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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
LA GUERRA E' L'UNICO PENSIERO CHE CI DOMINA TUTTI
post pubblicato in Gabrielli, Patrizia, il 20 luglio 2018
 

Questo libro è tra quelli del Premio delle Biblioteche di Roma. Nel centenario della Grande Guerra l’autrice mette al centro della narrazione i pensieri e le esperienze di chi, in quegli anni, era bambino, bambina o adolescente. Per far questo attinge al ricchissimo materiale conservato nell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano e indaga la vasta letteratura destinata a bambini, ragazzi, e anche giovani donne. La dimensione del conflitto impone la partecipazione di tutti e tutte. Per giungere a questo è necessario connotare e dileggiare il nemico (lo sciocco Otto Kartoffen del Corriere dei Piccoli), indicare eroine che si sacrifichino per il nazionalismo (come Maria Albriani di Ala), costruire personaggi, soprattutto femminili, che sappiano declinare l’amor di patria all’interno della famiglia. 
È interessante la parte che riguarda la costruzione di un nuovo modello di donna, nata dal Risorgimento, che attraverso lo studio e l’istruzione sa realizzarsi come figura attiva e dinamica, capace di rispondere agli eventi drammatici della guerra. Come Fanny, che diviene crocerossina e riesce, in questo modo, a porsi in modo autonomo e indipendente dalla famiglia di origine. 
Molte ragazze, all’epoca, tenevano un diario. Il libro sottolinea l’importanza dello scrivere di sé, pratica di riflessione e autocoscienza che contribuisce a una più ricca consapevolezza del proprio valore.


(Rita Cavallari)








Patrizia Gabrielli, La guerra è l'unico pemsiero che ci domina tutti, Rubbettino, 2018 [ * ]
IL REGNO
post pubblicato in Carrere, Emmanuel, il 2 luglio 2018
 

Non lo so. Così finisce “Il Regno” di Emmanuel Carrère, Adelphi 2015, più di quattrocento pagine su San Pietro e San Paolo, sugli evangelisti Luca, Marco e Giovanni, sull’apostolo Giacomo che pregava sempre, tanto che le sue ginocchia erano callose come quelle di un cammello.
In una ricerca storica emozionante come un libro poliziesco l’autore indaga i rapporti conflittuali tra la chiesa di Gerusalemme, che è solo una setta dell’ebraismo, e il messaggio nuovo che Paolo diffonde a tutti, ebrei e non ebrei, nel vasto mondo dell’impero romano. Il laico Carrère per tre anni ha seguito i dettami della religione cattolica andando ogni giorno a messa, facendo quotidianamente la comunione e improntando la sua vita al rispetto delle norme della Chiesa: ha regolarizzato la sua unione con un matrimonio cattolico e ha battezzato il proprio figlio. Poi il periodo religioso è passato, ma non è passata l’ansia del sacro e la ricerca del senso della vita. Dopo vent’anni Carrère prende in mano il tema del cristianesimo delle origini e lo fa da romanziere. Attento alle fonti, indaga negli anni tra la morte di Cristo e la fine del primo secolo, non solo attraverso i libri del Nuovo Testamento, ma anche con le storie raccontate da Giuseppe Flavio e i riferimenti a Marziale, Svetonio, Seneca. Il percorso dei primi cristiani si intreccia con le storie degli imperatori romani e con la distruzione del tempio di Salomone. È sempre presente e centrale la vita del narratore, che con le sue vicende personali tesse una tela stretta, connessa e indistinguibile dagli eventi narrati.
Il racconto è vivo, mai pedante, ma piuttosto concepito come una delle serie televisive che siamo abituati a vedere su Netflix. Gioca sull’imprevisto e sui colpi di scena, ma pone domande presenti nel Vangelo e ancora drammaticamente attuali: l’accoglienza dello straniero, il destino degli ultimi, la scelta della carità.
Questioni sulle quali ci interroghiamo, a cui spesso rispondiamo: non lo so.



(Rita Cavallari)







Emmanuel Carrere, Il Regno, Adelphi, 2015 [ * ]
L'ANIMA DEL CORPO
post pubblicato in Muraro, Luisa, il 13 aprile 2016


In un agile libretto da poco pubblicato - meno di cento pagine - la filosofa Luisa Muraro affronta un tema che è al centro del dibattito di questi giorni: l'utero in affitto. Ne parla in un modo non polemico, senza pretendere di proibire, ma invitando alla riflessione. Pensiamo bene, dice, prima di incamminarci su strade che si allontanano dal sentire profondo su cui si basa la nostra civiltà. Non si può fare di una persona un mezzo, quindi una donna non può essere considerata un semplice contenitore; non si compra e non si vende la materia vivente, quindi non si può far nascere una nuova creatura tramite un contratto di natura commerciale. Ci guida la consapevolezza che più volte, in un recente passato, sono stati possibili lapsus, scivolamenti, errori. L'autrice cita a questo proposito l'eugenetica, coltivata in ambienti scientifici del Nord Europa e degli Stati Uniti e sfociata infine in un genocidio, e la fabbricazione delle armi atomiche, che ha portato a un passo da una guerra nucleare. "Ci sono strade che non bisogna prendere, ci sono ponti che che non bisogna attraversare, ci sono possibilità che non bisogna cogliere" dice Luisa Muraro citando un antico detto cinese.
Il libro ci invita a pensare ad una particolarissima relazione: quella tra la donna che diventa madre e la piccola creatura che dovrà nascere. È uno scambio potente che traccia una strada da percorrere insieme: dal portare-venire alla luce, ad insegnare-imparare a parlare, senza soluzioni di continuità. A volte per qualche motivo questo processo si interrompe. Ma non possiamo accettare che il taglio possa essere deciso in modo programmato, solo per rispondere al desiderio di gentorialità di eventuali committenti. 
"Il desiderio è una grande potenza, come i soldi, ma più misteriosa e meno razionale (...) Il punto di vista di chi ha un vivo desiderio non può essere ignorato. (...) Con la surrogazione la creatura arriva in forza del desiderio degli aspiranti genitori, per mezzo dei loro soldi."
La tecnica e il mercato, alleandosi col desiderio dei committenti, assumono in questo processo un ruolo essenziale. Gli esiti, però, potrebbero essere incontrollabili. Sarà messa a rischio la relazione materna ed anche la ricerca di un nuovo e più ricco senso della paternità.
Si sente dire spesso che la maternità surrogata sarebbe per le donne che si prestano a tale pratica una libera scelta. Per l'autrice, invece, la surrogazione non è altro che una nuova forma di subordinazione alla legge del patriarcato e del mercato e una artificiosa interruzione della relazione della creatura piccola con la madre. Una strada che non si deve intraprendere. 
La maternità surrogata, detta anche MPA oppure utero in affitto, è proibita dalla legislazione italiana.



(Rita Cavallari)







Luisa Muraro, L'anima del corpo, La Scuola, 2016 [ * ]

RITRATTO DI MADRE, IN CORNICE AMERICANA
post pubblicato in Vajda, Miklós , il 10 giugno 2015

  


Traduttore, critico, editore, personaggio di spicco nella cultura ungherese, Miklos Vaida, nato nel 1931, come autore è un esordiente, perché questa è la sua prima opera narrativa. Tema del libro è il personaggio della madre, descritto nel suo legame col figlio e calato nell'ambiente in cui visse: Budapest e gli Stati Uniti. Biografia dunque, ma anche autobiografia e compendio della storia ungherese fra le due guerre e nel ventennio successivo al secondo conflitto mondiale. Al centro c'è il rapporto madre figlio, saldo e importante, pur se l'attenzione di lei è spesso distratta o lontana. Judit Csernovics, questo è il nome della madre, viene da una famiglia aristocratica ed è bellissima: è una delle donne più ammirate nella Budapest degli anni trenta. Suo marito, Ödön Vajda, è un avvocato famoso, che è stato consigliere degli Absburgo nella gestione del loro patrimonio. La sua vita si svolge tra impegni mondani, ricevimenti, amicizie con membri dell’élite politica e artistica. Il tempo da dedicare al figlio è poco. Poi, con l'entrata in guerra dell'Ungheria a fianco della Germania, tutto crolla. Miklós scopre con angoscia che suo padre è di origine ebraica e per lui stesso, che gira con il certificato di battesimo in tasca, si profila l'umiliazione di un esame antropologico che dovrà verificare se il suo sangue è cattolico o ebreo. Miklós e sua madre cercano di sfuggire alle famigerate Croci Frecciate, lasciano la loro abitazione, trovano un nascondiglio in una casa amica. Il padre nel 1947 muore, Budapest è in macerie, la vita è stravolta.
Judit, per sopravvivere, apre un bar, ma viene accusata di disfattismo e di allarme ingiustificato su una possibile svalutazione monetaria. È un dramma, perché è condannata e rinchiusa in prigione. Solo l'intervento di Gizi Bajor, famosa attrice magiara, a cui Judit è legata da affetto e amicizia, riesce a farla scarcerare. Da questo clima di terrore nasce il progetto di fuggire per sempre e la donna riuscirà ad emigrare negli Stati Uniti. Miklós rimane invece in Ungheria, deciso a non abbandonare il proprio paese nonostante il clima politico e la repressione del regime. Il rapporto con la madre diviene più saldo con la lontananza. Il suo personaggio comincia a sgretolarsi, vengono alla luce debolezze e fragilità. Lei accetta che il figlio le si rivolga usando il "tu", invece del "lei" obbligatorio nella tradizionale educazione nobiliare. "Mia madre mi mancava e non mi mancava", dice Miklós, che tiene con lei rapporti epistolari costanti e assidui. Quando la madre morirà solo la scrittura potrà dargli sollievo. Narrando di lei Miklós saprà ricostruire il senso della propria vita e riflettere su un periodo difficile della sua patria.
Questo intreccio tra vicende personali e avvenimenti della storia rendono il libro di estremo interesse. Di grande utilità sono le pagine di introduzione che aiutano ad orizzontarsi nelle complesse vicende dell'Ungheria, paese che dal 2004 fa parte dell'Unione Europea.

 
 
 
(Rita Cavallari)

 



 

 
Miklós
 Vajda, Ritratto di madre, in cornice americana, Voland, 2015 [ * ]
 
AMERICANAH
post pubblicato in Adichie, Chimamanda Ngozi, il 9 giugno 2015
  

Gli stereotipi limitano e plasmano il nostro modo di pensare, soprattutto riguardo all'Africa. Se dico "Nigeria", chi mi sta di fronte, nella maggioranza dei casi, pensa alle prostitute nelle strade dell'Eur oppure a Boko Haram che rapisce le ragazze per darle in mogli ai combattenti islamici. Solo se ci fermiamo a pensare ci rendiamo conto che la Nigeria è un grande paese (tre volte l'Italia come superficie), densamente abitato (quasi tre volte il nostro paese), ricco di risorse naturali (petrolio in particolare), con una stimolante vita culturale. È il caso di notare che a capo dell'OPEC, l'organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, c'è una donna nigeriana: Diezani K. Alison-Madueke.
Chimamanda Ngozi Adichie, autrice di "Americanah", pubblicato da Einaudi nel 2014, è una delle più interessanti scrittrici di questo paese, che, non dimentichiamolo, ha un clima intellettuale vivace e raffinato. Uno scrittore nigeriano, Wole Soyinka, drammaturgo, poeta, scrittore e saggista, è considerato uno dei più importanti esponenti della cultura dell'Africa sub-sahariana nonché il maggiore drammaturgo africano ed è stato insignito del Nobel nel 1986. 
La Nigeria è composta da moltissime etnie - ben duecentocinquanta! - spesso in lotta tra loro. Il paese nel momento dell'indipendenza (1960) fu suddiviso in tre stati confederati, corrispondenti ai tre principali gruppi etnici: hausa-fulani, yoruba e igbo. In seguito, nel tentativo di rispondere alle richieste di autonomia dei vari gruppi e per evitare spinte secessionistiche (drammatica fu nel 1967/70 la guerra civile del Biafra che voleva l'indipendenza della regione), la Nigeria è arrivata a comprendere trentasei stati confederati. La popolazione è islamica e cristiana, in percentuali sostanzialmente uguali.
Chimamanda Ngozi Adichie, di etnia igbo, scrive in lingua inglese, come buona parte degli scrittori nigeriani. Questo è il suo terzo romanzo dopo "L'ibisco viola" e "Metà di un sole giallo". È un romanzo di formazione che narra la vita di due ragazzi nigeriani, Ifemelu lei e Obinze lui, i loro progetti e i loro sogni. Il desiderio di entrambi è l'occidente: lui emigra clandestinamente in Inghilterra, lei può raggiungere gli Stati Uniti con una borsa di studio. Hanno frequentato in Nigeria ottime scuole, parlano un inglese colto, potrebbero facilmente vivere nel loro mondo, ma perché chiudersi in una realtà asfittica, senza prospettive, profondamente corrotta, quale è il loro paese? Ifemelu e Obinze appartengono alla categoria degli emigranti colti - esattamente come tanti italiani laureati che vanno a lavorare all'estero - che abbandonano il loro paese non per fame o per motivi politici, ma per sfuggire all'immobilismo e alla mancanza di scelte. I loro destini saranno diversi: Obinze in Inghilterra dovrà, per sopravvivere, lavorare con documenti falsi e piegarsi a condizioni di vita precarie. Giunge a progettare un matrimonio di comodo che gli darà diritto alla cittadinanza inglese, ma proprio sui gradini della chiesa viene arrestato per immigrazione clandestina e, dopo un periodo in prigione, è rimandato in Nigeria. Qui trova la sua strada, si inserisce in un "mondo di mezzo" e diviene un ricco immobiliarista.
Obinze però nell'economia del libro è un comprimario, perché la protagonista è Ifemelu. La sua storia negli Stati Uniti, in cui lei ha una posizione regolare come studentessa prima, poi come giornalista e blogger, si dipana tra neri americani, neri non americani, bianchi che temono di sembrare razzisti, solitudine, povertà, infine integrazione e benessere. Ifemelu non aveva mai saputo di essere nera: lo scopre negli Stati Uniti, dove le differenze di colore della pelle sono ancora fondamentali. Per dar voce al proprio scontento crea un blog che avrà un gran numero di lettori e le darà la notorietà. I brani postati da Ifemelu si inseriscono organicamente nel racconto e creano un curioso aggancio con la realtà in cui la donna vive. La scrittura tiene sempre viva l'attenzione del lettore, sia quando si racconta la seduta dal parrucchiere afro - ci vogliono sei ore per un'acconciatura di treccine - sia quando Ifemelu riflette sull'elezione di Obama e su cosa questo rappresenta per i neri americani.
I temi del libro appartengono direttamente al vissuto dell'autrice, soprattutto per quello che riguarda il razzismo. Il libro si sofferma sulla assoluta mancanza di consapevolezza, da parte dei bianchi, di come tutto - pubblicità, modelli femminili, prodotti di bellezza - sia discriminatorio e spesso offensivo nei confronti delle donne di colore. Le pagine che descrivono il confronto fra bianchi, afroamericani che discendono dagli schiavi, americani-africani che non sapevano di essere neri, sono tra le migliori del libro.
Americanah sarà presto un film. Brad Pitt ha acquistato i diritti del romanzo e la protagonista della pellicola sarà Lupita Nyong, interprete di "12 anni schiavo".



(Rita Cavallari)








Chimamanda Ngozi Adichie, Americanah, Einaudi, 2014 [ * ]






vedi quì e quì
POESIA E MUSICA A VILLA LEOPARDI
post pubblicato in Diario, il 2 aprile 2015
 

Ogni anno il 21 marzo, primo giorno di primavera, si festeggia la poesia. Nel giorno del risveglio della natura, con la vita che rinasce, riflettiamo sul valore dell'espressione poetica, luogo fondante della memoria e base di tutte le altre forme di creatività letteraria ed artistica. È un'occasione per guardare al futuro in una speranza di pace, con gli strumenti di comunicazione che la poesia ci offre: forza della parola, valore del dialogo, comprensione della diversità, attenzione alle culture lontane. La Giornata Mondiale della Poesia è stata istituita dalla XXX Sessione della Conferenza Generale Unesco nel 1999 ed è stata celebrata per la prima volta il 21 marzo seguente. 
Quest'anno la primavera è arrivata con un giorno di anticipo, il 20 marzo, mentre alla biblioteca Villa Leopardi la poesia, accompagnata dalla musica, è arrivata due giorni dopo, il 23 marzo, con un evento organizzato per l'occasione. In un suggestivo alternarsi di parole e melodia cinque poeti, Luciana Raggi, Melchiorre Carrara, Paolo Cordaro, Francesca Farina e Sonia Giovannetti, hanno letto le loro composizioni e una giovane pianista, Angela Stella, ha dato voce all'armonia della musica. Le note di Chopin hanno introdotto il reading e brevi pezzi di Skrjabin, Satie e Albeniz, oltre a una serenata scritta dalla pianista, hanno fatto da contrappunto alle letture. 
I poeti interpreti della serata hanno pubblicato numerose raccolte di poesia ed hanno ricevuto premi nazionali ed internazionali. Angela Stella, che fa parte dei corsi di didattica dell'Accademia di Santa Cecilia, insegna ad adulti e bambini e fa anche accordature e restauri di pianoforti. 
Affollatissima la biblioteca, attento e partecipe il pubblico, che ha espresso il proprio apprezzamento con applausi calorosi. L'evento si è concluso con un brano musicale di Gershwin.
La diversità delle voci, i differenti toni poetici, la molteplicità degli sguardi e delle sensibilità hanno tenuto legate le persone presenti creando momenti di intensa emozione. L'impressione è stata quella di assistere a un evento con radici antiche, quando musica e parola erano strettamente legate e costituivano la base della conoscenza del mondo. Si è creata un'atmosfera di partecipazione che al termine del reading ci ha spinto a trattenerci ancora in biblioteca per scambiarci impressioni, chiedere notizie, esprimere pareri. Parole e musica hanno dato vita così ad una rete di relazioni tra noi che sono il significato profondo di questa Giornata internazionale della Poesia.

(Rita Cavallari)

 

Ogni giorno
maledetto o benedetto che sia
svolge il suo tappeto di intenzioni

Con languido candore

Adorabile litania
in forma di mantra

Quel tappeto
trasporta lontano
scarica giù
la zavorra dal cielo

Tutta la zavorra
di umanità
senza sale in zucca
senza una qualsiasi
anche labile
coscienza
di sensibile vocazione

a vivere

ogni giorno

(Melchiorre Carrara)



 

Sentirmi sollevato,
sentirmi spoglio da cenci
inzuppati, luridi e lisi.
Ora sono libero!
Forse per un sol momento,
ma sono libero!
Posso ora correre a perdifiato
senza intralci,
senza quel vento contrario che
m’allontana l’orizzonte, anzi
trascino con me quelle folate
intrise di grecale marino,
lascio strisce sulla sabbia
umida del cielo al mattino,
solchi che le prossime spume
faranno dimenticare.
Questo mio corpo marezzato
vuol espungere la pania
facendo dissipare il supero
in frammenti d’essenza.
La mia nudità
si riveste di nuove percezioni,
momentanea metamorfosi
ad assorbire ed esprimere
ogni singolo raggio di serenità,
ad adornare la rosea cute
con piume di cristallo che
catturano moltiplicando
ogni tenue fascio di luce.
Abiti primordiali che
traspaiono le gocce colanti,
passeggere comete sulla superficie.
Abiti fragili che
potrebbero frantumarsi
in ciò che non vorrei essere.
Disseminate scaglie mutano l’asfalto
in cielo di stelle di luce riflessa,
così come son io che
ovunque scruterei il tuo sguardo 
tornerei a vivere,
andando oltre ogni verbo,
oltre ogni nodo d’incertezza,
interpolando ogni gioconda rima
nei nostri elegiaci passaggi,
rinforzando le nostre aurore,
rinfrancandoci per la vita intera. 

(Paolo Cordaro)

 

E dell’agnello, che mi dici?
A che pro fu scelto proprio lui
quello da immolare tra le creature
abissali che avanzavano sulla scoscesa
collina, smagliante come i giardini dell’Eden?
L’agnello che prendesti fra le braccia
innocente, tremante e soffice
come bioccolo di nuvola di neve
contro le nubi, il carro d’oro del tramonto
preludente alle tenebre del nulla?
Tu e lui sulla collina, entrambi olocausto
ignari, entrambi frementi nel crepuscolo
nella viola dell’alba che si apriva
nelle primule di ghiaccio che fiorivano
il vello più puro della fonte
come piume dell’angelo, l’agnello
agnello al cui belato ogni creatura
si riconosce vittima e suggello.

