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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
STRUZZO
post pubblicato in Diario, il 25 luglio 2013

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LA COLLERA
post pubblicato in Di Consoli, Andrea, il 19 luglio 2013

“La collera” di Andrea Di Consoli ci racconta vita e morte di un personaggio che per la sua originalità sembra uscito dalla penna di un moderno Pirandello: Pasquale Benassìa, figlio di un pastore di capre ma intelligente inseguitore ostinato del merito, che tenta in tutti i modi di effettuare il suo agognato “salto di classe” senza però riuscirci, per una sua piccolissima e perdonabilissima ingenuità. Nel romanzo troviamo tante cose: l’ ineluttabilità del destino, la forza della delinquenza, l’omertà dei paesani, l’impotenza dei carabinieri, la corruzione della politica definita “elemosina o compravendita di voti”, il rifiuto dell’appiattimento di sinistra e anche il fallimento, al sud, di chi propugnava una società migliore. 
Per chi ha letto con piacere il libro di Pino Aprile "Terroni” questo è un romanzo da non perdere: essenziale e bellissimo. 



(Pietro Benigni)







Andrea Di Consoli, La collera, Rizzoli, 2012 [ * ]

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GOLEM
post pubblicato in Ripellino, Angelo Maria, il 17 luglio 2013

[Rabbi Low] era già nella Sinagoga Vecchio-Nuova per la consueta cerimonia serale del venerdì, quando il Golem d'un tratto si mise a schiumare e a smaniare, invasato dai demoni. Dopo aver fracassato suppellettili e arredi e squarciato stramazzi di piume, si precipitò sulla strada, strangolando galline e gatti, spianando dattorno ogni impaccio di case. Mamma mia, quant'era brutto. La rabbia lo aveva fatto abbottare come un rospo enorme. La gente, scappando a fiaccacollo, strillava: "Jossile Golem è impazzito!". Spruzzando fiamme dagli occhi sanguigni e dibattendo la testa con violentissime concussioni, l'informe corpaccio incedeva pesante attraverso il ghetto.
Ma quali caratteri contraddistinguono il Golem praghese? Le leggende legittimano la sua creazione con la necessità di difendere i contumacissimi ebrei dai pogrom che i cristiani scatenavano contro di loro, accusandoli di omicidio rituale.
Il Golem del Maharal si rivela un soccorritore del tante volte malmenato rione ebraico, alle corte un paladino d'argilla. Soprattutto nel periodo tra il Purim e il Peissach va in giro di notte per le sue viuzze sghimbesce, fugando ogni ombra sospetta, vigilando che qualche paltoniere non occulti nelle case ebraiche cadaveri di bambini cristiani.
Ecco perchè Jossile Golem è dotato di forza sovrumana. Invulnerabile, sventa tutte le trappole, assaggia le costole dei farabutti con le sue manacce, sbaraglia la plebe malevola.
Il ciclo praghese dilata il motivo dell'improvvisa demenza del corpo di creta, che sull'orlo del sabato minaccia sfacelo, non solo per la comunità degli ebrei, ma anche per Praga e l'intero universo.
Ma la Golemlegende di Praga accenna diagonalmente anche il tema della rivolta del manichino contro il proprio padrone. E infine, osservando lo stretto nesso tra Low e il suo androide, si potrebbe anche insinuare che il Golem sia un fosco alterego, un terribile Doppelganger del rabbi.




(da Praga magica di Angelo Maria Ripellino, Einaudi, 2005
 [ * ])



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IL DOLORE DI UN ROBOT
post pubblicato in Longo, Giuseppe O., il 16 luglio 2013

  

Dottor Gall: I Robot quasi non avvertono i dolori fisici. Ciò non ha dato buoni risultati. Dobbiamo introdurre la sofferenza.
Helena: E sono più felici se sentono il dolore?
Dottor Gall: Al contrario. Però sono tecnicamente più perfetti.
(Karel Capek, R.U.R.)
 

