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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
GLI SDRAIATI
post pubblicato in Serra, Michele, il 27 dicembre 2013
   

Chi come me, legge da anni Michele Serra, non è affatto rimasto sorpreso dall’arguzia e dal colore col quale l’autore parla degli adolescenti, categoria cui appartiene suo figlio. Dal titolo ci si aspetterebbe una disamina della categoria degli adolescenti attuali e dei diciottenni in particolare. 
In realtà, Serra racconta nel libro quale sia il rapporto di un padre con un figlio che vive questo tempo da diciottenne. E lo racconta quasi sempre dal punto di vista del padre, in modo sempre riflessivo ma che tiene anche conto dei comportamenti del figlio, e che oltre a non condividerli, li osserva attentamente, spesso cercando di capire dove vanno a parare. 
Tutta la storia si svolge nella mente del padre, che – per ogni capitolo delle sue riflessioni – calca l’accento su questo o quell’aspetto della vita e del rapporto padre – figlio, mettendone a nudo la realtà e le incongruenze che un padre attempato (siamo sui sessanta) vede nei diciotto anni del figlio. Si potrebbe parlare del solito gap generazionale, come da più parti e in varie epoche è stato definito, ma non penso che lo scopo del libro sia proprio quello.
Serra padre (anzi, dopopadre, come ama definirsi, con riferimento al post-moderno tanto di moda) vive piuttosto il rapporto con il figlio dal suo punto di vista, ricordando la sua adolescenza nei ragionamenti, ma non direttamente. E l’intera narrazione di queste riflessioni è – al solito, dico, da lettore quotidiano di Serra (L’Amaca, e non solo, su Repubblica e la sua rubrica settimanale su Il Venerdì) – un bellissimo spaccato sui rapporti padre – figlio attuali. Con un inciso, che compare praticamente ad ogni capitolo, e che tende a portare il figlio su un terreno che potrebbe essere comune. 
E al termine, il terreno comune si trova. E il finale, uno dei momenti più commoventi per tutti coloro che hanno condiviso, almeno da lettori se non da padri, le riflessioni suddette, rassicura il padre su quello che in fondo c’era da capire sul figlio. 
Il libro merita davvero l’attenzione di tutti, ed è realmente – a mio avviso – un piccolo capolavoro serriano. Buona lettura !



(Lavinio Ricciardi)









Michele Serra, Gli sdraiati, Feltrinelli, 2013 [ * ] 


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LE COLPE DEI PADRI
post pubblicato in Perissinotto, Alessandro, il 25 dicembre 2013
  

Un libro che oso definire particolare, nel panorama dei libri recentemente pubblicati. Ma voglio cominciare dalle origini del mio interesse per l’autore.
Come molti lettori dei miei commenti sanno, sono appassionato di libri giallo – neri (non dei thriller, in genere), e – nella collana noir 2013 pubblicata da “La repubblica” – è apparso questa estate un libro di questo autore, Treno 8017.
Il libro mi colpì, sia per l’originalità della storia, sia per il modo in cui era scritto. E anche per quel “quid” che – quando si è appassionati di lettura – determina immediatamente le simpatie per l’autore del libro che si sta leggendo.
Così, quando ho visto in libreria Le colpe dei padri, ho voluto acquistarlo subito, e non me ne sono affatto pentito. Ho ritrovato la scrittura che mi aveva affascinato, e che tuttora difficilmente riesco a definire in cosa abbia realmente fascino. Forse il modo di raccontare la realtà, che ti ci fa entrare dentro come se davvero ci fossi. Forse la veridicità delle storie raccontate.
Il libro racconta la storia di un personaggio, Guido Marchisio, come se a raccontarla fosse uno che lo conosce. E il racconto nasce da due amici che ne parlano in un bar. In una discussione che aveva un tema particolare: la situazione reale, che avrebbe – a parere di uno dei due – richiesto la presenza delle “Brigate Rosse”. Un semplice modo di parlare, comunissimo al giorno d’oggi da parte di chi ha vissuto gli eventi nostrani degli anni ’70.
L’antefatto dura solo un breve capitoletto e introduce il protagonista, che appare nel discorso degli amici. Ma l’autore passa subito a descrivere l’attività di Guido, dirigente di azienda, che dialoga con il suo capo e si trova coinvolto in una fase di ristrutturazione. Questo lo costringe a liquidare il personale che dipende da lui… 
Come al solito, non voglio entrare in particolari e raccontare l’intera vicenda. Molti personaggi la attraversano, a cominciare dalla seconda moglie di Guido (la prima l’ha lasciato) e man mano continuando, sempre più numerosi. Fin quando – a causa di una particolarità del suo volto – in un bar qualcuno lo apostrofa dicendogli “Somigli a …”. Da questo nasce una serie di congetture che alla fine portano Guido ad identificarsi con il suo “gemello”. 
Questa identificazione è rafforzata dal ritrovamento di una coppia di amici, e dal rispolverare la sua infanzia e adolescenza, fino all’università e alla sua passione per la ragazza che ora è la moglie del suo amico ritrovato. Questo nella sua nuova identità…Non racconto oltre: credo di aver già detto abbastanza. Ho confrontato il libro con quello del vincitore del Premio Strega (e anche con quello di un altro concorrente allo stesso premio, Paolo di Paolo). E mi spiace che il premio non sia andato a Perissinotto. Ma si sa come sono le giurie…
Comunque ho trovato questo libro molto interessante e intrigante, sia per la storia che racconta, sia, come già per Treno 8017, per lo stile che Perissinotto ha nello scrivere le sue storie.



