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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
COME PIANTE TRA I SASSI
post pubblicato in Venezia, Mariolina, il 26 luglio 2010



E’ un giallo, quasi un thriller? Così appare, questo libro, ad un accanito lettore delle storie del Commissario Montalbano di Andrea Camilleri.
E invece è un libro a mio avviso molto più profondo e bello, non privo di spunti che sicuramente definirei autobiografici, e pieno di affetto e comprensione per i caratteri del suo profondo sud, la Basilicata, la provincia di Matera.
La scrittura della Venezia è giovane, piacevole, e piena di fascino, a pensare alla Dottoressa Immacolata Tataranni, magistrato della procura di Matera, che racconta in prima persona – o quasi – i suoi pensieri, mentre fa le indagini, e anche quando non le fa. E qui c’è un primo contatto col personaggio Montalbano.
La storia appassiona, fa subito gola al lettore. Ma anche chi non pensa mentre legge, avverte che nel libro non c’è solo la storia. C’è appunto tanta autoanalisi. Fino alla quasi cotta per il suo appuntato prediletto, che la asseconda in ogni richiesta e che la comprende con una semplice occhiata.
E così, di capitolo in capitolo, si corre appresso agli indizi, e si resta delusi – assieme ad Imma – quando gli indizi restano labili, e magari non portano dove si voleva arrivare.
Il libro è estremamente piacevole, e la sua lettura scorre via veloce. Forse occorrerebbe leggerlo tutto d’un fiato, ma non è semplice farlo, Infatti, pur se il linguaggio è scorrevole, la vicenda non è proprio facile da intuire o da indovinare, e i ragionamenti del magistrato Imma non sempre si seguono subito.
Finché, quando pare che l’indagine sfugga di mano ad Imma, e l’abilità della Venezia sposta l’interesse del magistrato – solo in apparenza – su un’altra vicenda che, guarda caso, la riporta sul luogo del delitto, si intravede il finale. Bellissimo, inatteso, e forse estremamente improbabile. Ma descritto magistralmente, quasi che la “suspénce” dovesse incrementarsi ad hoc, per questa scena, senz’altro la scena madre del libro.
E l’abilità della scrittrice si palesa nel ricordo di un’esperienza scolastica che sfocia in un pensiero di Imma che origina poi il titolo del libro stesso.
Un libro la cui lettura è solo da consigliare.
 


(Lavinio Ricciardi)






Mariolina Venezia, Come piante tra i sassi, Einaudi, 2009 [ * ]





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CANALE MUSSOLINI
post pubblicato in Pennacchi, Antonio, il 26 luglio 2010



