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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
L' UBICAZIONE DEL BENE
post pubblicato in Falco, Giorgio, il 25 maggio 2010



Questo è il secondo libro di Giorgio Falco, ed è – a mio avviso – un affresco realistico, in alcuni casi divertente, della società odierna, ambientato a Milano, in questi tempi. Potremmo chiamarlo un affresco “post-moderno”, per usare un termine alla moda.
Apparentemente sembra un testo unico: in realtà si tratta di una serie di racconti, con diversi protagonisti, ed un luogo (e un tempo) unico, una periferia milanese (vicinanze tangenziale ovest, come dice il suo primo racconto) probabilmente inventata, Contesforza.
Il titolo, anch’esso presente in uno dei primi racconti, fa riferimento ad un bene immobile, una villetta che uno dei protagonisti (seconda storia), dopo averla comprata, deve dar via. In realtà ”… fa impressione”, come dice Giulio Mozzi nel risvolto della copertina, “l’attaccamento animale dei personaggi di Giorgio Falco alla loro così poco desiderabile vita – pur sempre vita, unico bene”.
Sembra effettivamente che questo bene, la vita dei personaggi, sia il bene di cui parla il titolo del libro. Ma questa vita è descritta col linguaggio della quotidianità, tipico del vivere la vita milanese di periferia, da parte di persone immerse nei mestieri e nelle situazioni le più svariate che possono capitare a chi – appunto – risiede o lavora nelle periferie di una città industriale come Milano. E questo vivere quotidiano balza su dal libro in tutte le pagine. Contesforza, che esista o meno, altro non è che i vari paesi sedi di comunità o aggregati industriali e abitativi a un tempo, come sono Metanopoli, Cornaredo, Borgolombardo, Carugate, Cologno Monzese e così via.
Le storie sono le più svariate, e dopo la seconda o la terza si percepisce la natura del libro, di racconti brevi anziché di una storia unica articolata in capitoli, il cui titolo ha a che vedere con una frase della storia che racconta. E danno un esempio tangibile di come si viva in queste periferie post-moderne, oggi, di quali possano essere i pensieri e gli interessi di chi ci abita o ci lavora. E’ – a mio avviso – un’ottima fotografia scritta della realtà milanese di oggi.
Ottima la scrittura, piana, semplice e scorrevolissima, che rende la lettura veloce e agevole, e che non stanca mai, anche quando descrive realtà tutt’altro che piacevoli, e vite noiose per come si svolgono, a volte per la loro stessa quotidianità.



(Lavinio Ricciardi)






Giorgio Falco, L'ubicaziobne del bene, Einaudi, 2009 [ * ]







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SCINTILLE
post pubblicato in Lerner, Gad, il 25 maggio 2010



Una storia molto avvincente, che compensa la fatica di leggere un libro solo apparentemente “pesante”.
Gad, bravissimo giornalista, diventa un valente scrittore nel narrare la storia della sua famiglia, di come lui e i suoi genitori riescono, grazie al caso, a non finire vittime della Shoah. E il racconto ci mostra subito la duplice nazionalità cui Lerner fa riferimento: di nascita è libanese, come la madre. Il Libano è la terra dove i suoi si sono sposati, dove è cresciuta la madre, Tali. Ma – ovviamente – Lerner si sente ebreo, come il padre (il vero Lerner, come soleva dirsi suo padre  Moshe). E la storia ha inizio proprio a Beirut, sulla splendida via detta “la Corniche”, credo una sorta di lungomare, a quanto si vede in una delle fotografie.
La cosa che trovo splendida, a me – non ebreo ma da sempre attratto da tante caratteristiche riscontrate in tutti gli ebrei che ho conosciuto, prima tra tutte l’intelligenza e l’amore per la cultura – in questo libro, è la profondità in cui si è sommersi man mano che si procede nella sua lettura. Profondità di pensiero, prima di tutto. Gad effettua un viaggio, che lo porta prima in Libano, poi in Israele ai tempi della guerra tra Israele e confinanti (Libanesi, Palestinesi…) – viaggio effettuato in parte con l’aiuto del contingente Italiano presente in Libano – e infine (non ricordo se quest’ultima parte del viaggio è stata effettuata in un tempo diverso) in Galizia, alla ricerca delle tracce dei suoi nonni, trucidati ai tempi delle persecuzioni degli ebrei polacchi, di cui è originario il ceppo dei Lerner.
Ci sono, nel libro, delle “costanti” che caratterizzano tutta la storia: il perpetuo “esodo” degli ebrei è spiegato dall’autore con il comandamento “Lech lechà”, che vuol dire qualcosa del tipo: “lascia la casa del padre”. Un concetto bellissimo, che viene fuori dalla visita dei luoghi della Galizia, è quello del gilgul, che significa “anima vagabonda”, e che riecheggia il comandamento precedente. L’autore percepisce in un bosco vicino alla cittadina di Boryslaw, non lontano da Leopoli, questo girovagare di anime nei luoghi propri degli stermini nazisti e russi degli ebrei locali.
Non voglio raccontare tutta la storia, che è piena di considerazioni personali di Gad (il nome con cui il padre lo chiamava da bambino era Dadone), della sua vita, del suo buon rapporto con la madre (intuito, più che descritto) e del suo pessimo rapporto con il padre, di cui però Gad accusa proprio il genitore stesso. Voglio però insistere su alcuni aspetti della religione ebraica, forse presenti molto chiaramente in questo libro, e non trasparenti in quasi nessun altro autore di religione ebraica (come Primo Levi, ad esempio, e tanti altri ebrei italiani). Pur senza dirlo apertamente, il modo in cui Gad parla del suo essere ebreo, fa trapelare l’aspetto religioso come fondamentale, per un ebreo, senza che questo sembri – come per altri autori – un tratto essenziale dello status del Lerner scrittore e giornalista, e senza che questo porti fuori problemi di cittadinanza culturale, etnica e politica.
Etnicamente, Lerner sottolinea il sentirsi piuttosto cittadino italiano, anche se rimprovera le leggi italiane di averci messo trenta anni a concedergli la cittadinanza. E questo lo fa anche affrontare la storia che racconta – in fondo la storia della sua vita – con l’entusiasmo tipico di un italiano, anche quando parla di cose spiacevoli, come la scoperta, non completamente verificata, della fine dei nonni materni e dei bisnonni. Il libro si fa leggere agevolmente, pur essendo un libro personale che racconta una vicenda molto personale e quindi non condivisibile completamente come una altra storia o saggio letterario qualsiasi. E la storia diventa sempre più avvincente, proprio per un lettore che non conosce la materia dell’ebraismo.
A proposito del quale, a differenza di altri testi che presentano la Shoah, o fatti ad essa collegati, l’autore qui ci fa sentire come sia per lui doveroso il pensiero ai suoi parenti defunti, e riporta un bellissimo esempio di preghiera ebraica verso i defunti, il Kaddish (che potrebbe essere l’equivalente del cristiano Requiem aeternam), che è già di per se un esempio struggente di come il pensiero delle “anime vagabonde”, provato dall’autore nelle terre galiziane, ove appunto pare che siano scomparsi alcuni dei suoi nonni, sia già in sé una preghiera, cui il kaddish aggiunge l’aspetto realmente religioso. Mi sono trascritto il kaddish, per la bellezza del concetto che ne è alla base.



