.
Annunci online

CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
S'E' SEDUTA
post pubblicato in Raggi, Luciana, il 3 febbraio 2018
 

"La mia postura segue consciamente la forma della sedia" (David Forster Wallace, Infinite Jest)


Si vorrebbe sapere di più su questa misteriosa donna seduta, di cui per l'amicizia con Luciana Raggi abbiamo notizia trattarsi di donna reale, cui la poetessa ha prestato la voce e, per così dire, la veste. Correre il rischio di oltrepassare il testo per fare entrare tuttavia questa donna che è sospesa in una zona evanescente della sua vita, dove il tempo sembra essere finito, forzatamente nel flusso di una contemporaneità pericolosa, è quello che si vorrebbe tentare. La melodrammatica eroina probabilmente non sa di incarnare una figura della filosofia attuale, quella dell'"esausto", divenuta paradigmatica di questi nostri anni. E' qualcosa di più di una reazione individuale magari inadeguata, è la rivelazione di una costellazione della contemporaneità, la risposta ad una situazione di massa, l'unica risposta veritativa a cui non si può rinunciare, pena il tradire sè stessi e il proprio tempo. Per questo è paradossalmente un'eroina della società della stanchezza (Byung-Chul Han, Nottetempo, 2012 [ * ]), preconizzatrice di tempi nuovi, se l'autore coreano ci vede alle sue soglie, quando è il tempo che "la ferita si richiuse stancamente" (Franz Kafka, Prometeo [ * ]), "stanchezza che non deriva da un riarmo sfrenato, bensì da un cordiale disarmo dell'io", reazione alla sindrome di burnout di una società della prestazione all'insegna dell'eccesso di positività.
La protagonista di S'è seduta, in bilico sul suo vortice panico di trottola, sembra non sapere le ragioni del suo male. Quando il male è immotivato, non ha ragioni, non ha una genesi in cui si ricostruisce la sua storia, è oltremodo devastante, a tutto discapito dell'io che si autoannulla. E' quello che succede a questa donna desolata e senza più risorse. 
L'autrice segue mimeticamente l'impoverimento concettuale della protagonista. Tutta la sequela di distici è un'unica variazione sul basso ostinato dell'immobilismo, dell'isterilimento di ogni azione possibile. Sono insistenze che tautologicamente ribadiscono il tema dell'assenza di divenire. Il tempo si è fermato anche se la pendola continua a battere i colpi, ma non procede più. La poetessa presta il suo verso a una donna che non ha più possibilità di parola. Questa è la cifra della teatralità del poemetto ed anche della sua trascendenza, perchè Luciana Raggi con questa donna ha stabilito un dialogo impossibile, sostituendosi ad essa, senza identificarsi.
Scrive Giorgio Agamben nella postfazione a L'esausto * ]: "Occorrerà allora immaginare una postura che esaurisce integralmente e senza riserve ogni possibilità. Scommettere, cioè, su che cosa si può ancora fare quando tutto è diventato impossibile e su che cosa c'è ancora da dire quando non è più possibile parlare. Questa postura è lo stare seduti. [...] L'esausto 'esaurisce tutto il possibile. Mette fine al possibile, al di là di ogni stanchezza, per continuare a finire'. [...] Lo stare seduti è la cifra dell'esaurimento di ogni possibile azione, la postura dell'esausto che è riuscito a sloggiare l'essere dalla sua dimora nella possibilità" [ * ]. Gilles Deleuze distingue, sulla base della sua esperienza di malato terminale, lo stanco dall'esausto. Lo stanco non ha più la forza di agire, non ha esaurito le sue possibilità vitali, saprebbe cosa fare ma non ne ha la forza. L'esausto ha invece finito le sue possibilità, è impotente perchè non ha più nulla da poter fare. "Lo stanco ha esaurito solo la messa in atto, mentre l'esausto esaurisce tutto il possibile". 
Dell'impotenza di una donna scissa nello smottamento tra culture, l'esito è la negazione di sè, i tratti definitori evanescenti, cui la poetessa offre la possibilità di un'immagine prima dell'esito del dissolvimento, perchè al di là della "nuda vita" non c'è altro. Il debito beckettiano è evidente anche oltre le intenzioni dell'autrice. 
"I would prefer not to" [ * ] rappresenta perciò una forma di opposizione, un'ostinazione senile che riguarda la vita dall'origine, è la strategia resistente dell'inoperosità, quella che si può vedere in questa donna divenuta ombra, fenomenologicamente descritta nei versi del poemetto [ * ].


(Carlo Verducci)





Luciana Raggi, S'è seduta, Edizioni Progetto Cultura, 2016 [ * ]
OLTREMISURA
post pubblicato in Raggi, Luciana, il 17 maggio 2016
 

Il titolo di questa silloge poetica "Oltremisura" è tratto dal distico finale della omonima poesia: Nessuno apre porte / chiuse oltremisura. Se è vero che nella realtà l’impresa dell’aprire si presenta difficile nondimeno l’immaginazione consente al poeta di potersi muovere in spazi liberi, di percorrere nuovi sentieri, di fare rivivere miti depositati nell’inconscio. Oltremisura inoltre nella sua accezione indica l’individuo che va oltre e non riesce oppure non vuole trovare il modus cioè la misura delle cose nella sfera privata o pubblica. La poetessa nel suo viaggio poetico coglie pienamente la difficoltà dell’essere umano di sciogliere i lacci che lo tengono serrato alla quotidianità e gli impediscono una vita serena. La poesia ha il grande privilegio di far conoscere il nostro tempo, di esprimere il nostro vissuto o il non vissuto, come la nostra vita si sia intrecciata all’eros, alle pulsioni, ai bisogni intimi e fondamentali di ciascuno. Luciana Raggi con l’acribia dell’entomologo scava nel suo spazio esistenziale e tende a dare attraverso una rete fitta di figure, di temi, di situazioni l’immagine della molteplicità e della varietà del mondo. La poetessa esplora una realtà non sempre condivisa e in questa sua esplorazione cadono le illusioni e l’animo cede allo sconforto di fronte all’introspezione e all’analisi di sé: Esploratore del buio / fruga frammenti senza futuro / scompone la sintassi del mondo. / Nel silenzio / ai margini della memoria / riposano / voci e sussurri / sensori del tempo. Scuotono certezze (Esploratore). Emerge uno spirito leopardiano e la poetessa può dire: Ma ora / qui / l’eco di una voce lontana / sento vicina. Si avverte una liaison del sentimento con il poeta di Recanati con cui può intrecciare un dialogo e riceverne conforto e nel contempo prendere consapevolezza di non avere mai incontrato cammini rettilinei ma Solo frammenti d’infinito / davanti al forse d’ogni bivio / dove lunghe attese / per eccessivi dubbi / hanno accresciuto la febbre / raffreddato le speranze. La poetessa rovista in se stessa, ripesca frammenti di ricordi e con lucida tensione dimostra di avere molti registri di rappresentazione delle idee che animano la poesia. Si evidenzia un io poetico sofferente ma estremamente teso verso il logos nel porsi interrogativi e nel dare una risposta ai dubbi che si affacciano impetuosi nella mente. E’ una poesia dai tratti rocciosi che si espande in mille rivoli con un livello di scelta lessicale elaborato per selezione e accostamento delle parole perché Azioni parole / si consumano / si mischiano / allo scoperto / muovendosi / s’intrecciano / prendono nuova vita / Inquiete / incidono la scorza / marcano il territorio / non sanno dove andranno a riposare / seguono / misteriose geografie dell’anima / senza meta (Poesia). E’ una felice dichiarazione di come il poeta è un essere particolare che si serve del linguaggio per esplorare mondi fantastici ma è pure ancorato al reale, da qui azioni-parole. Il dettato poetico di Luciana Raggi presenta una struttura chiara ed elegante e un linguaggio moderno che si fa carico delle problematiche del vivere e le mostra attraverso una scrittura che mira all’interiorità e al quotidiano. Il verso breve o brevissimo, il gioco di simmetrie e dislivelli non creano alcuna oscurità ma danno cadenze di ritmo brillante. In ultima analisi si può dire che in questa silloge la ricerca poetica della Nostra denota una ulteriore e nuova tappa del suo originale percorso.




(Francesco Dell'Apa)











Luciana Raggi, Oltremisura, Progetto Cultura, 2015 [ * ]

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. poesia letteratura italiana

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 17/5/2016 alle 13:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
TRAGICAMENTE ROSSO
post pubblicato in Zanarella, Michela, il 2 marzo 2016
 
 
Violenza sulle donne. E’ stato scritto molto su questo argomento. Moltissimi scrittori contemporanei si sono messi alla prova con saggi, romanzi e racconti, non solo allo scopo di riportare storie e opinioni su un tema al centro delle discussioni, hanno scritto anche e soprattutto per sensibilizzare l’opinione pubblica nella speranza di poter arginare questa triste antica incivile realtà. Ho letto molto, certo non tutto, sull’argomento; spesso mi sono indignata e mi sono lasciata prendere dal tema, ma questo libro di Michela Zanarella “Tragicamente rosso” è veramente l’unico che ha lasciato, e lascerà anche in futuro, un segno su di me. E’ un pugno nello stomaco. Un incontro con un male che vorremmo non fosse umano, vorremmo che fosse d’altri tempi, d’altri luoghi, invece è qui fra noi ed è tragicamente vero e presente. Una forza espressiva che a mio parere è possibile solo nel linguaggio poetico perché oltre a dire accompagna attraverso un coinvolgimento personale ad entrare nelle profondità inconsce per intravedere, immaginare, sentire, partecipare alla rabbia e al dolore della donna violata, a toccarne le cicatrici, a sentire l’odore di lacrime in catene, a udire urla di sensi violati, a vedere il rosso del sangue e della sofferenza…un rosso che emerge fra le ruggini supine della notte. In un silenzio/ che lacera e nasconde / vuoto intorno (pag. 21).
Il libro ha lo stesso titolo della bellissima poesia che apre la raccolta “Tragicamente rosso”, riportata anche nella traduzione che ne è stata fatta in altre quattro lingue (il tema purtroppo non ha una sola nazionalità…e accomuna tutte e tutti). Un’unica strofa di ventidue versi da leggere tutta d’un fiato, per poi fermarsi a riflettere…senza fiato. Solo due verbi al quarto verso (cedo e m’adeguo) fanno pensare ad una poesia scritta in prima persona, in realtà entriamo non solo nella storia di chi scrive, ma attraverso questa, in quella delle numerose donne cadute nel precipizio di un amore tragicamente rosso.
A conclusione del libro c’è un monologo, dallo stesso titolo “Tragicamente rosso”, contro la violenza sulle donne, anch’esso molto avvincente, rappresentato con successo a teatro dall’attrice Chiara Pavoni con la regia di Giuseppe Lorin.
Il libro però non parla solo di questo argomento ma della violenza in varie forme e dell’odio senza misura che l’uomo ha mostrato e mostra verso i suoi simili. Lo si può capire dai titoli delle cinque parti da cui è composto: Rosso donna, Rosso shoah, Rosso mondo, Rosso natura, Rosso guerra. Ognuna contiene sette poesie (sette è un numero primo sicuro, nelle tradizioni mistiche antiche aveva un forte significato simbolico, è il numero buddhista della completezza, sette sono i doni dello Spirito Santo nel Cristianesimosapienzaintellettoconsigliofortezzascienzapietà e timor di Dio, tutti assenti nell’uomo violento).
L’autrice intraprende attraverso la poesia, una disamina feroce e toccante del male e dell’odio nelle varie declinazioni in cui si manifestano. Questa giovane donna si fa testimone della potenza distruttrice della violenza di ieri e di oggi.
Ma…spunta l’alba di un nuovo giorno? Gli ultimi versi dell’ultima poesia del libro rispondono:

E muta e cieca 
rimane l’alba
che ritorna.

