.
Annunci online

CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
L'OCCHIO DELLA TERRA
post pubblicato in Osundare, Niyi, il 22 giugno 2010



Come fare della poesia contemporanea un'arte che vive nella società, svolgendovi una sua specifica funzione di visione critica del presente, di espansione dell'immaginario della comunità? Una delle grandi domande che si è posta la poesia del Novecento in ogni parte del mondo, in Africa si coniuga con l'urgenza di nazioni che hanno dovuto ricostruire un proprio percorso autonomo dopo il colonialismo, e che della contemporaneità hanno subito le contraddizioni e le crisi nelle forme più aspre. Paesi, inoltre, dove rimane vitale una tradizione che assegna all'arte della parola un ruolo appunto di coscienza critica e visionaria della comunità.
La ricerca di una funzione civile e politica, nel senso più alto, per la poesia, è la cifra costante del percorso di Niyi Osundare, uno dei poeti nigeriani più ampiamente riconosciuti, di cui si pubblica in edizione con testo a fronte L'occhio della terra (uscito in Nigeria nel 1986). La sua è "poesia della rivoluzione", come la definisce il critico Biodun Jeyifo [
* ] [ * ], che allarga il suo sguardo dalla questione sociale - già nelle precedenti raccolte costruita sul topos della contarapposizione fra i valori comunitari rurali e la corruzione della città - a quella ecologica. L'introduzione e il glossario yoruba di Pietro Deandrea, che ne è anche traduttore, forniscono informazioni preziose per la fruizione di questa poesia nuova per il pubblico italiano.
L'occhio della terra (che si può leggere anche con Terra maiuscolo, intendendo il pianeta) è inserito in discorsi che sono diventati il contesto globale di questa epoca di crisi planetarie interdipendenti: parla di rischio nucleare (pochi mesi prima del disastro di Cernobyl), di deforestazione, di sfruttamento neocoloniale e anche della bellezza irripetibile del prorpio ambiente e della propria cultura, e del rapporto tra comunità e territorio, anticipando anche quì quella coincidenza di coscienza globale e locale , che nel nuovo secolo qualcuno ha iniziato a indicare con una crasi pestifera ma efficace: glocal. Giuseppe G. Castorina parla di Osundare come di un "griot moderno), che narra le sue storie in un villaggio che è allo stesso tempo il villaggio globale.
Dal suo esordio all'inizio degli anni Ottanta , quella di Osundare è arte programmaticamente popolare, nel solco della tradizione orale yoruba e della tendenza diffusa nella poesia di area africana e caraibica che vive nella performance : diverse poesie de L'occhio della terra recano indicazioni precise sul tipo di esecuzione e di accompagnamento musicale richiesto. Altra parte della sua militanza poetica si svolge nei mass media, in particolare sulle colonne dei quotidiani, una attitudine , questa all'incontro fra comunicazione creativa di massa e contestazione politica, che avvicina Osundane a figure di artisti nigeriani differenti come wolw Soyinka, Ken Saro Wiwa, o il rimpianto musicista Fela Kuti.
Proprio alla poesia di Soyinka, e ad altri esponenti della prima generazione di poeti nigeriani, reagiscono Osundare e altri giovani intellettuali, che contrappongono l'accessibilità delle forme di derivazione popolare alla ricercatezza formale e contenutistica dei testi di Soyinka, ricchi di riferimenti letterari, visti come troppo dipendenti dai modelli delle avanguardie del Novecento euro-americano. La poesia, proclamava Osundare in una delle sue prime composizioni, non è "un dotto indovinello / sepolto nei miti greco-romani", ma piuttosto "l'eloquenza del gong / la lirica della piazza del mercato" ("Poetry is", in Songs of the Marketplace, 1983).
Più di recente, Osundare ha reso omaggio al collega più anziano in un bel saggio che ne legge l'opera poetica in base ad un paradigma yoruba piuttosto che europeo, quello dell'eroe Atunda, archetipo del ribelle, e riconosce il successo popolare di alcuni suoi lavori recenti ("Wole Soyinka and the Atunda Ideal", 1994). D'altra parte, se la strada imboccata da Soyinka nelle sue prime raccolte aveva prodotto liriche considerate ancora oggi oscure, anche da gran parte degli studiosi, Osundare non è inconsapevole della necessità di produrre un'arte che non sia "semplicistica", ma "accessibile, pertinente e bella" (intervista citata da J.O.J. Nwachukwu-Agbada, 1992).
La chiave per apprezzare molte delle sue composizioni è proprio la loro esecuzione dal vivo, in forma di lettura o di canto vero e proprio: in questo modo offre la sua resa migliore questo verso basato su ripetizioni e assonanze sintattiche e sonore, su metafore e schemi logici spesso semplici. Da forme tradizioneli come l'oriki, la poesia celebrativa yoruba, derivano però anche versi elaborati ed inventivi, come in "Earth", che apre L'occhio della terra con un'immagine, costruita per opposizioni, dell'onnicomprensività della natura.      
 