(Lavinio Ricciardi)







Gad Lerner, Scintille, Feltrinelli, 2009 [ * ]






vedi quì


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CANALE MUSSOLINI
post pubblicato in Pennacchi, Antonio, il 14 maggio 2010

Le storie non le inventano gli autori, ma girano nell'aria cercando chi le colga
E' scritto così nelle prime righe di Canale Mussolini, e pare proprio di vederle, nel corso del racconto, le storie. Volano tra gli eucalyptus piantati lungo gli argini dei canali, ronzano come le api dell'Armida, e quando trovano qualcuno che sappia coglierle e raccontarle, si spiegano, si sgomitolano, si allargano e si allungano. Prendono la forma del filò, come si usava nella società contadina, nelle stalle durante le sere d'inverno, intorno al fuoco.
Un narratore che racconta grandi imprese, gli eroi che vanno in cerca di gloria, famiglie intere che lasciano le loro contrade, ben sapendo che non torneranno più. Per sempre. Una terra inospitale, regno della terribile zanzara anofele, da sottomettere e dominare, perché possa dare pane e cibo. Sono le paludi pontine il cuore vivo e pulsante di questo potente romanzo epico, che segue le vicende dei Peruzzi, una famiglia contadina della bassa padana giunta nelle terre di bonifica sotto la spinta della fame. Perché in Italia, ottant'anni fa, la fame era ancora una terribile realtà.
Il narratore, nel corso della storia, divaga, si interrompe, riprende il discorso, si ripete. Il lettore si rassicura. Se, nel corso di ben 450 pagine, con una miriade di personaggi, ogni tanto dovesse perdere il filo inciampando in un nome che non si ricorda ben chi sia, nessun problema. Il narratore lo sa che vicino al fuoco le palpebre si abbassano e gli occhi si chiudono per un attimo. Così ripete, sull'esempio degli antichi aedi.
E poi spiega, senza pedanteria, i grandi eventi della storia, come sa raccontarli un vecchio contadino nella stalla, al tepore delle mucche che agitano la coda. Le lotte contadine, l'avvento dello squadrismo, la sottile linea di discrimine che separa socialisti e fascisti, il biennio rosso, la marcia su Roma, le lotte interne tra i gerarchi, la conquista dell'impero, di tutto il narratore racconta, fino a perdersi nei particolari, come succede quando si chiacchiera per tirar tardi, poi tira le fila e procede nella storia.
Le paludi pontine non esistono più. Il sistema dei canali, la piantumazione degli eucalyptus, le opere di bonifica, hanno trasformato la “piscinara” in terreni fertili. Al termine della lettura mi sono chiesta quanto durerà tutto questo, se non verrà un giorno in cui le acque salmastre riconquisteranno il territorio e la zanzara anofele tornerà a regnare. E' il narratore stesso che semina il dubbio, quando dice che, con lo scioglimento dell'Opera Nazionale Combattenti, ciascun assegnatario dei poderi ha potuto fare di testa propria, e per prima cosa ha tagliato gli eucalyptus. In questo modo sono state eliminate le barriere frangivento e per questo devastanti trombe d'aria si abbattono periodicamente sulla pianura pontina. E' forse la prima avvisaglia di una controffensiva delle forze della natura.
Anche lo strano idioma dei coloni, un misto di veneto, ferrarese e friulano, scomparirà col tempo. Come nella poesia Filò di Andrea Zanzotto, solo gli uccelli resteranno a parlarlo, nell'ombra, sull'ultimo ramo. E solo le api di Armida resteranno a cantare l'epopea dei Peruzzi.

