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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
CAMPO DEI FIORI
post pubblicato in Bucciantini, Massimo, il 29 aprile 2016
 

Il libro è un saggio storico, che racconta, con dovizia di particolari, come nacque e si sviluppò l’idea di erigere un monumento al filosofo di Nola, proprio nel luogo ove egli fu messo al rogo come eretico dal Sant’Uffizio.
Un saggio molto ben documentato (consta di 46 pagine di note, più che altro citazioni di documenti, e 15 pagine di riferimenti bibliografici), in cui la storia è riportata in forma di cronaca, da un autore estremamente attento a tutti gli sviluppi che la vicenda ha avuto negli anni. Si parte dal 1865, a Napoli, per arrivare ai nostri giorni. Per chi volesse studiare le vicende di fine Ottocento, il libro è – a mio avviso – un ottimo punto di partenza.
La storia di questo monumento si lega a filo triplo con la storia del movimento anticlericale, preesistente ai fatti che portarono alla costruzione del monumento, in riconoscimento del valore di filosofo attribuito al frate di Nola. Movimento fortemente contrastato dalla curia romana e dal papato dell’epoca, ma che nulla poté opporre al fatto che – nella seconda e decisiva fase – il movimento pro-Bruno potesse avere un potente sostenitore in Crispi, all’epoca capo del governo.
Chi scrive non è un grande amante della storia, ma – un po’ per la novità della vicenda, che dubito sia presente in molti libri di storia per i licei, un po’ per la semplicità e la chiarezza con cui l’autore racconta queste vicende – ha trovato interessante e per nulla faticosa la lettura di questo saggio. Al netto delle premesse (ventiquattro pagine), il testo è di 313 pagine, piuttosto fitte: alcuni capitoli sono alleggeriti dalle illustrazioni (35 in totale).
Il tentativo di erigere questo monumento ebbe una prima tornata con una raccolta di fondi promossa da un gruppo di studenti della Università La Sapienza: questo primo tentativo, pur con il successo della raccolta, non andò a buon fine. Questo primo movimento fu quello dei cosiddetti “ragazzi del ‘76”, ed era capeggiato da due studenti, Adriano Colocci e Alfredo Comandini. Entrambi erano ferventi ammiratori del loro professore, Antonio Labriola. Durante questa fase furono eretti al Pincio 30 busti di italiani illustri, tra i quali figurò anche Giordano Bruno. Dopo questa iniziativa, Labriola e altri, tra i quali Pietro Cossa, Luigi Castellazzo e Raffaello Giovagnoli, scrittori abbastanza noti a quei tempi, portarono avanti il tentativo. Ad essi dette man forte un ebreo francese, Armand Levy. E l’iniziativa cominciò ad essere appoggiata dalla loggia massonica.
Purtroppo per i “Bruniani”, l’iniziativa ventilata del monumento ebbe tra gli oppositori proprio il Comune di Roma. Per ragioni di brevità, non entro nel merito di come l’iniziativa, che aveva prodotto una sottoscrizione internazionale pro-monumento, la si dovette abbandonare. Così, dopo questa prima vicenda che occupò circa quindici anni, si giunse alla costituzione di un secondo comitato, che – con alterne vicende – cominciò ad operare nel 1884. La ripresa delle iniziative fu promossa da uno studente bolognese, Giuseppe Vernazzi, che promosse assemblee studentesche e riaprì la sottoscrizione per il monumento. Ci vollero quattro anni di intensa attività e raccolta di nuovi fondi per raggiungere l’obbiettivo di affidare la costruzione della statua bronzea allo scultore Ettore Ferrari.
Considero il saggio di interesse non solo storico, ma anche etico e politico a un tempo: gli studenti, poi il comitato promotore, videro nel monumento a Giordano Bruno un incentivo alla libertà di pensiero e di espressione. E – una volta che Francesco Crispi fu eletto a capo del governo, e che “sponsorizzò” (come si direbbe oggi) l’iniziativa, sia la sottoscrizione che le adesioni formali fecero in modo che il 9 giugno 1889 la statua fosse inaugurata, al posto in cui figura oggi, in Campo dei Fiori. Decisiva fu – contro le opposizioni – la vittoria alle elezioni politiche del partito di Crispi.
Mi fermo qui: se quanto ho accennato interessa chi legge, lo invito a leggere il saggio. Sicuramente concorderà con me circa l’interesse che queste vicende suscitano in chi – non immedesimato nella vita dell’epoca – difficilmente potrà trovare traccia di questa vicenda nei documenti ufficiali. Il rispetto delle autorità politiche – comunali e nazionali – per l’istituzione ecclesiastica non poteva incoraggiare una iniziativa che comunque era diretta contro il clero e il clericalismo allora imperante.
Considero il saggio di interesse non solo storico, ma anche etico e politico a un tempo: gli studenti, poi il comitato promotore, videro nel monumento a Giordano Bruno un incentivo alla libertà di pensiero e di espressione. E – una volta che Francesco Crispi fu eletto a capo del governo, e che “sponsorizzò” (come si direbbe oggi) l’iniziativa – sia la sottoscrizione che le adesioni formali permisero che il 9 giugno 1889 la statua fosse inaugurata, al posto in cui figura oggi in Campo dei Fiori. Decisiva fu – contro le opposizioni – la vittoria alle elezioni politiche del partito di Crispi.
La storia della costruzione del monumento è ricca di particolari: nel basamento figurano otto medaglioni, con personaggi di spicco come Galilei, Campanella e altri “eretici”, tra cui Huss, altro filosofo che finì sul rogo. Anche qui, smetto di sottolineare particolari, perché solo la lettura del libro consente di avere una visione di assieme delle vicende.
Vicende che l’autore continua a descrivere anche dopo l’erezione del monumento. La curia e il Papato non restarono indifferenti al monumento e cercarono in ogni modo di farlo abbattere. Per fortuna senza riuscirvi. L’autore arriva così a raccontare tutte le storie, fino al papato di Karol Wojtyla, primo papa che ammise la possibilità che la Chiesa avesse sbagliato nei confronti di Galileo e non solo.
L’opera di Bacciantini – che insegna storia della scienza all’Università di Siena – costituisce a mio parere un ottimo esempio di come narrare la storia di un episodio consenta di immaginare e addirittura osservare i costumi esistenziali di un’epoca.



(Lavinio Ricciardi)








Massimo Bucciantini, Campo dei Fiori, Einaudi, 2015 [ * ]
GLI ANNI AL CONTRARIO
post pubblicato in Terranova, Nadia, il 31 marzo 2016

Un libro strano per i lettori anziani (come me). Una storia tipica dei nostri tempi, allo stesso tempo attuale e piena di incognite, soprattutto da parte del protagonista, Giovanni.
La Terranova è al suo primo romanzo, e – a giudicare dalla buona impostazione della storia – è molto attenta a soddisfare le aspettative dei lettori di ogni età.
Il romanzo racconta la storia di un ragazzo e una ragazza, che inizialmente non si conoscono, partendo dalla loro infanzia, e via via proseguendo fino agli studi universitari, che li fanno incontrare e li portano a decidere di sposarsi.
Tutto parrebbe progredire a dovere, quando il protagonista, Giovanni, comincia a far uso di droghe. La cosa avviene casualmente, ma – purtroppo per lui – prosegue al punto che, d’accordo con i genitori, decide di entrare in comunità per disintossicarsi.
Qui mi fermo nella narrazione. Aggiungo soltanto che – nel frattempo – Giovanni e Aurora hanno messo al mondo una bambina, Mara.
La vicenda raccontata è un po’ l’immagine della vita che permeava il nostro paese negli anni ’70: anni “al contrario” per come erano vissuti dai loro protagonisti. Un’immagine abbastanza veritiera nel modo in cui la Terranova ci porta con se nel procedere della storia di Giovanni e Aurora. Ci sono tutti gli elementi che caratterizzavano quegli anni: la precarietà delle scelte, spesso “di maniera” e senza solidità alle spalle, la vita di tutti i giorni, strana e spesso contraddittoria e via dicendo.
La vita di Giovanni, che neppure la comunità riesce ad allontanare completamente dalla droga, subisce grosse modifiche. Dal suo affetto per Mara, molto ricambiato, perché il papà non è visto tanto spesso come la mamma, si passa alla vita da divorziato, visto che Aurora decide di non volerlo più accanto.
Ed è Mara a far sopravvivere il rapporto familiare col padre. Questo è il fatto importante che caratterizza la vita di Giovanni da separato. Il linguaggio che l’autrice adopera è efficace e allo stesso tempo semplice e scarno. Come opera prima non c’è male davvero. La lettura del libro è piacevole e mai alcuna vicenda viene presentata con l’intenzione di turbare il lettore. La Terranova è un’ottima cronista della sua storia.
C’è una sorpresa finale che riguarda l’io narrante. Non dico altro, ma certo questo piccolo artificio rende ancor più fruibile il libro rispetto al semplice racconto dei fatti. Pur non considerandolo eccezionale, lo consiglio nella lettura a tutti.




