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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
IL NIPOTE DEL NEGUS
post pubblicato in Camilleri, Andrea , il 15 aprile 2010



Questa nuova opera di Andrea Camilleri, che esce per i tipi di Sellerio, in due edizioni, una destinata ai lettori e l’altra corredata di audiolibro (5 CD) in cui l’opera è letta dall’autore, è davvero una chicca.
La forma, come scrive l’autore in una nota, ripete la soluzione adottata per quel capolavoro che è stato per tutti noi stimatori dell’”Empedoclese”, “La concessione del Telefono” (Sellerio, La Memoria, 1998)  [
* ].
L’opera (Il nipote del Negus, ed. Sellerio, La memoria, 2010), rappresenta - come ho già detto, una chicca per gli appassionati. Simile al precedente solo nella forma, è invece – a detta dell’autore, ispirata ad una vicenda reale, come sono tutte le opere di Camilleri. Si suddivide in parti (macrocapitoli), alcune composte da insiemi di fascicoli – detti, con termine tipico, carpette – in cui sono raccolte corrispondenze tra autorità, che chiamerei documenti burocratici, alternate da altre parti, dette Frammenti di parlate, che invece contengono ipotetici discorsi tra i paesani, in dialetto. La storia è ambientata nella zona prediletta da Camilleri per le storie del Commissario Montalbano, cioè nei paesi di Vigata e Montelusa (che in realtà corrispondono a Scicli – località del ragusano – e Ragusa). Siamo negli anni ’30.
Mentre nelle Carpette, Camilleri è abile saggista delle tipiche maniere in uso nella burocrazia del tempo, non molto diverse da quelle in uso oggi, a parte lo stile linguistico, nei Frammenti di parlate le cose sono condotte diversamente: salta subito agli occhi del lettore la saggezza popolare e l’aspetto caratteristico del giudicare del popolino, poco avvezzo al rispetto di forme o di tradizioni classiche della cultura.
Il libro è delizioso, sotto entrambi gli aspetti – linguaggio dei burocrati e folklore popolare del luogo. In questo, dopo aver sorriso notevolmente alle vicende descritte nell’analogo romanzo predecessore, il lettore si trova immerso in una vicenda estremamente variopinta, intessuta delle opinioni del tempo riguardo le persone di colore e le loro prerogative. La vicenda del fidanzamento del protagonista ne è il coronamento: c’è tutta la società dell’epoca nella sua conduzione e sembra quasi di ricordare alcuni passaggi de “Il gattopardo” di Tomasi. Spero di non aver esagerato, da buon amante delle tradizioni siciliane…
L’alternarsi di Carpette e Frammenti di parlate consente al lettore una discreta ginnastica mentale tra le vicende del nipote famoso e le preoccupazioni dei vari “burocrati” (prefetto, questore, vescovo, ecc.), per cui si segue la vicenda facendo continui passaggi da un ambiente all’altro. Trovo che proprio questa “scenografia” del romanzo denota quella formidabile caratteristica di Camilleri che fa tornare lo “scrittore” alla sceneggiatura e regia teatrale, rendendolo unico. Pirandello, suo compaesano, ne sarebbe orgoglioso… ma, fatti i necessari passaggi, penso che lo sarebbe anche Scarpetta, di altra tradizione, regionalmente parlando…
Come al solito, non voglio raccontare il romanzo: me ne vorrebbero tutti i lettori che l’hanno già letto e – soprattutto – quelli che debbono ancora leggerlo. Mi piace dire invece che trovo questo romanzo più divertente e movimentato de “La Concessione del telefono”, e che fa gustare, ancor più di quello, l’aspetto folkloristico della tradizione popolare e del modo di pensare siciliani.



(Lavinio Ricciardi)






Andrea Camilleri, Il nipote del Negus, Sellerio, 2010 [ * ]






vedi quì


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IL LIBRO DEGLI ELOGI
post pubblicato in Manguel, Alberto, il 10 aprile 2010



"Lerner, brillante erudito, ci comunicava la sua passione per la lettura lenta, insegnandoci a indugiare su un testo fino a conoscere a memoria la sua accogliente geografia. Lerner ci ha insegnato a diventare amici dei classici, a sentirli intimi senza lasciarci intimidire". Le parole con cui Alberto Manguel ricorda il suo insegnante di letteratura spagnola al Colegio Nacional di Buenos Aires si adattano perfettamente all'opera divulgativa dello stesso Manguel, che da ragazzo ebbe la fortuna di trascorrere numerose serate leggendo per Borges e col tempo è diventato la perfetta incarnazione dell'uomo borgesiano: risultato dei libri che ha letto, interprete del mondo e delle esperienze di vita come se fossero pagine di un libro, ma soprattutto cultore di un atto privato e solitario, la lettura, che conduce immediatamente al dialogo con altri potenziali lettori attraverso la forma del saggio. Un lettore, dunque. Con una fiducia incrollabile nell'assioma che non esista alcuna possibilità di salvezza al di fuori della pagina scritta. E, fortunatamente per noi, con una capacità, al momento ineguagliata, di restituire in tutte le sue sfumature il piacere della lettura, "un'esperienza equivalente all'illuminazione di cui parlano i sapienti. Un piacere puramente e profondamente intellettuale, un atto di cui le nostre società oggi disprezzano il valore". Non solo, ma è come se ogni opera di Manguel fosse parte di un'unico, immenso viaggio nella letteratura universale, un'esplorazione ironica e ininterrotta in una biblioteca che immaginiamo infinita come le tante inventate da Borges, ovvero come l'universo. Così gli undici saggi che compongono questo "Libro degli elogi" indagano nei concetti di orrore e piacere, nella seducente anima, o personalità, della lingua spagnola ("la giustezza di una parola la interessa meno della sua musicalità"), nella competenza dei veri librai, nella comodità dei libri tascabili, nei libri per bambini che invecchiano fedelmente con noi ("non solo le sovracoperte si strappano, le copertine sbiadiscono, la carta ingiallisce, l'inchiostro scolora: le parole cambiano di senso, i dettagli si moltiplicano, i personaggi si fanno più complessi, l'azione cambia rotta"). Impressiona l'ultimo saggio, dedicato all'Argentina della crisi economica, che ha smesso di credere in sè stessa e in cui è quasi impossibile pronunciare le parole "onesto", "decente", "veritiero" senza un tono di sarcasmo. Sembra l'Italia.