(Lavinio Ricciardi)






Alessandro Perissinotto, Le colpe dei padri, Piemme, 2013 [ * ]

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ZHONGUO
post pubblicato in Diario, il 24 dicembre 2013
 

Sono appena tornato da Dazhai, GuilinGuanxi.  Ma cominciamo dall'inizio. Partito da Roma in perfetto orario, e altrettanto in orario arrivato, scoprivo però che il mio volo per Shanghai era cancellato. Riuscivo a fare una prenotazione per Hong Kong con secondo volo per Quanzhou, come mi suggeriva un inglese che doveva proprio andare li' e sapeva che distava solo una ora e mezza da Shanghai. Nel viaggio ad Hong Kong comincio a ricordare il mio precedente soggiorno in questa meravigliosa citta' e decido una volta atterrato di recuperare il bagaglio consegnato a Roma con destinazione Shanghai e fermarmi per una seconda visita ad Hong Kong. Come mi aveva detto Jie, in Cina spesso negli alberghi si affittano a prezzi piu' bassi rispetto alle stanze solite anche le stanze riservate al personale. Mi ritrovavo quindi a soggiornare, nel mio primo giorno in Cina, proprio in una di queste: piccolissima, bagno esterno proprio nella ricezione, mi consolavo dicendomi che era in pieno centro. Avrei rivisto volentieri il quartiere di barche di Konloowu, ma non esisteva piu'. Mi assaliva il caldo causato dall'umidita', dall'inquinamento, con milioni di persone che ti correvano intorno. Perche' la frenesia che ricordavo di allora, oggi e' esasperata dall'era dei computer. Ogni contatto con le persone dura pochi secondi, vanno tutti di corsa con le cuffiette sempre nelle orecchie e sempre attenti a non uscire dalle strisce segnate a terra, ai semafori, alla giusta mano da tenere in strada, in scala mobile, soprattutto con questo assurdo atteggiamento di ostentata sicurezza che in realta' dimostra esattamente il contrario, un'estrema fragilità. La citta', per una visita di pochi giorni e' sempre meravigliosa. Cosi' come ne rimasi meravigliato la prima volta, anche adesso notavo una pulizia estrema, una metropolitana ogni minuto, non un segno sui muri e la possibilita' di fare ogni pratica amministrativa in un momento. Ci sono dei parchi microscopici nel centro, dove si incontrano i vecchietti, molto spesso alla ricerca di isolarsi da tanta frenesia, che trovano quì quel poco di verde curatissimo, dei gabinetti perfetti, piccoli corsi di acqua e dove sedersi. Vedevo dei campi di calcio dove si praticano partite molto dilettantistiche ma certamente ricreative, con tanto di darsi il cinque ad ogni gol. Visitavo la biblioteca e oltre alla bellezza dell'edificio usufruivo di computer gratis. Si vedono ad Hong Kong molte piu' Ferrari che a Roma, hotel da sogno, e un lusso gia' visto in altre citta' dell'Asia in odore di mafia. Gli edifici normali non esistono piu', ci sono solo grattacieli e quelli di prima generazione in cemento armato vengono demoliti per essere sostituiti da nuovi rivestiti in vetro. Con un tapi roulant salivo dal livello del mare fino ad 800 metri di altezza, passando attraverso i grattacieli e solo a quel punto iniziava una camminata sull'asfalto che mi portava ad uno dei punti panoramici della citta', in un'ora e mezza di vera arrampicata. Gran bel panorama e soddisfazione nel vedere che tutte le migliaia di cinesi che ci sono intorno sono arrivati con i pulmann turistici e con autobus di linea che salgono dalla strada sul retro da dove mi sono arrampicato io, e questo significava per loro fare una fila di mezz'ora per assicurarsi un bel posto a sedere su uno dei sedili dove mi trovavo. Il problema piu' grande di questa citta' e' la mancanza di spazio dove continuare ad espandersi: mare davanti e montagne alle spalle e con una economia che continua ad attrarre sia cinesi in cerca di lavoro che grandi investitori da tutto il mondo. In tre quarti d'ora di metropolitana si arriva a Shenzhen, da dove sono poi partito per andare in treno a Guilin, che e' un'altra citta' in forte crescita con oggi 15 milioni di persone che data la vicinanza possiamo sommare ai 9 di Hong Kong.

