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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
ONE WAY
post pubblicato in Ferlazzo Natoli, Luigi, il 28 giugno 2013

  

Ho avuto il piacere di leggere tutte le opere che Luigi Ferlazzo Natoli ha scritto, almeno quelle di contenuto letterario (delle opere tecniche, professionali, so soltanto che sono molte). E voglio subito porre l'accento su una delle caratteristiche peculiari del suo scrivere, la diversificazione del suo pensiero, che spazia contemporaneamente fra molte cose. Questa caratteristica appare quì, in One Way, fin dalle prime battute. Ma attenzione, lettori: si tratta di uno stile che non altera minimamente la bontà e la precisione dei contenuti.
L'autobiografia (così l'autore la battezza, nella dedica iniziale a sè stesso) è il vero tema dell'opera: il titolo, e molto in dettaglio il Prologo, avverte il lettore che la vita è qualcosa che va per conto suo, come se qualcuno ne avesse scritta una sorta di sceneggiatura. Tutti i nostri tentativi di indirizzare le cose diversamente da questo copione non fanno che "confermare questa impressione", cioè - in sintesi - il senso unico delle nostre esistenze.
Fin dall'inizio l'autore racconta semplicemente il suo quotidiano, e certamente questo il lettore si aspetta. Ma il modo di raccontarlo è realmente originale, favorito dalla sopra citata diversificazione del pensiero e dalla trovata iniziale (Natan), svelata alla fine del Prologo.
Così, la storia raccontata si snoda attraverso episodi che si svolgono in più luoghi e hanno per protagonisti diversi ambienti. In questo racconto del quotidiano, oltre ai luoghi, sono presenti anche tempi diversi e persone diverse. E' proprio questo splendido collage di luoghi, tempi e persone che abbellisce il carattere eclettico di One Way.
L'indice mostra già, nella sua varietà di titoli, questo stile. L'autore passa da vicende del suo attuale quotidiano al suo passato. E chi volesse cercare altre caratteristiche dello stile di Lewis Job (uno pseudonimo, usato in alcune tra le opere più vecchie), può rintracciare nel suo modo di scrivere una spontaneità efficace e piacevole.
Nei vari capitoli si sviluppa questa estemporaneità, unita ad aspetti divertenti, sia per i fatti (vedi Il restyling del portone, una vera chicca), sia per il modo in cui vengono raccontati.
In sostanza, la lettura di One Way risulta particolarmente piacevole, specie se si riesce a cogliere gli aspetti specifici delle situazioni descritte e alcune ironie, presenti quà e là. 
La fa da padrone l'aspetto di dare a molti dei luoghi descritti (siamo in Sicilia, tra Messina e Patti, fino a Palermo) nomi americani, secondo l'uso tramandato all'autore dal padre.
Molte vicende - ispirate da fatti veri, noti a chi scrive e a molti tra gli amici dell'autore - sono rese in chiave un po' comica in base alla narrazione e diventano qualcosa di quasi esoterico e, a volte, addirittura straordinario. Già a scorrere i titoli, si prova subito curiosità e interesse, che diventano puro divertimento quando comincia la lettura.
Penso di avere anticipato già tanto e quindi lascio il lettore al piacere di scoprire, da solo, il fascino di questi racconti.



(Lavinio Ricciardi)







Luigi Ferlazzo Natoli, One Way, Edizioni Progetto Cultura, 2013 [ * ]



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FUOCO
post pubblicato in Diario, il 28 giugno 2013

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LA CONQUISTA DEL SABOTINO
post pubblicato in Cimmino, Marco, il 26 giugno 2013
  

 
Fu come l'ala che non lascia impronte 
il primo grido avea già preso il monte
 
Con questo distico Gabriele D'Annunzio celebrò la conquista del monte Sabotino, durante la Grande Guerra, da parte dell'esercito italiano. Fu il 6 agosto 1916, con un'azione fulminea costruita con meticolosità e tenacia e con l'azione coordinata di esercito, genio, artiglieria e aviazione. Era domenica e alle prime luci del mattino, mentre Gorizia si stava svegliando, le lunghe canne dei pezzi d'artiglieria si misero in posizione di tiro e i fanti, nelle trincee, aspettavano l'ordine di assalto. L'azione fu fulminea. Alle 16,40 il vessillo della brigata "Toscana" sventolava sulla cima del monte, a quota 609 metri.
Gli austriaci avevano trasformato il Sabotino in una vera e propria fortezza. Da più di un anno l'esercito italiano cercava inutilmente di espugnarlo. Dopo ben cinque battaglie combattute con le modalità tipiche della guerra di trincea, il generale Luca Montuori capì che era inutile mantenere le truppe a logorarsi nel fango. Era necessario adottare una tattica diversa: se il Sabotino era una fortezza, come tale andava considerata. Bisognava espugnarla usando le tecniche belliche che si usano per l'assedio di un castello fortificato, con il progressivo avvicinamento alla vetta per linee concentriche e la costruzione di ricoveri per le truppe.
Il racconto dell'assedio e dell'assalto finale ricorda antiche battaglie. Il libro cita il De bello gallico con la conquista di Alesia. A me ha ricordato l'assedio di Amida e le battaglie tra i romani e i parti. Ma l'autore de "La conquista del Sabotino" non è Giulio Cesare e neanche Ammiano Marcellino. Il suo racconto non riesce a dare il senso eroico della battaglia, che resta affidato alla suggestione dei due versi dannunziani.
Fu come l'ala che non lascia impronte / il primo grido avea già preso il monte
Sono versi che non danno conto delle trincee, del fango, la pioggia, i reticolati di filo spinato, ma evocano la velocità, il fulmine, l'azione improvvisa. È la celebrazione di un nuovo modo di combattere. Perché in quell'occasione l'aviazione militare ebbe, per la prima volta, una parte importante nell'azione bellica, sia per opere di rilevamento e ricognizione che per il bombardamento. Possiamo dire che la battaglia del Sabotino segna il punto di partenza di un nuovo modo di fare la guerra.
Resta una domanda. Come può aver pensato il comitato scientifico del premio delle Biblioteche di Roma di inserire un libro facente parte di una "Biblioteca di arte militare" tra i saggi che concorrono al premio? Pensa forse che l'arte militare, e in particolare le operazioni speciali, siano tra gli argomenti di qualche interesse, per i componenti dei Circoli di lettura? Ecco, i criteri in base al quale è stato scelto questo testo invece di un saggio su ambiente, energia, nuove tecnologie, è per me un mistero.