(Valerio Rosa)




Alberto Mahguel, Il libro degli elogi, Archinto, 2009 [ * ]






(apparso sul blog "Diario di un lettore" [ * ])


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IL TEMA DELL' ACQUA: LA BATTAGLIA AL FIUME NELL' ILIADE, STORIE DI MARE E DI TERRA NELLE ARGONAUTICHE
post pubblicato in Omero, il 8 aprile 2010

       

Questo scritto vuole essere una riflessione su quanto il pensiero ecologico possa giovarsi del pensiero antico, su quanto una lettura dei testi letterari della classicità possa indicarci la strada di una riflessione etica e culturale che ponga al proprio centro il rapporto tra uomo e natura.
Il pensiero ecologico nasce in epoca moderna. Ne troviamo le prime formulazioni nell'età dell'illuminismo e diviene poi, nell'ottocento, un tema fondamentale della cultura romantica. In epoca contemporanea si approfondisce la riflessione sui confini dell'intervento umano sulla natura e nasce la consapevolezza che l'idea di un progresso fondato sull'indiscutibile centralità dell'uomo non è più proponibile.
La mia riflessione si muove in un'epoca in cui l'uomo non era la misura delle cose, la natura non era una risorsa, relazioni multiformi e articolate legavano insieme il cielo e la terra, i venti e il mare, le selve, gli animali gli uomini e gli dei.
Intendo parlare dell'antica Grecia e del rapporto tra l'uomo e la natura, e a tal fine utilizzo alcune pagine di due opere letterarie: la prima, l'Iliade, è in qualche diversa misura universalmente nota, e molti ne hanno letto almeno qualche brano; la seconda, le Argonautiche  di Apollonio Rodio, è generalmente conosciuta solo nella trama e viene letta solo dai cultori della letteratura greca di età ellenistica.
Le pagine che ho scelto hanno come filo conduttore il tema dell'acqua, che è l'argomento trattato venerdì 9 aprile nel laboratorio “Leggere il bosco”, letture al tempo della crisi ecologica, presso la biblioteca comunale Villa Leopardi di Roma.
I punti dell'Iliade a cui farò riferimento sono presi dal canto XXI, in cui si descrive la battaglia sulle rive del fiume.
Dopo la morte di Patroclo Achille torna a combattere e si lancia contro i nemici con la furia di una belva. Abbandonato l'accampamento, lasciata alle spalle la flotta di navi tirate in secca sulla spiaggia e difese dal muro e dal fossato, Achille, simile a un leone, uccide senza tregua i guerrieri troiani. Il teatro delle sue gesta è uno spazio delimitato da due fiumi, lo Scamandro e il Simoenta, dalla città di Troia con le sue alte mura, dalla riva del mare protetta dal muro costruito dai greci. Alle spalle di Troia si intuisce la presenza di boschi e lungo le rive dei fiumi è presente una vegetazione arbustiva con qualche albero di alto fusto. Al centro c'è il campo di battaglia, un'ampia spianata di pietre e sassi funzionale ai combattimenti dei guerrieri, alle sortite dell'una e dell'alta parte, alle rapide incursioni dei carri. Dall'alto delle mura, alle porte Scee, i troiani assistono agli scontri. Dalla cima dell'Olimpo gli dei controllano il divenire delle cose e decidono come e quando intervenire.
Tutto contribuisce alla creazione di un ambiente in cui i vari elementi, umani, naturali e divini, sono tra loro legati da un complesso gioco di relazioni regolate da pesi e contrappesi, in cui ogni attore ha la sua parte e fa sentire la sua voce. Gli dei dell'Olimpo, pur gerarchicamente superiori, non sono comunque  onnipotenti e devono chinare il capo di fronte al destino. Gli elementi naturali sono intessuti di connotati divini. Gli uomini agiscono avendo ben presente il mondo olimpico e le divinità della terra e del mare. Colpisce, nella narrazione, la precisione e la definizione dello scenario di riferimento, sia dal punto di vista fisico (il campo di battaglia), sia dal punto di vista delle energie in gioco.
La concretezza della descrizione mi ha portato alla mente una similitudine. Ho pensato all'ambiente di Walden. Thoreau lo definisce con bussola, compasso, carte topografiche e scandaglio, lo qualifica citando con precisione gli esseri viventi che lo popolano e anche le opere dell'uomo presenti nel territorio, come la ferrovia e le fattorie, e riesce in tal modo a farne l'emblema di una filosofia di vita. E mi ha fatto anche pensare che, nella sua capanna, Thoreau aveva con sé l'Iliade, citata più volte in Walden. 
Ma torniamo ad Achille che combatte. E' presso la riva del fiume Scamandro e sta per uccidere Licaone, che inginocchiato di fronte a lui chiede pietà. Ma
Achille sguainò la spada affilata e lo colpì alla clavicola, vicino al collo, tutta dentro si immerse l'arma a doppio taglio; sulla terra, bocconi, egli giacque disteso, scorreva il sangue nero e bagnava la terra. Achille lo afferrò per un piede e lo scagliò nel fiume, poi trionfante gli disse queste parole: Vai a giacere tra i pesci che, indifferenti, ti leccheranno il sangue dalla ferita.....Morirete tutti.....Non vi difenderà il fiume dalle belle acque e dai gorghi d'argento, al quale tanti tori spesso immolate, e vivi gettate tra le onde i cavalli dai solidi zoccoli.... Così disse, si adirò il fiume in cuor suo e tra sé meditava come fermare Achille ...
Poi Achille uccide Asteropeo, e Tersiloco, Midone, Astipilo, Mneso, Trasio, Enio, Ofeleste. Ma,
in preda all'ira, il fiume dai gorghi profondi, assunte umane sembianze grida dal fondo dell'acqua: “Achille, sei il più forte, ma le più empie azioni commetti; e gli dei ti difendono sempre. Se ti ha concesso il figlio di Crono di sterminare tutti i troiani, spingili nella pianura e lontano da me va a compiere i tuoi misfatti; si ammucchiano i corpi nelle mie acque bellissime, non posso più riversarle nel mare divino, sono pieno di morti e tu fai orrendo massacro. Fermati, dunque: l'orrore mi agghiaccia, signore di eserciti.”
I morti inquinano il fiume e il fiume si ribella. Il fiume è un soggetto portatore di diritti (l'integrità e la purezza delle sue acque) e li rivendica con forza. Ma Achille continua il massacro.
Gonfiò le acque, il fiume, furente, sollevò le onde sconvolte, respinse i cadaveri che vi giacevano a mucchi, i guerrieri uccisi da Achille, li scagliò sulla riva, muggendo come un toro; i vivi invece li salvò nelle acque bellissime, celandoli nei suoi gorghi profondi. Un'onda si levò intorno ad Achille, paurosa, sullo scudo si rovesciava l'acqua, premendo; ed egli non poteva star saldo sui piedi; afferrò con le mani un olmo, grande, fiorente: ma quello crollò con le radici trascinando tutta la sponda, coi fitti rami arrestò la bella corrente e formò un argine, precipitando nel fiume. Balzò fuori dall'acqua l'eroe e si lanciò a volo nella pianura, atterrito: ma non si arrestò il grande iddio che si gettò su di lui ribollendo, voleva fermare Achille glorioso e allontanare dai Teucri il disastro.