(…)
Ma ti vecio parlar, resisti. E si anca i òmi
te desmentegarà senzha inacòrderse,
ghén sarà osèi -
do tre osèi sói magari
dai sbari e dal mazhelo zoladi via -:
doman su l’ultima rama là in cao
in cao se zhiése e pra,
osèi che te à in parà da tant
te parlarà inte’l sol, inte l’onbria.

(…)
Ma tu vecchio parlare, persisti. E seppur gli uomini
ti dimenticheranno senza accorgersene,
ci saranno uccelli -
due tre uccelli soltanto magari
dagli spari e dal massacro volati via -:
domani sull’ultimo ramo là in fondo
in fondo a siepi e prati,
uccelli che ti hanno appreso da tanto tempo,
ti parleranno dentro il sole, nell’ombra.

Andrea Zanzotto, Filò.





(Rita Cavallari)








Antonio Pennacchi, Canale Mussolini, Mondadori, 2010 [ * ]









vedi quìquì, quì e  quì, quì e per il giudizio di Franco Cordelli quì

LA SPOSA GENTILE e L'UBICAZIONE DEL BENE
post pubblicato in Levi, Lia, il 13 maggio 2010



Questa settimana ho letto “La sposa gentile” di Lia Levi e “L’ubicazione del bene” di Giorgio Falco, due libri che non hanno in comune nulla tranne il fatto che sono entrambi stati selezionati per il Premio Biblioteche di Roma 2010. Ho cominciato con il libro di Lia Levi ed è stata una lettura piacevole, scorrevole e tranquilla. La storia è scritta bene, il ritmo è pacato e lo stile, anche se a volte può apparire ridondante, ben s’adatta all’inizio del secolo scorso e all’ambiente dell’alta borghesia ebraica. Della famiglia, per esempio, dice: “…quell’alveare brulicante di affetti, aspettative, rancori sotterranei… una parte importante della sua vita.” (pag.66). Di Margherita, “… con quello sguardo sempre disposto ad accarezzare il mondo...”, dopo la delusione amorosa, dice: “ora del mondo contemplava solo gli stagni di tristezza…”. Amos Segre è un banchiere ebreo che s’innamora di una ragazza non ebrea e decide di sposarla nonostante il parere nettamente contrario della famiglia e nonostante le diversità di cultura e ceto sociale. E proprio lei, Teresa, è la protagonista principale, la sposa gentile. Una donna positiva e coerente, una “innocente festosa creatura” che possiede una naturalezza e un buon senso comune che la rende speciale. A pag 159 si parla del suo rapporto col marito: “Cosa c’era a tenerli ancora così fortemente e arcanamente uniti? I sensi da soli non potevano bastare. Glielo chiese e Teresa disse…Mah…io voglio sempre che lui sia contento. E anche lui lo vuole per me. Gli altri matrimoni forse sono fatti di tante cose in più, ma a me sembra che questa cosa se la dimenticano.” Una donna nata in una famiglia povera e poco accogliente che si innamora di un uomo che saprà darle amore e benessere, un uomo per il quale è disposta ad abbracciare le tradizioni e la dottrina ebraica. E’ un esempio di riconoscenza e dedizione di una donna ad un uomo. Lei non si converte ma si adatta, perché sa quanto quella tradizione non sua sia importante per il marito. Lei vive con lui, per lui e alla sua ombra e quando lo perde, si sente persa. Leggiamo a pag. 208 “…dal suo corpo era fuggita l’anima……non quella di filosofi o degli uomini di fede ma quella che dà un senso preciso alle umili cose di tutti i giorni, come lo stoppino a una candela o la pila che permette di accendere una torcia. La candela se ne stava là, confitta nel bel candelabro d’argento, e si sarebbe accorto che senza il suo stoppino non avrebbe mai più fare luce?”.Teresa alla fine del libro, non pare più interessata alle tradizioni ebraiche, tanto che riappare sul comò della sua camera da letto quella Madonna che era stata sistemata fino ad allora in secondo piano.
Mi ero appena accomodata in questa storia d’amore un po’ travagliata ma tutto sommato abbastanza normale e prevedibile, dove primeggiano le tradizioni e i personaggi dichiarano e dimostrano emozioni e valori, quando il libro è finito e così, ho cominciato, di seguito, a leggere i racconti di Giorgio Falco e mi è sembrato di passare dal giorno alla notte. Una notte interessante ma tutt’altro che riposante e rilassante, piena di incubi e immagini realistiche immerse in un’atmosfera onirica. Una lettura spiazzante, che stupisce ad ogni capoverso con cambi di scena e di personaggi, con attribuzioni di significato controcorrente e dunque descrizioni accurate di particolari che pur emergendo dalla quotidianità, vengono però gonfiati e decontestualizzati creando situazioni speciali, ansiogene e strane. Ammetto che ho letto tutti i racconti velocemente e poi, dopo aver elaborato lo stupore, sono tornata a rileggerli per capire meglio quello che sicuramente si nascondeva sotto l’apparenza e per assaporare la poeticità di alcuni passi.
Mentre il libro di Lia Levi raccontando la storia descrive persone e sentimenti favorendo un nostro coinvolgimento in relazione ad un giudizio sui personaggi, il libro di Giorgio Falco è privo di giudizi per le persone che ci vengono mostrate in una situazione in sfacelo, senza possibilità di miglioramento. I racconti hanno come ambientazione Cortesforza , un aggregato di appartamenti alla periferia di Milano, sorto come un fungo malefico, un non luogo per una non vita, per assenza d’incontri e di rapporti. L’autore è più pietoso nei confronti degli animali, che soffrono come le persone; per loro ha maggiori attenzioni, quasi a rovesciare l’abitudine di considerare l’essere umano quale privilegiato e superiore rispetto agli altri abitanti della Terra. Ci sono topi, scarafaggi, piccioni, serpenti, vermi nei cavoli e nel frigorifero, infestanti formiche bianche e pesci combattenti che s’azzannano fra loro per consentire le scommesse ( fra questi spicca Oscar, il migliore, per la furia combattente iniziale…). Ci sono due cani ben descritti, entrambi finiscono bruciati, uno perché messo al forno due ore dopo essere stato comprato al canile, l’altro cremato secondo tutti i crismi dopo una morte naturale. Le proprietarie, Graziella e Giovanna, hanno in comune, oltre al nome trisillabico che comincia con G, strane tristi storie di solitudine. A pag. 47 c’è una descrizione dettagliata di cadavere di animale schiacciato da un’automobile. Un piccolo evento che, come quelli frustranti e fallimentari degli abitanti di Cortesforza, fa parte di una normalità “terribile”.



