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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
E' STATA CREATA LA PAGINA FACEBOOK
post pubblicato in Diario, il 28 maggio 2013
 

            E' stata creata la pagina Facebook del Circolo di Ecocritica di Villa Leopardi







                                       



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DAFNE
post pubblicato in Colafato, Michele, il 26 maggio 2013
    

Sono stata statua nel senso
levigato e invulnerabile dove
le carezze e i flash arrivano dal basso
e albero quando sulla pelle i ragazzi
scontrati feriscono i cuori trafitti da un dardo.
Ora zaino in spalla cammino
sento il corpo e il peso quello che lascio
e quello che mi porto dietro. 


(Michele Colafato)






Dafne, in Michele Colafato, Tieni aperto, Il Labirinto, 2012 [ * ]  







I miti ci vengono incontro: le Sirene, le Arpie, le Parche, Caronte, Minotauro, Arianna, Teseo, Palinuro, Orfeo, Dafne...
Non siamo noi umani a cercarli e a riprenderli.
Veniamo trovati quando siamo aperti alla comunicazione, quando cerchiamo una risposta ai quesiti propri della nostra condizione. Li incontriamo se sono vivi e questo avviene quando la comunicazione tra il mito e l’uomo nella cultura resta aperta.
(Non sono direttamente interessato alla struttura del mito ma posso capire che in una cultura ricca di miti si possano analizzare nei miti punti di snodo, varianti, e concordanze con altri miti. Sono interessato all’evoluzione e alla ri-creazione di miti.)

Dafne in arbëresh, la lingua che parlavo da ragazzo in strada, non implica riferimenti al mito o alla statua di Bernini. Dafne è l’alloro, dafani (s.m.), albero, arbusto, rametto, evocato e chiamato in causa di continuo : “ez me mir dafanin”, “vai a prendermi dell’alloro”. Dafani (il femminile, Dafina, resta nome proprio di donna) viene richiesto, portato, passa da una mano all’altra, vive con noi, sul balcone, nel giardino, entra in casa, è di casa. 
La familiarità, linguistica, biografica, culturale, crea un contatto sentito, intenso, profumato, organico, tra esperienza diretta ed epifania del mito.

Nella mia poesia, Dafne era stata statua, poi albero di alloro e poi donna: Dafne fa un cammino all’incontrario, e resta in cammino.
Il mito classico doveva evolvere nel mito moderno che comprende la trasformazione dell’essere umano in statua, dopo il passaggio attraverso l’essenza. Dafne donna/Albero di alloro/Statua: passaggi dall’umano all’inorganico.
Il mito di Dafne non finisce ma inizia con la metamorfosi di Dafne-Ninfa, concupita da Apollo, in Dafne-Alloro. Si completa con la metamorfosi dell’albero di Alloro in Dafne-Statua.
La prima metamorfosi, quella narrata da Ovidio, è il frutto del desiderio di Dafne-Ninfa di sfuggire alla cattura e allo stupro. La seconda metamorfosi è il risultato della ricerca della bellezza perfetta, fuori dal tempo, disincarnata, eterna, immobile, fissa, che fissa e registra una tragedia: questa ricerca crea Dafne-Statua, Dafne astratta dalla natura.
Gli antichi erano legati alla natura, perché si fermano alla metamorfosi di una ninfa acquatica in albero, in pianta, ma per i moderni di un’epoca che si allontana dall’organico e ambisce al Razionale e al distaccato questa metamorfosi non basta.
Così il mito antico si compie nel moderno e in quella forma incontra la poesia.
Dafne prega di scampare all’inseguimento di Apollo-Febo per sfuggire alla violenza, alla sofferenza, alla distruzione, e viene trasformata da Zeus, o, in una variante, da suo padre, che era un fiume, in alloro. Il fiume, l’acqua, e le radici restano in un contatto vitale, come i rami e le foglie con il vento. Successivamente, questa metamorfosi non parla più agli uomini che nell’età moderna parlano la lingua della Razionalità strumentale. “Logicamente”, diciamo così, l’albero diventa statua. Pietra, fredda, bellissima, levigata, e ferma per sempre. Ci viene da dire: non soffrirà più, anche se la spezzano non sentirà niente.