La poesia di Michela Zanarella sa toccare corde che arrivano dirette al cuore senza utilizzare mai facili sentimentalismi, senza alchimie, senza schemi antichi. È una poesia che, sia per stile sia per contenuto, ha una forza capace di scatenare scosse emotive in chi la legge, una poesia capace di lasciare un segno indelebile. 



(Luciana Raggi) 







Michela Zanarella, Tragicamente rosso, David and Matthaus, 2015 [ * ]

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. poesia letteratura italiana

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 2/3/2016 alle 12:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
OLTREMISURA
post pubblicato in Raggi, Luciana, il 14 luglio 2015
 

La poesia oggi ha raggiunto un punto orizzontale dove l’Io poetico affronta i livori dell’esistenza, la percezione quotidiana del finito, l’intensità malefica del possesso e dell’annullamento. La raccolta Oltremisura partendo dalla fonte personale affronta il percorso difficile della salita verso i punti verticali, le cime tempestose, dove le passioni disilludono, i sensi non sostengono, i sogni si infrangono contro la barriera del Tempo. La poeta inizia il cammino/ racconto con la poesia Bianco che potrebbe essere avvicinata alla voce del Nobel Salvatore Quasimodo della poesia Ed è subito sera. La Nostra scrive: “Sto qui / fra riga e riga / senza distanze. / Sto qui / qui a guardare il bianco: / nomade / tra le parole dette / e quella che mi tace dentro”. L’anafora sprigiona l’egemonia del luogo atemporale; il colore bianco risveglia l’energia della purezza, la verginità della mente e del foglio dove riversare la parola; la forza della poesia è nella mediazione tra il suono e l’immaginazione, la sospensione e la Creazione che si rivela nel silenzio, inaspettata l’acqua dell’esistenza scorre a superare i secoli con lo sguardo. Noi siamo nomadi, imperfetti e nostalgici, costretti a comprendere in ritardo le profezie dei poeti, i deliri degli assassinati per le idee, le violenze subite da chi apre le stanze alla luce del sole: “(…) I ragazzi, a valle, / non lo vedono: / hanno negli occhi frammenti / in divenire / abbracciano l’attimo / non cercano altro / ma l’indicibile dell’esistenza / li aspetta”. La poesia non ha un ruolo nella Storia della società contemporanea, proprio quando sembra fiorire in mille cenacoli, in migliaia di voci, in una infinità di incontri. Per la Nostra la poesia potrebbe rivelarsi “(…) la voce / senza traduzione”, proprio come avviene oggi. Allora oltre al dolore personale per l’impossibilità della condivisione reale, sincera, sentita, la poeta rivela al lettore l’amaro “Sale della mia terra” (che è poi la terra di ognuno di noi): “Al seno di tua madre / senza distanze / hai quanto basta / senza spazio / senza tempo / senza memoria / non dissipi calore. / (…) Dove sono ora / ho quanto basta: / un battito di vita / uno sguardo che colora il mondo / e i miei anni / diventano leggeri. / Ho te / sale della mia terra.” 



(Vincenzo D’Alessio)








Luciana Raggi, Oltremisura, Vitale Edizione, 2015

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. poesia letteratura italiana

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 14/7/2015 alle 10:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
OLTREMISURA
post pubblicato in Raggi, Luciana, il 24 giugno 2015
 

E’ la seconda opera poetica pubblicata da Luciana Raggi. E’ stata presentata a Villa Leopardi in un “Incontro con i poeti” tenutosi nello scorso marzo. Ed io l’ho avuta in quella occasione. 
Recensire per me un’opera di poesia risulta oltremodo difficile, per il fatto che normalmente leggo una gran quantità di opere di narrativa. Le poesie sono gli amici a darmene: le leggo molto volentieri, ma preferisco che a parlarne siano gli altri. Ma Luciana è persona speciale, per me; basti – a chi mi sta leggendo – citare il fatto che, alla rassegna “I poeti si raccontano”, promossa qualche anno fa dalla Biblioteca “Galline Bianche”, Luciana – con due battute – riuscì a farmi leggere due poesie mie (tra le pochissime che avevo salvato) e a farmi commuovere mentre ne leggevo una dedicata a mio padre.
L’opera di Luciana è divisa in tre parti, che hanno i titoli Forse, Illusioni, Incontri. Forse è la più breve (10 liriche) ed è quella che mi ha colpito di più; Illusioni è poco più lunga (12 liriche) e contiene la lirica che dà il nome alla raccolta; Incontri è la raccolta più lunga (19 liriche, tra le più lunghe) ed anche – a mio vedere – la più impegnata: le poesie in essa contenute sono, per ricchezza e differenza di contenuti, le più significative dell’intera raccolta. 
Perché mi ha colpito la prima parte? Forse perché sono un neofita di questa stupenda cosa che è la poesia. Devo dire che ho trovato, in tutte le poesie della prima parte, tantissime immagini, che mi hanno subito catturato: il titolo stesso delle liriche è già una immagine. E – da buon cinéfilo qual sono – proprio questa caratteristica mi ha fatto soffermare sulla prima parte. Ma c’è una ragione più spicciola, che origina dalla prima poesia del volume: Bianco. Questa poesia è – per me – nella sua brevità e concisione, particolarmente significativa, e cercherò di dire in breve perché. 
Si parla subito, nella poesia, di uno spazio: “Sto qui – fra riga e riga – senza distanze…“. 
Uno spazio che non viene nominato, non occorre che lo sia: è nei versi stessi, scarni, concisi, efficacissimi in quello che evocano. Ecco, proprio in questo è la forza della poesia di Luciana. Forza che si ritrova in tutte le altre liriche, sia concise, sia più estese, sia essenziali e stringate, quindi elegantissime, sia più ricche di vocaboli e magari proprio per questo meno efficaci.

Sto quì
fra riga e riga
senza distanze.
Sto quì
quì a guardare il bianco:
nomade
tra le parole dette
e quella che mi tace dentro.
 
Altra lirica che mi ha colpito, sempre nella prima parte, è Il telefono tace: qui ci sono almeno tre immagini significative, il silenzio, l’utilizzo per smacchiare il passato, l’ammobiliare una solitudine; tre immagini bellissime, anch’esse espresse da poche parole. Il silenzio è nel titolo, che è anche il primo verso. 

Buco spaventoso di silenzio.

Silenzio tortura.

Il telefono tace.

Forse
non vuoi più abitarmi

forse
credi di bastarti

forse
non ti servo più
per smacchiare 
il tuo passato

forse
non vuoi ammobiliare
la tua solitudine
con cose consumate

forse
son solo congetture.

Il telefono tace.

Nella seconda parte, Illusioni, la prima poesia è Non compro più sogni. Il linguaggio di questa lirica è meno stringato, più vicino al nostro linguaggio quotidiano. Ma le immagini sono altrettanto efficaci di quelle citate nelle altre liriche: comprare sogni, concimare i figli, amore perfetto, verità agrodolci, vuoto di una felice assenza nell’immobile presente. La bellezza di queste fa la bellezza della lirica, che scorre sotto gli occhi di chi legge portando le immagini subito in superficie. 

Ho contribuito efficacemente
al disordine del mondo
comprando sogni
vendendo speranze.

Ho imboccato sentieri contraddittori
alla ricerca di verità.

Ho innaffiato le aspettative
ho concimato i miei figli
con stupore
li ho visti sbocciare.

Ho creduto davvero
a quella mal calcolata felicità
all'amore perfetto
la più cara delle mie illusioni.

Ora non compro più sogni.

Prendi in prestito il tempo
vivo l'attimo livido
bevo verità agrodolci
senza filtri affettivi.

Cerco
nell'immobile presente
il vuoto
di una felice assenza.
 
La lirica "Oltremisura" chiude la seconda parte: il linguaggio di questa lirica è – a mio avviso volutamente – rappresentativo del titolo: vengono usate parole poco comuni e molto lunghe, che sottolineano concetti esagerati o delineati con molta enfasi. La poesia è autoesplicativa del titolo e degna di nota proprio per questo. 

Velocità di rotazione incontrollata
Conflitto di attribuzione
Nessuno sa frenare
smanie di potere.

Eccedenza di egoemozione
anestetizzazante
Conflitto di attribuzione
nega sentimenti.

Retorica dell'eccesso
per contrasto all'inazione
Nessun aiuto spontaneo
agli sconfitti senza speranza.

Narcotico rumore
assordante compulsivo
Conflitto d'interessi
annienta verità.

Iperstimolazione retinica
overdose di forme
Conflitto di realtà
esclude il sogno.

Il buio dell'anima
ammutolisce
corpi ammalianti.

Nessuno apre porte
chiuse oltremisura.

La terza parte, Incontri, dà immediatamente, con le prime due liriche, l’idea di cosa, già nel titolo, essa voglia essere: una serie di incontri della poetessa con le cose più disparate. La seconda lirica, Accanto, traduce molto bene questo concetto, e così la terza, Segni: e più che le immagini, le liriche sottolineano, nel lettore, l’azione di incontrare problemi, segni. In entrambe le liriche, il lettore ha la netta sensazione di accompagnare l’autrice nell’intraprendere questi due incontri, con i problemi del mondo, e con i segni interiori. Sensazione che lascia un’idea di bello, che viene dai versi e – soprattutto – dalla costruzione che li racchiude. Sono decisamente bagni nelle parole, immersioni piacevolissime in entrambe le liriche. 

Ai problemi del mondo chiedo
di sedermi accanto.

Lì accanto
in ascolto.

Vederli
faccia a faccia
ad uno ad uno.

Raccogliere silenzi
densi
amari

parole calpestate
pesanti.

Ai problemi del mondo
che chiamo per nome

chiedo

di mostrarsi
con suoni vibranti

che lascino segni
che non si possono dimenticare.




Scivolo
con morbide attese
nei ricordi

in attesa di visioni.

Segni rimasti

cicatrici
supporto al presente

tagli profondi
che fanno ancora rumore

acidi nocivi
che graffiano male

o balsami che leniscono
dentro.

Leggo quei segni.

Toccano
una profondità
non ancora indagata.

Che attira.

Prima di concludere voglio segnalare le poesie dedicate a due poeti (Giacomo Leopardi ed Emily Dickinson) e Si sedes non is – Si non sedes is. Una lirica con un titolo palindromo che presenta contemporaneamente un concetto e anche la sua antitesi, così come sono antitetici i comportamenti dell’io narrante descritti nella prima strofa e del tu che è in ascolto descritto nella seconda strofa. 

Sono su “questo” colle:
non lo immaginavo
privo di centro
con i soliti rumori
odori colori.

Ma ora
qui
l’eco di una voce lontana
sento vicina.

Umano e casuale
il limite all’orizzonte
come il tuo smarrimento allora
dove mi riconosco ora.

Respiro la tua malinconia
e un dubbio avvolgente
su questo cammino
che non brama il naufragio dell’anima
né la deriva dei sensi

non un rifiuto
né un rifugio.

Sono sul tuo cammino
sul sentiero
della poesia.