(Francesca Farina)


  

Vedi come il tempo ci muta
e come sprofonda per esso l’illusione
d’aver per complice l’eternità.

Non so dirti padre mio
dove ho posato l’antica ascia
e dove riposa l’animo guerriero.

Un altro inverno si è adagiato
sul nido delle rondini
segnando così il mio volto
d’altra stanchezza greve.

Potesse ora il mio tempo sostenerti.
Ora che il tempo è abitato dal vero.

(Sonia Giovannetti)


 

Ero torta, ero divano.

Agghindata profumata
animale da compagnia.

Non mi nutriva con le parole.

Padrone dei miei giorni senza sole
mi vezzeggiava
ma non mi amava.

Ero torta, ero divano.

Ero nella distanza

Ero nella mancanza

Ero senza memoria di me.

Forse non ero.

(Luciana Raggi)




IL DILEMMA DELL'ONNIVORO
post pubblicato in Pollan, Michael, il 19 marzo 2015

  


Cosa c’è dietro quello che mangiamo? Come scegliere una corretta alimentazione? Michael Pollan, uno dei massimi esperti in materia, indaga sulle varie catene alimentari per scoprire da dove viene la bistecca che ci troviamo nel piatto, come è vissuto l’animale da cui deriva, di quali alimenti si è nutrito, quali farmaci ha ingerito. E capire anche, dal campo alla foglia al sacchetto preconfezionato, cosa nasconde una confezione d’insalata.
Inizia così un’appassionante viaggio tra piccole fattorie e produzioni industriali, fast food e supermercati, fabbriche e impianti di macellazione. Per concludere con orrore che quello che mangiamo, in molti casi, è in buona percentuale petrolio.
Il libro si riferisce specificatamente alla realtà degli Stati Uniti, diversa da quella europea, ma il messaggio è universale: dobbiamo tutti avere la consapevolezza di ciò che mangiamo, perché è a tavola che tuteliamo la nostra salute.
Dunque la prima domanda è: chi mangia cosa? In che consiste una catena alimentare? Quali sono le principali catene alimentari che interessano l’uomo? L’autore ne esamina tre: la catena industriale del mais, la catena pastorale dell’erba, la catena fai-da-te del bosco.
Seguire l’ascesa di Zea mays, cioè del granturco, è affascinante quanto una spy-story. Senza questo cereale i coloni del nuovo mondo non sarebbero mai stati in grado di costruire una potente nazione. L’unione tra mais e americani è indissolubile: gli uomini dipendevano da questa pianta e il mais dal canto suo senza i coloni si sarebbe probabilmente estinto. Il mais è divenuto l’elemento centrale dell’industria alimentare, del consumismo, del 
capitalismo, dei supermercati e dei fast food. E’ una pianta flessibile e versatile che, nutrita da concimi di origine petrolchimica, raggiunge la densità di 75.000 piante per ettaro. Si presta anche alla creazione di ibridi sterili brevettabili, fattore basilare nelle imprese agroalimentari. Incrementata da congrue sovvenzioni statali la coltivazione del mais si è estesa negli Stati Uniti Uniti senza incontrare barriere. Dove un tempo esistevano fattorie, 
pascoli, boschi, piccoli allevamenti di bestiame e tutto un paesaggio agrario complesso, ora si estende la monocultura del mais, nutrito dal petrolio. Gli allevamenti industriali di bovini usano mangimi a base di mais. Ma i bovini sono erbivori, il loro stomaco non è fatto per digerire granaglie. Si ammalano. Di conseguenza il protocollo nutritivo prevede massicce dosi di antibiotici, che si fissano nelle nostre bistecche. Potrebbe andar meglio con i polli, per i quali il mais è compatibile, ma i sistemi di 
pollicoltura industriale descritti nel libro fanno paura.
Dal mais si ricavano anche i dolcificanti, gli addensanti, le farine che sono alla base di tutti i prodotti che troviamo nei banchi del supermercato, ad esempio biscotti e merendine. E il consumatore, nella catena alimentare che parte dal mais, ingerisce quotidianamente la sua dose di petrolio e di antibiotici.
Partendo dall’erba la situazione è diversa. Nelle fattorie che hanno come base l’utilizzo del pascolo un sapiente uso della rotazione degli animali su uno stesso appezzamento crea un ecosistema che si alimenta da sé, senza utilizzo di concimi e di antibiotici. Su una porzione di pascolo si alternano bovini e polli (che si nutrono, oltre che di erba, anche di larve e parassiti presenti nelle feci dei bovini), 
che assicurano la concimazione del terreno senza dover ricorrete ad additivi chimici.
La catena del bosco è quella del cacciatore e del raccoglitore di funghi. Difficile da praticare per la maggior parte degli umani.
Il pranzo acquistato da McDonald’s (pranzo a basso costo basato sulla monocoltura del mais) e quello del cacciatore-raccoglitore stanno agli estremi dello spettro alimentare umano. Vanno considerati entrambi come alternative irrealistiche e non sostenibili, dice l’autore. Sarebbe però importante scegliere il cibo chiedendoci cosa stiamo mangiando, da dove viene, come è arrivato sul nostro piatto, quanto costa in termini reali. Negli Stati Uniti l’hanno dimenticato. Cerchiamo almeno di ricordarci che qui 
da noi, nella patria dello slow-food, la ricchezza alimentare e la biodiversità sono un’incomparabile patrimonio. Ricordiamoci anche che proprio il fatto di avere una alimentazione 
variata ha stimolato la nostra crescita cerebrale. Se ci fossimo abituati a mangiare un solo tipo di cibo avremmo un cervello piccolo come quello dei koala. Essere onnivori, come i topi e i maiali, ci rende più intelligenti.




(Rita Cavallari)







Michael Pollan, Il dilemma dell'onnivoro, Adelphi, 2008 [ * ]

 
L'AMICA GENIALE
post pubblicato in Ferrante, Elena, il 5 marzo 2015

 

Ne abbiamo discusso al circolo dei lettori di Villa Leopardi il 25 febbraio. Parlo di L’amica geniale, uscito nel 2011, il primo dei quattro volumi che compongono la tetralogia di Elena Ferrante in testa alle classifiche di vendita. A questo sono seguiti, uno all’anno, Storia di un nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta, Storia della bambina perduta, usciti nel 2012, nel 2013 e nel 2014.
I primi tre volumi sono stati accolti dalla critica italiana con tiepida distrazione, si è detto che sono una sorta di romanzo di appendice che si protrae negli anni, nient’altro che letture forgiate secondo la tradizione pop del fotoromanzo e della serie TV. Adatte ad un pubblico femminile. Poi, nel 2014, il fenomeno Elena Ferrante è esploso negli Stati Uniti. I critici letterari più esigenti del "New York Times", del "New Yorker", del "Boston Globe" e dell’"Economist", che di norma dedicano agli scrittori italiani contemporanei non più di un trafiletto defilato, hanno speso fiumi di elogi sulla narrazione dei quattro libri, definiti una delle storie di rispecchiamento femminile più conturbanti dai tempi di Biancaneve e la mela avvelenata.
Perché i libri della Ferrante hanno avuto tanto successo negli Stati Uniti? Probabilmente perché sono un romanzo-mondo, che oltre ad essere il racconto di una vita - anzi, di due vite, perché due sono le protagoniste - riescono a darci un affresco completo di personaggi, ambienti, avvenimenti, che dagli anni Cinquanta, nell’arco di sessant’anni, giunge fino ai giorni nostri. Una grande storia italiana, con centro a Napoli in un rione di periferia, con successi, sconfitte, drammi, delitti, passioni, misteri, in una costruzione attenta e precisa come il congegno di un orologio nel quadro dei grandi avvenimenti politici del nostro paese.
Alla fine del quarto volume, cioè al termine della storia, una delle due protagoniste scompare senza lasciare traccia. E’ un mistero senza perché, che lascia nel lettore un senso di smarrimento e che immediatamente rimanda al grande interrogativo alla base dei quattro volumi: chi è Elena Ferrante? Perché, come è noto, l’autrice - o l’autore - del libro non si è mai rivelata ai lettori fin da quando ha scritto il primo libro, più di vent’anni fa. Era L’amore molesto, da cui è stato tratto un film di successo con la regia di Mario Martone.
Prima che il "New Yorker" salutasse Elena Ferrante come una grande scrittrice fino a paragonarla a Manzoni, il fatto di non sapere chi fosse non interessava nessuno e veniva considerato una simpatica bizzarria. Dopo, cercare di stanarla e di darle un volto è diventato un punto fermo: la scelta di Elena Ferrante che desidera restare celata irrita e innervosisce il mondo letterario italiano.
Non così per il lettore/lettrice - pare siano soprattutto donne - a cui poco interessa l’identità dell’autore/autrice. L’importante è la scrittura, sono i personaggi, le loro avventure. I quattro libri vanno alla grande: 200.000 copie vendute in Italia e 130.000 fino ad ora negli Stati Uniti. 
L’ultimo libro della tetralogia, Storia della bambina perduta, è stato candidato al premio Strega da Roberto Saviano. Così Elena Ferrante è stata lanciata nel sistema del premio letterario più importante d’Italia facendone deflagrare gli instabili equilibri, in un momento in cui la riorganizzazione della grande editoria rende problematico il mondo della carta stampata.
Nell’ottobre del 2014, sulla Stampa, Paolo Di Paolo ipotizzava che dietro il nome di Elena Ferrante si nascondesse Domenico Starnone, oppure Anita Raja, nota traduttrice di Christa Wolf e di Ingeborg Bachmann. Anita Raja, per inciso, è la moglie di Domenico Starnone.
Non ho elementi a favore dell’uno o dell’altra - tranne la consapevolezza che mi è difficile credere che uno scrittore uomo abbia potuto descrivere con tanta profondità e sentimento i due personaggi femminili al centro della storia, quindi propendo per la “maternità” di Anita Raja - ma vorrei portare un elemento di riflessione.
Ne L’amica geniale si parla in più punti della biblioteca del rione creata dal maestro Ferraro. E’ una biblioteca popolare da cui Lila, che dopo le elementari non ha continuato la scuola, prende i libri per continuare a studiare. Elena, che faticosamente sta imparando il latino alle medie, apprende con stupore che l’amica già conosce le declinazioni e i verbi.
“Le domandai cautamente come mai e lei, col suo piglio cattivo di ragazzina che non vuole perdere tempo, ammise che già quando ero andata in prima media aveva preso una grammatica in prestito alla biblioteca circolante, quella gestita dal maestro Ferraro, e se l’era studiata per curiosità. La biblioteca per lei era una grande risorsa. Chiacchiera dopo chiacchiera, mi mostrò fieramente tutte le tessere che aveva, quattro: una sua, una intestata a Rino, una a suo padre e una a sua madre. Con ciascuna prendeva un libro in prestito, così da averne quattro tutti insieme. Li divorava e la domenica successiva li riportava e ne prendeva altri quattro.”
Mentre leggevo pensavo che anch’io conosco grandi lettori che usando più tessere delle biblioteche comunali di Roma e prestiti multipli riescono a disporre contemporaneamente di un gran numero di libri. Ho pensato anche che questo è il primo libro italiano contemporaneo che mi capita di leggere in cui una biblioteca popolare riveste un ruolo chiave: chi, come Lila, non è in grado di comprare libri perché costano troppo, può soddisfare la sua sete di sapere senza alcun limite. Con la piccola astuzia delle tessere multiple.
Mi è venuto da pensare che l’autore/autrice conosca bene la forza e il valore delle piccole biblioteche.
Poi ho saputo che Anita Raja è la direttrice di una biblioteca comunale di Roma. Sarà solo un caso?

 

 

 
(Rita Cavallari)

 

 

 

 

 

 

 
Elena Ferrante, L'amica geniale, e/o, 2011 [ * ]  

 
SE VENEZIA MUORE
post pubblicato in Settis, Salvatore, il 20 gennaio 2015
  

Venezia senza memoria di sé, Venezia unica e molteplice, nuova Disneyland o luogo simbolo di una relazione uomo-città che sarà in grado di salvare il mondo. Il piccolo libro di Settis riesce nelle pagine di un breve saggio a porre mille interrogativi che, partendo da Venezia, si allargano al senso e alla prospettiva della realtà in cui viviamo. Rapporto tra uomo e natura, tra città e campagna, tra moderno e antico, tra conservazione e riuso, sono tutti temi che il libro pone e che ci restano come motivo di riflessione. 
Settis è anche una miniera di curiosità: apprendiamo che esistono negli Stati Uniti ventisette città col nome Venice, ventidue sono in Brasile e otto in Giappone, che Amburgo, Amsterdam, Stoccolma, Pietroburgo sono dette "Venezie del Nord" mentre non si contano le "Venezie d'Oriente", che Venezuela non vuol dir altro che "piccola Venezia”. La città è copiata, imitata, sognata: innumerevoli sono le ricostruzioni di canali, ponti di Rialto, campanili di San Marco in alberghi, resort, parchi di divertimento in tutto il mondo. Abbiamo il Viaport Venezia ad Istanbul - uno specchio d'acqua con canali, ponticelli e qualche gondola circondato da cinque grattacieli -, finte Venezie nel Qatar e a Dubai, mentre nuove sterminate città della Cina sono progettate e costruite replicando immagini di Venezia. 
Sarà un vantaggio per la città? La sua unicità risulterà vincente ed anzi arricchita dalla molteplicità delle copie che invano tentano di replicare l'originale senza mai riuscirci? Oppure Venezia si perderà dimenticando se stessa, diventerà un fondale svuotato di senso e sarà circondata da una corona di grattacieli, diventando a sua volta emula di Dubai, Istanbul e Hangzhou? 
Settis cita a questo proposito il progetto Aqualta 2060, presentato alla biennale di qualche anno fa dall’architetto belga Julien De Smedt, che prevede una corona di grattacieli su isole artificiali che circondano la città. Possiamo considerare Aqualta 2060 solo una provocazione, ma ben più inquietante è il progetto Palais Lumière, che prevede la costruzione a Marghera di un grattacielo alto 250 metri (150 metri più del campanile di San Marco) che stravolgerebbe lo skyline di Venezia e dell’intera laguna. 
Il progetto Palais Lumière è momentaneamente accantonato, ma le iniziative che brutalmente fanno violenza, giorno dopo giorno, all’ambiente in cui la Serenissima vive non si contano. Emblema di tutte è l’invadenza in laguna delle maxinavi da crociera che solcano il bacino di San Marco a pochi metri dalla riva degli Schiavoni. 
L’ultima biennale ha presentato sull’isola di San Giorgio l’installazione The Sky OverNine Columns di Heinz Mack, nove alti pilastri ricoperti di mosaico d’oro slanciati verso il cielo. Tra un pilastro e l’altro si intravedono il campanile di San Marco, palazzo Ducale e le cupole della basilica marciana. I pilastri dorati richiamano i grattacieli e ne rivendicano la carica innovativa, vogliono dialogare con i mosaici di San Marco, evocano le suggestioni dell’oriente a cui Venezia è legata.
E’ questo dunque che ci aspetta? Le maxinavi continueranno a navigare lungo il canale della Giudecca e avremo grattacieli che svettano dalla laguna? Quando questo avverrà vorrà dire che Venezia ha perso l’enorme ricchezza che ne fa una città senza uguali ed è divenuta straniera a se stessa. Senza neanche accorgersene è morta. 




(Rita Cavallari)









Salvatore Settis, Se Venezia muore, Einaudi, 2014 [ * ]




SPEZIE
post pubblicato in Antinucci, Francesco, il 12 gennaio 2015
 

Gli Argonauti alla conquista del vello d’oro e coloro che, come loro, andavano per mare a compiere audaci imprese o a scoprire terre ignote, sono descritti nei primi cicli scolastici come eroi spinti da 
ansia di conoscenza, curiosità di sapere, desiderio di azioni memorabili. Il rapporto tra “età delle scoperte” e il potente meccanismo economico che ne è alla radice solo in seguito diviene chiaro: si andava in posti lontani e pericolosi, via mare o via terra, per acquistare merci particolarmente rare e preziose che avrebbero consentito, una volta tornati in patria, guadagni smisurati. Le merci in grado di produrre in maggior misura ricchezza non erano indispensabili per usi vitali e neanche particolarmente utili: la maggior parte di questi prodotti non serviva assolutamente a nulla.
E’ il caso delle spezie e in particolare del pepe. Sono prodotti che avevano un elevatissimo valore aggiunto senza avere potere nutritivo né curativo. La loro rarità e la difficoltà di approvvigionamento ne hanno fatto nei secoli elementi sostanziali del sistema del lusso. Hanno fatto parte per almeno 2000 anni di un paradigma di rappresentazione dell’uomo e della donna legato all’idea di ricchezza e potenza. Il discorso è: posso permettermi cose rare e preziose a cui poche persone hanno accesso perché io sono al vertice della piramide sociale. Sono ricco e potente. 
Le spezie assolvono a questo compito come elemento primario del sistema cucina che diventa esso stesso, come nel caso del banchetto, rappresentazione della ricchezza.
Il libro esamina l’influenza che le spezie hanno avuto sulla nostra civiltà a partire dall’antica Roma, attraverso Venezia e la rotta per Costantinopoli, fino ai commerci di portoghesi, spagnoli, olandesi, inglesi. Nell’approvvigionamento e vendita delle spezie si mossero enormi capitali e si giocarono le fortune delle case regnanti e degli stati.
Alla fine del 1600 avviene una svolta. Decade il ruolo delle spezie come simboli del lusso mentre gli elementi di rappresentazione della ricchezza mutano: ora sono caffè, tè, cioccolata.
Cambia di conseguenza anche la filosofia della cucina. Si abbandonano i piatti speziati che per secoli sono stati simbolo di potenza e ricchezza per dare spazio a cibi che permettano di riconoscere i sapori dei diversi ingredienti valorizzando i gusti naturali. E’ una vera e propria rivoluzione.
Nascono allora i luoghi di ritrovo della nuova classe sociale emergente: la borghesia. Caffè e sale da tè si diffondono nelle città europee e divengono luogo di incontro e di discussione. Qualcuno attribuisce alla caffeina, assunta in grande quantità con le nuove bevande, gli stimoli intellettuali in grado di conferire mente lucida e capacità di azione. Sarà per questo che, dopo aver bevuto nel settecento tazze e tazze di tè, caffè e cioccolata, la borghesia trovò le energie fisiche ed intellettuali per fare la rivoluzione e cambiare l’assetto dell’Europa e del mondo.
Ogni capitolo del libro è completato con ricette tratte da ricettari tramandati nel tempo e giunti fino a noi, a partire dalla anatra alle rape (ricetta agropiccante di Apicio), proseguendo con ricette agrodolci e salse dal sapore dolce-salato.
Nell’anno dell’esposizione universale di Milano, che ha come tema l’alimentazione e l’educazione alimentare, un libro come questo, che fa riflettere sui valori simbolici del cibo, è quanto mai attuale.