Voglio raccontare qui le mie impressioni di lettore. “Sic et simpliciter”. Come mi vengono.
Spesso, infatti, considero questo scrivere “recensioni” quasi come un compito. Non lo dico perché mi pesi, ma soltanto perché, ogni volta che leggo le cose scritte in questo spazio da tutti gli altri lettori, ho la sensazione che i miei pezzi siano più scolastici di quelli degli altri. Così, questa volta, cerco di cambiare.
All’inizio della lettura, ho trovato il libro un po’ pesante. Non fa parte della saggistica, e difatti è un romanzo – anche se considerarlo solo romanzo mi pare un po’ riduttivo – eppure mi ci sono volute 60, 70 pagine per riuscire ad ingranare nella storia, a scenderci dentro.
Poi, la lettura è diventata più piana e scorrevole, soprattutto perché la storia, meglio “la saga”, della famiglia Peruzzi si è fatta più interessante.
Il racconto è di quelli che – a d uno come me, che ha passato una splendida vacanza campagnola a Pontinia, nel casale di un collega di mio padre, con i suoi figli Tato e Rita (lei un po’ più grande di me, il fratello coetaneo o forse di un anno più grande) – fanno tornare in mente i diciotto anni. E allora, un po’ per questo mood, un po’ per cambiare l’andazzo di queste cronache di lettura, alle quali pensavo mentre leggevo, mi sono lasciato prendere, e quindi appassionato alla vicenda.
Soprattutto, una cosa mi ha attratto molto della narrazione (l’autore interpreta un io narrante che racconta a chi legge la vicenda di questa famiglia, e nel bellissimo finale, si ha la conferma che quella famiglia fosse la sua): è stato il dialetto che i personaggi adoperano nel parlare tra loro. Un dialetto ibrido, misto di veneto, friulano e ferrarese. Dialetto col quale Pennacchi da ai personaggi il loro colore, le loro personalità. E forse in questo, Pennacchi dimostra uno stile speciale, un po’ come Camilleri con il commissario Montalbano. Uno stile, appunto, pieno del tratto di chi abita quelle terre, o vi è vissuto.
E tutta la vicenda fa immaginare cosa debba aver provato chi è stato costretto ad abbandonare la propria terra natia e venire a lavorare in un'altra regione, molto diversa, e con abitanti che dileggiavano proprio il loro modo di parlare (“i cispadani”, li chiamavano).
Il libro è la famiglia Peruzzi: i nonni, cioè i capostipiti, poi tutti i figli (Temistocle e Pericle, i protagonisti, i più presenti, ma poi anche Adelchi, e infine – protagonista anche lei – Armida, la moglie di Pericle). Come sempre non voglio raccontare la storia, per non togliere il gusto a chi legge il libro.
La seconda caratteristica è l’aspetto di documento storico che il libro presenta, raccontando vicende che la maggior parte di noi non conosce, anche se quei tempi li ha vissuti. A guardarlo come romanzo storico, questo libro lo accosterei per importanza a “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, e a “I vicerè” di De Roberto. Sicuramente non è da meno di quei romanzi nel descrivere i tempi di cui racconta, con la differenza che parla dei tempi nostri, quelli che abbiamo vissuto senza conoscerli, proprio perché scuola ed altre fonti ce ne hanno parlato sempre poco,
La caratterizzazione che del fascismo (nascita e sviluppo) viene fuori dal racconto è stata per me molto nuova: debbo dire che – dal lato storico – sono discretamente ignorante. E questa caratterizzazione ha gettato su quel periodo una luce molto diversa dalle iconografie che ciascuno di noi, al di là del suo credo politico, ha in mente. Ne viene fuori un regime come gli attuali, vissuto attraverso i discorsi dei Peruzzi. Un regime bonario, che si conquista l’amicizia di gente povera e che fa loro pensare di averli beneficati in un momento difficile della loro vita di contadini.
Ma questa caratteristica è resa ancor più intima – e forse più credibile – dal fatto che i nonni Peruzzi conoscevano il Mussolini, che li veniva a trovare – prima di diventare il capo del governo, da socialista – perchè affascinato dalla nonna Peruzzi. E dal fatto che uno dei fratelli – mandato a dar lezione ad un prete troppo buono coi poveri si trova coinvolto nel suo omicidio.
E’ però pur sempre la prima delle due caratteristiche – quella che me lo farebbe definire un romanzo storico dialettale – a prevalere, sia nelle vicende che portano i due figli Peruzzi a partire per la guerra d’Africa, dalla quale ne torna uno solo, Adelchi, mentre il Pericle scompare, e di lui non si sa più nulla. E l’attenzione, da qui in poi, si sposta sull’Armida, che diventa vera protagonista della terza parte del libro. L’Armida e le sue api – le “appi”, nel dialetto della famiglia – con le quali lei addirittura parla, interpretandone i ronzii come risposte…
È questa caratterizzazione dei personaggi a rendere il libro bellissimo, a mio avviso, e a farne alla fine un vero capolavoro da semplice narrazione della vita di un gruppo sociale contadino, negli anni dal 1920 ai primi anni ’50. Un libro che va letto, e che merita i premi che ha già cominciato a prendersi, come lo Strega di quest’anno. 