(1-continua)







vedi quìquì e quì

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ONE WAY
post pubblicato in Ferlazzo Natoli, Luigi, il 22 dicembre 2013
   

One way non è l’opera prima del Prof. Luigi Ferlazzo Natoli, ma è un libro sicuramente diverso da tutti quelli pubblicati precedentemente perché si tratta di un’autobiografia. Fino ad ora il Professore, che è stato anche preside della Facoltà d’Economia a Messina, ha pubblicato saggi di economia e anche saggi di storia dell’arte, a cui si è dedicato per interesse, con passione e competenza.
Questo libro invece riunisce racconti brevi che vedono l’autore protagonista e/o coprotagonista di interessanti vicende che coinvolgono il lettore sia per i temi trattati che per la scrittura chiara e gradevole, spesso ironica e divertente.
Il carattere e la personalità dell’autore si svelano alla lettura e, anche senza conoscerlo, ci pare di capire quest’uomo a volte burbero ma sempre buono e affidabile, una persona su cui si può contare.
Nella narrazione certamente la finzione letteraria si mescola al reale, tuttavia emerge chiaramente il fatto vero da cui si dipana la storia, punto di partenza per riflessioni su temi sociali, politici, religiosi e filosofici. I racconti non si limitano a parlare solo di esperienze personali ma mostrano sempre, contemporaneamente, un quadro di vita, una colorata descrizione di un mondo con le sue tradizioni, i suoi valori e i suoi paesaggi. Ne ricaviamo un affresco di una società ben definita storicamente e geograficamente. L’autore ci racconta i suoi ricordi e, per andare ancora più indietro nel tempo, dice di aver ritrovato gli scritti del padre Natan. Al padre è attribuita la simpatica citazione che precede l’inizio dei racconti: “Perché credo che nessuno mi dedicherà una biografia provvedo io stesso”.
I luoghi che fanno da sfondo alle vicende sono dislocati fra Panicastro e Patti, in provincia di Messina. Il paesaggio non è solo quinta teatrale ma assume un ruolo ben più importante per l’efficace descrizione che ne viene data e perché è sempre a stretto contatto con gli uomini. 
Gli elementi della natura entrano a far parte a pieno titolo nel racconto. Ne è un esempio il giuggiolo (in dialetto zinzolara) che assiste alla lite fra le due cognate a pag. 23.
Nella narrazione non viene seguito un ordine di tempo e a volte anche all’interno dello stesso racconto si passa da un argomento all’altro procedendo per associazioni e collegamenti non sempre scontati, come si è soliti fare parlando fra amici. Questa incoerenza fra le parti, che a volte viene anche sottolineata dall’autore stesso, non causa nel lettore una perdita d’interesse. C’è sempre un filo rosso che collega tutto, il punto di vista di un mondo ancora attaccato alle sue tradizioni che, a causa delle veloci trasformazioni dell’era contemporanea, rischiano di essere dimenticate. Un mondo dove la famiglia, l’amicizia, l’attaccamento al lavoro, sono valori importanti che muovono i comportamenti umani. C’è rispetto per tutte le persone indipendentemente dal ceto sociale a cui appartengono e un forte senso del dovere e di giustizia. Un mondo ricco di valori con la V maiuscola, di cui molti di noi, non più giovanissimi, spesso sentono nostalgia.
I rapporti familiari sono molto importanti nonostante liti e dissidi (ben descritti quelli fra cognate e i battibecchi coniugali); i rapporti continuano anche dopo la morte (“il dialogo con i cari estinti”).
Lo stile è colloquiale e il lettore si sente a proprio agio sia per l’estemporaneità del racconto, sia perché i temi fanno riferimento ad esperienze quotidiane facilmente condivisibili. Situazioni che, pur essendo comuni, sono in grado di stimolare riflessioni filosofiche o religiose o politiche. 
L’autore parte sempre dal reale, da esperienze realmente vissute e anzi, a volte, attraverso la scrittura, riesce a rendere la realtà più reale di quella vera e l’esperienza agghindata dalla finzione letteraria risulta più interessante e più speciale di quella vera. Ci stupiamo per quanto viene descritta bene un’esperienza comune, come non trovare un accendino o il cellulare o un altro oggetto solo perché è stato lasciato in un posto diverso dal solito, per come l’autore riesce a fare anche autocritica ironizzando ( pag. 231).
Altre pagine molto ben riuscite sono quelle sull’invecchiamento (216-218) e quelle che parlano della malattia ipocondriaca di Argene Siene (pag. 175).
Le esperienze dei protagonisti dei racconti dimostrano che è un’illusione credere di poter governare il mondo, che tutto comunque si compie per destino. 
Il titolo viene spiegato chiaramente alla fine dell’ultimo racconto a pag. 234: 
“…i fatti e l’ambiente possono condizionare solo in parte il percorso della vita, ma il destino di ognuno è stabilito, e quello sarà.” One way, per dirla in lingua americana, che l’autore ama usare di tanto in tanto per i soprannomi di luoghi e persone. 
Il Prof. Luigi Ferlazzo Natoli ci ha regalato un libro che attraverso una bella scrittura ci racconta non solo le vicende più interessanti del suo vissuto, ma anche un mondo in via d’estinzione dove è presente un forte senso civico, senso del dovere e senso di famiglia; uno stretto legame col luogo natale, la sua gente e le tradizioni locali. Per questo lo ringraziamo.