La poesia mette in relazione questi elementi mitici con l’esperienza diretta. Il vissuto vede Dafne-statua. Dal contatto nasce una domanda: e poi? finisce tutto qui? c’è un poi? può esserci?, che fine fa Dafne? C’è una domanda e c’è nel contatto una risposta, una via d’uscita. Riprendere il cammino.


(Michele Colafato)


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LE AMICHE SOTTOMARINE
post pubblicato in Mattei, Piera, il 25 maggio 2013
   

Il libro di poesie di Piera Mattei “Le amiche sottomarine” è un’ opera davvero significativa nel panorama della poesia contemporanea: è infatti realmente poetico, con un’atmosfera assorta e capace di profondi suggerimenti emozionali e nello stesso tempo è un libro di pensiero; un pensiero che definirei da un lato esistenziale, perché tratta dell’individuo, alla quotidiana prova nella sua umanità e nel suo interrogativo sul senso del vivere, dall’altro metafisico, perché questi uccelli, dei quali così spesso ci parla la poetessa, sono anche un occhio cosmico, l’emblema di una natura che, nei suoi ritmi e nei suoi protagonisti, ingloba e comprende l’uomo. Il libro apre quindi a una domanda intorno all’ordine primordiale e a un interrogativo intorno al “senso” (o forse al “divino”) ad esso connesso. 
Nella poesia Rotture di simmetria le anatre nuotano semplicemente componendo un disegno: 

quando
per fastidio
per vincere l'inerzia della scia
una sola
anche virando con il collo
ad ali aperte e gridi
ruppe
lo schema della simmetria

in moto centripeto
si aprirono allora
come scagliate ai bordi
d'un cerchio immaginario

e subito tornarono
chi stabiliva l'ordine?
a comporre uno schema leggibile
la forma di un ventaglio.

In maniera poetica si pone un interrogativo tra il mondo umano dell’arte e della Storia, rappresentate dal ventaglio e dallo stemma araldico, e il cerchio disegnato dalla natura; interrogativo che sottende la più alta riflessione nel rapporto tra cosmo e civiltà nella sua forma storica (lo stemma) e nella sua forma estetica (il ventaglio). Le poesie della Mattei sono quindi apparentemente semplici e naturalistiche, ma in realtà gravide di riflessioni acutissime e colte: qui il riferimento letterario è alla lirica di William Butler Yeats “I cigni selvatici a Coole”. Sono un esempio di come, pur non rinunciando, come vedremo, a una sensibilità squisitamente femminile, la lirica riesca a sposarsi con le alte domande del sapere occidentale, testimoniandone la crisi. 
Di questo tratta una poesia molto breve, apparentemente enigmatica come La penna stilografica. Perché c’è paura nel cosmo se la penna stilografica non scrive? Se non scrive, dice la poetessa, non afferra il tempo. Cosa vuol dire? Vuol dire che se l’uomo non scrive la sua Storia, la civiltà non esiste e il tempo non viene iscritto nella vicenda storica, quindi la Storia, con la civiltà che porta con sé, tace e scompare dal cosmo e il cosmo si spaurisce, inorridisce per questa mutilazione, questa notte del sapere che dilaga sulla terra. Tutta la prima parte, Rotture di simmetria, ci muove in questa direzione, o per meglio dire, a quest’altezza, se vogliamo tenere presente la tendenza a una visione anche aerea della realtà.
Nella seconda parte, Con i Mozart, il discorso si allontana dalla visione naturalistico - cosmica e si fa più terreno, più legato allo scorrere del quotidiano, ma gli interrogativi non sono meno gravi. In una poesia, che è anche ricordata nella bella prefazione di Dante Maffia, la poetessa è in una stanza d’albergo e sente nella camera vicina un insistente lamento infantile. Il senso del dilemma esistenziale è nella seconda strofa: la poetessa invita il bimbo, che è un bambino down, a protestare col suo pianto anche se non c’è chi ascolta, non c’è una giustizia nell’ordine universale degli eventi e il grido di protesta alla fine è destinato alla resa.
Con la sezione Deragliamenti si scende nell’intimità dell’individuo. Dà il nome alla sezione una poesia d’amore, anzi della fine di un amore di potente forza lirica che conferma come il pregio di questo libro sta proprio nell’unione tra architettura di pensiero e potenza espressiva. Lei non mi lascia è una poesia di singolare originalità sul tema della morte. Il riferimento letterario qui è alla notissima poesia di Saffo “Simile a un dio mi sembra…” ma qui l’effetto sconvolgente, che causa il mancamento della protagonista, è dovuto non all’immagine dell’amato ma alla presenza, violenta e avviluppatrice, della morte.
In questo libro insieme compatto e assai vario, la quinta sezione contiene la poesia che dà il titolo al libro, un ricamo prezioso su un moderno Ade: regno dei morti acquatico e tutto femminile, dotato di quella seducente vitalità che è appunto caratteristica femminile. Qui i riferimenti letterari sono molteplici e tutti squisitamente classici: dall’Eneide, alle Metamorfosi di Ovidio, ma anche all’Inferno dantesco: un percorso attraverso mondi inferi arcaici risuona in quest’acquario tutto di donne.
Infine, con Le Muse ardenti l’autrice si congeda dal lettore lasciandoci un’originalissima critica sulla civiltà moderna. Dice la poesia: noi abbiamo smesso di dare vigore alla nostra cultura, abbiamo lasciato che l’ispirazione, che è fonte di legame con il mondo, abbandonasse i nostri linguaggi artistici, e allora la gioia e l’incanto del mondo abbandonano noi. Fra tutte le critiche che si muovono alla società dei consumi questa, che mette l’arte in primo piano come valore cardine della società umana, è da pensare con molta attenzione.