Achille fugge incalzato dal fiume che lo insegue con grande frastuono. L'onda dello Scamandro si rovescia sulle sue spalle, gli piega le gambe, gli toglie da sotto i piedi la terra. La pianura è tutta inondata dall'acqua e l'onda scura del fiume divino travolge Achille.
Il fiume Scamandro si allea col fiume Simoenta ed insieme combattono Achille. Quando Achille sta per soccombere alla furia dalle acque interviene Era, che si rivolge ad Efesto dicendo:
“Lungo le rive dello Scamandro tu brucia gli alberi e da' fuoco anche al fiume.”
Efesto suscita un prodigioso incendio, divampa il fuoco e la pianura si dissecca.
Bruciavano gli olmi, i salici e i tamerischi, bruciava il loto e il giunco e il cipero che crescevano fitti lungo le belle acque del fiume; soffrivano anguille e pesci, guizzavano da ogni parte stremati dal soffio di Efesto ingegnoso.
Il fiume, disperato, si rivolge a Efesto, perché faccia cessare l'incendio, e poi a Era, promettendole che non combatterà più contro Achille se le fiamme saranno spente. Efesto spegne l'incendio e il fiume si ritira, rifluendo nel suo corso. Achille è salvo. L'incendio ha bruciato i cadaveri e ha purificato le acque contaminate. Gli eventi riprendono il loro corso.
In Omero l'elemento naturale è dio. Venti, tempeste, fiumi, boschi sono divinità, e sono a loro volta popolati da creature che hanno il carattere del sacro. Ogni sorgente è la casa di una naiade, ogni selva è popolata da driadi, ogni profondità marina è percorsa da nereidi e oceanine. Il rapporto tra l'uomo greco e la natura è ricco di connotazioni religiose. Questo non vuol dire che sia sempre sereno e idilliaco, perché il sentimento di fronte ai fenomeni naturali può essere di timore, paura, o anche di conflittualità, come nel caso della lotta tra Achille e il fiume. Vuol dire però che il fiume può a buon diritto ribellarsi di fronte all'inquinamento provocato dai cadaveri dei guerrieri uccisi, che la purezza delle acque è una sua prerogativa accettata e riconosciuta. Nel consesso degli dei e nel mondo degli uomini lo Scamandro ha una sua contrattualità che può usare per difendere se stesso. Il mondo greco è unitario, fitto di legami tra le cose. Non esiste ancora la divisione tra l'io e tutto ciò che lo circonda, l'uomo greco sa di essere una parte legata e interconnessa ad un tutto, ed in questo “tutto” ogni elemento ha il suo valore.
Vediamo le Argonautiche. Il poema di Apollonio Rodio è intessuto di immagini che ci rimandano al tema dell'acqua, immagini di grande eleganza e suggestione, come si conviene a un testo scritto nel periodo ellenistico. Il tema è il viaggio della nave Argo, che, dopo la conquista del vello d'oro, intraprende un lungo viaggio di ritorno dalla Colchide alla Grecia. Le imprese di Giasone, la passione di Medea, il lungo girovagare della nave dal mar Nero attraverso il Danubio, il Po e il Rodano, fino al mar Tirreno, non sono argomento di questo scritto. Mi limito a riportare alcuni episodi, tratti dal libro IV, che a mio parere possono ben illustrare il rapporto tra l'uomo e gli elementi naturali, come li descrive Apollonio Rodio.
Il primo episodio narra l'attraversamento dello stretto di Messina, tratto di mare popolato da mostri e disseminato di rocce erranti (le Plancte).
Da una parte incombeva
la liscia rupe di Scilla, e dall'altra Cariddi tra i rigurgiti
urlava incessantemente. Più oltre ruggivano le Plancte
La nave Argo è in pericolo, ma ecco giungere, dal mare stesso, un aiuto.
Lì accorsero in loro aiuto da ogni parte le giovani
Nereidi, e Teti divina afferrò, postasi a poppa, la pala
del timone, per guidare la nave tra le rocce erranti.
Come i delfini affiorano dal mare nel sereno
e volteggiano in branco attorno a una nave
in movimento, mostrandosi ora davanti, ora dietro
e ora ai lati, per la gioia dei marinai; così le Nereidi
rincorrendosi a vicenda volteggiavano insieme
intorno alla nave Argo, mentre Teti la teneva in rotta.
Quando già stava per urtare contro le Plancte,
alzarono le vesti sulle bianche ginocchia e saltarono
sulle stesse rupi e in cima alle onde.
[...] come ragazze che su una spiaggia sabbiosa,
con le vesti avvolte ai fianchi, giocano a lanciarsi
la palla divise in due squadre – la ricevono l'una
dall'altra, e la sfera vola in alto fino al cielo senza mai
toccar terra -, allo stesso modo le Nereidi, lanciandosi
a turno l'una all'altra la nave che procedeva rapida,
la tenevano alta sulle onde e sempre lontana dalla rocce,
mentre l'acqua intorno ribolliva mugghiando.
La nave Argo, sfuggita ai pericoli delle rocce erranti grazie all'intervento delle Nereidi, prosegue la navigazione, ma si incaglia nei banchi di sabbia del golfo della Sirte. Gli Argonauti decidono di attraversare il deserto libico portando la nave sulle spalle. Assetati ed esausti giungono ad una pianura riarsa e desolata ove sorprendono le ninfe Esperidi, che, al sopraggiungere degli eroi, si tramutano in sabbia e terra. Orfeo, che fa parte della spedizione, chiede loro aiuto:
Voi, o ninfe, che siete della stirpe del divino Oceano,
fatevi vedere, venite incontro alla nostra speranza, o dee,
e mostrateci uno zampillo di roccia o una fonte divina
sgorgante da terra
Le ninfe hanno pietà degli Argonauti assetati.
Dapprima
sul terreno fecero nascere l'erba, poi dall'erba crebbero
verso il cielo lunghi virgulti, e infine giovani alberi
verdeggianti innalzarono il loro fusto molto al di sopra
del suolo: Espera si trasformò in un pioppo, Eriteide
in un olmo, Egle nel tronco sacro di un salice
.
Dopo essersi ristorati, gli Argonauti giungono ad un lago e lì incontrano Tritone, divinità marina.
Ed ecco venne loro incontro, con l'aspetto di un giovane,
il possente Tritone: sollevò da terra una zolla e disse,
porgendola agli eroi come dono ospitale:
Prendetela, amici: qui ora non ho nulla di meglio
da donare a chi mi fa visita.
Tritone, figlio del dio del mare Poseidone, sulla riva di un lago nei pressi delle paludi costiere della Sirte, in vista del deserto sabbioso che si estende sterminato, offre una zolla di terra, a significare il legame profondo degli elementi che fanno parte dell'ambiente naturale. Il dono di una semplice zolla sottolinea quanto la terra sia un bene prezioso.
Mi sembra un'immagine emblematica e con questa concludo la mia riflessione. 
   