 
 
Le leggi di Asimov hanno a che fare con il comportamento dei robot nei nostri confronti: ma c’è anche l’altra faccia della roboetica, quella che concerne il nostro comportamento verso i robot. Negli ultimi tempi si è acuita in molti Paesi la sensibilità nei confronti degli animali superiori, come le scimmie e gli animali domestici, ma non solo. Ne sono prova la nascita di associazioni animaliste e di movimenti antivivisezione, la diffusione dell’alimentazione vegetariana e il crescente rifiuto di pellicce, avorio e altri “prodotti” animali. 
Questa maggior sensibilità è forse legata a un progressivo affrancamento degli animali dal ruolo di schiavi, di forza lavoro e di riserva di materiali utili cui sono stati a lungo relegati, ruolo che si è via via trasferito da una parte alle macchine e dall’altra ai prodotti di sintesi. A riprova si rifletta sul fatto che le bestie allevate a scopo alimentare non beneficiano ancora di questo incremento di compassione, perché non abbiamo ancora trovato sostituti adeguati delle proteine animali. Dell’affrancamento hanno goduto e godono via via anche gli schiavi umani (spesso trattati come animali), non appena le loro funzioni si sono potute trasferire alle macchine. 
E qui entrano in scena i robot, che stanno diventando gli esecutori di molti dei lavori finora svolti dagli animali, dagli schiavi e anche dalle macchine tradizionali. Può accadere che la sensibilità diffusa nei confronti degli umani e degli animali si trasferisca prima o poi anche ai robot, oppure ai nostri occhi prevarranno sempre la loro natura di artefatti e la loro funzione servile? Gli sforzi che facciamo per dotarli di intelligenza, autonomia, capacità di apprendere e tendenzialmente anche di sensibilità e di coscienza, avranno come corollario una loro equiparazione a qualcosa di più nobile e vicino a noi? 
Ma c’è un’altra domanda, più inquietante: che diritto abbiamo di costruire macchine tanto intelligenti e sensibili da capire che non lo sono abbastanza? Perché suscitare dal nulla creature tanto simili a noi da essere capaci di soffrire? Il loro dolore, scaturito dalla consapevolezza di non essere del tutto assimilabili agli uomini, sarebbe un triste corollario della nostra abilità demiurgica: creando una schiatta di “macchine dolenti”, ci assumeremmo una pesante responsabilità.
Si osservi che il dolore dei robot deriverebbe, in questi scenari, dalla cognizione di non essere umani. È la conseguenza di un punto di vista sfacciatamente antropomorfo, che manifesta la presunzione del creatore: e in effetti, visti i tanti difetti della nostra specie, forse i robot dovrebbero rallegrarsi di essere diversi da noi! 
Insomma, lo struggente desiderio che i robot o gli androidi o i ciborg manifestano di diventare del tutto umani sulla base di un consapevole “senso di inferiorità”, desiderio che diviene ossessivo in Pinocchio e addirittura grottesco nel film di Spielberg, AI: Intelligenza Artificiale, è frutto al solito di una nostra proiezione. Che motivo avrebbero creature tanto diverse da noi (e forse tanto migliori di noi) per voler diventare proprio come noi, se non quello di compiacere i loro vanitosi creatori? Ancora una volta i desideri dei genitori vengono proiettati sui figli, con conseguenze forse disastrose. 