(Rita Cavallari)







Marco Cimmino, La conquista del Sabotino, Libreria Editrice Goriziana, 2012 [ * ]
 

 

 

 

 
LE VOCI INTORNO
post pubblicato in Ammirati, Maria Pia, il 25 giugno 2013

 


Un libro inatteso, questo della Ammirati. Come si scopre leggendo nel retro del frontespizio, “… qui pubblicato in versione definitiva e ampliata, è apparso…in allegato al “Corriere della Sera” nella collana “Inediti d’autore”. 
Ho potuto confrontare le due versioni direttamente, dato che ho gli “Inediti d’autore”: posso assicurare che l’ampliamento di cui si parla è…un vero e proprio completamento. Ma non solo. Il romanzo è ora completo e la storia che racconta si conclude come ciascun lettore vuole: positivamente.
Il libro racconta le impressioni di una protagonista, Alice, che - a seguito di un incidente - si trova in coma, in un letto d’ospedale. Credo che - su questo argomento - sia stato scritto molto, a partire dal caso di Eluana Englaro; ma il libro della Ammirati presenta un elemento originale: a parlare - da protagonista (almeno della prima parte) è la persona in coma. L’autrice si immedesima nella persona che - a partire dall’incidente e dai dettagli del suo salvataggio da parte dei soccorritori (mentre il fidanzato e una sua amica, che glielo stava portando via, muoiono) - continua a descrivere come stia vivendo questa situazione, che solo pian piano si rivela essere un coma.
E’ un libro immediato, piccolo e breve, da leggere tutto d’un fiato. L’edizione precedente, quella citata sopra e apparsa negli “Inediti d’autore” conteneva circa due terzi di questa, ed aveva solo Alice nel ruolo di protagonista. Quindi la sua conclusione non c’era…il libro lasciava il lettore col dubbio che il coma di Alice non fosse risolubile, e che Alice non fosse più capace di pensare se aspettare, o se invece preferire che la cosa si risolvesse con l’uscita dal mondo dei vivi.
Proprio nel modo in cui il libro - invece - presenta l’evento risolutore sta il segreto di questa autrice, che rivela un grosso attaccamento alla vita e che dà del problema del coma e del relativo tentativo di soluzione con la “morte dolce” un validissimo, originale e molto positivo contributo. Il libro, nella struttura pubblicata con l’editore Cairo (quella di cui sto parlando) ha due parti: una si intitola “Alice” ed ha per protagonista la stessa che è nella prima versione, ma continua oltre quanto descritto in quella edizione, con altri pensieri che portano l’autrice a percepire altro, nel mondo circostante, altro oltre a “le voci intorno”, cioè a quelle del padre e della sorella. Tutta la parte di Alice si sposta dalle riflessioni sul suo coma a quelle di suo padre, che - rimasto vedovo - vive nel pensiero costante delle figlie e della loro crescita e non accetta molto positivamente, anzi non se ne rassegna affatto, la condizione in cui è precipitata la figlia. E Alice - nel coma - percepisce alcune cose del padre: la voce e i tentativi che lui fa per riuscire a scorgere almeno un segno di vita in Alice che gli faccia sperare il meglio.
Il libro si risolve nella seconda parte, che ha un’altra protagonista, Aurora, la sorella minore di Alice. Il monologo di Aurora, che inizia dalla sua infanzia, dal difficile rapporto col padre, nella condizione di figlia minore, dopo la perdita della madre. Aurora cresce per opera di un’amica della madre, Allegra, che si offre di aiutare suo padre nel difficile compito di tirare su due figlie da solo. E da qui, una serie di considerazioni porta Aurora a cominciare ad occuparsi della sorella e del suo difficile stato, contrastando in parte i tentativi di suo padre nel cercare di sapere cosa succede ad Alice quando nessuno è con lei, e concentrandosi invece sull’osservazione della condizione di Alice. Proprio da questo nasce la conclusione, splendida e inattesa, che scaturisce dalle percezioni di Aurora; percezioni che precorrono i tentativi del padre e allertano i medici su un inizio di uscita dal coma. 
La scrittura della Ammirati è deliziosa e il libro si fa leggere in un fiato. Ne rimane, specie quando si arriva alla seconda parte, una sensazione splendida, che solo le ultimissime pagine danno. Questa suspense - presente nell’intero libro - è l’elemento chiave della storia e la renda piacevolissima a chi legge.
Mi scuso con chi abitualmente mi legge, per aver raccontato in parte la vicenda; come ho detto poche righe fa, questa ha un epilogo inatteso e molto bello, che lascia nel lettore una sensazione penso comune a chiunque si sia trovato vicino ad una persona in coma. Una sensazione cui la vicenda Englaro ci ha disabituati e che era ora che qualcuno ci desse. Ringrazio da queste righe la Ammirati per averlo fatto.




(Lavinio Ricciardi)






Maria Pia Ammirati, Le voci intorno, Cairo, 2012 [ * ]  

 

ascolta quì e quì







 
 

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SENZA PREMIO
post pubblicato in Diario, il 21 giugno 2013


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THE ARTIST IS PRESENT
post pubblicato in Diario, il 20 giugno 2013
 

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L'UOMO IN PIEDI
post pubblicato in Diario, il 19 giugno 2013

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GEZI PARK
post pubblicato in Corsi, Marcella, il 19 giugno 2013

 

I
una fuga d'alberi alti – andante come musica
un inoltrarsi nel folto delle proprie contraddizioni
uno spavento fecondo di gnomi di streghe d'elfi

che sia beffardo e nero ramo invernale o trina
primaverile di subitanea infiorescenza rosata
questo serve alla vita questo basta forse alla vita

anche degli uomini dimentichi della notte, arresi
invano ad una scienza presuntuosa e scomposta
dispersi, ormai perennemente illuminati a giorno


II
che alberi ci saranno nel bosco di Istambul?
tigli ed acacie come da noi, e querce ed aceri
oppure paulonie magnifiche e ficus dalle alte
aeree radici? o i castagni e i ciliegi e gli alberi
di Giuda dalle fitte infiorescenze rosa?sangue?

ora hanno compagnia ogni notte tutta la notte
ascoltano più canzoni in giorni di quante in mesi
ma soffrono luci improvvise rumori acuti troppo
vicini, nei nidi a stento si addormentano all'alba:
Erdogan dice che li taglia gli alberi di Gezi park

gli servon minareti alti da superare il cielo
gli serve un centro di scambio di merci denaro
potere favori grandeur ma fammi il piacere
direbbe il principe del nostri comici, dai fammi
il discorso – che non chiami alla guerra civile

quello giusto per convincere chi vuole respirare
ossigeno e ascoltare il linguaggio delle foglie
chi vuole riconoscere il verso di usignoli e merli
e sdraiarsi al fresco nell'agosto e rispettare
le scelte di chi quei tronchi annosi ha rispettato

dai convincici: magari un tribunale ti darà ragione
(noi resteremo, negli occhi fughe d'alberi alti
a confondere il sole