(Lavinio Ricciardi)








Nadia Terranova, Gli anni al contrario, Einaudi, 2015 [ * ]

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L'ULTIMO ARRIVATO
post pubblicato in Balzano, Marco, il 16 dicembre 2015
 

E’ un romanzo breve ma intenso, ricco di spunti e riflessioni originali. Tutti i personaggi sono perfettamente disegnati, padre, madre, maestro elementare del paese, gli amici paesani, e poi, gli abitanti della periferia milanese, la moglie, la vita in fabbrica, fino alla psicologa che assiste il protagonista nella depressione dovuta alla disoccupazione che segue alla detenzione carceraria, e infine l’amore per la piccola nipotina. Tutto perfettamente disegnato e descritto con un linguaggio elementare, volutamente condito con errori grammaticali che rendono ancora più vivido e realistico il racconto in prima persona. E in sole duecento pagine non mancano gli accenni alla invasione di cinesi e indiani nella periferia milanese, la delocalizzazione delle fabbriche, il degrado della periferia, digressioni sul concetto di proprietà e sulla lotta fra lavoratori e datori di lavoro. 
Molto bella soprattutto l’immagine del maestro elementare che si prende cura del fanciullo protagonista e diviene un alter ego del padre, e idolo sempre presente da imitare e cercare di raggiungere, che impersona il fascino del sapere per tutti coloro che, impotenti, soffrono per tutta la vita per scarsa erudizione o inesperienza. 
L’amarezza di una vita intera trascorsa in lotta col mondo ostile si scioglie finalmente con l’apprezzamento della nipotina che scopre la vita passata del nonno e gli dimostra affetto. E’ una conclusione finale serena e positiva che al termine del racconto non lascia il lettore con l’amaro in bocca. 
Lettura molto consigliabile. 



(Pietro Benigni)








Marco Balzano, L'ultimo arrivato, Sellerio, 2015 [ * ]

 

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CAMPO DEI FIORI
post pubblicato in Bucciantini, Massimo, il 14 dicembre 2015
  

E’ un saggio storico originale, totalmente disancorato dalle problematiche del nostro tempo, e quindi di lettura apparentemente poco coinvolgente, tuttavia l’ampia documentazione contenuta, che per il suo dettaglio arriva quasi ad un livello di cronaca giornalistica, obbliga l’attenzione del lettore a tornare a valutare l’importanza di Giordano Bruno che si rivela non solo precursore di Voltaire (che però non ha pagato con il rogo le sue idee) ma anche, sorprendentemente, prosecutore dell’opera boccaccesca con la esilarante e irriverente commedia “Il Candelaio”. Lo stimolo a leggere tutte le altre opere di Giordano Bruno risulta fortemente rafforzato dalla lettura di questo saggio e ciò ne accresce il valore. 
Il testo è consigliabilissimo per tutti gli appassionati della storia di Roma e dei suoi siti più famosi. 


(Pietro Benigni)





Massimo Bucciantini, Campo dei Fiori, Einaudi, 2015 [ * ]

L'ULTIMO ARRIVATO
post pubblicato in Balzano, Marco, il 17 novembre 2015
 

Un libro bellissimo, che si legge con molto piacere. Per chi - come me - non sa niente di questo autore (giunto al suo terzo romanzo, dopo un esordio con una raccolta di poesie), una vera sorpresa nella letteratura italiana contemporanea. Si è più che meritato il premio Campiello, e occorre complimentarsi anche con l'editore per averlo scelto.
A parte la storia, di cui parlerò tra poco, emergono subito, in chi legge il libro, due evidenti connotazioni dello stile narrativo di Balzano: un linguaggio non scarno ma essenziale; una tecnica narrativa che alterna realtà e flashback.
Il linguaggio mi ha ricordato quello di Paolo Giordano, che però è molto scarno e spesso fa scappare di testa il filo di ciò che si sta leggendo. Con Balzano questo non succede, proprio perchè si tratta di un linguaggio molto più iconico. La narrazione scorre fluida ed evoca con facilità le situazioni che descrive, così che il lettore può letteralmente "vedere" nella sua mente il protagonista o i vari personaggi nei ruoli che interpretano. 
La tecnica narrativa si scopre man mano che si legge. La storia inizia con una premessa, dove si capisce che il protagonista - in carcere - vede apparire, non si sa se in sogno o per davvero, il suo maestro di scuola. E vede carcerato anche lui, accompagnato in un altro reparto da un secondino. In questa premessa è nominato il paese d'origine del protagonista, Ninetto, un paese della Sicilia, San Cono. 
Per i primi capitoli, la storia riporta i pensieri di un ragazzo undicenne, le sue attività e le cose di cui il bambino si lamenta (la fame soprattutto, ma anche l'indifferenza con cui lo tratta il padre). La fame: il ragazzo riceveva un'acciuga al giorno, e doveva farsela bastare. Finchè un amico di casa, Giovanni, propone di portarlo con sè a Milano, dove è diretto, come tanti, in cerca di lavoro. Giunti a Milano, mentre Giovanni non riesce a lavorare, Ninetto trova due lavori di seguito, e lascia il primo per il secondo.
La storia va avanti e ci si viene a trovare a casa di Ninetto, prima cresciuto che lascia Giovanni e va a stare altrove, poi cinquantenne che ha moglie e figlia e che aspetta la nipotina. L'alternanza delle vicende di Ninetto ragazzo, adulto e poi in carcere prosegue, ma anzichè distrarre il lettore, gli consente di seguire affascinato la storia del protagonista raccontata da lui medesimo. E' questa, a mio avviso, una delle trovate che rendono il libro gradevole e di lettura facile. Proprio il racconto in prima persona non porta il lettore fuori dalle vicende, ma piuttosto lo coinvolge nel racconto che Ninetto fa della sua vita.
E le vicende proseguono, fino a rivelare solo in fondo al libro la causa della carcerazione, causa che naturalmente non rivelo. Al termine, il lettore attento si rammaricherà che la storia sia già finita. Potrebbe sembrare che la storia sia una delle tante di immigrati meridionali a Milano: non è così. Sembra piuttosto che la storia, come l'autore scrive in una nota al termine del libro, sia l'insieme di più storie vere fuse in una storia unica. 
Insomma, il libro si legge estremamente volentieri, connotato che distingue lo stile narrativo di Balzano, e ne consiglio vivamente la lettura a tutti.



(Lavinio Ricciardi)








Marco Balzano, L'ultimo arrivato, Sellerio, 2014 [ * ]     
  

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A PROPOSITO DI ROM E DI UN LIBRO DEL PREMIO BIBLIOTECHE DI ROMA
post pubblicato in Diario, il 10 settembre 2015

Sono appena tornata dal mercato domenicale di Calarasi, la cittadina della Romania dove vivo. Il mercato è una piccolissima Porta Portese: un rettangolo di prato dove gli espositori mostrano la loro merce. Sono soprattutto Rom, zingari, perchè Calarasi è una delle città in cui essi si sono insediati. 
All'entrata del mercato ci sono i venditori di animali: maiali, tacchini, ma anche colombe e conigli sistemati nei portabagagli delle vetture oppure liberi. Un uomo si appresta con la sua capretta bianca tenuta a una cordicella. La capretta procede saltellando che pare un cagnolino al guinzaglio. Ci sono maialini rosa addormentati. Il tacchino è fermo impietrito sotto il sole già cocente. L’aria è profumata di “mici", le speciali salsicce romene che arrostiscono sulle griglie insieme coi polli aromatizzati.
Il mercato è un filare di oggetti disposti a terra. All’entrata ci sono i generi alimentari. Patate bianche, sporche ancora di terra, pronte al consumo generoso che se ne fa nella cucina romena, in particolare in quella Rom, cucinate con lo stufato di carne. Poi ci sono i pomodori, i “rosi”, i peperoni gialli da fare ripieni con la carne e il riso, i cetrioli gustosi che abbondano in piccole montagne di verde lussurioso. Ci sono i sacchi di granturco per gli animali da cortile e i semi per il bestiame. Le donne pesano sulle bilance la merce e ripetono il prezzo ad altrettanti semplici contadini e famiglie zigane. 
E’ uno scambio tra umili e mi colpisce il passaggio delle mani. Sono mani di gente che non conosce la società del profitto, la modernità e lo sviluppo. Anzi da essi è fagocitata senza neppure rendersene conto. Perchè la globalizzazione, che pure è un processo irreversibile, ha cancellato a volo d’uccello le piccole dimensioni rurali e i focolai domestici di queste comunità contadine. La gente vende la terra, la casa, le attività agricole per spostarsi negli appartamenti delle città. Gli zingari resistono coi loro carri trainati dai cavalli nei villaggi dove mancano ancora luce ed acqua per tutti. Essi sono limitrofi al progresso industriale e digitale seppure non mancano di ostentare grandi parabole sui tetti di lamiera ricamata dalle loro mani operose. Il nomadismo non li ha mai inclusi nelle leggi e costumi nazionali. I nomadi sono il vento e l’aria del mondo, liberi e transitanti, estranei ai governi ma interiori nei paesi che li ospitano. Sono l’anima della terra e, nonostante il peso schiacciante del nostro giudizio, essi sventolano il drappo del lato umano del vivere moderno.
Un tempo i Rom risalivano dall’India, passando per la Turchia, e con loro portavano il carico prezioso di merce e saperi iscritti nel cuore. Oggi patiscono nel trovare una dimensione schiacciati tra Internet e le nuove comunicazioni, che hanno reso le loro informazioni un linguaggio misterioso e una ricchezza per lo più indecifrabile.
Circolano sui Rom troppe leggende. Una di queste dice che sono inclini all'appropriazione indebita. Chi pensa questo dovrebbe essere oggi al mercato di Calarasi per scrutare, come i miei occhi ansiosi, tra gli oggetti in esposizione e recitare un rosario di perdono. Non c’è un solo oggetto tra quelli messi in vendita che possa essere stato sottratto con l’inganno e l’infamia. Forse ci sarà pure qualche rom che lo fa, ma io non li ha mai incontrati, per cui resto della mia opinione sulla verità deformata per caricare sulle spalle di questo sconosciuto popolo le colpe e i reati delle avidità contemporanee. 
Gli oggetti esposti con la semplicità delle povere cose dimostrano la pazienza, l’umiltà e la sofferenza dei Rom. Perchè sono le cose trovate, pulite, alcune tirate a lucido, recuperate all’esistenza materiale. Ci sono i bulloni e le viti che scintillano sotto il sole di luglio, pezzi meccanici pronti a rombare come i tromboni delle bande paesane, cose piccolissime, minute, infinitesimali, ferro cercato, trovato e lavorato per essere venduto per un pugno di Ron, la moneta locale. Mi impressiona come la fervente attività di ricerca, che anche io ho troppe volte deplorato, dia luogo a questo carnevale di cose che danzano sulle note vibranti e struggenti delle "manele".
Gli zingari hanno il colore dell’amore, che si diffonde come un velo di misericordia sulla terra sempre più arida per avvolgere la gente stanca e sfiduciata, oppure quella avida e indifferente, della lievità delle carezze degli angeli.
Le donne che vendono gli abiti usati hanno lo sguardo languido e gli indumenti sono come gemme selezionate tra ciò che gettiamo. Ma lo sguardo religioso e soffice può all’improvviso incresparsi così come gli occhi degli uomini lanciano segnali di buio. Non è cattiveria. E’ rigore. Perchè i Rom conoscono il limite del bene e del male, vivono schierati su questo crinale. Per noi, per aiutarci a non sbagliare. Provate a guardarli veramente dentro lo sguardo oltre i pregiudizi: essi vi rimproverano le vostre colpe e vi ricordano i vostri doveri. La carità è il dono che ci fanno per piegarci alla generosità verso il prossimo. Non siamo noi che abbiamo timore di loro, sono gli zingari che ci temono. E quando chiedono, quando insistentemente ci esortano a rivolgere la vita verso la solidarietà e la partecipazione, dopo averci catturato nella parte buona del nostro animo, essi addolciscono lo sguardo, che diventa lieve, prudente e pare dica al nostro cuore solitario “io ti proteggo”. Allora possiamo capire cosa è la grazia.
* ]