(Luciana Raggi)






Luigi Ferlazzo Natoli, One Way, Edizioni Progetto Cultura, 2013 [ * ]




vedi quì



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LE DIECI DAME DI PARIGI
post pubblicato in Pizzetti, Gian Luigi, il 20 dicembre 2013

   


Gianluigi Pizzetti si racconta. A modo suo, con le sue mirabolanti eccentricità, il suo humour un po’ civettuolo o falsamente risentito, da Alberico sfrattato del suo oro ma determinato a riprenderselo, con i suoi toni da favola surreale che manda all’aria qualsiasi prolusione accademica sulla reciprocità di eros e thanatos. Un amore per Parigi che sorpassa qualsiasi affezione materna, ogni amante fatale. Desiderio di vita, inciampi di morte (un infartino che poi passa). Di più: un ritornare sui propri passi, “da vecchio”, che è poi un ricominciare da una prospettiva tutta particolare, definitiva: quella cimiteriale. Tra ossimori e gusto per il paradosso: un barocco giocoso, spiazzante e vertiginoso. Tornare a Parigi da una nipote che il gusto per il macabro ce l’ha nel sangue. E lì addentrarsi nella melma, nelle stradine sporche, dove ne senti l’odore, un misto di cucina che sa di altri tempi. Ma c’è anche l’odore delle pelli, degli organi, della folta umanità e animalità fantastica e cadaverica rivissuta nella mente geniale di Pizzetti. Si potrebbe immaginare la Praga dei bassifondi o per antitesi del culto per la mistica e l’astrologia. Ma invece è proprio Parigi, dalla prospettiva onirica e antiquaria di un Gautier, tanto è l’accumulo di preziosissime, antiche reliquie, gli incensi astrali o nauseabondi, la vita raccontata tra metalli, porcellane e baldacchini. C’è forse Proust, frequentato in passato dall’autore. Per chi non lo sapesse Pizzetti è attore e autore di teatro di lunga pratica, e la sua stessa olimpica altezza e l’inconfondibile magrezza si incarnano perfettamente nei soggetti delle storie che racconta. E poi case nei pressi di cimiteri o case-cimitero abitate da anzianissime dame dai potenti segreti, travestiti d’altri tempi. Il tutto avvolto da una beffarda aura aristocratica. C’è tanto spirito qua dentro, e c’è tanta musica nei ritratti sghembi e ritmati di situazioni e persone da palcoscenico felliniano, nelle parole e nei suoni perforanti, nelle caciare, nei ricordi. Leggere per credere!
 


(Pietro Cavara)





Gian Luigi Pizzetti, Le dieci dame di Parigi, I Libri di Emil, 2012 [ * ]





vedi quì

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UNA FAVOLA DI PAOLA CAPITANI...E GRAGNANI TRA I BURATTINI
post pubblicato in Capitani, Paola, il 18 dicembre 2013

  


Ancora uno spettacolo per il nostro Gragnani. Questa volta la sua performance si alternerà a quella dei mitici Pupi di Stac, le marionette senza fili come Pinocchio. 
Sabato 21 dicembre alle ore 11 alla Sezione ragazzi della Biblioteca delle Oblate in Firenze (Via dell’Oriolo 26) i Pupi di Stac in collaborazione con Stefano Gragnani, Marco Bucci e Ugo Galasso presentano la fiaba di Paola Capitani Il mago dei gatti e il cane mascherato, con le illustrazioni di Chiara Capitani e Aurelio Costanzo, Edizioni Sarnus. 
 
Tra le canzoni eseguite da Gragnani vi saranno Il grillo e la formica, Avevo un cavallino brizzolato e La mosca del moscaio.
La Compagnia dei Pupi di Stac fu ideata da Carlo Staccioli (1915-1971) a Firenze nel 1946 e vide tra i suoi collaboratori Paolo e Laura Poli. Quest’ultima proseguì l’attività alla morte del fondatore, e oggi la compagnia ha come alfieri Enrico e Laura Spinelli. Il repertorio è assai vasto e comprende antiche fiabe toscane. Per bambini dai 6 agli 8 anni.



 


 

 

 

 



(Pietro Cavara)
AVEVO UN CAVALLINO NATALIZIO
post pubblicato in Diario, il 16 dicembre 2013
  

A partire dal 17 dicembre Stefano Gragnani replica nel Mugello il suo spettacolo con una nuova veste e nuove invenzioni, inframmezzato dalla lettura di opere di autori contemporanei. Si tratta più specificatamente di una variante del precedente “Avevo un cavallino brizzolato”, di cui si è data notizia nell’omonima recensione di questo blog [ * ]. Gragnani eseguirà tra l’altro White Christmas, Silent night, The Yorkshire wassail. Sarà accompagnato da Marco Bucci, mentre le letture con le quali si alternerà saranno estratte da Achille Campanile, Stefano Benni, O. Henry (“Il dono dei Magi”), e recitate da Simone Faucci. Repliche per il periodo delle ferie natalizie.