 

 
Un grande parco cittadino contribuisce a migliorare la qualità della vita dei residenti. Verrebbe da dire: il bosco più bello è quello in città. Perché se ne sente il bisogno più che altrove, per non perdere il senso del proprio essere esseri viventi entro una comunità di viventi non solo umani.
La vicenda del Gezi park di Istambul porta in primo piano però anche la consapevolezza di quanto le politiche di ‘modernizzazione’ che perseguono obiettivi di grandeur (e di arricchimento personale?) non rispettino la volontà dei cittadini, le loro esigenze.
C’è molto di questa vicenda turca che colpisce. Anche “Bella ciao” cantata in corteo, come in Grecia, come in Campidoglio.
Vogliamo rifletterci sopra? Vogliamo parlarne? Vogliamo contribuire con altri versi?
 

 
(Marcella Corsi)

 

 
vedi quì

 

 

 


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LEGGERE CELINE PENSANDO A BUCK
post pubblicato in Celine, Louis-Ferdinand, il 15 giugno 2013



si era distesa in direzione del ricordo
il muso rivolto al nord da cui veniva
fedele ai suoi boschi alle giovani fughe

allungata dolcemente sui sassi, è morta
oh molto discretamente senza lamenti
una postura assai bella, slanciata, in fuga
però su di un fianco, stremata. Ne ho viste
di agonie ma nessuna così bella, discreta
fedele

(quel che danneggia l’agonia degli uomini
è il palcoscenico



I versi mi sono derivati dalla lettura di un brano dell’opera di Celine Da un castello all’altro e sottolineano, a partire dalla sensibilità e dall’arte di un osservatore privilegiato, la semplicità, la naturalezza, l’autenticità presenti nell’agire animale anche nei momenti più difficili.
Chiunque abbia avuto la fortuna di avere un rapporto vero, direi paritario, con un animale domestico o selvatico sa quanto gli umani abbiano da imparare in questo senso da loro. Noi così condizionati dall’immagine, dalla vetrina, oggi ancora più che per il passato…
La vitalità, la trasparenza delle reazioni di un animale, pur domestico, non di rado aiuta chi vi si relaziona con qualche purezza di cuore a capire qualcosa in più anche di sé. E lo riconcilia con la parte più profonda del suo essere vivente, in una sorta di "etica animale" che accomuna uomini e animali delle più varie specie, ognuno a suo modo in relazione con gli altri.
Eppure gli umani molto spesso non ripagano gli animali della stessa moneta. Ovvero la moneta con cui hanno saputo pagare finora ha un valore che per la natura è spesso un disvalore.
Non sono riuscita a leggere un libro di Tiziano Terzani che mi è stato regalato perché, aprendolo come sempre in un punto qualsiasi per un assaggio, son capitata sulla descrizione di un pranzo in un ristorante orientale: al centro della sala da pranzo è posizionata una gabbia che racchiude gli animali a disposizione dei commensali (anche nei nostri ristoranti talora si possono scegliere, tanto per fare un esempio, i pesci dentro un acquario), uno sceglie di farsi cucinare i palmi delle mani di una scimmia, mangia la sua gustosa bistecca, la scimmia continua ad essere lì nella gabbia e urla tutte le volte che qualcuno si avvicina…In larghe zone del mondo abitato dagli umani anche i cani sono inclusi nel menù.
Sì, uno dei nodi culturali che sento in modo maggiormente critico è quello del cibo animale, del cibo cioè che per essere mangiato richiede morte o sofferenza di animali. E un allevamento industriale dimostra oggi come l'impulso economicista alla base del capitalismo porti nel tempo ad erodere le basi morali della società. Becchi mozzati, code strappate, impianti in cui si macellano 400 vitelli all’ora...Le condizioni imposte dagli allevamenti industriali vanno messe in discussione, in nome di quell' etica "naturale" che per millenni ha orientato la vita dei giusti sulla terra. A partire dalla convinzione che il discrimine tra umano e inumano sia la sensibilità verso chi è inerme e "senza voce".
Quasi nessuna voce hanno ancora anche nel nostro mondo culturale gli animali da lavoro che invecchiano. Perché meravigliarsene in un mondo nel quale non si riescono a tutelare nemmeno gli uomini e le donne che invecchiano dopo una vita di lavoro?
Infatti non ci meravigliammo quando lo trovammo nel bosco, con il collare a strangolo, denutrito da far paura, con due zampe fratturate e gli occhi di una tristezza senza speranza, il segugio di pelo riccio. E' invecchiato con noi. E' un bel cane zoppo che talvolta sembra sorrida.
Non so se sia per questo, più probabilmente qualcosa nel linguaggio usato mi ha toccato, ma non mi è riuscito di leggere e passar oltre. Dunque leggete per favore anche voi quel che scrivono Isabella e Mizzy di Buck (quì), ribattezzato sir Duke (anche solo per apprezzarne l'appassionata partecipazione). Perché, se per i grandi problemi quel che ognuno di noi può fare non è molto, la soluzione di qualche situazione problematica individuale potrebbe essere alla nostra portata.




 
1) Louis-Ferdinand Céline è lo pseudonimo (Céline era il nome della nonna materna) dello scrittore francese Louis Ferdinand August Destouches, conosciuto soprattutto per l'opera Viaggio al termine della notte.
2) E' quanto ho dedotto dalla lettura di Il dilemma dell'onnivoro di Michael Pollan, il quale offre una terza possibilità al dilemma che invita a rifiutare la carne o a far finta di non vedere il macello: che le mura dell’industria della carne diventino trasparenti, in modo reale (grandi pannelli di vetro a contenere i macelli) e anche metaforico. La sfida per chi voglia mangiar carne sarebbe allora esser capaci di di uccidere in modo più veloce e meno doloroso di quanto potrebbe avvenire in natura.
3) Lo fa in modo molto efficace Jonathan Safran Foer in Se niente importa perché mangiamo gli animali?, Parma, Guanda 2010

 
(Marcella Corsi)
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vedi quì


   


 
Louis-Ferdinand Celine, Da un castello all'altro, Einaudi, 2008 [ * ]
CANI NELLA NOTTE
post pubblicato in Diario, il 14 giugno 2013
 

Renato Guttuso, Cani nella notte, 1973

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EKUMENOPOLIS
post pubblicato in Diario, il 13 giugno 2013
  

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PARLA UN ALBERO DI FUKUSHIMA, 11.03.2011
post pubblicato in Calandrone, Maria Grazia, il 6 giugno 2013
 

Non esiste nessuno da accusare. Nessuno contro
la paura per questo incomprensibile
male. Siamo così esposti. Così inermi. Invisibili come radiazioni.
Transatlantici e aerei da guerra
nella ipnosi nera
delle onde. Stavolta
è stato il mare. Ed è stata la terra. Tutto
oltrepassa la soglia della sua incandescenza. Nessuna madre
risalita dal fondo del mare – ci consola.

