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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
IL PUZZLE MORO
post pubblicato in Fasanella, Giovanni, il 7 novembre 2018
 

Sto seguendo da qualche tempo l’aumento di interesse dei media per la vicenda Moro; in particolare, mi sono soffermato sulla “rilettura che ne ha dato Ezio Mauro, prima dalle pagine di “Repubblica”, e poi pubblicando due DVD e un volumetto che li accompagna.  Ho inoltre letto con piacere, sull’argomento, un libretto con un divertente titolo (“L’Honda anomala”), di un autore molto giovane, Pietro Ratto, che l’ha presentato e commentato presso una delle librerie Feltrinelli di Roma.
Era indispensabile che facessi questa premessa prima di parlare del libro di Fasanella. Infatti, questo splendido saggio  fa il punto intorno ad una serie di fatti e considerazioni che hanno invaso il settore della stampa (ma non solo) in questi ultimi anni. Il libro è ricchissimo di notizie e prende le mosse essenzialmente da una serie di documenti, relativi a due fonti: la prima - di origine inglese – è l’Archivio Nazionale, organismo essenzialmente governativo, noto con la sigla Tna/Pro; la seconda è la Nara, statunitense. Queste fonti sono riportate in calce al libro, assieme a riferimenti relativi ad organismi parlamentari italiani. Ma la lettura del libro mi ha fatto raccogliere con pazienza l’elenco di tutte le fonti bibliografiche che Fasanella riporta nelle note in calce, in ogni capitolo. Ne è venuta fuori una bibliografia di cinque cartelle.
Come l’autore dice nella prefazione – introduzione, intitolata “Questo libro” –, la vicenda, come gli viene rimproverato, ha perso di interesse, quindi perché occuparsene ancora, dopo quarant’anni? Fasanella non risponde direttamente, ma cita, al riguardo, le parole del figlio di Moro, Giovanni.
Non voglio raccontare nulla della trama del libro, e dei fatti che ne sono stati l’origine. Non ne sarei capace e non avrebbe alcun senso. So che – il giorno in cui Moro fu rapito (16 marzo 1978) – dovevo assolvere un dovere sindacale, e fui “sequestrato” da due colleghi responsabili della sezione “Monte Sacro” del sindacato, che mi chiusero nella sede per tutta la mattinata, ordinandomi di rispondere alle telefonate che indubbiamente sarebbero giunte. Questo è il particolare che mi fa tornare a quel giorno, fatto banale e spiegabile con il clima che immediatamente venne a crearsi.
Su questo caso fu scritto molto: tonnellate di articoli sui giornali (quotidiani e periodici). Ma nessuna ricostruzione, recente o passata, supera in precisione e accuratezza di elementi il libro di Fasanella. In esso viene messo in luce, progressivamente, quanto influirono sulla vicenda gli interessi inglesi, in primo luogo, e americani, in secondo. Tutte le fonti nazionali indicarono nelle Brigate Rosse, che gestirono l’intera operazione, sequestro e assassinio di Moro, gli unici responsabili dell’accaduto. Il libro, molto cautamente, ma con dovizia di particolari di carattere politico, mostra invece che il contesto internazionale andrebbe richiamato come mandante e – forse – anche esecutore diretto dell’intera operazione. Questa avrebbe potuto avere esito diverso se alla base non ci fossero stati gli interessi politici di altri paesi che si vedevano colpiti dalla politica che Moro stava cercando di attuare.
Le fonti ”ufficiali” citate da Fasanella nella nota in calce al volume sono solo una parte delle informazioni alla base del libro. Chi lo legge converrà con me che – nel corso della stesura dei vari capitoli – molte altre fonti documentarie compaiono, altrettanto degne di nota che quelle “ufficiali”. Ma – a mio avviso – la chiarezza del lavoro svolto da Fasanella nello scrivere questo libro si riflette nell’indice, che – da solo – racconta proprio come l’autore ha percorso la storia del sequestro e assassinio. Fasanella suddivide l’opera in sei parti. La prima e la terza parlano dei due cosiddetti “compromessi storici”: quello tra De Gasperi e Togliatti e quello tra Moro e Berlinguer. La seconda parte ha invece come contenuto la “deterrenza” contro Moro, cioè tutto quanto fu fatto politicamente, a livello internazionale e italiano, per screditare l’opera dello statista pugliese. La quarta e la quinta parte parlano della politica italiana e dei perché non era ben accetta agli alleati atlantici. Infine la sesta (ed ultima) parte cerca di dirci, attraverso varie testimonianze, come la scomparsa di Moro abbia "fatto bene" all’Italia.
Al termine del libro sono riportate le fonti “archivistiche”, quasi una bibliografia intenzionale. 
Dal libro emerge sostanzialmente che la parte del leone (a livello di possibile “mandante” dell’operazione “sequestro – ed assassinio – di Moro) è stata dell’Inghilterra, appoggiata successivamente dagli Stati Uniti. 
Da lettore, più che da curioso, tengo a dire che il libro di Fasanella è agevole, e non presenta difficoltà alcuna per il lettore. C’è solo – forse – da ricordare i fatti, cosa che però è facilitata dalla lettura stessa. Pertanto, ritengo che la saggistica sia stata arricchita da questo splendido ed esauriente libro. Penso che qualsiasi esperto di politica internazionale vi trovi un buon esempio di come si possa trattare bene un argomento spinoso quale è stato l’”affaire Moro” (per dirla con Sciascia), con attenzione e cautela, ma chiarendone il contesto, difficilmente percepito sui media durante e dopo il fatto.



(Lavinio Ricciardi)








Giovanni Fasanella, Il puzzle Moro, Chiarelettere, 2018 [ * ]

 

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TRIPLO INGANNO
post pubblicato in Nicotri, Pino, il 31 ottobre 2018
 

Questa non è una recensione vera e propria. Il libro di cui tratto è del 2014, e probabilmente saranno poche le librerie ad averne copia. Premetto inoltre che di solito non seguo la cronaca nera, né le trasmissioni televisive che se ne occupano. Certo, ho avuto notizia del caso di Emanuela Orlandi, la figlia di un dipendente del Vaticano scomparsa sedicenne, il 7 maggio 1983, e mai più ritrovata. Difficile ignorare quel mistero, visto che da un quarantennio ci viene riproposto con sempre nuove e più complicate sfaccettature. Ancora di recente un docu-film di Roberto Faenza (La verità sta in cielo), un numero speciale di “Micromega” e un documentario di Andrea Purgatori per La 7 sono tornati sul caso.
Pino Nicotri, ex redattore de “L’Espresso” e ora del quotidiano on line “Blitz”, ha dedicato alla vicenda ben tre volumi, di cui Triplo inganno è l’ultimo e la sintesi dei precedenti. Nicotri non si propone di trovare soluzioni, bensì di mostrare come un episodio tragico, ma simile a molti altri, possa essere gonfiato da vari attori a dimensioni mostruose, fino a trasformarsi in una sarabanda, in una specie di circo capace di cancellare forse per sempre la verità dei fatti.
La ricostruzione è dettagliatissima. I primi inquirenti, magistrati e poliziotti, pensano a un delitto a sfondo sessuale, probabilmente (adombra Nicotri) maturato in un ambiente non lontano da quello della famiglia. Ma ecco che interviene Giovanni Paolo II, che due anni prima ha subito l’attentato di Ali Agca ed è impegnato in una dura lotta contro il comunismo. Senza addurre alcuna prova allude a un sequestro, forse inserito in una trama più vasta. Da quel momento l’inchiesta è affidata ad altre mani, entrano in ballo i servizi segreti e alti funzionari di Stato. L’ipotesi è che Agca fosse manovrato dallo spionaggio bulgaro, e che si debbano cercare da quel lato i rapitori della ragazza.
Giungono messaggi bizzarri, in cui fantomatici gruppi estremisti turchi propongono la restituzione della giovane in cambio della liberazione di Agca. Si scoprirà molto più tardi che autori delle missive sono i servizi segreti della Germania Est, desiderosi di liberare dai sospetti i loro colleghi bulgari. Nel contempo, fioccano chiamate telefoniche strampalate, senza che i chiamanti forniscano prove convincenti dell’esistenza in vita della giovane. Una “sua” unica, agghiacciante registrazione vocale risulta tratta, secondo la polizia romana, da un film pornografico (dettaglio su cui Purgatori sorvola). E avere anche quel reperto fasullo innesca un conflitto con il Vaticano, che dopo avere lanciato il sasso con le parole di Woytila nasconde la mano, cioè si chiude nel mutismo e collabora sempre meno volentieri.
Ma siamo solo agli inizi della farsaccia. La “pista Agca” (cui questi, inizialmente riluttante, in seguito si presta fin troppo) si esaurisce nel nulla. D’altra parte, nessuno sembra ragionare sul fatto più evidente. Potrebbe essere una qualunque ragazzina, sia pure residente in Vaticano, merce di scambio utile a ricattare un pontefice e l’intero Stato italiano? L’ipotesi è semplicemente folle. Eppure, negli anni e nei decenni, proseguono le segnalazioni di chi ha visto vivente Emanuela qui e là: suora in un convento di montagna, sposata in Medio Orente, ecc. Tutte cazzate, peraltro regolarmente appoggiate da Pietro Orlandi, fratello fin troppo credulone della giovane (si presume in buona fede). Non si va da nessuna parte.
Ed ecco, trent’anni dopo, la svolta. In una puntata del programma tv “Chi l’ha visto” (12 settembre 2005), un anonimo telefonista invita, per conoscere la sorte di Emanuela, a indagare su chi sia sepolto nella basilica di Sant’Apollinare (adiacente all’accademia in cui la scomparsa studiava il flauto), e quali servizi abbia reso al defunto cardinal Poletti. Colpo di scena; nella chiesa c’è il sepolcro di Enrico De Pedis, uomo vicino alla ormai leggendaria Banda della Magliana (anche se forse non direttamente militante, finito ucciso). “Chi l’ha visto” preme affinché la sepoltura venga aperta, e il Vaticano nicchia. Infine si spalanca la tomba, e non si trova un accidente. Idem per gli scavi in un ossario nel sottosuolo.
Nel frattempo “Chi l’ha visto” scova una ex amante del De Pedis, con un passato di tossicodipendente, reduce da plurimi ricoveri psichiatrici. Costei, smentita dalla sorella, conferma che è stato Enrico De Pedis a tenere reclusa Emanuela in uno scantinato, mentre si affaccia minacciosa la sagoma di un alto prelato su berlina nera. Finché il cadavere della giovane non è stato fatto sparire in una betoniera, che può fare di tutto salvo sminuzzare un corpo.
Finito il delirio? No, perché “Chi l’ha visto?” scopre un mitomane, sedicente artista creativo, che sa dove sia nascosto il flauto che Emanuela imparava a suonare. Viene ritrovato. Peccato che non sia lo stesso flauto, bensì uno strumento qualsiasi. Ed ecco affacciarsi il noto esorcista padre Amorth. Emanuela Orlandi è stata uccisa in uno dei festini satanici e pedofili che si tengono nei sotterranei del Vaticano. La fonte? Messo alle strette, Amorth cita un libro dello stesso Nicotri, che non asseriva nulla di simile.
E questi sono solo i nodi salienti di una follia informativa ininterrotta, francamente scandalosa, che vede mescolati sensitivi, giornalisti “d’inchiesta” di chiara fama (o infamia), mafiosi che si attaccano al carro di passaggio, magistrati in lotta contro l’alzheimer. Tutto il mondo italiano dei mass media, dalla stampa alla tv, è messo sotto accusa da Nicotri, con fior di nomi e di cognomi. E ancora non sapeva, al momento di pubblicare Triplo inganno, che un oscuro deputato avrebbe poi cercato di collegare il rapimento Orlandi addirittura al caso Moro, tanto per alimentare la cloaca delle menzogne.
Lo ripeto, questa non è una recensione. Mi guardo dal giudicare lo stile di Nicotri, e non ho le competenze necessarie per valutare la sua indagine. Se però solo la metà del suo libro fosse vera, ci troveremmo a navigare, nel mare dell’informazione italiana, in un oceano di melma. Purtroppo, altre tematiche anche odierne rafforzano il senso di nausea.