A questo proposito, alcuni ritengono che un giorno potranno esistere robot più buoni degli esseri umani in virtù di un processo evolutivo che, innescato da noi, procederebbe poi in modo svincolato dai nostri condizionamenti. In fondo se noi siamo, in molte circostanze, aggressivi e malvagi ciò è dovuto al valore di sopravvivenza che queste caratteristiche hanno avuto nel corso dell’evoluzione in un ambiente ostile. Ma i robot si evolveranno in un ambiente molto diverso dal nostro: l’ambiente dei robot, in gran parte, siamo noi. Ecco perché (si pensi al caso dei robot soldato) se vogliamo che questa  nuova stirpe sia migliore di noi e magari ci aiuti a migliorare noi stessi (perché l’ambiente dell’uomo potrebbero un giorno essere loro) dovremmo stare molto attenti all’“indole artificiale” che imprimiamo in queste creature, pur nei limiti delle derive imprevedibili dovute alla loro autonomia e alla loro interazione con l'ambiente. In questa prospettiva, instillare nei robot il desiderio di uguagliarci potrebbe segnare un regresso o almeno un ostacolo alla loro evoluzione etica verso la bontà.
Gli stessi problemi si possono porre, e forse con fondamento ancora maggiore, per i ciborg, o cyborg, all’inglese, derivanti dall’ibridazione di esseri umani con componenti artificiali (si pensi al poliziotto ciborganico Alex Murphy del film Robocop di Paul Verhoeven, cui non si possono non attribuire ricordi, sentimenti e strazi affatto umani). Mentre il robot è completamente inorganico, il ciborg si costruisce partendo da una base umana e sostituendo o potenziando alcuni suoi organi ed apparati con dispositivi inorganici. 
Il ciborg merita affetto e compassione oppure è uscito definitivamente dal consorzio umano per entrare in una sfera vaga e indefinibile e, in quanto privo di cittadinanza assodata, diventare preda di cacciatori senza scrupoli? I replicanti di Blade Runner di Ridley Scott, splendidi androidi e gineidi di dubbio statuto, debbono proprio essere eliminati? Insomma: chi decide che cosa significa essere umano e averne la dignità? Chi decide se anche certi non umani abbiano la stessa dignità degli umani? Forse un giorno non troppo lontano bisognerà scrivere una “Carta dei diritti” che consideri anche esseri la cui definizione sfugga ad ogni tentativo classificatorio basato sulle categorie tradizionali.
La confusione tra naturale e artificiale prodotta dalla robotica potrebbe prima o poi generare una confusione tra umano e non umano e aprirebbe lo spinoso problema della definizione di persona: quali sono i “requisiti minimi” che un ente deve possedere per essere dichiarato persona e quindi avere la dignità corrispondente? Esiste un grado di imitazione funzionale o di sostituzione protetica al quale è lecito, o inevitabile, parlare di umanità, e quindi di dignità, dell’artefatto? Un’altra domanda che scaturisce da queste considerazioni: gli artefatti imitativi potrebbero indurre cambiamenti nella nostra concezione del corpo e della natura umana (così come l’intelligenza artificiale ha modificato la nostra concezione di intelligenza)?
E, da ultimo, si noti che la costruzione dell’uomo artificiale potrebbe elevare gli artefatti alla dignità dell’uomo, oppure abbassare gli umani a livello delle macchine.