Terra benevola e terra tremenda
che mi sollevi. Le barre dei reattori sono esposte
ed è esposta la crudeltà del mare, esumata la solida amarezza
della madre. Nomi comuni di cose sconosciute. Ora la vedi
la morte sempre inclusa come un dubbio
nell’amore terreno. Ora lo vedi tutto l’abbandono.

Capelli neri come la montagna e colonne di suoni da attraversare.
Tieni alta la carne come uno stridere di freni. Sono
una cosa che ha sempre sperato. Una fiducia ottusa
nella bontà degli uomini e della natura. Solo per questo, solo per fiducia
nella bontà degli uomini e della natura mi è rimasto nel cuore
tanto amore. Ripercussioni. Scorie. Combustione stabile. Ma io sarò per te il cuneo nel cuore. Il filamento nero di carbonio. Faticherai a distinguere le parti molli, ciò che di noi l’amore lascia vivo.

O corpi refrattari come favi – corpi-densi
gomitoli di luce
tra i sorrisi-àncora dei figli – la radiazione
del tutto libera da impurità.
Il cuore è un materiale sovraumano
ci spinge nel torace come un favo di miele.
Che l’amore sia questa creatura – e che sia !,
più feroce del sole.




(Maria Grazia Calandrone)
MUJO
post pubblicato in Murakami, Haruki, il 5 giugno 2013

