancor più prezioso, per me, perché autografato dall’autrice), è un vero piacere.
Alice non è soltanto l’autrice di Petra, le cui avventure non sono meno affascinanti di quelle del Commissario Montalbano di Camilleri. Questo libro, a metà tra il romanzo di indirizzo storico e un thriller, è davvero una piacevole sorpresa.
Ho definito il libro “a metà tra il romanzo storico e un thriller”: ci sono infatti tutte e due le caratteristiche. La parte storica del libro si riferisce ad un mitico personaggio della resistenza antifranchista, forse non chiaramente individuato come genere (c’è chi pensa sia una donna, chi un uomo), ma di certo al centro di molti episodi della lotta. E infatti questo mito – il suo nome di battaglia è La Pastora, a causa del fatto che originariamente, ancora molto giovane, quello era il suo lavoro, pascolare greggi di pecore – è al centro di molte azioni di cui il movimento antifranchista si rese protagonista.
La Bartlett, nello scrivere questo libro, fa riferimento ad un’altra opera (introvabile in Italia, a quanto pare): “La Pastora. Dal monte al mito”, di Josè Calvo [ * ] [ * ], senza la quale non le sarebbe stato possibile scriverlo. Ma la sua originalità non sta soltanto negli aspetti storici analizzati: è proprio lo spunto iniziale della storia che la rende particolarmente affascinante, fino a darle i connotati di un thriller (cosa che poi si rivela non proprio adatta allo spirito conclusivo del romanzo). E questa storia porta la Bartlett al top del suo estro letterario.
Il libro si apre con l’attesa, da parte di un cittadino spagnolo, dell’arrivo a Barcellona di uno studioso francese di psicologia, che sta facendo ricerche sulla Pastora, e che vorrebbe incontrarla. I due si conoscono e si frequentano – lo spagnolo è l‘io narrante della storia – e iniziano ad esplorare i territori ove sia probabile che la Pastora viva ancora. Così la storia prosegue, per due o tre capitoli, fin quando inizia la storia originale della Pastora, che si intreccia con la ricerca dei due.
Da questo punto in poi le due vicende scorrono parallele, e ugualmente avvincenti. Il libro presenta raramente monotonie o momenti di pausa: nella storia maestra (quella della ricerca da parte dei due uomini) gli sforzi di reciproca conoscenza ed approfondimento si sposano con gli spostamenti di luogo, alla ricerca di dove possa essere possibile incontrare la Pastora. Nella parallela storia della Pastora, c’è una vera e propria autobiografia, - la protagonista narra in prima persona -  con dettagli e particolari che la rendono sempre più avvincente, storia individuale nella storia collettiva. Il titolo viene dal nascondiglio della Pastora, che mai la Guardia Civil riuscì a scoprire o violare.
La vicenda della ricerca dei due uomini è una originale e splendida invenzione letteraria, mentre i dati della storia della Pastora vengono dal citato romanzo storico e biografico di José Calvo e dai documenti in esso contenuti.
Il libro è di lettura agevole e scorrevolissima. Io vi ho ritrovato alcuni spunti della mia infanzia, passata nei boschi del Casentino, ridente territorio toscano adiacente il corso dell’Arno, proprio durante la lotta partigiana che precedette la liberazione dell’Italia dal dominio fascista. Avevo poco più di sette anni.
Ne consiglio la lettura a tutti.



(Lavinio Ricciardi)






Alicia Gimenez-Bartlett, Dove nessuno ti troverà, Sellerio, 2011 [ * ] 



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PAPA FRANCESCO
post pubblicato in Diario, il 3 gennaio 2014


 

Avevamo parlato alla riunione del circolo dei lettori della novità portata da papa Bergoglio [ * ]. A Genova il 15 dicembre c'è stato un convegno nell'ambito della festa per i 20 anni di Limes su "L'utopia di papa Francesco". Erano presenti Lucio Caracciolo e Andrea Riccardi. Di quest'ultimo nella nostra riunione avevamo menzionato il recente libro "La sorpresa di papa Francesco. Crisi e futuro della chiesa" [ * ].


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