(Giuseppe O. Longo in Roboetica, 22 febbraio 2013)

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TUTTA LA VITA
post pubblicato in Petri, Romana, il 12 luglio 2013



Un romanzo bellissimo. A chi, come me, ignorava - leggendolo - che fosse il seguito di una storia raccontata molti anni fa dalla Petri, il libro è sembrato magico. Diverso da quello che questa bravissima scrittrice, un po’ romana (credo tutta) e un po’ portoghese, ci ha abituati a leggere. Una storia che inizialmente appare come una bellissima storia d’amore, e poi - come la vita insegna a tutti - viene tinta dal nero di lutti e disgrazie. Ma che alla fine, risolve i conflitti.
L’immagine di copertina, con la foto di una bambina che ricorda la protagonista, quando, presa dai suoi pensieri, richiama la sua infanzia, ci mostra una bambina che è già la donna della nostra storia. “Tutta la vita” è infatti la storia di una donna umbra, Alcina, che vive in campagna, nell’attesa di una lettera che le dovrebbe arrivare nientemeno che dall’Argentina, e che lei spera di ricevere. E’ dell’uomo di cui si è innamorata, uno del suo paese, le Case Venie, in Umbria, vicino Città della Pieve, uno che ha un nome strano come il suo, Spalterio.
La storia di Alcina, e poi di lei e Spalterio, per non dire degli altri personaggi, si apre con un cane che la donna trova, e che trattiene con se. Un cane cui dà un nome anche questo strano, Vinciguerra, e che le ricorda un cane della sua infanzia, ormai scomparso e anche lui dotato di un nome non comune. Ma - come al solito - vorrei evitare di continuare a raccontare la storia del libro, e invece parlarne da lettore. Lettore affezionato di un’autrice che ho finito davvero per amare: con la sua scrittura, la Petri trasporta i lettori in vari mondi, da quello interiore a quelli dove i suoi personaggi vivono e crescono. E questo suo narrare, passando dall’intimo all’osservabile, è stupendo: chi legge non si accorge delle differenze ed è immedesimato nella realtà dei personaggi. Credo che questo sia un dono della scrittura di Romana Petri.
Altro carattere di questo libro - ovviamente sottinteso dal titolo - è l’arco della vita della protagonista. L’inizio, ripeto, non fa capire che la storia aveva un passato “letterario”: solo nei ricordi, nei pensieri di Alcina si può intravedere che è già una donna adulta. Una donna forte, se riesce ad accollarsi i lavori che la vita in campagna le impone, e che poi ritrova quando finalmente raggiunge, con il suo cane, l’uomo della sua vita, andato così lontano e che lei spera non l’abbia abbandonata. Così, quando la lettera arriva, e fa capire che Spalterio la sta aspettando, Alcina si sobbarca, con il suo cane il viaggio in nave per una terra tanto lontana. E la vita che l’aspetta non è dissimile da quella che lascia, con la differenza che la sua vita di donna - quella di cui parla il titolo - comincia proprio in Argentina.
Ancora nella scrittura di Romana Petri è la capacità di tradurre in parole le immagini che fa vivere al lettore, capacità che consente tanto facilmente di immedesimarsi in queste immagini. Leggere questo libro diventa sempre più facile, man mano che si va avanti, e la storia dei protagonisti continua fino all’ultimo a prendere il lettore completamente. Le vicende, man mano che si prosegue, passano da quelle dei protagonisti alle vicende in cui è stata coinvolta quella nazione sudamericana, e che sono diventate famose in Italia con il termine che vi è stato legato: i “desaparecidos”. Questo libro ci porta anche dentro quella realtà, comparsa per altre vie nei romanzi della scrittrice cilena Isabel Allende, in particolare “D’amore e ombra”. Ed anche questo tratto è bellissimo, perché ci prende d’improvviso, facendoci passare da vicende più o meno belle al tragico spinto, con una sorpresa che a me lettore ha dato una scossa via via crescente e sempre più intensa, ma mai tale da dover interrompere la lettura. Anche in questo aspetto tragico, la curiosità di chi legge è stimolata a proseguire, non a chiudere il libro e rimandarne il seguito.
Insomma, la caratteristica sottintesa (e più volte citata sopra) dal titolo è perfettamente realizzata nell’intero romanzo, che ci fa vedere Alcina in molte età, fino all’ultima, che non è certo tratteggiata come tale, ma è già avanzata rispetto alle precedenti. E proprio in questa età matura, ricordi e riflessioni sul passato tornano nella mente di Alcina e il lettore può farle proprie in questa continua immedesimazione. Il ritrovarsi come trent’anni prima nella propria casa, assieme al suo compagno e a sua figlia, ce la presenta - a noi che leggiamo - come appariva nel primo capitolo, ma in una veste più adulta, appunto, più anziana. Penso proprio che questo romanzo sia forse il più completo che la Petri ha scritto, e il più bello da leggere per chi la conosce e la apprezza.



(Lavinio Ricciardi)







Romana Petri, Tutta la vita, Tea, 2013 [ * ]



vedi quì

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LA RIVOLUZIONE DELLA LUNA
post pubblicato in Camilleri, Andrea , il 12 luglio 2013