L’ultima volta che venni a Barcellona fu nella primavera di due anni fa. Fu per firmare i miei libri e fui sorpreso dal gran numero di lettori che facevano la fila in attesa del mio autografo. Mi ci volle più di un’ora e mezza per firmare tutti i libri, poiché molte delle mie lettrici volevano baciarmi. Tutto questo richiese un bel po’ di tempo.
Ho preso parte a eventi di questo tipo in molte altre città del mondo, ma soltanto a Barcellona c’erano donne che volevano baciarmi. Fosse solo per questo, fui colpito dalla bellezza della città di Barcellona. Sono davvero contento di essere ritornato in questa città dalla ricca storia e dalla cultura meravigliosa.
Ma mi dispiace ch’io oggi debba parlarvi di qualcosa di più serio dei baci.
Come saprete, alle 14 e 46 dell’11 marzo un forte terremoto ha colpito l’area nordorientale del Giappone. La potenza di questo terremoto è stata tale che la Terra ha girato più velocemente sul suo asse e il giorno si è ridotto di 1.8 microsecondi. Il danno causato dal terremoto in sé è stato notevole, ma lo tsunami scatenato dal terremoto ha provocato devastazioni ben maggiori. In alcuni posti l’onda dello tsunami ha raggiunto un’altezza di 39 metri. Di fronte a un’ondata così enorme nemmeno il decimo piano degli edifici era in grado offrire rifugio a chi si trovava sulla sua traiettoria. Chi viveva vicino alla costa non aveva modo di sfuggirle e quasi 24.000 persone sono morte e circa 9.000 di esse sono ancora dichiarate disperse. La grande ondata le ha portate via e non siamo ancora riusciti a ritrovare i loro corpi. Molti sono scomparsi nel mare ghiacciato. Quando mi fermo a riflettere su questo e cerco di immaginare che cosa si provi a subire un destino così tragico, mi si stringe il petto. Molti sopravvissuti hanno perso la famiglia, gli amici, la casa, le proprietà, le comunità e le basi stesse della loro vita. Interi villaggi sono stati completamente distrutti. Molti hanno perso ogni speranza di vita.
Essere giapponesi significa convivere con le calamità naturali. I tifoni attraversano gran parte del Giappone dall’estate all’autunno. Ogni anno provocano enormi danni e molte persone perdono la vita. Ci sono molti vulcani attivi in ogni regione. E ovviamente ci sono molti terremoti. Il Giappone poggia pericolosamente sulle quattro enormi placche tettoniche nell’estremità orientale del continente asiatico. Si dice che viviamo proprio sul nido dei terremoti.
Possiamo predire in una certa misura l’ora e la traiettoria dei tifoni, ma non possiamo predire quando avrà luogo un terremoto. Tutto ciò che sappiamo è che questo non è stato l’ultimo grande terremoto e che ce ne sarà un altro nel prossimo futuro. Molti esperti predicono che un terremoto di magnitudo 8 colpirà l’area di Tokyo entro i prossimi venti o trenta anni. Potrebbe accadere tra dieci anni o domani pomeriggio. Nessuno può dire con certezza quale sarà l’entità del danno se un terremoto interno dovesse colpire una città così densamente popolata come Tokyo.
Nonostante ciò soltanto nell’area di Tokyo ci sono 13 milioni di persone che conducono vite “normali”. Prendono affollati treni per pendolari per recarsi in ufficio e lavorano all’interno di grattacieli. Persino dopo questo terremoto non mi è mai giunta voce che la popolazione di Tokyo sia diminuita.
Perché? Potreste domandarmi. Com’è possibile che così tante persone vivano la propria esistenza quotidiana in un posto così terribile? Non impazziscono dalla paura?
In giapponese abbiamo la parola “mujo”. Significa che tutto è effimero. Tutto ciò che nasce in questo mondo cambia e alla fine scomparirà. Non vi è nulla di eterno o di immutabile su cui possiamo fare affidamento. Questa visione del mondo proviene dal buddismo, ma l’idea di “mujo” è stata impressa a fuoco nello spirito del popolo giapponese e ha messo radici nella coscienza etnica comune.
L’idea che “tutto se n’è semplicemente andato” esprime rassegnazione. Crediamo che non serva a nulla opporsi alla natura, ma il popolo giapponese ha scoperto positive espressioni di bellezza in questa rassegnazione. Se per esempio pensiamo alla natura, noi adoriamo i fiori di ciliegio a primavera, le lucciole in estate e le foglie rosse in autunno. Per noi è naturale osservare tutto questo appassionatamente, collettivamente e per tradizione. Può risultare difficile fare una prenotazione alberghiera vicino ai celebri luoghi dei boccioli di ciliegio, delle farfalle e delle foglie rosse nelle rispettive stagioni, poiché sono posti invariabilmente gremiti di visitatori.
Perché?
I fiori di ciliegio, le lucciole e le foglie rosse perdono la loro bellezza in un tempo molto breve. Ci spingiamo molto lontano per assistere al momento glorioso. E siamo alquanto sollevati quando possiamo confermare che non sono semplicemente splendidi, ma cominciano già a cadere, a perdere le loro piccole luci e la loro bellezza vivida. Il fatto che la loro bellezza ha raggiunto l’apice e comincia già a svanire ci assicura la pace dell’animo.
Non so se le calamità naturali abbiano influenzato una tale mentalità, ma sono sicuro che in un certo senso in virtù di questa mentalità abbiamo superato collettivamente calamità naturali consecutive e accettato cose che non potevamo evitare. Forse queste esperienze plasmano la nostra estetica naturale.
La grande maggioranza dei giapponesi è stato profondamente traumatizzata da questo terremoto. Per quanto possiamo essere abituati ai terremoti, ancora non siamo riusciti a farci una ragione delle dimensioni del danno. Ci sentiamo impotenti e siamo in ansia per il futuro di questo Paese.
Alla fine rivitalizzeremo la nostra mente, ci alzeremo e ricostruiremo. Non ho vere paure in questo senso.
È così che siamo sopravvissuti nel corso di tutta la nostra lunga storia. Non possiamo essere di alcun aiuto se restiamo immobili e sopraffatti dallo choc. Le case demolite possono essere ricostruite e le strade distrutte possono essere riparate.
In breve, abbiamo in affitto una camera sul pianeta Terra senza alcun permesso. Il pianeta Terra non ci chiede mai di vivere su di esso. Se trema un po’ non possiamo lamentarcene, poiché tremare di tanto in tanto è una delle caratteristiche della terra. Che ci piaccia o no dobbiamo convivere con la natura.
Ciò di cui voglio parlare qui non è qualcosa come edifici o strade, che possono essere ricostruiti, ma piuttosto cose che non possono essere ricostruite facilmente, cose come etica o valori. Sono cose che non possiedono una forma fisica. Una volta distrutte è difficile ripararle, perché non possiamo farlo con macchine, lavoro e materiali.
Ciò di cui sto parlando in concreto sono gli impianti nucleari di Fukushima.
Come saprete, almeno tre dei sei impianti nucleari danneggiati dal terremoto e dallo tsunami non sono ancora stati riparati e continuano a perdere radioattività intorno a loro. È avvenuta la fusione e il terreno circostante è stato contaminato. L’acqua contaminata dalla radioattività è stata riversata nel vicino oceano. Il vento diffonde la radioattività in aree più estese.
Centinaia di migliaia di persone hanno dovuto lasciare la propria casa. Fattorie, aziende agricole, fabbriche e porti sono stati abbandonati da tutti. Chi viveva lì potrebbe non essere più in grado di farvi ritorno. Mi addolora affermare che il danno prodotto da questo incidente non interessa soltanto il Giappone ma va diffondendosi nei Paesi vicini.
Il motivo per cui un incidente così tragico ha avuto luogo è più o meno chiaro. Le persone che hanno costruito questi impianti nucleari non avevano immaginato che uno tsumani di tali dimensioni li avrebbe colpiti. Alcuni esperti avevano fatto notare che tsunami di dimensioni simili avevano già colpito queste regioni e avevano fatto pressione affinché i parametri di sicurezza venissero rivisti, ma le compagnie elettriche li avevano ignorati, poiché le compagnie elettriche, in quanto imprese commerciali, non avevano alcuna intenzione di investire in modo significativo in vista di uno tsunami che potrebbe abbattersi una volta ogni cento anni.
Il governo, che dovrebbe garantire la sicurezza degli impianti nucleari con rigide regolamentazioni, pare che abbia abbassato i parametri di sicurezza per promuovere lo sviluppo dell’energia nucleare. Dovremmo indagare queste motivazioni e se vi troviamo degli errori dobbiamo correggerli. Centinaia di migliaia di persone sono state costrette a lasciare la propria terra ritrovandosi con la propria vita sconvolta. È giusto indignarsi al riguardo.
Non so perché i giapponesi si indignino così di rado. Sono bravi a essere pazienti, ma non lo sono altrettanto a indignarsi. Sotto questo aspetto siamo sicuramente differenti dai cittadini di Barcellona. Ma questa volta persino i giapponesi si sono indignati sul serio.
Allo stesso tempo dobbiamo essere critici verso noi stessi, noi che abbiamo permesso o tollerato questi sistemi alterati.
Questo incidente è in relazione con la nostra etica e i nostri valori.
Come saprete, noi, il popolo giapponese, abbiamo vissuto l’esperienza degli attacchi nucleari. Nell’agosto del 1945 bombardieri statunitensi hanno sganciato bombe sulle due principali città di Hiroshima e Nagasaki, provocando la morte di oltre 200.000 persone. Le vittime erano in massima parte persone inermi, gente comune. Tuttavia non è questo per me il momento di stabilire i torti o le ragioni di ciò che accadde.
Ciò che qui voglio sottolineare è non soltanto che 200.000 persone morirono per le conseguenze immediate del bombardamento atomico, ma anche che molti sopravvissuti sarebbero morti successivamente in seguito agli effetti delle radiazioni in un periodo di tempo prolungato. Dalle vittime delle bombe nucleari abbiamo imparato quale terribile distruzione la radioattività ha causato al mondo e alla gente comune.
Dopo la seconda guerra mondiale abbiamo seguito due politiche fondamentali. Una era la ripresa economica, l’altra la rinuncia alla guerra. Avremmo rinunciato all’uso delle forze armate, saremmo diventati più prosperi e avremmo perseguito la pace. Queste idee divennero le nuove politiche del Giappone del dopoguerra.
Le parole che seguono sono scolpite sul monumento alle vittime della bomba atomica di Hiroshima. 
“Riposate in pace. Non faremo mai più lo stesso errore”.
Sono parole altisonanti. Queste parole significano che siamo vittime e assalitori allo stesso tempo. Di fronte all’energia nucleare siamo vittime e assalitori. Poiché siamo minacciati dalla potenza dell’energia nucleare, siamo tutti vittime. Poiché la usiamo e non riusciremmo a evitare di usarla, siamo anche tutti assalitori.
Sessantasei anni dopo il bombardamento atomico gli impianti nucleari di Fukushima Dai-ichi diffondono radioattività da tre mesi, contaminando il suolo, l’oceano e l’aria intorno a loro. Nessuno sa come e quando riusciremo a fermarli. È la seconda fonte di devastazione operata dall’energia nucleare in Giappone, ma questa volta nessuno ha sganciato una bomba atomica. Noi, il popolo giapponese, abbiamo commesso i nostri propri errori, abbiamo contribuito a distruggere le nostre terre e le nostre vite.
Perché è accaduto? Che cosa ne è stato del nostro rifiuto dell’energia nucleare dopo la seconda guerra mondiale? Che cosa ha guastato la nostra società pacifica e benestante, che con tale costanza abbiamo perseguito?
Il motivo è semplice. La ragione è l’“efficienza”.
Le compagnie elettriche hanno insistito che gli impianti nucleari offrivano un sistema di sviluppo energetico efficiente. Era il sistema dal quale potevano trarre profitto. E soprattutto in seguito alla crisi petrolifera il governo giapponese dubitò della stabilità dei rifornimenti di petrolio e promosse lo sviluppo dell’energia nucleare come politica nazionale. Le compagnie elettriche avevano speso enormi somme di denaro in pubblicità per indurre i media a dare al popolo giapponese l’illusione che lo sviluppo dell’energia nucleare fosse completamente sicuro.
E così scoprimmo che il 30% dell’elettricità proveniva dall’energia nucleare. Il Giappone, che è una piccola nazione insulare colpita di frequente da terremoti, divenne il terzo dei principali produttori di energia nucleare, senza che il popolo giapponese nemmeno lo notasse.
Avevamo superato il punto di non ritorno. Ormai era fatta. A coloro che avevano paura dell’energia nucleare veniva posta la domanda intimidatoria: “Saresti favorevole alla penuria di energia?” Il popolo giapponese cominciò a pensare che fosse inevitabile fare affidamento sull’energia nucleare. È quasi una tortura vivere senza aria condizionata nella torrida e umida estate giapponese. Coloro che avevano dubbi riguardo all’energia nucleare furono etichettati come “sognatori irrealistici”.
E così arrivammo dove siamo oggi. Impianti nucleari che dovrebbero essere efficienti ci offrono una visione dell’inferno. Questa è la realtà.
La cosiddetta “realtà”, su cui insistevano coloro che promuovevano lo sviluppo dell’energia nucleare, non è per nulla la realtà, ma soltanto “comodità” superficiale. Hanno sostituito la realtà con la loro “realtà” e la loro logica difettosa.
Questo è il crollo del mito della “tecnologia”, di cui il popolo giapponese era orgoglioso, e la disfatta dell’etica e dei valori di noi giapponesi, che abbiamo permesso un tale inganno. Accusiamo le compagnie elettriche e il governo giapponese. Questo è giusto e necessario, ma allo stesso tempo dovremmo accusare noi stessi. Siamo vittime e assalitori allo stesso tempo. Dobbiamo considerare seriamente il fatto. Se non lo facciamo commetteremo di nuovo il medesimo errore.
“Riposate in pace. Non commetteremo mai più lo stesso errore”.