(Marina Corona)







Piera Mattei, Le amiche sottomarine, Passigli, 2012 [ * ]

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FIGLI DELLO STESSO PADRE
post pubblicato in Petri, Romana, il 24 maggio 2013
  

È l’ultimo romanzo della scrittrice romana (di nome e “di fatto”), in ordine di tempo, e il terzo suo libro che leggo e del quale scrivo. Esistono, su questo libro, molte interviste - in specie sul web - ed io mi sono soffermato su quella di Patrizia La Daga, raccontata sul sito di Patrizia, www.leultime20.it. In questa intervista sono molte le notizie sul libro che si possono ricavare, e pertanto la cito soltanto. 
Riporto invece qui le mie semplici impressioni di lettore, felice di dire che questo libro è candidato al Premio Strega. L’autrice è giovane, ma molto conosciuta, da me soltanto da quattro anni. Comincio subito col dire che lo stile del libro - diverso, ma non troppo dai precedenti che ho letti, e cioè Ovunque io sia e Ti spiego - è quello di raccontare la vita com’è per tutti quanti. In questo la Petri eccelle, perché il suo stile semplice e scorrevole, consente di divorare le sue pagine (300 circa, per quest’opera) in pochi giorni. Già nello stile, il romanzo si mostra più maturo.
Sulla stessa onda, quella della vita di tutti, la lettura consente di immedesimarsi nei personaggi, due fratelli nati dallo stesso padre e da madri diverse. La Petri - come dice alla La Daga - rifugge dal termine fratellastri, che appartiene ad una cultura antiquata e chiusa. Di fratelli si tratta; Germano, rimasto con la madre sempre a Roma, anche se ha viaggiato, ed Emilio, vissuto a Milano, che invece si è trasferito in America, ove si è sposato ed ha due figli. E molto, della prima parte del libro, descrive i caratteri dei due protagonisti, mentre crescono; le diverse caratterizzazioni delle loro madri, che si conoscono, e - pur rivali - non si odiano, ma si comprendono in molti loro aspetti. La vita di tutti la fa da padrona, nel racconto. Naturalmente, come nei due romanzi precedenti, i sentimenti sono un motivo dominante della Petri: anche qui il libro cammina proprio sulla descrizione di sentimenti e stati d’animo che dominano lo scorrere dei fatti e conquistano ogni lettore sensibile.
Spesso si notano caratteristiche della Petri che sono tipiche della storia: un compagno della madre di Germano è portoghese (omaggio della Petri al suo attuale compagno) e molti aspetti della vita dei due ragazzi e sottolineano il contrasto tra Roma (città di Germano) e Milano (che naturalmente, essendo la città di Emilio, è continuamente citata con antipatia da Germano, nei dialoghi con sua madre). E in alcuni dialoghi si coglie il passaggio dal particolare al generale, proprio nelle storie raccontate e nei pensieri che avvolgono i personaggi.