Dopo due letture, questo libro mi è piaciuto talmente da ritenerlo il migliore dei romanzi storici di Camilleri, dopo - ovviamente -  "Il re di Girgenti". Ma la vicenda raccontata qui, anche se appare minore, forse, nell'importanza che si tende a dare ai libri "non Montalbanici" di Camilleri, di quella raccontata dal più famoso Re sopra citato, è - a mio avviso - piena di fascino e molto rappresentativa della Sicilia del 1600, sotto la dominazione spagnola.
Forse vale la pena di accennare agli antefatti della storia, che Camilleri ci racconta, e dì cui ci dà poi dettagliate notizie nella nota in calce all'opera. La storia racconta di un Viceré spagnolo (l'inizio del libro parte proprio da questo fatto) che durante una riunione del suo Sacro Regio Consiglio, composto da sei consiglieri, muore improvvisamente. Naturalmente questo fatto getta inizialmente tutto il Consiglio nel panico, ma della cosa viene subito informata la consorte del Viceré. La quale, secondo il volere del marito, volere che era stato lasciato scritto anche al Sacro Regio Consiglio, viene a sedersi sul trono del defunto marito. Ed inizia qui una singolare vicenda, durata circa un "mese lunare", che, a memoria di quanto accadeva in quegli anni, appare alquanto diversa da ciò che ci si sarebbe aspettato.
II libro appare subito pieno di interesse per la cronaca di quanto vi si racconta. Cronaca che appare subito ricca di eventi abbastanza strani e controversi, come, ad esempio, il fatto che la viceregina, fatta preparare la bara del defunto, la sistema in una sala del palazzo, rifiutandosi di dare sepoltura al marito.
Le vicende raccontate ci danno uno spaccato vivo e fedele della vita dei Palermitani dell'epoca. Vita piena di piccole (e grandi) avventure; di privilegi cui il potere dei Consiglieri, le massime autorità dopo il Viceré, non rinuncia; e via discorrendo. La viceregina, Viceré a tutti gli effetti per decisione del marito, si cimenta con tutti i suoi doveri, affrontando le difficoltà del suo nuovo incarico con grande capacità. Si fa subìto benvolere dal popolo concedendo, senza che i Consiglieri potessero intervenire, un abbassamento del prezzo del pane. E interviene pesantemente nei privilegi di cui si è accennato.
Per non togliere niente al piacere di leggere il libro, non racconto oltre quello che accade. Purtroppo, proprio per l'intervento del consigliere di estrazione religiosa, la viceregina dopo appena ventotto giorni viene richiamata in patria. E il suo "vice"regno termina. Con grande dispiacere del popolo...e di qualcun altro...
Il libro è suffragato, come dicevo all'inizio, da una nota che ne cita le origini "libresche". Ma l'arte dell'autore nel descrivere tutta la vicenda è realmente degna del miglior Camilleri. E il libro è di lettura piacevole quasi quanto un Montalbano...con la differenza che qui di una vicenda reale si racconta. Vicenda unica nella storia della Sicilia e della dominazione spagnola in Sicilia: non ci fu mai un altro viceré...in gonnella. Spero che la sua lettura sia piacevole come è stata per me.



(Lavinio Ricciardi)






Andrea Camilleri, La rivoluzione della luna, Sellerio, 2013 

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LE VOCI INTORNO
post pubblicato in Ammirati, Maria Pia, il 12 luglio 2013
   

“Le voci intorno” di Maria Pia Ammirati è un romanzo breve, ma intenso e vivido, che inizia in una discoteca dove alcool e droga non mancano, per portarci poi repentinamente nell’ambiente ospedaliero della lunga degenza dove un padre lotta disperatamente per il recupero della figlia in coma apparente. Descrive il dramma di Alice, che dopo un incidente sente tutto ma non riesce a comunicare, e fornisce una bellissima testimonianza dell’amore paterno, che è il vero protagonista del romanzo.