(Rita Cavallari)








Francesco Antinucci, Spezie, Laterza, 2014 [ * ]


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RICORDO DI UN PADRE
post pubblicato in Cavara, Pietro, il 24 novembre 2014
  

Il 20 novembre alla biblioteca Villa Leopardi è stato presentato il libro di Pietro Cavara “Ricordo di un padre. Paolo Cavara, regista gentiluomo”. A seguire è stato proiettato il film I malamondo di cui Paolo Cavara ha effettuato la regia.
Doppia presentazione dunque. Da una parte il libro scritto dal figlio del regista che rievoca la figura di Paolo Cavara sotto il duplice aspetto di uomo di cinema e di padre. Dall’altra la materia viva del film, che oggi parla direttamente allo spettatore consegnandogli le immagini che il regista ha girato cinquanta anni fa. Perchè I malamondo è uscito sugli schermi nel 1964, esattamente mezzo secolo fa e ha un tema di scottante attualità: la crisi dei giovani.
Il regista Cavara conosce in questo momento una nuova attenzione. Oltre al libro di Pietro sono da poco usciti altri due libri su di lui: il saggio di Fabrizio Fogliato intitolato Paolo Cavara. Gli occhi che raccontano il mondo e un volume di Bompiani intitolato L'occhio selvaggio. E’ stato poi restaurato il film L'occhio selvaggio, uno dei più importanti di questo regista, ed è stato presentato, in questa nuova veste restaurata, al festival di Roma.
Il libro di Pietro Cavara ci presenta la sua immagine privata legata ai ricordi e alla memoria, simili ai ricordi e alla memoria che ciascuno di noi ha di suo padre, ma diversi per la particolarità della persona ricordata: un regista famoso, autore di film che fecero epoca e segnarono un tempo, un intellettuale le cui opere furono motivo di dibattito e anche di scontro nel momento culturale dell’Italia degli anni ’60 e ’70.
Come dice nella prefazione al libro il critico Fabrizio Fogliato “il ritratto che ne viene fuori è quello di un uomo mai completamente rivelato ma che mantiene intorno a sé un’aura di mistero e di segretezza. E’ il ritratto intrigante in cui convivono riflessioni e considerazioni sul mondo e sulla vita ricolme di entusiasmi così come di preoccupazioni”.
Il successo raggiunse Cavara in un modo travolgente col film Mondo cane, di cui è regista insieme a Iacopetti e Prosperi. Fu un film venduto in tutto il mondo, grande successo di cassetta, occasione di polemiche tra i critici e tra la gente comune. Il tema è il cinema come occhio che svela il mondo, l’innocenza dell’occhio che guarda, sia quello della macchina da presa che crea la rappresentazione, sia quello dello spettatore che assiste al fim, il rapporto tra verità e finzione, il senso della fiction e del documentario ed il modo con cui questi diversi linguaggi cinematografici si intrecciano e si condizionano. Mondo cane dette inizio a un genere cinematografico, i cosiddetti Mondo Movie. Erano documentari che rappresentavano aspetti insoliti di paesi esotici, tali da spingere lo spettatore alla meraviglia e alla sorpresa, ma anche all’orrore e al ribrezzo. 
“Gli spettatori sono tutti al tempo stesso masochisti e sadici. (…) Non ci sono buoni film e cattivi film. Ci sono quei cinquanta metri che eccitano e ne fanno digerire almeno altri diecimila che annoiano.”
E’ una battuta del film L'occhio selvaggio che ci illumina su queste tematiche.
Attraverso il libro di Pietro possiamo vedere i vari aspetti della filmografia di Paolo Cavara, i discorsi che portava avanti, il suo impegno culturale, la sua personalità poliedrica. Ne emerge l’immagine di un uomo animato da un tormento interiore sia creativo che esistenziale, pieno di vitalità e passione.
La sua riflessione sui rapporti tra immagine e violenza, tra verità e finzione, è in grande anticipo sui tempi e ha aspetti di drammatica modernità. Le sue immagini seminano il dubbio. Fino a dove si deve spingere il regista? Qual è il limite della macchina da presa? Di fronte a quali scene l’obbiettivo va chiuso?
Alla sua morte, trent’anni fa, Paolo Cavara non è entrato nell’Olimpo dei grandi registi e i suoi film hanno circolato solo tra gli appassionati. Solo ora inizia una riflessione e una riscoperta. I suoi film ci danno una visione originale del mondo degli anni ’60 e ’70. Possiamo trarne chiavi di lettura importanti per leggere la realtà che adesso ci troviamo a vivere. Ne è stata una riprova la visione de “I Malamondo” che nella nostra proiezione in biblioteca ha suscitato un enorme interesse.



(Rita Cavallari)








Pietro Cavara, Ricordo di un padre, Aracne, 2014 [ * ]






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CITTA' DI SALE
post pubblicato in Munif, 'Abd al-Rahman, il 9 luglio 2014

 


 
Immaginiamo una terra sterminata e desertica con sabbie e pietraie senza fine in cui si aprono piccole oasi verdi, ciuffi di palme, un pozzo, orti e frutteti striminziti che combattono una lotta quotidiana contro la natura ostile. Immaginiamo una popolazione che vive un’esistenza aspra e rude con lo spettro quotidiano della fame, legata alla terra ed anche alla necessità di scambiare merci con paesi lontanissimi, merci indispensabili alla sopravvivenza. Immaginiamo che la vita scorra sempre uguale da tempo immemorabile con certezze millenarie e il richiamo del muezzin che cinque volte al giorno invita alla preghiera.
E’ l’Arabia fino alla prima metà del ventesimo secolo. Dopo, a seguito del contratto tra il regno saudita e la Standard Oil of California, sono arrivate le ricerche petrolifere, i pozzi di idrocarburi, gli oleodotti.
Dal settimo secolo della nostra era, corrispondente agli anni trenta del calendario musulmano, dal momento in cui la capitale dell’Islam fu trasferita da Medina a Kufa e poi a Damasco e a Bagdad, l’Arabia perse il ruolo di potenza politica e rimase in una posizione marginale rispetto all’immensa dominazione che si estendeva dalla Persia all’India e dalla Spagna all’Egitto attraverso i paesi del Magreb. L’Arabia restava il centro religioso dell’Islam perché ospitava le città sante di Mecca e Medina e la Mecca era il luogo del pellegrinaggio prescritto dal Corano, ma il potere politico, dopo lo spostamento della capitale, era inesistente. L’espansione dell’Islam era stata in pratica una vera migrazione armata, resa possibile dalla teocrazia fondata da Maometto. Ma usciti dai confini della penisola arabica, conquistate le ricchezze del mondo mediterraneo e orientale, i guerrieri islamici lasciarono al suo destino l’Arabia e i suoi deserti abitati dalle tribù nomadi.
Nel romanzo di Munif ambientato all’inizio dello sfruttamento petrolifero, Wadi al-Uyùn è una piccola oasi abitata da beduini che sorge verde e incontaminata in mezzo al deserto. La sua vita si basa sui ritmi della natura e sulla fede nella forza divina che regola il mondo. Fino al giorno in cui gli stranieri stravolgono il territorio ed insieme la vita di uomini donne alberi animali e cose.
La compagnia petrolifera, con la connivenza delle classi dominanti arabe, impone la tecnologia legata all’estrazione del petrolio, distrugge il territorio, viola usi e costumi antichi di secoli, disegna un nuovo paesaggio fatto di mostri metallici, torri coronate di fuoco e tubazioni senza fine. Le coste fino ad allora incontaminate sono meta di navi che vomitano apparecchiature mastodontiche e macchinari terrificanti. Oltre a donne quasi nude o forse demoni che vogliono rubare agli uomini la loro anima.
Uomini donne e bambini vengono sradicati dal mondo in cui sono abituati a vivere e sbalzati in una realtà nuova che non comprendono e rifiutano radicalmente. Il loro modo di vivere perde significato ed assistono impotenti al crollo delle certezze e della loro stessa identità.
L’Arabia acquista con la ricchezza il ruolo di grande potenza politica ed insieme perde una parte di vita che molti arabi sentono come insostituibile.
Tutto questo è descritto nel libro di Munif, uno dei più importanti scrittori del mondo islamico.



(Rita Cavallari)

 






Abd al-Rahman Munif, Città di sale, Baldini Castoldi Dalai, 2007 [ * ]
 




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IL CIELO STELLATO SOPRA DI ME IL PETROLIO SOTTO DI ME
post pubblicato in Cavallari, Rita, il 24 giugno 2014

L’Arabia è un territorio immenso, da cui origina il termine “arabo”. Ma il regno saudita, famoso in passato per il re Ibn Saud (parlo di quello degli anni ’60; forse anche l’attuale ha lo stesso nome, che in arabo significa “figlio di Saud”), è noto solo agli appassionati di geografia. E’ immenso e si estende tra il Mar Rosso (ad Ovest) e il Mare arabico a nord est. Confina a nord con Giordania e Iraq, a est con il Kuwait e gli Emirati, a sud con Oman e Yemen, e ad Ovest col Mar Rosso, come detto.
Il resto è bene apprenderlo dal libro di Rita. La sua lettura è veramente appassionante – per tutti coloro che amano l’esplorazione di un paese – e soprattutto divertente. Il libro è anche corredato da fotografie locali, che consentono di visualizzare alcune delle osservazioni di una visitatrice attenta come è stata Rita.
L’indice del libro (non incluso in questa edizione) comprende sette capitoli, che parlano degli aspetti più importanti della città che Rita ha visitato (Gedda, Jeddah per gli Arabi) e tutti molto esaustivi per il lettore interessato a conoscere l’Arabia. Dopo aver descritto l’arrivo, e il luogo dove ha vissuto sul posto (un Compound, configurabile come un rione di una città, ma completamente autonomo dal resto e forse riservato ai non residenti), l’autrice si sofferma su un grande magazzino (cosiddetto Mall, all’americana), sull’immensa e sconfinata spiaggia (La Corniche, termine usato anche nel libro “Scintille” di Gad Lerner per nominare la spiaggia di Beirut), e su un grande albergo.
Negli ultimi due capitoli si parla di una tipica giornata saudita, e dell’immenso deserto.
Ho cercato di fare un breve riassunto del contenuto del libro, senza entrare in dettagli. Proprio nei dettagli sta la bellezza del libro, per chi lo legge. E’ una magica guida turistica di una altrettanto magica visitatrice. Sebbene l’Arabia non accolga i turisti, e Rita abbia potuto approfittare del permesso come parente di persona residente a Jeddah, il libro è delizioso (a cominciare dal titolo) in quanto racconta cose che – come turisti naturali – non potremo mai vedere. E proprio per questa ragione va letto ed assaporato, come ho fatto io e come può fare chiunque di voi riesca a procurarsi, con l’aiuto della nostra Biblioteca e del nostro Circolo di lettura, una copia.




(Lavinio Ricciardi)








Rita Cavallari, Il cielo stellato sopra di me il petrolio sotto di me, 2014

INCLINAZIONI
post pubblicato in Cavarero, Adriana, il 3 febbraio 2014

 
  

E se nella rettitudine si annidasse un io egoistico, chiuso e autoreferenziale, incapace di vedere le ragioni dell'altro, di comprenderne le debolezze, di entrare in sintonia con le sue ragioni?
Qual'è il significato di "rettitudine"? Quale corrispondenza possiamo leggere tra la postura verticale dell'uomo, l'uomo che ha il cielo stellato sopra di sé e la legge morale dentro di sé, e il suo modo di porsi nei confronti degli altri e della vita che scorre in tutte le sue forme?
Quale invece il senso dell'inclinazione, della forza cioè che ci fa deviare dall'asse delle certezze per farci sporgere verso l'esterno, fin quasi a perdere l'equilibrio e a cadere?
Adriana Cavarero, filosofa e docente di filosofia politica presso l'Università di Verona, nel saggio 'Inclinazioni. Critica della rettitudine' uscito di recente per l'editore Raffaello Cortina, indaga sulle idee di rettitudine e inclinazione partendo dai testi filosofici e unendo a questi una riflessione su spazi e geometrie in cui uomini e donne si collocano e prendono vita. In questo modo "rettitudine" e "inclinazione" si incarnano e diventano visibili, perdono la sicurezza della definizione consolidata in secoli di pensiero filosofico, mettono in crisi certezze e fanno riflettere.
"La filosofia, in generale, non apprezza l'inclinazione. La contrasta e la combatte. A seconda delle varie epoche, i metodi a cui ricorre sono tanti e diversi ma, come direbbe Focault, sono in sostanza dispositivi di verticalizzazione il cui fine è l'uomo retto." In geometria inclinazione ha come significati "posizione o direzione divergente dalla linea orizzontale" ovvero declivio, e "posizione o direzione divergente dalla linea verticale" ovvero pendenza. Il termine non crea problemi. Ma non così nella filosofia ove nel passaggio tra senso proprio e senso figurato nascono la buona inclinazione, la cattiva inclinazione e in cascata desideri, istinti, passioni.
Si dice che un uomo ama una persona quando egli nutre una inclinazione verso di essa, afferma Kant. Tra inclinazione ed eros il salto è breve. Del resto inclinarsi ha come radice etimologica piegarsi, pendere in giù, abbassarsi, e kline in greco significa letto.
"Innamorarsi, uscire di sé, cedere all'attrazione che viene da un'altra persona e scivolare su un piano inclinato che trascina irresistibilmente è un grosso guaio per tutti. Pendere in fuori verso l'altro e dipenderne, piuttosto che conservare la propria autonomia, è lo stesso guaio detto con parole filosoficamente più pregnanti e kantianamente stringenti"
"L'inclinazione piega l'io e lo spossessa."
"Accanto al paradigma dell'asse verticale, requisito dall'uomo per via della sua razionalità congenita, compare il paradigma della linea obliqua riservata invece alla donna per via di una costitutiva attitudine alla maternità che ne causa l'inclinazione. [...] A ben vedere, sotto un profilo filosofico, si tratta però anche di due paradigmi posturali che afferiscono a due diversi modelli di soggettività, due teatri per interrogarsi sulla condizione umana in termini di autonomia o dipendenza, due stili di pensiero, due linguaggi: uno riconducibile all'ontologia individualista, l'altro invece all'ontologia relazionale. Rintracciare nell'uno un profilo maschile e nell'altro un segno squisitamente femminile rende più interessante l'operazione."
Nel libro il discorso filosofico si intreccia con gli strumenti dell'indagine spaziale. Linee, punti, angoli, intersezioni, concetti specificatamente geometrici, vengono usati per indagare rappresentazioni pittoriche con le categorie dell'inclinazione e della rettitudine. L'autrice analizza diversi quadri: Adam e Eve, di Barnett Newmann esposti alla Tate Modern di Londra, l'Allegoria dell'inclinazione di Artemisia Gentileschi, Sant'Anna, la Madonna, il Bambino con l'agnello di Leonardo. Nei dipinti rintraccia il senso e le radici profonde del concetto di inclinazione e lo ricollega all'idea di maternità, alla categoria di relazione come dimensione fondamentale dell'umano e come fattore di base del patto sociale. Da un soggetto modellato sull'idea di autonomia si passa a una relazione aperta caratterizzata da esposizione, reciprocità e dipendenza.
L'inclinazione, lo sbilanciamento dal proprio asse, la vulnerabilità di un'esistenza mai padrona di se stessa, acquistano una luce nuova. La stessa che ritroviamo nella tavola di Leonardo con la Madonna protesa verso il Bambino, che trae dal rapporto con Sant'Anna vigore e forza, la stessa forza che le permette un equilibrio sicuro nell'inclinazione verso il figlio.

  

(Rita Cavallari)

 

 


Adriana Cavarero, Inclinazioni, Raffaello Cortina, 2013 [ * ]

 

 

vedi quìquì quì

LA COLLERA
post pubblicato in Di Consoli, Andrea, il 2 luglio 2013


Tema di questo libro è la Calabria dal dopoguerra ad oggi, raccontata attraverso le vicende di Pasquale Benassìa, un personaggio in lotta con il mondo che riunisce in sé le contraddizioni, i desideri, i sogni, le disillusioni del meridione d'Italia combattuto fra tradizione e futuro.
Pasquale si trasferisce a Torino negli anni del boom economico per lavorare da operaio alla Fiat. Come molti suoi conterranei disprezza profondamente il paese d'origine e vede la città sabauda come una terra promessa. Riesce ad inserirsi nell'ambiente, a fidanzarsi con una maestra di Rivoli, ma di colpo tutto crolla. Torino sembra cadergli addosso in una colossale frana, con tutta la Mole, il Valentino, il Po, l'immenso Lingotto, il Palazzo Reale e anche la Sacra Sindone, che Pasquale ha visto solo in fotografia.
È il ritorno in Calabria, al paese con "le case senza intonaco, le ringhiere arrugginite, le persiane scolorite, le terre mal coltivate, le curve chiuse a gomito, gli strapiombi, le agavi, i cippi stradali dei Borboni, le insegne blu divorate dal salmastro, le facce tristi, stanche, perplesse del popolo calabrese, in attesa di un riscatto non voluto, non cercato, non sognato, di un favore, di una questua, del miracolo di un santo, di un sindacalista tenace, di un deputato grasso e senza fiato, di un assessore, di un pezzo grosso."
Strano tipo Pasquale. Operaio ma fascista, meschino ma capace di grandi ideali, fidanzato tenero di una donna che vive con la testa e con il cuore ma pronto a perdersi dietro a un'altra che governa le leggi del mondo perché conosce le strade del piacere.
Il racconto si snoda tra personaggi che ci sembra di conoscere da sempre, ed alcuni sono in realtà figure della cronaca del tempo, come il ragazzo sequestrato dalla 'ndrangheta che viene rilasciato con l'orecchio tagliato, o alcuni noti politici calabresi di quegli anni. Spiegano la loro idea di democrazia, che è una cosa complicata, perché si regge sul consenso, e il consenso è faticoso, e il voto le persone te lo danno solo se ti occupi di loro. Un politico non importa che abbia idee, per fare politica non è necessario averne, ma deve sapersi occupare degli altri, saper risolvere i problemi.
Pasquale vive questa realtà intrecciata, bene e male sono stretti in un groviglio inestricabile, neanche Dio può farci niente. È il male oscuro che attraversa l'Italia, dalla Calabria a Torino, che si insinua negli animi, piega la volontà, fa abbassare gli occhi. Nessuno è indenne.


(Rita Cavallari)







Andrea Di Consoli, La collera, Rizzoli, 2012 [ * ]

 

tra le molte recensioni: * ] [ * ] [ * ] 
 






 
LA CONQUISTA DEL SABOTINO
post pubblicato in Cimmino, Marco, il 26 giugno 2013
  

 
Fu come l'ala che non lascia impronte 
il primo grido avea già preso il monte
 
Con questo distico Gabriele D'Annunzio celebrò la conquista del monte Sabotino, durante la Grande Guerra, da parte dell'esercito italiano. Fu il 6 agosto 1916, con un'azione fulminea costruita con meticolosità e tenacia e con l'azione coordinata di esercito, genio, artiglieria e aviazione. Era domenica e alle prime luci del mattino, mentre Gorizia si stava svegliando, le lunghe canne dei pezzi d'artiglieria si misero in posizione di tiro e i fanti, nelle trincee, aspettavano l'ordine di assalto. L'azione fu fulminea. Alle 16,40 il vessillo della brigata "Toscana" sventolava sulla cima del monte, a quota 609 metri.
Gli austriaci avevano trasformato il Sabotino in una vera e propria fortezza. Da più di un anno l'esercito italiano cercava inutilmente di espugnarlo. Dopo ben cinque battaglie combattute con le modalità tipiche della guerra di trincea, il generale Luca Montuori capì che era inutile mantenere le truppe a logorarsi nel fango. Era necessario adottare una tattica diversa: se il Sabotino era una fortezza, come tale andava considerata. Bisognava espugnarla usando le tecniche belliche che si usano per l'assedio di un castello fortificato, con il progressivo avvicinamento alla vetta per linee concentriche e la costruzione di ricoveri per le truppe.
Il racconto dell'assedio e dell'assalto finale ricorda antiche battaglie. Il libro cita il De bello gallico con la conquista di Alesia. A me ha ricordato l'assedio di Amida e le battaglie tra i romani e i parti. Ma l'autore de "La conquista del Sabotino" non è Giulio Cesare e neanche Ammiano Marcellino. Il suo racconto non riesce a dare il senso eroico della battaglia, che resta affidato alla suggestione dei due versi dannunziani.
Fu come l'ala che non lascia impronte / il primo grido avea già preso il monte
Sono versi che non danno conto delle trincee, del fango, la pioggia, i reticolati di filo spinato, ma evocano la velocità, il fulmine, l'azione improvvisa. È la celebrazione di un nuovo modo di combattere. Perché in quell'occasione l'aviazione militare ebbe, per la prima volta, una parte importante nell'azione bellica, sia per opere di rilevamento e ricognizione che per il bombardamento. Possiamo dire che la battaglia del Sabotino segna il punto di partenza di un nuovo modo di fare la guerra.
Resta una domanda. Come può aver pensato il comitato scientifico del premio delle Biblioteche di Roma di inserire un libro facente parte di una "Biblioteca di arte militare" tra i saggi che concorrono al premio? Pensa forse che l'arte militare, e in particolare le operazioni speciali, siano tra gli argomenti di qualche interesse, per i componenti dei Circoli di lettura? Ecco, i criteri in base al quale è stato scelto questo testo invece di un saggio su ambiente, energia, nuove tecnologie, è per me un mistero.