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UNDERCOVER
post pubblicato in Riccardi, Roberto, il 1 marzo 2014

 

Finalmente un bel thriller italiano, connesso con i problemi di oggi: mafia, n'drangheta, camorra, pizzi e droga. E non manca la risposta dello Stato italiano a queste urgenze. Per chi non lo conosce è la scoperta di un mondo di cui oggi tanto si parla ma poco si sa. Il lieto fine di un racconto così vero e terribile ci fa sentire un po' più protetti e soddisfatti dell'operato delle nostre forze dell'ordine.
Così avvincente che la lettura non dura più di un giorno o due.
 
 
(Pietro Benigni)
 
 
 
 
 
 

Roberto Riccardi, Undercover, e/o, 2013 [ * ]  

 

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IGNORANTI
post pubblicato in Ippolito, Roberto, il 24 ottobre 2013

Questo libro mi ha letteralmente “shoccato” (il termine non è né corretto né ben scritto, ma spero me lo perdonerete). E ci sono tantissimi motivi, che giustificano questo shock. Non so se sarò capace di scriverne un commento all’altezza: ci provo.
L’autore anticipa il contenuto con delle frasi non sue (gli autori sono citati), che chiama Pretesti e che numera. Una specie di prefazione ante litteram che precede il testo.
Passa poi a classificarci “Tutti bocciati” come risultato di esami di concorso o altre prove di riconoscimento culturale nelle quali i cosiddetti “svarioni” non si contano. Quindi analizza i problemi del nostro paese per categorie: "Scuola e Università", "Società", "Adulti", "Politica". E queste categorie costituiscono le quattro parti in cui il libro è suddiviso.
Per ciascuna parte, l’aspetto maggiormente evidente risulta essere quello economico. In particolare per "Scuola e Università", ove è ovvio che un paese che investe pochissimo per l’istruzione si ritrova con un sistema assolutamente inadeguato e di molto inferiore a quello degli altri paesi. Purtroppo, di questo problema ho sentito parlare fin da quando frequentavo il primo anno di università. E la penna di un autore qualificato come Ippolito non fa che (dopo sessant’anni) rivoltare il coltello nella piaga! E i difetti che la prima parte evidenzia risultano poi maggiormente esaltati dal contenuto di quanto si dice nella seconda parte, che ha a che vedere con le “abitudini” sociali cui ormai si è avvezzi e che nessuno tenta di cambiare o di correggere. 
Nella terza parte, quella dedicata agli “adulti”, Ippolito ci mette a contatto con i problemi che la popolazione Italiana adulta deve fronteggiare – il terzo paragrafo è molto caratteristico dei nostri “mali”, e ci dice dove effettivamente noi siamo davvero carenti, per usare una parola buona. 
Infine nella parte destinata alla “politica” si affrontano due aspetti, il primo dei quali è realmente il più importante, e lo è già nel titolo: “la cultura calpestata dalle istituzioni”.
Ho voluto inquadrare il contenuto del libro per temi. Ma il libro rappresenta – numeri alla mano – una delle più impietose (e corrette, nello stesso tempo) analisi del profondo disagio che si avverte in chi, come me, ha da tempo superato i settanta. Una analisi corredata da numeri e fatti, una analisi per nulla superficiale, molto ben documentata, di tutto ciò che oggi, da noi, viene i g n o r a t o. Sì, perché un tempo la parola “ignorante” risultava anche piuttosto offensiva; oggi, secondo le parole di Ippolito, pare che sia quasi normale che esista tanta ignoranza per tante cose che un paese non dovrebbe ignorare. 
Mi sembra difficile pensare che – arrivata l’Italia a questo punto, di cui il libro di Ippolito è un’ottima fotografia, ben definita e nitida – qualcuno abbia ancora a sperare che le cose si aggiustino. Ippolito stesso, nell’ultimo paragrafo del libro, si preoccupa di suggerire una possibile “scossa”. I numeri che corredano quasi tutti i paragrafi o – addirittura – i commi del libro stesso, tratti da documentazione OCSE o ISTAT o di altre fonti qualificatissime, stanno ad indicare proprio la distanza che separa l’Italia da altri paesi che degli stessi problemi si sono occupati sempre, senza buttarli via dalla finestra, come pare si sia fatto da noi. 
La quantità di informazioni contenute consiglia di avere il libro nella propria biblioteca personale. Ma il contenuto di pensiero consiglia tutti coloro che – come me – sono stati educati al valore delle conoscenze, del sapere in genere, di non tornare su quegli argomenti se non con molto coraggio. Abbiamo davvero – come paese e anche come popolo – mancata una occasione buona per far tornare l’Italia sulla strada su cui si era incamminata nel primo dopoguerra (anni ’40 – ’60). E il libro di Ippolito lo racconta in modo lucido e circostanziato; ma non senza una punta di rammarico. E’ una denuncia e un buon esempio degli obbiettivi che la storia Italiana degli anni ‘70-2000 non è riuscita a realizzare nel settore primario della cultura.
Il valore fondamentale di questo libro è di informare chi non è “addetto ai lavori” di una serie di fatti, di attinenza essenzialmente culturale. Le citazioni dei libri e degli articoli di giornale o di rapporti tecnici dei vari settori sono tantissime (dell’ordine di due – cinque per pagina) e pertanto consente a chiunque voglia proseguire nell’analisi di uno dei tantissimi temi trattati, di partire da un buon inizio. La lettura non è propriamente semplice, nonostante lo stile scorrevole e sintetico che l’autore ha profuso nel testo; risulta però molto interessante, rispetto ad altre opere di contesto culturale. Il testo è stato anche presentato dall’autore a noi dei Circoli di lettura, e l’autore – rivolto essenzialmente a coloro che avevano già letto il libro – ha ricevuto tantissime domande, particolarmente da operatori del settore scolastico. Ci ha inoltre confermato quanto ho detto prima, e cioè di essere partito da una quantità innumerevole di articoli per ciascuno degli argomenti di cui si è occupato.
La sua lettura, ancorché faticosa, è realmente consigliabile.



(Lavinio Ricciardi)







Roberto Ippolito, Ignoranti, Chiarelettere, 2013 [ * ]



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IGNORANTI
post pubblicato in Ippolito, Roberto, il 23 ottobre 2013

  


Qualcuno, con ironia, ha osservato andando via che solo il busto di Napoleone, opera di Antonio Canova del 1803, collocato accanto alla porta, è rimasto tranquillo. I lettori dei circoli delle Biblioteche di Roma, accorsi nello storico salone dell’Accademia di San Luca, dove c’è la Biblioteca Sarti, a pochi metri della Fontana di Trevi, sono stati invece effervescenti, senza un attimo di respiro. Hanno rivolto una raffica di domande a Roberto Ippolito, invitato a parlare del suo libro “Ignoranti”, pubblicato da Chiarelettere, finalista del Premio delle Biblioteche di Roma.
Forti di averlo già letto e in vista del voto che esprimeranno, i circoli hanno sollecitato spiegazioni degli innumerevoli dati di “Ignoranti” che certificano il degrado dell’istruzione e della cultura, hanno invitato ad approfondire le responsabilità delle classe dirigente come i bassi livelli di lettura o le carenze della scuola, hanno chiesto i perché di un disinteresse cresciuto così tanto per il sapere. Ma di fronte a un quadro infintamente cupo, insieme a Sergio Auricchio, editore del mensile “Leggere: tutti” e conduttore della serata, giovedì 17 ottobre 2013, hanno domandato se è possibile immaginare un cambiamento.
Deve vincere lo sconforto? No: nel Salone dell’Accademia si percepiva da un intervento all’altro il desiderio di sperare, un forte desiderio. I circoli dei lettori delle Biblioteche di Roma lo hanno espresso chiaramente. E Ippolito ha fatto presente che “raccontare le cose come stanno significa voler bene a noi stessi, al nostro paese; prendere coscienza della realtà è la premessa per poter reagire”. Insomma “sperare si può, si deve; ognuno può dare il proprio contributo alla formazione dell’opinione pubblica e quindi alle scelte del paese”.
 