Serpeggiando
può condurre a valle

avvicinare all’orizzonte
gli occhi all’infinito.




Tue sole ali sono le parole
figlie di una tormentata
malinconia.

Hai amato non riamata
sei all’ombra
ma hai visto il sole.

Chiusa
nella tua stanza
spazi

raccogli i frutti
maturi

cuci echi
domestici a parole

animi dettagli

nella via stretta
apri ampi orizzonti.

Il tuo sguardo penetra
la superficie
ne comprende i segreti.

Nel silenzio ascolti
al buio vedi
e accogli visioni

del prevedibile quotidiano
riveli l’inatteso

della semplicità fai grandezza.

Fermi l’attimo perfetto
arricchito lo offri
nella viva metafora

illuminante
obliqua
verità. 




Nel rumore del dissenso
cammino fra aspre parole:
braci sul grigio posate
sul marcio palpitante
irradiano luci e colori

E camminando vado.

Nel tempo fluido
dell’attesa rassegnata
appoggiato al tavolo
delle tue abitudini
tra sguardi opachi ti siedi

E nel sederti stai.


Nella poesia finale, bellissima, la poetessa paragona il suo delizioso nipotino appena nato, cui la lirica è dedicata, al sale della sua terra, capace di dare sapore e nutrimento alla sua vita, garantendo in qualche modo la continuazione di qualcosa di sé. 

Al seno di tua madre
senza distanze
hai quanto basta

senza spazio
senza tempo
senza memoria
non dissipi calore.

Viaggio nei tuoi occhi
soddisfatti

entro nel tuo mondo
dai piccoli confini

trovo la grandezza
della vita.

Dolce perdersi
nella sorpresa
di una luce nuova

al sole caldo
di questo mite inverno

Dove sono ora
ho quanto basta:

un battito di vita
uno sguardo che colora il mondo
e i miei anni
diventano leggeri.

Ho te
sale della mia terra.


Il libro è un piacere per chi lo legga con un po’ di attenzione: per la poesia, a differenza 
della prosa, serve sempre un ascolto attento: bisogna sedersi e, nel silenzio, fare spazio alle emozioni.




(Lavinio Ricciardi)








Luciana Raggi, Oltremisura, Vitale Edizioni, 2015

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. poesia letteratura italiana

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 24/6/2015 alle 3:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
IL BAGOLARO DI VILLA LEOPARDI
post pubblicato in Diario, il 14 maggio 2015
 

Adriana De Nichilo, donna entusiasta e transigente del Gruppo di Ecocritica della Biblioteca di Villa Leopardi, è purtroppo mancata l’ 8 marzo del 2014, a quasi 62 anni. 
Alcuni amici ed amiche del Gruppo il 18 marzo scorso hanno fatto mettere a dimora nel Parco della Villa un bagolaro (celtis australis) in Sua memoria. La data di piantumazione ha coinciso con quello che sarebbe stato il Suo 63° compleanno. 
E, domenica 12 aprile, si è svolta una raccolta cerimonia nella quale amici ed amiche, in Suo ricordo, hanno letto belle poesie e detto sincere parole in ricordo della sua ecumenicità. 
Grazie, Adriana, per quanto abbiamo condiviso insieme. 

(Niccolò De Sanctis) 

 

PER ADRIANA
post pubblicato in Calandrone, Maria Grazia, il 7 maggio 2015
 

"Arberi" di Maria Grazia Calandrone viene dedicata alla memoria di Adriana De Nichilo (1952 - 2014)
POESIA E MUSICA A VILLA LEOPARDI
post pubblicato in Diario, il 2 aprile 2015
 

Ogni anno il 21 marzo, primo giorno di primavera, si festeggia la poesia. Nel giorno del risveglio della natura, con la vita che rinasce, riflettiamo sul valore dell'espressione poetica, luogo fondante della memoria e base di tutte le altre forme di creatività letteraria ed artistica. È un'occasione per guardare al futuro in una speranza di pace, con gli strumenti di comunicazione che la poesia ci offre: forza della parola, valore del dialogo, comprensione della diversità, attenzione alle culture lontane. La Giornata Mondiale della Poesia è stata istituita dalla XXX Sessione della Conferenza Generale Unesco nel 1999 ed è stata celebrata per la prima volta il 21 marzo seguente. 
Quest'anno la primavera è arrivata con un giorno di anticipo, il 20 marzo, mentre alla biblioteca Villa Leopardi la poesia, accompagnata dalla musica, è arrivata due giorni dopo, il 23 marzo, con un evento organizzato per l'occasione. In un suggestivo alternarsi di parole e melodia cinque poeti, Luciana Raggi, Melchiorre Carrara, Paolo Cordaro, Francesca Farina e Sonia Giovannetti, hanno letto le loro composizioni e una giovane pianista, Angela Stella, ha dato voce all'armonia della musica. Le note di Chopin hanno introdotto il reading e brevi pezzi di Skrjabin, Satie e Albeniz, oltre a una serenata scritta dalla pianista, hanno fatto da contrappunto alle letture. 
I poeti interpreti della serata hanno pubblicato numerose raccolte di poesia ed hanno ricevuto premi nazionali ed internazionali. Angela Stella, che fa parte dei corsi di didattica dell'Accademia di Santa Cecilia, insegna ad adulti e bambini e fa anche accordature e restauri di pianoforti. 
Affollatissima la biblioteca, attento e partecipe il pubblico, che ha espresso il proprio apprezzamento con applausi calorosi. L'evento si è concluso con un brano musicale di Gershwin.
La diversità delle voci, i differenti toni poetici, la molteplicità degli sguardi e delle sensibilità hanno tenuto legate le persone presenti creando momenti di intensa emozione. L'impressione è stata quella di assistere a un evento con radici antiche, quando musica e parola erano strettamente legate e costituivano la base della conoscenza del mondo. Si è creata un'atmosfera di partecipazione che al termine del reading ci ha spinto a trattenerci ancora in biblioteca per scambiarci impressioni, chiedere notizie, esprimere pareri. Parole e musica hanno dato vita così ad una rete di relazioni tra noi che sono il significato profondo di questa Giornata internazionale della Poesia.

(Rita Cavallari)

 

Ogni giorno
maledetto o benedetto che sia
svolge il suo tappeto di intenzioni

Con languido candore

Adorabile litania
in forma di mantra

Quel tappeto
trasporta lontano
scarica giù
la zavorra dal cielo

Tutta la zavorra
di umanità
senza sale in zucca
senza una qualsiasi
anche labile
coscienza
di sensibile vocazione

a vivere

ogni giorno

(Melchiorre Carrara)



 

Sentirmi sollevato,
sentirmi spoglio da cenci
inzuppati, luridi e lisi.
Ora sono libero!
Forse per un sol momento,
ma sono libero!
Posso ora correre a perdifiato
senza intralci,
senza quel vento contrario che
m’allontana l’orizzonte, anzi
trascino con me quelle folate
intrise di grecale marino,
lascio strisce sulla sabbia
umida del cielo al mattino,
solchi che le prossime spume
faranno dimenticare.
Questo mio corpo marezzato
vuol espungere la pania
facendo dissipare il supero
in frammenti d’essenza.
La mia nudità
si riveste di nuove percezioni,
momentanea metamorfosi
ad assorbire ed esprimere
ogni singolo raggio di serenità,
ad adornare la rosea cute
con piume di cristallo che
catturano moltiplicando
ogni tenue fascio di luce.
Abiti primordiali che
traspaiono le gocce colanti,
passeggere comete sulla superficie.
Abiti fragili che
potrebbero frantumarsi
in ciò che non vorrei essere.
Disseminate scaglie mutano l’asfalto
in cielo di stelle di luce riflessa,
così come son io che
ovunque scruterei il tuo sguardo 
tornerei a vivere,
andando oltre ogni verbo,
oltre ogni nodo d’incertezza,
interpolando ogni gioconda rima
nei nostri elegiaci passaggi,
rinforzando le nostre aurore,
rinfrancandoci per la vita intera. 

(Paolo Cordaro)

 

E dell’agnello, che mi dici?
A che pro fu scelto proprio lui
quello da immolare tra le creature
abissali che avanzavano sulla scoscesa
collina, smagliante come i giardini dell’Eden?
L’agnello che prendesti fra le braccia
innocente, tremante e soffice
come bioccolo di nuvola di neve
contro le nubi, il carro d’oro del tramonto
preludente alle tenebre del nulla?
Tu e lui sulla collina, entrambi olocausto
ignari, entrambi frementi nel crepuscolo
nella viola dell’alba che si apriva
nelle primule di ghiaccio che fiorivano
il vello più puro della fonte
come piume dell’angelo, l’agnello
agnello al cui belato ogni creatura
si riconosce vittima e suggello.

(Francesca Farina)


  

Vedi come il tempo ci muta
e come sprofonda per esso l’illusione
d’aver per complice l’eternità.

Non so dirti padre mio
dove ho posato l’antica ascia
e dove riposa l’animo guerriero.

Un altro inverno si è adagiato
sul nido delle rondini
segnando così il mio volto
d’altra stanchezza greve.

Potesse ora il mio tempo sostenerti.
Ora che il tempo è abitato dal vero.

(Sonia Giovannetti)


 

Ero torta, ero divano.

Agghindata profumata
animale da compagnia.

Non mi nutriva con le parole.

Padrone dei miei giorni senza sole
mi vezzeggiava
ma non mi amava.

Ero torta, ero divano.

Ero nella distanza

Ero nella mancanza

Ero senza memoria di me.

Forse non ero.

(Luciana Raggi)




GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA
post pubblicato in Diario, il 26 marzo 2015
 

La serata di lunedì 23 marzo a Villa Leopardi per la Giornata Mondiale della Poesia. Da sinistra Angela Stella, Luciana Raggi, Rita Cavallari, Melchiorre Carrara, Francesca Farina, Paolo Cordaro, Sonia Giovannetti.