(Valerio Evangelisti)




(apparso su Carmilla del 12 agosto 2018)






Pino Nicotri, Triplo inganno, Kaos, 2014 [ * ]


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 31/10/2018 alle 11:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
LA MEMORIA RENDE LIBERI
post pubblicato in Segre, Liliana, il 8 settembre 2018
 

Un libro-documento, scritto da Liliana Segre, neo-senatrice a vita, con la prefazione di Enrico Mentana, in veste di giornalista e storico della Shoah. Un libro che ha un sottotitolo, “La vita interrotta di una bambina nella Shoah”, che ben si adatta a descrivere la vicenda narrata da Liliana Segre in prima persona nel libro. La prefazione di Mentana attualizza la storia ai nostri tempi, mentre la vicenda narrata è quella di una bambina ebrea che – a otto anni – si vede costretta, da una realtà che non comprende, a cambiare totalmente la sua vita, ed è relativa ad anni lontani dai nostri tempi.
La prefazione di Mentana pone alcune questioni di carattere essenzialmente storico sul fascismo e sui discorsi che Mussolini fece per rassicurare i cittadini ebrei italiani. Siamo ai primi anni Trenta; nel 1938 succede qualcosa che smentisce tutto quello che il Duce aveva detto: vengono promulgate le leggi razziali, il vero motivo per cui la vita di quella bambina di otto anni (e di tanti altri, di età molto diverse) cambia. E Mentana, in chiusura della sua “parentesi storica”, ringrazia la Segre per la sua sincerità e il candore con cui ha raccontato proprio a lui la sua storia. 
Scorrendo l’indice, si comprende già lo sviluppo del racconto. È la storia di una bambina ebrea, che va – come tanti altri suoi correligionari, a causa delle leggi razziali che hanno escluso gli ebrei dalle scuole – a scuola da suore cattoliche (le Marcelline), e la cui famiglia ha una casa di campagna ad Inverigo, in Brianza, dove passa qualche vacanza, mentre abitualmente vive a Milano. Il libro è arricchito da alcune fotografie che l’autrice ha riportato dall’archivio di famiglia, e che ritraggono lei, bambina, assieme ai suoi genitori, oltre a foto dei genitori, dei nonni, del suo matrimonio e dell’incontro con Giorgio Napolitano in occasione del tributo al memoriale della Shoah. 
Liliana e il papà (la mamma, Lucia, è morta quando lei aveva pochi mesi) si sono ritirati ad Inverigo e si preparano alla fuga, come vari amici loro. In breve, mentre – assieme a due cugini dei nonni paterni, i Ravenna – hanno raggiunto la Svizzera, vengono rimandati indietro per “mancanza di spazio”, e ripresi dalle guardie italiane, e sono riconsegnati ai tedeschi. Incarcerati a San Vittore, un giorno sono caricati su di un treno merci, e – dopo un lungo viaggio di sei giorni – giungono al campo di Auschwitz.  
Il libro racconta poi in tre capitoli (7, 8 e 9) la permanenza ad Auschwitz, dove – come in tutte le situazioni precedenti – le donne venivano separate dagli uomini. A Liliana manca ogni notizia del padre; viene destinata al lavoro in una fabbrica di proiettili vicina ad Auschwitz, dove la portano ogni giorno. Deve proprio a questo, dirà lei stessa, la sua sopravvivenza. Nei tre capitoli viene dato risalto alla solitudine e all’annientamento del prigioniero – cosa raccontata da tutti i sopravvissuti alla Shoah, a cominciare da Primo Levi. 
I capitoli che seguono (10 e 11) raccontano quello che accadde ad Auschwitz non appena si seppe che stavano per arrivare i russi: i tedeschi fecero abbandonare il campo a 56.000 prigionieri, avviandoli verso il nord della Germania, Ravensbrück. Durante la lunga marcia,  Liliana viene a sapere per caso della perdita dei suoi nonni Olga e Pippo Segre, che lei immaginava in salvo, in Italia, grazie ad un documento ottenuto da suo padre. La ragazza che le riferisce queste notizie, le dice che i nonni sono stati arrestati e deportati, prima a Fossoli poi ad Auschwitz, dove sono stati uccisi. Dopo Ravensbrück, il gruppo si sposta prima in un campo minore, lo Jugendlager, poi a Malchow. In questo campo minore, Liliana fa un altro incontro, Peppino Levi, un ragazzo conosciuto nel carcere di San Vittore mentre faceva piani di fuga con suo padre; saprà dopo che Peppino è morto a Mauthausen.
Liliana, a contatto con soldati francesi, e in compagnia di un’altra ragazza italiana, Graziella Coen, al termine della sua personale marcia della morte, si rifugia presso i soldati americani. Qui viene curata, lasciata libera di nutrirsi al punto da ritornare grassa (all’arrivo pesa trentacinque chili), e passa il tempo nell’attesa, assieme alla sua amica Graziella, e dormendo. Gli altri prigionieri la considerano una letterata e le chiedono continuamente di scrivere lettere a casa. E dopo quattro mesi, finalmente le dicono che dovranno partire. Al rientro, dopo un impensabile (se confrontato col passato) viaggio di ritorno, Graziella dice che vuole proseguire per Roma, ma rimane con l’amica mentre Liliana torna a Milano. Il ritorno produce incertezza: Liliana si chiede chi troverà. Sbarcata a Milano, va al suo indirizzo in corso Magenta: strada facendo, dato lo stato miserevole dei loro abbigliamenti, ricevono l’elemosina. Giunti a casa, il portiere le scaccia, ma – appena Liliana dice chi è – la accoglie con urla di gioia e – dal cortile – annuncia il suo ritorno a tutto il condominio. Tutti fanno a gara a riceverle ed ospitarle. Liliana alla fine si trasferisce dai suoi zii (Amedeo è il fratello di suo padre), ma non si sente a suo agio: i suoi zii piangono il fatto che solo lei sia riuscita a tornare, non suo padre e non i nonni Segre.
Liliana rimane dai suoi zii, ma vorrebbe vivere da sola. È spesso preda di crisi di sconforto; ha anche, spesso, la tentazione di suicidarsi, ma poi le passa. La sua amica Graziella decide – dato che presso gli zii di Liliana era ancor meno a suo agio di lei – di tornare a Roma. Qui incontra un ferroviere, con cui si fidanza e si sposa, mettendo al mondo due figli. Poi emigrano in Sudafrica, e Graziella – analfabeta - continua a scriverle, per il tramite di uno dei suoi figli. Liliana, dopo due anni, accetta l’invito dei suoi nonni materni, che avevano cambiato casa, di andare a vivere con loro, e lascia gli zii. Decide anche di continuare i suoi studi, interrotti così presto, e torna dalle suore Marcelline, che – al tempo delle sue elementari – l’avevano fatta battezzare. Le suore le offrono di frequentare un corso di lingue; terminato questo con successo, le propongono di studiare privatamente e prepararsi all’esame di licenza ginnasiale. Così fa, preparandosi con due sorelle indicate dalle stesse suore, una che insegna lettere e l’altra materie scientifiche. In un anno Liliana studia il programma di cinque anni (scuole medie e ginnasio) e supera l’esame brillantemente, iscrivendosi poi al liceo, sempre presso le Marcelline. Nel frattempo, in prossimità degli anni ’50, durante una vacanza al mare, Liliana incontra Alfredo, e se ne innamora. È un colpo di fulmine per entrambi: gli zii osteggiano – come si faceva allora – la frequentazione; Alfredo che viveva a Bologna, veniva a Milano di sabato per vederla, ed andavano al cinema. Si sposano nel 1951, e lo zio avverte lo sposo che – probabilmente – a causa dei trattamenti subiti ad Auschwitz, Liliana non potrà aver figli. Ma la vita smentisce queste previsioni, e di figli, dal matrimonio, ne sono nati tre; due maschi e una femmina (Alberto, Luciano e Federica). La vita in coppia fu un’esperienza bella e nuova per Liliana, che vide nel marito non solo il suo compagno, con cui poter parlare di tutto, ma anche un protettore.
Mi sono accorto di aver ecceduto nel racconto, ma la storia che Liliana racconta nel suo libro è davvero coinvolgente. Ora, però, lascio ai lettori la scoperta degli ultimi capitoli. Voglio solo sottolineare una frase, in chiusura del libro, che dà l’idea del valore di questa testimonianza. Eccola: «… Quella bambina ebrea che quasi non sapeva di esserlo è divenuta una donna ebrea che ha scelto di assumersi il peso e la responsabilità della memoria …» E aggiungere anche una considerazione in merito al titolo, che appare come una parafrasi del motto che c’è sul cancello di Auschwitz: che dice “Il lavoro rende liberi”, per cercare di mascherare da “campo di lavoro” il campo “di sterminio”; il titolo di questo libro è “la memoria rende liberi”, come dire che è il ricordo di quanto accaduto che libera la mente e la psiche dal fatto stesso. Consiglio di leggere questo libro a tutti: l’autrice non rende mai la sua narrazione pesante o dolorosa, ed è questo il suo principale merito.


(Lavinio Ricciardi)








Enrico Mentana, Liliana Segre, La memoria rende liberi, Rizzoli, 2015 [ * ]


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IL GANGLIO
post pubblicato in Peronaci, Fabrizio, il 31 gennaio 2017

Uno degli elementi ricorrenti dei misteri irrisolti, che costellano la storia dell'Italia repubblicana, è certamente l'opacità dei centri di potere coinvolti, ossia la capacità di proteggere i segreti che potrebbero condurre alla verità attraverso un continuo gioco di specchi, di false rivelazioni, di sottili menzogne che compromettono l'oggettiva ricostruzione dei fatti. Montagne di informazioni, indizi, talvolta prove raccolte con pazienza dal lavoro degli inquirenti: ma poi si arriva quasi sempre a un punto in cui le indagini si bloccano, i processi si ripetono, gli atti si accumulano senza una chiave di lettura unitaria, che permetta di fare il passo successivo. I protagonisti passano ma le istituzioni - e i segreti - restano, custoditi da una rete di protezione invisibile, eppure capace di stendere un velo di ostinato e prolungato silenzio. Ed è quì che entra in gioco il lavoro insostituibile del giornalismo d'inchiesta, che non si accontenta dei comunicati ma cerca i fatti che vi stanno sotto, nella convinzione che la loro conoscenza rappresenti un diritto civile fondamentale. Il ganglio di Fabrizio Peronaci si inserisce a pieno titolo in questo filone giornalistico, fornendo nuovi particolari su un caso di cronaca nera che ha coinvolto le istituzioni laiche e religiose fino ai massimi livelli. Si tratta dei rapimenti di Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi, avvenuti a Roma rispettivamente il 7 maggio e il 22 giugno del 1983. Se in quegli anni i sequestri di persona non rappresentavano una rarità, ciò che tuttavia apparve subito strano fu il fatto che entrambe le ragazze non erano legate all'estremismo politico, nè provenivano da famiglie facoltose della capitale. Emanuela Orlandi, inoltre, era una cittadina vaticana, e il suo stato civile la collega a uno dei periodi più oscuri e drammatici della storia recente della Santa Sede: sono gli anni immediatamente successivi al fallito attentato a Giovanni Paolo II, avvenuto in piazza San Pietro il 13 maggio 1981. Lo stesso attentatore, il terrorista turco Alì Agca, ha fatto più volte riferimento alle sorti della ragazza; ma la sua collaborazione con la giustizia italiana è stata tutt'altro che lineare e credibile, quanto piuttosto piena di suggestioni millenaristiche, tirate megalomani e soprattutto di imbarazzanti reticenze. La svolta, raccontata da Peronaci, matura nel 2013 all'indomani dell'elezione di papa Francesco. Complice il clima di apertura, che il nuovo pontificato porta con sè, si fa avanti per la prima volta un personaggio fino ad allora mai coinvolto in nessuna inchiesta riguardante il caso Orlandi. E' il fotografo romano Marco Fassoni Accetti, di cui Peronaci ha non solo ricostruito la versione dei fatti, ma ha pure allargato il raggio delle ricerche, proponendo una serie di riscontri con altri episodi avvenuti in quegli anni lontani, fino ad oggi non messi in relazione tra loro. Fassoni Accetti, per sua stessa ammissione, avrebbe avuto un ruolo attivo nel sequestro di Emanuela, fungendo da telefonista. Ma la novità più interessante del libro risiede nella ricostruzione della lotta di potere all'interno del Vaticano, collocata nello scenario geopolitico della Guerra Fredda che nei primi anni Ottanta raggiunge uno dei livelli di massima tensione. Sono gli anni dei boicottaggi reciproci in occasione dei giochi olimpici di Mosca (1980) e Los Angeles (1984), ma soprattutto della corsa agli armamenti nucleari e del loro dispiegamento nel quadrante euro-mediterraneo. Gli anni di Solidarnosc in Polonia, e del papa polacco che sostiene il sindacato libero di Lech Walesa, promuovendo un deciso cambiamento di rotta nella politica estera della Chiesa cattolica in chiave anticomunista su scala mondiale. Il ganglio vaticano, a sua volta, era una rete di alti prelati, laici, alti funzionari dei servizi segreti italiani - nonchè alcuni esponenti della criminalità organizzata romana - che spingeva nella direzione opposta, riconoscendosi piuttosto nella Ostpolitik vaticana, ovverossia la politica prudente e realistica, volta a normalizzare i rapporti con il blocco dei Paesi dell'Est, promossa dall'allora Segretario di Stato, il cardinale Agostino Casaroli. E anche se la recente archiviazione, disposta dal Tribunale di Roma su richiesta della Procura capitolina, appone il sigillo definitivo al procedimento giudiziario, l'interpretazione dei fatti fornita dal Ganglio riceve piuttosto una conferma indiretta da un'altra inchiesta giornalistica, confluita nel volume Vaticano S.p.A. di Gianluigi Nuzzi. Il nucleo documentario del libro di Nuzzi è costituito dal poderoso archivio di monsignor Renato Dardozzi, deceduto nel 2003, dopo aver ricoperto incarichi di grande rilievo e nel più assoluto riserbo presso la Segreteria di Stato. Proprio dall'esame delle carte - rese pubbliche per volontà testamentaria dell'alto prelato - emerge un quadro segnato dalla lotta di due cordate per il controllo finanziario del Vaticano, allora profondamente scosso dal crollo del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Da una parte l'Opus Dei, disposto a sostenere generosamente l'impegno anticomunista di Karol Wojtyla e a coprire la voragine aperta nel bilancio dell'Istituto per le Opere di Religione, il più importante organo economico e finanziario Oltretevere; dall'altra, una fazione eterogenea ma comunque acerrima rivale della prima, i cui contorni possono essere sovrapposti a quella della rete delineata da Peronaci. Insomma, se il caso Orlandi per la magistratura romana è chiuso definitivamente, lo stesso non può dirsi per le inchieste giornalistiche o per le ricerche degli storici contemporanei, che non devono sottostare ai vincoli della prescrizione. Spetta a costoro il compito di chiarire i contorni di una vicenda che il tempo può sbiadire, ma non cancellare completamente. Qualche volta, infatti, succede proprio il contrario: che il trascorrere del tempo finisca per sollevare il velo su fatti, persone, reti di relazioni, che hanno perduto il loro potere deflagrante, ma che ancora possono aiutare a comprendere un frammento del nostro recente passato.