(Roberto Ippolito)





Roberto Ippolito, Ignoranti, Chiarelettere, 2013 [ * ] 





vedi quì

 

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IL SUICIDIO PERFETTO
post pubblicato in Matteucci, Franco, il 23 ottobre 2013
   

Ho letto questo libro con molta curiosità, essendo un appassionato dei generi giallo e noir. Avevo già letto due anni fa – e recensito – un libro dello stesso autore, che non mi aveva molto entusiasmato per vari motivi. 
La lettura del libro mi ha subito incuriosito, e debbo concludere – al termine – che la storia del romanzo è molto ben congegnata. Purtroppo ho trovato che, man mano che si procede, anche se la presa del lettore non diminuisce, forse c’è un calo di ritmo; ma può essere che la cosa sia intenzionale, non conoscendo se ci siano altri romanzi con lo stesso protagonista (cioè se si tratti di un “serial cop” letterario: pare proprio di no). Mi sono reso conto che l’autore appartiene al mondo televisivo, cosa che non avevo considerato nel romanzo recensito precedentemente.
Il mio giudizio sostanziale è positivo, sia per quanto riguarda la storia, sia per quanto riguarda la scrittura, con qualche riserva relativa al genere che Matteucci tratta. Il suo personaggio è bravo, ma viene angariato da un superiore che vorrebbe avere già la soluzione, e che non è d’accordo su quella trovata da Santoni. Inoltre la considerazione dello scenario dove il fatto accade (un piccolo paese di montagna) rende la storia particolare, anche per i limiti di azione che l’ispettore ne riceve. 
Certo, le vicende cui il fatto porta l’ispettore – tutto fa pensare ad un suicidio collettivo, che le vittime avrebbero annunciato, cosa avvalorata da testimonianze – non sono del tutto chiare: fin da subito, l’ispettore è indirizzato a pensare ad un omicidio. La storia poi si arricchisce del fatto che – oltre che ispettore, Marzio Santoni è maestro di sci – esistano alcuni dettagli che portano sempre più verso il delitto e non il suicidio.
Non me ne vogliano gli altri appassionati di giallo se ho in parte raccontato, contrariamente al mio modo di fare queste brevi note, alcune vicende. Mi fermo subito. E tengo a dire che consiglio la lettura sia ai patiti del genere, sia ai lettori ordinari di narrativa. La storia e il modo in cui l’autore la racconta sono chiari e semplici, senza i contorcimenti apparsi nell’altro romanzo (dovuti probabilmente al genere introspettivo). Il romanzo segue i canoni più moderni dell’indagine poliziesca, compresi i test del DNA. Tra i pregi che voglio sottolineare, l’originalità della vicenda e l’azione dell’ispettore, che fa fede al suo soprannome (Lupo bianco), risalente alla sua infanzia : l’azione dell’ispettore non comporta quasi mai aiuti e collaborazioni, pur svolgendosi nell’ambito di una normale indagine giudiziaria. Debbo sinceramente ricredermi sull’autore, soprattutto per la semplicità con cui la storia, abbastanza complessa come appare a lettura terminata, è stata portata avanti.



(Lavinio Ricciardi)






Franco Matteucci, Il suicidio perfetto, Newton Compton, 2013 [ * ]

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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 23/10/2013 alle 14:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ROMANI
post pubblicato in Mellone, Angelo, il 8 ottobre 2013
   

Questo libro, come tutti i saggi, non è di facile lettura; ma chi, appassionato del tema, ha la pazienza di leggerlo tutto, come un romanzo, non si pentirà dell’eventuale fatica fatta. 
Il sottotitolo la dice lunga sulle intenzioni dell’autore, rigorosamente mantenute. Molto del libro, infatti, sta nell’immenso volume di opere (libri, articoli di giornale, testi in rete) citate nella raccolta in fondo al volume sotto la voce “Note”, che occupa 12 pagine abbondanti. 
L’autore ha scritto – a mio avviso – non solo un saggio di costume sui personaggi della Roma odierna, ma anche un discreto saggio linguistico sul dialetto romano attuale. Un saggio linguistico sul modo attuale di parlare a Roma e anche su alcuni neologismi romaneschi, che Mellone adatta alle sue necessità narrative. Il loro uso risulta divertente e movimenta l’esposizione dei vari “tipi” e delle varie caratterizzazioni dei romani attuali. A questo riguardo, indicativa è la lettura dell’indice che già anticipa, con le locuzioni impiegate, le caratterizzazioni stesse, spesso non intuibili anche dalle suddette locuzioni.
Il libro risulta gradevole, superata appunto la fatica di leggerlo, come già anticipato. Gradevole sia per il linguaggio scorrevole, che allevia la lettura di un testo di saggistica, sia perché – dopo la difficoltà iniziale – si viene presi dai discorsi dell’autore in modo abbastanza coinvolgente. Insomma, dopo un po’ che si legge, quanto Mellone racconta diventa accettabile da qualsiasi lettore. Rimane solo un certo grado di noia rispetto ad un romanzo, ovviamente perché un saggio…difficilmente può somigliargli. 
Risulta oltremodo utile al lettore una buona conoscenza del territorio della Capitale (quartieri, rioni, zone famose, ecc.), che gli consentirà di seguire meglio i ragionamenti dell’autore.
Ma certo, al di là del saggio, del linguaggio e di tutte le prerogative di questo libro, Mellone è riuscito a dare anche ai non romani un’idea abbastanza netta di cosa siano gli abitanti di Roma. E lo ha fatto in modo che i romani ne escano come meglio non si poteva: con gusto, e – a volte – brio e verve. Per farlo, Mellone usa dei neologismi a volte molto icastici, come il termine “corteite” (che sta per abitudine ai cortei). O, sempre in tema di caratterizzazione, contrapponendo i cosiddetti Abusivi (termine molto generale per sottolineare una delle sensazioni che affliggono il “romano”) ai Pendolari, coloro che non vivono altro che la sera in città, perché fin dal primo mattino sono in altri posti, per lavoro. 
Non voglio, come al solito, dire molto di più sul libro. Sono comunque dell’idea che – nonostante le difficoltà insite nella struttura saggistica del testo – Romani sia un libro da leggere, almeno per i romani. Magari con una buona dose di pazienza.


(Lavinio Ricciardi)






Alberto Mellone, Romani, Marsilio, 2012 [ * ]

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UNDERCOVER
post pubblicato in Riccardi, Roberto, il 7 ottobre 2013

  

Un libro realmente bello. Un thriller italiano, quale non ne leggevo dai tempi del primo Colizza. Il genere, pur se lo coltivo da moltissimi anni, non offre – sul piano degli autori nostrani – niente di così eclatante da molto tempo. E questo autore, al suo terzo thriller (gli altri, Legame di sangue, Mondadori, 2009 [ * ] e I condannati, Mondadori Giallo, 2012 [ * ], non li ho letti), e al suo quinto romanzo, promette di saperla lunga su come si scrive un thriller. 
Non tutti ne sono convinti. Ci sono anche pareri più morbidi del mio. Ma i thriller sono forse il genere letterario che più apprezzo. Non sempre sono libri che scorrono via facilmente, come questo di Riccardi.
Ho trovato in questo libro due elementi realmente apprezzabili. Il primo è l’originalità della storia. La quale emerge piano piano, nelle prime pagine ancora non si palesa quale sia il legame tra i capitoli, che introducono fatti avvenuti in tempi diversi fra loro…, questo agente sotto copertura non si comporta come il protagonista di Agente sacrificabile di Colizza [ * ], appare piuttosto diverso e scappa fuori a frammenti.
Più avanti nel libro, si comincia a percepire come la storia si va intrecciando ai fatti che sono apparsi all’inizio, in modo – appunto – frammentato. E il libro avvince sempre più, prende. Non ci sono stati molti altri thriller italiani che abbiano preso l’attenzione e la voglia di leggere come questo. Lo stesso Almost Blue * ], un classico di Lucarelli, ripubblicato di recente, non ha la scorrevolezza di scrittura di questo libro di Riccardi, ed anche se la vicenda di Almost Blue è davvero thrilling, il libro non prende come questo.
In Undercover c’è di tutto: mafia, intrighi internazionali, affetti ed amori, sentimenti forti nati nell’infanzia del protagonista, e tanto altro ancora. Ma – come ho già detto e ripeto – ciò che attira di più i lettori, neofiti del genere o smaliziati che siano, è la scorrevolezza e la facilità di lettura. La dote senz’altro da sottolineare ripetutamente. È proprio questo che fa da contorno alla trama avvincente, rendendo la lettura non interrompibile: questo che – a mio avviso – è l’altro elemento profondamente apprezzabile, in un panorama letterario che non porta – tra le novità del genere noir – granché di altrettanto valido.
In ultima analisi mi sento di consigliare a tutti i lettori, di qualsiasi genere siano appassionati, questo libro, frutto di una ricerca definita, in postfazione al libro, un “gioco di squadra” dallo stesso autore. Un libro che non solo si fa leggere con straordinaria facilità, ma conquista a poco a poco fino a rendere la lettura un vero e proprio divertimento. Alla fine ci si rammarica che il libro sia finito.
Riguardo alla trama, oltre alla progressione di fatti che all’inizio appaiono non collegati e pian piano si rivelano molto intrecciati tra loro, c’è un finale completamente inatteso e che fa parte anch’esso del gioco di thrilling di cui il libro è cosparso. Anche di questo elemento – la trama vera e propria – sono rimasto particolarmente soddisfatto. Spero che quanto ho detto possa suggerirne la lettura ad un gran numero di persone, anche se non proprio interessate al genere noir.