Angela Stella, pianista, è diplomata al conservatorio "Stanislao Giacomantonio" di Cosenza. Ha conseguito un diploma all'università di Cartagena in accordatura e restauro di pianoforti. E' nata ed è vissuta per molti anni a Torino. Attualmente vive e lavora a Roma, soprattutto impegnata nella didattica musicale per i bambini.
Luciana Raggi, nata in Romagna, laureata a Bologna in Lettere e Filosofia, vive ed insegna a Roma dal 1976. Ha pubblicato nel 2010 la raccolta di poesie "Sorsi di sole", ilmiolibro.it, e i racconti di "Un bastimento carico di...", ilmiolibro.it. Ha curato la pubblicazione di "At vlèm bèn, zirudèli", in romagnolo, di Decio Raggi. Ha partecipato a varie rassegne di poesia e a diversi concorsi poetici, ottenendo vari riconoscimenti, tra cui il primo premio al Concorso Internazionale di poesia “Il Tiburtino” nel 2012 e il premio al Concorso Internazionale di poesia “Orazio” nel 2015. Le sue poesie sono state pubblicate in 40 antologie curate dalle case editrici Perrone, L’Erudita, Edizioni Progetto Cultura, Aletti, Il Ponte Vecchio.
Rita Cavallari, presentatrice della serata, è storica animatrice del Circolo dei Lettori della biblioteca. Fa parte del Comitato Promotore del movimento "Se non ora quando?" ed è autrice di numerosi articoli apparsi sul relativo sito. Ha pubblicato un racconto autobiografico "Topi, formiche e altre storie", CISU, 2009, il libro di memorie "Alla ricerca di parole perdute", ilmiolibro.it, 2008 ed è autrice di favole per bambini. L'ultimo suo libro è un reportage di viaggio in Arabia Saudita, "Il cielo stellato sopra di me il petrolio sotto di me", ilmiolibro.it, 2014. 
Melchiorre Carrara, nasce e vive a Roma dal 1953. Studi di tipo classico lo hanno avvicinano alla letteratura, alla filosofia e a tutto ciò che riguarda l’interiorità dell’Essere Umano. Si occupa di teatro, regia, scenografia, fotografia ed altre forme artistiche ma la poesia è sua espressione privilegiata da molti anni. Partecipa ed organizza svariate letture pubbliche di versi per promuovere la diffusione della poesia, poiché crede che sia l’unico linguaggio a diretto contatto con spirito e mente, capace di favorire una vera rinascita per gli uomini. Pubblica nel 2010 la sua prima raccolta: "Ad altezza d’uomo", ed. Zona.
Francesca Farina, nata in Sardegna, ha compiuto gli studi classici a Siena e si è laureata a Roma in Lettere Moderne. In qualità di critico letterario, collabora dal 1986 alla rivista accademica “Esperienze letterarie” dell’Università La Sapienza di Roma. Nel 1998 ha pubblicato il libro “Framas”, che ha ottenuto numerosi riconoscimenti e consensi. Nello stesso anno, è risultata finalista al Premio Pieve-Banca Toscana, presieduto da Saverio Tutino, con i suoi diari relativi agli “anni di piombo” 1977/78. Nel 2000 il suo romanzo “L’isola dei morti”, ha suscitato notevole attenzione. Nello stesso anno ha ricevuto il secondo premio ex-aequo “Tracce” di Pescara con la raccolta di poesie dal titolo “Nature morte”. Ancora nel 2002 è stata segnalata al Premio Internazionale Eugenio Montale con la silloge poetica “Metamorphosis”. Nel 2010 ha vinto il Premio Nazionale “Renato Fucini” per il Sonetto. Dal 2001 organizza nel mese di giugno il “Leopardi’s Day”, nel giorno anniversario della nascita di Giacomo Leopardi, e “L’Isola dei Poeti” presso L’Isola Tiberina a Roma, in collaborazione con Roberto Piperno e Filippo Bettini. Ha in preparazione alcune raccolte poetiche e un nuovo romanzo.
Paolo Cordaro, 48 anni, è nato e vive a Bagni di Tivoli. Ha pubblicato cinque raccolte di poesie, le ultime sono "La meta dell'essere", Tracce, 2011 e "Frammenti di esistenza", ed. Progetto Cultura, 2014. Ha ricevuto premi nazionali ed internazionali, tra cui la Menzione speciale dall'Accademia Mondiale di Poesia di Verona nel 2011. È ideatore e direttore artistico del Premio Internazionale di Poesia "Orazio". La sua poesia si snoda nel seno dei ricordi, con descrizioni neorealiste e con rime sparse all'interno dei versi. Descrive l'amore in stile classico con un linguaggio ricercato ed originale.
Sonia Giovannetti è poetessa e scrittrice. Vive a Roma, dove è nata nel 1963. Si dedica alla scrittura di poesie, racconti, saggi ed articoli letterari. Nel suo percorso associa la cultura con l’impegno civile, umanitario e ambientale. Le è stata conferita la segnalazione per meriti letterari come donna scrittrice all’iniziativa “Noi sì - la forza positiva delle donne nella costruzione della società” da Roma Capitale I Municipio in occasione della festa della donna 2014. Le è stato attribuito il “Premio Scriveredonna 2012” al Concorso indetto da Edizioni Tracce di Pescara presieduto dalla poetessa candidata al premio Nobel per la letteratura Maria Luisa Spaziani. Partecipa a numerosi reading di poesia. Numerose poesie e racconti sono state pubblicate da testate giornalistiche, riviste e antologie letterarie. Ha partecipato a diversi Festival di Letteratura, nonché a Rassegne Internazionali Editoriali. Ha pubblicato le raccolte di poesia “Ho detto alla luna”, Aletti, 2012, “Tempo vuoto”, Edizioni Tracce, 2013, “Un altro inverno”, Kairòs Editore, 2015 e la raccolta di racconti "Le ali della notte”, Armando Curcio Editore, 2014.

ADULTITA'
post pubblicato in Nicoletti, Paola, il 16 maggio 2014
  

Mi piace iniziare a parlare del libro di Paola Nicoletti rispondendo alla domanda che l’autrice si pone nella poesia Occhi rubati:

Dove lo metto tutto questo amore
per quale via saprò farlo passare… (
vv. 15 e 16, pag. 9)

Cara Paola, hai trovato per tutto il tuo amore un posto giusto, dove, finalmente, è visibile a tutti! Questo oggetto di 24 x 17 cm., composto da 76 pagine, è un meraviglioso contenitore che, come una teca di cristallo destinata a molti osservatori, mette in mostra e custodirà per sempre beni preziosi: i tuoi sentimenti e le tue emozioni. In questo libro nel quale ti si legge “come un libro aperto”, si sentono l’entusiasmo e le passioni della giovinezza, stemperate e armonizzate dalla saggezza di una ormai conquistata “Adultità”.
Abbiamo superato l'idea tradizionale di adulto inteso come individuo la cui crescita è già compiuta, eppure non mettiamo abbastanza in evidenza il fatto che si tratta di un'età in evoluzione e cambiamento, dove i sentimenti non sono sopiti ma meno immaginati e più collegati alla realtà, dunque più maturi e più veri; un’età che richiede e consente scelte coraggiose.
L’autrice affermandolo, ce lo ricorda:

buttarsi bendata nel futuro.
Ma l’aria nuova è
sempre più inquietante
spazza il passato come foglie al vento
e rende affascinante il cambiamento.
 (vv. 20-24, pag.15, E poi comunque l’amore se ne va)

fuggo sul ponte
a respirare il vento
forte di libertà
caldo di ribellione…
 (vv. 20-23, pag. 17, Bauli e cappelliere)

D’amore sono intrise tutte le poesie del libro, amore come passione per un uomo e anche amore nel senso più ampio del termine, che comprende l’amore per i figli, i genitori e per tutti gli altri…Probabilmente tutte le poesie sono nate da esperienze vissute, senz’altro quelle dedicate al padre (Gli occhi rubati) e le tre poesie dedicate ai figli (Interludio d’amore a colori, Maturità e C’è troppa gente) sono eccezionali, per vari motivi ma soprattutto perché si sentono chiaramente le esperienze e gli affetti che le hanno ispirate. La prima volta che le ho ascoltate, durante la presentazione del libro al teatro Don Luigi Guanella, l’armonia dei versi e il loro valore sono stati sottolineati e arricchiti dall’emozione che traspariva evidente durante la recitazione da parte dell’autrice, poi una rilettura più attenta ha messo in luce altri pregi e significati più profondi.
Paola Nicoletti, pur non nascondendosi che…questo nostro esistere è…. un’infinita tempesta (v.16, pag. 31, Il messaggio nella bottiglia), nelle sue poesie mette bene in risalto la magia e la bellezza dell’amore. 
Anche di un amore finito sa evidenziare gli aspetti positivi e le potenzialità per una crescita. Parlarne non è male, anzi è importante così come il racconto di una fiaba ha valore pedagogico e psicologico per liberare dall’angoscia un bambino e fargli trovare attraverso il coinvolgimento emotivo un orientamento e una convivenza fra sentimenti ambivalenti come amore e odio, tenerezza e aggressività, coraggio e paura…

l’amore che si scioglie, si esaurisce,
e che racconta
un’altra bella fiaba che finisce
. (vv. 27-29, pag 15, E poi comunque l’amore se ne va)

Dunque l’amore è una fiaba, ma una bella fiaba, comunque vada a finire.
La poesia Ascoltare il rumore dei passi (pag. 29) evoca immagini bellissime di un amore personificato che se ne va; forse fugge, forse trasloca…

cammina stanco verso la sua luna (v. 5)

…si trascina… (v. 9)

ha valigie ormai piene di niente
i ricordi, i respiri, le grida
gli svolazzano dietro nel mondo
come semi di un fiore appassito
come raggi di un sole mai spento. (vv.12-16)

Dunque, nella visione adulta e disincantata, ma positiva, dell’autrice, anche un amore riconosciuto come appassito, lascia semi che potranno far germogliare nuovi fiori e continua a riscaldare e a illuminare anche se non è più visibile agli occhi a causa delle nuvole…
L’amore è sempre presente, volenti o nolenti…


s’infila fra i battiti del cuore
anche con le persiane serrate

Altri bellissimi versi:

un uomo vestito di baci e carezze (v.20, pag. 51, La luce) 

perché attraverso la pelle
passa bene l’amore
(vv. 30-31, pag. 8, Toccami) 

A pag 19 dice che l’amore è, a volte buffo e imbarazzante.
A volte mette in evidenza aspetti tristi…

lo sgomento
di occhi imbrigliati…
(vv. 50-51, pag. 18, Bauli e cappelliere)


Triste vigliacco amore (v. 1, pag. 38, Vigliacco amore)

triste stupido amore
In fuga dal dare
 (vv. 13-14)

Il protagonista della poesia Vigliacco amore, ha in comune con altri uomini che non vogliono crescere, la tendenza a evitare i problemi (Nuvole e tuoni, v.19), per narcisismo ed egoismo.
Dal punto di vista stilistico alcune poesie come Toccami, Noi, L’estate è finita e Lasciarsi lasciando fanno pensare a Prévert, per le tematiche e l’uso ricorrente di anafore che imprimono con forza nella mente del lettore le parole chiave che aprono al senso profondo del testo. In particolare in Noi, il ritmo è incalzante come l’esperienza passionale che viene raccontata.
Le poesie che mi sono piaciute di più, per lo stile e il significato, oltre a quelle “prevertiane” sono: Maturità, Il divano (una pericolosa compagnia…di color rosso furfante!), La notte, Lo specchio, Mi voglio amare, L’eco, La carezza (una dolcissima promessa d’amore e di protezione for ever!).
Una menzione particolare alla poesia Ritmi d’ansia, la mia preferita in assoluto perché la sapiente scelta delle parole e la loro ripetizione crea esattamente il ritmo ansiogeno che è il tema stesso della lirica, che dunque si legge e si sente contemporaneamente, si sperimenta con un coinvolgimento emotivo molto forte.
Giunti alla fine, è d’obbligo spendere qualche parola per la bellissima poesia che chiude la raccolta, Chissà, emblematica se si tiene conto del titolo del libro, che fa riferimento ad una fase della vita in cui si comincia a fare i conti in modo diverso col passar del tempo e, nonostante i dubbi, si cerca di dare giusto valore ai sentimenti, alle emozioni e alle esperienze vissute.

Tante stagioni se ne sono andate… (v. 2, pag. 71) 

immaginavo un mondo
bianco o nero
troppo bambina per le sfumature
(vv. 9-11)

Ancora una volta dell’amore (o non-amore) viene sottolineato che ha creato, nel cammino, meraviglie…e poi…

siamo stati distanti e mai lontani,
per sempre parte della stessa storia (vv. 24-25).