(Luciana Raggi)








Lia Levi, La sposa gentile, E/O, 2010 [ * ]
Giorgio Falco, L'ubicazione del bene, Einaudi, 2009 [ * ]


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IL TEMA DELL'ACQUA IN WILLIAM SHAKESPEARE,THOMAS STEARN ELIOT, VIRGINIA WOOLF, MARGARET ATWOOD, MAXINE KUMIN
post pubblicato in Shakespeare, William, il 12 maggio 2010

 

 

 



 

 

 

 



 

“…non esiste una singola opera letteraria che non possa essere fatta oggetto di interpretazione ecocritica.” (Scott Slovic, 1999)

La Tempesta
, il canto del cigno del bardo di Avon, ci lascia dei messaggi distillati durante la lunga carriera drammaturgica shakespeariana. Certamente il grande scrittore non chiude gli occhi sulla malvagità umana, così come si incarna nel potere politico (un tema che gli era caro), ma finge di credere che tutto andrà a finire bene, attraverso l’omaggio reso all’innocenza e ingenuità di Mirando, o a quella dei giovani ai quali va lasciato in eredità il mondo.
L’uomo demiurgo, Prospero, governa le forze della natura positive (Ariel) e negative (Calibano), ma alla fine rinuncia alla sua onnipotenza e lascia la sua isola, ritorna alla civiltà, da dove l’aveva scacciato il tradimento di suo fratello, riprova a vivere nella società che l’aveva barbaramente esiliato. Ma, prima di tutto questo, ci troviamo su un’isola bagnata da un mare purificatore. La tempesta congegnata dal mago salva i villain Alonso ed Antonio dalla loro malvagità. E’ ancora il naufragio che porta Ferdinando e Mirando a conoscersi e li fa innamorare.
Come in Pericle la morte per acqua significa redenzione. La bellissima lirica che Ariel canta intriga Ferdinando naufragato sulle coste dell’isola e ignaro della sorte del padre:

Full fathom five thy father lies;
Of his bones are coral made;
Those are pearls that were his eyes: 
Nothing of him that doth fade 
But doth suffer a sea-change 
Into something rich and strange, 
Sea-nymphs hourly ring his knell:
(A cinque intere tese giace tuo padre; / delle sue ossa sono fatti i coralli; / sono perle quelli che erano I suoi occhi: / non c’è niente di lui che perisca / che non subisca per opera del mare / una trasformazione in qualcosa di ricco e meraviglioso, / le Ninfe marine ad ogni ora suonano per lui a mortorio:)
Le effe del primo verso scavano una profondità nel mare e l’acqua – a livello fonico – si apre, si allarga e si richiude nelle dilatazioni vocaliche delle varie parole. Nella loro instancabile mobilità, dopo i tonfi cadenzati di full fathom five, le vocali si allargano in thy e lies. L’inversione ci mostra prima le perle e poi gli occhi (eyes), che si riaprono nel dittongo ai. Le dentali di Nothing/that/doth/fade seguite da but/doth sono intoppi che guidano alla metamorfosi sea-change/strange, bottino prezioso di bellezza che si dischiude all’occhio dello spettatore-uditore.
La musica di Ariel va incontro a Ferdinando abbagliandolo nella sua bellezza, più che nel messaggio di morte che falsamente reca.
Those are pearls that were his eyes riecheggia nella Terra desolata di T. S. Eliot nell’episodio riguardante Madame Sosostris:

…Temete la morte per acqua. 1)
Ma nella parte IV del poema, La morte per acqua, l’acqua è diventata un elemento di purificazione. Phlebas è il simbolo della civiltà moderna, fatta di commerci e scambi, in cui i popoli si spostano continuamente. Questa civiltà “arriva al culmine delle sue contraddizioni con lo scoppio della I Guerra Mondiale” 2).  La soluzione mistica è la sola “via di salvezza”. La morte del marinaio fenicio è per il Trigona 1. cristiana liberazione dalle pene terrene, dimenticanza de “il guadagno e la perdita”, 2. rituale religioso di morte-rinascita secondo i riti antichi di cui Eliot ha letto in Frazer e Weston 3) , 3. rito cristiano di liberazione dal peccato originale (il battesimo è morte del peccato per acqua). Il brano è di una rara sensibilità poetica. La consistenza palatale del corpo di Phlebas si scioglie nei cambiamenti vocalici del secondo verso (forgot the cry of gulls). La corrente sottomarina si sostanzia nelle sibilanti di whisper. Gli alti e bassi di rose e fell terminano nel turbinio onomatopoietico di whirlpool. Il tono di “Gentile o Giudeo / O tu che volgi la ruota e guardi nella direzione del vento” è il tono del predicatore che invita a cambiare vita 4).
Un’altra rappresentazione poetica dell’acqua del mare ci viene da un brano di Gita al faro di V. Woolf:

Andavano lì regolarmente ogni sera, quasi per una necessità. Pareva che l’acqua portasse al largo, facesse navigare sull’onde pensieri stagnanti in terraferma, dando così ai loro corpi una specie di fisico sollievo.
Dapprima il palpito del colore inondava la baia d’azzurro, e il cuore si dilatava con esso e il corpo sembrava fluttuare, ma solo per essere, subito dopo, respinto e raggelato dall’ispido nereggiare delle onde agitate. Poi dietro la gran roccia bruna, quasi ogni sera, sprizzava bizzarramente, così che stare a spiarne l’irrompere era delizia, una fontana d’acque bianche; e allora, nell’attesa, si poteva pur contemplare sul pallido semicerchio della riva la successione delle onde che vi si stendevano via via mollemente un velo di madreperla
5).
L’acqua qui, come sempre, ha una funzione dinamica, movimentando i pensieri stagnanti e conferendo piacere ai corpi. Attraverso il colore che immette l’azzurro nella baia il cuore si allarga e il corpo fluttua per poi raggelare per il nereggiare delle onde agitate. L’irrompere delle onde è descritto come un grande piacere, nella continua trasformazione che genera e a cui trascina l’anima.
Margareth Atwood nella poesia Frogless (Senza rane), tratta da Mattino nella casa bruciata 6), descrive un paesaggio di malattia in cui l’acqua è diventata alcool e gli animali nascono deformi:
The sore trees cast their leaves 
too early. Each twig pinching 
shut like a jabbed clam. 
Soon there will be a hot gauze of snow 

searing the roots.
Booze in the spring runoff, 
pure antifreeze; 
the stream worms drunk and burning. 
Tadpoles wrecked in the puddles.
Here comes an eel with a dead eye 
grown from its cheek. 
Would you cook it? 
You would if. 
The people eat sick fish 
because there are no others.
Then they get born wrong. 
This is not sport, sir. 
This is not good weather. 
This is not blue and green. 
This is home.
Travel anywhere in the year, five years, 
and you’ll end up here.
(Gli alberi dolenti perdono le foglie
/  troppo presto. Ogni rametto si chiude / di colpo come una vongola stuzzicata. / Presto arriverà una calda garza di neve / a cauterizzare le radici. / Alcool nel disgelo della primavera, / puro antigelo; / l’acqua serpeggia ubriaca e rovente. / I girini naufraghi nelle pozze.Ecco l’anguilla con l’occhio morto / spuntato su una guancia. / La cucineresti? / Casomai... / La gente mangia pesci malati / perché non ce ne sono altri.  Poi nascono sbagliati. / Questo non è divertente, signore. / Questo non è bel tempo. / Questo non è tutto verde e azzurro.  Questo è casa tua. / Viaggia dove vuoi in un anno, in cinque anni, / poi è qui che ti ritrovi)
Nel suo tipico stile realistico la scrittrice canadese non lascia illusioni a chi la segue. La consapevolezza che questo territorio contaminato è il posto in cui tutti noi viviamo penetra nelle nostre ossa senza che possiamo fare niente per dimenticarcene.
La poetessa statunitense Maxine Kumin ci ha dato un esempio efficace del suo rapporto con l’acqua nella bellissima poesia Morning swim (Nuotata mattutina) 7), che offre la rappresentazione di un corpo femminile solitario - in una mattina nebbiosa - che si tuffa e realizza la sua fusione perfetta con l’elemento acquatico:
Into my empty head there come 
a cotton beach, a dock wherefrom
I set out, oily and nude 
through mist, in chilly solitude. 
There was no line, no roof or floor 
to tell the water from the air. 
Night fog thick as terry cloth 
closed me in its fuzzy growth. 
I hung my bathrobe on two pegs. 
I took the lake between my legs. 
Invaded and invader,  I
went overhand on that flat sky. 
Fish twitched beneath me, quick and tame. 
In their green zone they sang my name
and in the rhythm of the swim 
I hummed a two-four-time slow hymn. 
I hummed “Abide With Me.” The beat Mormoravo : 
rose in the fine thrash of my feet, 
rose in the bubbles I put out 
slantwise, trailing through my mouth. 
My bones drank water; water fell 
trough all my doors, I was the well
that fed the lake that met my sea 
in which I sang “Abide With Me.” 