(Fabrizio Chiappetti)







Fabrizio Peronaci, Il ganglio, Fandango, 2014 [ * ]
                                                                                                                            



ATTUALITA' POLITICA DI BENEDETTO CROCE
post pubblicato in Croce, Benedetto, il 20 maggio 2016

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CITIZENFOUR
post pubblicato in Diario, il 2 maggio 2016

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FARE MEGLIO CON MENO
post pubblicato in Casu, Andrea, il 15 aprile 2016


Consiglio la lettura di questo interessante libro che tocca importanti problemi relativi a politica, psicologia cognitiva e sociale, economia comportamentale, sociologia. Non è un saggio “pesante”, tutt’altro. La lettura è gradevole e scorrevole sia per la buona scrittura, chiara e precisa allo stesso tempo, sia per l’uso frequente di similitudini e di esempi esplicativi riguardanti situazioni reali. Un libro utile a combattere stereotipi e luoghi comuni riguardo la politica, le nuove tecnologie e i cambiamenti possibili. Partendo da un’amara realistica considerazione: “...le macchine burocratiche continuano a essere costose, poco funzionali, non semplificate, non trasparenti, con servizi al cittadino di basso livello…” e…“...le riforme si arenano in un groviglio di formalismi giuridici e amministrativi…”.
L’autore espone la teoria dei nudges e ci fa sperare in un futuro dove la burocrazia sarà semplificata e digitalizzata, dove i fenomeni di corruzione verranno “curati” alla nascita e dove la politica non sarà asservita ad interessi di pochi.
Un nudge – spinta gentile - è uno strumento di intervento dolce, che non impone o vieta nulla e garantisce l’autonomia di scelta individuale per stimolare comportamenti virtuosi, allargare le buone pratiche, educare. Le parole-chiave di questo libro sono: organizzazione, partecipazione pubblica, integrazione, innovazione. A queste, più volte citate, ne aggiungo una sottintesa: educazione. In realtà, la pratica educativa di favorire comportamenti positivi favorevoli a se stessi e al gruppo attraverso “spinte gentili” nella scuola è utilizzata quotidianamente da molti insegnanti. Se l’alunno impara a comportarsi correttamente non solo in risposta a imposizioni e divieti ma perché ha capito le motivazioni che ne sono alla base, sarà un’autonoma scelta individuale e sarà per sempre.
Il primo capitolo del libro parla soprattutto di riorganizzazione strutturale e gestionale delle pubbliche amministrazioni ma il filo rosso che collega tutti i capitoli è il giusto rilievo dato alle tecnologie e soprattutto a quelle dell’informazione. Esse condizionano pesantemente “le nostre azioni, percezioni, intenzioni, la nostra moralità, anche la corporalità…” e possono nascondere pericoli (come l’infobesità…) ma possono portare numerosi benefici nella gestione della pubblica amministrazione e di conseguenza nella vita di ciascuno di noi. Fra i nuovi diritti di cittadinanza c’è il diritto all’uso delle tecnologie telematiche per semplificare attività come i pagamenti on line, il voto elettorale elettronico e per espletare adempimenti amministrativi di vario tipo…per una maggiore informazione e trasparenza, per migliorare la comunicazione e la partecipazione attiva, per migliorare la qualità della vita, per risparmiare. 
Per “fare meglio con meno”.


(Luciana Raggi)








Andrea Casu, Fare meglio con meno, Franco Angeli, 2015 [ * ]


vedi quì


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L'ANIMA DEL CORPO
post pubblicato in Muraro, Luisa, il 13 aprile 2016


In un agile libretto da poco pubblicato - meno di cento pagine - la filosofa Luisa Muraro affronta un tema che è al centro del dibattito di questi giorni: l'utero in affitto. Ne parla in un modo non polemico, senza pretendere di proibire, ma invitando alla riflessione. Pensiamo bene, dice, prima di incamminarci su strade che si allontanano dal sentire profondo su cui si basa la nostra civiltà. Non si può fare di una persona un mezzo, quindi una donna non può essere considerata un semplice contenitore; non si compra e non si vende la materia vivente, quindi non si può far nascere una nuova creatura tramite un contratto di natura commerciale. Ci guida la consapevolezza che più volte, in un recente passato, sono stati possibili lapsus, scivolamenti, errori. L'autrice cita a questo proposito l'eugenetica, coltivata in ambienti scientifici del Nord Europa e degli Stati Uniti e sfociata infine in un genocidio, e la fabbricazione delle armi atomiche, che ha portato a un passo da una guerra nucleare. "Ci sono strade che non bisogna prendere, ci sono ponti che che non bisogna attraversare, ci sono possibilità che non bisogna cogliere" dice Luisa Muraro citando un antico detto cinese.
Il libro ci invita a pensare ad una particolarissima relazione: quella tra la donna che diventa madre e la piccola creatura che dovrà nascere. È uno scambio potente che traccia una strada da percorrere insieme: dal portare-venire alla luce, ad insegnare-imparare a parlare, senza soluzioni di continuità. A volte per qualche motivo questo processo si interrompe. Ma non possiamo accettare che il taglio possa essere deciso in modo programmato, solo per rispondere al desiderio di gentorialità di eventuali committenti. 
"Il desiderio è una grande potenza, come i soldi, ma più misteriosa e meno razionale (...) Il punto di vista di chi ha un vivo desiderio non può essere ignorato. (...) Con la surrogazione la creatura arriva in forza del desiderio degli aspiranti genitori, per mezzo dei loro soldi."
La tecnica e il mercato, alleandosi col desiderio dei committenti, assumono in questo processo un ruolo essenziale. Gli esiti, però, potrebbero essere incontrollabili. Sarà messa a rischio la relazione materna ed anche la ricerca di un nuovo e più ricco senso della paternità.
Si sente dire spesso che la maternità surrogata sarebbe per le donne che si prestano a tale pratica una libera scelta. Per l'autrice, invece, la surrogazione non è altro che una nuova forma di subordinazione alla legge del patriarcato e del mercato e una artificiosa interruzione della relazione della creatura piccola con la madre. Una strada che non si deve intraprendere. 
La maternità surrogata, detta anche MPA oppure utero in affitto, è proibita dalla legislazione italiana.



(Rita Cavallari)







Luisa Muraro, L'anima del corpo, La Scuola, 2016 [ * ]

IL DIRITTO DI AVERE DIRITTI, IL DOVERE DI AVERE DOVERI
post pubblicato in Rodotà, Stefano, il 23 ottobre 2015
   

ascolta quì



Stefano Rodotà, Il diritto di avere diritti, Laterza, 2015 [ * ]
Luciano Violante, Il dovere di avere doveri, Einaudi, 2014 [ * ] 

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ALJAZEERA
post pubblicato in Diario, il 14 ottobre 2015



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PUTIN
post pubblicato in Diario, il 10 ottobre 2015

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L'AMERIKANO
post pubblicato in Diario, il 2 ottobre 2015

Il 30 maggio 2013 fu presentato a Villa Leopardi il libro Il segreto di Emanuela Orlandi. Papa Wojtyla, la tomba del boss e la banda della Magliana di Pino Nazio. In quell'occasione partecipava all'incontro anche Marco Fassoni Accetti, utente della biblioteca da alcuni anni e da pochi mesi reo confesso in Procura di aver partecipato attivamente al sequestro di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori. Le rivelazioni di Marco Fassoni Accetti risultarono quella sera per molti spettatori sorprendenti ed anche scioccanti. Solo pochissimi già sapevano delle ammissioni di Fassoni Accetti e che ci fosse lui dietro il ritrovamento del flauto di Emanuela attuato con la complicità della trasmissione televisiva Chi l'ha visto?. Ciò che quella sera Fassoni Accetti accennò in maniera frammentaria, lasciando molti dubbi e domande negli astanti, apparve poi ricostruito più sistematicamente nel suo blog (alla sezione Indizi e prove) e soprattutto nel libro del giornalista Fabrizio Peronaci Il ganglio, basato su due memoriali di Fassoni Accetti, uno consegnato in Procura e l'altro direttamente al giornalista. Dal libro emerge la ricostruzione storico-politica del contesto in cui avvenne il rapimento Orlandi, negli anni successivi all'attentato a papa Giovanni Paolo II del 1981, un discrimine per il periodo della Guerra Fredda, oltre il quale ci sarà il precipitare degli eventi che condurranno all'89.
CALAIS
post pubblicato in Diario, il 4 agosto 2015

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RATA NECE BITI
post pubblicato in Langer, Alexander, il 24 luglio 2015
 