(Pietro Cavara)




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ECOLOGIA DELLA CREAZIONE
post pubblicato in Iovino, Serenella, il 15 dicembre 2013

  

vedi quì


 


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SE MI AVESSERO DETTO
post pubblicato in Guardigli, Gianni, il 10 dicembre 2013

 

 
Gruppo di famiglie in un interno

"Se mi avessero detto..." di Gianni Guardigli al teatro Belli di Roma dal 4 al 15 dicembre



 
Commedia al vetriolo di Gianni Guardigli, drammaturgo romagnolo. Autore in proprio di una quindicina di testi (alcuni di essi rappresentati in diversi paesi d’Europa), ma anche adattatore di opere famose (Bernhard, Tabucchi, Gorkij…), qui si lancia in un atto di accusa sarcastico sulle nuove classi sociali nate dall’euforia disastrosa degli ultimi trent’anni, quelli connotati dalla mutazione antropologica pasoliniana, ma forse più semplicemente dalla diffusione elefantiaca del cretinismo omicida di personaggi predisposti a non avere un’anima. Inconsapevoli, anestetizzati, colpevolissimi.
La prima coppia è un modello osceno di piccola borghesia anni duemila. Il figlio è incriminato per aver cosparso di benzina un clochard dopo averlo derubato. La seconda coppia è un non meno ributtante esempio di “ceto medio colto” (per dirla alla Bernhard – autore nelle corde di Guardigli) collocato a sinistra, ma guarda caso con la madre di lei anch’essa sorpresa a rubare! Esempi rispettabili di una mediocrità in grado di produrre mostri. Hanno molto in comune. Anzitutto generano ladri, o copie di loro stessi. Poi girano tra faraglioni che riproducono volti di vip, politici e non, facce morte della loro coscienza ridicola, li sostengono spostandoli tra una scena e l’altra, vi si appoggiano come innervati dal putridume: quell’identità tra rappresentanti e rappresentati per la quale nessuna responsabilità può essere imputata a estranei. Dramma cosmico, è esclusa la tragedia. Civettuoli, sopraffatti dalla noia, da un certo tipo di considerazioni (se in fondo il giovane avesse dato fuoco a un trans invece che a un clochard avrebbe rischiato di prendersi più anni!); omologati allo strapotere dei cellulari che squillano sempre tutti all’unisono, classiche famigliole da spot pubblicitari con i loro detestabili peccatucci che qui divertono (la piccolo borghese fissata nella gigantografia in godimento sadomaso con l’uomo dell’altra, particolare che strizza l’occhio a certe commedie del cinema scollacciato). 
Un curioso mix tra Bernhard nello stile ritmicamente accentuato (come nell’insistenza paranoica attorno alle odiose ciabatte regalate da lui a lei) e la satira di filmetti ripugnanti del tipo Stangata in famiglia. Non sembra esserci pietà per simili protagonisti, e se nella seconda parte della rappresentazione si possono scorgere passi falsi nel segno di una riconciliazione col pubblico in sala (ma in verità c’è ironia anche qui!), si tratta solo di un momento poiché alla fine tutto si riassorbe nel segno del disincanto. Del resto se (con tutta la serietà possibile) “la vita ha un termine”, non ci sarà davvero nulla che potrà salvarli. Bravissimi tutti gli attori. 

 

 
(Pietro Cavara)





vedi quì


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CHE COSA SONO LE NUVOLE
post pubblicato in Pasolini, Pier Paolo, il 9 dicembre 2013

 

"Le carcasse di legno dei due burattini potranno giacere nella discarica, perchè le loro anime si sono già librate, come il sorriso dei loro volti lascia intendere. Per tale motivo Pasolini può parlare di quella discarica come del loro paradiso (queste due marionette vengono gettate da un immondezzaro in un orribile immondezzaio; ma lì, in questo immondezzaio, scoprono il mondo, che sarebbe il loro paradiso)."



(da Tomaso Subini, La necessità di morire, Ente dello Spettacolo, 2007 [ * ] [ * ])

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A LITERATURE OF PLACE
post pubblicato in Lopez, Barry, il 5 dicembre 2013



Trovo questo articolo di Barry Lopez stranamente avvincente per la sua proprietà di far capire quale dovrebbe essere il rapporto giusto con l’ambiente che ci circonda e, in questo caso particolare, quello con cui abbiamo un’affinità geografica sedimentata nel tempo. Quando ci dice che “gli indigeni tendono ad occupare lo stesso universo morale del paesaggio che percepiscono” ci rende consapevoli della scissione in cui viviamo: noi abbiamo espropriato “l’altro” dallo spazio che abitiamo e così facendo siamo diventati padroni di un universo virtuale che ci rende infelici.