(Rita Cavallari)







Marco Cimmino, La conquista del Sabotino, Libreria Editrice Goriziana, 2012 [ * ]
 

 

 

 

 
MANDAMI TANTA VITA
post pubblicato in Di Paolo, Paolo, il 21 maggio 2013

 

È la storia di un incontro. La vita di due giovani scorre su linee parallele e uno, Moraldo, cerca inutilmente di incontrare l'altro, Piero. Si sono intravisti all'università, a Torino, o piuttosto è Moraldo che ha osservato Piero, l'ha seguito, gli ha scritto, senza ricevere risposta. Piero è sicuro di sé, sprezzante a volte, "un ragazzino pallido cresciuto troppo in fretta, nervoso nei movimenti, il pomo d'adamo sporgente". Intrattiene rapporti con intellettuali e uomini di cultura, ha fondato una rivista che pubblica scritti di politica. Moraldo ha nei suoi confronti un sentimento di curiosità e ammirazione ma anche di antipatia e dispetto. Di fronte a Piero, Moraldo sente i suoi limiti, vede la sua pochezza di pensiero, le incertezze, gli sbagli. 
Siamo nel 1926 a Torino. Il giovane pallido cresciuto troppo in fretta è Piero Gobetti, l'antifascista erede del Risorgimento italiano che fondò e diresse le riviste Energie Nove, La Rivoluzione Liberale, Il Baretti. Ad appena venticinque anni morirà esule a Parigi, dove si è rifugiato dopo le violente aggressioni fasciste.
È sconvolgente pensare all'attività di Piero Gobetti in venticinque anni di vita. Ventiquattro e sette mesi, in realtà, e in una vita così breve anche i mesi contano, anche i giorni e le ore. A Parigi, quando ormai la malattia lo lasciava stremato, riportava sul suo diario, una dopo l'altra, l'annotazione dei giorni di malattia, quasi a dover giustificare con se stesso la forzata inattività. 
È difficile per Moraldo, e sarebbe difficile per chiunque, misurare le proprie capacità su quelle di Piero, impossibile sperare di essere come lui, sconfortante l'idea di mettersi alla prova, vincendo la propria indecisione.
Moraldo incontrerà Piero casualmente, su una panchina del Bois de Boulogne. Con un tuffo al cuore lo riconoscerà, ma gli mancherà il coraggio di presentarsi, di spiegare che anche lui viene da Torino e che vorrebbe fargli domande, che ha tante cose da dirgli. Piero chiede a Moraldo il giornale, lo sfoglia, glielo restituisce con una parola di ringraziamento, si incammina verso la clinica di rue Piccini, dove è ricoverato. Il ragazzo spavaldo e altero è ora un giovane uomo dall'aspetto debole, fragile al punto da sembrare quasi dissolversi e svanire. Piero morirà il giorno successivo e Moraldo resterà con l'angoscia della sua mediocrità e del suo fallimento.
In un modo agile e coinvolgente il libro ci illumina sulla breve vita di Piero Gobetti, sulle sue idee e sulla sua incredibile attività di giornalista ed editore.
Voglio citare solo due aspetti del pensiero di Gobetti, che mi sembrano ancora prepotentemente attuali: la dignità del lavoro, punto fondamentale nella vita dei giovani, e l'importanza dell'azione politica. 
"Bisogna restare politici nel tramonto della politica" è la frase del libro che più mi ha colpito.



(Rita Cavallari)








Paolo Di Paolo, Mandami tanta vita, Feltrinelli, 2013 [ * ]
8 MARZO 2013
post pubblicato in Diario, il 7 marzo 2013
 

Per l'8 marzo, giornata internazionale della donna, "festa della donna", abbiamo voluto organizzare come Circolo dei lettori un incontro in biblioteca.
Cos'è il circolo dei lettori. È un gruppo di persone che frequenta abitualmente la biblioteca e si costituisce in una struttura organizzata, in occasione del Premio delle Biblioteche di Roma. Forma in pratica la giuria del Premio. Legge tutti i libri proposti dal comitato scientifico (narrativa e saggistica), ne discute, partecipa agli incontri con gli autori, vota i vincitori.
Come Circolo dei lettori abbiamo deciso di di parlare stasera delle donne e lo faremo con dei filmati, con un questionario (anonimo, compilato dai frequentatori della biblioteca), con un dibattito. L'abbiamo deciso uomini e donne insieme.
Parleremo delle donne sotto due aspetti:
- le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne;
- le discriminazioni e la violenza di cui le donne sono fatte oggetto in questo paese.
Parliamo delle conquiste, che non sono poche.
E intendo iniziare parlando quì delle recenti elezioni politiche, che ci hanno dato un parlamento più giovane e più rosa.
Ecco i dati del successo femminile, dati passibili di limature al rialzo, dopo la scelta definitiva dei candidati pluriseggi.
Su 617 deputati le donne sono 191. Sono il 31%. Erano, nella scorsa legislatura, il 21,3 %. Sono il 46% in più.
Su 315 senatori le donne sono 86. Sono il 27,3%. Erano, nella scorsa legislatura, il 18,7%, sono il 45% in più.
Credo che non si sarebbe arrivati ad una così alta presenza di donne in Parlamento senza le manifestazioni del 13 febbraio 2011 che chiamarono in piazza donne e uomini a difesa della dignità femminile. Furono organizzate dal movimento Se Non Ora Quando? che voleva rendere comprensibile a tutti, rendere popolare, la grande questione del nostro tempo: il pieno riconoscimento delle donne e della loro differenza in tutti gli ambiti della vita sociale.
Il risultato elettorale è una passo sulla strada della democrazia paritaria. Preferisco parlare di democrazia paritaria, non di quote rosa, e rammentare la modifica all'art. 51 della Costituzione, modifica fatta nel 2003.
Tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne ed uomini.
Del 2001 è invece l'art. 117, che dice: le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra donne ed uomini alle cariche elettive.
Solo qualche altro dato, sulla strada della piena cittadinanza delle donne.
1946: voto alle donne, sia come diritto di voto che come diritto ad essere elette. (Finlandia 1906, Danimarca 1917, Regno Unito 1918, Turchia 1926).
1963: legge 66. Le donne sono effettivamente ammesse a tutte le professioni, compresa la Magistratura, senza limitazione di mansioni e di carriera.
1975: nuovo diritto di famiglia, legge 151.
1976: Tina Anselmi è la prima donna ministro, ministro del lavoro e della previdenza sociale.
1981: la legge 442 abroga l'art. 587 del Codice penale, che prevedeva una pena minore per chi uccideva moglie, figlia o sorella per difendere l'onore suo o quello della sua famiglia.
Tutto a posto? Non è così.
Ci troviamo di fronte in questo momento ad una situazione pesantissima, nel nostro paese, di violenza nei confronti delle donne. Violenza che arriva alla soppressione fisica. Violenza messa in atto da uomini a cui le donne sono, o sono state, legate da una relazione affettiva.
120 donne uccise nel 2012, 119 nel 2011, 127 nel 2010, 120 nel 2009. Strage di donne ad opera di familiari, partner, persone vicine alla donna uccisa.
Questa violenza ha un nome, si chiama femminicidio. Indica con chiarezza l'uccisione di una donna per mano di un uomo, che la uccide solo perché la donna vuole essere libera di poter scegliere, vuole decidere la sua vita.
Siamo in una biblioteca, le parole sono il nostro cibo, di parole ci nutriamo. Conosciamo le cose col loro nome e scegliamo i nomi con cura. Sappiamo che finché le cose non hanno nome non esistono e scivolano nell'ombra.
Femminicidio. La parola fa il suo ingresso nei nostri vocabolari solo nel 2008, in una raccolta di neologismi che riporta termini apparsi sui giornali nei 10 anni precedenti. Viene poi inclusa nei dizionari d'uso a larga diffusione.
Il corrispettivo inglese risale a ben due secoli fa. Balza agli occhi il ritardo italiano. Perché questo ritardo nel nostro paese, perché questa resistenza? Rashida Manjoo, relatore speciale contro la violenza alle Nazioni Unite, lo scorso anno in visita al nostro paese, ha definito allarmante la violenza domestica in Italia. La violenza si presenta in queste forme e con questi numeri quando una cultura la tollera e, possiamo dire, quando una lingua non riesce ad accogliere le parole per esprimerla.
Fino a pochi anni fa l'italiano conosceva solo la forma "uxoricidio".
Non voglio qui addentrarmi nei discorsi semantici sulla lingua. Voglio solo ricordare che "ciò che non si dice non esiste" e che negare, o confondere il femminicidio con altre forme di crimine, vuol dire negare la possibilità di riconoscere che muoiono donne, ragazze e bambine proprio perché sono donne e muoiono quasi sempre per mano di uomini con cui avevano una relazione affettiva molto stretta.
Nell'aprile dello scorso anno Se Non Ora Quando? ha lanciato la campagna "Mai più complici", il cui appello ha raccolto decine di migliaia di firme e ha trasformato il modo in cui la violenza crescente contro le donne viene raccontata dai media. Da allora non si parla più di delitto passionale o di "troppo amore". E il monologo di Luciana Littizzetto a Sanremo è stato un riconoscimento importante.
La serata prosegue con la proiezione dell'atto unico di Cristina Comencini "L'amavo più della sua vita".



(Rita Cavallari)


 

L'AMAVO PIU' DELLA SUA VITA
post pubblicato in Comencini, Cristina, il 28 febbraio 2013

Giovedì 7 marzo h 19.30 ci sarà alla biblioteca di Villa Leopardi un incontro di preparazione all'8 marzo. Verrà proiettato il video dello spettacolo teatrale tratto dalla piece di Cristina Comencini "L'amavo più della sua vita". Verrà proposto materiale documentario filmato della manifestazione del 13 febbraio 2011. Verranno esaminate le risposte date ad un questionario sul femminicidio distribuito agli utenti della biblioteca nei giorni precedenti. Seguirà un dibattito. Sarà presente Rita Cavallari aderente al movimento Se non ora quando.

NINA E I DIRITTI DELLE DONNE
post pubblicato in D'Elia, Cecilia, il 17 aprile 2012


Nina, la protagonista del libro di Cecilia D'Elia, è una bambina che si chiede molti perché. Tutto parte da un viaggio in nave, quando Nina osserva i biglietti e riflette sulla circostanza che il suo cognome, come quello del fratellino, è uguale al cognome del papà, mentre quello della mamma è diverso. Nasce una narrazione agile e precisa sul diritto di famiglia, come era ai tempi della nonna della bambina e come si è trasformato fino al giorno d'oggi.
In modo semplice e piano si affronta il tema della cittadinanza e si parla delle leggi fondamentali che costituiscono i diritti delle donne in Italia (la Costituzione, le leggi di tutela della maternità, la legge 1441 che ammette le donne nelle giurie popolari, la legge 66 per l'accesso alla magistratura, ecc.)
Si parla poi di divorzio, delitto d'onore, nuovo diritto di famiglia e di tutte quelle leggi che nel corso degli anni hanno cambiato la società italiana.
Il libro giunge fino a trattare i temi dei giorni d'oggi, con la legge sulle dimissioni in bianco e quella sui congedi parentali.

 

(Rita Cavallari)


 

 

Cecilia D'Elia, Nina e i diritti delle donne, Sinnos, 2011 [ * ]




vedi quì

IDENTITA' E DIFFERENZE
post pubblicato in Sapegno, Maria Serena, il 17 aprile 2012

       

Il libro della Sapegno è una sorta di bussola per orientarsi nel campo del movimento femminista, dalla Rivoluzione francese ai giorni nostri, con particolare attenzione a fatti ed esperienze del nostro paese. È in realtà un testo universitario, scritto per un corso sulle tematiche di genere, ma a mio parere è utile a chiunque voglia approfondire la cultura delle donne nel suo relazionarsi al pensiero politico dell'età moderna e allo sviluppo della democrazia nel mondo occidentale.
Il movimento delle donne è stato spesso definito "fenomeno carsico", perché è discontinuo come un corso d'acqua che improvvisamente scompare inghiottito dal suolo e sembra non lasciare tracce, ma poi riappare e scorre di nuovo. Così il femminismo procede in modo spesso ondivago e discontinuo, portando avanti richieste sempre più articolate e reclamando porzioni di spazio sempre maggiori.
Per secoli le donne non hanno avuto diritto di cittadinanza, al pari di schiavi e stranieri. In Italia solo dal 1946 le donne possono votare, mentre lunga e difficile, e ancora tutta in salita, è la strada della parità sostanziale.
Il libro racconta la storia della progressiva conquista dei diritti civili ed illustra lo svolgersi del pensiero che ne è stato alla base. Parte dalla lotta per l'uguaglianza morale ai tempi dell'Illuminismo, con la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, poi tratta dei rapporti di genere nella società borghese dell'Ottocento, e giunge fino ai giorni nostri, approfondendo concetti come emancipazione, accesso alla cittadinanza, liberazione, autocoscienza come pratica politica, teoria della differenza sessuale, studi di genere. In ogni capitolo alla trattazione teorica segue una parte antologica, in cui sono riportati brani di scrittrici e scrittori particolarmente significativi nella costruzione della teoria femminista (da Olympe de Gouges a Luce Irigaray, attraverso Anna Maria Mozzoni, Anna Kuliscioff, Virginia Wolf e Simone de Beauvoir).


(Rita Cavallari)


 

 

Maria Serena Sapegno (a cura di), Identità e differenze. Introduzione agli studi delle donne e di genere, Mondadori, 2011 [ * ]  




vedi quì, quì e quì

UN'EREDITA' DI AVORIO E AMBRA
post pubblicato in De Waal, Edmund, il 7 marzo 2012

                                                                                                            

The Hare with Amber Eyes. A Hidden Inheritance. E' il titolo originale di questo libro. Una lepre con gli occhi di ambra. Un'eredità nascosta.
Al centro del racconto che c'è una collezione di netsuke, sculture giapponesi così piccole da poterle tenere in mano, con due fori per il passaggio di un cordoncino, usate per fermare astucci o portaoggetti alla cintura del kimono, che è privo di tasche.
Bottoni, dunque, ma bottoni scolpiti da artisti e artigiani in materiali preziosi, bottoni intarsiati, lisciati e rifiniti con la cura che i giapponesi dedicano agli oggetti d'uso d'ogni giorno. Sono 264, collezionati a Parigi da un lontano prozio dell'autore negli anni tra il 1870 e la fine del XIX secolo. Era l'epoca delle giapponeserie, dei paraventi a disegni orientali, dei vasi cinesi a ornamento delle ricche case borghesi. Le piccole sculture destano curiosità e meraviglia. Alcune rappresentano scene di vita quotidiana: l'uomo che intaglia una zucca, la fanciulla che fa il bagno nella vasca, il bottaio che realizza un barile, il monaco con il viso nella ciotola. Poi ci sono gli animali: topi dalla coda sinuosa, la lepre con gli occhi di ambra, la cicala, il polipo, i mitili. Oppure elementi del mondo vegetale: fiori, foglie, frutti. Il netsuke preferito dell'autore è una nespola matura, scolpita in legno di castagno alla fine del '700. La patinatura dà una sensazione di morbidezza, fa piacere stringerla in mano e scorrerla tra le dita, l'autore la porta in tasca con sé come un amuleto nella ricerca di luoghi, carte, ricordi che daranno vita al libro.
Dalla casa del prozio amante dell'arte e amico di Renoir e Degas, la collezione si sposta a Vienna, come dono di nozze, in una vetrinetta di lacca nera. Sarà sistemata nello spogliatoio di Emmy, la trisnonna dell'autore, al piano nobile del palazzo di famiglia, sul Ring, al centro della città.
Siamo agli inizi del Novecento, gli anni della Belle Epoque, nel cuore dell'impero austro- ungarico, sotto lo sguardo paterno dell'imperatore Francesco Giuseppe. Poi l'attentato di Sarajevo, la guerra, il crollo di un mondo, la crisi economica, l'arrivo del nazismo. Il palazzo sul Ring è requisito, gli oggetti preziosi che contiene sono confiscati. I proprietari riescono a fuggire, si disperdono in varie parti del mondo, ed è una fortuna. Altri finirono ad Auschwitz e Mauthausen.
La collezione di netsuke sfugge alla razzia, una cameriera riesce a nasconderla nella sua stanza da letto, all'interno del materasso. La restituirà, al termine della guerra, alla figlia di Emmy. Sono gli unici oggetti rimasti del palazzo sul Ring.
Per un caso del destino le piccole sculture tornano in Giappone, e finiscono poi in Inghilterra, a casa del bisnipote di Emmy.
Al centro del racconto c'è la ricca famiglia Ephrussi, banchieri ebrei originari di Odessa, che hanno costruito la loro ricchezza sul commercio del grano e l'hanno poi radicata nelle grandi metropoli europee, allo stesso modo dei Rothschild, a cui li legano vincoli di parentela.
Al centro del racconto c'è la storia europea dall'Ottocento ai giorni nostri, vista dagli occhi di un ebreo che vive a Odessa, a Parigi, a Vienna. Scorrono sulle pagine del libro i pogrom della Russia zarista, l'affare Dreyfus, la politica di assimilazione portata avanti dagli Absburgo, la tragedia del nazismo.
Al centro dei racconto ci sono i bambini, che guardano con occhi sgranati le figurine dalla patina antica che si possono prendere dalla vetrina di lacca nera, stringere in mano, e disporre sul tappeto, quando si va a salutare la mamma che si prepara per uscire, ma ha sempre il tempo per raccontare una storia ispirata ai netsuke.
I piani della storia si intersecano e si ribaltano, come in un gioco di specchi. I racconti fioriscono e si moltiplicano intorno alla lepre con gli occhi di ambra e alla nespola tenuta in tasca come un amuleto.

 
 
(Rita Cavallari)

 
 
 
 
 
 
Edmund De Waal, Un'eredità di avorio e ambra, Bollati Boringhieri, 2011 [ * ]








vedi quì
ROMANTICA
post pubblicato in Belgiojoso Trivulzio, Cristina, il 2 dicembre 2011

   

Romantica. Mi hanno chiamato così. Cristina Belgioioso, principessa romantica.
Non perché mi piaceva il chiaro di luna. Il romanticismo, io, l'ho vissuto. Lo conosco. E' un fuoco dentro. Una luce che brilla negli occhi. Ansia di verità, ricerca di sé, scontentezza del presente e desiderio di qualcosa di nuovo. E' un modo di sentire il mondo. In tanti sentivamo così. Volevamo verità. La cercammo negli ideali, nelle visioni, nei sogni. Nella follia.
 
Era un periodo di polemiche e controversie, battaglie ideali e lotte politiche. Il mondo in cui vivevamo non ci piaceva. Volevamo cambiarlo. Gli uomini prima di noi si erano affidati agli strumenti della ragione, ai lumi, ma non erano serviti a portare giustizia e verità.
Venne il ciclone Bonaparte, poi il principe di Metternich che cercò di cancellarne le tracce. Era il 1815 e vecchi sovrani dalle parrucche imbiancate furono rimessi sul trono.
Ma le idee non muoiono. Sembrano scomparire, ma circolano e vagano e trovano nuove strade, come fiumi sotterranei che riemergono all'improvviso.
Ci voltammo indietro. Lo studio della storia ci aiutò a cercare il senso della vita. Studiammo il progredire delle civiltà, lo scorrere delle cose, il divenire delle idee. Scoprimmo che gli avvenimenti degli uomini non seguono i criteri della ragione.
Cercammo altro.
Volevamo libertà. Dignità. Eravamo pronti a sacrificare la vita. Parlavamo di lotta, martirio, sacrificio. La libertà si tingeva del colore del sangue.
Avevamo idee diverse, ma i confini dei nostri pensieri erano fluidi. Difendevamo il libero pensiero, ma avevamo fiducia nella Provvidenza, eravamo anticlericali, ma guardavamo al cristianesimo delle origini, che vedevamo riflesso nei principi del socialismo.
Avevamo tutti un unico credo: l'Italia libera, indipendente, unita.
 
Coltivavo amicizie sovversive e ribelli. Correvano parole infuocate: rivoluzione, lotta di popolo, repubblica. Fogli clandestini stampati nelle cantine le diffondevano per l'Italia. Così la ribellione individuale e il disagio interiore si trasformarono in lotta politica.
Quando la polizia austriaca stava per arrestarmi, fuggii a Parigi. Sola, perché il mio matrimonio era già finito. Senza un soldo, perché avevano sequestrato i miei beni. Avevo ventitré anni. Riuscii a portare con me solo dei libri.
 