Alexander Langer nacque nel 1946 a Vipiteno, Alto Adige, che sono i nomi italiani di Sterzing, Sud Tirolo. Sua madre era erede di una dinastia di farmacisti del paese. Suo padre un medico viennese di origine ebraica. Negli anni della persecuzione si erano rifugiati in Toscana: scamparono a un'irruzione di fascisti, e riuscirono fortunosamente a riparare in Svizzera. Alexander fu il primo di tre fratelli. Negli anni di scuola, studente brillante, si fece cattolico "autodidatta". La sua era una famiglia prestigiosa, e Alex scelse di rendersene indipendente, rinunciando alla sua eredità, ma il legame fu sempre fortissimo. Quando Alex introdusse me e Randi, la mia compagna, a sua madre, nella casa avita di Sterzing, era emozionato come per una cerimonia. Prima, nelle cartoline spedite da Vipiteno (Alex era un leggendario scrittore di cartoline illustrate) i saluti materni erano firmati "Elisabeth"; dopo, "Lilli".
Negli anni rivoluzionisti avevo avuto con lui una confidenza forte ma frettolosa. Non sapevo molto: la traversata a nuoto del Garda per festeggiare la maturità, eternata dal quotidiano locale. E la conoscenza con don Milani. A Barbiana, il curato gli aveva intimato, se davvero gli interessavano gli ultimi, di lasciare l'università. Alex si persuase che don Lorenzo fosse un santo, a suo modo, e però pensò che si è santi solo a proprio modo. Prese la sua seconda laurea, però fu lui poi a tradurre in tedesco la Lettera a una professoressa.
Insomma, i nostri rapporti si fecero più stretti dopo. Per me, lo scioglimento di Lotta Continua (1976) aveva significato una dimissione brusca da un'esistenza e una responsabilità collettiva. Per lui era diverso: l'avrebbe sentita come una diserzione, era deciso a proteggere un impegno collettivo ora rianimato della rivelazione ecologista. Rifiutavamo ambedue la "riconversione" ecologica, che era come un fare finta di niente, un aggiungere al classismo un po' di femminismo e un po' di attenzione verde: il cambiamento doveva essere una metanoia, una vera "conversione". Io ci arrivavo rivendicando la nobiltà del pentimento, riscattata all'abuso che si faceva del nome di "pentiti": la sconfessione del maschilismo, la scoperta di una storia naturale dirottata dalla storia umana, il disincanto dalle sorti progressive per un disarmo ragionato - "quel che non siamo più, quel che non vogliamo più". Alex, della "conversione ecologica" - quella invocata dall'enciclica di Francesco - fu il portabandiera, anche grazie al legame con i Gruenen, una delle sue prove di traduttore e traghettatore. Da allora, la differenza - lui impegnato a tessere le fila di un movimento, io distante dall'impegno collettivo - avrebbe segnato altre esperienze comuni.
Veniva a tirarmi fuori dalla mia campagna - a pochi minuti dalla casa fiorentina di Valeria e sua - sostenendo di aver bisogno di aiuto. Fu così nel 1987, quando una sua approvazione dell'allora cardinale Ratzinger contro le manipolazioni genetiche intitolata "Cara Rossanda, e se Ratzinger avesse qualche ragione?" sollevò uno scandalo. Ci fu un acceso dibattito a Roma, Alex volle smorzare la polemica, io gli feci da avvocato. Ricordo con nostalgia la serata e gli interlocutori: Giovanni Berlinguer, Rossana Rossanda, Ida Dominijanni, e noi due. Qualcosa di simile, su una scala avventurosa, successe nel 1982. Gheddafi aveva visitato Vienna e incontrato un gruppo di esponenti verdi. Aveva monologato di essere il vero profeta ecologista, tant'è vero che il suo manuale si intitolava "Libro verde" - il colore dell'islam, ma Gheddafi sapeva essere duttile. Li invitò a Tripoli, qualcuno mostrò un vero entusiasmo, Alex ne fu preoccupato. Mi chiese di unirmi alla comitiva e di aiutarlo a limitare i danni. Che potevano traboccare: alcuni dei nostri arrivarono a proporsi come scudi umani contro una portaerei americana. I giorni passavano, gli agenti libici venivano a dirci: "No program today", io e Alex li avevamo ribattezzati "No pogrom today". I membri realisti della delegazione, come Otto Schily, poi ministro dell'interno con Schroeder, disperavano di esser mai più dissequestrati. Ci furono due nottate surreali di udienze con Gheddafi - l'ho raccontato a suo tempo. Alex mi invidiava la libertà con la quale trattavo i compagni di viaggio; lui, come sempre, si sentiva più responsabile e dunque addolorato di rompere con loro.
Questa differenza continuò drammaticamente lungo la guerra ex-jugoslava. Ne fummo assidui, io non dovendo render conto a nessuno se non a me stesso, e invocando strenuamente un intervento che mettesse fine alla strage e all'infamia della comunità internazionale, a partire dall'Europa. Alex aveva percorso la Jugoslavia che andava in pezzi, prodigandosi per la conciliazione, e poi, una volta che il peggio si compì, per figurare una convivenza all'indomani del massacro. Che intanto continuava, e Alex si persuase che il rifiuto di distinguere fra aggressori e aggrediti e di rivendicare un'azione di polizia internazionale rendesse i pacifisti complici della strage. Aveva già detto che l'inerzia internazionale era colpevole, ma con parole smussate per non dare scandalo alla comunità cui voleva appartenere. La misura fu colma nel maggio 1995, quando una bomba fece strage di 71 liceali che festeggiavano il diploma in un bar di Tuzla. Tuzla era la città prediletta di Alex, la più attaccata alla convivenza, e il suo sindaco, Selim Beslagic, era diventato suo amico. Beslagic gli scrisse: "Voi state a guardare e non fate niente, mentre un nuovo fascismo ci sta bombardando: se non intervenite per fermarli, voi che potete, siete complici". Alex incontrò a Cannes Chirac, che presiedeva un vertice europeo, e gli chiese il soccorso di una forza internazionale. Chirac, dal momento che alla vita piace scherzare, gli spiegò che la pace era il bene supremo.
Pochi giorni dopo, Alex si impiccò in un frutteto sopra Firenze. Non ha senso dire che Alex si sia suicidato "per la Bosnia", o per alcuna altra ragione. Però si può dire per che cosa è vissuto. Ancora pochi giorni, e avvenne lo sterminio di Srebrenica. Alex non ha saputo. Ma pochi giorni fa mi hanno presentato ai ragazzi di Srebrenica impegnati per la convivenza come "prijatel", l'amico, di Alex. Mi hanno guardato con invidia.
Alex era molto serio, molto rigoroso. Troppo, se volete. Ma era anche spiritoso, allegro, ironico e generoso. D'estate io e Randi andavamo in Norvegia, eravamo poveri, avevamo un maggiolino Volkswagen, per risparmiare facevamo tappa a Bolzano, da Alex, e poi cercavamo di fare una sola tirata - io non ho mai guidato. Un anno Alex decise sui due piedi di accompagnarci per alleviare la fatica. Attraversammo l'intera Germania: guidava, e mi dava lezione di tedesco. Quando arrivammo, esausti, al nostro fiordo, Alex, che aveva come sempre un impegno urgente, proseguì per Oslo, prese un traghetto e ritornò in Germania. Prima di imbarcarsi, spedì un certo numero di cartoline illustrate dalla Norvegia.


(Adriano Sofri)






(Apparso su "La Repubblica" del 22 luglio 2015)
IN RICORDO DI ALEXANDER LANGER
post pubblicato in Langer, Alexander, il 21 luglio 2015


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HAMBURG HAUPTBANHOF
post pubblicato in Diario, il 21 maggio 2015
 

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1968
post pubblicato in Diario, il 18 maggio 2015
 

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DAL PARADISO ALL'INFERNO
post pubblicato in Fallaci, Oriana, il 18 aprile 2015
 

Siamo in un tempo a dir poco “strano”. Un tempo in cui si uccide per niente, un tempo in cui tutto sembra voler cancellare le orme del nostro passato, delle nostre aspirazioni, dei nostri desideri, dei nostri sogni, fatti magari nella giovinezza, nell’adolescenza, nell’infanzia. E – spesso – non occorre che ci sia la guerra per tutto ciò.
Io ho mantenuto, di quel passato, una sola vera passione, che oggi è la sola occupazione della mia età stramatura: ormai sono alle soglie degli 80, e continuo imperterrito a leggere libri. Leggere, nonostante le critiche, i pensieri, le esperienze che si possono fare alla mia età. Un’età statica, purtroppo, in cui spesso si viaggia sulle parole degli altri anziché sui mezzi di trasporto. 
Da quel tempo e da alcuni ricordi ho deciso di leggere ancora un’autrice di cui ho alcuni libri 
(i due ultimi, La rabbia e l’orgoglio e La forza della ragione, oltre a Un uomo, Insciallah, Oriana intervista Oriana, Lettera a un bambino mai nato), tra l’altro non tutti letti. Ho riletto adesso Un uomo, che mi piacque molto a suo tempo, negli anni '70 e Oriana intervista Oriana, credo uscito dopo i due ultimi libri dell'autrice citati sopra. E mi è tornata in generale la voglia di leggere "l’Oriana". 
Dopo Un uomo, un’amica mi ha nominato Se il sole muore. L’ho preso in biblioteca e l’ho divorato. Come sto già facendo ora per Niente e cosi sia. E proprio di questi due libri voglio parlare qui.
Il primo, Se il sole muore – che ho paragonato al "Paradiso" – è un diario del primo viaggio che Oriana fa in America, a caccia di quanto la fatidica “terra dell’oro” offre in quegli anni a chi la visita: l’ultima frontiera della scienza, l’astronautica, l’esplorazione di mondi e territori mai conosciuti, il superamento dell’ignoto. Mi preme subito riportare un tratto della dedica che Oriana ne fa: “…Ai miei amici astronauti che vogliono andar sulla Luna perché il Sole potrebbe morire”. Come si può capire è in questa dedica la ragione del titolo. 
Il libro è diviso in due parti: la prima consiste di 15 capitoli, la seconda di 19, per un totale di 34. La prima parte si chiude con il rientro di Oriana in Italia a causa di una grave malattia di sua madre. 
Ma la cosa interessante sta nell’apertura del primo capitolo: Oriana, poco dopo il suo arrivo a Los Angeles, cade per colpa di un sasso nascosto nell’erba. Erba? Terra? Oriana cerca la traccia dell’odore dell’erba, poi della terra: tutto appare come se fosse reale, ma l’erba e la terra sono “di plastica”! E questa è la prima scoperta della “terra dell’oro”. Scoperta che sorprende ed affascina la scrittrice, che – rammentando una sorpresa analoga – si ritrova a ricordare a suo padre un particolare di qualche anno prima.
La California dà l'occasione ad Oriana di parlare con uno dei più famosi scrittori di fantascienza, Ray Bradbury. E anche questa è stata una sorpresa per me, che in gioventù, più o meno all’epoca della stesura del libro, leggevo molto volentieri di fantascienza e ricordo bene Ray Bradbury, autore di Fahrenheit 451
Subito dopo iniziano le interviste agli astronauti. I primi vengono intervistati nella sede della North American, azienda che fabbrica le capsule per i progetti Apollo e Gemini, a San Antonio, Texas. Non voglio entrare nei dettagli delle interviste, che iniziano dal personale aziendale e poi arrivano agli astronauti. L’idea che mi ha spinto a scrivere questo resoconto è l’entusiasmo che muove l’autrice verso la vita di questi cosiddetti “nuovi eroi”. Entusiasmo che però viene subito smorzato dalle persone che la ricevono alla North American, prima di incontrare gli astronauti. 
Il racconto procede con la visita alla capsula Apollo: il tutto narrato con riferimento a quanto visto in Italia, a casa, con i genitori, alla televisione. Spesso l’autrice racconta in dialogo con suo padre. Finché arriva il momento di incontrare i primi astronauti. Cominciando con Slayton, poi Glenn, poi Shepard. E inframezzando gli incontri con un tentativo di provare le stesse esperienze cui vengono sottoposti gli astronauti nel loro addestramento. Come – dopo la capsula Apollo – la centrifuga, che – al momento di provare – l’autrice non accetta, spaventata da quanto ha visto esperire da uno degli astronauti. 
Perché il "Paradiso", si chiederà qualche lettore? Essenzialmente è stato il tono del racconto a farmene venire l’idea. Specie dopo la rilettura di Un uomo, dove la Fallaci è più concentrata sulla figura di Alexis Panagoulis, piuttosto che su di sè. Nel raccontare le imprese e la vita quotidiana degli astronauti invece, l’autrice è sempre molto entusiasta e partecipe del fatto che loro – contrariamente a quanto le dicono gli stessi protagonisti – costituiscono per lei dei nuovi eroi, che danno un senso all’idea di un mondo bellissimo di cui vuole sentirsi parte.
La prima parte si conclude, negli ultimi quattro capitoli, con l'intervista a Shepard (astronauta tolto dal giro da un banale incidente domestico), la prova della centrifuga – di cui ho già accennato – effettuata su di un astronauta che fu fatto smettere dopo aver raggiunto 16 g di accelerazione, e il trasferimento alla base della Florida – Cape Canaveral, poi Cape Kennedy – ove viene raggiunta da un telegramma di rientrare, a causa della malattia di sua madre.
La seconda parte inizia con un discorso con la madre, a proposito del fatto che la Luna doveva essere come una forma di formaggio da portare a terra pezzo per pezzo. Ma Oriana non resta per molto in Italia, presa com’è dalla visita alla nuova base di Cape Canaveral. E in questa introduzione della seconda parte che è il sedicesimo capitolo, accade una serie di cose tra cui l’assegnazione di una borsa di studio concessa proprio a Oriana per occuparsi e scrivere di astronauti e delle loro imprese. Questa borsa, che era stata concessa prima soltanto al primo ministro polacco e a quello del Tanganica, sarebbe dovuta toccare a lei, ma – proprio poco prima di partire – Oriana riceve un telegramma che la annulla.
Segue una serie di vicissitudini, come l’uomo volante con un piccolo motore a razzo sulle spalle, descritto dall’autrice ancora per ribadire la sua appartenenza al mondo delle cose futuribili, e già esistenti, e rigettare le cose appartenenti al passato. Ancora nella descrizione di una serie ulteriore di peripezie è presente nello scrivere della Fallaci questa proiezione nella realtà “prossima ventura”. Come, dopo un’esperienza di visita a Manhattan, accompagnata dal sig. Turner, direttore dell’ufficio pubblicità della General Motors, che ha casualmente conosciuto alla Fiera di New York, quando finalmente raggiunge una piccola cittadina dell’Alabama, Huntsville, che – da città nota per la produzione di latte – si è trasformata in RocketVille, la città dei razzi, e del loro progettista supremo, il dott. Werner Von Braun. 
Dopo aver raccontato le origini di Von Braun, legate alle cosidette “bombe volanti” V2, con le quali la Germania cercò di distruggere Londra, e il suo successivo trasferimento in USA come esperto di razzi, i motori che dovevano alimentare i missili e quindi anche le “astronavi”, per circa due capitoli la Fallaci si dedica ad un'intervista con Von Braun. Una cosa molto interessante nell’ambito dello sviluppo dell’astronautica americana: Von Braun, dopo essere stato il padre della missilistica militare americana, diviene il progettista dei razzi multi-stadio, il più grande e potente dei quali è il Saturno 5. 
Finalmente – esaurite le premesse e l’intervista con Von Braun – Oriana riesce ad incontrare gli astronauti del cosiddetto secondo gruppo, tra i quali si sarebbe dovuto trovare il primo astronauta che sbarcherà sulla Luna (quelli del primo gruppo furono solo protagonisti del progetti Apollo e Gemini, destinati a lanci cosiddetti “suborbitali”). E tra questi, approfondì la sua conoscenza con Grissom. Successivamente con Slayton e Freeman. 
Le cose vanno molto per le lunghe: a questo punto taglio il racconto, rimandando chi si è interessato, alla lettura del libro. Posso assicurarvi che gli ultimi capitoli (a parte quello che racconta la fine di Freeman, morto durante un volo di addestramento per colpa di un’oca selvatica che ha fatto esplodere il suo aereo) sono una serie di trovate, tutte volte a far vivere l’esperienza della realtà futura ai lettori. E questo, per tutti coloro che vivono l’avventura della tecnologia e delle vittorie che l’uomo ha ottenuto grazie al suo perfezionarsi, è realmente una conquista per l’umanità intera. Anche nel finale, con Bradbury, Oriana non si smentisce.
Il secondo, Niente e così sia, è un libro contro la guerra in genere. Narra di tre soggiorni in Vietnam, fatti in tre tempi diversi dalla Fallaci, ma sempre durante la guerra degli Americani combattuta in difesa dei Sud-vietnamiti. In una prefazione di nove pagine, Oriana racconta alcuni dettagli sulla guerra, in particolare la strage di My Lai, raccontati da alcuni soldati scampati e tornati in USA: ai racconti seguono alcune considerazioni personali. 
Il libro è fatto di undici capitoli, e appare un po’ più breve del "Paradiso" (Se il sole muore): il fatto che l’ho ribattezzato "Inferno" è proprio per le cose che Oriana descrive, una delle guerre più brutte che ci siano mai state. Una guerra iniziata ben prima di quando gli americani decisero di parteciparvi: prima di loro i francesi avevano combattuto in questo paese per molti anni. Nel primo dei tre soggiorni, la Fallaci conosce un giornalista di France Press, un certo François Pelou, mentre si trova presso la sede in cui lui lavora. 
Già, perché Oriana parte per il Vietnam dopo un breve discorso con la sua sorellina minore, Elisabetta, che le chiede “La vita cos’è?”, e non è soddisfatta della risposta che le dà Oriana. Così, tutto il libro sembra dedicato a rispondere meglio alla domanda di Elisabetta, e spesso, mentre scrive – in forma di diario – quel che le succede, Oriana continua il dialogo con Elisabetta. È come una lunga dedica: più che altro – a conclusione di alcuni episodi – ne scaturisce una parziale replica al fatto che la prima risposta non fu accettata dalla sorellina.
Anche per questo libro, non desidero fare la cronaca dei fatti. Sarebbe molto difficile, dato che esso si sviluppa (quasi come l’altro) in forma di diario, ma – a differenza del "Paradiso" – le tappe sono molto più sintetiche e raccontano molte più vicende. Se ne trae, durante la lettura e anche a conclusione di essa, l’idea dell’orrore della guerra. Orrore che Oriana fa apparire in tutti gli episodi che racconta. Orrore che – come giornalista – è chiamata a raccontare a tutti: è il suo lavoro. 
L’origine del titolo è particolare: Oriana è in America, reduce dal secondo viaggio in Vietnam, quando viene ucciso Martin Luther King. A seguito di una lettera di un commilitone di uno dei soldati che Oriana intervista in tutto il libro, decide di tornare in Vietnam. Va in India per un reportage, e poi rientra per la terza volta in zona, e ritrova Pelou, il giornalista che le è stato fratello e forse anche padre, in quei luoghi (a Saigon in particolare) così martoriati. Pelou racconta ad Oriana di un generale sud-vietnamita, Loan, particolarmente spietato, ora ferito e che è in ospedale. Durante il racconto, le dà un diario, trovato addosso ad un caduto vietnamita. A sera, stanno in albergo a fare considerazioni, mentre i caccia americani bombardano un quartiere e gli elicotteri mitragliano quà e là. E le loro considerazioni sfociano nella frase: “Tanto sono sempre i poveri che ci rimettono...”.  E Oriana immagina di essere alla messa domenicale e tra le preghiere inserisce un requiem che recita: “Padre nostro che sei nei Cieli dacci oggi il nostro massacro quotidiano, liberaci dalla pietà, dall’amore, dalla fiducia nell’uomo, dall’insegnamento che ci dette tuo Figlio. Tanto non è servito a niente, non serve a niente. Niente e così sia”.
Il libro, in tutti e tre i viaggi in Vietnam, è un lungo diario di orrori, che descrivono benissimo la guerra attraverso testimonianze, azioni dirette cui la Fallaci partecipa (tra l’altro, si è imbarcata su un aereo biposto americano A37 per partecipare direttamente ad una missione di bombardamento). E chiunque abbia la pazienza di leggerlo, si trova perfettamente in un’atmosfera che solo la parola "Inferno" – in tutti i significati che ha nella nostra lingua – riesce a descrivere. Proprio in questo sta l’abilità della Fallaci. Anche nella descrizione dell’incontro col generale Loan ferito (conosciuto durante la prima missione come uno spietato aguzzino, che non ricorda – o fa finta di non ricordare – le atrocità commesse), Oriana riesce, se pur con la pateticità del dialogo con un ferito rassegnato, a darci ancora la stessa sensazione di inferno: “Niente e così sia”. Inferno che – fin dall’inizio – appare anche nel libro in una frase ricamata sul dorso di una giacca americana, frase che dice “Quando morirò andrò in Paradiso, perché su questa terra ho vissuto all’Inferno”.
Ed è proprio questa presenza continua, anche se non sempre nominata, a dominare l’intero diario. Fino alla fine, alla fine del terzo viaggio in Vietnam, dove la Fallaci riprende, nell’ultimo capitolo, il discorso che ha iniziato il libro, la domanda di sua sorella Elisabetta: “La vita cos’è?”. Oriana deve rientrare in America (vi arriverà poco dopo l’assassinio di Robert Kennedy, due mesi dopo Martin Luther King). Pelou lascia anche lui il Vietnam, destinazione Brasile. E così, la Fallaci racconta l’ultimo dialogo con François, in cui parla di un altro massacro, cui ha assistito: la strage degli studenti di Città del Messico ad opera delle forze di polizia, strage nella quale è stata ferita. E Oriana confessa a François da dove è partita per scrivere il suo diario: la domanda di sua sorella Elisabetta. E François prova a risponderle: "...un palcoscenico dove ti buttano di prepotenza, e quando ti ci hanno buttato devi attraversarlo…Quando l’hai attraversato, basta. Hai vissuto". 
Oriana conclude il libro cercando di rispondere lei alla sorellina:
"Un giorno mi chiedesti cos’è la vita. Vuoi ancora saperlo?"
"Sì, la vita cos’è?"
"È una cosa da riempire bene…Anche se a riempirla bene, si rompe"
"E quando si è rotta?"
"Non serve più a niente. Niente e così sia".
Proprio in questa frase, e in questo titolo, si adombra il superamento dell’"Inferno". La scrittrice è ancora splendidamente positiva, anche se sta parlando di quell’inferno che è la guerra, Anche io che scrivo ho visto una guerra e i suoi orrori: li ho visti a sette anni, sulle persone che più amavo, e che li hanno condivisi con me. Per questo ho condiviso del tutto l’esperienza che questo secondo libro tratteggia: l’inferno della guerra.
A conclusione, lascio l lettori a giudicare se le mie parole su questi due libri, che ho divorato in pochissimi giorni ed ho trovato entrambi splendidi, siano corrette. O del tutto campate in aria. Buona lettura.