Anna Maria Robustelli


Negli Stati Uniti in anni recenti, un tipo di scrittura chiamata più o meno “nature writing” o “landscape writing” ha cominciato a ricevere attenzione critica, portando alcuni a supporre che questo è un tipo di lavoro relativamente nuovo. In realtà, scrivere di questo tipo di letteratura prende in considerazione che l’impatto che natura e luogo hanno sulla cultura è uno degli argomenti più vecchi – e forse più singolari – della letteratura americana. Herman Melville in Moby Dick, Henry David Thoreau, naturalmente, e romanzieri come Willa Cather, John Steinbeck e William Faulkner vengono in mente subito e, più recentemente, Peter Matthiessen, Wendell Berry, Wallace Stegner, e i poeti W. S. Merwin, Amy Clampitt e Gary Snyder.
Se c’è qualcosa di diverso in questa area della scrittura nordamericana – e io credo che ci sia – è il tono speranzoso che spesso colpisce in un’epoca di distacco cinico e il punto di vista dichiaratamente scettico sul progresso tecnologico e persino sul capitalismo.
Il vero argomento d’attualità del nature writing, penso, non è la natura ma la struttura in via d’evoluzione delle comunità da cui la natura è stata rimossa, spesso come conseguenza dello sviluppo economico moderno. (Un convegno recente alla Library of Congress di Washington, “Watershed: Writers, Nature and Community,” si è concentrato su questo tipo di scrittura. E’ stato il convegno letterario più grande mai tenuto nella Biblioteca. Gli sponsors, oltre alla Biblioteca, sono stati il Poeta Laureato Robert Hass e The Orion Society of Great Barrington, Massachusetts.) Si tratta di scrittura che ha a che vedere inoltre con il destino biologico e spirituale di quelle comunità. Ipotizza anche che il destino dell’umanità e della natura siano inseparabili. Nature writing negli Stati Uniti si mescola qui, penso, con altri tipi di scrittura post-coloniale, particolarmente quella trovata nei paesi del Commonwealth. In diversi saggi nature writing tratta il problema del collasso spirituale in Occidente, e come le letterature post-coloniali è in cerca di un’identità umana moderna che si trova al di là del nazionalismo e della ricchezza materiale.
Questo è un argomento enorme, per non dire ingombrante, e diversi scrittori lo trattano in modi molto diversi. La lotta classica degli scrittori per separare la verità e l’illusione, per distinguere tra strade per il cielo e deviazioni per l’inferno conosce solo la continuazione, non la fine o la soluzione. Ma io ora colgo collettivamente nello scrivere negli Stati Uniti l’emergere di una preoccupazione per il mondo fuori del sé. E’ come se qualcuno avesse aperto la porta a una stanza che sa di rinchiuso e dove si è studiato troppo e ci avesse mostrato un grande orizzonte dove una volta c’erano state solo pareti.
Voglio concentrarmi su un aspetto singolo di questo fenomeno – la geografia – ma nel farlo spero di attenermi a una linea di pensiero più estesa. Voglio parlare della geografia come una forza modellante, non una materia. Un altro modo in cui i critici descrivono nature writing è di chiamarlo “the literature of place.” Un ambiente specifico e particolare per l’esperienza e gli sforzi umani è, infatti, centrale al lavoro di molti scrittori della natura. Direi che il senso del luogo è anche critico nei confronti dello sviluppo di un senso di moralità e d’identità umana.
Dopo aver dato l’avvio ad alcuni pensieri sul luogo, vorrei dire qualcosa su me stesso come uno scrittore che ritorna continuamente alla geografia, come gli scrittori di un’altra generazione una volta ritornavano ripetutamente a Freud e alla psicoanalisi. Credo che l’immaginazione umana è foggiata dalle architetture che incontra in uno stadio precoce. Il paesaggio visivo, naturalmente, o la profondità, l’altezza e le tinte di un paesaggio cittadino giocano una parte qui, come fa il modo in cui la luce del sole dappertutto incide linee per accentuare le forme. Ma il modo in cui immaginiamo è anche influenzato dalle correnti di profumi che fluiscono deboli o vivide negli oceani più grandi dell’aria; da quello che il compositore John Luther Adams chiama il paesaggio sonoro e dalla consapevolezza di come la temperatura e l’umidità salgono e scendono in un luogo nell’arco di un anno.
La mia immaginazione è stata foggiata dalla natura esotica dell’acqua in una valle secca della California; dal suono del vento nelle volte degli eucalyptus; dalla sensazione tattile della terra lucente, trasformata in solchi da un aratro polivomere; da banchi di nuvole color zafferano, mogano e scarlatto ammucchiate al di sopra di un campo di erba medica al crepuscolo; dall’incontrare il muschio in fioriture arancione sull’orlo di un orto; dai postumi di una tempesta del Pacifico che si è infranta su una spiaggia calda e piatta.