Vivevo in una soffitta. Non sapevo accendere il fuoco, cucinare, lavare i pavimenti, stirare, tenere in ordine la casa. Non sapevo quanto costa un bicchiere di latte, o un uovo. Prima, di tutto quello che serviva, se ne occupavano governanti e cameriere. Io non sapevo neanche vestirmi da sola e non avevo mai avuto dei soldi in mano. Però sapevo riconoscere un tallero del sacro romano impero e sapevo quanto fosse raro un fiorino toscano dei secoli passati, o un doblone spagnolo dell'epoca della riconquista. E sapevo disegnare, dipingere, suonare il clavicembalo, cantare, ricamare. E fare conversazione.
Racimolavo qualche soldo facendo ritratti a carboncino e dipingendo ventagli, per non morire di fame. La notizia di una giovane principessa italiana in esilio, privata del suo patrimonio, che viveva d'espedienti, sepolta sotto un cumulo di libri, fece il giro di Parigi. Mi si aprirono tutte le porte. Conobbi scrittori, musicisti, filosofi, poeti. E scrivevo. Le mie dita erano sempre sporche d'inchiostro. Quando entravo in un salotto vedevo sorrisi ironici, mi guardavano le mani mentre le sopracciglia si alzavano in un'espressione di sorpresa. Scrivere, una donna, che bizzarria!
E' un romanzo? chiedevano.
E' un saggio, rispondevo.
Mi guardavano con aria interrogativa.
Sulla formazione del dogma cattolico, aggiungevo.
Cambiavano argomento, ma in realtà avrebbero voluto scoppiare a ridere. Si accettava che una donna scrivesse romanzi d'amore, o saggi di pedagogia, ma la religione era un argomento da uomini. E poi c'era una questione di fondo. Ero chiacchierata. La parola che si sussurrava era immoralità.
 
Nell'ambiente che frequentavo, intellettuale e anticonformista, non erano gli amori ad essere rimproverati. Era altro. La libertà. La libertà concessa alle donne risponde alle necessità maschili. Il loro spazio è quello della casa, della famiglia, dei figli. Salotto, tavola, letto. Amore. Sesso. Ma io volevo altro. Volevo cittadinanza nel mondo degli uomini. Avere voce nei luoghi della politica. Partecipare alle scelte. Significava oltrepassare i limiti. Dimenticare le virtù che convengono al sesso femminile. Era per questo che quarant'anni prima Olympe de Gouges era stata ghigliottinata. E per la libertà delle donne la rivoluzione francese non era servita.
Il mio libro, l' Essai sur la formation du dogme catholique, fu molto criticato. La Chiesa lo mise all'Indice.
 
In quel periodo tradussi in francese La scienza nova di Giovan Battista Vico e ne feci un commento. Spiegai che la storia è opera dell'uomo, ma l'uomo è guidato dalla Provvidenza. Nella storia c'è la mano di Dio. Credevo in Dio, un Dio misericordioso ed infinitamente buono, un Dio che voleva l'Italia libera, indipendente, unita. Per me credere era una speranza, credevo in un mondo nuovo, più giusto e più felice.
Per questo ideale avevo sacrificato ricchezza e sicurezza, e vivevo in esilio, povera.
 
Ma Dio vede e provvede. Il governo austriaco mi restituì le terre che possedevo in Lombardia. Nel 1835 mi ritrovai di nuovo ricca. Potevo aprire un salotto tutto mio, che diventò luogo di ritrovo degli intellettuali italiani esiliati per motivi politici. Repubblicani che progettavano l'insurrezione delle masse popolari, monarchici liberali che speravano in un'Italia unita sotto la dinastia sabauda, riformisti che pensavano ad una confederazione di stati, sul modello della Svizzera. Vi si incontravano poeti, filosofi, musicisti, da tutta Europa. Liszt, Bellini, de Musset, Heine, Theophile Gautier, Merimee, Balzac. Il più brillante salotto di Parigi. E io ne ero il centro.
 
A Parigi circolavano le idee di Saint- Simon. Si parlava di solidarietà sociale. Di progresso. Delle condizioni di vita dei lavoratori e di riorganizzazione dei sistemi produttivi. Di riforme. Decisi di mettere in pratica questi principi, che esistevano solo sui libri. Tornai in Lombardia, nelle mie terre, e rivoluzionai tutto.
 
Conoscevo la povertà della popolazione contadina, l'analfabetismo, l'ignoranza, la miseria, la mortalità infantile. Cominciai dalle scuole, con asili, scuole elementari, scuole professionali per agronomi e agrimensori. Pensai alle famiglie e realizzai una grande sala riscaldata dove venivano serviti pasti caldi, capace di contenere 300 persone. Pensai alle donne e fondai una scuola di lavori femminili. Ne uscivano sarte, guantaie, ricamatrici, modiste. La possibilità di un lavoro dava dignità. Acquistavano la consapevolezza del loro valore. Il senso di sé. Aprii anche una scuola di canto. Il 21 marzo 1845, venerdì santo, il mio coro di contadini cantò in chiesa, a Locate, lo Stabat Mater di Rossini. Un brivido mi correva nella schiena. In quel momento seppi che tutto al mondo può succedere.
Scrissi una lettera ai proprietari terrieri proponendo un'azione comune per diffondere le riforme sociali. Solo Alessandro Manzoni rispose, criticando la mia mania di insegnare a leggere e a scrivere ai contadini. Disse: quando quelli saranno tutti dotti, a chi toccherà zappare la terra?
 
In quegli anni, dal 1840 al 1847, affilai la mia penna. La resi agile, pronta, tempestiva, una penna da giornalista.
 
La stampa è il male di questo secolo, dicevano i benpensanti, e i governi reazionari temevano i giornali più delle canne dei fucili.
Avevano ragione. Le nuove macchine da stampa erano veloci, semplici, economiche. Le idee in un lampo si materializzavano, si diffondevano, facevano discutere. I giornali non erano più destinati solo ad un ristretto circolo di ricchi intellettuali, arrivavano ad un pubblico vasto. Leggendoli, una gran quantità di uomini e donne aveva accesso a un sapere comune, nello stesso momento. I giornali varcavano frontiere. Seminavano speranze. Diventavano la base fondante dell'azione politica.
Volevo sostenere le iniziative dei patrioti nella lotta per l'Italia unita, libera e indipendente. Formando un'opinione pubblica. Con un giornale. Un giornale politico.
 
Finanziai La gazzetta italiana e ne presi la direzione, tra la disapprovazione di tutti. Anche i miei amici con le idee più liberali trovavano che la politica non è una cosa da donne. Una donna non mette il proprio nome su un giornale. Un giornale non è un libro. Passa di mano in mano. Fosse stato un giornale sulla scuola, o sull'educazione...sono argomenti che anche una donna può trattare. Ma erano articoli di storia, economia, scienze sociali, che facevano ampio uso di statistiche, tutti concetti e strumenti maschili. Non si fa.
Ma io lo feci. La gazzetta italiana, stampata a Parigi, uscì per un anno, una volta alla settimana.
 
Poi fondai un giornale mensile, L'Ausonio, stampato sempre a Parigi. Ogni numero, di ottanta pagine, conteneva un articolo di politica, uno di letteratura, uno di carattere scientifico. C'era anche un elenco delle novità editoriali italiane e la cronaca degli ultimi avvenimenti. Lo stile era semplice, di taglio narrativo, ma i dati scientifici erano documentati e precisi, ricchi di informazioni statistiche e di elementi reali raccolti sul campo. Prove e dati veri, non chiacchiere.
La mia linea politica era moderata: attraverso il dialogo volevo ottenere riforme sociali giuridiche e amministrative. Era un giornale filomonarchico, perché secondo me il popolo italiano non era ancora pronto per la repubblica, che richiede una coscienza nazionale salda e formata. L'unica speranza per l'Italia era la dinastia piemontese, i Savoia.
Sull'Ausonio scrivevano i letterati più in vista: Cesare Balbo, Ruggero Bonghi, Angelo Brofferio, Massimo d'Azeglio, Niccolò Tommaseo. Misi a segno un colpo giornalistico che fece rumore. Pubblicai una lettera di Manzoni a Massimo d'Azeglio, sul romanticismo. Manzoni scriveva che la letteratura doveva proporsi l'utile per scopo, il vero per soggetto, e l'interessante per mezzo. In ogni argomento si doveva ricercare il vero storico e il vero morale, uniche sorgenti del bello. Manzoni si irritò molto quando la vide sul giornale.
Pubblicai l'Ausonio dal 1846 al 1848.
 
Nel 1848 il mondo si rivoltò, nulla fu più come prima.
Un vento di novità scosse la penisola, sull'onda dell'elezione di papa Mastai Ferretti, Pio IX, che concesse ai suoi sudditi la Costituzione. Uno dopo l'altro i regnanti italiani, spinti dalle proteste popolari, promulgarono anche loro una carta costituzionale. Il potere assoluto sembrava tramontato per sempre. Tranne che nel lombardo-veneto.
 
Ma i milanesi erano in fermento. Per colpire le finanze statali avevano smesso di fumare. I sigari, su cui gravava una forte tassa, restavano invenduti nelle botteghe dei tabaccai. Le provocazioni contro la polizia erano all'ordine del giorno. D'improvviso, tutti insieme, i milanesi giravano la fibbia del nastro che decorava il cappello, o ne alzavano la tesa in modo insolito e bizzarro, oppure lo ornavano con una piuma colorata. La polizia sospettava segnali segreti e faceva decreti che regolavano la foggia dei cappelli. E i milanesi inventavano qualche altra stranezza.
Gli studenti trascuravano le scuole. Passavano le ore del giorno negli esercizi militari e la notte, rintanati in luoghi nascosti, preparavano cartucce da fucile. Ogni cortile, ogni giardino racchiudeva casse d'armi e di munizioni, sepolte o murate. Cento volte al giorno i ragazzi mettevano a rischio la vita, o si esponevano ad inutili pericoli. Il sangue ribolliva, le provocazioni correvano.
Ero a Napoli quando giunse la notizia che Milano, il 18 marzo 1848, si era sollevata e in cinque giorni di battaglia, combattuta sulle barricate, strada per strada, aveva messo in fuga l'esercito austriaco.
Formai un battaglione di volontari napoletani, duecento giovani, presi a nolo una nave e salpai verso Genova. Non dimenticherò mai la sera della partenza. Le armi dei volontari luccicavano sul ponte, il mare era coperto di barchette accorse a salutarci. Come il bastimento levò l'ancora si alzò un grido: vi seguiremo, verremo tutti a combattere!
Le mie mani stringevano il tricolore quando entrai a Milano. Le campane suonavano, mille bandiere si agitavano, dai balconi le donne lanciavano coccarde bianche, rosse e verdi al nostro passaggio. I milanesi affollavano le strade, per respirare a cielo aperto quello spirito di libertà che quasi li soffocava. Esclamazioni, domande, un brulichio di popolo che correva incredulo della propria indipendenza conquistata col sangue, signore di se stesso, commuoveva il cuore e accendeva il desiderio. Inseguire gli oppressori, combattere, vincere, unire in una sola patria un popolo oppresso e diviso. Quei giorni tutti erano veramente fratelli, Milano era bella, libera, forte, risoluta.
Poi giunse la notizia che l'esercito piemontese, guidato dal re Carlo Alberto, si avvicinava per portare aiuto al popolo lombardo.
Fu allora che iniziarono polemiche e divisioni. Abbiamo cacciato i Croati e arrivano questi altri, diceva la gente con insofferenza parlando dei piemontesi. Le tre anime della politica milanese, monarchici-liberali, repubblicani-mazziniani, federalisti, iniziarono a disquisire, a farsi lotta, a danneggiarsi l'un l'altro. Invece di essere uniti contro l'esercito austriaco questionavano e polemizzavano.
 
Da tutta Italia giungevano battaglioni di volontari. Erano giovanissimi, lieti e spensierati. Non sapevano nulla di arte militare, portavano scarpe da passeggio e con armi antiquate inseguivano il generale Radetsky sostenuto dai suoi reggimenti e dalla sua possente artiglieria. Addio mio bella addio, l'armata se ne va, se non partissi anch'io sarebbe una viltà, cantavano i volontari toscani. E i volontari genovesi cantavano Fratelli d'Italia l'Italia s'è desta, un inno composto da Goffredo Mameli. Anche i lombardi formarono un battaglione di volontari, i bersaglieri di Luciano Manara. Manara aveva 23 anni e aveva lasciato la moglie e tre figlioletti per combattere in nome dell'Italia unita.
Anch'io avevo lasciato Maria, che aveva dieci anni. Mia figlia, nata a Parigi.
 
Il governo provvisorio diffidava dei combattenti improvvisati. Quando andai a riferire che migliaia di napoletani volevano correre in aiuto della Lombardia mi risposero: Dio ci scampi da tale esercito!
 
Mazzini, giunto a Milano, lanciava proclami sulla guerra del popolo, che ormai era vinta, e non c'era che dar piglio alle scope per ricacciare gli invasori al di là delle Alpi. Il governo provvisorio, riposando sugli allori dei cinque giorni, assisteva sogghignando agli sforzi dei piemontesi, che non riuscivano a liberare la Lombardia. I cinq giurnat divennero manifestazione di gloria municipale, da gettare in faccia ai piemontesi che lottavano sul campo di battaglia mentre i capi-popolo, seduti al caffè, aspettavano vittoria e libertà.
Io soffrivo le discordie e le divisioni. Non volevo stare né da una parte né dall'altra e volevo costituire un partito che, prendendo il meglio della parte repubblicana, rimanesse nell'alveo monarchico e volesse fare l'Italia. Usai di nuovo le pagine stampate e fondai un nuovo giornale, Il Crociato. Sul primo numero, il 18 aprile 1848, scrissi: “La nostra rivoluzione deve avere lo scopo di restaurare la dignità del popolo.”
Era un unico foglio di quattro facciate. Usciva due o tre volte alla settimana ed il suo motto era Italia Una! L'editoriale del primo numero si chiudeva con queste parole: Indipendenza, Libertà, unità, democrazia. Sul numero del 16 maggio scrivevo: L'Unità d'Italia come scopo; La monarchia come mezzo per ottenerla prima e conservarla dopo (...)la casa Savoia come strumento della Provvidenza (...) E' questa la professione di fede del Crociato.
 
Scrissi una lettera a Carlo Alberto, proponendomi come mediatrice tra le varie posizioni. Cadde nel vuoto. Il 4 agosto del 1848 Carlo Alberto, tra polemiche e sommosse di popolo, abbandonò Milano e la Lombardia. Gli austriaci ritornarono. Centomila lombardi fuggirono in Canton Ticino. Io ritornai in Francia.
 
La guerra di liberazione continuava a Venezia, i disordini serpeggiavano in Toscana e negli stati pontifici.
Pio IX, il 4 novembre 1848, fuggì a Gaeta, di notte, travestito da frate. I romani formarono un governo provvisorio ed elessero a suffragio universale l'assemblea costituente. L'assemblea mise in discussione il potere temporale dei papi, un principio che aveva più di mille anni, sancito da Carlo Magno. E non c'erano solo i mazziniani (anticlericali per definizione) a volerlo distruggere, ma anche i cattolici. Il più ascoltato paladino della fine del potere temporale fu Savino Savini, bolognese, che si appellò ai principi del cristianesimo: “Non esiste in politica e in religione fatto più mostruoso, colpevole e anticristiano di questo; come rappresentanti di un popolo cristiano, alzando il Vangelo, sentenziamo una volta per sempre che i papi non debbono sedere in sedia di re, che il loro regno non è di questa terra.”
Il 9 febbraio 1849, all'una di mattina, l'assemblea decretò la decadenza del papato e votò la repubblica come forma di governo dello stato romano. Come bandiera fu scelto il tricolore italiano.
Goffredo Mameli era a Roma. Quel giorno stesso mandò un telegramma a Mazzini, che si trovava a Firenze: Roma, Repubblica: venite! Mazzini venne il 5 di marzo. Entrò a piedi, al tramonto, da Porta del Popolo, deciso a fare di Roma la capitale d'Italia.
 
Tutto il mondo aveva gli occhi puntati sulla Repubblica Romana, giovane di forze e di entusiasmi, che sentiva contro di sé l'anatema e la scomunica papale, la minaccia della reazione, il pericolo di un intervento armato da parte di qualche potenza straniera. L'assemblea costituente lavorava giorno e notte, con l'assillo di chi sente il nemico alle porte, ma sa di lavorare per l'eternità.
I provvedimenti legislativi si susseguivano in modo frenetico. Fu abolito il tribunale del Sant'Uffizio, la tristemente famosa Inquisizione, e furono liberati i prigionieri. Tra questi c'erano due monache, colpevoli solo di essersi innamorate. Il popolo romano, che odiava lo strapotere ecclesiastico, voleva distruggere l'edificio, come i francesi, che nel 1789 avevano raso al suolo la Bastiglia. Li trattennero a stento.
Furono requisiti i beni ecclesiastici, fu modernizzato il sistema fiscale, riformato il codice civile. Fu abolita la pena di morte.
La cittadinanza era tranquilla. Non esisteva opposizione. I romani erano talmente stanchi di abusi e vessazioni del governo papale che si erano affidati serenamente al governo repubblicano. La consapevolezza di stare vivendo una straordinaria avventura, la sensazione del pericolo, il desiderio di dare al mondo un'immagine di coraggio e forza, riunì tutti i pensieri in uno solo ed assopì odi e discordie. Roma, sotto la repubblica, divenne una città ordinata, concorde in uno scopo generoso.
Vi erano gli esagitati che volevano devastare i conventi e saccheggiare le chiese. Furono tenuti a freno. Si disse loro che in caso di invasione gli arredi, i banchi e i confessionali potevano essere utili per costruire barricate, come quelle che a Milano avevano messo sotto scacco gli austriaci. Tanto bastò. Qualcuno cercava di creare allarmismo, dicendo che le statue dei santi, nelle loro nicchie, avevano alzato il capo verso il cielo con i volti rigati di lacrime. Nessuno prestava ascolto. Le funzioni religiose si svolgevano come sempre e i riti di Pasqua furono celebrati regolarmente. Anche Mazzini vi partecipò. Commentò che la gran bellezza delle funzioni religiose è il fondamento su cui si regge la religione cattolica.
 
Nel marzo 1849, nei giorni della sconfitta di Novara e dell'abdicazione di Carlo Alberto, Mazzini mi invitò a raggiungerlo a Roma. Le nostre idee politiche erano diverse, ma in quel momento difficile era necessario essere uniti. Andai.
La giovane repubblica si preparava a combattere. Pio IX aveva chiesto aiuto alle potenze europee e fu la Francia di Luigi Napoleone, allora non ancora imperatore, a raccogliere il suo grido di dolore.
La flotta francese occupò il porto di Civitavecchia e l'esercito scese su Roma. Si accamparono lungo la via Aurelia, fuori porta San Pancrazio, e misero sotto assedio la città.
 
Ero attonita, incredula. Mi sembrava impossibile che il popolo francese facesse guerra a uno stato retto da un governo democraticamente eletto, lo diceva la loro stessa Costituzione, che proibiva guerre di conquista e azioni contro la libertà dei popoli. Il papa se n'era andato di sua volontà, nessuno l'aveva minacciato, Roma era rimasta abbandonata a se stessa e attraverso elezioni democratiche si era data la repubblica come sistema di governo. La pratica religiosa era garantita, la vita scorreva senza traumi, il popolo romano viveva in pace, pago della libertà che era giunta come un dono di Dio. L'esercito francese, perché?
Dal mondo intero giunsero a difendere la Repubblica. Uomini e donne. La giornalista americana Margaret Fuller spediva articoli al di là dell'oceano e gridava a tutto il mondo che la Francia si stava ricoprendo di vergogna.
Roma sembrava Milano nei mesi della sua libertà. Moltitudine di bandiere, coccarde, sciarpe. Moltitudine di lingue e di parlate. Tante divise di soldati. La guardia nazionale. I battaglioni di carabinieri. Reggimenti di cavalleria. I volontari di Garibaldi. I bersaglieri lombardi di Luciano Manara.
Conoscevo Manara, aveva combattuto a Milano durante le cinque giornate. Sulla fibbia della sua cintura era incisa una croce sabauda. Manara e i suoi amici, Enrico Morosini e i fratelli Dandolo, erano monarchici e non lo nascondevano. Erano venuti a difendere l'Italia dagli stranieri, non a sostenere una fazione politica. I mazziniani dicevano che i bersaglieri lombardi erano un corpo militare aristocratico, loro rispondevano che consideravano questo appellativo un elogio, in bocca a rivoluzionari da caffè.
 