Dobbiamo prendere a cuore queste parole.
Il Dr Robert Oppenheimer, uno dei principali artefici dello sviluppo della bomba atomica, fu tremendamente colpito dalla spaventosa situazione di Hiroshima e di Nagasaki dopo gli attacchi atomici. Disse al presidente Truman: “Abbiamo le mani insanguinate”.
Truman prese un fazzoletto immacolato dalla sua tasca e disse: “Si pulisca le mani con questo fazzoletto”.
Ma ovviamente non c’è al mondo fazzoletto pulito grande abbastanza da ripulire così tanto sangue.
Noi, i giapponesi, avremmo dovuto dire: “No” all’energia nucleare. È questa la mia opinione.
Avremmo dovuto sviluppare fonti di energia alternative per sostituire l’energia nucleare a livello nazionale, mettendo insieme tutte le tecnologie, le conoscenze e il capitale sociale. Anche se tutto il mondo ci avesse riso in faccia dicendo: “L’energia nucleare è il sistema di produzione di energia più efficace e i giapponesi sono così sciocchi da non usarlo”, avremmo dovuto conservare l’allergia nei confronti dell’energia nucleare che la nostra esperienza delle armi nucleari aveva prodotto in noi. Dopo la seconda guerra mondiale avremmo dovuto dare la massima priorità a una politica di sviluppo delle energie non nucleari.
Avremmo dovuto fare dello sviluppo della produzione di energia non nucleare il fondamento della nostra politica dopo la seconda guerra mondiale. Sarebbe dovuto essere questo il modo di assumerci la nostra responsabilità collettiva per le vittime di Hiroshima e Nagasaki. In Giappone avevamo bisogno di un’etica forte, di valori forti e di inviare un messaggio forte che per i giapponesi sarebbe stato una possibilità di dare un autentico contributo al mondo. Ma abbiamo trascurato di imboccare questa strada importante, preferendole quella facile dell’“efficienza” a sostegno del nostro rapido sviluppo economico.
Come ho affermato, possiamo superare il danno causato dalle calamità naturali, per quanto spaventoso e esteso esso possa essere. E a volte il processo del superamento rende le nostre menti più forti e più profonde. Questo possiamo ottenerlo.
È compito degli esperti ricostruire strade e edifici distrutti, ma è dovere di tutti noi ristabilire etica e principi danneggiati. Cominciamo piangendo coloro che sono morti, prendendoci cura delle vittime del disastro e con il desiderio naturale di non permettere che la loro sofferenza e le loro ferite siano vane. Ciò assumerà la forma di un’opera ingegnosa e silenziosa che richiederà notevole pazienza. A questo scopo dobbiamo unire le nostre forze, così come l’intera popolazione di un villaggio va fuori insieme a coltivare i campi e a seminare in un’assolata mattina di primavera. Ognuno facendo quello che può, tutti insieme.
Noi, scrittori professionisti, versati nell’uso delle parole, possiamo contribuire positivamente a questa missione collettiva su larga scala. Dovremmo connettere etica e principi nuovi a parole nuove e creare e costruire storie nuove e stimolanti. Saremo in grado di condividere queste storie. Avranno un ritmo che incoraggerà le persone, proprio come le canzoni che gli agricoltori intonano quando seminano. Abbiamo ricostruito il Giappone che era stato completamente distrutto dalla seconda guerra mondiale. Dobbiamo ritornare a questo punto di partenza.
Come ho affermato all’inizio di questo discorso, viviamo in un mondo mutevole e transitorio, “mujo”. Ogni vita cambia e alla fine svanirà. Gli esseri umani non hanno potere di fronte alle più grandi forze della natura. Riconoscere l’effimero è uno dei concetti di base della cultura giapponese. Sebbene rispettiamo il fatto che tutte le cose sono transitorie e sappiamo di vivere in un mondo fragile e pieno di pericoli, a un certo punto siamo permeati di una tacita volontà di vivere e di menti positive.
Sono orgoglioso della grande considerazione che le mie opere riscuotono presso il popolo catalano e di essere stato insignito di un premio così grande. Abitiamo a notevole distanza tra di noi e parliamo lingue differenti. Abbiamo culture differenti. Ma allo stesso tempo siamo cittadini del mondo che condividono gli stessi problemi, la stessa gioia e la stessa tristezza. Storie scritte da autori giapponesi sono state tradotte in lingua catalana e il popolo catalano le ha fatte sue. Sono contento di poter condividere le stesse storie con voi. Sognare è il compito quotidiano dei romanzieri, ma condividere i sogni è un lavoro ancora più importante per noi. Non possiamo essere romanzieri senza la sensazione di condividere qualcosa.
So che il popolo catalano ha superato molte difficoltà, ha vissuto la vita pienamente e ha conservato una ricca cultura nella propria storia. Sono sicuramente tante le cose che condividiamo.
Sarebbe davvero meraviglioso se noi e voi potessimo diventare “sognatori irrealistici” in Giappone e in Catalogna e plasmare una “comunità morale”, aperta ad ogni Paese e cultura. Penso che sia il punto di inizio della nostra rinascita, poichè in tempi recenti abbiamo sperimentato molte calamità naturali e crudeli atti di terrorismo. Non dobbiamo aver paura di sognare. Non dobbiamo mai permettere ai cani impazziti chiamati “efficienza” o “comodità” di raggiungerci. Dobbiamo essere “sognatori irrealistici” che procedono con vigore. Gli esseri umani moriranno e svaniranno, ma l’umanità trionferà e si rigenererà per sempre. Al di sopra di tutto dobbiamo credere in questa potenza.
Farò dono dell’ammontare del premio alle vittime del terremoto e dell’incidente all’impianto nucleare. Sono profondamente grato al popolo catalano e alla Generalitat de Cataluña per avermi offerto questo premio e questa opportunità. Permettetemi anche di esprimere la mia più profonda solidarietà alle vittime del recente terremoto a Lorca.