(Nella mia testa sgombra si profila / una spiaggia di cotone, una banchina da cui partii, unta e denudata / tra la foschia, in solitudine gelata. / Linea non c’era, soffitto o fondale / A distinguere l’acqua dall’aere.La nebbia della notte densa come un telo / racchiuse me nel suo spugnoso ordito. / A due gancetti l’accappatoio appesi, / fra le mie gambe il lago presi. IInvasore ad invasa, procedevo / a bracciate dentro quel piatto cielo. Pesci rapidi e miti sotto di me a guizzare. / Dentro quel verde spazio il mio nome a cantare / e intonavo nel ritmo della bracciata / a due quarti una lenta ballata. Mormoravo : “Assecondami”. La toccata / saliva dai miei piedi all’elegante falcata, saliva fra le bolle che sgorgavano / di lato, dalla mia bocca spalancata. Le ossa bevvero acqua, acqua cadente  / da ogni porta. Io ero la sorgente / che nutriva il lago, che incontrava il mio mare / nel quale “Assecondami” cantavo.) (traduzione di Loredana Magazzeni)
La protagonista non solo si tuffa in un ambiente acquatico che è un tutt’uno di terra e cielo, ma con il ritmo delle proprie bracciate stabilisce un ritmo che è in armonia con l’acqua in cui si muove. Alla fine diventerà acqua lei stessa poiché da tutte le sue “porte”si riversa acqua a nutrire l’altra acqua in cui procede. La poesia trasmette un gran senso di libertà e di armonia fra la nuotatrice e l’acqua.

1) T.S. Eliot, La Terra Desolata, traduzione di Mario Praz, Giulio Einaudi, Torino, 1965, per gentile concessione dell’editore Valentino Bompiani.
2) Prospero Trigona, Saggio su The Waste Land, Guida Editori, Napoli, 1973
.
3) Frazer, The Golden Bough Jessie L. Weston, From Ritual to Romance
4) IV
Death by water 
Phlebas the Phoenician, a fortnight dead, 
Forgot the cry of gulls, and the deep sea swell 
And the profit and loss.
A current under sea 
Picked his bones in whispers. As he rose and fell 
He passed the stages of his age and youth 
Entering the whirpool. 
Gentile or Jew 
O you who turn the wheel and look to windward, 
Consider Phlebas, who was once handsome and tall Pensa a Fleba, 
as you. 

La morte per acqua 
Fleba, il Fenicio, morto da quindici giorni, 
Dimenticò il grido del gabbiano,e il flutto profondo del mare 
E il guadagno e la perdita. 
Una corrente sottomarina 
Gli spolpò le ossa in sussurri. Mentre affiorava e affondava 
Traversò gli stadi della maturità e della gioventù 
Entrando nei gorghi. 
Gentile o Giudeo 
O tu che volgi la ruota e guardi nella direzione del vento, 
Pensa a Fleba, che un tempo è stato bello e ben fatto al pari 
di te.
Op. Cit. 
5) V. Woolf, Gita al Faro,Trad. dall’inglese di Giulia Celensa. Aldo Garzanti Editore, 1974.
6) a cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti. Le Lettere, Firenze, 2007

7) in Corporea, il corpo nella poesia femminile contemporanea, a cura di Loredana Magazzini, Fiorenza Mormile, Brenda Poster, Anna Maria Robustelli. Le Voci della Luna, Sasso Marconi 2009, pp.20-21







(Anna Maria Robustelli) 











 

COME PIANTE TRA I SASSI
post pubblicato in Venezia, Mariolina, il 6 maggio 2010



E' il sogno di tutti gli scrittori, creare un Personaggio come il commissario Maigret, Hercule Poirot, Miss Marple, la signora in giallo, Salvo Montalbano. Poi basta un nulla, due righe sul giornale, una notizia in cronaca, farmacista a Murinissi uccide la badante, e voilà, il libro è pronto in un batter d'occhio. I lettori si affezionano al Personaggio, ne seguono le avventure, lo amano.
Anche Mariolina Venezia ci prova, con il sostituto procuratore Imma Tataranni, una quarantenne alta come un soldo di cacio, che ha i capelli tinti color rosso carota, un viso da luna piena e tacchi dodici centimetri con cui, nei sopralluoghi all'aria aperta, spiaccica senza pietà i poveri lombrichi.
Il procuratore Tataranni proviene da una famiglia povera, a scuola non ha mai primeggiato, ma ciò nonostante è riuscita senza appoggio alcuno a costruirsi una invidiabile carriera. Veste incredibili tailleurini cuciti da sua madre, presumibilmente molti anni prima, visto che ormai sua madre è persa dentro di sé e quando vede la figlia le chiede chi sei? Ha un marito innamorato e un po' bietolone, una figlia con le crisi adolescenziali, una suocera pestifera e tutta una corte di personaggi di contorno, compreso un fido appuntato che oltre ad essere belloccio non è neanche stupido. Il tutto ambientato in Basilicata, tra tombaroli, Indiana Jones a caccia del tempio di Persefone, rifiuti tossici smaltiti fuori legge, vecchi fricchettoni seguaci di filosofie orientali.
Che dire? La figura di Imma Tataranni non è ancora messa a punto perfettamente, sembra costruita con molta tecnica e poca empatia. Dà l'impressione di essere nata come personaggio maschile e di essere poi stata riconvertita al femminile. Ma non basta far sì che pensi al cambio di stagione o alla spesa perché un personaggio diventi una donna credibile, né vale farle indossare accessori leopardati. Insomma, Imma non mi convince, ma può migliorare.
La trama scorre senza intoppi e senza colpi d'ala. Aspettiamo al varco la prossima impresa.
 