(Lavinio Ricciardi)







Roberto Riccardi, Undercover, e/o, 2013 [ * ]




vedi quì e quì

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LA COLLERA
post pubblicato in Di Consoli, Andrea, il 16 settembre 2013

 

E’ un libro singolare, che colpisce per moltissime ragioni. Cercherò di esporre quelle che mi hanno interessato di più, nel giudicare una storia che – per molti versi – appare largamente verosimile, almeno ai nostri tempi.
La storia parte dopo una premessa alquanto singolare, in cui si racconta della morte del protagonista, Pasquale Benassìa, “spentosi serenamente” senza che il lettore sappia ancora nulla di lui, ed è divisa in tre parti.
La prima e la seconda, pressappoco della stessa lunghezza, occupano quasi l’intero libro. Raccontano due porzioni fondamentali della vita di Pasquale: la prima, in cui egli parte per il Nord, per Torino, attratto da un lavoro (al suo paese era un bravo meccanico) alla Fiat. Chiaramente egli passa per svariate esperienze, da quella lavorativa a quella umana, fin quando non si ritrova – apparentemente a causa di una brevissima relazione con una donna – ad essere minacciato da un gruppo di siciliani, tanto che i Carabinieri, cui lui si era rivolto per denunciare questa minaccia, decidono, ascoltati i fatti, di farlo tornare al suo paese di origine.
Da questo ritorno inizia la seconda parte, nella quale Pasquale cerca – con soddisfazione – di dimenticare l’esperienza del Nord. Torna ad abitare in casa sua, con i genitori. Si lascia un po’ andare, e non riprende subito a lavorare. Non sto a raccontarla tutta, la storia, per non sciupare la sorpresa, che arriva nel finale. E la breve, ultima parte conclude, con un fatto singolare, l’intera vicenda di Pasquale, che – nonostante al suo paese – continua ad inseguire i motivi per i quali era stato preso di mira da questi “non meglio identificati” siciliani.
La storia a mio avviso è molto ben narrata, sì da essere avvincente e allo stesso tempo molto interessante. La cosa più importante è l’analisi di un lavoratore trasferito dal Sud nel tempio di quello che negli anni ’60 – ’80 era il lavoro in fabbrica. Analisi che fa comprendere tutti gli aspetti dell’inurbamento di un personaggio uscito dalla vita di paese e che improvvisamente si ritrova a vivere in un contesto del tutto diverso. Vivere in modo diverso, fin quando, ritornato al paese, non riprende, forse per colpa del trauma che lo ha riportato a casa, a vivere una vita non più attiva, nel contesto – a lui ben noto – del mondo del Sud profondo.
Se ne estrae un ritratto che purtroppo caratterizza una intera regione. Anche se non è la sola, nella realtà, il romanzo di Di Consoli la mette a fuoco come la responsabile di una vita senza azione, senza la ricerca di una reazione a quello che in tutto e per tutto potrebbe essere un sopruso, e che Pasquale subisce, fuggendo con l’aiuto dei Carabinieri da una probabile eliminazione. Dalla storia si evince con una forte connotazione il tentativo di riscatto di un paesano meridionale, tentativo che la persecuzione subita rende vano. Pasquale si ribella alla decisione dei Carabinieri, perché sa cosa era in gioco per lui, al Nord. E la premonizione di quanto stava per accadergli viene a Pasquale durante una visita a Pompei, raggiunta con il suo nuovo compagno di lavoro, dove – appresa la storia di quello che era accaduto all’epoca dell’eruzione del Vesuvio – Pasquale paragona a quell’eruzione ciò che aveva sommerso la sua vita, che lui aveva tentato di far camminare su “binari” nuovi, andando a lavorare a Torino.
Non è mai detto, ma il titolo del libro rispecchia lo stato in cui è sempre stato Pasquale fin dall’inizio della sua storia. Stato che si è manifestato subito, nella prima parte, prima della partenza per il Nord.
Per concludere, questo libro deve essere letto da tutti coloro che conoscono la situazione in cui vivono molti abitanti del Sud di Italia. Per poterci meditare su. E non far diventare “collera” quello che invece potrebbe essere “energia”, e che caratterizza tanti meridionali.



(Lavinio Ricciardi)





Andrea Di Consoli, La collera, Rizzoli, 2012 [ * ]



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LA COLLERA
post pubblicato in Di Consoli, Andrea, il 19 luglio 2013

“La collera” di Andrea Di Consoli ci racconta vita e morte di un personaggio che per la sua originalità sembra uscito dalla penna di un moderno Pirandello: Pasquale Benassìa, figlio di un pastore di capre ma intelligente inseguitore ostinato del merito, che tenta in tutti i modi di effettuare il suo agognato “salto di classe” senza però riuscirci, per una sua piccolissima e perdonabilissima ingenuità. Nel romanzo troviamo tante cose: l’ ineluttabilità del destino, la forza della delinquenza, l’omertà dei paesani, l’impotenza dei carabinieri, la corruzione della politica definita “elemosina o compravendita di voti”, il rifiuto dell’appiattimento di sinistra e anche il fallimento, al sud, di chi propugnava una società migliore. 
Per chi ha letto con piacere il libro di Pino Aprile "Terroni” questo è un romanzo da non perdere: essenziale e bellissimo. 



(Pietro Benigni)







Andrea Di Consoli, La collera, Rizzoli, 2012 [ * ]

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LE VOCI INTORNO
post pubblicato in Ammirati, Maria Pia, il 12 luglio 2013
   

“Le voci intorno” di Maria Pia Ammirati è un romanzo breve, ma intenso e vivido, che inizia in una discoteca dove alcool e droga non mancano, per portarci poi repentinamente nell’ambiente ospedaliero della lunga degenza dove un padre lotta disperatamente per il recupero della figlia in coma apparente. Descrive il dramma di Alice, che dopo un incidente sente tutto ma non riesce a comunicare, e fornisce una bellissima testimonianza dell’amore paterno, che è il vero protagonista del romanzo.


(Pietro Benigni)







Maria Pia Ammirati, Le voci intorno, Cairo, 2012 [ * ]                                                                    
                                                                                                                                                                                                                                           
                                                                                                                                                                       

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SCACCO ALLO ZAR
post pubblicato in Sangiuliano, Gennaro, il 9 luglio 2013



Lavoro eccellente, per lo stile leggero e conciso, e per l’accuratezza della ricostruzione storica resa possibile, tra l’altro, dall’accesso a documenti di Stato ora non più secretati. 
Apprendo da questa lettura – perché non ne avevo la minima idea in precedenza – che Lenin condusse a Capri (oltre che in Svizzera, e altri paesi) vita lussuosissima, assolutamente inibita anche oggi, a distanza di 100 anni, ai comuni mortali, finanziata però da rapine ed espropri organizzati e attuati dal suo fedele servitore Stalin, e senza rendere mai alcun conto di come venivano da lui spese le somme raccolte per finanziare la rivoluzione.
Esaltava e predicava la rivoluzione tenendo lezioni di economia e scrivendo un giornale col quale incitava i giovani russi a rischiare la “loro” vita per una causa che doveva essere solo “sua”, non ammettendo nel modo più assoluto che vi potesse essere un marxismo non autoritario ed eliminando fisicamente qualsiasi sostenitore di un marxismo democratico. Ne esce un Lenin nuovo ai più, mediocre sul piano teorico, totalmente azzerato sul piano morale, tanto da indurre il lettore a porsi la domanda se non sia da prendere in considerazione la rimozione dell’immeritato obelisco in suo onore nella piazza di Capri, e per associazione, data la grande devozione di Palmiro Togliatti nei confronti di un tale soggetto, anche una nuova denominazione per la via Palmiro Togliatti.
Scacco allo zar è un documento storico da acquistare, tenere in casa e prestare ad amici e parenti. 


(Pietro Benigni)









Gennaro Sangiuliano, Scacco allo zar, Mondadori, 2012 [ * ]

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LA TELA DI PENELOPE
post pubblicato in Colarizi, Simona, il 4 luglio 2013

  


Titolo azzeccatissimo per un testo agile, alla portata di tutti, con molti riferimenti a giudizi di politici, giornalisti e capi di stato sui fatti e sulle scelte che hanno determinato la nostra situazione attuale. Libro da comprare, leggere e rileggere, per cercare di capire dove si è sbagliato e per quale motivo. Ma è anche lettura amara perché ci fa vedere uomini politici, sia di destra che di sinistra, che hanno avuto il coraggio di sostenere le loro tesi, poi rivelatesi giuste, sparire dalla scena politica italiana, mentre altri, o perché insignificanti o perché da furbi naviganti evitavano ogni tempestosa discussione mettendosi prudentemente “alla cappa”, sono ancora lì a non dare alcun contributo alla soluzione dei problemi. 
Anche il lettore più sprovveduto si rende conto, leggendo il testo, che gran parte delle inefficienze è derivata dal bipolarismo che, per la grande eterogeneità dei modi di pensare sia a destra che a sinistra, ci ha regalato uno stallo di vent’anni oltre ad un aumento ulteriore del debito pubblico mai voluto e deciso esplicitamente dal popolo italiano.
E al termine della lettura si ha chiara la sensazione di quanto profonda dovrebbe essere la riforma istituzionale da dare immediatamente all’Italia.
Va soprattutto riconosciuto agli autori il merito di avere affrontato un tema scottante come quello politico sul quale il mondo accademico ha pensato, forse per opportunità, di tacere a lungo.