(Murakami Haruki, discorso tenuto il 9 giugno 2011 a Barcellona, in occasione dell’assegnazione del Premi Internacional Catalunya.)

 


MINAMISANRIKU
post pubblicato in Diario, il 1 giugno 2013

Potrebbe essere uno stagno che si sta prosciugando, percorso da odori adesivi, usato come discarica. Invece si calpesta Minamisanriku e non si vorrebbe, temendo di far male a qualcuno. Pochi soccorritori sono arrivati quì e la prima volta se ne sono andati, convinti che il porto peschereccio abitato fino a venerdì da diciassettemila persone si trovasse altrove. Sono tornati oggi, spinti dai sopravvissuti del posto e dal Gps e adesso non hanno dubbi. Questo deserto coperto ora dai gabbiani, da cui affiora una gamba piegata, si apre dall'oceano verso l'interno per nove chilometri. 
ll livello del Pacifico che si è trasferito sopra la costa nord-est dell'isola di Honshu, resta alto per almeno due chilometri. Non una barca si è salvata, la spiaggia è attraversata da sabbie mobili e nessuno va a recuperare quell'arto, divenuto il segnale della catastrofe. Quì sorgevano migliaia di edifici, la darsena, strade, scuole e un piccolo ospedale. Se davvero Minamisanriku è questo, non c'è speranza. Da tre giorni non c'è traccia di almeno metà della popolazione. Diecimila abitanti sono scomparsi in pochi minuti, travolti dalla prima, grande onda scatenata dal sisma.

 

Dopo 72 ore si possono trovare persone vive sotto le macerie di un terremoto, non sotto il fango di uno tsunami. Chi si è salvato nei quartieri in collina, è accampato per strada e guarda l'impressionante scia orizzontale, simile a quella verticale aperta da una valanga.  Il livello del terreno si è abbassato e l'impressione è che ora sia inferiore a quello del mare. E' per questo che Minamisanriku è stata spazzata via e che gli aiuti non sono ancora arrivati. Le strade sono interrotte, tutto deve essere portato a mano. Manca cibo, non c'è acqua potabile, la corrente elettrica è sospesa. Non si può nemmeno fuggire: le pompe, tre chilometri all'interno, non funzionano e il carburante è esaurito. Questa città inghiottita è l'ultimo simbolo della catastrofe che s'è abbattuta sulle prefetture orientali di Miyagi, Iwate e Fukushima, a nord di Tokyo. Si comincia però a prendere atto con orrore che è solo una delle tante, uno tra i centinaia di luoghi del Giappone che non c'è più. Dopo un giorno in viaggio lungo la costa inghiottita dall'oceano, ormai deserta e muta, non ha senso tentare di contare i morti e i dispersi.
Diecimila? il doppio? La popolazione sostiene che anche trentamila risulteranno pochi. Più rapido contare i superstiti e i feriti e sperare che molti siano riusciti a scappare all'interno e che non riescano ora a dare l'annuncio della loro salvezza. "Quando è finita la grande scossa - dice Natsuo Kawabata, avvocato a Minamisanriku - mi sono precipitato verso casa. Ho visto una trentina di auto in colonna, che acceleravano sulla strada. Una dopo l'altra, in mezzo minuto, sono state inghiottite tutte. Nella quarta c'erano mia moglie e mio figlio Hojo di sette anni. Era al telefono con me e gridava "è fatta, siamo salvi"". Se una parte dell'Honshu non esiste più lo si deve anche alla straordinaria qualità delle costruzioni antisismiche, che hanno tradito gli abitanti. Dopo la scossa delle 14.46, l'assenza di crolli ha indotto la gente a illudersi di aver subito un evento straordinario, ma non distruttivo. L'allarme tsunami è stato lanciato nove minuti più tardi, diciannove prima che l'oceano si alzasse di venti metri sopra la costa.