 

Per l'episodio della battaglia del fiume ho utilizzato l'Iliade tradotta da Maria Grazia Ciani e commentata da Elisa Evazzù, ed. Marsilio 2005. I brani sull'impresa degli Argonauti sono tratti da Argonautiche, a cura di Alberto Borgogno, ed. Mondadori 2005)  

  



(Rita Cavallari)


 






Omero, Iliade, Marsilio, 2005 [ * ]
Apollonio Rodio, Le Argonautiche, Mondadori, 2005 [
* ]
Henry David Thoreau, Walden ovvero vita nei boschi, Rizzoli, 1988 [
* ]

 









vedi l'intervento di Daniele Guastini sul rapporto tra filosofia antica e pensiero ecologico al convegno su Ecocriticism, retorica e immaginario dell'ambiente nel canone letterario occidentale [ *  ]

 

                          

 


 

 

IN DIFESA DELLE CAUSE PERSE
post pubblicato in Zizek, Slavoj, il 7 aprile 2010



Del libro di Zizek, ovvero attorno alla riacquisizione di un pensiero forte. Contro l’edonismo cretino e conformista che nasconde l’ingiustizia e l’alienazione (la riformulazione del Super Io - altro che suo inabissarsi! - che obbliga al piacere non più sentito come trasgressione ma trionfo piccolo borghese del mito della ricchezza)? O la denuncia dell’impatto devastante del discorso egemonico capitalistico e tecnologico edificato sul vuoto di senso delle democrazie “amministrate” (che integrano il grande Altro creduto assente dando vita a un ordine simbolico del tutto incoerente)? E sullo sfondo non regna forse il bisogno di far tramontare il secolare principio dello sfondamento della crescita economica, della proprietà e del godimento privato intesi come diritti naturali (i veri usurpatori della comunità retta dallo scambio tra Padroni)? Realtà interconnesse, laddove il problematismo delle enunciazioni si intreccia con quello dei mezzi e dei fini che l’autore fa proprio in ogni sua indicazione.
Alternativa totale senza concessioni al pensiero metodologicamente appropriato, al “ragionare secondo un metodo”, perché questo non esaurisce, o semplicemente non dice. Un pensiero coerente che per forza di ciò accetta il paradosso, necessario poiché nonostante i fallimenti rivoluzionari, non bisogna rinunciare a cambiare il mondo, ma seguitare a tentare, fallire meglio, per non rin-cretinirsi dietro discorsi sul politicamente corretto, o sui dettami contraddittori della sinistra conformista. Somma di esperienze che fanno della necessità lo sbocco della contingenza, l’approccio credibile dell’interpretazione storica, a dispetto di qualsiasi rude metafisica (molto spesso chiamata a pretesto come causa dell’imbarbarimento ideologico), o l’unica soluzione teleologica concepibile: definibile a posteriori. In ciò il lascito di Hegel, ma non solo. E a forza di decostruire e ri-descrivere dall’indistinto e dalla perdita della soggettività, dalla riduzione dei processi sociali osmotici deleuziani che implicano il riferimento continuo all’opposizione tra Essere e Divenire, ecco che una dimensione della coscienza, un qualche segno di appartenenza nuovamente riemerge a tratti non più cancellata a forza dal dominio dei revisionismi globalistici. Certo, non basta da solo il Senso-Evento a sanare lo scarto tra l’auto-organizzazione della moltitudine e il sistema politico istituzionalizzato (come peraltro - in risposta allo spinozismo di Toni Negri - il regno della libertà e del dominio del lavoro cognitivo non risolvono immediatamente il problema della necessità e della produzione). Né l’ontologico può rendersi manifesto a scapito dei singoli eventi che si definiscono come pure espressioni dell’onticità (come la consapevolezza che la percezione del noumenico kantiano non può sottrarsi all’apertura da una prospettiva del tutto fenomenica). Ma un senso, se nasce solo con la retrospettività dell’analisi storica e politica, è già principio forte in quanto ci attende solo alla “fine del mondo”, che non è già più “fine della storia”: sfugge quindi alla mera esistenza, non ci riguarda del tutto, ma conta che possa, che debba manifestarsi, nonostante i suoi protagonisti, a loro insaputa, per rendere possibile l’azione. Nel presente c’è già il passato di là da venire, destinato potenzialmente a mutare di senso, come nel futuro che recupererà a sua volta il presente rimandato: il marxismo non termina con Lenin o Stalin, perché la sua storia comprende le sue stesse contraddizioni (esso è tale anche quando tradisce se stesso: si rinnova escludendosi metodologicamente). Non c’è alcun determinismo in ciò ma solo il modo in cui si inter-agisce liberamente nel tempo, e sullo sfondo la dimensione lacaniana dell’Altro come esteriorità interna rispetto a se stessi, che manda all’aria qualsiasi accomodamento onto-metodologico dell’an-tropologia economica della piena modernità.(1) Il virtuale grande Altro al posto dell’autorità, nel vuoto delle democrazie funzionali all’atomismo, ma ancor più presente e necessario nel regolare le distanze tra gli uni e gli altri.(p.51) Vuoto sempre pronto peraltro ad essere colmato da un potere in eccesso per ristrutturarsi e rilegittimarsi simbolicamente.
(2)
Si respira un po’ d’aria dopo l’opprimente “fine della Storia” all’insegna del totalitarismo liberale e liberista (che però non è illusione attorno a una raggiunta condizione di storicità, il permanere del capitalismo nelle strutture del Nuovo). Persino i vincitori l’hanno trovata una formula un po’ noiosa dal momento che si è cercato di prolungare il raggiungimento del traguardo (lo “scontro di civiltà” che sostituirebbe la lotta ideologica ormai sepolta!) e le guerre in nome dei diritti. Un processo in fieri sembra l’unica condizione anche perché lo stesso paradiso artificiale della mano invisibile dei mercati e delle libertà (un inferno per i quattro quinti dell’umanità esclusi dal banchetto dei ricchi) non pare neppure più tanto credibile.
Pulsioni alternative riemergono dall’inconscio per soppressione di un Super Io ironico e spietato. Ne nasce un pensiero. Già la presa di coscienza che il Reale si struttura e si propaga ampiamente al di là dei riduzionismi costrittivi del Simbolico lascia aperta la speranza: è da quella vastità che nasce, che va cercata; la jouissance féminine, assai più del reddito di cittadinanza dei neo marxisti del capitalismo informatico e globale! (p.412) Non che l’ampia e problematica ispezione condotta in queste pagine, in chiara polemica col ruolo predominante della razionalità scientifica nel mondo moderno responsabile dell’“assenza del mondo”, estesa alla presa in considerazione dell’essenza rimossa dei fenomeni populistici e dei suoi esiti manipolati e perversi), si sposi assai meno con le pagine conclusive del libro. La determinazione dell’Evento in tutta la sua complessità potrebbe, in fin dei conti, apparire uno schema per la difesa dall’ecatombe non diversamente da un piano esemplificato della decrescita, o da un pamphlet da programma di partito (terrore, giustizia egualitaria, volontarismo…contro le paure che acconsentono al proliferare dello sviluppo senza progresso). Ma solo in apparenza. Dal momento che in palio non è la catastrofe (pur sempre possibile), né un’ideologia del progresso orami sepolta, quanto la riduzione definitiva dell’uomo “a uno dei tanti oggetti della scienza”.(p.556).
Una battaglia, quella di Zizek, che non sposa né le democrazie liberali (pseudo pacifiste o apertamente guerrafondaie), né il fondamentalismo (che di queste ultime ne è la tragica parodia e reazione da mancanza dell’Altro, anche quando riemerge nelle posizioni del “nemico” non occidentale), ma dà credito a “i senza parte” che sottraendosi al Tutto reificato ne minano l’essenza (cos’è in fondo la dittatura del proletariato se non l’eccesso democratico, il Popolo noumenico in tutta la sua sovranità in attesa di incarnarsi?). Lo si potrebbe definire forse un lacaniano radicale, ma coerentemente ortodosso, in polemica con i lacaniani democratici e conformisti (da Critchley a Stavrakakis ampiamente criticati) tendenti a ridimensionare il desiderio (per la perdita dell’oggetto) secondo i parametri delle moderne democrazie, sorvolando sulla pienezza delle pulsioni (della perdita come “oggetto”) da “ansia costituente”, che sono da ostacolo. (p.408) E’ la riconquista di quella violenza divina di sapore benjaminiano, che non fonda né fa rispettare la Legge (seppur non più da freno all’ideologia del progresso), ma rilancia la piena soggettività nella profondità del Reale: quella dimensione dell’Essere intangibile e onnipresente, che fa di ogni determinazione simbolica un aspetto deformante e un suo limite, qualcosa che va ben oltre l’idea moderna e instabile di democrazia formale che ci è dato conoscere. 