(Lavinio Ricciardi)






Antonio Pennacchi, Canale Mussolini, Mondadori, 2010 [ * ]







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CONVERSAZIONE CON LUIGI MAGNI
post pubblicato in Piccone, Marina, il 21 luglio 2010



Il libro è una lunga intervista – conversazione dell’autrice con il regista romano: “figlio e appassionato cantore (di Roma)” lo definisce Walter Veltroni, nella prefazione. Ed è bellissimo il Magni che le sue stesse parole delineano, come romano, prima di tutto, poi come splendido autore – cantore della Roma dei Papi. Un Magni splendidamente umano nel suo discutere di cinema, che tanta parte ha avuto nella sua vita, e che tanto si porta dietro di Roma e di attori romani o naturalizzati tali.
Tra le parole di Magni, il modo in cui parla di Nino Manfredi, splendido interprete della triade dei suoi film dedicata – appunto – alla Roma papalina (“Nell’anno del Signore”, “In Nome del Papa Re” e “In nome del popolo sovrano”), chiamandolo “mio fratello Nino”. Ma anche le parole con cui racconta di altri attori dei suoi film, che ne sottolineano l’umanità e il rapporto più fraterno e amicale, che non quello di un direttore cinematografico
Ancora splendidi i ricordi che di Roma ha il regista, negli anni della sua infanzia, e specie in quelli del dopoguerra (“in bianco e nero”, come li intitola la Piccone). Il libro è davvero prezioso, sia per conoscere Luigi Magni com’è, sia – per chi ne apprezza l’arte dei suoi film - per avere un’idea di quello che ne pensa l’autore, di quei film.
Nel leggere la sue parole, si ha davvero l’impressione di essere al cospetto di un vero “civis romanus”, ma quelle stesse parole fanno anche rivivere i tempi della Roma immediatamente post-bellica, e i mezzi di trasporto di allora, principalmente i tram, su certe linee come le circolari (rossa e nera). Tutto il racconto di Magni, molto libero, per merito dell’autrice che lo fa parlare come lui vuole, è un immenso tributo a Roma, ma anche un’ottima presentazione dei suoi film che può caratterizzarli ancora di più nel pensiero del loro autore. E’ una lettura piacevolissima che mi sento di consigliare a tutti, corredata da un indice completo dell’opera di Luigi Magni e da molte belle fotografie fatte dal suo fotografo di scena sul set di molti film, e non solo.



(Lavinio Ricciardi)








Marina Piccone, Conversazione con Luigi Magni, Effepi, 2008 [ * ]






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IL SENTIERO AMERICANO
post pubblicato in Belloni, Giovanna, il 21 luglio 2010

E’ un libro d'esordio, di un’autrice che si è occupata di cinema, come riporta ampiamente la biografia sia della quarta di copertina, sia presente sul sito dell’editore [ * ]. Ma la conoscenza dell’autrice e un po’ di conversazione con lei mi hanno dato una sensazione più completa del libro stesso, come è stato per il libro di Luciana Raggi (“Un bastimento carico di…” [ * ]).
Si tratta, in entrambi i casi, com’è per molte opere letterarie, di un diario autobiografico. Ma la bellezza del libro è che fa tornare molto bene il lettore alle sensazioni di una Gabriella ventenne, che parte sola soletta per la favolosa America, l’Eldorado di tutti i giovani. E questa freschezza si ritrova in tutto il libro, anche quando la Belloni parla di esperienze non proprio felici. 
Il diario, presentato in modo magistrale da Cinzia Leone, coordinatrice della collana, in apertura del libro stesso (con – a seguire – un commento di Eugenio Finardi), è molto completo, specie a livello di sensazioni, e di sogni realizzati dal viaggio che Gabriella compie – dopo il periodo newyorchese – alla volta delle terre degli indiani, sua grande passione (nella quale chissà quanti lettori, oltre a me,  si sentiranno trascinati e torneranno all’infanzia felice dei ricordi).
Nel libro si parla di questo viaggio che ha tre momenti: New York, terra di approdo all’America; il West, cioè la riserva indiana al confine tra quattro stati; e infine la California. Come mia abitudine, non voglio citare il testo, in questa breve recensione, ma solo presentare l’opera di Gabriella dal punto di vista di noi lettori.
La freschezza del racconto è unita alla drammaticità di alcune tra le esperienze descritte, con particolare riferimento al secondo e al terzo momento (riserva indiana e California). E proprio questa commistione rende il libro particolarmente “ben leggibile” dal punto di vista del lettore. Io vi ho ritrovato – oltre al sogno degli indiani, anche un altro sogno che mi accomuna a Gabriella senza averlo fatto diventare professionale: la fotografia. La Leica di Gaby è una co-protagonista assoluta del libro e, nelle parole dell’autrice, ha rappresentato il mezzo di sostentamento in extremis dei momenti difficili. E questo è ancor più da apprezzare, vista l’età alla quale il “sentiero americano” viene percorso.
Devo dire che il libro pur sintetico nel linguaggio, si distingue per la facilità di lettura, e per uno stile molto essenziale, ma quasi “fotografico” dei sentimenti dell’autrice. Le foto inserite nel libro ne arricchiscono la storia e i suoi momenti. E – bellissimo – in queste fotografie dei sentimenti, il momento della notizia della morte del padre. Insomma, Gabriella Belloni promette di diventare una solida scrittrice, se continuerà nella sua opera.