Il governo provvisorio organizzò la difesa. A me fu chiesto di mettere in piedi le ambulanze militari e gli ospedali della sanità pubblica. Dovevo dirigere il comitato di soccorso, insieme a Enrichetta Pisacane, Giulia Paolucci, e Margaret Fuller. Spesi in questo compito le mie energie e la mia capacità di azione. Misi alla porta monache e preti. Negli ospedali romani i malati furono affidati a medici e infermiere. Lanciai un appello alle donne romane perché mi aiutassero ad assistere i feriti e offrissero i materiali necessari per fasciature e medicazioni. Si presentarono centinaia di donne, di tutte le classi sociali, nobili e popolane. Anche qualche prostituta. Feci una drastica selezione. Ne scelsi trecento e insegnai loro le nozioni basilari.
Sapevo molto di medicina. Perché dovevo curarmi, con polveri, pasticche e sciroppi. A vent'anni avevo avuto la sifilide. Presa da mio marito. Per questo ci eravamo separati. La conoscenza che avevo dei farmaci fu utile, in ospedale, per curare febbri e infezioni.
Era la prima volta che veniva messa in piedi una struttura organizzata per l'assistenza ai feriti in combattimento, con ambulanze militari, medici, infermiere, puntando l'attenzione sull'assistenza e la cura. Florence Nightingale l'avrebbe fatto diversi anni dopo, nella guerra in Crimea, ma la prima sono stata io, a Roma.
 
Il 30 aprile del '49 le campane di Montecitorio e del Campidoglio incominciarono a suonare a stormo. Era l'allarme. I cannoni francesi tuonavano contro le mura e i bastioni, alle spalle del Gianicolo. Il generale Oudinot contava su un'insurrezione all'interno della città. Si aspettava che Roma si sollevasse contro i faziosi che la opprimevano, aprendo le braccia ai francesi liberatori. I romani invece resistettero. I giovani combatterono come leoni, la popolazione amava i soldati e li sosteneva in ogni modo, le donne curavano i feriti negli ospedali. Qualcuna, vestita da uomo, combatteva sui bastioni.
L'assalto francese fu respinto e 520 soldati furono fatti prigionieri. Molti erano feriti e furono ricoverati negli ospedali romani.
Anche le truppe borboniche combattevano contro di noi e soldati napoletani feriti giungevano nei nostri ospedali. Quando da un letto si udiva il lamento mannaggia Pio IX! era un soldato dell'esercito borbonico che imprecava contro il papa.
I feriti raccontavano le storie dei campi di battaglia. Di Garibardi e delle sue truppe che sembravano una tribù indiana. Nella loro camicia rossa, privi di ornamenti e distintivi, col capo coperto da strani berretti, a cavallo di selle americane, correvano, sbandavano, si raccoglievano, attivi, avventati, infaticabili. Ognuno si occupava personalmente del suo cavallo e, utilizzando la sella, piantava la tenda. Se non avevano viveri saltavano a nudo sul cavallo e prendevano al lazo il bestiame brado, arrostendolo lì per lì. Garibaldi, che soffriva di dolori alle ossa al punto tale che era necessario portarlo a spalle su per le scale della Cancelleria, quando era in sella diventava una furia. Raccontavano anche che a volte si vestiva da contadino e andava in perlustrazione per borghi e campagne, a piedi.
 
Le infermiere lavoravano senza risparmiarsi. Erano oggetto di maldicenze e di critiche feroci. Si diceva che girassero tra i malati in abiti scollacciati. Che la loro presenza facesse salire la temperatura e provocasse complicazioni. Che a causa loro si morisse nel peccato, privi dei conforti religiosi. Un gesuita, padre Bresciani, definì le mie infermiere “svergognate, che tenean luogo del demonio tentatore al capezzale di quegli infelici”, e di me disse che ero “sfacciata ed impudente”.
Si scomodò anche Pio IX. Con un'enciclica, la Noscitis et Nobiscum. Lamentava, testualmente, che “più d'una volta gli stessi miseri infermi già presso a morire, sprovveduti di ogni conforto della religione, furono astretti ad esalare lo spirito fra le lusinghe di sfacciata meretrice”.
La sfacciata meretrice ero io.
Risposi per le rime. Difesi a spada tratta le mie infermiere. Quando le avevo scelte non avevo i mezzi per indagare la loro condotta passata, ma avevo visto nei loro cuori. Tutte, le più morigerate come quelle dalla vita più difficile, erano state giorno e notte al capezzale dei feriti, senza ritrarsi davanti alle fatiche più estenuanti né agli spettacoli più ripugnanti, né dinnanzi al pericolo, dato che gli ospedali erano bersaglio delle truppe francesi.
 
A Parigi infuriavano le polemiche contro l'intervento militare a Roma, ma Napoleone, da poco presidente della repubblica francese, tenne duro. Davanti ai bastioni del Gianicolo iniziò una lenta guerra di posizione, con il generale Oudinot che giorno dopo giorno scavava trincee, posizionava cannoni, conquistava avamposti. I nostri si asserragliavano a Villa Savorelli, combattevano tra le vigne e gli orti, nelle strade di campagna. Quando suonava l'assalto si lanciavano in un impeto di coraggio e il nemico arretrava stupefatto di fronte agli sforzi disperati di un esercito i cui soldati morivano da eroi. Luciano Manara, a Villa Spada, cercava di resistere, tra i colpi di fucile che rimbalzavano sulle pareti, le mura che crollavano sotto le cannonate, l'aria impregnata di fumo e di polvere, i gemiti dei feriti, il pavimento insanguinato che scivolava sotto i piedi.
 
Nessuno può immaginare la realtà dolorosa di Roma durante i bombardamenti francesi. Ogni sera stringevo mani di soldati feriti, sapendo che era l'ultima volta. Le mie notti erano popolate da incubi: l'indomani, al mio risveglio, non avrei trovato vivi tanti che con voce flebile mi avevano augurato un sonno tranquillo. Al mattino, le lenzuola rovesciate sul guanciale davano il conto dei morti.
Morirono combattendo Enrico Dandolo, Luciano Manara ed Emilio Morosini e con loro tanti giovani venuti a difendere la libertà.
Goffredo Mameli fu colpito ad una gamba. Una cosa da nulla, disse il chirurgo, ed estrasse la pallottola dalla ferita, ma dimenticò di tirar fuori lo stoppaccino, che fece infezione e provocò la cancrena. Gli fu amputata la gamba. Era all'ospedale della Trinità dei pellegrini. Quando di notte la febbre non gli dava tregua gli stavo vicino e gli leggevo qualche pagina dei romanzi di Dickens.
 
Resistere ancora era solo un suicidio. Un'occupazione in armi avrebbe causato enormi danni alla popolazione civile. La città si arrese. Garibaldi radunò i soldati a piazza San Pietro e invitò chi non voleva deporre le armi a seguirlo. Prometteva fame, sete, pericoli, combattimenti. Lo seguirono in quattromila.
Il 4 luglio i francesi entrarono a Roma. La città li accolse con strade deserte e botteghe chiuse, in un silenzio spettrale. Nello stesso giorno l'assemblea costituente, riunita sul Campidoglio, promulgava la Costituzione.
Mameli agonizzava divorato dalla febbre. Morì il 6 luglio, con i francesi padroni della città.
Mazzini lasciò Roma il 13 luglio. Si imbarcò a Civitavecchia per Marsiglia, con un passaporto degli Stati Uniti d'America intestato a Roger Moore.
 
Io non volevo lasciare i miei feriti. Mi tolsero la direzione degli ospedali e costruirono nei miei confronti un vero e proprio castello accusatorio. Mi si addebitava un comportamento scandaloso; si diceva che avevo affidato i malati a donne che praticavano la prostituzione, e anche che mi ero appropriata dei fondi destinati alle ambulanze militari e alla cura dei feriti. Furto. Un'accusa infamante. Mi preparavo a difendermi quando mi giunse una notizia confidenziale. Sul tavolo di un cardinale c'era un fascicolo col mio nome. Oggetto del fascicolo era: sentimenti irreligiosi. Un sacerdote a cui, nei giorni della repubblica, avevo salvato la vita, mi consigliò di lasciare Roma. Subito.
 
Non sapevo dove andare. Era impossibile tornare a Milano, dove gli austriaci avevano spazzato via ogni fermento di libertà. In passato Parigi era stato il mio rifugio, ma dopo i bombardamenti su Roma, dopo i morti, sentivo orrore all'idea all'idea stessa di metterci piede.
Pensai di fuggire in Inghilterra, poi il pensiero di trovarmi in mezzo a tanti esuli italiani, a fare i soliti discorsi di sempre, monarchia o repubblica, stato unitario oppure confederazione, no, non potevo. Non ora. Non dopo la strage romana. E Mazzini che parlava di martiri. Londra no.
Avevo creduto nell'Italia, una, libera, indipendente. Tutta la mia passione era stata spesa per la costruzione della nazione. Le mie ragioni giravano l'Europa stampate sulla carta dei giornali. Credevo nel dialogo e nelle riforme. Ma a Roma le mie mani erano diventate rosse di sangue. Goffredo Mameli era morto tra le mie braccia, il suo ultimo sguardo smarrito si era posato su di me. Aveva vent'anni. Le mie passioni, le mie ragioni, crollavano, ed io mi sentivo persa, senza patria, senza amici, in un mondo che avevo cercato di cambiare senza riuscirci.
Pensai a Maria, mia figlia, che cresceva tra governanti e istitutrici. Era venuto il momento di occuparmi di lei e insieme di me stessa. Ricucire i brandelli della mia vita e tessere la trama della sua.
 
All'ospedale della Trinità dei Pellegrini c'era un soldato ungherese, venuto come tanti a difendere la repubblica, ferito ad una spalla da un proiettile francese. Aveva viaggiato a lungo per l'impero ottomano e raccontava di vallate coperte di boschi, pianure sterminate percorse da greggi, pastori che parlano con la luna e conoscono il linguaggio delle stelle. Tutto il nostro sapere negli occhi di un pastore che segue il corso di Orione e osserva le Pleiadi. Coltivare la terra. Raccogliere i frutti. Piantare radici. Vivere delle proprie capacità, col proprio lavoro, in una comunità in cui ciascuno coopera con gli altri. Ripensai agli anni di Lonate, le scuole, l'asilo, le lezioni di canto alle ragazze del paese. Ma non potevo tornare a Lonate.
Partii per la Turchia.
 
Acquistai una tenuta agricola. La località si chiamava Cakmakoglu, a metà strada tra Costantinopoli ed Ankara. Era una valle attraversata da un fiume, tra montagne boscose, pascoli sterminati, gole rocciose e torrenti che rimbombavano tra i massi. Ogni tanto un villaggio di pastori, case e stalle costruite intorno ad una fontana. Si raccontava di tesori nascosti nelle caverne, di gallerie scavate nella roccia, di città sotterranee dove si riunivano tribù di predoni.
Riorganizzai la fattoria, acquistai greggi, costruii nuove case per i contadini. Comprai per Maria un cavallino di Mitilene, con una sella di velluto e borchie dorate, ed una briglia di seta amaranto e fermagli d'argento. Cavalcava vestita come una bambina turca, con i pantaloni di cotone stampato fermati alla caviglia da un cordoncino, una camicia bianca lunga sui fianchi come una gonnella, un corsetto a righe gialle e rosse, stretto in vita da una fascia uguale. Sui capelli intrecciati portava un fez e un fazzoletto di mussola che sventolava come una vela. Solo un gallone dorato sul corpetto distingueva l'abito di Maria da quello della pastorella Emina.
 
Nei boschi intorno alla fattoria raccoglievo erbe medicinali. Radici. Bacche. Ne facevo polveri per abbassare la febbre, tisane e decotti per donare serenità e allontanare incubi notturni. La mie mani erano macchiate di verde e violaceo, graffiate di spine. Le donne turche venivano da me per farsi curare. Imbacuccate sotto veli e mantelli, si toglievano le cappe scure in cui erano avvolte e mostravano eczemi e irritazioni della pelle. Oppure chiedevano consigli per rimanere incinte. Alcune si liberavano degli abiti tremando. Altre rifiutavano anche di togliere il velo che le copriva sul viso.
A Parigi avevo letto racconti che descrivevano le donne turche come odalische, bajadere e danzatrici del ventre. Le avevo viste rappresentate nei dipinti come creature opulente e sensuali, pronte a rispondere ai desideri maschili. Trovavo invece persone ricche di vita e di interessi con cui confrontarmi. Io ero la donna-medico, le mie mani entravano in contatto col loro corpo, era questo il tramite reale e simbolico su cui costruire un dialogo.
Entrai negli harem. Harem di uomini ricchi, di poveri, di turchi religiosi legati alle tradizioni e di turchi progressisti occidentalizzati.
Ho conosciuto donne che mi guardavano dritte negli occhi, da pari a pari, parlando dei loro problemi. Donne che difendevano i loro ambiti di libertà con ogni mezzo. Donne di campagna che vanno ai bagni infagottate in panni e mantelli e donne di Costantinopoli che hanno smesso di coprirsi il viso. Donne povere costrette a servire e donne che disponevano liberamente di beni e denari di loro proprietà, usandoli senza chiedere il permesso al marito. Negli harem vivono delle persone, le odalische vivono nei sogni degli uomini europei.
I turchi trattano le donne con grande gentilezza, come oggetti delicati, da maneggiare dolcemente, per paura di sciuparle e per conservarne la bellezza, ma senza concedere loro né stima né fiducia. Le donne si difendono nascondendo la loro forza e mostrandosi deboli. Usano con gli uomini lusinghe e blandizie, ma non temono di ricorrere ad inganni ed intrighi.
Girando per gli harem ho conosciuto tante storie. Ne ho tratto lo spunto per scrivere, in francese, racconti di ambiente turco. Ebbero un grande successo a Parigi.
 
Poi l'incidente. Una lite in casa tra la governante inglese e un esule italiano che avevo accolto nella fattoria, finisce in tragedia. L'uomo mi sferra una coltellata sul collo. Salvo la vita ma qualche nervo resta leso. Non riuscirò più a tenere alta la testa. Il mio collo si piega in giù, devo guardare verso la terra. Mi curo da me. Controllo la ferita con uno specchio, do istruzioni su come medicarla, mi faccio praticare un salasso.
Decido di rientrare in Lombardia. I miei avvocati hanno concluso un accordo che cancella le accuse di sovversione che pendono contro di me. E' il 1855.
 
Quello che avevo sognato, l'Italia una, libera e indipendente, sembra per miracolo realizzarsi. Con i Savoia. Con l'aiuto di Napoleone III. Senza Mazzini. Con Garibaldi che sconfigge i Borboni al grido “Italia e Vittorio Emanuele!” Alla fine ha capito anche lui che per unire l'Italia serviva la monarchia! Ora vive a Caprera. mentre Mazzini continua a viaggiare per l'Europa sotto falso nome.
Nasce il Regno d'Italia, a cui si aggiunge Venezia e, il 20 settembre 1870, Roma.
 
Voglio andare a Roma. Devo vederla, adesso.
La città che ho conosciuto un tempo pigra e disincantata, abbandonata in un tramonto millenario, e poi eroica nella lotta per la libertà, la città che sotto i bombardamenti ha scritto la Costituzione Repubblicana, la Roma che ho amato e sognato, ora è capitale d'Italia.
A Milano prendo il treno. Percorro regioni un tempo divise, ora unite in un'unica nazione, e giungo fino a Roma. Fervono i lavori al Quirinale in attesa dell'arrivo di Vittorio Emanuele. Pio IX è chiuso in Vaticano.
 
La città è ridente sotto il sole. Carretti di frutta e verdura, spinti da uomini che corrono al mercato, qualche carrozza per le strade principali, un piccolo gregge di pecore che si abbevera a una fontana, le donne che riempiono le conche di rame. Incrocio un uomo ben vestito, dalla barba curata e il cappello a tuba. Sì, è lui, il chirurgo che operava all'ospedale della Trinità dei Pellegrini. Mi passa vicino senza un cenno di saluto. Forse sono troppo cambiata, non mi ha riconosciuto. Oppure si ricorda ancora le mie sfuriate, quando i medici entravano in corsia con le zimarre impolverate e operavano i malati senza nemmeno lavarsi le mani. Loro si andavano a lamentare con Mazzini del mio carattere impossibile. Mazzini parlando di me mi definiva un vero tormento. Ma io non posso dimenticare che Mameli è morto a vent'anni per la dabbenaggine di un chirurgo.
Mi incammino verso il Campidoglio. Dei bambini lanciano sassolini contro un muro, delle bambine giocano con brandelli di panno cercando di vestire una bambola di pezza. Due uomini maturi, dall'aria posata, vengono dal lato opposto della strada, discutendo tra loro. Mi guardano, mi hanno riconosciuto, alzano un sopracciglio, riprendono a parlare. Sono due avvocati, facevano parte dell'Assemblea Costituente, nelle sale della Cancelleria si inchinavano di fronte a me.
Cammino per le strade come un fantasma, senza forma e senza peso. Un'ombra venuta dal passato, un'alzata di spalle la dissolve.
Giro per Piazza Montanara. Le case sono poco più che catapecchie, ammassate tra vecchi ruderi e marmi smozzicati.
“Principessa!”
Una donna si alza dall'uscio di un'osteria e mi viene incontro tendendomi le braccia, il viso aperto in un sorriso.
“Principessa, cosa fa qui?”
Santina, infermiera a Santa Maria della Scala. Più di vent'anni fa. Giovanissima, allora. Ancora bella, oggi. Mi abbraccia e scoppia a piangere.
Le mie infermiere. Tutti criticavano, allora. Adesso in tutto il mondo civile negli ospedali il lavoro di cura del malato è compito di infermieri e infermiere.
Mi vengono incontro le immagini della mia vita.
Il salotto di Parigi.
Le scuole a Locate.
I volontari napoletani che combattono per la libertà di Milano.
I libri che ho scritto.
I giornali.
Mi accusavano di essere monarchica e amica dei Savoia. Ma per Vittorio Emanuele, re d'Italia, io non esisto.
Non esisto per nessuno.
Nello spazio della polis le donne non esistono. Lì si fa politica. Si sceglie. Ho creduto che anche le donne dovessero esserci. Parlare ed essere ascoltate. Decidere, insieme agli uomini. Ho creduto che nell'Italia libera questo sarebbe successo. Non è stato così. Per questo su di me è sceso il silenzio.
Santina mi stringe le mani, mentre le lacrime le rigano il viso.
Per lei esisto.
 
Il mio credo è una speranza: le donne avranno diritto di cittadinanza nel luogo della politica, un giorno.
Allora qualcuno volgerà uno sguardo al passato, a chi ha lottato per la libertà e la dignità, e io sarò ricordata.
 
 
 
(Rita Cavallari)
PIPERITO
post pubblicato in Cavallari, Rita, il 6 agosto 2011



Il nuovo romanzo di Rita Cavallari abbandona il terreno della memoria di matrice autobiografica per narrare la storia di un pappagallo, Piperito, strappato al suo habitat, la lussureggiante foresta brasiliana, e costretto ad adattarsi alla vita in una gabbia dorata nella nostra caotica capitale, Roma, dove è oggetto delle cure di una bambina che gli dà un nuovo nome: Violetto.
Lo sradicamento, la perdita di identità è già in questo apparentemente insignificante dettaglio, perché il parrocchetto continuerà a “gridare”: “ Io sono Piperito. Mi chiamo Piperito. Piperito. Piperito.”.
A questo destino il pappagallo non si rassegna e preferisce la libertà piena di insidie, la compagnia dei suoi simili, al cibo assicurato, fino a conseguire un inimmaginabile esito positivo dei suoi sforzi tenaci.
Come nelle favole di Fedro il mondo animale appare saggio e dignitoso, degno di rispetto, di quel rispetto che spesso neghiamo ai nostri più prossimi coinquilini del pianeta.
Con questo suo piacevole, scorrevole, accattivante romanzo breve Rita Cavallari conferma con creatività il suo impegno nell’ambito dell’ecocritica, ed induce con levità a riflettere sulle nostre azioni quotidiane, sul modo distratto con cui ci muoviamo nei luoghi, anche quelli più familiari, perché impariamo a guardarli con occhi nuovi e vigili, attenti a scoprire in essi una palpitante vita segreta.
Rita Cavallari ci sollecita anche a meditare sui nostri comportamenti nei riguardi dell’ambiente che ci circonda, spesso non percepiti come forme di egoismo e di prepotenza.
Al termine del racconto di certo nessuno sarà più lo stesso di prima.
 