1) Ne trae spunto per la confutazione naturalista dell’homo oeconomicus. Serge Latouche nel suo L’invenzione dell’economia, Bollati Boringhieri 2009. E non è questa stessa condizione - si chiede l’autore - a rendere superata l’esperienza marxista in quanto simbolicamente e culturalmente incentrata sull’antropologia che fu la stessa del liberalismo?
2) Può così il grande Altro sfuggire alla dimensione etica, come vorrebbe Lacan, attraverso l’indeterminatezza formale dell’imperativo categorico kantiano, o come intuisce Zizek, riprodursi nell’ennesima personificazione del dovere (Eichmann che rispettando gli ordini obbediva alla volontà di Hitler)? Seppur egli altrove contesti il principio di Kant avec Sade perché l’imperativo non presuppone l’abominio ma solo il suo compromesso con la morale utilitaristica. (p. 281-2, e 262 del testo).

 

 

(Pietro Cavara)








Slavoj Zizek, In difesa della cause perse, Ponte alle Grazie, 2009 [
* ]







vedi quì, quì e quì

 

 

 

 

 

 


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 7/4/2010 alle 14:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
WU MING. PER UN' ETICA DELLA SCRITTURA
post pubblicato in Wu Ming, il 7 aprile 2010

 

Un uomo di fronte allo schermo del pc, il piano del tavolo coperto da ritagli di giornale, pile di libri scompaginati, schede archiviate nella cartella documenti, una contrazione dolorosa alla bocca dello stomaco, l'ansia della pagina vuota. E' lui, lo Scrittore, l'Autore del Libro, imbozzolito in un microcosmo autoreferenziale, autorecluso nella marginalità. Naturalmente ha dei collaboratori. Raccolgono materiale, si occupano dei capitoli specialistici, e l'Autore rivede, corregge, lima; d'altronde, come farebbe a scrivere tutto da solo, libri da setteottocento pagine, avete idea di quanto tempo ci vuole a scrivere una pagina? I suoi sono bestseller, e il lettore di bestseller chiede di entrare in un mondo che sappia stupire, vuole affacciarsi sull'ignoto, dare una sbirciata, rabbrividire. All'autore servono aiuti. Schiavi. Ci sono sempre stati, non val la pena di scandalizzarsi. Sono invisibili. Fantasmi.
Non mi piace.
Ma è importante, quando si legge un libro, ricordare il nome dell'autore? O sono le storie ad essere importanti? Storie che fanno ridere e piangere, storie che rasserenano e muovono all'ira, storie vere oppure inventate ad arte, leggende metropolitane, fantasie popolari, saghe pop: questo vogliono i lettori. E allora arrivano gli scrittori senza nome. Non ci sono schiavi, il nome di tutti è nessuno. Rimontano con pazienza e ironia spezzoni abbandonati, brandelli dimenticati, refusi esplosivi. Creano universi che cadono a pezzi, si mescolano, si incastrano: il risultato ha il gusto della vita. Gli scrittori senza nome copiano, assemblano, perfezionano, restaurano, ritoccano, e, soprattutto, dissotterrano asce di guerra, sepolte e date per disperse. Scardinano portoni, liberano personaggi, danno voce a Robin Hood e lo trasportano dalla foresta di Sherwood al castello di Nottingham. Scrivendo si divertono e divertono noi. Creano miti. E il lettore ne gode. Va sul sito wumingfoundation e scarica storie, senza pagare diritti d'autore. E compra anche qualche libro, ogni tanto.
Sarà la scrittura una e multipla, Wu Ming, un'alternativa credibile alla crisi del libro? E' un'ipotesi, e dovremmo rifletterci sopra.



(Rita Cavallari)







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ANDREA CAMILLERI SCRITTORE. STORIE DI UN COMMISSARIO A MISURA D'UOMO E... DI SICILIANO!
post pubblicato in Camilleri, Andrea , il 6 aprile 2010