(Lavinio Ricciardi)








Oriana Fallaci, Se il sole muore, Rizzoli, 2014 [ * ]
Oriana Fallaci, Niente e così sia, Rizzoli, 2010 [ * ]


PODEMOS
post pubblicato in Pucciarelli, Matteo, il 19 marzo 2015

  


Un libro saggio, di nome e di fatto. Che racconta un fenomeno politico cui non siamo più abituati da anni, in tutta l’Europa. La nascita di un movimento che diventa in poco più di due anni la prima forza politica spagnola.
Gli autori, che hanno già pubblicato un altro saggio breve su Tsipras e la sua Syriza, hanno tessuto l’intera storia di questo movimento, fin dalle sue origini. Sul sito della casa editrice c’è una recensione editoriale dell’opera, abbastanza esauriente, e il libro può anche essere acquistato direttamente online. C’è in tutto il libro un serio confronto con le posizioni del nostro M5S, che – nella genesi – è stato simile a Podemos, ma solo nella genesi (entrambi nascono da proteste di piazza). Le differenze tra i due stanno proprio nelle differenze tra i leader dei movimenti: Pablo Iglesias per Podemos, Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio per M5S. A questo confronto, il libro dedica un’intera sezione dell’ultimo capitolo.
La cosa che invece colpisce in modo concreto è la caratterizzazione di Podemos, che in due anni ha raggiunto un successo elettorale (e si può immaginare di che entità sia anche il consenso) che supera il 27%, facendone ormai il primo gruppo politico spagnolo. E’ un movimento di sinistra, che ben lega con la Syriza greca di Alexis Tsipras. Per continuare il parallelo, non esiste – oltre Tsipras – niente del genere in Europa, e men che mai in Italia (dove ormai di sinistra nemmeno si parla più, se si eccettua il caso del movimento femminile “Se non ora, quando?”, anch’esso non più presente nelle cronache politiche). Si avverte nell’obiettivo primario di Podemos un certo risentimento verso i poteri economico-finanziari: le banche dell’intera Europa si sono preoccupate molto della crescita di questo movimento, che influenza ormai considerevolmente la politica spagnola.
Il libro appare – già nell’indice – molto ben strutturato. Si compone di quattro capitoli, intitolati rispettivamente “Dove nasce la rivolta”, “Il movimento degli indignados”, “La nascita di Podemos” e “Da Gramsci a Laclau, l’altra faccia del populismo”. Conclude l’opera una sorta di appendice, quasi un quinto capitolo, intitolato “Dialogo tra Pablo Iglesias e Alexis Tsipras”, che riporta testualmente un incontro avvenuto in Grecia tra i due leader durante un comizio di Syriza.
Debbo dire che la lettura, per chi – come me – non è proprio un addetto ai lavori, non risulta molto semplice. Ma, appena presa confidenza con la materia, il ragionamento degli autori si segue abbastanza agevolmente. La suddivisione in sezioni (sorta di macro paragrafi) consente poi di leggere il libro a piccole dosi, senza farne una scorpacciata, come inviterebbe la mole complessiva, decisamente contenuta (sotto le 130 pagine).
Molto in sintesi, il libro a me è piaciuto molto. Mi sono fatto una ottima idea di Podemos, e soprattutto del suo leader Pablo Iglesias, che ha una storia molto particolare, difficile da reperire in casa nostra, dove i leader politici non originano certo da studi universitari e militanze specifiche nella conduzione di proteste di piazza, ma casomai tendono ad organizzarle a proprio fine. Chi volesse trovare nel M5S le analogie, si legga in particolare la sezione del quarto capitolo ad esso dedicata. Iglesias non può essere paragonato ai due leader del M5S, se non altro perché ha tutt’altre intenzioni, ben evidenti nel capitolo in cui si confronta con Tsipras. Anche negli intenti etico-filosofici, Podemos si rifà ad alcuni presupposti di Gramsci e Laclau (filosofo argentino scomparso nel 2014).
Infine – come ho già accennato – l’ottima sintesi finale del dialogo Iglesias–Tsipras consente di farsi un’idea dei fini e delle mire dei due leader, e quindi delle direttive di marcia di Podemos e di Syriza.
Memore della storia vissuta, e – in particolare – del modo che c’era in Italia di far politica negli anni ’70, sarei molto felice di veder nascere qualcosa del genere di Podemos in Italia. Ma non credo che sarò accontentato, neppure dalla combattività e dalla capacità di iniziativa che sta dimostrando Maurizio Landini. Il mio scetticismo è di vecchia data e riguarda proprio il fatto che il nostro paese non riesce a motivare nessuna nuova generazione ad un cambiamento che tutte la persone oneste desiderano veder attuato anche in Italia.