 

(Lavinio Ricciardi)



 

 

Gabriella Belloni, Il sentiero americano, Memori, 2005

 

 


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"VERITA'" E NARRAZIONE STORICA IN FOUCAULT: TRE SAGGI
post pubblicato in Foucault, Michel, il 14 luglio 2010

Per Paul Veyne (Foucault, Garzanti 2010) la posizione a favore del “dire” la verità, rispetto alla ricerca della “verità” generale e incontrovertibile contraddistingue il fondamentale atteggiamento critico dell’autore di Sorvegliare e punire [ * ]. Che vuol dire che il problema è dunque primariamente storico e non filosofico, in quanto l’aspettativa di un Senso-Evento nell’orizzonte della ricerca è del tutto soppresso. Ciò vale senza mistero per quelle filosofie della storia improntate al determinismo e alla metafisica, ma non per la occultata presenza del nesso di necessità secondo contingenza, in chiave interpretativa, almeno a partire da Hegel. La rinuncia a comprendere la verità in forma argomentativa e filosofica è effettivamente centrale in Foucault, ma ciò non significa che la tensione per l’ideale scompaia senza remore. Ne è testimonianza l’impegno civile e l’attività intellettuale a favore dei diritti civili, dal sostegno a Solidarnosc in Polonia, all’infatuazione per la rivoluzione iraniana, dal riconoscimento per il diritto di asilo alla lotta contro la pena di morte, per fare solo alcuni esempi (e come ampiamente emerge dalla raccolta di conversazioni e interventi La strategia dell’accerchiamento, Duepunti, 2009). Il dolore, l’indignazione per soprusi e ingiustizie conclamate obbediscono, seppur sotterraneamente, a un imperativo mai tradito, seppur polimorfo, politicamente complesso, espressione della sua variegata personalità, come pure l’adesione a una “verità” mai esplicitamente espressa o traducibile in confini strettamente razionali e argomentativi.
Nonostante Foucault abbia ammesso che Heidegger fu essenziale alla sua formazione, Veyne ritiene però che Nietzsche gli sia stato più vicino, nell’“inchinarsi davanti alla solennità del divenire”, o come se un rortyano scetticismo radicale fosse all’origine del suo impegno e delle sue peripezie politiche. Ma se “l’unica verità è che non c’è verità” ciò avviene perché la verità non è “a disposizione”, non che, di conseguenza, essa rimanga indifferente a chi agisce, pur non ponendosene la questione. Heidegger rispunta in quella ricerca del Senso-Evento che non è affatto una metafisica hegeliana schiacciata sulla identità di Essere e Mondo, come parrebbe dalle argomentazioni dello stesso Veyne (del resto il problema ontologico della modernità non è racchiuso per Heidegger nella dimenticanza dell’oblio dell’Essere?) e si sottrae - come già notò Slavoj Zizek - a qualsiasi prospettiva relativa al destino dell’Occidente che non sia accompagnato dalla libertà.
A conti fatti lo scetticismo radicale appare peraltro piuttosto incompatibile con l’agire finalizzato politicamente - a dispetto di quanto sostiene sempre Veyne - essendo più conforme a un agire per sé stessi che è condizione di rinnovato atomismo. Come sorta di inconscio il Senso-Evento assurge a presenza assente, indimostrabile proprio laddove l’interesse per la verità si consolida effettivamente nei dettagli, nel farla emergere come verità detta e dunque non universale, per il permanere di inespugnabili singolarità che sono il frutto di pratiche, saperi, dispositivi del e per il soggetto. Queste conoscenze illustrano per Foucault la rottura, il cambiamento, il vigore storico opposto alla continuità giuridico-amministrativa, dell’esperienza francese e inglese a partire dal medioevo, narrata da storici di varia tendenza (le lezioni miranti ad esplorare temi che non abbiano necessità di sintesi e approdo, Bisogna difendere