Per me, grande appassionato di lettura, scegliere nella rosa degli scrittori proposti al nostro circolo dalla organizzazione della manifestazione “Libri come” [ * ], è stato alquanto facile. Debbo, però, fare una breve premessa.
Da circa un anno o poco più sto aiutando una mia amica di infanzia ad accettare un malanno che la sta privando (al momento, purtroppo, l’ha quasi completamente privata) del senso più importante per chi ha piacere nella lettura: la vista. E la nostra amicizia – tema centrale di un piccolo libro di ricordi che sto scrivendo – mi fa soffrire quasi quanto soffre lei. Nelle mie visite di aiuto, la mia amica ha espresso il desiderio che le leggessi qualcosa, ed io, un po’ per la mia passione e un po’ per le mie origini siciliane, ho scelto di leggerle qualcuna delle storie di Andrea Camilleri sul commissario Montalbano. Sono stato agevolato dal recente acquisto del volume “Racconti di Montalbano”, apparso negli Oscar Mondadori, che contiene alcuni racconti già presenti in precedenti raccolte ( “La prima indagine di Montalbano”, ”Gli arancini di Montalbano” e “La paura di Montalbano”, quelle nelle quali ho trovato alcuni dei racconti riprodotti anche qui). Così, ho iniziato a leggerle le storie di questa raccolta, e la cosa la diverte ancora molto, alleviandole la pena di non vedere, e le permette quindi di servirsi di un lettore-amico per provare ancora il piacere dei racconti.
Ciò premesso, torno a quanto mi è stato chiesto dal coordinatore del nostro circolo di lettura: scegliere, in una vasta rosa di autori presenti alla rassegna, uno scrittore e scrivere qualcosa su una sua opera. La mia scelta è stata ovvia: lo scrittore di cui ho più letto – tra coloro che saranno a “Libri come” – è senz’altro Andrea Camilleri. E nell’opera di Camilleri, questi “Racconti di Montalbano” che sto tuttora leggendo (e rileggendo) mi appassionano particolarmente. Non voglio citarli tutti, ma soltanto scrivere sia delle doti del Commissario Montalbano, sia di uno dei racconti particolarmente affascinante e ricco: il suo titolo è “Sette lunedì”.
Voglio parlare ora dell’immagine che mi sono fatta del Camilleri scrittore, di cui conosco ed ho tra il 60 % e il 70 % delle opere. Camilleri è uno scrittore di cui ho sempre apprezzato il talento e la capacità di svolgere non solo il lavoro di scrittore, ma il “mestiere” per cui è più famoso: il regista di opere teatrali. E mi duole conoscere solo alcune delle opere da lui dirette per la televisione italiana: la più famosa è stata la serie delle storie del commissario Maigret, presa dai racconti di Georges Simenòn, e magistralmente interpretata da Gino Cervi nei panni del protagonista, e da Andreina Pagnani in quelli della “signora Maigret”. Ricordo che gli attori erano senz’altro grandissimi, ma la regia di Camilleri è ancora oggi un mito di cui all’epoca non mi resi del tutto conto, e che – forse – ho apprezzato di più ora che conosco il Camilleri scrittore. Ho citato questo “mestiere” – del quale penso che lo stesso Andrea andrà orgoglioso – perché, secondo me, la sua bravura nello scrivere ha origine da quel mestiere.
A questa immagine ha contribuito un libro-intervista di Marcello Sorgi, all’epoca (1999-2000) direttore del quotidiano “LA STAMPA”. Il libro, redatto in forma di una divertente intervista, pubblicata dall’editrice Elvira Sellerio nella stessa collana (Memoria) in cui si pubblicano i libri di Camilleri, è intitolato “La testa ci fa dire”. In questo libro Sorgi pone a Camilleri domande su tutta la sua vita. L’ho riletto proprio a proposito di questo mio piccolo intervento ed ho trovato tutto quello che si può cercare sull’autore di Montalbano (e non solo), cioè su Camilleri prima uomo di teatro, poi scrittore. Mi si perdoni il dire di Camilleri  “l’autore di Montalbano”: so che non è vero, ma desideravo dirlo.
Voglio quindi parlare un po’ del Camilleri autore di questo splendido Commissario di Polizia nostrano, che lo ha reso così famoso: il Commissario Montalbano, figura particolare che tutti – lettori e telespettatori – conoscono bene almeno per tre ragioni:
- è italiano e sicilianissimo (nome di battesimo Salvo, diminutivo di Salvatore);
- l’interpretazione televisiva del personaggio che ne ha dato e continua a dare Luca Zingaretti è sicuramente parte del mito di questo Commissario;
- ha le caratteristiche di un Commissario della Polizia Italiana: inoltre è, nel suo mestiere, estremamente umano, sempre pieno dei dubbi che tutti noi avremmo al suo posto, di fronte a casi di delitti inspiegabili e pieni di ombre.
Ma c’è secondo me un carattere, di questo commissario, che neppure la bravura di Luca Zingaretti ha saputo portare sullo schermo televisivo, e che emerge soltanto dalla lettura delle storie così come le racconta Camilleri. Qualcosa che rende le storie stesse divertenti, e ne fa uscire la figura di un Salvo Montalbano capace di scavalcare con semplicità le difficoltà che la soluzione dei casi via via gli presenta, per evitare “… il nirbùsu” (“il nervoso”, cioè l’inevitabile frustrazione che viene a tutti quando si brancola nel buio). Certo, nella trasposizione televisiva delle storie c’è un contorno che viene dai luoghi e dalla loro scelta, e questo dà colore alla storia stessa, distraendo da questo qualcosa. Ma – a coloro che amano leggere – continua a risultare migliore l’immagine che dei personaggi emerge nella nostra mente, ad opera della fantasia che ciascuno di noi possiede, ma soprattutto prodotta dalla bravura e dalla fantasia di chi scrive. Questo carattere – per quanto ho potuto individuarlo io – discende dal linguaggio che Camilleri usa nei suoi libri, in quelli di Montalbano in particolare, ma non solo. Di questo linguaggio è stato scritto tutto e il contrario di tutto. C’è chi ha detto che il dialetto non andava usato; c’è chi voleva le storie scritte unicamente in dialetto siciliano. Camilleri ha scelto di fondere dialetto siciliano e lingua italiana, e – sempre soggettivamente, secondo me – questa miscela produce molto bene l’immagine, netta e chiara, che la mente di chi legge si forma del personaggio.