(Rita Cavallari)








Mariolina Venezia, Come piante tra i sassi, Einaudi, 2009 [ * ]

MILANO E' UNA SELVA OSCURA
post pubblicato in Pariani, Laura, il 6 maggio 2010



Chi entra nell'oscura città di Barbonia si smarrisce. E' come attraversare uno specchio e finire in un mondo all'incontrario, non si riesce più a tornare indietro. Così è successo a Dante, classe 1899, che all'età di settant'anni, a Milano, passa le giornate a cercare un angolino in cui nascondersi e una maniera per arrangiarsi. Lo seguiamo nel suo girovagare, da un gennaio freddo a una primavera piovosa, poi in un'estate afosa, fino all'autunno venato di inquietudine e presentimenti minacciosi. Cammina a testa alta con allegria, il Dante, lui ha studiato, si è diplomato, ha gestito una libreria antiquaria, conosce a memoria poesie e filastrocche, in cambio di un bicchiere di vino può raccontare una storie o recitare un brano della Divina Commedia.
Il problema, per il lettore che vive a sud del Rubicone, è che lui la Divina Commedia la dice in milanese, secondo la traduzione che ne fece, nel '700, Carlo Porta. E passi, perché i versi dell'Inferno mantengono una loro riconoscibilità e ci si orizzonta, il brutto viene quando il nostro eroe, nel suo vagabondare, si lancia in pensieri e riflessioni usando i vocaboli della lingua meneghina.
Tognítt, sgagnòsa, cialada, girometta, socchìn, miee, baslòtt. Per capirci qualcosa ho dovuto usare un vocabolario milanese-italiano (trovato su internet), altrimenti, dopo poche pagine, la tentazione sarebbe stata quella di chiudere il libro e lasciarlo lì. Però, come spesso succede quando ci si misura con una lingua che non è la nostra, la consultazione del vocabolario interrompe il fluire del discorso e alla fine nuoce alla piena comprensione del testo. Così, da un certo punto in poi, ho preferito perdere il senso di qualche termine e lasciarmi trascinare dal ritmo delle frasi.
Titúnf titànf, barlícch barlòcch, cicíp ciciàp, pínfeta pònfeta, ho seguito il protagonista per quella selva oscura che ha nome Milano, dai gradini della chiesa di San Simpliciano, al dormitorio di Bande Nere, al Naviglio che sembra un mortorio, al Cordusio con il fiotto d'aria calda che sale dalla grata del marciapiedi. Per finire nel dicembre del 1969. Passo dopo passo ci ho preso gusto e mi sono anche divertita. Mi resta però un dubbio. Era proprio necessario l'uso di un milanese così stretto? Credo di no. Sono convinta che le lingue regionali rappresentino una ricchezza, che il loro uso possa contribuire in modo determinante a dare spessore ad ambienti e personaggi, però penso che questo debba avvenire con leggerezza, come fa Cammilleri quando racconta le sue storie. Il fatto è che Cammilleri non usa il siciliano, bensì una lingua di sua invenzione che al lessico della Sicilia liberamente attinge per dar vita ad una creazione letteraria originale comprensibile da tutti. Invece la Pariani, a mio parere, è troppo legata ad un compiacimento filologico ed ottiene il risultato di portare il lettore in una selva inospitale che oscura lo è per davvero. Ermanno Olmi, dopo aver girato L'albero degli zoccoli in bergamasco, sapendo che la difficoltà di comprensione avrebbe allontanato gli spettatori, ne mise a punto una seconda versione in italiano. Forse per Milano è una selva oscura si dovrebbe dare la possibilità al lettore di trovare, al termine del libro, una traduzione in italiano delle riflessioni del protagonista.




(Rita Cavallari)









Laura Pariani, Milano è una selva oscura, Einaudi, 2010  [ * ]