(Pietro Benigni)






Simona Colarizi, Marco Gervasoni, La  tela di Penelope, Laterza, 2012 [ * ]


 









vedi quìquì e quì, ascolta quì    
 

                                                                                          ;                                                    

 


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LA COLLERA
post pubblicato in Di Consoli, Andrea, il 2 luglio 2013


Tema di questo libro è la Calabria dal dopoguerra ad oggi, raccontata attraverso le vicende di Pasquale Benassìa, un personaggio in lotta con il mondo che riunisce in sé le contraddizioni, i desideri, i sogni, le disillusioni del meridione d'Italia combattuto fra tradizione e futuro.
Pasquale si trasferisce a Torino negli anni del boom economico per lavorare da operaio alla Fiat. Come molti suoi conterranei disprezza profondamente il paese d'origine e vede la città sabauda come una terra promessa. Riesce ad inserirsi nell'ambiente, a fidanzarsi con una maestra di Rivoli, ma di colpo tutto crolla. Torino sembra cadergli addosso in una colossale frana, con tutta la Mole, il Valentino, il Po, l'immenso Lingotto, il Palazzo Reale e anche la Sacra Sindone, che Pasquale ha visto solo in fotografia.
È il ritorno in Calabria, al paese con "le case senza intonaco, le ringhiere arrugginite, le persiane scolorite, le terre mal coltivate, le curve chiuse a gomito, gli strapiombi, le agavi, i cippi stradali dei Borboni, le insegne blu divorate dal salmastro, le facce tristi, stanche, perplesse del popolo calabrese, in attesa di un riscatto non voluto, non cercato, non sognato, di un favore, di una questua, del miracolo di un santo, di un sindacalista tenace, di un deputato grasso e senza fiato, di un assessore, di un pezzo grosso."
Strano tipo Pasquale. Operaio ma fascista, meschino ma capace di grandi ideali, fidanzato tenero di una donna che vive con la testa e con il cuore ma pronto a perdersi dietro a un'altra che governa le leggi del mondo perché conosce le strade del piacere.
Il racconto si snoda tra personaggi che ci sembra di conoscere da sempre, ed alcuni sono in realtà figure della cronaca del tempo, come il ragazzo sequestrato dalla 'ndrangheta che viene rilasciato con l'orecchio tagliato, o alcuni noti politici calabresi di quegli anni. Spiegano la loro idea di democrazia, che è una cosa complicata, perché si regge sul consenso, e il consenso è faticoso, e il voto le persone te lo danno solo se ti occupi di loro. Un politico non importa che abbia idee, per fare politica non è necessario averne, ma deve sapersi occupare degli altri, saper risolvere i problemi.
Pasquale vive questa realtà intrecciata, bene e male sono stretti in un groviglio inestricabile, neanche Dio può farci niente. È il male oscuro che attraversa l'Italia, dalla Calabria a Torino, che si insinua negli animi, piega la volontà, fa abbassare gli occhi. Nessuno è indenne.


(Rita Cavallari)







Andrea Di Consoli, La collera, Rizzoli, 2012 [ * ]

 

tra le molte recensioni: * ] [ * ] [ * ] 
 






 
LA CONQUISTA DEL SABOTINO
post pubblicato in Cimmino, Marco, il 26 giugno 2013
  

 
Fu come l'ala che non lascia impronte 
il primo grido avea già preso il monte
 
Con questo distico Gabriele D'Annunzio celebrò la conquista del monte Sabotino, durante la Grande Guerra, da parte dell'esercito italiano. Fu il 6 agosto 1916, con un'azione fulminea costruita con meticolosità e tenacia e con l'azione coordinata di esercito, genio, artiglieria e aviazione. Era domenica e alle prime luci del mattino, mentre Gorizia si stava svegliando, le lunghe canne dei pezzi d'artiglieria si misero in posizione di tiro e i fanti, nelle trincee, aspettavano l'ordine di assalto. L'azione fu fulminea. Alle 16,40 il vessillo della brigata "Toscana" sventolava sulla cima del monte, a quota 609 metri.
Gli austriaci avevano trasformato il Sabotino in una vera e propria fortezza. Da più di un anno l'esercito italiano cercava inutilmente di espugnarlo. Dopo ben cinque battaglie combattute con le modalità tipiche della guerra di trincea, il generale Luca Montuori capì che era inutile mantenere le truppe a logorarsi nel fango. Era necessario adottare una tattica diversa: se il Sabotino era una fortezza, come tale andava considerata. Bisognava espugnarla usando le tecniche belliche che si usano per l'assedio di un castello fortificato, con il progressivo avvicinamento alla vetta per linee concentriche e la costruzione di ricoveri per le truppe.
Il racconto dell'assedio e dell'assalto finale ricorda antiche battaglie. Il libro cita il De bello gallico con la conquista di Alesia. A me ha ricordato l'assedio di Amida e le battaglie tra i romani e i parti. Ma l'autore de "La conquista del Sabotino" non è Giulio Cesare e neanche Ammiano Marcellino. Il suo racconto non riesce a dare il senso eroico della battaglia, che resta affidato alla suggestione dei due versi dannunziani.
Fu come l'ala che non lascia impronte / il primo grido avea già preso il monte
Sono versi che non danno conto delle trincee, del fango, la pioggia, i reticolati di filo spinato, ma evocano la velocità, il fulmine, l'azione improvvisa. È la celebrazione di un nuovo modo di combattere. Perché in quell'occasione l'aviazione militare ebbe, per la prima volta, una parte importante nell'azione bellica, sia per opere di rilevamento e ricognizione che per il bombardamento. Possiamo dire che la battaglia del Sabotino segna il punto di partenza di un nuovo modo di fare la guerra.
Resta una domanda. Come può aver pensato il comitato scientifico del premio delle Biblioteche di Roma di inserire un libro facente parte di una "Biblioteca di arte militare" tra i saggi che concorrono al premio? Pensa forse che l'arte militare, e in particolare le operazioni speciali, siano tra gli argomenti di qualche interesse, per i componenti dei Circoli di lettura? Ecco, i criteri in base al quale è stato scelto questo testo invece di un saggio su ambiente, energia, nuove tecnologie, è per me un mistero.



(Rita Cavallari)







Marco Cimmino, La conquista del Sabotino, Libreria Editrice Goriziana, 2012 [ * ]
 

 

 

 

 
LE VOCI INTORNO
post pubblicato in Ammirati, Maria Pia, il 25 giugno 2013

 


Un libro inatteso, questo della Ammirati. Come si scopre leggendo nel retro del frontespizio, “… qui pubblicato in versione definitiva e ampliata, è apparso…in allegato al “Corriere della Sera” nella collana “Inediti d’autore”. 
Ho potuto confrontare le due versioni direttamente, dato che ho gli “Inediti d’autore”: posso assicurare che l’ampliamento di cui si parla è…un vero e proprio completamento. Ma non solo. Il romanzo è ora completo e la storia che racconta si conclude come ciascun lettore vuole: positivamente.
Il libro racconta le impressioni di una protagonista, Alice, che - a seguito di un incidente - si trova in coma, in un letto d’ospedale. Credo che - su questo argomento - sia stato scritto molto, a partire dal caso di Eluana Englaro; ma il libro della Ammirati presenta un elemento originale: a parlare - da protagonista (almeno della prima parte) è la persona in coma. L’autrice si immedesima nella persona che - a partire dall’incidente e dai dettagli del suo salvataggio da parte dei soccorritori (mentre il fidanzato e una sua amica, che glielo stava portando via, muoiono) - continua a descrivere come stia vivendo questa situazione, che solo pian piano si rivela essere un coma.
E’ un libro immediato, piccolo e breve, da leggere tutto d’un fiato. L’edizione precedente, quella citata sopra e apparsa negli “Inediti d’autore” conteneva circa due terzi di questa, ed aveva solo Alice nel ruolo di protagonista. Quindi la sua conclusione non c’era…il libro lasciava il lettore col dubbio che il coma di Alice non fosse risolubile, e che Alice non fosse più capace di pensare se aspettare, o se invece preferire che la cosa si risolvesse con l’uscita dal mondo dei vivi.
Proprio nel modo in cui il libro - invece - presenta l’evento risolutore sta il segreto di questa autrice, che rivela un grosso attaccamento alla vita e che dà del problema del coma e del relativo tentativo di soluzione con la “morte dolce” un validissimo, originale e molto positivo contributo. Il libro, nella struttura pubblicata con l’editore Cairo (quella di cui sto parlando) ha due parti: una si intitola “Alice” ed ha per protagonista la stessa che è nella prima versione, ma continua oltre quanto descritto in quella edizione, con altri pensieri che portano l’autrice a percepire altro, nel mondo circostante, altro oltre a “le voci intorno”, cioè a quelle del padre e della sorella. Tutta la parte di Alice si sposta dalle riflessioni sul suo coma a quelle di suo padre, che - rimasto vedovo - vive nel pensiero costante delle figlie e della loro crescita e non accetta molto positivamente, anzi non se ne rassegna affatto, la condizione in cui è precipitata la figlia. E Alice - nel coma - percepisce alcune cose del padre: la voce e i tentativi che lui fa per riuscire a scorgere almeno un segno di vita in Alice che gli faccia sperare il meglio.
Il libro si risolve nella seconda parte, che ha un’altra protagonista, Aurora, la sorella minore di Alice. Il monologo di Aurora, che inizia dalla sua infanzia, dal difficile rapporto col padre, nella condizione di figlia minore, dopo la perdita della madre. Aurora cresce per opera di un’amica della madre, Allegra, che si offre di aiutare suo padre nel difficile compito di tirare su due figlie da solo. E da qui, una serie di considerazioni porta Aurora a cominciare ad occuparsi della sorella e del suo difficile stato, contrastando in parte i tentativi di suo padre nel cercare di sapere cosa succede ad Alice quando nessuno è con lei, e concentrandosi invece sull’osservazione della condizione di Alice. Proprio da questo nasce la conclusione, splendida e inattesa, che scaturisce dalle percezioni di Aurora; percezioni che precorrono i tentativi del padre e allertano i medici su un inizio di uscita dal coma. 
La scrittura della Ammirati è deliziosa e il libro si fa leggere in un fiato. Ne rimane, specie quando si arriva alla seconda parte, una sensazione splendida, che solo le ultimissime pagine danno. Questa suspense - presente nell’intero libro - è l’elemento chiave della storia e la renda piacevolissima a chi legge.
Mi scuso con chi abitualmente mi legge, per aver raccontato in parte la vicenda; come ho detto poche righe fa, questa ha un epilogo inatteso e molto bello, che lascia nel lettore una sensazione penso comune a chiunque si sia trovato vicino ad una persona in coma. Una sensazione cui la vicenda Englaro ci ha disabituati e che era ora che qualcuno ci desse. Ringrazio da queste righe la Ammirati per averlo fatto.