(Pietro Benigni)







Maria Pia Ammirati, Le voci intorno, Cairo, 2012 [ * ]                                                                    
                                                                                                                                                                                                                                           
                                                                                                                                                                       

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SCACCO ALLO ZAR
post pubblicato in Sangiuliano, Gennaro, il 9 luglio 2013



Lavoro eccellente, per lo stile leggero e conciso, e per l’accuratezza della ricostruzione storica resa possibile, tra l’altro, dall’accesso a documenti di Stato ora non più secretati. 
Apprendo da questa lettura – perché non ne avevo la minima idea in precedenza – che Lenin condusse a Capri (oltre che in Svizzera, e altri paesi) vita lussuosissima, assolutamente inibita anche oggi, a distanza di 100 anni, ai comuni mortali, finanziata però da rapine ed espropri organizzati e attuati dal suo fedele servitore Stalin, e senza rendere mai alcun conto di come venivano da lui spese le somme raccolte per finanziare la rivoluzione.
Esaltava e predicava la rivoluzione tenendo lezioni di economia e scrivendo un giornale col quale incitava i giovani russi a rischiare la “loro” vita per una causa che doveva essere solo “sua”, non ammettendo nel modo più assoluto che vi potesse essere un marxismo non autoritario ed eliminando fisicamente qualsiasi sostenitore di un marxismo democratico. Ne esce un Lenin nuovo ai più, mediocre sul piano teorico, totalmente azzerato sul piano morale, tanto da indurre il lettore a porsi la domanda se non sia da prendere in considerazione la rimozione dell’immeritato obelisco in suo onore nella piazza di Capri, e per associazione, data la grande devozione di Palmiro Togliatti nei confronti di un tale soggetto, anche una nuova denominazione per la via Palmiro Togliatti.
Scacco allo zar è un documento storico da acquistare, tenere in casa e prestare ad amici e parenti. 


(Pietro Benigni)









Gennaro Sangiuliano, Scacco allo zar, Mondadori, 2012 [ * ]

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THREE VOICES
post pubblicato in Feldman, Morton, il 8 luglio 2013

   

 
In teoria sto scrivendo un articolo sul tema : "Arte e società". Per quello che ho capito, l'interrogativo a cui dobbiamo rispondere è: fino a che punto arte e società si influenzano a vicenda? Prima di stabilire in quale misura l'arte dovrebbe o non dovrebbe sovvertire la vita sociale, teniamo presente che la società non interferisce mai nell'arte. Anzi, la società se ne infischia dell'arte. La società, per come la vedo io, è una specie di mastodontico apparato digerente, che tritura qualunque cosa gli entri nella bocca. Questo smisurato appetito può ingollare un Botticelli in un sol boccone, con una voracità da terrorizzare tutti tranne il guardiano di uno zoo. Perchè l'arte è così masochista, così desiderosa di essere punita? Perchè è così ansiosa di finire dentro quelle gigantesche fauci?
Parlando seriamente, è vero che, oggi come oggi, in molti dotati musicisti, esiste la tendenza a orientarsi sempre più verso questa ingerenza "sovversiva". Anzi si sta formando un movimento che vede come funzione dell'arte quella di compiere "azioni di disturbo" contro il suo stesso autocompiacimento, o meglio contro la propria connivenza con una società soddisfatta di sè. [...]
Ma come si fa a mettere in comunicazione ciò che è reale con ciò che è soltanto una metafora? L'arte è soltanto una metafora. Solamente il contributo personale, quel senso di un qualcosa senza nome cui accennavo prima, può dare all'artista quei rari momenti in cui l'arte diventa la propria liberazione. 




(Morton Feldman)






Nè questo nè quello in Morton Feldman, Pensieri verticali, Adelphi, 2013 [ * ]




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LA TELA DI PENELOPE
post pubblicato in Colarizi, Simona, il 4 luglio 2013

  