GRAZIE
post pubblicato in Staglianò, Riccardo, il 4 maggio 2010



Ecco perché senza gli immigrati saremmo perduti, dice il sottotitolo del libro, che in ventiquattro capitoli esplora il mondo delle attività economiche che impiegano mano d'opera straniera. Staglianò non usa parole che parlano al cuore e alla coscienza del lettore, come accoglienza e solidarietà, parla invece di qualità della vita (la nostra e la loro), di capacità di adattamento a lavori fastidiosi e maleodoranti (che noi ci rifiutiamo di fare), di persone in grado di sacrificare anni della loro vita per consentire a noi di vivere la nostra. Per far questo l'autore non usa statistiche né categorie generali come popolazione, tassazione e occupazione, ma racconta storie, perché è solo narrando una storia che la comprensione diventa globale e la memoria indelebile.
Benur che fa il pescatore a Mazara del Vallo, Roman camionista nel nord est, i raccoglitori di frutta in Trentino e di verdura a Caserta, i cavatori di pietra in val di Cembra, Bureim conciatore nel vicentino, gli inservienti sikh negli allevamenti di bovini, i macellai nelle industrie dei polli AIA a Nogarole Rocca, gli operai nelle fonderie nel bresciano, gli africani che fanno raccolta differenziata manuale a Vedelago in un'azienda premiata dall'Unione Europea. Storie di persone che lavorano nel nostro paese per il nostro paese. Senza di loro tante attività economiche dovrebbero ridimensionarsi drasticamente, o delocalizzarsi in paesi a basso costo di mano d'opera, oppure chiudere e basta. L'indotto crollerebbe. Sarebbe la povertà per intere regioni del paese.
Senza badanti, infermieri, addetti alle pulizie, facchini nelle imprese di spedizioni, tate e colf, la vita quotidiana di tutti noi finirebbe nel degrado.
Ventiquattro capitoli perché ciascuno corrisponde a un'ora della giornata, offerta agli italiani dagli stranieri. Senza dimenticare i calciatori (un terzo dei professionisti in serie A è straniero), i preti (in Umbria il 50% dei preti sotto i quarant'anni non è italiano) e le prostitute (straniere il 98% del totale).



(Rita Cavallari)








Riccardo Staglianò, Grazie. Ecco perchè senza gli immigrati saremmo perduti, Chiarelettere, 2010 [ * ]

DALL'IMPERO AUSTRO-UNGARICO ALLE FOIBE
post pubblicato in Diario, il 4 maggio 2010

Questa raccolta di saggi nasce da un corso sulla storia della frontiera orientale organizzato per gli insegnanti delle scuole dalla Scuola superiore di studi di storia contemporanea dell'Istituto Nazionale per la storia del Movimento di Liberazione in Italia e dalla regione Piemonte.
Dopo l'istituzione del Giorno del Ricordo, anche per motivi legati allo svolgimento dell'attività didattica, si è sentita l'esigenza di approfondire una parte della storia recente, rimossa per comune volontà politica alla fine della guerra per ragioni complesse e legate al momento storico (guerra fredda) che sono spiegate nel libro.
I saggi  con la corposa bibliografia acclusa sono un ottimo punto di partenza per chi sia interessato ad approfondire l'argomento.
L'analisi inizia dalle condizioni storiche alla vigilia della prima guerra mondiale evidenziando la genesi degli esasperati nazionalismi, che si sarebbero poi sviluppati nell'Europa centro-orientale, causando aspri conflitti seguiti da massicci spostamenti delle popolazioni, e si conclude con gli accordi seguiti al  secondo conflitto mondiale.
Viene sottolineato da vari studiosi l'atteggiamento ostile che gli italiani nutrivano verso gli sloveni quando ancora facevano parte entrambi dell'impero austro-ungarico. Questo era dovuto sia a motivi politici, legati all'Irredentismo italiano, che culturali; gli Italiani, infatti, consideravano la loro cultura superiore a quella slava che trattavano con disprezzo.  
Al termine del primo  conflitto mondiale si aggiunse il problema dei confini e del rispetto delle minoranze, della loro lingua e cultura in quanto l'amministrazione di queste zone fu inizialmente affidata ai militari. L'avvento del fascismo non fece che peggiorare una situazione già critica; questa parte sviluppata nei saggi è sicuramente quella meno conosciuta e quindi particolarmente interessante.
Da sottolineare che l'ostilità verso la lingua e la cultura slovena arrivò a colpire gli insegnanti e persino i sacerdoti. Quando fu stipulato il Concordato fra Stato e Chiesa cattolica,  ci fu un inasprimento dell'atteggiamento delle alte gerarchie ecclesiastiche verso i parroci che non usavano la lingua italiana per preservare le tradizioni.
Sono anche di particolare interesse le parti che riguardano i rapporti fra il partito comunista italiano e quello jugoslavo e tra i partigiani che vengono analizzati in rapporto con la situazione interna e internazionale.
Gli studiosi dimostrano anche inequivocabilmente che la popolare visione degli Italiani brava gente non ha alcun fondamento storico, in quanto il comportamento maggioritario si colloca in un comune contesto europeo di connivenza o, nel migliore dei casi, di indifferenza verso le violenze perpetrate.
Questo non è affatto considerato una giustificazione per le uccisioni  degli italiani ma consente di capire in quale contesto furono perpetrate e per quali ragioni, attraverso l'analisi dei vari documenti.
Il metodo seguito permette di comprendere meglio gli avvenimenti nel loro insieme, inquadrandoli in un contesto  europeo e consentendo, così, di uscire da una visione particolarista italiana, basata su una profonda ignoranza degli accadimenti, fomentata per motivi politici da tutti i partiti italiani. 
In appendice è riportata la Relazione della commissione storico-culturale italo-slovena che sintetizza il lavoro commissionato a quattordici storici italiani e sloveni, su incarico dei rispettivi governi, per analizzare i rapporti tra le due popolazioni tra la fine del 1800 e il 1956.

 

(Daniela Puggioni)

 

 

 

AA.VV., Dall'impero austro-ungarico alle foibe. Conflitti nell'area alto-adriatica, Bollati Boringhieri, 2009 [ * ]


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 4/5/2010 alle 9:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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