Earth  

Temporary basement
and lasting roof

first clayed coyness
and last alluvial joy

breadbasket
and compost bed

rocks and rivers
muds and mountains

silence of the twilight sea
echoes of the noonsome tide

milk of the mellowing moon
fire of tropical hearth

spouse of the roving sky
virgin of a thousand offsprings

Ogeere amokoyeri
(= the one that shaves his head
with the hoe)


(Terra     Basamento provvisorio / ed eterno riparo / prima ritrosia argillosa / ed ultima alluvione di gioia / cesta di pane / e letto di concime / frutti e macigni / fango e montagne / silenzio del mare al tramonto / echi di mare a mezogiorno / latte di morbida luna / fiamma di focolare tropicale / sposa del cielo randagio / vergine dai mille figli /  Ogeere amokoyeri / (= colui che si rasa la testa con la zappa)

traduzione di Pietro Deandrea







(Marco De Bernardo)






Niyi Osundare, L'occhio della terra, Le Lettere, 2006 [ * ]







vedi quì

MILANO E' UNA SELVA OSCURA
post pubblicato in Pariani, Laura, il 17 giugno 2010

E’ un romanzo breve, bello, originale, intenso, ricco di spunti umani e sociali.
Nonostante tratti dei barboni e sia ambientato nell’Italia degli anni 60, non si deve ritenerlo di argomento secondario e/o superato: il dramma vissuto dai senza fissa dimora esiste tuttora, nella stessa indifferenza sociale di allora e con l’aggravante del suo potenziale allargamento  a fasce sociali borghesi. E’ sufficiente non andare d’accordo con un capo corrotto o corruttore, denunciare una truffa aziendale, non sottostare a prevaricazioni,  e si perde il posto di lavoro. Dopodiché perdere la casa, la famiglia, e diventare barbone diventano passi che si susseguono inesorabili, in caduta libera, perché nessuno ti aiuta. Purtroppo  non solo Milano è una selva oscura; lo sono tutte le città italiane attuali, dove, per arretratezza di mentalità o per lo straripare delle raccomandazioni,  la mobilità sociale è una chimera, e perdere il lavoro, anche per errori o disonestà di chi decide, diventa dramma per molti incolpevoli.
Lettura molto gradevole e consigliabilissima, dove l’uso del dialetto non disturba  affatto, anzi contribuisce a rendere più vivo e reale lo svolgersi dei fatti, dei discorsi, e dei pensieri del protagonista.  
Rivolgo all’Autrice i miei complimenti e ringraziamenti.
 
 
 
(Pietro Benigni)
 
 
 
 
 
 
 
Laura Pariani, Milano è una selva oscura, Einaudi, 2010 [ * ] 
 

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. letteratura italiana premio

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 17/6/2010 alle 9:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
IL PIANETA SOYINKA
post pubblicato in Soyinka, Wole, il 14 giugno 2010

Per alcuni, Wole Soyinka è una biblioteca, una materia di studio a sè stante: i testi teatrali, narrativi, poetici, saggistici a suo nome si contano a decine, hanno conquistato un pubblico diffuso nei cinque continenti, e gli studi critici, le guide introduttive, le biografie e i dizionari bibliografici si contano ormai a centinaia; sono già nati festival, riviste e società di studi dedicati specificamente alla sua opera. 
Ma anche quando ci si limiti a leggere uno solo dei suoi libri, o delle interviste e articoli che spesso appaiono anche sulla nostra stampa, o ad ascoltare una delle letture o conferenze da lui spesso tenute anche a Roma, Kongi, o Il Professore, come più familiarmente viene chiamato lo scrittore, regista, intellettuale, attivista politico nigeriano, appare già come un mondo.
Un mondo complesso di idee e riferimenti interni, radicato nel suo contesto culturale, storico, biografico, che al lettore sarà utile conoscere per apprezzare e comprendere meglio la sua scrittura, e allo stesso tempo una voce universale, un pezzo importante della cultura globale contemporanea. Capire Soyinka significa capire meglio il mondo in cui viviamo. Nel momento in cui una nuova ondata di uscite editoriali rende più complessa la già vasta, ma ancora parziale bibliografia soyinkiana in traduzione italiana (la lacuna più evidente rimane nell'ambito della poesia e delle opere teatrali recenti; resta ancora intradotto, fra i testi autobiografici, anche un gioiello come Ibadan, relativo agli anni 1946-1965), speriamo che questa guida, delle cui voci offriamo una prima selezione, possa essere utile a nuovi e vecchi lettori, a insegnanti e studenti.  