(Lavinio Ricciardi)







Matteo Pucciarelli, Giacomo Russo Spena, Podemos, Alegre, 2014 [ * ]



 

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L'ULTIMO MISTERO
post pubblicato in Prosperi, Adriano, il 30 dicembre 2014
  

La pallottola sparata da Ali Agca contro Giovanni Paolo II il 13 maggio 1981 è da tempo incastonata nella corona della Madonna di Fatima in Portogallo. Chi l'ha sparata si è presentato ieri in piazza San Pietro con un mazzo di fiori in mano. È l'ultimo episodio di una vicenda piena di misteri, una di quelle che sembrano fatte apposta per solleticare le stanche fantasie di un'opinione pubblica depressa. Storie che mescolano sacro e profano, fantasie gialliste e compunzioni devote, dietrologie politiche e inviti a guardare in alto, là dove una misteriosa volontà divina semina di segni misteriosi la cronaca del mondo.
Ma che cosa si può dire a chi è troppo giovane per ricordare l'evento di allora e si chiede chi sia e cosa voglia questo strano "lupo grigio" dai capelli bianchi? Qualcuno dirà certamente che è una storia esemplare di qualcosa di cui avremmo molto bisogno, stanchi come siamo di sangue e di odio e di guerre al terrore: come non accogliere a braccia aperte l'uomo che un dì venne da lontano per uccidere e oggi ritorna in quella piazza al solo scopo — dice lui — di portare quei fiori sulla tomba del Papa che aveva scelto come bersaglio? Un lupo fatto agnello, come nei fioretti di San Francesco. Ma si dovrà tener conto dei dati di fatto. Dell'uomo abbiamo saputo negli anni alcune cose: per esempio, che ha cambiato religione, è diventato cristiano. Ma di quell'attentato abbiamo appurato ben poco di concreto, forse ancor meno di quello di Kennedy.
Quanto all'atto di ieri, si penserà forse che voglia esibire il suo pentimento, chiedere perdono. Questo sarebbe il linguaggio antico e profondo del cristianesimo: peccato, pentimento, perdono. Atto umano il peccato, atto divino il perdono, come ben avvertirono i farisei scandalizzati dalla parola di Gesù. Ma non è per questo che Ali Agca è venuto a Roma. E lo stile del suo annunzio non è stato quello del penitente. Ha proclamato di avere scelto il giorno (27 dicembre) del suo incontro con papa Wojtyla per venire lì: perché quello è il luogo dove è accaduto il miracolo, dove si è compiuto il terzo segreto di Fatima. E quel miracolo l'ha compiuto lui, con l'attentato al Papa. Chi si era mosso per compiere un assassinio ha scoperto di non essere un assassino ma un uomo scelto da Dio, uno strumento di Dio. Altro che pentimento: quello che si è presentato in piazza San Pietro sembra un profeta, l'annunciatore dell'Apocalisse. È tornato lì «dopo 34 anni per gridare che siamo alla fine del mondo».
Quel terzo miracolo, scritto nel 1940 in un mondo che sembrava davvero ben oltre l'orlo dell'abisso, fu rivelato da papa Giovanni Paolo II in occasione della beatificazione di Francisco e Jacinta, i pastorelli di Fatima. E nessuno è stato convinto del significato profetico dell'attentato più di papa Wojtyla: fino al punto di non curarsi più di tanto di ciò che molti avrebbero voluto sapere. Per esempio chi c'era dietro Ali Agca e che cosa si attendeva dall'eliminazione del papa polacco. Con l'attuale pontificato il messaggio che arriva da Piazza San Pietro e che attira di nuovo tanti ascoltatori è molto cambiato. Non è più quello delle profezie e delle apocalissi antiche, tanto care ai fondamentalisti d'ogni risma. Per questo, tutto sommato, Ali Agca rischia di apparire un sopravvissuto ancora non sazio di una fama che ha già avuto in abbondanza.



(Adriano Prosperi)






(Apparso su "La Repubblica" del 28 dicembre 2014)









Ja'faral-Sadiq disse che "la nostra causa è un segreto dentro un segreto, il segreto di qualcosa che rimane velato, un segreto che solo un altro segreto può spiegare; è un segreto di un segreto che si appaga di un segreto". L'articolo di Adriano Prosperi è dirimente della questione sul perchè non possa essere fatta luce fino in fondo sul comunismo, sulla sua fine ed anche sull'attentato a Giovanni Paolo II e sul caso di Emanuela Orlandi. Ci può anche essere un sigillo religioso sulla fine del comunismo ma è passato anch'esso nel magazzino di ferrivecchi della storia. Chiunque per qualunque motivo abbia modo di frequentare le giovani generazioni nate dopo quegli eventi sa che quella è una vicenda mai esistita nella loro coscienza. Ci si potrà in futuro occupare del comunismo come di qualsiasi altro periodo storico, e l'intervento divino più che di testimonianza di eternità lo è di storicità. Oggi sono in agenda nuovi problemi, affrontati con punti di vista diversi. Destino delle vittime non è di essere ricordate e celebrate ma di essere dimenticate.


TRIPLO INGANNO
post pubblicato in Nicotri, Pino, il 30 ottobre 2014


“Triplo inganno”, il libro di Pino Nicotri sul mistero di Emanuela Orlandi appena uscito in libreria e già alla seconda edizione, è stato presentato a Roma, il giorno 22 alla biblioteca di Villa Leopardi di Roma, e l’evento è stato un piccolo successo. La sala era piena, oltre sessanta persone, l’esposizione e il dibattito col pubblico sono andati avanti senza sosta dalle 19,30 alle 22 passate.
Al di fuori della folta schiera di appassionati al caso e al mistero di Emanuela Orlandi, incatenati allo spesso fantasmagorico schermo tv di Chi l’ha visto?, la vicenda di Emanuela Orlandi, scomparsa una sera di giugno di oltre 30 anni fa e mai più ritrovata costituisce un caso giudiziario che intreccia politica, Chiesa e massmediologia.
Pino Nicotri, che segue il caso da sempre, ha utilizzato per il suo nuovo libro nuovi documenti inediti, ha intervistato testimoni mai sentiti, ha riletto vecchi e meno vecchi atti giudiziari. La realtà che emerge da “Triplo inganno” è talmente scottante che la Mondadori, dopo aver ponderato la decisione per quasi un anno, ha preferito non pubblicare il libro con l’argomento che non rientrava nella sua linea editoriale.
Alla presentazione non erano presenti invece né Pietro né Natalina Orlandi, fratello e sorella di Emanuela Orlandi, la cui misteriosa scomparsa costituisce il tema centrale e dominante di "Triplo inganno". In compenso c’erano alcuni tra i più stretti collaboratori di Pietro Orlandi nella gestione della sua pagina Facebook “Petizione.emanuela”, che invano gli hanno chiesto di partecipare e a fine serata nessuno di loro ha avuto da ridire a quanto esposto da Pino Nicotri nel corso del dibattito.
Ha detto Pino Nicotri: “Se fosse venuto almeno uno degli Orlandi forse sarebbe stato possibile spiegare il perché di una serie di loro affermazioni che sono contraddette dagli atti processuali e dalla realtà. E magari anche il perché dell’eccessivamente ingenuo dar corda, da parte quanto meno di Pietro, alla lunga serie di mitomani, impostori e “supertestimoni”, alcuni dei quali immediatamente sbugiardabili, che in questi 32 anni si sono alternati sotto i riflettori fino a trasformare in un show mediatico la tragedia della scomparsa di una ragazzina: Alì Agca, con le sue innumerevoli versioni, Sabrina Minardi, il telefonista della famosa telefonata anonima a “Chi l’ha visto?” del 12 settembre 2005, Maurizio Giorgetti, Luigi Gastrini, Marco Fassoni Accetti, Vincenzo Calcara…”.
Non si è fatto vedere alla presentazione nemmeno l’artista immaginifico Marco Fassoni Accetti, nonostante abiti a pochi passi dalla biblioteca e abbia voluto tenere banco qualche mese fa alla presentazione di un altro libro sul caso Orlandi, scritto dal giornalista Pino Nazio, che si autodefinisce “autore storico di “Chi l’ha visto?””. In quell’occasione l’artista ci ha tenuto a ribadire che a organizzare la scomparsa sia di Emanuela Orlandi sia di un’altra ragazzina, Mirella Gregori, è stato proprio lui, Marco Fassoni Accetti e che ovviamente il flauto da lui portato in dote a “Chi l’ha visto?” il 3 aprile dell’anno scorso è proprio quello di Emanuela Orlandi.
Presenti in sala anche un magistrato a suo tempo impegnato nelle indagini sul mistero Orlandi, il poliziotto in pensione Pasquale Viglione, che quando era in servizio ha raccolto le prime clamorose “confessioni” di Sabrina Minardi, che accusava Enrico “Renatino” De Pedis, uno dei capi della banda della Magliana, del sequestro e dell’uccisione sia della Orlandi sia della Gregori. C’era anche Carla, la vedova di Enrico De Pedis. Il suo avvocato, Maurilio Prioreschi, a suo tempo difensore di Enrico De Pedis, è stato uno dei due presentatori del libro. L’altro era Armando Palmegiani, impegnato da qualche tempo a scivere libri, in tandem col giornalista Fabio Sanvitale, sui principali delitti italiani rimasti irrisolti.
Le domande di Pasquale Viglione hanno permesso all’avv. Maurilio Prioreschi di sfatare un altro mito: non è vero che quando De Pedis è stato ucciso, ai primi degli anni ’90, doveva affrontare altri processi che non si sono conclusi con condanne solo perché decaduti per morte del reo. Nonostante la mole di libri e articoli, film e serie televisive che lo volevano pluriomicida e grande capo della mitica Banda della Magliana, in realtà Enrico De Pedis in tutti i processi è stato assolto. Non era certo uno stinco di santo, ma, almeno in base alle risultanze giudiziarie, neppure il grande criminale dipinto con insistenza grazie soprattutto alla tv e al libri che non sono mai stati capaci di esibire prove a supporto delle loro affermazioni.
Conclusione di Pino Nicotri: “Sfrondati i miti e le chiacchiere, non sempre disinteressate, non resta che ammettere che Emanuela Orlandi è rimasta vittima del purtroppo assai frequente abuso sessuale con finale tragico per mano di persona a lei ben nota, della quale si fidava senza immaginarne le reali intenzioni. I documenti giudiziari dimostrano che il colpevole forse si sarebbe potuto individuare se non si fosse preferito fare imboccare alle indagini la fantasiosa pista del rapimento “politico”, sostituita 22 anni dopo dall’altrettanto fantasiosa pista del rapimento “malavitoso”. I due “rapimenti” avrebbero avuto entrambi comunque come fine quello di ricattare papa Wojtyla per condizionarne le azioni, politiche prima e finanziarie dopo. Con mia sopresa, e soddisfazione professionale, alla fine della serata non sono state poche le persone che mi hanno chiesto di non mollare l’osso e di continuare a indagare sul mistero di Emanuela Orlandi. Una richiesta che si affianca a molte altre già ricevute via Facebook da quando ho annunciato che dopo questo mio terzo libro sulla scomparsa di Emanuela non me ne sarei più interessato”.




(apparso su Blitz quotidiano  del 24 ottobre 2014)








Pino Nicotri, Triplo inganno, Kaos, 2014 [ * ]



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WATCHTOWER OF TURKEY + GEZI PARK
post pubblicato in Diario, il 20 ottobre 2014

vedi quì e quì

 

vedi quì
EST UCRAINA
post pubblicato in Diario, il 31 luglio 2014

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IL BUIO E LA PAROLA
post pubblicato in De Nichilo, Adriana, il 9 maggio 2014