Ancora, oggetto di sottolineatura dell’autrice sono gli hobby dei due ragazzi: quello di Emilio è evidente fin da bambino, ed è l’interesse per le formiche. Questo interesse lo occupa quando è ancora bambino, ma non lo abbandonerà mai, tanto da costituire oggetto di studio quando è già uomo adulto. Germano, invece, si rivela poco a poco, ma il suo hobby compare soltanto verso la parte finale del romanzo, nei pensieri di Emilio. E, piano piano - nel corso dell’intero romanzo - emerge anche un’altra figura, sempre tenuta un po’ in disparte: il padre dei due fratelli, Giovanni. Emerge nei pensieri delle due madri, nei discorsi che ciascuna fa con il proprio figlio e più di tutto nel ritrovarsi finale dei due fratelli. L’incontro di Emilio, lontano dall’Italia, con suo fratello Germano avviene a Roma, dove Germano fa una mostra di pittura ed invita (non senza conflitti interiori) il fratello, il quale accetta l’invito.
Questa parte del libro, che occupa appieno gli ultimi sei o sette capitoli (quasi un terzo dell’intero romanzo), è decisamente la parte più avvincente e affascinante dell’opera. La Petri ha preparato il lettore alla sorpresa con la descrizione disgiunta dei caratteri di Germano ed Emilio, che sembrano odiarsi, quasi. Almeno così pare al lettore che si compenetri nei sentimenti di Germano, che - con un carattere ombroso ed aggressivo - non è molto accogliente verso il fratello, anzi… Eppure, già fin dall’aeroporto, l’incontro tra i due fratelli non si configura proprio come scontro. Nella mostra dei quadri di Germano emerge poi quale sia la sua specialità, che traspare dai pensieri del fratello Emilio: nei quadri aleggia sempre la morte.
E sull’intera storia, specie in questi capitoli che narrano il ritrovarsi dei fratelli, la fa da padrone la figura paterna di Giovanni, che risolve proprio il conflitto tramutandolo in un ritrovarsi dei fratelli stessi. La figura paterna mette i fratelli proprio sulla strada del loro ritrovarsi, del riconoscersi fratelli anziché nemici, figli di uno stesso padre…
Mi accordo di essere andato un po’ oltre le mie abituali ritrosie al racconto della trama dei libri di cui scrivo. Ma non potevo non farlo. Il libro è davvero splendido sotto il profilo umano: i personaggi riescono ad uscire dalle pagine del libro e a trasformarsi in figure reali, quali ciascuno di noi può ritrovare in amici, parenti, conoscenti, e via dicendo… E questa che potrebbe essere una caratteristica banale e non da sottolineare, è invece il centro stilistico dell’opera di Romana Petri. Speriamo che quelli del Premio Strega se ne accorgano come me ne sono accorto io.




(Lavinio Ricciardi)








Romana Petri, Figli dello stesso padre, Longanesi, 2013 [ * ]


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MANDAMI TANTA VITA
post pubblicato in Di Paolo, Paolo, il 21 maggio 2013

 