la società, Feltrinelli 2009). Storie di guerre, di dominazioni dove il potere mostra sempre più di essere non il possesso di un individuo, di una classe, o l’emblema della sovranità giuridica, ma un legame interconnesso tra soggetti, qualcosa che ci attraversa e che si perde per riemergere talvolta dalla parte del nemico: l’esempio della storia come arma che dai nobili franchi passa alla monarchia che la rispolvera a sostegno della continuità del potere assoluto prima e rappresentativo dopo, per diventare con ben altri intenti strumento di azione dei rivoluzionari in Francia alla fine del settecento; o anche l’esempio della libertà, l’agire in termini di scambio che contraddistingue i selvaggi (i gallo-romani o la borghesia nascente: i roussouiani, per nulla anticapitalisti) dai barbari franchi che la pensano come arma di distruzione dell’altro, ma che è rinvigorita dal senso borghese della nazione che tutto include nella rinnovata idea di Stato. Storie dunque che mostrano un percorso, non una determinazione aprioristica di svolgimenti racchiusi nell’Idea o in un fare dialettico, ma qualcosa che si svolge liberamente, con esiti sempre diversi a seconda delle conoscenze e delle prospettive assunte. Eventi, potremmo definirli, il cui retroterra è quello stesso potere che al di là della sua manifesta organizzazione gerarchica e legittimista si rivela abbracciare strati e gruppi di individui differenziati in lotta per la supremazia e il riconoscimento. Se il potere si mostra possibile struttura a cui sottostanno realtà giuridiche, istituzionali e ideologiche di legittimità e sostegno (forse in questo risiede il lascito fondamentale della Dialettica dell’Illuminismo [ * ] e delle teorie adorniane, peraltro riconducibili al destinale dominio della fattività contemporanea), gli eventi danno un Senso (o Sensi, sarebbe meglio dire) che sfugge all’interpretazione programmatica, come alla reductio ad unum della dialettica negativa. E nell’affondare lo sguardo all’interazione dei corpi, ai dispositivi della sessualità, e alla governamentalità come sfera di organizzazione e di difesa della libertà negli ambiti del diritto e/o delle procedure di controllo e di sicurezza, il carattere polimorfo del potere si intreccia strettamente a quello della libertà e della giudicabilità delle azioni ritenute tollerabili o ammissibili.
Foucault ci insegna che dietro la libertà può nascondersi la repressione. Il massiccio ampliamento della libertà nelle società contemporanee mette in atto strutture di contenimento dell’azione che possono fuoriuscire da qualsiasi ambito di discrezionalità giuridica e mostrare il volto terribile del Potere. Una certa regolarità - suggerita dall’analisi storica - è applicabile al capovolgimento del detto clausewitziano per cui la politica, espressione menzognera della difesa dei diritti naturali, diventa la continuazione della guerra con altri mezzi. Lo si vede anche nell’assunzione di quella razionalità politico-economica nella sfera del potere (o biopotere) all’interno delle nazioni, nell’intervento diretto o mediato nelle vite dei singoli e nelle scelte generali che riguardano la popolazione. Queste scelte hanno determinato i paradossi borghesi della libertà e dell’eguaglianza negli stermini in nome della razza, a tutela dei sani e dei normali (la maggioranza dei liberi e uguali). Il massimo dell’edonismo può conciliarsi così col massimo del controllo e della tirannia. Un telos davvero mirabile se è vero che il Senso si rintraccia solo alla fine di un percorso, se libertà e destino si intrecciano nel mostrarci a posteriori la “verità”, e dunque a dispetto anche di qualsiasi astratta storia delle idee o filosofia della storia che si presuma giunta al termine della corsa.   