 

L'onda si è abbattuta su una popolazione riversa per strada, che stava cercando di capire cosa fosse successo, nell'impossibilità di seguire gli appelli alla fuga lanciati in tivù, spenta dall'interruzione della corrente elettrica.  La maggioranza ha ignorato il pericolo del Pacifico, o ne ha sottovalutato la velocità, venendo strappata via con l'elmetto d'emergenza sul capo. E' questo eccesso di sicurezza nella tecnologia, l'abitudine alla compagnia di una terra quì in costante movimento, ad aver potenziato l'effetto del peggior terremoto della storia nazionale. Percorrendo i quattrocento chilometri  della costa inabissata, rimasti in gran parte privi di soccorsi a causa dell'emergenza radioattiva della centrale di Fukushima, ci si rende conto che il peggio potrebbe non essere ancora scoperto. Sendai, il capoluogo della prefettura di Miyagi, oltre un milione di abitanti, resta sommerso dall'acqua ancora per metà. Sono migliaia gli edifici distrutti, gli evacuati da tre giorni non mangiano e non bevono, l'aria della notte scende a quattro gradi sotto zero e solo pochi possono ripararsi con una coperta asciutta. "Ci mancano farmaci essenziali e sangue - dice Mikiko Dotsu, capo squadra di Medici senza frontiere - e l'assenza di energia impedisce di operare. centinaia di persone, in particolare i bambini e i vecchi, devono essere portate via di quì al più presto, con gli elicotteri o sulle navi". La scuola elementare di Natori è adibita a obitorio: all'interno, non coperti da lenzuoli, centinaia di corpi, forse mille. In un angolo vengono riposte le salme irriconoscibili, i resti considerati umani. Più si risale a nord, dal cuore dell'epicentro, e più lo scenario assume realmente il profilo di una non narrabile apocalisse. Anche la città marinara di Matsushima aveva diciassettemila residenti. E' ridotta ad un villaggio di poche case naviganti nel mare e del grande mercato del pesce non c'è traccia. Gli abitanti, sotto shock, raccontano che lo tsunami del'11 marzo passerà però alla storia per aver sottratto al mondo l'arcipelago di Matsushima Kaigan. Erano 260 piccole isole, decine di penisole verdi tuffate nel Pacifico, tra gli scenari naturali più stupefacenti del Giappone. Rocce nere, torri di tufo, sabbia come neve, sorgenti di acqua bollente, borghi antichi e una miriade di templi buddisti e scintoisti invasi dalla pace. Dalla costa oltre Sendai occorreva un'ora di barca per entrare nel paradiso delle scimmie e dei cervi, popolato di oltre duecentomila persone. Dalla terraferma non si scorgono più isole e i pescatori assicurano che l'arcipelago è stato sommerso. A Ishinomaki, sull'isola di Miyato, abitano centosessantaseimila persone, di cui non si ha notizia. Metà della città risulta distrutta. I pescatori dell'isola di Kinkazan, il "fiore d'oro" dell'Honshu, non trovano più decine di altre isole, rimaste sotto il livello del mare. Il censimento del disastro è ostacolato dalla distruzione dei porti e di migliaia di imbarcazioni. L'arcipelago di Matsushima è totalmente isolato da venerdì e anche il laboratorio marino dell'università di Tuhoku, nella città di Onagawa, non dà segni di vita. Di certo la penisola di Ojika, l'isola di Oshima e Fukuura, si trovano oggi sotto il livello dell'acqua ed è impossibile sapere quanti siano riusciti a mettersi in salvo, come abbiamo potuto riuscirci. Le isole hanno fatto da frangiflutti contro la forza del mare, proteggendo un tratto di terraferma, ma autocondannandosi a scomparire. Lungo la costa, che si presenta oggi come un luogo naturale totalmente cambiato e irriconoscibile, sono però migliaia gli edifici crollati anche a Shiogama, cinquantanovemila residenti e il più grande mercato del pesce della prefettura di Miyagi. Centinaia di persone mancano a Iwanuma, dove la gente resta accampata sui tetti. A Rikuzentakata, nella prefettura di Iwate, sabato si segnalavano quattrocento corpi restituiti dallo tsunami. Le squadre di soccorritori, giunte da Taiwan, affermano che nella spianata di fango ce ne potrebbero essere altrettanti. A Rikuzen Takata, cittadina di ventottomila persone, gli edifici demoliti dallo tsunami sono oltre ottomila. Centinaia più a sud, a Minami Soma. La realtà che un Giappone stremato non vuole ancora accettare è l'uscita dallo tsunami con una mutilazione profonda e lacerante. Tra la capitale e Kesennuma, apice nord estremo della devastazione, centinaia di centri abitati non esistono più. I porti distrutti sono decine, migliaia di imbarcazioni bruciate e affondate. La pesca rappresenta il 15% del pil nazionale e i danni economici si profilano immensi. In questa fascia di terra scossa, in gran parte impercorribile in auto e non raggiunta dalla macchina dei soccorsi, si aggirano oltre trecentomila sfollati, alla disperata ricerca di un numero imprecisato di morti e dispersi. La maggioranza della popolazione, poco meno di tre milioni di individui, ha perduto tutto e lotta per trovare acqua, cibo e qualcosa con cui difendersi dal freddo. Gli aiuti sono lenti e insufficienti: centomila uomini si perdono in un deserto di macerie e rischiano di trasformarsi a loro volta in profughi.
Solo oggi iniziano a delinearsi i contorni di una tragedia che nelle prime ore, dopo la scossa da 9 gradi della scala Richter, era sembrata miracolosamente scongiurata. Si è detto che il Giappone poteva resistere ad un simile squasso: stiamo scoprendo che non è andata così, che nemmeno il Sol Levante è stato più forte di una natura che si illudeva di aver sottomesso. "L'onda saliva - dice Yukio Hokusai, sopravvissuto di Rikuzen Takata - e il primo piano di casa è stato allagato. Siamo usciti sul tetto e anche i nostri vicini, nell'edificio a fianco, erano lassù. Un cantiere impediva al fango di scorrere e la montagna di melma saliva. Ho visto la famiglia Endo sparire in un gorgo nero, mentre il figlio più piccolo si aggrappava all'antenna satellitare". Di tutto questo, assieme al dolore, nel Nordest del Giappone resta solo la paura: di un'altra, definitiva scossa, di una contaminazione nucleare più alta di quattrocento volte rispetto al normale, dell'abbandono, di essere rimasti senza futuro. Nel pomeriggio al largo di Ebina ha attraccato la portaerei USA "Ronald Reagan". I marines che distribuiscono razioni di pane e di riso a chi si prepara per la terza notte all'addiaccio, hanno la maschera sul viso. I sopravvissuti si inchinano, ringraziano e subito si coprono la bocca con la mano.





(Giampaolo Visetti, da "La Repubblica" di lunedì 14 marzo 2011)        




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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 1/6/2013 alle 15:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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