 
(Adriana de Nichilo)

 

 

Rita Cavallari, Piperito, ilmiolibro.it, 2011 [ * ]

 

 

vedi quì 

"Vivo in una foresta, tra alberi altissimi, fiori variopinti, liane, muschi e rami intrecciati. Mi chiamo Piperito. Mi sveglio quando il cielo incomincia a schiarire e tra le sagome scure delle foglie si fanno largo i raggi di luce. Veramente mi sveglio un po' prima che faccia giorno, perché è ancora notte quando la foresta si riempie di squittii, pigolii, brontolii, grida. Anche se è buio tutti all'improvviso hanno qualcosa da dire, o devono chiamare qualcuno, o battibeccano tra loro. I fringuelli gialli e blu cinguettano zampettando tra i rami, gli uccellini pigliamosche fischiettano andando a caccia di moscerini, le rane gracidano tra le felci, le scimmie urlano rincorrendosi da un albero all'altro. Io non ho ancora capito se apro gli occhi per la confusione o se nel silenzio mi sveglierei lo stesso. Forse il sonno è amico della notte e vogliono stare insieme, così quando la notte sta per volar via dà una sgrullata al sonno, lo prende e lo porta con sé. Anche il mio amico Cocorimbo mi dà una sgrullata e mi butta fuori dal nido. È bellissimo il nostro nido, da fuori sembra un enorme groviglio di sterpi e rami secchi, ma dentro è rivestito di foglie e muschio, e c'è spazio per tutti, perché noi siamo una grande famiglia e ci piace vivere in una grande casa. L'abbiamo costruita noi, è il nostro nido. Insieme, io e Cocorimbo andiamo a beccare qualche seme e ci guardiamo in giro. Saltiamo qua e là, svolazzando, e nel frattempo arrivano i raggi del sole.
Anche gli altri si affacciano dal nido. Siamo tanti, tutti verdi, ma sul petto e sulla gola abbiamo le piume grigie. Anche sulla fronte le piume sono grigie, ma quando apriamo le ali si vedono le nostre bellissime penne blu, blu come quelle della coda. Io però sono diverso dagli altri. Ho una cosa in più. Una macchia viola sulla sulla schiena. Solo io ho la macchia viola, gli altri no.
 Ho fame. La foresta è piena di cose buone. Arboscelli germogliati da poco, frutta, bacche, semi. Arriva il mio amico Chirichillo svolazzando come fa quando deve dire qualcosa d'importante e vuole che tutti lo stiano a sentire.
 - I frutti dell'albero vicino al fiume sono maturi! Griok! Griok! Ci alziamo in volo tutti insieme, come una nuvola colorata, e ci precipitiamo verso il fiume. Quell'albero è già un po' che lo teniamo d'occhio, sta vicino alla distesa di felci, dove l'acqua entra in mezzo alla vegetazione e forma i laghetti dove gli uccelli dal becco lungo si fermano a riposare. Bisogna stare attenti con gli alberi, non si sa mai quando fioriscono - anche i fiori sono buoni da mangiare - e i frutti maturano all'improvviso. Dobbiamo far presto, perché se le scimmie arrivano prima di noi mangiano tutto. L'albero è carico di frutti dalla scorza verde che nasconde una polpa morbida e bianca, piena di piccoli semi. Che scorpacciata!
Andiamo a guardare il fiume, dice Chirichillo, e prende il volo. Lo seguiamo, di ramo in ramo, fino alla riva, e ci poggiamo su un albero che affonda le sue radici nel fango. L'acqua è coperta di nebbia e si mescola col cielo. Non sono mai stato dall'altra parte del fiume, ma è come da noi, uguale. L'ho sentito dire dagli uccelli col becco lungo che al tramonto, in mezzo alle erbe acquatiche, vanno a caccia di rane. Passano di qua ogni tanto, si posano sulla riva del fiume, poi ripartono. Vengono da lontano, quando nel loro paese arriva il freddo, così dicevano, questa parola, freddo. Io non so cosa vuol dire. Noi siamo uccelli migratori, dicevano. Uccelli migratori sono quelli che fanno lunghi voli, giorni e giorni, fermandosi solo per riposare e mangiare qualche rana. A noi invece non ci va di volare lontano, stiamo bene a casa nostra.
Chirichillo si ferma su un ramo che sporge sull'acqua, e noi tutti dietro, perché lui è il nostro capo. Dal fiume si avvicina una barca. Sopra ci sono degli animali che assomigliano alle scimmie. Sono uomini. Si chiamano così, uomini, e le femmine si chiamano donne. Da lontano sembrano piccoli come formiche. La barca viene verso riva, portata dalla corrente, senza far rumore, scivolando sul pelo dell'acqua. Stiamo tutti fermi, tratteniamo il respiro, siamo curiosi di vederli da vicino. La barca si accosta a riva e gli uomini scendono.
 - Sono feroci - sussurra Chirichillo. Incomincio a tremare, le mie piume si arruffano, le ali vibrano, sollevo una zampa dal ramo, sto per prendere il volo.
[...]"





Per la lettura integrale del testo di Piperito vedi quì
 
 
 
L'ALLEGRA APOCALISSE
post pubblicato in Paasilinna, Arto, il 26 maggio 2011



Scoppia una centrale nucleare a San Pietroburgo, Manhattan scompare sotto montagne di spazzatura, un terribile tsunami sommerge Parigi. È la fine del mondo, l'apocalisse.
Chi legge questo libro non può non pensare ai terribili avvenimenti del Giappone, ai rifiuti che sommergono le grandi città del mondo industrializzato e stravolgono intere zone dei paesi meno avanzati, agli equilibri spezzati che mettono a rischio la civiltà costruita nei secoli, da quando l'uomo di Neandertal costruì un cerchio di pietre intorno a un fuoco e l'uomo di Cro-Magnon stampò l'impronta della sua mano su una parete rocciosa.
Ma occhi curiosi ammiccano dal folto dei boschi finlandesi. Orsi? Cutrettole? Bambini? Un popolo di creature diverse vive in armonia con la natura, intreccia legami, inventa forme di sussistenza, crea i suoi riti e costruisce i suoi luoghi di culto.
Ho seguito col sorriso sulle labbra le vicissitudini di questa bizzarra congrega che nei boschi di Kainuu erige una cattedrale con tecniche tramandate dal medio evo, consacra un cimitero, coltiva erbe aromatiche, si ubriaca e si diverte, dandosi sue proprie regole di vita.
Il mondo intorno a loro cerca, ovviamente, di rimetterli nei ranghi, e per far questo usa gli strumenti di cui dispone, in primis quello fiscale, con cui cerca di strangolare la piccola comunità appena nata. Ma gli allegri abitanti dei boschi riescono a sfuggire alle pastoie burocratiche, ed anche all'attacco di loschi figuri che credono di potersi far gioco della loro apparente "semplicità".
L'interesse del libro, a mio parere, sta nell'ottica in cui si pone per rappresentare le vicissitudini della popolazione boschiva che si sviluppa intorno a un cimitero e a una cattedrale fatta di tronchi d'albero. Si tratta di un punto di vista che mette al centro della narrazione la relazione tra le cose, in una molteplicità di angolature che riesce a dar vita ad un mondo composito e inusuale.
Si tratta qui di un approccio di tipo ecologico alla realtà in cui viviamo.
Nata nella seconda metà dell'Ottocento, l'ecologia si è oggi letteralmente evoluta, fino a diventare la metafora di un modo di vedere, un vero e proprio paradigma culturale. Se infatti la definizione di Ernst Heinrich Haeckel nel 1866 la voleva come la «scienza comprensiva delle relazioni tra l'organismo e il suo ambiente», per la cultura contemporanea «ecologia» è, in generale, il pensiero dell'interconnessione dei fenomeni sullo sfondo di un ambiente. Questi fenomeni possono essere organismi viventi, ma anche contesti sociali, idee, forme dell'immaginario. Lo «sguardo ecologico» non isola questi elementi, ma li vede nel loro continuo rapporto reciproco, con una interazione ininterrotta.
Credo che "L'allegra apocalisse" ben rappresenti questo modo di vedere.



(Rita Cavallari)







Arto Paasilinna, L'allegra apocalisse, Iperborea, 2010 [ * ]

CRISTINA TRIVULZIO DI BELGIOJOSO
post pubblicato in Belgiojoso Trivulzio, Cristina, il 6 maggio 2011

Lettera a Cristina Trivulzio principessa di Belgiojoso

 

Ti scrivo per dirti grazie.
Non so come chiamarti. Principessa? No, preferisco Cristina, una donna con gli occhi immensi, in cui ci si può perdere, senza trovare vie d'uscita. Lo diceva Alfred De Musset, e aggiungeva che i tuoi occhi erano terrificanti come quelli di una sfinge. Tu l'avevi respinto e lui si vendicava con frasi cattive. Gli uomini sono così, non sopportano che una donna sia più intelligente di loro, che sia in grado di gestirsi da sola, che sappia scegliere ciò che vuol fare senza chiedere il loro consenso.
Quando hai fondato La gazzetta Italiana hai deciso di dirigerla tu stessa. Un giornale politico diretto da una donna! Scandaloso, semplicemente scandaloso, così commentava Terenzio Mamiani, che pure si professava tuo amico.
E a Roma, durante la Repubblica Romana? Lì hai superato te stessa, hai fatto qualcosa che mai era stata sperimentata prima: hai fondato l'assistenza infermieristica moderna, hai inventato l'organizzazione degli ospedali da campo per la cura dei feriti in guerra. A Roma, centro del potere temporale dei papi, hai osato mettere da parte monache e preti e hai affidato l'assistenza dei malati ad una struttura laica! Pio IX era livido di rabbia e i benpensanti vomitavano veleno contro di te. Sul tuo lavoro, che ha anticipato quello di Florence Nightingale, è stato calato un velo.
Il confronto tra te e la Nightingale è interessante. Lei è famosa in tutto il mondo ed in Inghilterra è una gloria nazionale!
E tu? Tu che hai in tutti i modi sostenuto le lotte risorgimentali, hai usato il tuo patrimonio per la causa italiana, hai combattuto a Milano contro gli austriaci e a Roma per gli ideali mazziniani, hai profuso la tua inventiva per la cura dei feriti, ebbene, nessuno ti ha additato ad esempio. Le strade intitolate al tuo nome si contano sulle dita di una mano. Quanto alle scuole, meglio lasciar perdere. Eppure, tu, di scuole, ne hai fondate parecchie: asili, scuole elementari, scuole agrarie, scuole femminili, tutte nei tuoi possedimenti di Lonate, per garantire ai giovani un futuro migliore.
Avevi realizzato scuole professionali perché sapevi bene che la libertà si raggiunge solo attraverso il lavoro, e quando dicevi libertà è soprattutto a quella delle donne che pensavi. È qui che si rivela la modernità del tuo pensiero, è per questo che oggi tu sei così prepotentemente attuale.
Per questo ti ringrazio, e vorrei che, a centocinquant'anni dall'Unità d'Italia, tu fossi presa ad esempio.
 
 
 
 
(Rita Cavallari)
 
 
 
 
 
 
LE NOZZE DI CADMO E ARMONIA
post pubblicato in Calasso, Roberto, il 13 aprile 2011

*

Ci sono dèi antichissimi e dimenticati. Sappiamo solo i loro nomi, elencati nelle tavolette del lineare B.
Ci sono dèi terribili e remoti, che vengono dal Caos primordiale. Sono la Terra e il Cielo, il Tempo che dà ordine al mondo, il Giorno e la Notte, Tifone che incute terrore e la mostruosa Echidna. Questi dèi, gli uomini li sentono vicini come presenze vive, ogni volta che spira un filo di brezza e una stella scintilla nel cielo. Sono dèi che nutrono e danno la vita, ma in egual modo sconvolgono, distruggono e generano paura. Le loro storie vengono prima dei miti.
Ci sono dèi che vivono sopra le nubi, invisibili, che a volte amano apparire agli uomini e mescolarsi con loro. Di questi dèi, dei loro amori, delle lotte e delle passioni che li agitarono e degli uomini e delle donne che con loro risero o piansero, di loro narra Calasso, attingendo alle narrazioni dei poeti. Molto tempo fa, esseri divini ed umani potevano sedere a tavola insieme e mangiare lo stesso cibo, perchè gli dèi partecipavano ai banchetti degli uomini e gli uomini erano invitati a quelli degli dèi. Successe per le nozze di Teti, una dea, col mortale Peleo, per quelle di Armonia, figlia di Afrodite, con Cadmo il fenicio, e nei banchetti offerti da Licaone e da Tantalo. Da questi inviti nacquero guerre, distruzioni e lutti. Ma, come dice Calasso, invitare gli dèi rovina i rapporti con loro, ma mette in moto la storia. Una vita dove gli dèi non sono invitati non vale la pena di essere vissuta. Sarà più tranquilla, ma senza storia. E si può pensare che quell'invito pericoloso sia ogni volta ordito dagli dèi stessi, che si annoiano degli uomini che non hanno storia. Ed è proprio Cadmo, l'ultimo a sedere a tavola con gli dèi, che reca in dono ai greci l'alfabeto. Nasce così la narrazione scritta, che ha consentito alle storie di uomini e dèi di giungere fino a noi.
Zeus che si infiamma d'amore per Io e la trasforma in una candida giovenca, il ratto di Europa, le metamorfosi che, con lo svolgersi del tempo, diventano rare e difficili, a confermare il carattere fatale della realtà. L'età degli eroi, con Teseo che trasforma in un vezzo umano l'abitudine divina a rapire fanciulle, Ercole che serve la regina Onfale, la piccola Erigone che si impicca e crea una macabra catena di emulazione, Dioniso e le sue multiformi avventure, e così via, in un'unica narrazione, simile ad un albero dai molti rami che stende sotto terra radici profonde. Nelle pagine del libro prendono vita i miti che, come una linfa invisibile, innervano la storia degli uomini. Calasso costruisce i suoi personaggi - perché di veri e propri personaggi si tratta, che già conosciamo per averli visti agire in altre occasioni o per averne ammirate le fattezze in innumerevoli dipinti - scavando nei testi testi antichi e ricucendo lacerti di autori distanti tra loro centinaia d'anni. L'affresco che ne esce è come un bosco: una volta entrati non troviamo facilmente l'uscita. Restiamo irretiti nel senso del divino che pervade i miti e ci chiediamo se ancora ci appartiene. In realtà vorremmo continuare ad andare sempre più a fondo, piangendo e ridendo con le storie di uomini e dèi, vorremmo guardare le stelle e saper leggere i miti nella volta del cielo. Al termine della lettura comprendiamo che queste cose non avvennero mai, ma sono sempre.



(Rita Cavallari)








Roberto Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia, Adelphi, 1991 [ * ] 






vedi quì

LA SPECULAZIONE EDILIZIA
post pubblicato in Calvino, Italo, il 14 gennaio 2011

Nel romanzo breve La speculazione edilizia Italo Calvino racconta una storia emblematica dell'Italia del boom economico. Tutto accade nella riviera ligure alla fine degli anni '50. E' una febbre che scoppia improvvisa e stravolge persone e luoghi. Anzi, più che una febbre è un'epidemia. Si demoliscono vecchie ville per costruire palazzine da affittare, si sopraelevano edifici esistenti, ogni spazio verde viene visto come occasione di speculazione immobiliare. Spariscono boschetti di bambù e araucarie secolari, scompare alla vista, pezzo a pezzo, il paesaggio: il muro, il fico, la noria, le canne, la scogliera.

Nelle cittadine in salita, a ripiani, gli edifizi nuovi facevano a chi monta sulle spalle dell'altro, e in mezzo i padroni delle case vecchie allungavano il collo nei soprelevamenti. A ***, la città di Quinto, un tempo circondata da giardini ombrosi d'eucalipti e magnolie dove tra siepe e siepe vecchi colonnelli inglesi e anziane miss si prestavano edizioni Tauchnitz e annaffiatoi, ora le scavatrici ribaltavano il terreno fatto morbido dalle foglie marcite o granuloso dalle ghiaie dei vialetti, e il piccone diroccava le villette a due piani, e la scure abbatteva in uno scroscio cartaceo i ventagli delle palme Washingtonia, dal cielo dove si sarebbero affacciate le future soleggiate-tricamere-servizi.

Quinto, il protagonista della storia, si lascia coinvolgere dall'ansia che pare aver contagiato tutti, vuole anche lui partecipare alla frenesia che sta cambiando il volto della città e si lancia a testa bassa nell'avventura. Il pretesto è la necessità di denaro per pagare le tasse. Così Quinto decide di darsi agli affari, utilizzando in modo spregiudicato il giardino che circonda la villa di famiglia, abitata dalla vecchia madre ormai sola.
Ed è nelle vicende del giardino, nelle parole che Calvino usa per descriverne gli stravolgimenti e la distruzione, che diviene palese lo scempio a cui sono state sottoposte le coste della Riviera.
Anna Re, nel libro Americana verde, osserva che i media illustrano con insistenza la crisi ambientale che stiamo vivendo, parlandone in termini globali. Da tale prospettiva non si riesce a provocare un coinvolgimento e si genera spesso solo ansia astratta. E' solo riducendo il campo di azione e occupandoci di chi ci è vicino, di ciò che amiamo, che comprendiamo quanto sia prossimo alla nostra quotidianità ciò che sta accadendo intorno a noi. E' questa l'operazione che Calvino porta avanti, descrivendo nei particolari ciò che succede del giardino, o meglio, di quella parte del giardino su cui Quinto ha deciso di costruire una palazzina.

Era questo terreno "della vaseria" un appezzamento un tempo coltivato ad orto, annesso alla parte più bassa del giardino, dov'era appunto una casetta, un vecchio pollaio, adibito poi a deposito di vasi, terriccio, attrezzi e insetticidi. (...) Quest'orto, la madre (...) era andata invadendolo delle sue piante da giardino, facendone una specie di luogo di smistamento, di vivaio, e aveva adattato l'ex pollaio a vaseria. Così il terreno aveva rivelato doti d'umidità e d'esposizione specialmente raccomandabili per certe piante rare, che accolte là provvisoriamente vi s'erano poi stabilite; e aveva ora un suo disarmonico aspetto, tra agricolo, scientifico e prezioso, e là più che in ogni altro luogo aiolato e inghiaiato del giardino alla madre piaceva sostare.

Il vecchio orto lasciato a sé stesso fa pensare alle riflessioni di Thoreau sulle trasformazioni della natura, ove c'è posto sia per la clematide selvaggia che per il cavolo. E' diventato un luogo spontaneo, dall'aspetto disordinato e bizzarro, regolato da una misteriosa armonia, ed esercita per questo un fascino a cui è difficile sottrarsi, per un amante di piante e fiori. Infatti è proprio la “vaseria” l'angolo di giardino che la madre predilige.
Quinto si mette in società con un ambiguo costruttore giunto in città da un paesetto dall'entroterra, che costruirà la palazzina e cederà una parte dell'immobile ai proprietari del terreno a titolo di pagamento. Gli appartamenti si affitteranno alle famiglie che verranno in villeggiatura per godere il mare, garantendo un reddito. Per sfruttare fino in fondo l'impresa, Quinto decide di ampliare la nuova costruzione utilizzando anche la “fascia dei miosotis”, un tratto di giardino immediatamente sovrastante il terreno della “vaseria”, così chiamato perché aveva al centro un'aiola di nontiscordardimè.
Prima della firma del contratto si fa un sopralluogo sul terreno.

...fiori e foglie sotto il sole prendevano un aspetto di rigoglio gioioso, sia le piante che le erbacce; a Quinto sembrava di non essersi mai accorto che una vita così fitta e varia lussureggiasse in quelle quattro spanne di terra, e adesso, a pensare che lì doveva morire tutto, crescere un castello di pilastri e mattoni, prese una tristezza, un amore fin per le borragini e le ortiche, che era quasi un pentimento.

Ma Quinto non torna indietro. L'affare si conclude e iniziano i lavori. Con lo scavo.