Atlantico
Solcato dalle navi dei conquistatori e dei trafficanti di schiavi, oggi l'oceano unisce una vasta comunità culturale accomunata dall'incontro/scontro fra le radici africane e di altri continenti. Dalla religione alla musica, dalla politica alla letteratura, il sincretismo e l'intertestualità formano un fertile terreno di scambio che caratterizza l'opera di scrittori come Soyinka, Derek Walcott (Santa Lucia), o Wilson Harris (Guyana). Fra i riferimenti intertestuali comuni a questi autori vi è Omero (per Soyinka,. in parte attraverso la riscrittura di Joyce), come se lo spazio di quell'epica si fosse oggi trasferito dal Mediterraneo al Black Atlantic. 

Cambiamento
Parola centrale nell'intero percorso letterario e umano di Soyinka, è un tratto che lo lega alle espressioni più attuali della cultura postcoloniale (in opposizione prima di tutto a una concezione statica e uniforme dell'identità africana), ed è allo stesso tempo radicato nella tradizione yoruba, caratterizzata dalla capacità di trasformarsi, in relazione vitale con i mutamenti del contesto storico e con le altre culture con cui la storia la mette in contatto (si pensi alle culture popolari del Brasile e del Caraibi). Dalla cultura yoruba è attinta una visione del mondo fondata proprio sui principi del mutamento e della molteplicità.
Il cambiamento appare come tema già nei suoi primi testi teatrali e nella sua narrazione degli anni dell'infanzia, Akè, coniugandosi in una serie di concetti e metafore correlati: trasformazione, metamorfosi, transizione, rinnovamento, rigenerazione, e in immagini e figure archetipiche, come l'acqua, il petrolio, Ogun (il dio yoruba della creatività, del ferro e della strada), Proteo (il "Vecchio del mare" della mitologia mediterranea).
L'origine è probabilmente nell'esperienza della trasformazione politica e culturale, vissuta in modo complesso e tragico dalla società nigeriana e africana in generale, negli anni della lotta anticoloniale e del costituirsi dei nuovi stati. La trasformazione desiderata, la rottura di un sistema di dominio in cui l'imperialismo europeo si salda a più antiche forme di oppressione africana, appare incompleta sin da prima dell'indipendenza: in Danza della Foresta, l'immagine che "celebra" la nascita della nuova Nigeria è quella di un bambino nato a metà.
Se i suoi eroi e le sue storie - in particolare negli anni della guerra e del carcere - rappresentano la ricerca della strategia di trasformazione di una società disumana, la scrittura di Soyinka è in sè un atto comunicativo che trasforma la tradizione, dando nuove forme e significati al patrimonio di immagini e storie ereditato dalla cultura yoruba e da quella euro-mediterranea.

Creazione
Le cosmogonie yoruba, ebraiche e di altre tradizioni si sovrappongono, spesso accomunate dal motivo dell'acqua e della pioggia, e diventano un unico tessuto ideale di riferimento: si vedano ad esempio Mito e letteratura, Gli interpreti, L'uomo è morto. La creazione della vita è il principio ultimo che ispira l'eroe; come creazione umana o biologica, concreta o intellettuale, sociale o artistica, è l'ultimo, incomprimibile terreno di resistenza all'azione repressiva.

Libertà
La libertà è condizione della piena espressione delle potenzialità umane, e la dialettica fra libertà e potere (come riassunto da Kongi anche in un suo discorso lo scorso dicembre al Palazzo dei Congressi di Roma) è alla base della storia e della vita sociale.
La propensione al conflitto e alla ribellione è un tratto originale della sua personalità fin dagli anni formativi (vedi Akè e Ibadan). La cosa gli ha attirato addosso guai seri, in anni terribili per l'intera società nigeriana; ancora adesso Soyinka è impegnato nella battaglia per una società più giusta e più libera. In realtà, come alcuni dei suoi personaggi, Soyinka è diviso fra le opposte esigenze dell'aspirazione a una pace privata e delle responsabilità verso la propria comunità. 