Aggiunte allo stimolo di queste sensazioni vi erano la consapevolezza e la vastità del cielo e la consapevolezza della geometria e della forza del vento. Ambedue le percezioni si sono sviluppate direttamente dai miei sforzi di allevare piccioni e dal timore reverenziale che ho provato davanti a loro mentre si destreggiavano nell’aria. Mi hanno dato in maniera permanente il senso della componente verticale della vita. Sono diventato intimo con gli elementi di quel particolare universo. Mi hanno foggiato, e io ritorno a loro regolarmente nei saggi e nelle storie per chiarire o spiegare astrazioni o per mettere in evidenza contrasti. Trovo la miriade di relazioni in quell’universo confortanti, e capaci di dare forma a una “coerenza” di cui una volta ero parte.
Se dovessi cercare di spiegare il processo per diventare uno scrittore, potrei cominciare dicendo che l’intimità confortante che ho conosciuto in quella valle della California ha fatto sorgere in me un tipo di storia che ho voluto raccontare, un modello che ho voluto invocare in modi innumerevoli. E aggiungerei a questo le due cose che sono state più di tutto magiche per me da ragazzo: gli animali e il linguaggio. E’ facile vedere perché gli animali potrebbero sembrare magici. I ragni e gli uccelli sono condizionati in modo diverso da noi dalla gravità. Molte creature selvatiche viaggiano infallibilmente attraverso l’oscurità. E gli animali rispondono regolarmente a ciò che noi, persino nei momenti di massima attenzione, non possiamo discernere.
 E’ più difficile dire perché il linguaggio mi sia sembrato magico, ma posso essere preciso riguardo a ciò. Il primo libro che ho letto è stato Le avventure di Tom Sawyer. Sottolineate in esso a penna sono le prime parole che sapevo riconoscere: the, a, stop, to go, to see. Posso prendere in mano il libro oggi e ricordare i primi sentimenti come una detonazione lenta e silenziosa: parole che ho sentito pronunciare dalle persone ero ora in grado di percepire come segni su una pagina. Io stesso stavo imparando a scrivere questi stessi segni sulla carta a righe. Sembrava meraviglioso e misterioso come un rapido stormo di piccioni che sfruttano il vento invisibile.
 Posso vedere la mia vita prefigurata in quei due tipi di magia: le misteriose vite di creature diverse da me (e, più tardi, di culture diverse dalla mia) e i desideri abbinati di andare, di vedere. Sono diventato uno scrittore che viaggia e uno che si concentra più di tutto, per essere succinti, su ciò che i positivisti logici mettono da parte.
I miei viaggi sono spesso in posti remoti – l’Antartide, il deserto di Tanami nell’Australia centrale, il Kenya del nord. In questi posti dipendo dalle mie facoltà mentali e dalle mie risorse ma conto molto e altrettanto spesso sulle conoscenze degli interpreti: archeologi, scienziati sul campo, antropologi. Tra queste persone che aiutano pongo in alto grado gli indigeni, e posso rapidamente darvi tre ragioni per la mia dipendenza dalle loro intuizioni. Di regola, gli indigeni danno molta meno attenzione alle sfumature nel mondo fisico. Essi vedono di più, e dalla scarsezza di indizi, osservati nella loro completezza, possono dedurre di più. In secondo luogo, la loro storia in un luogo, sia tribale che personale, è tipicamente profonda. Queste storie creano una dimensione temporale in quello che è altrimenti solo un paesaggio spaziale. In terzo luogo, gli indigeni tendono a occupare lo stesso universo morale del paesaggio che percepiscono.
Con il tempo sono arrivato a pensare a queste tre qualità – attenzione intima; un rapporto con il luogo intessuto di storie piuttosto che la consapevolezza di esso puramente sensoriale; e vivere in un qualche tipo di unità etica con un luogo – come difesa fondamentale e umana contro la solitudine. Se siete intimi con un luogo, un luogo di cui conoscete la storia, e stabilite una conversazione etica con esso, l’implicazione che segue è questa: il luogo sa che voi siete là. Vi sente. Non sarete dimenticato, tagliato fuori, abbandonato.
Come scrittore voglio chiedermi: come puoi ottenere questo? Come puoi occupare un luogo e fare in modo che lui occupi te? Come puoi trovare una tale reciprocità? La chiave, penso, è diventare vulnerabile a un luogo. Se tu ti apri, puoi costruire intimità. Da questa intimità ne verrà un senso di appartenenza, il senso di non essere isolato nell’universo.
La mia domanda – come garantire questo – non è oziosa. Voglio essere concreto su come veramente entrare in una geografia locale. (Spesso sogniamo ad occhi aperti, penso, sul fatto di entrare in paesaggi dell’infanzia che scacciano la nostra ansia. Corteggiamo questi sentimenti per alcuni momenti in un parco talvolta o durante un pomeriggio nei boschi.) Mantenendoci semplici e pratici, il mio primo suggerimento sarebbe di rimanere in silenzio. Mettete da parte il libro degli uccelli, un forma mentis analitica, qualsiasi pulsione a identificarvi, e sedetevi senza muovervi. Concentratevi invece sul sentire un luogo, o usate il senso della percezione di sé. Dove in questo volume di spazio siete situati? Quello che è sparso dietro di voi è importante tanto quanto ciò che vedete davanti a voi. Ciò che giace sotto di voi è importante quanto ciò