Dopo questa ineluttabile verità, qualche altro verso e poi il finale, aperto.
Aperto ad un ritorno. Chissà…
Ringrazio l’autrice per averci donato queste bellissime poesie e spero, al più presto, di leggere altro… 





(Luciana Raggi)














Paola Nicoletti, Adultità, Nuova Santelli, eBook, 2013 [ * ] 








 










Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. poesia letteratura italia

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 16/5/2014 alle 9:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ALBERINVERSI. UN PERCORSO DI ECOCRITICA
post pubblicato in Robustelli, Anna Maria, il 29 novembre 2013

Ci interroghiamo spesso, in maniera sempre più pressante sul nostro rapporto con il pianeta Terra. Lo sfruttamento delle risorse di questo pianeta ha per secoli, per millenni logorato l'ambiente in cui siamo chiamati a vivere. Per un periodo molto lungo ci siamo considerati i padroni dell'Universo, superiori a tutto il creato, con il diritto di sfruttarne indiscriminatamente e illimitatamente i beni di cui ci troviamo a disporre. Stiamo capendo che questa visione del mondo dualistica (l'uomo opposto alla natura) e autoritaria è molto distruttiva. Lentamente capiamo che noi siamo una parte del creato e non i signori di esso e che il creato si può mantenere solo se i rapporti tra le forme viventi che lo popolano vengono mantenuti a discapito di nessuno.
  

Alla biblioteca comunale di Villa Leopardi a Roma trova accoglienza il Gruppo di Ecocritica Villa Leopardi, che ha avviato alcune iniziative volte ad approfondire la conoscenza degli alberi.
Per prima cosa il 18 aprile scorso si è svolto un percorso guidato tra poesia e storia degli alberi con lo storico degli alberi Antimo Palumbo e il Gruppo di Ecocritica Villa Leopardi. Ci si è spostati da albero a albero - sono stati "visitati" una robinia, un pino, una palma, un gelso, un cipresso, un olmo, un leccio e un acero - leggendo dei versi tratti da poesie di poeti contemporanei e non in cui venivano citati questi alberi. Un mese dopo, il 20 maggio, si è tenuto un incontro con alcuni poeti i cui testi erano stati letti in quella passeggiata, che hanno offerto altre poesie sugli alberi.
Si è esordito parlando di ecocriticism, la disciplina che, per usare le parole della ricercatrice americana Cheryll Glotfelty, studia la relazione tra la letteratura e l'ambiente fisico. Alcuni studiosi americani hanno scoperto che un modo sicuramente efficace per affrontare i problemi della biosfera è la letteratura, che da secoli è stata uno strumento estremamente valido per raccontare e trattare i problemi dell'individuo e della società. L'ecocritica analizza come ogni opera letteraria si pone nei confronti dei problemi dell'ambiente e in che modo orienta la visione che ognuno di noi ha di questi problemi.
In questo modo tende a far aumentare la consapevolezza verso queste problematiche per evitare catastrofi ecologiche sempre più distruttive e irreversibili. Al tempo stesso cerca di essere una forma di attivismo, cioè tenta di mettere in moto quelle molle che ci spingono a lottare per difendere qualcosa a cui teniamo (per es. gli alberi).
Di fatto la letteratura e, nel caso specifico la poesia, può mettere in campo un elemento irrazionale, il sentimento, che è un'energia di per sè trascinante, laddove la mera razionalità della scienza non riuscirebbe a coinvolgere la gente più di tanto. La letteratura, la poesia, quindi, permettono una narrazione, una discussione e un coinvolgimento estetico che costituiscono un forte propulsore necessario per determinare qualsiasi cambiamento.
Stiamo andando avanti con un'idea sbagliata di cultura. L'uomo non è l'animale più importante del creato. Dobbiamo abbandonare l'antropocentrismo in cui abbiamo creduto fin dal Rinascimento, ma anche prima (tradizione giudaica, la Bibbia). Intanto le rivoluzioni del secolo passato ci hanno insegnato che è scorretto dire uomo, che è una definizione di genere. E' corretto dire uomo e donna, ma poi abbiamo capito che anche l'altro (includendo in questa parola i bambini, i malati, gli handicappati, i popoli non occidentali, gli animali, le piante, il mondo minerale, ecc.) è ugualmente importante. Gli esseri umani non si devono più contrapporre alla natura considerandola loro proprietà, perchè essi sono una parte della natura e possono sopravvivere se imparano a restare in armonia con il resto del creato.
Barry Commoner, scienziato americano, nella prima legge dell'ecologia ci dice che "ogni cosa è connessa con ogni altra cosa". [ 1 ]
La prima poeta che ha letto le sue poesie è stata Maria Grazia Calandrone, di cui citiamo alcuni versi tratti dalla bella poesia in romanesco Arberi, che possiede una distinta qualità drammatica, intensificata dall'uso del dialetto [ 2 ]:

[...]
Tutti l'arberi - 'o vedi - toccano er cielo co' ste giravorte
de rami, che s'avviteno
su de sè
carmi carmi
puro se so' feriti
puro se stanno a bagno ner nerastro e nella cupitudine
de l'inverno: perciò
mettemose vicini
all'arberi
senza ruminà
male e vennetta, famose semplici
come cinghiali, come la tera: tera
se dovemo fa', sotto sti grandi macchinari da fiore. [ 3 ]

La voglia di vivere, di crescere, di produrre foglie e fiori spinge gli alberi avanti fino a toccare il cielo e la poeta alla fine invoca per noi umani la necessità di metterci vicini agli alberi con umiltà, di farci terra sotto di loro, rinunciando implicitamente alle nostre "manie di grandezza" inutili.
Fra altre poesie, Marcella Corsi ha letto questi versi:

Se hai parole dimmi gli occhi del mandorlo
le sue minuscole labbra marroni di terra
spediscimi a volo di tordo ciocche vive
i suoi capelli di foglia, ti renderò
affrancato di corteccia un pensiero
forte del suo fiorire (ma non tagliarli
troppo corti: sono così belli
e odorosi, lucenti i suoi capelli ricci... [ 4 ]

Si tratta di un felice incontro tra un albero che tende a diventare una persona e una persona che assume le forme di un albero per manifestarsi. Il linguaggio è sensuale, denso di suoni e immagini corporee: prevalgono il tatto e l'odorato. L'incalzare dei versi trascolora di immagine in immagine con un gusto quasi barocco. La mancanza di punteggiatura fonde il tutto in un magma sinuoso segnato dalle ripetute invocazioni sotto forma di imperativi che ravvicinano chi parla all'albero oggetto della poesia.
Un coinvolgimento nella matericità delle parole della poesia è presente anche in Pinus pinea di Tiziana Colusso. Ci colpiscono nella prima parte della poesia i numerosi suoni con la effe in cui la voce pare ripetutamente tuffarsi quasi per non ritrovare la luce. Non per nulla la poeta parla di affogo. Tiziana Colusso visita e mette insieme più culture: per esempio gli etruschi nella parte da me citata, rendendoci consapevoli di vivere in un mondo ricco di sedimentazioni e punto di confluenza di culture diverse. L'elemento del significante è spesso prevalente. Le parole sembrano scaturire le une dalle altre in impicci di allitterazioni che rivelano una grande sensibilità linguistica e un'attenzione che è passata per la sonorità delle avanguardie.

[...]
Pinus pinea di pinoli infantili da serci etruschi
bucce sparse sui tufi della necropoli, tra le isolette dei tumuli
fecondate dal seme dei secoli in fioriture stratificate

           - e da allora persa a vagare fluida e fluente
                                                                  L fino al naufragio ferale:
e con l'ultima foga a sollevarmi dall'affogo proprio un pinus
                                                                             L pinea m'appare,
[...] [ 5 ]

Ha la grazia di un haiku una delle poesie lette da Michele Colafato:

Gli occhi si alzano al cielo
grigio scuro terso dal diluvio -
in fila doppia gli alberi di Giuda
sono tutti in fiore [ 6 ]

La doppia schiera di alberi di Giuda si ergono contro un cielo ombroso a contrastare la diffusa mestizia del giorno.
In Nel bosco di Luciana Raggi entriamo in un intrico di alberi fitti, oscuri, in cui facciamo fatica a discernere le cose. Poi per improvviso incanto nel silenzio dei faggi si dischiudono le stelle del giorno. La bella strofa finale stabilisce un altro parallelismo tra i fenomeni del bosco e quelli umani, sintomo di una fratellanza che i poeti cercano per illuminare la realtà.

Nel fitto bosco
non vedo cielo
Un vedo e non vedo
assopisce in uniformità.

Poi per improvviso incanto,
fra i faggi silenziosi, son fiorite le stelle del giorno.
Così, per altro incantamento,
le tue parole ora
punteggiano il ricordo.
Ed esco al sole. [ 7 ]

L'ecocritica non è molto nota in Italia, anche se vanta una stimata studiosa, Serenella Iovino. [ 8 ]
Molto interessante è l'orizzonte teorico che la studiosa dischiude nel suo "Ecologia letteraria". Altrettanto illuminanti appaiono le quattro letture ecocritiche che la ricercatrice propone nella parte seconda del suo libro, dedicate ad Anna Maria Ortese, Claire Lispector, Pier Paolo Pasolini e Jean Giono.
Nella postfazione al libro della Iovino, Scott Slovic racconta di un raduno fra scrittori ecologisti nelle montagne dell'Oregon dove il poeta californiano Jerry Martien, che conduceva il dibattito, legge una poesia dedicata a un viaggio nel Glacier National Park in Montana. Lui e la sua compagna avevano preso un aereo e la macchina per arrivare al ghiacciaio che si stava ritirando e avevano capito di essere pellegrini devoti di quello spettacolo naturale e "distruttori di ciò che amavano". Ecco, questa è la nostra condizione; da quì dobbiamo partire. Comunicare questa contraddizione ad altri esseri viventi, condividerla è il primo passo per cominciare ad essere coscienti del problema.
Il nostro, tuttavia, non può essere che un percorso di speranza per acquisire un rapporto più equilibrato con la Terra e conservarla a noi stessi, agli altri esseri viventi e alle future generazioni.
[ 1 ] Barry Commoner, The Closing Circle: Nature, Man and Technology, Knopf, New York, 1971 (tr. it., Il cerchio da chiudere: la natura, l'uomo e la tecnologia, Garzanti, Milano, 1971 [ * ]
[ 2 ] Maria Grazia Calandrone, Romanesca. Voci e visioni di Roma, Il labirinto, Roma, 2011 
[ 3 ] vedi quì
[ 4 ] Marcella Corsi, Hanno un difetto i fiori, Amadeus, Cittadella (PD), 1994
[ 5 ] Pinus pinea, o della patria pineale,  poesia inedita

Pinus pinea di pinoli infantile sfratti da serci etruschi
bucce sparse sui tufi della necropoli, tra le isolette dei tumuli
fecondate dal seme dei secoli in fioriture stratificate

- e da allora persa a vagare fluida e fluente fino al naufragio ferale
e con l'ultima foga a sollevarmi dall'affogo proprio un pinus pinea m'appare,
tronco largo coperto di scaglie e insetti, scosceso come un plastico
montagnoso, odoroso di resina e pericolo per le pigne in testa:
che poi nell'età adulta hanno nomi di psicofarmaci,
ma nell'infanzia del mondo liberamente fin dentro la testa
germinavano in Terzo Occhio pineale, laddove Cartesio
poneva l'incontro tra Res Cogitans e Res Extensa,
unica parte non bivalve del cervello umano

Graal pineale, scolpito sullo scettro di Osiris, poi sacro agli Etruschi,
oriente domestico di domeniche sotto i pini a spinolare.
Vorrei ora una capanna in cima ai tronchi, rampante baronessina
salva dal fluttuare fluviale, per sempre istallata nella mia patria pineale,
in un focolare simbolico di zero metri quadri.