È la storia di un incontro. La vita di due giovani scorre su linee parallele e uno, Moraldo, cerca inutilmente di incontrare l'altro, Piero. Si sono intravisti all'università, a Torino, o piuttosto è Moraldo che ha osservato Piero, l'ha seguito, gli ha scritto, senza ricevere risposta. Piero è sicuro di sé, sprezzante a volte, "un ragazzino pallido cresciuto troppo in fretta, nervoso nei movimenti, il pomo d'adamo sporgente". Intrattiene rapporti con intellettuali e uomini di cultura, ha fondato una rivista che pubblica scritti di politica. Moraldo ha nei suoi confronti un sentimento di curiosità e ammirazione ma anche di antipatia e dispetto. Di fronte a Piero, Moraldo sente i suoi limiti, vede la sua pochezza di pensiero, le incertezze, gli sbagli. 
Siamo nel 1926 a Torino. Il giovane pallido cresciuto troppo in fretta è Piero Gobetti, l'antifascista erede del Risorgimento italiano che fondò e diresse le riviste Energie Nove, La Rivoluzione Liberale, Il Baretti. Ad appena venticinque anni morirà esule a Parigi, dove si è rifugiato dopo le violente aggressioni fasciste.
È sconvolgente pensare all'attività di Piero Gobetti in venticinque anni di vita. Ventiquattro e sette mesi, in realtà, e in una vita così breve anche i mesi contano, anche i giorni e le ore. A Parigi, quando ormai la malattia lo lasciava stremato, riportava sul suo diario, una dopo l'altra, l'annotazione dei giorni di malattia, quasi a dover giustificare con se stesso la forzata inattività. 
È difficile per Moraldo, e sarebbe difficile per chiunque, misurare le proprie capacità su quelle di Piero, impossibile sperare di essere come lui, sconfortante l'idea di mettersi alla prova, vincendo la propria indecisione.
Moraldo incontrerà Piero casualmente, su una panchina del Bois de Boulogne. Con un tuffo al cuore lo riconoscerà, ma gli mancherà il coraggio di presentarsi, di spiegare che anche lui viene da Torino e che vorrebbe fargli domande, che ha tante cose da dirgli. Piero chiede a Moraldo il giornale, lo sfoglia, glielo restituisce con una parola di ringraziamento, si incammina verso la clinica di rue Piccini, dove è ricoverato. Il ragazzo spavaldo e altero è ora un giovane uomo dall'aspetto debole, fragile al punto da sembrare quasi dissolversi e svanire. Piero morirà il giorno successivo e Moraldo resterà con l'angoscia della sua mediocrità e del suo fallimento.
In un modo agile e coinvolgente il libro ci illumina sulla breve vita di Piero Gobetti, sulle sue idee e sulla sua incredibile attività di giornalista ed editore.
Voglio citare solo due aspetti del pensiero di Gobetti, che mi sembrano ancora prepotentemente attuali: la dignità del lavoro, punto fondamentale nella vita dei giovani, e l'importanza dell'azione politica. 
"Bisogna restare politici nel tramonto della politica" è la frase del libro che più mi ha colpito.



(Rita Cavallari)








Paolo Di Paolo, Mandami tanta vita, Feltrinelli, 2013 [ * ]
ALBERINVERSI
post pubblicato in Diario, il 18 maggio 2013


alberinversi

sfumature di verde


 

 

Il Gruppo di ecocritica del Circolo dei lettori invita ad un

incontro con i poeti

Maria Grazia Calandrone, Fabio Ciriachi,    Michele Colafato, Tiziana Colusso,          Marcella Corsi, Luciana Raggi


 

il 20 maggio 2013 alle 19,30

          presso la Biblioteca di Villa Leopardi            (via Makallé)


 

introducono Adriana De Nichilo 

Anna Maria Robustelli


intermezzi musicali di Alessandra Ciccaglioni 

LA TORTORA E IL SILIQUASTRO
post pubblicato in Colafato, Michele, il 17 maggio 2013

  

L'albero magico che rallegra il Palatino
fiorisce nelle rughe e sul tronco a primavera
le bocche di leone ruggiscono
tra le crepe del muro e il ciuffo di ciclamini viola
si offre al sole. La porta dove bussavi
è stata sempre aperta e la tortora
rimanda il richiamo: ho imparato
ho imparato, anch’io che mi ripeto
qualcosa ho imparato.

 



(Michele Colafato)







"La tortora e il siliquastro" in Michele Colafato, Tieni aperto, Il Labirinto, 2012 [ * ]









vedi quì per una descrizione naturalistica dell'albero sul Palatino, l'"albero di Giuda"







  

Lungo la via di San Gregorio al Celio, dietro la grande cancellata che s’apre al Palatino, nei giorni di primavera piange lacrime di sangue un albero antico che non ti aspetteresti di vedere lì dov'è e per questo puoi finire per non vederlo. Egli è noto ai botanici come il Siliquastro e tra il popolo di Roma l'ho sentito chiamare Re degli alberi di Giuda. E benché pianga, fiorendo, la sua vista che ravviva le pendici del colle, mette allegria, non tristezza, e meraviglia chi viene ad ammirarlo da paesi lontani. * ]


 

 

 


 
 
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