(Lavinio Ricciardi)






Maria Pia Ammirati, Le voci intorno, Cairo, 2012 [ * ]  

 

ascolta quì e quì







 
 

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SENZA PREMIO
post pubblicato in Diario, il 21 giugno 2013


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LA LUNGA NOTTE DEI MILLE
post pubblicato in Brogi, Paolo, il 23 febbraio 2012

                                                                                                          

Questo libro, classificato come un saggio, è – secondo me – poco definibile. Si tratta di un libro di storia, nell’accezione comune. Ma una storia raccontata con garbo, brio e senza alcuna pesantezza, che – a mia memoria ormai lontana – era sempre presente nei libri scolastici che leggevamo per studiare tale materia.
L’autore, giornalista e scrittore, ha fatto una ricerca per rintracciare duecento dei sopravvissuti  alla  spedizione garibaldina e descriverne le azioni successive, nell’Italia che si avviava decisamente a festeggiare la raggiunta unità.
Non si è limitato soltanto a rintracciare questi duecento garibaldini (ex? non mi pare che avessero smesso di sentirsi tali, date le vite che hanno avuto). Al termine del libro è presente un elenco alfabetico di questi protagonisti, che invece, nella lettura del libro, è difficile seguire uno per uno nelle loro vicissitudini. Proprio per questo, il libro di Brogi è discretamente lontano dalla tradizionale ampollosità delle descrizioni storiche. Sembra invece che l’espressione del volto di Garibaldi riportato in copertina ci dica proprio: “...ecco, l’Italia che si è fatta è questa”, con riferimento al modo in cui l’autore segue la sorte dei vari personaggi che man mano fa vivere nel libro.
Si, li fa vivere: ci mostra spesso cosa facevano prima di partire con Garibaldi, e cosa fanno dopo il loro ritorno alla vita precedente, o nell’affrontare nuove esperienze – ad esempio l’emigrazione in Argentina, che forse emerge come uno dei fatti salienti di coloro che – motivati da quanto occorso loro durante l’esperienza dei Mille, ne vanno cercando di analoghe per cercare di ripercorrerla altrove.
Al di là delle vicende dei singoli – supportate dall’ottima ed esauriente bibliografia, suddivisa in testi generali e testi che parlano dei personaggi raccontati – il libro di Brogi è sicuramente un testo che racconta i costumi di quell’epoca (1860–1915). Ha il pregio che ogni capitolo riguarda alcune persone o anche una sola, ma sicuramente descrive un periodo e delle esperienze che si esauriscono col capitolo stesso, cosa che consente di leggerlo “a tappe”. E di pregi ne ha tanti altri; ma – a mio avviso – quello che lo caratterizza meglio è l’essere una testimonianza dei costumi dell’epoca che descrive.
Il libro è completato da cenni a tutti i duecento personaggi raccontati, riportati in un elenco alfabetico in calce al testo. Questo elenco è seguito da un elenco alfabetico dei sopravvissuti all’esperienza dei Mille (891) e da una esauriente bibliografia, già citata. Mi sento di consigliarne la lettura a chiunque fosse interessato al nostro Risorgimento.


(Lavinio Ricciardi)

 



Paolo Brogi, La lunga notte dei Mille, Aliberti, 2011 [ * ]

 

 

 

 

QUANDO CI BATTEVA FORTE IL CUORE
post pubblicato in Zecchi, Stefano, il 13 febbraio 2012

Romanzo tenerissimo e struggente imperniato sul grande amore di un padre per il proprio figlio da salvare a qualsiasi costo dalla furia selvaggia dei titini in un’Istria abbandonata al suo atroce destino da Roma (e da Palmiro Togliatti in particolare). Romanzo d’amore paterno, d’avventura, e documento attualissimo di una vergogna di cui nessuno vuole più parlare: le foibe e il risentimento di molti italiani di allora verso gli italiani profughi dall’Istria. Lettura bellissima, consigliabilissima a tutti e specialmente a coloro che ancora inneggiano in Italia al comunismo e ai suoi principali esponenti  presenti e passati. Non mi stancherò mai di ripetere (e questo romanzo mi dà ancora una volta ragione) che la Città di Roma dovrebbe trovare al più presto un altro nome per  la Via Palmiro Togliatti.

 

(Pietro Benigni)

 

 

 

 

Stefano Zecchi, Quando ci batteva forte il cuore, Mondadori 2011 [ * ]

 


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IL MANTELLO DELLA SOSANDRA
post pubblicato in Greco, Emanuele, il 17 dicembre 2011

Tanto tempo addietro passai in auto sulla strada costiera ionica dove ricordo di aver visto un cartello turistico che invitava a visitare le rovine di Sibari. Tirai diritto per mancanza di tempo, però ricordo che mi rimase il desiderio di sapere qualcosa su Sibari, chi l’aveva fondata, chi ci aveva vissuto, come era decaduta. Poi non ci pensai più.
Ora, a distanza di oltre quarant’anni da quel viaggio Emanuele Greco mi regala, con il suo romanzo, la risposta alle mie curiosità di allora e gliene sono grato. Sibari era una colonia greca fiorente e potente ma perì per colpa del suo tiranno Telys che la portò a scontrarsi con la vicina e rivale Crotone, con gravi sofferenze per i due popoli. Il romanzo ricrea l’atmosfera e le vicende del tempo descrivendo i riti, i rapporti commerciali, gli scambi culturali delle città dell’epoca, con largo impiego di termini originali (il cui significato è spiegato in un ricco glossario)  mentre  una cartina geografica del tempo  ci fa vedere dove erano collocate le città di cui si narrano le vicende.  Insomma un vero e proprio tuffo nel passato che ci fa conoscere le persone dalle quali discendiamo e la terra che ne ha consentito la vita. Lettura molto piacevole, consigliabile a tutti coloro che amano il Sud Italia. Se proprio si volesse cercare un difetto,  possiamo individuarlo nella impossibilità di discernere quanto sia  frutto di fantasia e quanto invece sia realmente accaduto e ricostruito attraverso ricerche letterarie  e ritrovamenti archeologici. A questa domanda solo l’Autore può dare risposta. 

 

(Pietro Benigni)

 

 

Emanuele Greco, Il Mantello della Sosandra, Tored, 2011 [ * ]  






vedi quìquì e quì

EROI E CIALTRONI: 150 ANNI DI CONTROSTORIA
post pubblicato in Grandi, Augusto, il 24 novembre 2011

Il saggio, per un verso interessante per le sue analisi sociali,  economiche e politiche, ricco di osservazioni ed accurate descrizioni di fatti ed eventi, per l’altro è di lenta lettura per la sovrabbondanza di  cifre e dati che lo rendono, a tratti, piuttosto noioso.

 

(Renata Pozzi)

 

 

 

 

Augusto Grandi, Teresa Alquati, Eroi e cialtroni: 150 anni di controstoria, Politeia, 2010 [ * ]

 

 


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IL BARATTO
post pubblicato in Querci Favini, Giovanna, il 24 novembre 2011

Il libro, pur di chiara e scorrevole lettura, risulta tuttavia di poco pregio per l’assurdità della trama e per i salti logici legati al tentativo, fortemente venato di derive psicologistiche, di incastro tra fantasia e realtà.
Il discorso incentrato sulla distinzione tra il bene ed il male, chiamato in causa da una sorta di patto con il diavolo che mal ricalca il Faust di Goethe risulta aleatorio e venato di tentativi di indottrinamento.

 

(Renata Pozzi)

 

 

 

Giovanna Querci Favini, Il baratto, Marsilio, 2010 [ * ]

 


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LA LUNGA NOTTE DEI MILLE
post pubblicato in Brogi, Paolo, il 15 novembre 2011

Il libro di Brogi ci racconta le storie e il destino di alcuni dei Mille dopo la spedizione del '60. Lo fa in maniera agile e giornalistica che si presta ad una facile ed agevole lettura per chi si avvicina a questo tema e ciò costituisce di certo un pregio del libro ma ne rappresenta, allo stesso tempo, anche un notevole limite. Il racconto è infatti spesso aneddotico, poco contestualizzato e carente di respiro storico. Non si capisce come e perché sono stati scelti circa duecento di più di mille che erano. Si stenta ad intravedere un filo conduttore che leghi un racconto che si dipana un po' a pezzi e bocconi, saltando da uno all'altro dei garibaldini senza che il lettore riesca a percepire, in questo dipanarsi a volte accennato e a volte più approfondito, un qualsivoglia criterio unificante. Tenendo a mente questi limiti, a Brogi è riuscito però di ridare luce, dignità e dimensione umana ad almeno una parte di chi, avendo compiuto una grande impresa di cui tutti noi siamo in qualche maniera eredi, era caduto nel colpevole dimenticatoio della storia patria. Questa è di per se una piccola impresa che rende utile e dilettevole la lettura del suo libro.