[ 6 ] Sotto il cielo, poesia inedita
[ 7 ] Nel bosco, poesia inedita
[ 8 ] Serenella Iovino, Ecologia letteraria. Una strategia di sopravvivenza, prefazione di Cheryll Glotfelty. Con uno scritto di Scott Slovic, Edizioni Ambiente, Milano, 2006 [ * ] 




(Anna Maria Robustelli)





(apparso su Le Voci della Luna, Quadrimestrale di Informazione e Cultura letteraria e Artistica, Sasso Marconi, N° 57, Novembre 2013 [ * ])


  
  








GEZI PARK
post pubblicato in Corsi, Marcella, il 19 giugno 2013

 

I
una fuga d'alberi alti – andante come musica
un inoltrarsi nel folto delle proprie contraddizioni
uno spavento fecondo di gnomi di streghe d'elfi

che sia beffardo e nero ramo invernale o trina
primaverile di subitanea infiorescenza rosata
questo serve alla vita questo basta forse alla vita

anche degli uomini dimentichi della notte, arresi
invano ad una scienza presuntuosa e scomposta
dispersi, ormai perennemente illuminati a giorno


II
che alberi ci saranno nel bosco di Istambul?
tigli ed acacie come da noi, e querce ed aceri
oppure paulonie magnifiche e ficus dalle alte
aeree radici? o i castagni e i ciliegi e gli alberi
di Giuda dalle fitte infiorescenze rosa?sangue?

ora hanno compagnia ogni notte tutta la notte
ascoltano più canzoni in giorni di quante in mesi
ma soffrono luci improvvise rumori acuti troppo
vicini, nei nidi a stento si addormentano all'alba:
Erdogan dice che li taglia gli alberi di Gezi park

gli servon minareti alti da superare il cielo
gli serve un centro di scambio di merci denaro
potere favori grandeur ma fammi il piacere
direbbe il principe del nostri comici, dai fammi
il discorso – che non chiami alla guerra civile

quello giusto per convincere chi vuole respirare
ossigeno e ascoltare il linguaggio delle foglie
chi vuole riconoscere il verso di usignoli e merli
e sdraiarsi al fresco nell'agosto e rispettare
le scelte di chi quei tronchi annosi ha rispettato

dai convincici: magari un tribunale ti darà ragione
(noi resteremo, negli occhi fughe d'alberi alti
a confondere il sole

 

 
Un grande parco cittadino contribuisce a migliorare la qualità della vita dei residenti. Verrebbe da dire: il bosco più bello è quello in città. Perché se ne sente il bisogno più che altrove, per non perdere il senso del proprio essere esseri viventi entro una comunità di viventi non solo umani.
La vicenda del Gezi park di Istambul porta in primo piano però anche la consapevolezza di quanto le politiche di ‘modernizzazione’ che perseguono obiettivi di grandeur (e di arricchimento personale?) non rispettino la volontà dei cittadini, le loro esigenze.
C’è molto di questa vicenda turca che colpisce. Anche “Bella ciao” cantata in corteo, come in Grecia, come in Campidoglio.
Vogliamo rifletterci sopra? Vogliamo parlarne? Vogliamo contribuire con altri versi?
 

 
(Marcella Corsi)

 

 
vedi quì

 

 

 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. politica poesia turchia ecocritica

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 19/6/2013 alle 11:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
PARLA UN ALBERO DI FUKUSHIMA, 11.03.2011
post pubblicato in Calandrone, Maria Grazia, il 6 giugno 2013
 

Non esiste nessuno da accusare. Nessuno contro
la paura per questo incomprensibile
male. Siamo così esposti. Così inermi. Invisibili come radiazioni.
Transatlantici e aerei da guerra
nella ipnosi nera
delle onde. Stavolta
è stato il mare. Ed è stata la terra. Tutto
oltrepassa la soglia della sua incandescenza. Nessuna madre
risalita dal fondo del mare – ci consola.

Terra benevola e terra tremenda
che mi sollevi. Le barre dei reattori sono esposte
ed è esposta la crudeltà del mare, esumata la solida amarezza
della madre. Nomi comuni di cose sconosciute. Ora la vedi
la morte sempre inclusa come un dubbio
nell’amore terreno. Ora lo vedi tutto l’abbandono.

Capelli neri come la montagna e colonne di suoni da attraversare.
Tieni alta la carne come uno stridere di freni. Sono
una cosa che ha sempre sperato. Una fiducia ottusa
nella bontà degli uomini e della natura. Solo per questo, solo per fiducia
nella bontà degli uomini e della natura mi è rimasto nel cuore
tanto amore. Ripercussioni. Scorie. Combustione stabile. Ma io sarò per te il cuneo nel cuore. Il filamento nero di carbonio. Faticherai a distinguere le parti molli, ciò che di noi l’amore lascia vivo.

O corpi refrattari come favi – corpi-densi
gomitoli di luce
tra i sorrisi-àncora dei figli – la radiazione
del tutto libera da impurità.
Il cuore è un materiale sovraumano
ci spinge nel torace come un favo di miele.
Che l’amore sia questa creatura – e che sia !,
più feroce del sole.




(Maria Grazia Calandrone)
DAFNE
post pubblicato in Colafato, Michele, il 26 maggio 2013
    

Sono stata statua nel senso
levigato e invulnerabile dove
le carezze e i flash arrivano dal basso
e albero quando sulla pelle i ragazzi
scontrati feriscono i cuori trafitti da un dardo.
Ora zaino in spalla cammino
sento il corpo e il peso quello che lascio
e quello che mi porto dietro. 


(Michele Colafato)






Dafne, in Michele Colafato, Tieni aperto, Il Labirinto, 2012 [ * ]  







I miti ci vengono incontro: le Sirene, le Arpie, le Parche, Caronte, Minotauro, Arianna, Teseo, Palinuro, Orfeo, Dafne...
Non siamo noi umani a cercarli e a riprenderli.
Veniamo trovati quando siamo aperti alla comunicazione, quando cerchiamo una risposta ai quesiti propri della nostra condizione. Li incontriamo se sono vivi e questo avviene quando la comunicazione tra il mito e l’uomo nella cultura resta aperta.
(Non sono direttamente interessato alla struttura del mito ma posso capire che in una cultura ricca di miti si possano analizzare nei miti punti di snodo, varianti, e concordanze con altri miti. Sono interessato all’evoluzione e alla ri-creazione di miti.)

Dafne in arbëresh, la lingua che parlavo da ragazzo in strada, non implica riferimenti al mito o alla statua di Bernini. Dafne è l’alloro, dafani (s.m.), albero, arbusto, rametto, evocato e chiamato in causa di continuo : “ez me mir dafanin”, “vai a prendermi dell’alloro”. Dafani (il femminile, Dafina, resta nome proprio di donna) viene richiesto, portato, passa da una mano all’altra, vive con noi, sul balcone, nel giardino, entra in casa, è di casa. 
La familiarità, linguistica, biografica, culturale, crea un contatto sentito, intenso, profumato, organico, tra esperienza diretta ed epifania del mito.

Nella mia poesia, Dafne era stata statua, poi albero di alloro e poi donna: Dafne fa un cammino all’incontrario, e resta in cammino.
Il mito classico doveva evolvere nel mito moderno che comprende la trasformazione dell’essere umano in statua, dopo il passaggio attraverso l’essenza. Dafne donna/Albero di alloro/Statua: passaggi dall’umano all’inorganico.
Il mito di Dafne non finisce ma inizia con la metamorfosi di Dafne-Ninfa, concupita da Apollo, in Dafne-Alloro. Si completa con la metamorfosi dell’albero di Alloro in Dafne-Statua.
La prima metamorfosi, quella narrata da Ovidio, è il frutto del desiderio di Dafne-Ninfa di sfuggire alla cattura e allo stupro. La seconda metamorfosi è il risultato della ricerca della bellezza perfetta, fuori dal tempo, disincarnata, eterna, immobile, fissa, che fissa e registra una tragedia: questa ricerca crea Dafne-Statua, Dafne astratta dalla natura.
Gli antichi erano legati alla natura, perché si fermano alla metamorfosi di una ninfa acquatica in albero, in pianta, ma per i moderni di un’epoca che si allontana dall’organico e ambisce al Razionale e al distaccato questa metamorfosi non basta.
Così il mito antico si compie nel moderno e in quella forma incontra la poesia.
Dafne prega di scampare all’inseguimento di Apollo-Febo per sfuggire alla violenza, alla sofferenza, alla distruzione, e viene trasformata da Zeus, o, in una variante, da suo padre, che era un fiume, in alloro. Il fiume, l’acqua, e le radici restano in un contatto vitale, come i rami e le foglie con il vento. Successivamente, questa metamorfosi non parla più agli uomini che nell’età moderna parlano la lingua della Razionalità strumentale. “Logicamente”, diciamo così, l’albero diventa statua. Pietra, fredda, bellissima, levigata, e ferma per sempre. Ci viene da dire: non soffrirà più, anche se la spezzano non sentirà niente.

La poesia mette in relazione questi elementi mitici con l’esperienza diretta. Il vissuto vede Dafne-statua. Dal contatto nasce una domanda: e poi? finisce tutto qui? c’è un poi? può esserci?, che fine fa Dafne? C’è una domanda e c’è nel contatto una risposta, una via d’uscita. Riprendere il cammino.


(Michele Colafato)


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. poesia letteratura italiana

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 26/5/2013 alle 9:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
LE AMICHE SOTTOMARINE
post pubblicato in Mattei, Piera, il 25 maggio 2013
   

Il libro di poesie di Piera Mattei “Le amiche sottomarine” è un’ opera davvero significativa nel panorama della poesia contemporanea: è infatti realmente poetico, con un’atmosfera assorta e capace di profondi suggerimenti emozionali e nello stesso tempo è un libro di pensiero; un pensiero che definirei da un lato esistenziale, perché tratta dell’individuo, alla quotidiana prova nella sua umanità e nel suo interrogativo sul senso del vivere, dall’altro metafisico, perché questi uccelli, dei quali così spesso ci parla la poetessa, sono anche un occhio cosmico, l’emblema di una natura che, nei suoi ritmi e nei suoi protagonisti, ingloba e comprende l’uomo. Il libro apre quindi a una domanda intorno all’ordine primordiale e a un interrogativo intorno al “senso” (o forse al “divino”) ad esso connesso. 
Nella poesia Rotture di simmetria le anatre nuotano semplicemente componendo un disegno: 

quando
per fastidio
per vincere l'inerzia della scia
una sola
anche virando con il collo
ad ali aperte e gridi
ruppe
lo schema della simmetria

in moto centripeto
si aprirono allora
come scagliate ai bordi
d'un cerchio immaginario

e subito tornarono
chi stabiliva l'ordine?
a comporre uno schema leggibile
la forma di un ventaglio.