Parola
Nella tradizione africana la parola conferisce un potere che confina con la magia, e chi ne è portatore svolge un ruolo importante per la comunità, spesso di critica sociale e di contestazione dell'ordine costituito; quello della parola è un potere tendenzialmente liberatorio, opposto a quello coercitivo della forza. I geniali giochi verbali e di immagini, nelle satire come nelle tragedie, nella poesia come nella prosa, sono una parte della magia della parola di uno dei grandi autori transculturali contemporanei. Come l'arte di un mago, a molti il linguaggio letterario di Soyinka è apparso ermetico, soprattutto nelle sue prime opere.
Parola e realtà, parola e storia interagiscono a più livelli. Come per Eliot, Joyce o Primo Levi, la poesia e il mito aiutano a resistere al caos e all'orrore contemporanei, ma non si tratta solo di una funzione difensiva: i protagonisti del Racconto di Kongi sovvertono la simbologia della cerimonia propagandistica voluta dal dittatore Kongi, Ofey in Stagione di anomia produce spettacoli che contengono "una dose nascosta di anarchia", mentre il Professore de La strada, cui non basta parodizzare la liturgia cristiana, si dedica a letali esperimenti con il linguaggio dei segnali stradali.
Più in generale, è lo stesso Soyinka ad attuare un processo metamorfico su un immaginario riconoscibile da un pubblico ampio: trasforma i simboli tradizionali per costruire un discorso nuovo e critico sul presente. Di uso sovversivo e iconoclasta dei linguaggi e dei media del potere Soyinka fu accusato per esempio in un processo per una trasmissione pirata dalla radio nigeriana, e nel caso del dramma Danza della Foresta, messo in scena durante le celebrazioni per l'indipendenza della Nigeria, in cui il partrimonio della mitologia yoruba e della tradizone occidentale sono interpretati liberamente, allo scopo di produrre un'arte catalizzatrice della volontà di cambiamento.

Storia
Spezzare il ciclo del male, il ciclo di violenza e oppressione che si riproduce senza apparente via d'uscita è l'obiettivo della ricerca di Soyinka. Se una visone scettica e disincantata della storia si avvicina al modernismo europeo, lo differenzia il coinvolgimento che, malgrado tutto, gli impedisce di sottrarsi all'impegno attivo per il cambiamento. L'esperienza storica, con le sue speranze deluse, induce al pessimismo verso le possibilità di una trasformazione in senso liberatorio; eppure Soyinka non smette di schierarsi in prima persona, e di fare della sua arte uno strumento di critica del potere e di ispirazione alla rivolta.

Viaggio
Altro tema archetipico centrale dell'opera di Soyinka, collegato a quello del cambiamento. Il viaggio, reale o metaforico, con le sue prove da superare, è un fattore di conoscenza e di trasformazione, ed è condizione permanenete dell'eroe soyinkiano: "Non sento mai di essere arrivato, anche se giungo / alla fine del viaggio" (A Shuttle in the crypt). Dalla sua quest, il viaggio di ricerca attraversa gli orrori della violenza etnica, Ofey in Stagione di anomia si attende una "nuova comprensione della stooria".

Vita
Alla radice della motivazione politica di Soyinka troviamo l'affermazione della vita in tutte le sue manifestazioni. Lottare contro l'oppressione politica o contro la guerra significa lottare contro forze che negano la vita umana. La vita coincide con il movimento, la trasformazione, la creatività, la libertà. La sua forza insopprimibile, alla lunga, resiste e rinasce malgrado ogni repressione e distruzione da parte del potere. Il suo contrario non è tanto la morte, quanto piuttosto la stasi, l'artificialità.