Il luogo cambiava aspetto e colore. La terra più profonda veniva alla luce, d'un bruno carico, con un forte umido odore. Il verde vegetale del soprassuolo spariva nei cumuli al rimbocco delle fosse sotto palate di terra soffice e zolle restie allo sfarsi. Alle pareti dello scasso affioravano nodi di radici morte, chiocciole, lombrichi. La madre, dal giardino, tra le piante fitte, i fiori che lasciava afflosciarsi sugli steli senza coglierli, gli arbusti alti, i rami delle mimose, allungava lo sguardo a spiare ogni giorno l'affossare del terreno perduto, poi si ritirava nel suo verde.

La terra è colpita, violata, ferita. La madre soffre e si rinchiude in se stessa. Vede la nuova costruzione avvolta nei ponteggi e cerca di viverla come un fastidio momentaneo.

Avvolta nel castello delle impalcature, come un mucchio confuso d'assi, corde, secchi, setacci, mattoni, impasti di sabbia e calce, la casa cresceva nell'autunno. Già sul giardino si abbatteva la sua ala d'ombra; il cielo alle finestre della villa era murato.Ma sembrava ancora una cosa provvisoria, un ingombro, che poi si toglie come s'è tirato su; e così cercava di considerarlo la madre, appuntando la sua scontentezza contro questi aspetti transitori, come oggetti che cadevano dalle impalcature sulle aiole, disordine di travi sulla strada, ed evitando di considerare la casa come casa, come qualcosa che sarebbe stata per sempre piantata lì sotto i suoi occhi.

La costruzione va avanti, sempre più oppressiva, fino alla copertura.

La madre era in giardino. I caprifogli odoravano. I nasturzi erano una macchia di colore fin troppo vivo. Se non alzava gli occhi in su, dove da tutte le parti s'affacciavano le finestre dei casamenti, il giardino era sempre il giardino (...) Una lumaca saliva per un'aguzza foglia di iris: la staccò, la buttò per terra. Uno scoppio di voce le fece alzare il capo: lassù in cima alla costruzione stavano dando il bitume alla terrazza. La madre pensò che era più bello quando facevano le case coi tetti di tegole, e quand'era finito il tetto ci mettevano sopra la bandiera.

Quinto è in casa, a fare e rifare i conti dell'investimento immobiliare. Il sole sparisce presto dietro la nuova costruzione e
tra le stecche delle persiane la luce che batteva sull'argenteria del buffet era sempre meno, era adesso solo quella che passava tra le stecche più alte e si spegneva a poco a poco, sulle curve lustre dei vassoi, delle teiere...

Con il sole che si spegne si conclude la storia. L'argenteria non scintilla più. Lo sguardo fa fatica a trovare il cielo e gli occhi sono in ombra. Dalla villa non si vedono più i tetti della città nuova e i bassi quartieri della marina e del porto, nè il versante della collina con orti, uliveti e campi di garofani scintillanti di serre. Solo un sovrapporsi geometrico di parallelepipedi e poliedri, spigoli e lati di case, muri ciechi per servitù contigue con solo i finestrini smerigliati dei gabinetti uno sopra l'altro. Tutta la Riviera è così. L' atavico senso morale della gente di mare, fatto di sobrietà e ruvidezza ed understatement, è smarrito per sempre. La terra è stata stuprata e il cielo si è nascosto. Il legame tra gli uomini e il territorio va in pezzi. La Riviera è invasa da una folla civile, realizzatrice, adultera, soddisfatta, cordiale, filistea, familiare, bemportante, ingurgitante gelati, tutti in calzoncini e maglietta (...) un fiume pingue e superficiale sull'accidentata realtà italiana. Sono i nuovi ricchi delle metropoli del Nord, che si appropriano di un ambiente che ha perduto la sua anima.
La Riviera è oggi completamente cementificata. Solo in brevi tratti, rigidamente vincolati, si respira ancora lo spirito del luogo.



(Rita Cavallari)






Italo Calvino, La speculazione edilizia, Mondadori, 1994 [ * ]

IL CIOCCO
post pubblicato in Pascoli, Giovanni, il 27 novembre 2010



Sullo schermo del mio computer è aperto Google Earth. La terra, la nostra casa. Con un colpo di mouse posso avvicinarmi, il mondo mi viene incontro e si rivela. Mi tuffo in un territorio che conosco bene, la città in cui vivo, una strada, casa mia. Giro gli occhi e guardo fuori dalla finestra il grande cedro che fa ombra sul terrazzo: è lo stesso albero che compare sul computer, proprio lui, il mio. Mi allontano, il cedro scompare in un reticolo di strade, poi in una distesa verde. Tutto si raggruma, in un attimo mi ritrovo nella stratosfera. Sono su un'astronave e guardo la terra che rimpicciolisce. Navigo nell'universo, compaiono altri mondi, soli stelle. Gli astri si uniscono in immagini fantastiche, animali, mostri, figure umane. Compaiono dei nomi: orsa, leone, ariete, corona, lira.
Quattro stelle a forma di trapezio formano la costellazione del corvo. Anche sul ramo di cedro fuori dalla finestra c'è un un uccello dalle piume nere, simile a un corvo. In realtà è una taccola, perché le piume della nuca sono grigie e le ali hanno riflessi blu. A volte la sorprendo a raspare nei vasi dei gerani in cerca di vermi, ma quando si sente osservata vola via gracchiando. Si posa su un ramo secco e riprende la caccia tra il legno e la corteccia. Col becco robusto fruga nelle giunture spezzate, dove la fibra legnosa si disfa e incomincia a marcire. In quei punti l'albero è abitato da un brulicare di piccole creature. Sono coleotteri, formiche, termiti, e anche microscopici insetti ciechi, primitive forme di vita nascoste nell'umida oscurità.
E' quello che Pascoli, nella poesia Il ciocco, chiama il “popolo infinito”.
Una vecchia quercia viene scalzata e divelta, e resta abbandonata al sole e alla pioggia, morta.
“.............. Ma la secca scorza
all'acqua e al sole rifiorì di muschi;
e un'altra vita brulicò nel legno
che intarmoliva: un popolo infinito
che ben sapeva l'ordine e la legge,
v'impresse i solchi di città ben fatte
.
........”
Il popolo infinito vive in armonia con il divenire delle cose e segue i ritmi della natura: costruisce nuove case, accumula scorte alimentari, alleva i piccoli, porta via gli individui che sono morti.
Poi arriva l'uomo con accetta, sega e cunei d'acciaio. Riduce in pezzi il grande tronco e accatasta i pezzi di legno. Il popolo infinito viene decimato. Il suo territorio è distrutto, ma una tribù sopravvive in un ciocco riposto in legnaia.
La vita della comunità operosa continua sempre uguale, il tempo scorre volgendo i lor mille anni in un anno, nulla è cambiato per il popolo infinito. Non sanno di aver vissuto un tempo congiunti al tutto della gran quercia sotto un cielo azzurro. Il loro ambiente, che odora di muffa e di umido, sopravvive nella legnaia, tra il grave gracilar delle galline e il sottile stridìo dei pipistrelli.
Così passava la lor cauta vita
nell'odoroso tarmolo del ciocco:
e chi faceva nuove case ai nuovi,
e chi per tempo rimettea la roba,
e chi dentro allevava i dolci figli,
e chi portava i cari morti fuori
.
Ma arriva il giorno della catastrofe: il ciocco viene portato nel camino e brucia, circondato da uomini che bevono vino, donne che filano, bambini.
Il popolo infinito muore tra le fiamme. Qualcuno, inutilmente, cerca di fuggire. Gli uomini osservano il brulichio convulso e commentano.
“Gli insetti” dice il fabbro “hanno ferri e attrezzi: saracchi, succhielli, raspe e tenaglie. Come chi ripara botti, o aggiusta ombrelli, o sistema serrature rotte.”
“Sono capaci di trasportare grossi carichi” dice il carriolante “girano intorno ai pesi, studiano come spostarli, se hanno bisogno chiamano aiuto.”
“Coltivano i campi” dice il vangatore “arano, seminano, tolgono l'erba cattiva, trebbiano, conservano il raccolto.”
“Allevano bestie” dice il pastore “ animali piccoli e verdi, che danno latte.”
“Hanno contadini come da noi” dice il il capo, un uomo ricco che ha girato il mondo “ma i loro contadini non vivono comodi come i mezzadri. Sono schiavi e devono solo ubbidire. E chi comanda non lavora.”
“I loro figli sono fasciati in un bozzolino” dice la donna che annoda il filo a una cocca del fuso “li curano e li nutrono portandoli in collo, fino a quando vanno da soli.”
Così parlando, essi bevean l'arzillo
vino, dell'anno. E mille madri in fuga
correan pei muschi della scorza arsita,
coi figli, e c'era d'ogni intorno il fuoco
;
I mostri che bevono e le gigantesse che filano assistono impassibili allo sterminio del popolo infinito.
In ultimo parla lo zio Meo.
“Le formiche hanno portato via dal mio campo tutti i chicchi dell'erba lupina. Non hanno lasciato neanche un seme.”
Sono solo ladri, dice zio Meo, e vivono sfruttando il lavoro degli altri.
Quando il ciocco è consumato e il vino è stato bevuto, il poeta si allontana nella notte. Lo zio Meo è con lui.
Non c'era un lume. Ma brillava il cielo
d'un infinito riscintillamento
.
Il poeta guarda il cielo. Stelle, astri, mondi lontani. La terra che gira e rotola spinta dalle forze gravitazionali. Squame di draghi, fruste di aurighi, gemme di corone e corde di lire dorate. Ad ogni passo del viandante la terra percorre trenta miglia sulla sua orbita. I corpi celesti vanno intorno al sole, che si muove verso l'ignoto e incrocia mondi infranti, stelle accese solo per un attimo, astri divelti, nuvole di fuoco. I pianeti sono come falene, zanzare e moscerini che si addensano intorno a una lanterna che oscilla nella mano di un bimbo, e il bimbo, invisibile nel buio, vaga in cerca di una moneta perduta.
Verrà un giorno in cui i mondi serreranno in sé ogni atomo di vita e il Tutto si confonderà nel Nulla, come il bronzo nel cavo della forma.
Forse la Terra sarà colpita da una vagabonda mole e divamperà come una meteora rossa, scomparirà la vita e, insieme alla vita, scomparirà la morte, come arde e scompare la carta scritta con le sue parole. Stelle spente, mondi fossili, Soli fermi per sempre ed in eterno soli. La descrizione della catastrofe cosmica ricorda l'Apocalisse. La terra è distrutta. E' la morte?
Allo stesso modo in cui la quercia divelta non muore, ma diventa la casa di un popolo infinito, la Terra colpita e riarsa vedrà nascere nuove forme di vita. Qualcuno, forse una creatura proveniente da altri mondi, si aggirerà alla ricerca dei misteri del passato e troverà la traccia ignita dell'uman pensiero. E' questa la speranza del poeta, potrà chiudere gli occhi in pace se dopo di lui non sarà il silenzio, se nella sua casa, nel suo dolce mondo, qualcuno vivrà ancora. Come un bambino che riesce ad addormentarsi solo se gli giunge all'orecchio il rumore attutito della casa e se una flebile luce filtra sotto la sua porta.

Questa poesia di Pascoli è complessa e suggestiva.
La quercia divelta è la casa di una comunità articolata, il popolo infinito che ben sapeva l'ordine e la legge. E' una vita plurale, densa di attività, legata al contesto da leggi biologiche che ne ordinano tempi e modi.
Anche la comunità degli uomini è strettamente connessa al territorio in cui vive, da cui trae gli elementi per la sua sopravvivenza. C'è Biondo, che fa il fabbro e utilizza l'acqua del fiume Corsonna per muovere il maglio; Topo, che trasporta carbone in montagna su muli sellati con robuste bardelle; Menno, che con la vanga dissoda i terreni, scassa, pareggia, poi semina, toglie loglio e gramigna, miete, lega, scuote, ventola, spula; Bosco, il pastore che mena le greggi sull'Alpe; e poi la China, madre di otto figli, abile al fuso.
Fabbro, pastore, contadino, carbonaio, filatrice: mestieri antichi che sono il segno di un rapporto armonico e fruttuoso con l'ambiente. Per descriverli Pascoli usa parole che spesso risultano incomprensibili. Capparone, vinciglio, metato, tiglia, guaime, vizzati, strino, schiampa, pensiere: parole in disuso che indicano oggetti, attività, valori che non siamo più in grado di decifrare.
Il contesto di riferimento è la località di Barga, nella campagna pistoiese, abitata da un mondo contadino che fa del radicamento sul territorio la sua ragione di vita. Il territorio costituisce uno spazio ben conosciuto, misurato in termini di giorni di aratura, colture, legna da raccogliere, acque che scorrono. E' uno spazio che diventa luogo, dominato da una reciproca permeabilità tra attività umana e processi naturali. Biondo, Topo, Menno, la China, abitano un luogo di cui conoscono le regole. Ne assecondano le leggi perché è il loro ambiente. La presenza umana si costituisce come parte integrante della natura.
Eppure c'è la vicenda del piccolo popolo infinito che carica d'inquietudine questo mirabile equilibrio tra le persone e la loro casa. Biondo, Topo, Menno, la China, non riconoscono gli abitanti del ciocco come parte del loro ambiente. Il loro destino non ha rilievo, la loro morte non ha storia. Rappresentano un popolo diverso, per molti versi ostile, pur se le loro leggi rispecchiano quelle degli umani.
L' attività del piccolo popolo è solo una curiosità, una bizzarria. Sono parassiti.
Ma il poeta sa che sotto il cielo stellato la comunità degli uomini che la sera si riuniscono intorno al fuoco e quella del popolo infinito che vive nella buia umidità del ciocco muschioso hanno lo stesso valore, perché la Terra è per tutte le specie viventi una casa comune. Un disastro ambientale potrebbe renderla per tutti inospitale, ostile, nemica.

Anche lo zio Meo guarda il cielo.
Stellato fisso: domattina piove, dice, pensando al campo appena arato, al bel tempo nei giorni di San Martino, a quanto la pioggia gioverà al grano. E aspettando il temporale che verrà, va a riposare sereno sui sacconi di foglie di granturco.



(Rita Cavallari)






Giovanni Pascoli, Canti di Castelvecchio (Il ciocco), Rusconi, 2004 [ * ] [ * ] [ * ]

I TRADITORI
post pubblicato in De Cataldo, Giancarlo, il 8 novembre 2010

Il "canone risorgimentale", cioè quel complesso di opere che più contribuirono, nell'esperienza dei patrioti, a fondare l'idea di nazione italiana (romanzi, poesie, drammi teatrali, saggi, musica, pittura, scultura) costituisce un insieme organico che anticipa, accoglie e sviluppa il tema dell'Unità d'Italia. Nelle opere letterarie più famose (i romanzi Ettore Fieramosca [ * ], L'assedio di Firenze [ * ], Niccolò dei Lapi [ * ], le tragedie Adelchi [  * ] e Il conte di Carmagnola [ * ], le ballate del Berchet [ * ]), i traditori hanno un ruolo narrativo cruciale: sono gli attori che muovono l'azione, che introducono momenti di suspense, che fanno precipitare le storie verso il loro finale, per lo più tragico. I traditori sono italiani, accomunati da un cinismo senza fine e da una fragilità morale che fa da impressionante contrasto con lo spessore etico degli eroi. Possono agire per ambizione, come Troilo degli Ardinghelli (Niccolò dei Lapi), per sete di potere, come Malatesta Baglioni (Assedio di Firenze e Niccolò dei Lapi) o Cesare Borgia (Ettore Fieramosca), o per denaro, o per desiderio di vendetta. Più pericolosi degli stessi stranieri, i traditori sono la causa della disfatta della comunità nazionale nella lotta, ed insieme sono la causa della morte dell'eroe (cfr. Alberto M. Banti, La nazione del Risorgimento, Einaudi 2006 [ * ]).
Nel libro di De Cataldo i traditori sono coloro che creano l'Italia unita, in sintonia con una visione del Risorgimento che, dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, tende a mettere in ombra quegli aspetti eroici che, nel canone, rappresentavano esempio e guida e a sottolineare invece gli elementi di ambiguità.
Un aristocratico che diventa spia per sfuggire alla morte, un altro che ha come obiettivo l'arricchimento personale, ufficiali che fanno il doppio gioco, camorristi che si trasformano in guardie civiche, politici corrotti, questi i personaggi che, nel libro di De Cataldo, fanno l'Italia.
"Il tradimento è cosa vile, ma se immaginaste, amico mio, quanto può rivelarsi utile in certe occasioni...". Queste sono le parole di Mazzini a Terra di Nessuno, il guerriero sardo dalla morale sicura e dalla coscienza cristallina. E Terra di Nessuno "capì che ciò che lo attendeva, nel futuro, era un'interminabile teoria di ombre qua e là accese da sporadiche isole di luminosità".
La cifra del libro è l'ambiguità; Mazzini, l'uomo che fa dell'unità d'Italia il centro della lotta politica, la utilizza per i suoi scopi. Banditi e tagliagole sono arruolati nelle file dei rivoluzionari. Mazzini ne è informato e formalmente disapprova. Ma se la lotta avrà successo i delinquenti diventeranno patrioti. In caso contrario la colpa del fallimento sarà loro e di chi li ha reclutati, colpevole di aver inquinato la purezza rivoluzionaria con un'insana commistione.
Questa è la politica, che non è fatta per le anime belle, per chi si pone scrupoli di coscienza, per chi assume come guida i principi morali.
Il vero motore dello Stato moderno è l'attività di raccolta delle informazioni, dice l'ufficiale piemontese mentre ordisce le sue trame. Chi la controlla controlla lo Stato. Cavour l'ha capito ed agisce di conseguenza, forse è questo il motivo che porterà i Savoia a unificare l'Italia con un processo di annessione al Piemonte di stati prima sottoposti al dominio di dinastie straniere.
Il libro di De Cataldo è un grande affresco che presenta decine di figure, anzi, meglio, è come un ciclo di affreschi in ambienti diversi (Roma, Milano, Venezia, i boschi delle Calabrie, Palermo, ma anche Londra Parigi e la Transilvania). Ciò che lega i personaggi tra loro è il tradimento. Ma questo non impedisce alla Storia di andare avanti e agli ideali risorgimentali di realizzarsi. L'unità d'Italia tra vittorie, sconfitte, inganni e doppi giochi alla fine si fa. Non è l'Italia che voleva Mazzini, una repubblica fondata sul senso del dovere e sul sacrificio, e neanche quella perseguita da Cavour, che si sarebbe fermato volentieri ai confini dello Stato della Chiesa senza toccare il Regno delle due Sicilie, ma è la creazione di uno stato nazionale che risponde alle aspirazioni di intellettuali, borghesi, e di una parte della nobiltà.
La costruzione di uno stato nazionale non è una cena di gala. Forse per la fondazione di qualsiasi altra nazione potrebbe darsi una rappresentazione basata su inganni e tradimenti, simile a questa che De Cataldo ci suggerisce per il Risorgimento,
I traditori mi ha ricordato alcuni libri di Alessandro Dumas, ad esempio La Sanfelice [ * ]. C'è la stessa freschezza di rappresentazione, vivezza nella descrizione dei personaggi, scorrevolezza nei dialoghi.
Un elemento importante del libro è la rappresentazione della dimensione internazionale del Risorgimento, che vide l'intervento delle principali potenze europee ed anche la presenza nei luoghi dei combattimenti di intellettuali, artisti, poeti da tutto il mondo.
I traditori è anche la storia di una lotta tra padri e figli, giovani e vecchi, reazione e liberalesimo. Mazzini puntò sui giovani e mise il limite massimo di 40 anni per potersi iscrivere alla Giovine Italia. Ebbe ragione. I giovani si ribellarono e presero in mano il loro destino. Come poterono. Per non soccombere si piegarono a tutti i compromessi, e alla fine vinsero.
« Pur gli uomini hanno essi fatto questo mondo di nazioni...ma egli è questo mondo, senza dubbio, uscito da una mente spesso diversa ed alle volte tutta contraria e sempre superiore ad essi fini particolari ch'essi uomini si avevan proposti » (Giambattista Vico, Scienza Nuova, Conclusione) [ * ].

 

(Rita Cavallari)

 

 

 

Giancarlo De Cataldo, I traditori, Einaudi, 2010 [ * ]   

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