Dopo aver riletto “La testa ci fa dire” (libro che mi sento di raccomandare a tutti coloro che amano leggere le storie del Commissario Montalbano, per conoscere molto più a fondo il pensiero dell’autore, da lui medesimo raccontato), ho compreso il perché di questo linguaggio ibrido. Camilleri dice chiaramente che – quando ha lasciato la Sicilia per lavorare a Roma – lui continuava a pensare in siciliano e solo dopo aver tradotto questi pensieri in italiano usava la lingua patria. Penso che questo sia fondamentale per capire la genesi del linguaggio delle storie di Montalbano: molto del dialetto viene fuori nei pensieri del Commissario, o nelle tirate di un personaggio come Catarella. Io vado un mese all’anno in Sicilia, essendo i miei originari di Patti (provincia di Messina), e mi succede, seguendo proprio lo stesso filo di cui parla Camilleri, dopo qualche giorno di ambientamento, di tradurre i miei pensieri italiani in siciliano, per riuscire a dialogare con i Pattesi. Facevo questo, inconsciamente, già a 10 – 12 anni, con grande timore di mia madre, che pensava che – al ritorno a Roma – avrei continuato a parlare in dialetto.
E va soprattutto sottolineata la caratterizzazione dei personaggi, nella quale Camilleri si dimostra davvero un maestro. Montalbano stesso, Fazio, Augello, Catarella escono dalle storie di prepotenza, quasi visibili a chi legge.
Dicevo prima di “Sette lunedì”, una storia che ha forse un notevole grado di “suspénse”, per il fatto che l‘assassino si limita ad uccidere (sempre di lunedì) un animale, lasciando sul luogo del delitto un pezzetto di carta con una scritta che parlava di “contrazione”. Frasi del tipo: «Comincio a contrarmi», «continuo a contrarmi», e così via. Non voglio raccontare la storia, ma solo cogliere tutto lo sgomento che il Commissario Montalbano prova di fronte a questo strano comportamento del mattatore di animali.
Gli indizi raccolti dal Commissario, assieme ai suoi bravi e provvidenziali collaboratori Augello e Fazio, lo portano dapprima a capire che – tramite queste uccisioni di animali – il misterioso assassino cerca di comunicare qualcosa. Indagando prima sulle iniziali degli animali e non giungendo a capo di nulla, il Commissario si concentra sulle iniziali dei padroni degli animali uccisi e riesce a ricostruire una frase. “ecco Dio”. Gli animali uccisi fino alla lettera i della seconda parola (Dio) erano sei, via via sempre più grandi: il commissario, incerto sulla mossa finale dell’assassino e deciso a smascherarlo prima del settimo delitto, organizza di radunare in un cinema tutti coloro che, in paese, avevano il cognome che iniziava con la “O”, per evitare delitti su persone anziché su animali. Ma la tensione che pervade Montalbano, nell’ansia di prendere il colpevole prima che esso compia il delitto finale (configurabile come una strage, non di animali ma di persone) è resa benissimo dalla lettura della parte finale della storia. E questo fatto emerge proprio, a mio avviso, dal particolare linguaggio con cui Camilleri dipinge il suo personaggio.
Voglio soffermarmi ancora su questo linguaggio. Io – di solito – leggo senza voce, solo con gli occhi e quindi non sento neppure la mia voce. Nel caso della lettura alla mia amica, invece, Camilleri e le sue storie di Montalbano le ho lette a voce alta, ed ho potuto verificare l’effetto del linguaggio di Camilleri sulla mia amica. Con lei abbiamo passato assieme tutta la vita, fin dai miei sette anni (lei ne aveva cinque), e quindi conosco molto bene le sue espressioni. E l’effetto del linguaggio di Camilleri è davvero divertente, anche se ho faticato non poco per cercare di rendere quel linguaggio divertente oltre le sue caratteristiche. Il mix che Camilleri fa di italiano e siciliano è realmente qualcosa di particolare, quando lo si legge a voce alta. E la mia lettura a voce è estemporanea, perché – come ho detto – di solito leggo con gli occhi e non con la voce. Non sono affatto d’accordo con i detrattori di questa scelta, che secondo me costituisce l’origine di gran parte del successo dell’autore di Montalbano.
Torno a ”Sette lunedì”, per raccontare il finale della storia, ed aggiungere qualche considerazione sul motivo della mia scelta, tra le tante che potevo fare. Con una manovra che doveva evitare la strage preconizzata, il commissario Montalbano raduna in un cinema tutte le persone il cui cognome iniziava per “O”. Guarda caso, dal gruppo dei convocati manca una persona, che a Montalbano risulta essere proprio il possibile sospettato. Alla fine di una concitata ricerca, Montalbano rintraccia la tomba di famiglia di questo signore la cui parte inferiore risultava carica di dinamite, alla vigilia del giorno dei morti!. Tornati di corsa al cinema ove erano state radunate le potenziali vittime della strage, Montalbano trova l’indiziato e, con un abile stratagemma, riesce a catturarlo impedendo una strage, anch’essa a base di dinamite.
Ho scelto questo racconto, che fa parte delle raccolte “Racconti di Montalbano” e “La prima indagine di Montalbano”, entrambe pubblicate da Mondadori, perché è particolarmente espressivo circa il linguaggio e quello che ho detto sul come tale linguaggio riesca a trasmettere al lettore i sentimenti che prendono Montalbano nel corso del suo lavoro. Sempre a mio giudizio, trovo che il linguaggio che Camilleri utilizza nelle sue storie è davvero un significativo contributo al successo librario delle storie stesse.