 
«...io gli chiedevo "e chi è Dio?" e lui rispondeva che "Dio è la parola, cioè è uno che parla" ed io gli dicevo che "pure tu parli, papà". Ma lui diceva che "no, Dio è uno bravo, è uno che parla davvero".
Mio padre diceva che "all'inizio ci stava solo il buio. Nel buio ci stava Dio e suo figlio che si chiama Gesucristo, una specie di Dio pure lui. Ma nel buio Gesucristo ci ha paura. Perchè il buio fa paura. E si può morire per la paura del buio.
Così Dio dice luce e si accende la luce. Ma non è una luce vera, è solo per finta. E' solo la parola di Dio, gli serve per fare passare la paura a suo figlio. E infatti adesso quel figlio ha ripreso coraggio. 
Così Dio dice anche mare e cielo e compare il cielo con tutti gli uccelli e il mare coi pesci. E Gesucristo si fa il bagno nel mare e caccia gli uccelli del cielo. Intanto Dio dice pecora, vacca e cavallo e pronuncia ogni altra parola che significa un pezzo diverso dell'immenso creato. E le pecore, le vacche e i cavalli, [...] e tutto il resto del creato si dispongono davanti agli occhi di Gesucristo. Davanti ai suoi occhi sembra tutto vero. Ma non è mica vero che è vero.
E' soltanto la parola di Dio, so' le parole che glielo fanno vedere, ma intanto gli è passata la paura.
Poi Dio dice uomo e donna e in mezzo al creato ci mette pure l'uomo e la donna. E Gesucristo si appassiona alla storia di questi due poveri cristi che gli assomigliano tanto. Si guarda la vita loro che passa in fretta in mezzo a tutto il creato. Alla fine li vede morire. Gli viene pietà e gli dice a suo padre che "è troppo crudele che pure la vita di questi poveracci è una vita che non è vera davvero. E' triste che pure 'sti disgraziati so' soltanto parole". Così Dio prende quei morti per finta e si mette a crearli. Mo' che so' morti sono diventati veri davvero, so' veramente morti. Ma solo loro sono veri davvero» [ * ].
La paura di Cristo per il buio diventa per Ascanio Celestini la giustificazione della creazione da parte di Dio che vuole così lenire le angosce del figlio. E, contestualmente, dare prova della sua potenza. Ma Dio pronuncia solo delle parole e quel mondo è fittizio, è un universo verbale che non regge la prova della morte, un dizionario animato e fasullo che serve solo a lenire la paura, un vocabolario che diviene concreto solo quando si estingue...   
In molti casi la storia ha dimostrato che le parole sono utili per tacitare e strumentalizzare la paura. Dare un nome alle cose è una forma di dominio delle angosce più primordiali.  
Anche i "pazzi" che sono chiusi nel "manicomio elettrico", in cui si pratica in maniera massiccia l'elettroshock che fa risplendere come una lampadina o una lucciola il cervello dei pazienti perfino dopo la morte, hanno paura del buio. Sono poveri cristi. Anche Nicola, il protagonista sdoppiato dell'affabulazione di Celestini, ha paura del buio. E' chiuso lì da trentacinque anni e per lui il manicomio è un condominio, un supermercato perchè in fondo non è chiaro se i "veri" pazzi siano quelli chiusi nel manicomio per la loro primordiale paura del buio o quelli che stanno fuori, nei condomini, nei supermercati, figli consumistici degli anni Sessanta, dei "favolosi anni Sessanta".  
L'apologo di Celestini spinge a riflettere sulla paura ancestrale, ad esempio quella del buio, che attanaglia gli uomini e porta a distinguerli in due categorie: i "sani" e i "pazzi". Già Pascal diceva che ci sono due follie: "quella di escludere la ragione e quella di non ammettere che essa" [ * ]. E Dante muove i primi passi alla ricerca di Dio e della salvezza a partire da una selva oscura in cui si precipita perchè la diritta via è "smarrita", ma oscura anche perchè impedisce di riconoscere la "diritta via". Così nel II Canto dell'Inferno Dante è colto dal dubbio, ovvero dalla paura, nel momento in cui si accinge a fare il suo "viaggio", perchè consapevole di non essere nè Enea nè Paolo. Virgilio, la Ragione umana, lo spronerà a proseguire nella sua ricerca. 
E' ardito cogliere una parentela tra Nicola, il protagonista sdoppiato della Pecora nera di Celestini e Dante Alighieri, ma il parallelo, confortato dalla citazione escatologica iniziale, vuole porre in luce il nodo essenziale delle due, pur tanto diverse, riflessioni: il groviglio delle umane paure.
Per Carlo Mongardini "la paura è forse la più primitiva e la più incontrollabile delle emozioni. Essa può fare riferimento ad un pericolo reale o immaginario, imminente o possibile, suscitare uno stato di allarme o generare comportamenti di lotta o di fuga" [ * ]. Per Mongardini la paura è una molla fondamentale della vita associata e, quindi, del potere che su di essa fa leva, specialmente in un'epoca priva di certezze e di punti di riferimento come quella contemporanea che sul timore primordiale specula per sopprimere le garanzie democratiche ed imporre una subdola, ma non per questo meno tirannica, forma di totalitarismo. 
La paura può assumere le connotazioni più varie: paura della morte, della malattia, della povertà, dell'emarginazione, della solitudine, dell'assenza. Così si presenta nelle parole di Emily Dickinson [ * ]:

Ho vissuto di paura - 
Per coloro che conoscono
la sfida nel pericolo
qualsiasi altro - stimolo -
è di energia e di sangue - vuoto -
Come uno sprone piantato nell'anima
la spingerà la paura
là dove avanzare senza al fianco uno spettro
sarebbe un disperato gesto di sfida.
(1863)

Con estrema lucidità la poetessa americana individua nella paura uno stimolo potentissimo, indica in essa la forma sublime di sfida, ardua da affrontare in solitudine, anche se in ausilio potrebbe solo intervenire "uno spettro", vacuo ed evanescente, quindi inutile. La paura sprona poderosamente la sua anima lucida e sgomenta, fragile e forte nell'affrontare le prove dell'esistenza. Parole robuste e trepidanti, come di consueto nella sua singolare voce poetica.  

Saper gestire la paura diviene un'arma terribile di potere nelle mani di chi aspira al dominio. Ne erano consci, pur nella diversità delle interpretazioni, Hobbes, Spinoza, Montesquieu, Nietzsche e Freud. Più recentemente, per Ferrero la paura è "il male primordiale", "l'anima dell'universo vivente" [ * ]. "L'uomo è l'animale che fa paura a sè stesso" che porta in sè il terrore della morte e la coscienza della terribile capacità che egli ha di fabbricare strumenti che direttamente o indirettamente possono distruggere la vita" [ * ].
Ed allora chi riesce a sfruttare la paura, a gestirla, a servirsene per dominare la società, ne diviene l'arbitro ed il controllore, entra nei ranghi, per dirla con Pascal, di coloro che non ammettono che la ragione...essi stessi folli, ma dotati del potere di relegare in un "manicomio elettrico" coloro che quella paura non riescono a sublimare, quelli che per Celestini sono "i santi" ovvero gli innocenti, ma anche arbitri di tutti coloro che credono che il mondo sia un immenso condominio, uno sconfinato supermercato dove, comprando, tutto sia a portata di mano, sempre accessibile, perchè nati nei "favolosi anni Sessanta". 
Ascanio Celestini col suo Nicola - "pecora nera" - ci prende per mano e ci porta a riflettere sui meccanismi selettivi della società. Colla sua martellante iterazione di formule, stilema onnipresente in ogni sua opera e marchio di fabbrica del suo immaginario, l'autore romano ostinatamente ribadisce il suo monito sul cristallizzarsi dei convincimenti, sulla stereotipizzazione delle convenzioni, sull'incancrenirsi dei pregiudizi che possono portare ad essere definiti "scemi di guerra" [ * ] o "pecore nere" perchè apparentemente ci si è persi nel nonsense, ci si è scollati dalla realtà, mentre proprio da questa alienazione affiora un'illuminante, profonda conoscenza della condizione umana, persa in un più generale nonsense, in un'assenza di certezze, di "eroismo", sia che ci si aggiri per un cimiteriale quartiere San Lorenzo bombardato, sia che ci si muova tra gli ordinati scaffali di un ben fornito supermarket. La paura del buio non è eliminabile. E' però possibile prendere coscienza di essa. La parola può forse dare un nome agli incubi primordiali annidati in ognuno di noi, perchè assumano un corpo e un volto, consentendoci di snidarli dalle pieghe oscure dell'inconscio e di renderli meno offensivi.



(Adriana de Nichilo)








(apparso su Poliscritture, n. 10, dicembre 2013)



 

 

 


Adriana de Nichilo, in memoria
E' COSI' LIEVE IL TUO BACIO SULLA FRONTE
post pubblicato in Chinnici, Caterina, il 7 maggio 2014
 

Un libro meraviglioso. Al di là di qualsiasi aspettativa che un lettore possa immaginare. Il sottotitolo recita “Storia di mio padre Rocco, giudice ucciso dalla mafia”, ma potrebbe tranquillamente essere la biografia dell’autrice, la figlia maggiore di Rocco Chinnici, e non solo la storia di suo padre. Appare infatti come la storia della sua famiglia, che – come usava dire Rocco – era “una delle sue due passioni” (l’altra era il lavoro).
Una famiglia serena, come la voleva Rocco e come è stata fino alla strage del 1983. Serena appare infatti nel racconto della figlia Caterina, anche lei giudice, arrivata alla professione paterna giovanissima, a solo 24 anni. Una famiglia come tantissime famiglie italiane, cresciuta in modo tranquillo e spesso priva della presenza del capofamiglia, non appena il lavoro del giudice Rocco prese a diventare molto intenso.
La serenità traspare già nella foto che ne costituisce la copertina, e che dà subito il carattere che il libro vuole avere. Tre sorrisi giovani, di tre ragazzi spensierati e felici. Come tutti noi cerchiamo di crescere i nostri figli, e spesso, quelli di noi che insegnano a scuola, anche i figli degli altri. Tre figli, Caterina, Elvira e Giovanni e le loro gioie scritte in quegli occhi: l’autrice ha senz’altro voluto, con questa copertina, caratterizzare la vita che il loro padre aveva costruito per loro.
Ed anche il titolo, preso dall’affetto con cui il padre le dava la buona notte, rappresenta, come l’intero libro, l’immensità del bene che Rocco sapeva trasfondere nei figli. Quel bacio che – come chiunque lo riceva da figlio – consente di affrontare sereni e sicuri il “buio” della notte.
Volevo iniziare questa breve nota confrontando questo libro con un pretenzioso volume di qualche anno fa (Alfio Caruso, I siciliani, ed. Neri-Pozza), che ha dedicato un capitolo al giudice Rocco Chinnici. Ecco, quel libro non mi piacque, e proprio perché scritto da un siciliano. Non mi piacque per niente. Il libro della dottoressa Chinnici è – questo si – un libro che rende omaggio e onore a quello che i siciliani veri riescono ad essere in tutta la loro vita. Perché la caratteristica caratteriale di un siciliano (senza distinzione di genere) è proprio il “sentire”: e questo libro ne è una delle testimonianze più evidenti. Il sentimento fa la vita di un siciliano, ha fatto la vita di Rocco Chinnici, e il libro della figlia ne è pieno in ogni pagina, in ogni dettaglio. Anche la vita della figlia ne sarà piena, ne sono certo: ma nell’ultima parte del libro, l’autrice ne parla con molta attenzione.
E’ mio costume non raccontare la trama dei libri che recensisco per il circolo dei lettori di cui faccio parte. Non voglio sciupare, con anticipazioni e suggerimenti personali, il giudizio che ciascuno – leggendo un libro – si forma per conto suo. Per questo, in apertura, ho definito questo libro “meraviglioso”. Il suo essere meraviglioso è nella semplicità con la quale l’autrice ha descritto la sua vita col padre, e poi quella senza di lui, trasmettendo sensazioni e – soprattutto – stati d’animo solo con un saggio uso delle parole. Il linguaggio è molto semplice ed efficace, ma denota una preparazione culturale non certo soltanto scolastica. È proprio il linguaggio a rendere la lettura agevole e mai scabrosa, anche quando – come in apertura e poi, più avanti nel libro – racconta l’attentato in cui suo padre perse la vita. E anche il dolore, che credo non abbandoni mai chi lo prova, viene poi stemperato da altre cose che la vita ci offre come risorse per non abbandonarci a questo terribile sentimento.
L’autrice ha reso un prezioso servizio a chi, come me e tanti altri, all’epoca delle stragi, seguì con attenzione ed ansia l’evolversi delle situazioni: i governi e coloro che reggono la “cosa pubblica” spesso deludono i cittadini di fronte a fatti delittuosi che ne mettono a rischio l’esistenza. Il pregio di raccontare il garbo, l’affetto e l’amore per la vita che sicuramente caratterizzavano suo padre e che da lui le sono stati trasmessi. Questo si respira nel suo splendido ricordo di Rocco, condensato in quel bellissimo titolo che ne testimonia l’amor filiale. Sentimento così raro ai nostri tempi, e che è bene venga ricordato da chi ha avuto la fortuna di ereditarlo.
Non voglio dire molto altro, anche per non sciupare la delicatezza e il bello che il libro riesce a dare a chi – come me – lo legge con partecipazione intensa a quanto vi si narra. Che è realtà, non storia inventata. E che, proprio per questo, colpisce più della fantasia quando – come già detto – scuote il sentimento che tutti abbiamo dentro. Grazie ancora, giudice Caterina. Spero anche a nome di tutti i lettori che la leggeranno dopo di me, e di quelli che la hanno letto prima. È il mio invito a leggere questo libro, che può solo arricchire chi lo legge.