(Marco De Bernardo)

                                                                                                                       

 

 

100 % SBIRRO
post pubblicato in I.M.D., il 1 giugno 2010

A seguito di una segnalazione pervenutami dal Camilleri Fan Club (CFC) di  Catania, che faceva seguito ad una frase di Andrea Camilleri, riportata sulla copertina del libro, ho richiesto il testo alla casa editrice, che me ne ha mandata una copia omaggio.
Il testo parte con tutte le carte in regola: una prefazione di Giancarlo Caselli, procuratore della Repubblica di Torino, una introduzione di Guido Marino, attualmente Questore di Caltanissetta, e una premessa di Raffaella Catalano, che ha collaborato alla redazione del testo con l’autore e ne è stata, per dirla con parola poco usata da noi, editor.
La curiosità è stata, ovviamente, la molla che ha fatto scattare in me il desiderio di leggerlo: da socio del Club dei Camilleri fans, oltre che da accanito lettore dei testi dei migliori scrittori di libri polizieschi (almeno di argomento) e di azione (sono un grosso fan anche di Frederick Forsyth e quindi di libri di ambiente spionistico, anch’essi romanzi di azione). Ma, letto il libro, le cose sono davvero cambiate… e in meglio, devo dire. Il commento di Andrea Camilleri (il Sommo, per i soci del CFC), è solo un piccolo anticipo di quello che capita a chi legge il libro. L’autore, celato sotto lo pseudonimo della sigla IMD (che immagino essere le sue iniziali), è eccezionalmente dotato per la descrizione delle azioni che la squadra di cui fa parte (detta in “burocratese” Sezione Catturandi della Squadra Mobile della Questura di Palermo) ha compiuto e continua a compiere per assicurare alla giustizia criminali di provenienza prevalentemente mafiosa operanti sul territorio palermitano e resisi latitanti. Chi vuol sapere di più sui termini esatti cui questa squadra è preposta, può leggere – dello stesso autore e della stessa casa editrice – il precedente testo Catturandi [ * ], scritto solo dall’autore. Sto leggendo anche questo primo testo, più tecnico ed esplicativo dei compiti di questa squadra meravigliosa.
Credo che tanto le parole di Guido Marino, che la prefazione di Giancarlo Caselli, non tolgano nulla al piacere che la lettura del testo produce, in tutti coloro che sono stati educati al senso della giustizia, come è successo a me, figlio di una persona che faceva un mestiere analogo a quello dell’autore. IMD mi ha fatto tornare ai discorsi che facevo con mio padre, appunto, quando avevo tra i dieci e i vent’anni. La cosa splendida è che il testo, se analizzato “fuori dalle righe”, cioè al di là dei racconti delle varie azioni condotte, è semplice, lineare, comprensibile a tutti. E’ proprio, a mio avviso, questa la caratteristica più importante del libro: le azioni descritte il lettore le vive insieme con le persone della Catturandi Palermitana… come se vi avesse partecipato davvero. E non si vorrebbe mai che questo racconto finisse… potessero le notizie che la TV porta ogni volta dentro le nostre case essere sempre come le azioni che IMD ci permette di seguire quasi dall’interno! Non voglio – a maggior ragione dato l’argomento del testo, che copre gli anni dal 1995 ad oggi – mettermi a raccontare la trama del libro. Consiglio a chiunque la lettura, specie a chi deve scegliere che lavoro fare, oggi; credo che venga da sé leggere anche il libro che lo precede, e che io ho trovato in edicola quando, durante la lettura delle tre introduzioni, sapevo della sua esistenza, e mi sono affrettato a comprare. Lo sto leggendo, ma questo secondo libro è decisamente più intrigante e coinvolgente. Voglio solo concludere questa nota, con cui lo raccomando alla sezione Saggistica della nostra Biblioteca Comunale, per inserirlo tra i candidati al premio per il 2011 (mi pare che per quest’anno i giochi sono fatti), parlando della struttura del libro, che si può evincere dall’indice riportato in fondo al testo. I primi cinque capitoli riguardano la cattura di vari latitanti, tra cui spicca ovviamente Bernardo Provenzano (‘u zù Binnu, in dialetto siciliano), e i Lo Piccolo; l’ultimo, dulcis in fundo, riporta contributi di altri componenti della Catturandi, tutti operanti in azioni non descritte prima.
Buon appassionante coinvolgimento a tutti coloro che vorranno leggerlo! A noi non servono i libri di Agata Christie: ci basta leggere i libri della Catturandi di IMD per avere dei veri thriller!

 

(Lavinio Ricciardi)

 

 

I.M.D., Cento per cento sbirro. Avventure e disavventure di un poliziotto della catturandi, Dario Flaccovio, 2010 [ * ]

 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. letteratura italiana

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 1/6/2010 alle 14:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Sfoglia maggio        luglio