che sta sull’orizzonte. Usate attivamente le vostre orecchie per immaginare lo spazio acustico che occupate. Come si ramificano i canti degli uccelli qui? Attraverso quale aria si stanno muovendo? Concentratevi sugli odori nella fiducia che possiate odorare acqua e pietra. Usate le vostre mani per cogliere la parte principale e il carattere di un luogo – la forza di tensione in un ramo di salice, l’umidità in un pizzico di suolo, la diversa peluria delle foglie. Aprite la linea verticale di questo luogo indirizzando in modo consapevole il colore e la forma del cielo a quello che vedete sul terreno. Guardate lontano da ciò che volete indagare per ottenere il senso della scala e della proporzione. Siate cauti nei confronti di qualsiasi ovvia spiegazione dell’esistenza di un colore o di un movimento. Coltivate il senso della complessità, il senso che un altro paesaggio esiste al di là di quello che voi sottoponete ad analisi.
Lo scopo di questa attenzione è ottenere intimità, liberarsi dalla presunzione. Dovrebbe essere come una conversazione con qualcuno dal quale siete attratti, una persona che non volete mandare via tenendo se stessi in troppa considerazione. Questa conversazione, naturalmente, può aver luogo simultaneamente su vari livelli. Ed essi possono facilmente essere spinti da più che la mera curiosità. Il desiderio dominante, come nella conversazione umana, può essere per un rapporto che nutre e che informa. Un modo succinto di descrivere la forma mentis che si dovrebbe avere con un paesaggio è dire che poggia sulla distinzione tra imporre e proporre i propri punti di vista. Con una sincera proposta sperate di realizzare un rapporto intimo, reciproco che vi nutrirà in qualche modo. Imporre i vostri punti di vista sin dall’inizio è troncare una tale possibilità, precludere la comprensione. Molti di noi, penso, desiderano diventare compagni di un luogo, non l’organismo di controllo pubblico, né il suo proprietario. E questo mi porta a chiudere. Forse vi chiedete, come faccio io, perché negli ultimissimi decenni la gente nei paesi occidentali è diventata tanto ansiosa per il destino della terra allo stato primitivo e preoccupata di perdere l’intelligenza della gente che ha mantenuto rapporti intimi con quei posti. Non so dove tutto il vostro pensare vi ha portato, ma credo che questa curiosità sui buoni rapporti con una particolare estensione di terra è direttamente correlato all’ipotesi che può essere più importante per la sopravvivenza umana ora essere innamorati che essere in una posizione di potere. Può essere più importante ora entrare in un rapporto etico e reciproco con tutto quello che sta intorno a noi piuttosto che continuare a lavorare verso un tipo di controllo del mondo fisico verso il quale, fino a poco tempo fa, abbiamo aspirato.
La semplice questione della nostra plausibilità biologica, la nostra possibilità di sopravvivenza biologica, è diventata una domanda così precaria, così fondamentale, che trovare una via di uscita dalla situazione difficile - … - è imperativo. Fa appello alle nostre immaginazioni collettive con una urgenza che non abbiamo mai conosciuto prima. Abbiamo bisogno non solo di un altro tipo di logica, un altro tipo di conoscenza, ma di una sensibilità filosofica radicalmente diversa.
Quando ero un ragazzo, che correva attraverso i boschetti di aranci nella California meridionale, osserva il vento turbinare in un boschetto di eucalipto blu e nuotava beatamente nella schiuma dei frangenti del Pacifico, non avevo pensieri come questi imperativi. Ero contento di osservare una coppia di piccioni volare attraverso un cielo azzurro, ruotare su un’asse che fino ad oggi non penso potrei disegnare. Il mio conforto, il mio senso di inclusione nel piccolo universo che abitavo, veniva dall’apprezzare e partecipare di tutto quello che vedevo, odoravo, gustavo e udivo. Quel senso di inclusione non solo alleviava il mio senso di solitudine come bambino ma confermava anche la mia immaginazione. Ed è quella singola cosa, il potere della immaginazione umana di estrapolare da una strana manciata di cose – un lieve movimento in una macchia di alberi, un battito di vento, il freddo umido delle pietre dei campi di notte – di ricavare da tutto questo un modello – l’abilità umana di fare una storia, che hanno fissato in me un senso di speranza.

traduzione di Anna Maria Robustelli







(Barry Lopez)
 

Barry Lopez è uno scrittore e saggista che si è specializzato in scritti di storia naturale. E’ l’autore di diversi volumi di racconti, inclusa la trilogia Desert Notes/ River Notes/ Field Notes, come pure opere di non fiction come Of Wolves and Men e il libro che ha vinto il National Book Award Arctic Dreams. Vive lungo un fiume nella parte rurale dell’Oregon.




(apparso su American Studies Journal, Number 40, Summer 1997) [ * ] [ * ]


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 5/12/2013 alle 11:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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