Titolo azzeccatissimo per un testo agile, alla portata di tutti, con molti riferimenti a giudizi di politici, giornalisti e capi di stato sui fatti e sulle scelte che hanno determinato la nostra situazione attuale. Libro da comprare, leggere e rileggere, per cercare di capire dove si è sbagliato e per quale motivo. Ma è anche lettura amara perché ci fa vedere uomini politici, sia di destra che di sinistra, che hanno avuto il coraggio di sostenere le loro tesi, poi rivelatesi giuste, sparire dalla scena politica italiana, mentre altri, o perché insignificanti o perché da furbi naviganti evitavano ogni tempestosa discussione mettendosi prudentemente “alla cappa”, sono ancora lì a non dare alcun contributo alla soluzione dei problemi. 
Anche il lettore più sprovveduto si rende conto, leggendo il testo, che gran parte delle inefficienze è derivata dal bipolarismo che, per la grande eterogeneità dei modi di pensare sia a destra che a sinistra, ci ha regalato uno stallo di vent’anni oltre ad un aumento ulteriore del debito pubblico mai voluto e deciso esplicitamente dal popolo italiano.
E al termine della lettura si ha chiara la sensazione di quanto profonda dovrebbe essere la riforma istituzionale da dare immediatamente all’Italia.
Va soprattutto riconosciuto agli autori il merito di avere affrontato un tema scottante come quello politico sul quale il mondo accademico ha pensato, forse per opportunità, di tacere a lungo.




(Pietro Benigni)






Simona Colarizi, Marco Gervasoni, La  tela di Penelope, Laterza, 2012 [ * ]


 









vedi quìquì e quì, ascolta quì    
 

                                                                                          ;                                                    

 


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LIVE
post pubblicato in Diario, il 3 luglio 2013

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LA COLLERA
post pubblicato in Di Consoli, Andrea, il 2 luglio 2013


Tema di questo libro è la Calabria dal dopoguerra ad oggi, raccontata attraverso le vicende di Pasquale Benassìa, un personaggio in lotta con il mondo che riunisce in sé le contraddizioni, i desideri, i sogni, le disillusioni del meridione d'Italia combattuto fra tradizione e futuro.
Pasquale si trasferisce a Torino negli anni del boom economico per lavorare da operaio alla Fiat. Come molti suoi conterranei disprezza profondamente il paese d'origine e vede la città sabauda come una terra promessa. Riesce ad inserirsi nell'ambiente, a fidanzarsi con una maestra di Rivoli, ma di colpo tutto crolla. Torino sembra cadergli addosso in una colossale frana, con tutta la Mole, il Valentino, il Po, l'immenso Lingotto, il Palazzo Reale e anche la Sacra Sindone, che Pasquale ha visto solo in fotografia.
È il ritorno in Calabria, al paese con "le case senza intonaco, le ringhiere arrugginite, le persiane scolorite, le terre mal coltivate, le curve chiuse a gomito, gli strapiombi, le agavi, i cippi stradali dei Borboni, le insegne blu divorate dal salmastro, le facce tristi, stanche, perplesse del popolo calabrese, in attesa di un riscatto non voluto, non cercato, non sognato, di un favore, di una questua, del miracolo di un santo, di un sindacalista tenace, di un deputato grasso e senza fiato, di un assessore, di un pezzo grosso."
Strano tipo Pasquale. Operaio ma fascista, meschino ma capace di grandi ideali, fidanzato tenero di una donna che vive con la testa e con il cuore ma pronto a perdersi dietro a un'altra che governa le leggi del mondo perché conosce le strade del piacere.
Il racconto si snoda tra personaggi che ci sembra di conoscere da sempre, ed alcuni sono in realtà figure della cronaca del tempo, come il ragazzo sequestrato dalla 'ndrangheta che viene rilasciato con l'orecchio tagliato, o alcuni noti politici calabresi di quegli anni. Spiegano la loro idea di democrazia, che è una cosa complicata, perché si regge sul consenso, e il consenso è faticoso, e il voto le persone te lo danno solo se ti occupi di loro. Un politico non importa che abbia idee, per fare politica non è necessario averne, ma deve sapersi occupare degli altri, saper risolvere i problemi.
Pasquale vive questa realtà intrecciata, bene e male sono stretti in un groviglio inestricabile, neanche Dio può farci niente. È il male oscuro che attraversa l'Italia, dalla Calabria a Torino, che si insinua negli animi, piega la volontà, fa abbassare gli occhi. Nessuno è indenne.


(Rita Cavallari)







Andrea Di Consoli, La collera, Rizzoli, 2012 [ * ]

 

tra le molte recensioni: * ] [ * ] [ * ] 
 






 
FUOCO
post pubblicato in Diario, il 1 luglio 2013

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