(Lavinio Ricciardi)









Andrea Camilleri, Racconti di Montalbano, Mondadori, 2009 [
* ]
Marcello Sorgi, La testa ci fa dire. Dialogo con Andrea Camilleri, Sellerio, 2000 [
* ]
Andrea Camilleri, La prima indagine di Montalbano, Mondadori, 2005 [ * ]


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LE PERFEZIONI PROVVISORIE
post pubblicato in Carofiglio, Gianrico, il 6 aprile 2010



E’ uscito un paio di mesi fa l’ultimo libro di Gianrico Carofiglio, che ci presenta ancora una volta le avventure dell’avvocato Guerrieri. E’ un personaggio molto riuscito, l’avvocato Guerrieri: è un avvocato quarantenne, single, di Bari, che ha avuto qualche successo nel suo lavoro (infatti in questo libro vediamo che ha ora un bell’ufficio nuovo, nel quale non si sente ancora del tutto a suo agio) e fatto conoscenza di persone anche molto diverse tra loro. Tra le sue caratteristiche, quella di prendere a pugni un sacco da pugile che ha a casa, di essere una persona umana ed onesta, di seguire e di farci seguire il flusso dei suoi ricordi.
Questa volta l’avvocato è alle prese con il caso della scomparsa di una studentessa universitaria, sparita nel nulla, Manuela. E’ una storia che sulle prima non gli interessa, perché sembra più un lavoro di detective, ma che poi lo prende.
Le sue conversazioni con il maresciallo Navarra, con le amiche di Manuela e con altri personaggi più o meno puliti di Bari e di Roma lo portano ad avvicinarsi alla soluzione del mistero di Manuela. Mi è sembrato molto interessante il punto in cui egli (noi non ancora!) trova la soluzione: si tratta di una mancanza, di una assenza di cui in un primo momento non si era reso conto. E da lì tutto diventa chiaro.
Il merito di Carofiglio, a mio parere, è di presentare una realtà italiana: una città di provincia, i giovani che vanno a studiare a Roma o si ritrovano nei trulli per serate aperte, qualche personaggio ai limiti della legalità.



(Giuliana Piperno Beer)





Gianrico Carofiglio, Le perfezioni provvisorie, Sellerio, 2010 [ * ]


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