 

(Edoardo Sermasi)

 

 

 

Paolo Brogi, La lunga notte dei Mille, Aliberti, 2011 [ * ]

VIVERE NON BASTA
post pubblicato in Veneziani, Marcello, il 13 novembre 2011



Il libro è di lettura non facile. È essenzialmente libro di pensiero, e proprio in questo risiede la sua bellezza, se così si può dire. Consiglio, modestamente, a chi si accinga a leggerlo, di leggere un capitolo al giorno. Così facendo, la lettura si esaurisce in venti giorni, se proprio si ha fretta. Ma – sempre a mio avviso – la lettura va diluita di più, proprio per apprezzare ciò che del libro è l’essenza propria.
E questa essenza è nell’ultimo capitolo, decisamente bello e suggestivo: la dedica “del tutto” al lettore. Conviene, però, andare con ordine.
Come ho detto, la lettura non è facile. Ciononostante, Veneziani ha uno stile suo, che, dopo un inizio non immediato e certo non scorrevole, si mostra dal quarto o quinto capitolo, più semplice. Alla base del libro è una trovata dell’autore non nuova: altri – come Dan Brown e non ricordo ora chi, ma più di un autore – l’hanno già utilizzata: l’espediente di dire che il contenuto del libro è autentico, oggetto di un ritrovamento casuale. Durante i recenti fatti di rovine a Pompei (crollo di un muro della Casa del Moralista, avvenuto nel 2010), l’autore ipotizza il ritrovamento delle lettere di Lucilio, un poeta romano nato e residente a Pompei, in risposta alle Lettere sulla Felicità che Seneca gli aveva rivolte.
Questo ritrovamento, nonostante la premessa – che l’autore, saggiamente, chiama Fabula –  asserisca trattarsi di ritrovamento reale, si svela presto fittizio, così come lo stile della narrazione, che quasi dai primi capitoli si può attribuire come stile e contenuti ai nostri tempi, piuttosto che all’epoca romana. È interessante notare che Veneziani non scrive in modo che sembri di essere ai tempi dei romani, ma piuttosto ambienta quel che racconta in quel tempo, mentre il suo stile – nonostante le buone intenzioni accennate in Fabula – è decisamente dei nostri tempi.
Ma il libro è un libro sul pensiero. Su quello che le persone pensano e aspettano dall’esistente. E proprio in questo – dopo un inizio poco agevole, in cui si parla un po’ di felicità, proprio per rispondere a Seneca (che ne ha fatto il tema delle sue Lettere) – il finto “poeta” romano che si dice suo allievo, e lo chiama maestro, si produce in riflessioni che originano dal libro di Seneca. Certo, il giudizio sul libro di Veneziani sarebbe molto più agevole se avessi letto prima il libro di Seneca, ma così non è.
Un libro sul pensiero: quasi un libro di filosofia, travestito da romanzo. Cosa ne ricava un lettore odierno, che – magari – di filosofia non si occupa né se ne vuole occupare e che cerca nel libro magari qualcosa che si riferisce alla felicità e che, dopo il secondo capitolo, sparisce quasi dal testo? È difficile a dirsi. Ma certo se ne ricava un po’ di riflessione sul proprio di pensiero. Sul perché si pensa e si scrive (o si legge) in certi modi. E di certi argomenti. Filosofici, appunto, e poco trattati.
Proprio quando Veneziani comincia ad affrontare il pensiero del quotidiano, (capitoli 5 Viaggiare e tornare, 8 Potere e ritirarsi, 9 Vecchiaia e dignità, 11 Sirene e Chimere), il libro comincia a colpire anche il lettore meno aduso a sentir parlare di filosofia – chi scrive non se ne è occupato quasi più, dopo gli studi superiori, se si eccettuano le letture di autori come Fromm, Eco e qualche altro – e lo colpisce soprattutto per i riferimenti al quotidiano, a quello che ci tocca tutti i giorni di pensare per le vicende che la vita ci fa considerare.
A mio avviso, i capitoli più belli, intensi e avvincenti, sono quello sulla leggerezza (12), quello sui padri e figli (14) e quello sulla morte di Seneca (17, penultimo). In questi capitoli ci si dimentica della falsa “romanità” dell’autore, che invece si mostra autore del nostro tempo, attento a problemi tipici dei nostri anni e non di quelli dell’antica Roma, cui si riferisce qua e là. Pare che l’autore sottolinei il fatto che i problemi dell’uomo non hanno epoca o data, sono sempre uguali, e come al nostro tempo, così dovevano essere anche nell’antica Roma.
Menzione speciale merita poi il capitolo sul Morire prima di morire (15) e quello sul Cristianesimo (16). Il penultimo capitolo, sulla morte di Seneca, oltre che un congedo dell’autore dal finto Lucilio che ha impersonato, è la conclusione dell’opera. Ma è proprio nell’ultimo capitolo che l’intero progetto si esprime: Congedarsi in bellezza è un saluto al lettore attento, che è arrivato al termine dell’opera e scopre che l’autore lo ha pensato per l’intero libro. E ne trae piacere e considerazione verso l’autore, nonostante la lettura sia stata faticosa.
A conclusione, una piccola chiosa, Veritas in extremis, ci racconta di come il libro (che Veneziani dedica a suo padre) sia originato dalla lettura del testo originale di Seneca, che suo padre aveva in edizione pregiata, e che conteneva appunto molte chiose aggiunte a margine. Una conclusione che spiega, forse meglio di altri pensieri, il perché del libro.
Ho già detto che la lettura non è piana, né facile. E non per lo stile dell’autore, che anzi risulta piano e scorrevole, ma soprattutto per l’argomento, il pensiero. Debbo dire che più di una volta sono stato tentato di leggere il libro a tratti. E invece l’ho letto dalla prima all’ultima riga, e ne sono rimasto affascinato, al punto da considerare l’eventualità di leggere le lettere di Seneca. Ma non adesso!



(Lavinio Ricciardi)







Marcello Veneziani, Vivere non basta, Mondadori, 2011 [ * ]



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EROI E CIALTRONI: 150 ANNI DI CONTROSTORIA
post pubblicato in Grandi, Augusto, il 9 novembre 2011

 

Quando leggiamo il giornale, guardiamo il telegiornale o assistiamo ai dibattiti politici, abbiamo una visione dei fatti limitata nel tempo e nello spazio; accentriamo l’attenzione sul singolo fatto e perdiamo la visione d’insieme: l’ interdipendenza fra nord e sud, quella fra piccole e grandi imprese, fra agricoltura, industria e terziario, l’importanza delle infrastrutture, la concorrenza internazionale, la ricerca e lo sviluppo, l’andamento dell’occupazione, della disoccupazione, del lavoro nero, dell’ istruzione, e cosa stanno facendo gli altri paesi; non riusciamo a percepire le connessioni di causa – effetto, o ci limitiamo a considerare solo gli effetti di breve periodo.
Occorre invece ogni tanto salire in alto, come su una mongolfiera o sul seggiolone di un arbitro di tennis, e vedere le cose in una sintesi spazio-temporale, perché solo così riusciamo a capire gli errori fatti nel lungo periodo e a non commetterne altri.
Il testo di Augusto Grandi e Teresa Alquati è prezioso proprio per questo. In meno di 200 pagine ripercorre il cammino economico e sociale dell’Italia dalla sua riunificazione ad oggi, evidenziando luci ed ombre della storia recente italiana fino a far comprendere al lettore la via da seguire per uscire dal tunnel. Una lettura che può sembrare all’inizio un po’ noiosa perché ricca di dati e cifre, ma che poi, una volta capita l’importanza della politica economica per la sua concreta incidenza sulla nostra vita di ogni giorno e su quella futura di figli e nipoti, diventa appassionante al punto che si desidererebbe, alla fine, che periodicamente uscisse una edizione aggiornata, per avere un commento disincantato e non di parte degli anni più recenti.
Libro da consigliare, a mio avviso, anche come testo scolastico, da comprare, tenere, prestare ad amici e parenti.



(Pietro Benigni)







Augusto Grandi, Teresa Alquati, Eroi e cialtroni: 150 anni di controstoria, Politeia, 2010 [ * ]

LO SHOW DELLA FARFALLA
post pubblicato in Matteucci, Franco, il 26 ottobre 2011


In un anonimo paesino d’Italia denominato Buriland (paese di burini) una giovane donna intelligente e bella sconta da dieci anni il suo grave errore di avere sposato per  convenienza  un uomo volgare e prepotente che le infligge continue umiliazioni fisiche e morali. Il contorno non è da meno: ci troviamo di tutto, dalle prostitute africane a quello che tradisce la moglie con un transessuale, dalle ragazze che si spogliano davanti alle telecamere in diretta telefonica con tariffa a tempo con i guardoni a distanza, a quelle che invece lo fanno nei club privé, dal playboy a pagamento al terrorista. Ma troviamo anche figure delicate e belle come quella del padre della protagonista o della anziana vicina di casa, o positive e concrete come quella del fornaio che spasima per la nostra eroina e vorrebbe sposarla.
Insomma uno spaccato di vita di paese un po’ duro ma vivo e tutt’altro che inverosimile.  Il racconto un po’ hard e lo stile rapido mi hanno fatto ricordare il romanzo di Niccolò  Ammaniti “Come Dio comanda” dal quale questo differisce, in meglio per fortuna, per l’inserimento di alcuni personaggi positivi e per il lieto fine. Lettura avvincente, porta ad un epilogo rapido e liberatorio. Consigliabile, ma solo per adulti.

 

(Pietro Benigni)

 

 

 

Franco Matteucci, Lo show della farfalla, Newton Compton, 2011 [ * ]


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