In maniera poetica si pone un interrogativo tra il mondo umano dell’arte e della Storia, rappresentate dal ventaglio e dallo stemma araldico, e il cerchio disegnato dalla natura; interrogativo che sottende la più alta riflessione nel rapporto tra cosmo e civiltà nella sua forma storica (lo stemma) e nella sua forma estetica (il ventaglio). Le poesie della Mattei sono quindi apparentemente semplici e naturalistiche, ma in realtà gravide di riflessioni acutissime e colte: qui il riferimento letterario è alla lirica di William Butler Yeats “I cigni selvatici a Coole”. Sono un esempio di come, pur non rinunciando, come vedremo, a una sensibilità squisitamente femminile, la lirica riesca a sposarsi con le alte domande del sapere occidentale, testimoniandone la crisi. 
Di questo tratta una poesia molto breve, apparentemente enigmatica come La penna stilografica. Perché c’è paura nel cosmo se la penna stilografica non scrive? Se non scrive, dice la poetessa, non afferra il tempo. Cosa vuol dire? Vuol dire che se l’uomo non scrive la sua Storia, la civiltà non esiste e il tempo non viene iscritto nella vicenda storica, quindi la Storia, con la civiltà che porta con sé, tace e scompare dal cosmo e il cosmo si spaurisce, inorridisce per questa mutilazione, questa notte del sapere che dilaga sulla terra. Tutta la prima parte, Rotture di simmetria, ci muove in questa direzione, o per meglio dire, a quest’altezza, se vogliamo tenere presente la tendenza a una visione anche aerea della realtà.
Nella seconda parte, Con i Mozart, il discorso si allontana dalla visione naturalistico - cosmica e si fa più terreno, più legato allo scorrere del quotidiano, ma gli interrogativi non sono meno gravi. In una poesia, che è anche ricordata nella bella prefazione di Dante Maffia, la poetessa è in una stanza d’albergo e sente nella camera vicina un insistente lamento infantile. Il senso del dilemma esistenziale è nella seconda strofa: la poetessa invita il bimbo, che è un bambino down, a protestare col suo pianto anche se non c’è chi ascolta, non c’è una giustizia nell’ordine universale degli eventi e il grido di protesta alla fine è destinato alla resa.
Con la sezione Deragliamenti si scende nell’intimità dell’individuo. Dà il nome alla sezione una poesia d’amore, anzi della fine di un amore di potente forza lirica che conferma come il pregio di questo libro sta proprio nell’unione tra architettura di pensiero e potenza espressiva. Lei non mi lascia è una poesia di singolare originalità sul tema della morte. Il riferimento letterario qui è alla notissima poesia di Saffo “Simile a un dio mi sembra…” ma qui l’effetto sconvolgente, che causa il mancamento della protagonista, è dovuto non all’immagine dell’amato ma alla presenza, violenta e avviluppatrice, della morte.
In questo libro insieme compatto e assai vario, la quinta sezione contiene la poesia che dà il titolo al libro, un ricamo prezioso su un moderno Ade: regno dei morti acquatico e tutto femminile, dotato di quella seducente vitalità che è appunto caratteristica femminile. Qui i riferimenti letterari sono molteplici e tutti squisitamente classici: dall’Eneide, alle Metamorfosi di Ovidio, ma anche all’Inferno dantesco: un percorso attraverso mondi inferi arcaici risuona in quest’acquario tutto di donne.
Infine, con Le Muse ardenti l’autrice si congeda dal lettore lasciandoci un’originalissima critica sulla civiltà moderna. Dice la poesia: noi abbiamo smesso di dare vigore alla nostra cultura, abbiamo lasciato che l’ispirazione, che è fonte di legame con il mondo, abbandonasse i nostri linguaggi artistici, e allora la gioia e l’incanto del mondo abbandonano noi. Fra tutte le critiche che si muovono alla società dei consumi questa, che mette l’arte in primo piano come valore cardine della società umana, è da pensare con molta attenzione.



(Marina Corona)







Piera Mattei, Le amiche sottomarine, Passigli, 2012 [ * ]

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. poesia letteratura italiana

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 25/5/2013 alle 19:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ALBERINVERSI
post pubblicato in Diario, il 18 maggio 2013


alberinversi

sfumature di verde


 

 

Il Gruppo di ecocritica del Circolo dei lettori invita ad un

incontro con i poeti

Maria Grazia Calandrone, Fabio Ciriachi,    Michele Colafato, Tiziana Colusso,          Marcella Corsi, Luciana Raggi


 

il 20 maggio 2013 alle 19,30

          presso la Biblioteca di Villa Leopardi            (via Makallé)


 

introducono Adriana De Nichilo 

Anna Maria Robustelli


intermezzi musicali di Alessandra Ciccaglioni 

LA TORTORA E IL SILIQUASTRO
post pubblicato in Colafato, Michele, il 17 maggio 2013

  

L'albero magico che rallegra il Palatino
fiorisce nelle rughe e sul tronco a primavera
le bocche di leone ruggiscono
tra le crepe del muro e il ciuffo di ciclamini viola
si offre al sole. La porta dove bussavi
è stata sempre aperta e la tortora
rimanda il richiamo: ho imparato
ho imparato, anch’io che mi ripeto
qualcosa ho imparato.

 



(Michele Colafato)







"La tortora e il siliquastro" in Michele Colafato, Tieni aperto, Il Labirinto, 2012 [ * ]









vedi quì per una descrizione naturalistica dell'albero sul Palatino, l'"albero di Giuda"







  

Lungo la via di San Gregorio al Celio, dietro la grande cancellata che s’apre al Palatino, nei giorni di primavera piange lacrime di sangue un albero antico che non ti aspetteresti di vedere lì dov'è e per questo puoi finire per non vederlo. Egli è noto ai botanici come il Siliquastro e tra il popolo di Roma l'ho sentito chiamare Re degli alberi di Giuda. E benché pianga, fiorendo, la sua vista che ravviva le pendici del colle, mette allegria, non tristezza, e meraviglia chi viene ad ammirarlo da paesi lontani. * ]


 

 

 


 
 
UNA OBBEDIENZA
post pubblicato in Fortini, Franco, il 6 novembre 2012
 


                                              

                                          L'intelletto delle erbe


                Prove per un approccio ecocritico ai versi di Fortini: Una obbedienza

 

il mio desiderio è un albero che supera il cielo


tutto da una conchiglia – Erasmus aveva

le sue ragioni – minuscole nel fango primordiale

di oceaniche grotte di perla poi vegetali essenze

dotate di respiro e pinne e ali e piedi (chissà

se Katherine pensava a Darwin quando scriveva

di conchiglie e grotte di perla)


lentamente viaggiare

serpeggiando da giovani piante per sentieri di radici

per riuscire a sentire quel che il seme capisce

inventare nuovi usi per vecchi

strumenti tenendo a mente i due millenni

che servirono ad un seme per far crescere

la più celeste delle imponenti sequoie


poi converrebbe chiedersi perché le piante

siano tanto fissate con il sesso, perché

si prendano la briga ogni volta di produrre semi

– come sessuati non essiccare, come asessuati

disseminarsi in spore e radicare: così le felci

si pensava rendessero invisibili

chi possedeva i loro invisibili semi

a mezzanotte raccolti sui piatti di peltro della notte

che tagliava la mezza estate –


nessuno rida delle invisibili

diluizioni che guariscono


nascosto nel cuore di una mela vive un frutteto   

                     

                                        (Marcella Corsi)


L' interesse che da sempre nutro per la vita vegetale è stato di recente stimolato – oltre che dal volume 
1) 
di Jonathan Silvertown da cui ho tratto spunto per i versi che precedono – dalla particolare ottica di lettura delle opere d'arte proposta dall'ecologia letteraria, disciplina cui ha introdotto il gruppo omonimo attivo presso la Biblioteca di Villa Leopardi.
L'ecologia letteraria è un metodo che si situa tra ermeneutica e attivismo, uno strumento con cui l'etica ambientale si esercita criticamente sui prodotti letterari, proponendo un'idea di cultura come strategia di sopravvivenza, motivata da precise esigenze di rifondazione culturale, in continuo esercizio di creatività. 
Sul versante storico-ermeneutico si tratta di un approccio volto ad acquisire consapevolezza dei valori ecologici – in senso affermativo o negativo – di cui un'opera, e un autore attraverso le sue opere, si fa portavoce. Da un punto di vista etico-pedagogico essa vede nel testo letterario, e più in generale nell'opera d'arte, anche uno strumento di alfabetizzazione ambientale volto ad orientare positivamente il modo con cui gli umani si rapportano al mondo non umano
 
2)
.  

Non di rado scorrendo versi di Fortini ero stata colpita dalla rilevante presenza in essi del mondo animale e di quello vegetale 
3)
. Ho voluto rileggere quei testi alla luce dell'ottica proposta dall'ecologia letteraria. Forse solo un modo per riproporre versi che mi avevano colpito.
Rimango per ora nel cerchio ristretto delle poesie raccolte nell'80 sotto il titolo di Una obbedienza, affrontando i testi per quello che, anche loro malgrado, sembrano dire e cercando di liberarmi dai condizionamenti che gli scritti di critica e di passione politica potrebbero esercitare.

Un'ora esiste conosciuta a molti

nera e rada. Che nella campagna

le bestiole abbandonano la cerca,

lenta è ogni persona, gli edifici sono chiusi.

Dico della notte di luglio se è tutta muta.

Hanno ripreso a tremare nella loro tana sparuta

le famiglie dei ricci, vittime sotto le stelle

di raggi ultraterreni o feroci veleni,

cieche alle alte cose che a noi paiono belle.

O rive smorte, incanti grigi, ire disseccate.

Capovolto il capo nei sonni ostinati

la generazione dei dormienti precipitando

sente che mai potrà destarsi.

(1975-'77)