(Pietro Cavara)    



                              

                                                                                     





Paul Veyne, Foucault, Garzanti, 2010  [ * ]

Michel Foucault, La strategia dell’accerchiamento, Duepunti, 2009 [ * ]

Michel Foucault, Bisogna difendere la società, Feltrinelli, 2009 [ * ]

 


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DOSTOEVSKIJ LEGGE HEGEL IN SIBERIA E SCOPPIA A PIANGERE
post pubblicato in Foldenyi, Laszlo, il 8 luglio 2010



Mio padre morì prima di riuscire a prendere la laurea in Filosofia. Sarebbe stata comunque solo una laurea in Filosofia marxista-leninista, perché negli anni '60 in Ungheria non esisteva altro. I suoi libri di filosofia accompagnarono la mia infanzia, ne aveva almeno uno sempre con sé per approfittare degli attimi liberi concessi dalla sua professione molto impegnativa di medico ospedaliero. Era particolarmente attratto dalla filosofia di Hegel. Il mio autore ungherese preferito di saggi è László F. Földényi, i suoi scritti sono stati elogiati da lettori autorevoli come Cees Nooteboom, Alberto Manguel e Rüdiger Safranski. Grazie ad uno spirito di osservazione brillante e originale, Földényi si accosta all’arte, alla letteratura, e alla cultura in genere osservandone, da angolazioni filosofiche penetranti e innovative, i legami più intensi e sottili. Fui molto contenta, infatti, quando il direttore editoriale de Il Melangolo mi propose la traduzione di un suo breve saggio dal titolo intrigante: “Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere”, che era stato recensito da Albert Manguel nel 2007 come “Il libro più interessante che ho letto quest’anno”.
Dopo quattro anni di lavori forzati, nella primavera del 1854 Dostoevskij viene trasferito a Semipalatinsk, nella Siberia meridionale, dove rimane quasi dieci anni. Scrive le “Memorie di una casa morta” e insieme a un giovane procuratore del posto, un tale Vrangel, studia Hegel. Probabilmente i due leggono le “Lezioni sulla filosofia della storia”, l’opera di Hegel che mio padre apprezzava di più. Dostoevskij entra in contatto con il sistema hegeliano della tesi, antitesi e sintesi, dell’essere, non essere e divenire, insomma dei tre passaggi per comprendere il mondo, la natura, le leggi, la politica, che costituiscono un sistema di fiducia smisurata nella possibilità di comprendere tutto solo pensandolo. Nel mondo degli esclusi, degli umiliati, Dostoevskij vede però che questo sistema funziona alla perfezione solo a patto di lasciare fuori tutto quello che non corrisponde a canoni prestabiliti, come la sofferenza, l’ingiustizia, il dolore. Mentre per lui più l’uomo precipita nell’inferno del dolore, più riesce, poi, a volare alto. Secondo lo scrittore russo la grigia razionalità del professor Hegel è paradossalmente l’inferno vero, quello terribile perché privo di redenzione.
Non so come mio padre avrebbe commentato questo saggio, io però mi sono riavvicinata a lui a distanza di tanti anni dalla sua morte e ho capito di più della sua visione del mondo. Questo legame tra lui e il lavoro di Földényi ha reso il mio compito di traduttrice ancora più interessante, stimolante e di grande soddisfazione. I riscontri positivi non sono mancati: l’editore ha approvato la mia traduzione praticamente senza una correzione e questo esile libretto è stato lodato e recensito fra gli altri da Adriano Sofri, Pietrangelo Buttafuoco, Dario Olivero e Stefano Ciavatta.



(Andrea Renyi)







László F. Földényi, Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere, Il Melangolo, 2009 [ * ]







(apparso sul blog "Editdomjan" [ * ])







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