 

 
(Lavinio Ricciardi)








Caterina Chinnici, E' così lieve il tuo bacio sulla fronte, Mondadori, 2013 [ * ]

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AZZARDOPOLI
post pubblicato in Poto, Daniele, il 26 aprile 2014

  


Ho letto Azzardopoli e l'ho trovato interessante ma non così tanto da far passare alla gente la voglia del gioco. In una realtà in cui tanta gente ancora va dal "mago" o a raccomandarsi al suo santo preferito per avere una vincita al lotto che risolva i problemi credo sarebbe forse più efficace spiegare alla gente credulona la fregatura che sta in agguato dietro alle macchinette o al lotto. 
Indubbiamente la passione smodata per il gioco in denaro può nascere da molte cause: voglia del rischio, essere superstiziosi, eccessiva fiducia nella provvidenza divina o nei Santi. Se dipende da queste cause c’è poco da spiegare per convincere a non giocare. Ma a volte il gioco nasce da mancanza di informazione sul calcolo delle probabilità e su cosa si intenda per gioco equo. Quando il gioco è organizzato da qualcuno che lo fa per scopo di lucro, sia pure autorizzato dallo Stato, il gioco non è mai equo e se il gioco non è equo si può dimostrare che più si gioca, più si perde (teorema del giocatore fallito). 
Mi propongo quindi di debellare quest’ultima causa del gioco e cioè l’ignoranza delle regole matematiche che governano i fatti aleatori. E’ brutto parlare di ignoranza perché qualcuno potrebbe offendersi, per chi lo preferisce, o per non offendere nessuno si può parlare allora di “asimmetria conoscitiva”: chi imposta il gioco ne sa molto di più di chi aderisce al gioco. 
Per eliminare questa asimmetria conoscitiva devo dire cosa è il gioco equo e come si effettua il calcolo delle probabilità. 
1) Definizione di gioco equo: un gioco si dice equo se la posta che si scommette è pari alla probabilità di vincere moltiplicata per l’ammontare della vincita eventuale. Il prodotto: probabilità di vittoria moltiplicato per la posta in palio si chiama anche “speranza matematica”. Se la speranza matematica è minore della posta in gioco (come nella maggior parte dei casi) il gioco non è equo, e la cosa si ripete ad ogni giocata, sicché più si gioca, più si perde. 
2) Per poter applicare in concreto la formula della equivalenza fra posta in gioco e speranza matematica, occorre però capire come si calcola la probabilità che si realizzi un evento. 
3) Calcolo della probabilità semplice: se noi lanciamo un dado, la probabilità che esca un determinato numero ad esempio il 6 è pari a un sesto perché il dado ha sei facce tutte eguali. Il calcolo è facile e intuitivo: la frazione è data dal numero dei casi favorevoli diviso il numero dei casi possibili. Questo è il principio della probabilità semplice. 
4) Ma nella realtà il gioco con probabilità semplice non viene quasi mai praticato perché sarebbe troppo facile per chiunque capire se il gioco è equo o no. Quindi l’”industria del gioco” ricorre alla probabilità “composta” (che non è così intuitiva da calcolare come la probabilità semplice) e che si ha quando per determinare la vincita occorre il concorso di più di un evento favorevole. 
5) A questo punto interviene la grammatica e occorre distinguere fra la congiunzione “e” e la congiunzione “o”. 
Se io dico ”scommetto che lanciando i dadi esce o il numero 1 o il numero due” siamo di fronte a una probabilità di 2 sesti perché sono due gli eventi favorevoli, e le due probabilità, si sommano. 
Ma se invece nella scommessa si stabilisce che si vince solo se esce il numero uno nel primo lancio “e” anche nel secondo, allora le due probabilità non si sommano ma si moltiplicano fra di loro e, moltiplicandosi, poiché sono valori inferiori ad 1, la probabilità composta del risultato favorevole diventa molto bassa. Infatti la probabilità di 1 trentaseiesimo è molto meno di un sesto.
A questo punto, se è tutto chiaro, cerchiamo di capire la probabilità di fare un “poker” alle macchinette che stanno nei bar dove girano su apposite rotelle simboli all’apparenza del tutto innocui come pere, mele, carote, pomidori, ecc.
Supponiamo anche che i simboli “frutta e ortaggi” su ogni ruota siano 10. Ammesso che le macchinette non siano truccate (cosa da verificare) la probabilità che si realizzi un poker di mele o di pere è pari a 1 su diecimila. Significa che se esce un poker a fronte di una puntata di 1 euro, il gestore del “club”, se fosse “onesto” dovrebbe darvi 10 mila euro. Io non ho mai giocato e quindi non so quanto si vince in simile circostanza ma sicuramente è meno di 10 mila euro. Mi basta solo farvi capire che se fate poker giocando un euro e vi vengono dati solo 1000 euro, il gestore della macchinetta ve ne ha “rubati” 9000. 
Quindi, non giocate mai. Se proprio volete divertirvi giocate con amici a carte o a dama o a scacchi, ma sempre senza metterci soldi in mezzo. Già dispiace perdere e dover ammettere di essere meno abile e addestrato dell’avversario, (ricordiamoci sempre che l’abilità e l’esperienza in un gioco non sono segni di intelligenza ma solo di gran pratica) ma perdere soldi dà sempre veramente fastidio e a lungo andare rovina le amicizie. 

 

 

 
(Pietro Benigni)

 

 

 

 

 

 

 
Daniele Poto, Azzardopoli, Multiprint, 2012

 

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DETENZIONE A LESBO
post pubblicato in Diario, il 22 aprile 2014


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UNA BIBLIOGRAFIA SUL MEDITERRANEO
post pubblicato in Diario, il 11 febbraio 2014

A partire dalle molteplici suggestioni contenute nel saggio di Serenella Iovino Mediterranean Ecocriticism, or, A Blueprint for Cultural Amphibians, abbiamo come Circolo di Ecocritica espresso l'intenzione di farne una lettura "applicata". In questo senso le tematiche possibili che si intersecano tra i flutti del Mediterraneo sono innumerevoli. Come tendenzialmente illimitata è la bibliografia. Provo a raccogliere qualche spunto emerso nel nostro ultimo incontro. 
Il pensiero del Mediterraneo fa subito pensare all'attualità: il tema dei migranti, il mare come cimitero di chi tenta la traversata su zattere della disperazione, la strage dell'ottobre scorso, ultimo episodio di una serie interminabile. Lo strumento più aggiornato per seguire questo stillicidio è Fortress Europe, il sito del giornalista free-lance Gabriele Del Grande, autore di due libri sull'argomento, Mamadou va a morire, Infinito, 2007 e Il Mare di Mezzo, Infinito, 2010. Per il Maggio dei Libri del 2012 Gabriele Del Grande è venuto a Villa Leopardi per parlare della sua esperienza. Sulla rivista Internazionale è possibile seguire il suo reportage sulla guerra civile in Siria. 
Per l'attualità affacciarsi sull'altra sponda del Mediterraneo vuol dire anche interrogarsi sul significato e sull'evoluzione delle primavere arabe [ * ]. Di particolare interesse è l'evoluzione della Tunisia, paese dove è nato il movimento rivoluzionario, che dopo una battuta d'arresto ora sembra rimettersi in marcia con la nuova costituzione [ * ] [ * ]. Un libro sul ruolo delle donne nei nuovi movimenti del nord-Africa è di Anna Vanzan, Primavere rosa.
Il tema del Mediterraneo può essere affrontato storiograficamente. E' il caso di David Abulafia con Il grande mare. Storia del Mediterraneo, un libro edito nel 2013. Un libro intramontabile è di Fernand Braudel Civiltà e imperi nel Mediterraneo nell'età di Filippo II. A cavallo con la letteratura è il già classico Breviario mediterraneo di Predrag Matvejevic, autore del quale è presente in biblioteca Il Mediterraneo e l'Europa, una serie di lezioni tenute al College de France. 
Sull'approccio filosofico è basato Filosofie della natura. Naturalismo mediterraneo e pensiero moderno di Mario Alcaro, dove si propone un'alternativa sulla base del pensiero premoderno in area mediterranea all'attuale crisi ecologica. L'approccio geofilosofico è invece presente in Geofilosofia del Mediterraneo di Caterina Resta.
L'editore Mesogea di Messina ha un catalogo in cui molto presente è la tematica mediterranea. Mi provo ad elencare qualche titolo: Città mediterranee e deriva liberista a cura di Salvatore Palidda, Lo sguardo azzurro. Costanti e varianti dell'immaginario mediterraneo. Atti del convegno (Lugano, 23-24 novembre 2006)Marsiglia. Bazar del Mediterraneo di Michel Peraldi, Un sogno mediterraneo. Intellettuali e utopia del mare di pace di Emile Temime, I porti della peste. Epidemie mediterranee fra Sette e Ottocento di Giuseppe Restifo, Ispirazioni mediterranee di Jean Grenier, il maestro di Camus, Gli ideali del Mediterraneo a cura di Geoges Duby, Venature mediterranee. Dialogo con scrittori di oggi di Costanza Ferrini, la rivista Mesogea. Segni e voci dal Mediterraneo e poi la serie Rappresentare il MediterraneoLo sguardo egiziano di Edouard Al-kharrat e Mohamed Afifi, Lo sguardo tunisino di Emna Yahia Belhaj e Sadok Boubaker, Lo sguardo greco di Takis Theodoropoulos e Rania Polycandrioti, Lo sguardo libanese di Elias Khuri e Ahmad Beydoun, Lo sguardo marocchino di Muhammad Barrada e 'Abd al Majid Qaddun, Lo sguardo spagnolo di Manuel Vazquez Montalban e Eduardo Calleja Gonzalez, Lo sguardo tedesco di Wolfgang Storch e Gregor Meiering, Lo sguardo turco di Feride Cicekoglu e Edhem Eldem, Lo sguardo francese di Jean-Claude Izzo e Thierry Fabre, Lo sguardo italiano di Vincenzo Consolo e Franco Cassano.
Anche il sociologo Franco Cassano ha riflettuto sul Mediterraneo con Il pensiero meridiano e insieme a Danilo Zolo in L'alternativa mediterranea. Danilo Zolo ha anche pubblicato con Ferhat Horciani Mediterraneo. Un dialogo fra le due sponde.   
A tutto ciò è da aggiungere la letteratura dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo dall'Odissea ad oggi.
Molte sono le associazioni che si occupano in vario modo di Mediterraneo, ad es. l'IMED, che ci è vicina di sede.



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TUTTI INDIETRO
post pubblicato in Boldrini, Laura, il 22 gennaio 2014
    

Non voglio ripetere quanto ho già scritto a proposito dell’ultimo libro della Boldrini (“Solo le montagne non s’incontrano mai”, Rizzoli, 2013), che è il racconto di una storia bellissima [ * ].
Questo, che è il suo primo libro, scritto quando lavorava come portavoce all'UNHCR (l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati), è un bellissimo saggio sul problema dei rifugiati. Anche questo libro parte con una storia, tanto che – a scorrerlo – avevo pensato che fosse un libro sull'Afghanistan e la relativa guerra. E non c’è solo la storia iniziale con la quale si apre il secondo capitolo, in cui Sayed, un ragazzo afgano, con un viaggio a dir poco da libro Verne (con la differenza che questo è stato un viaggio reale) raggiunge l’Italia dove ora risiede da nove anni. Ci sono tante altre storie, qua e là, inframmezzate dal filo comune che riguarda quelli che su molti media continuano a chiamare migranti, ma che in realtà sono persone che scappano da teatri nazionali sconvolti da conflitti bellici o razziali o di altro genere (come la Siria, sconvolta da una vera e propria guerra civile). 
Una delle cose che mi hanno colpito di più, proprio per la comune ignoranza del problema, immemori noi italiani di quando i migranti eravamo noi (l’emigrazione in Usa, ricordata da innumerevoli nomi scolpiti nell’acciaio di Ellis Island), è la distinzione tra le varie categorie di chi chiede asilo, che è il vero incipit del libro. Innanzitutto la distinzione tra immigrati e rifugiati, entrambe categorie dovute a scelta volontaria dei componenti. Poi la decisione che l’organismo ONU può assumere per risolvere lo status di chi chiede asilo: si distingue in riconoscere lo status di rifugiato, concedere la protezione sussidiaria, raccomandare la protezione umanitaria, o negare lo status di rifugiato.
Dopo la storia di Sayed, i capitoli successivi riguardano storie di rifugiati che toccano l’Adriatico, Lampedusa, oppure riguardano il mare, l’Africa (Ruanda, Sudan), altre situazioni che coinvolgono paesi vari, tra i quali l’Italia e a questo proposito i provvedimenti adottati dall’allora ministro degli Interni Roberto Maroni. Provvedimenti che costituirono un brutto ritratto del nostro paese verso l’ONU e il modo in cui essa cercava di risolvere di volta in volta problemi grandi e spesso molto tragici.
Nei capitoli finali si tratta del nostro paese e specificamente dei rientri in Libia, non attesi da nessuno, di casi come quello del Piemonte, dove l’amministrazione ha adottato una ricetta che l'ONU è riuscita a far modificare in positivo, di razzismo e di etnia rom, del Kosovo, e degli immigrati di Rosarno. E l’autrice fa i complimenti a due sindaci della Locride nel reggino calabrese, che per conto proprio hanno stabilito dei protocolli di accoglienza speciali, qualcosa di molto diverso da quanto è accaduto a Rosarno, dove gli immigrati lavoravano come raccoglitori di agrumi.
Il più bel capitolo è l’ultimo, dove si parla de “L’Italia che c’è ma non si vede” e dove si raccontano storie di italiani che non hanno per nulla adottato i canoni della legge Bossi-Fini e si sono prodigati in azioni spesso individuali meritevoli di essere citate non solo in un libro specifico ma su tutti i media, cosa che di rado accade.
Il libro termina con una breve appendice in cui l’autrice spiega con una breve storia come è nato e come opera l’UNHCR. A questo seguono ringraziamenti e viene spiegata l’origine del libro.
Mi sento di consigliare la lettura di questo libro a tutti, e di proporre alla biblioteca il suo acquisto in più copie, ove ancora non lo avesse fatto.




(Lavinio Ricciardi)







Laura Boldrini, Tutti indietro, Rizzoli, 2013 [ * ]

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PAPA FRANCESCO
post pubblicato in Diario, il 3 gennaio 2014


 

Avevamo parlato alla riunione del circolo dei lettori della novità portata da papa Bergoglio [ * ]. A Genova il 15 dicembre c'è stato un convegno nell'ambito della festa per i 20 anni di Limes su "L'utopia di papa Francesco". Erano presenti Lucio Caracciolo e Andrea Riccardi. Di quest'ultimo nella nostra riunione avevamo menzionato il recente libro "La sorpresa di papa Francesco. Crisi e futuro della chiesa" [ * ].


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