Leggendo Una obbedienza, prezioso libretto a cura di Giorgio Devoto che ripropone 18 poesie del periodo tra il '69 e il '79 prefate da Andrea Zanzotto 
4)
, alcuni testi colpiscono per l'attenzione partecipe, quasi affettuosa, portata ai piccoli animali della campagna e per la precisione delle citazioni arboree. In questo Primo dei Cinque recitativi iniziali, entro l'irriducibile pedagogismo di taglio etico-apocalittico che spesso connota i versi del nostro, s'affacciano bestiole che a sera terminano la loro ricerca di cibo e materiali utili alla riproduzione della vita e si ricoverano nelle tane grandi appena quanto basta (ma l'aggettivo scelto richiama anche la paura che li fa tremare). 
Esse sono ‹‹cieche alle alte cose che a noi paiono belle›› e vittime dell'azione umana sull'ambiente naturale (a questo mi sembra rimandino i ‹‹raggi ultraterreni›› e i ‹‹feroci veleni››. Si badi a come l'autore, utilizzando il verbo parere, lasci aperta la possibilità – la suggerisca quasi – che quel che a noi sembra bello poi bello in realtà possa non essere. Per quanto affiancata all'immagine della cecità animale, questa messa in dubbio della percezione umana del reale mi sembra significativa.
Se quel noi avesse un riferimento più 'stretto', non all'umanità nel complesso ma agli uomini che sono in condizione di poter pensare al bello, allora quelle bestiole e quei ricci rimanderebbero allegoricamente ai molti umani che altro non possono che lavorare per riprodurre le condizioni della loro esistenza in vita (si capirebbe allora perché già alla prima lettura quegli animali avessero, conferito loro dal poeta, odore d'umana famiglia).
L'ipotesi pare confermata dai versi seguenti, dove natura, mondo culturale e sfera della bellezza in particolare, ed infine il proprio personale sguardo sulla realtà si presentano contraddittori o, come spesso in Fortini, in compresenza di contrari (‹‹rive smorte, incanti grigi, ire disseccate››). E soprattutto pare, negli ultimi tre versi, che la generazione consapevole della propria incapacità di destarsi anche in avvenire sia senza dubbio quella degli umani, anch'essi, in modo diverso da quello degli animali, ostinatamente dormienti.
E' però qui rilevabile, mi sembra, la percezione di una stretta interrelazione tra natura, animali e uomini, una compresenza che implica reciproci condizionamenti: non solo, come espresso nei versi, dall'azione umana al mondo vegetale e animale ma anche implicitamente all'inverso, dalla natura nel suo complesso sull'uomo, la sua vita, le sue convinzioni.
Incontriamo uno sguardo attento e partecipe sugli animali anche nel Quinto recitativo 
5)
, in Il nido 
6)
, in La nostra Regione 
7)
. Perfino in Two-Step, dove non ce lo aspetteremmo. Invece ecco rospi e altre bestiole che stupefatti vedono atterrare aerei, e abbài di cani da guardia e alla fine animali che… contemplano le stelle 
8)
.
Nel Terzo recitativo (e ricordiamo che i Cinque recitativi 
9)
 sono nel libretto in posizione preminente, iniziale) colpiscono i due versi in cui al ‹‹paese delle volpi parlanti›› viene accostata ‹‹l'impossibilità di capire definitiva››, questa degli umani, giacché pochi versi più sopra ‹‹lo spazio tra le persone del gruppo›› era diventato ‹‹come una pelliccia›› 
10)
.
Nel Quarto, che in prima persona plurale afferma la necessità di non sfuggire alle responsabilità sociali e soprattutto alla ricerca della verità, non passano inosservate un paio di domande e una finale osservazione: ‹‹E non guardate dove le stelle si riproducono? Non volete/ nemmeno osservare le piccole persone/ che stridono sotto le nostre scarpe?/ Come l'agonizzante diventa un sasso lo sapete››. 
Vi sono coinvolti stelle, sassi, insetti e umani agonizzanti, in una compresenza tragicamente interrelata, in una condivisione di condizione che tende significativamente al meticciato. Le stelle si riproducono come umani ed animali, sotto le scarpe non insetti stridono ma ‹‹piccole persone››, e l'umano agonizzante diventa sasso. E' la possibilità della metamorfosi che s'intravede nella mescolanza. E nella commistione la centralità umana sembra essere messa (finalmente) in discussione. Certo il poeta si rammarica che possa accadere il 'diventar sasso' di un uomo ma prende atto della 'verità' che questa ammissione contiene. Il valore dell'umano può dunque non prevalere sul resto del mondo. 
Un'obiezione: e se quelle piccole persone che stridono sotto le scarpe non fossero minuscoli viventi animali ma umani indifesi e oppressi? E' probabile che entrambi i significati siano presenti nei versi. Ma, qualora (cosa che non credo) si dovesse scegliere una sola tra le due interpretazioni, è improbabile che si possa escludere quella animale. Credo di poterlo dedurre dalla citazione con cui la poesia inizia: ‹‹Perché alla fine che cos'è/ tutto il genere umano a paragone/ della natura e della universalità delle cose?››. 

Un cenno merita, rilevabile nei versi, la precisione nel nominare le essenze arboree, che dice almeno di frequentazioni, di attenzione e competenza nello specifico. Non si incontrano alberi in Una obbedienza ma noci e aceri, pini e agrifogli, il gattice, il cipresso, le ginestre, l'elce, il leccio. E anche, o meglio, ‹‹lecci tenaci›› (in La nostra regione 
11)
), ‹‹larici spirituali›› (in New England 
12)
). E poi ‹‹prati acuti/ dove passa uno che non capisce›› (Per un sarcofago 
13)
). Così, mentre gli alberi – come d'altronde qui il mare – nella percezione del poeta acquistano vicinanza e quasi si umanizzano, viene il dubbio che l'acutezza di questi prati non possa essere solo questione di punte d'erbe o di steli spinosi…
1
4)


Quando fosse allegoria (come con tutta probabilità è), sarebbe comunque significativa la scelta dell'immagine naturale. Di ‹‹intelletto delle erbe›› Franco Fortini parlerà esplicitamente nella prima delle poesie della prima sezione di Composita solvantur, e più avanti (in La notte oppresse…) definirà la profondità dei fiumi come ‹‹il luogo dell'intelligenza››.
Così l'affermazione finale (‹‹quanto di me si consuma sarà cibo e bevanda di molti››) non sembra contenere paura o tristezza ma, entro un'idea di compresenza nel reale, recare conforto e pacificazione 
15)
Torna in mente l'augurio finale del Terzo recitativo (‹‹Il mancato piacere definitivo/ si mutasse in acquisita intelligenza./ E l'acquisita intelligenza si mutasse/ in lode della creazione.››) e la già citata citazione posta all'inizio del Quarto. Il fatto che quest'ultima sia, per esplicita dichiarazione dell'autore 
16)
, una citazione immaginaria la rende, credo, ancora più significativa.

Concluderei questa breve prova di lettura ecocritica preliminare con i versi iniziali e finali del Quinto recitativo, che per primi scorrendo il volumetto mi hanno affascinato.

La luce del gran nuvolo stupefacente

e gli agrifogli e i ghirigori! Ormai

anche i visitatori più assorti avranno compreso

quanto la sera è inevitabile.

L'uccello piangeva dalla vetta del gattice

i rapiti dal nido inconsolabile

[…]

visitatori pellegrini ospiti!

Infilate le maglie, perdete le ricche ginestre,

scendete verso le auto, non vogliate sostare

dove lo stagno detto delle libellule

è discarica assoluta, non chiedete

il doloroso segreto

del serpe mozzo, dell'opaca salamandra.

Furono, sì, sono, saranno; ma fiera la luna

è rapidissima lassù e possiamo, addio,

tra elce e leccio, tra cipresso e leccio

senza suono toglierci, senza pena

dalla complessiva immagine.

Nessun tentativo di rifugiarsi nella natura, nessun riposo dello sguardo. Stupore ammirato di fronte alla magnificenza e all'inevitabilità dei fenomeni naturali, consapevolezza delle contraddizioni che anche qui si mostrano più pesantemente umane che animali (pesantissimo quell'aggettivo assoluta attribuito alla discarica che lo stagno delle libellule è diventato, mentre lo sguardo accoglie partecipe il dolore inconsolabile dell'uccello privato dei piccoli), una residua possibilità di comprensione per chi sia disposto a guardare.
E nell'invito ai visitatori mi colpisce il verbo perdere riferito alle ginestre, ricche – credo – solo dei molti fiori e tuttavia chiaramente preziose. 
Erbe e animali nella loro partecipe, sapiente, preziosa (apparente) immobilità rimangono fermi, a sera, dove sono. Ci sono, ora come nel passato, ora come nel futuro. Nei secoli dei secoli, verrebbe di dire se non avessimo ora una consapevolezza diversa della fragilità degli ecosistemi. Al di la della differente percezione delle fragilità naturali propiziata da trent'anni di distanza tra i versi di Fortini e l'oggi, questo rimanere di piante, acque e animali dolenti promana forza, induce fascinazione. Si collega fermamente alla già sottolineata ‹‹tenacia dei lecci››, alla ‹‹spiritualità dei larici››.
Ma visitatori, ospiti o pellegrini possono approfittare del movimento rapidissimo della luna per muovere anch'essi, e perdere, non sostare, non chiedere.
‹‹Possiamo – ricompare il noi ad infiltrare (o forse ad attestare) l'autore tra i visitatori – senza suono toglierci, senza pena dalla complessiva immagine››. Non sarà così, non più, a mio parere, in Composita solvantur 
17)
.

E' probabile che una lettura intertestuale porterebbe anche qui ulteriori suggestioni. E certo sarebbe assai utile seguire alcuni temi della poesia del nostro autore (quello del sonno per esempio) presenti anche nei versi sopra riportati. A me però ora preme sottolineare una diversa possibilità di leggere il Fortini poeta, quella operata alla luce di un importante strumento interpretativo e 'formativo' quale mi sembra sia l'ecologia letteraria. E insieme segnalare l'interesse che i versi di Fortini possono avere per chi tale strumento padroneggi meglio di me.
Con tutta evidenza sarebbe opportuno concentrare l'attenzione su Composita solvantur, giacché, come notò Roversi 
18)
, ‹‹è quando si fa giusta attesa "la vergogna di vecchiezza" che il pubblico fustigatore, il sapiente senza livrea arriva a disporre dopo la lunga macerazione e per intero della propria parola poetica››. 
Forte stimolo in questa direzione deriva da poesie come Qualcuno è fermo…, Le piccole piante…, Sono nella stanza, Stanotte…, Saba, Compiendo settantacinque anni, Sopra questa pietra…, Ruotare su se stessi…, La notte oppresse
19)
. Noto qui parenteticamente che sette di nove delle poesie di Composita solvantur che mi sono sembrate le più significative ai fini di una lettura ecocritica sono state titolate con lo stesso criterio adottato per gli Otto recitativi, cioè non hanno titolo (condizione riservata in Una obbedienza ai soli Cinque recitativi).

Ritornando ai testi di Una obbedienza vorrei riprendere qui, per concludere, alcune delle deduzioni man mano emerse dalla lettura dei versi ed esplicitarne brevemente la rilevanza in termini ecocritici.
Significativa è sembrata nel Primo recitativo la messa in dubbio del valore assoluto della percezione del reale operata dal noi fortiniano, confermata dalla connotazione positiva attribuita a piante e animali riscontrabile in diverse delle poesie riportate. 
Ancora di più forse rileva quella condivisione di condizione quasi meticcia di astri, sassi, animali e umani notata nel Quarto recitativo (ma, a ben vedere, anche nel Primo), una compresenza interrelata che ha in sé la possibilità della metamorfosi e sembra mettere in crisi la centralità dell'umano entro il complesso della realtà dei viventi: il modello antropocentrico avviato a decostruzione.
Potevamo aspettarcelo fin dall'inizio che lo sguardo poetico di Fortini transitasse senza intoppi dall'attenzione convinta ai problemi dei deboli entro la società ad una considerazione partecipe anche della condizione dei deboli entro il mondo naturale. L'approccio etico ve lo predisponeva. La messa in discussione dell'io lirico per un noi civile da declinare nei più ampi modi non poteva non estendersi anche al complesso dei (nei più vari modi 20
)
) viventi entro l'ambiente naturale. 
Proprio però la messa in discussione, qui forse solo iniziale, della centralità dell'uomo entro le differenze presenti nell'universo dei viventi è insieme premessa indispensabile e sintomo importante di un atteggiamento ecologico, che fa cioè prevalere un discorso sull'oikos (casa, ambiente nel quale si vive) rispetto ad uno centrato sull'ego. D'altronde la consapevolezza delle contraddizioni dell'azione umana sulla natura è più d'una volta espressa nei versi citati in questo scritto. Ma qui mi sembra ci sia qualcosa che va oltre una generica denuncia dei guasti provocati dalla presunzione degli umani.
Quello che qui avvertiamo in modo non del tutto implicito in Fortini è un ‹‹umanesimo non antropocentrico›› 
21)
, capace di immaginare (o comunque cercare) strategie di sopravvivenza culturale in praesentia naturae: senza trascurare il legame stretto tra cultura degli uomini e sapienza della natura.
Anche la virile, quasi serena consapevolezza del finire ‹‹cibo e bevanda di molti›› assume una diversa sfumatura entro questa cornice. C'è, certo, ad aiutare la fiducia che solo quanto di sé si consuma debba finire a quel modo, ma c'è pure quella particolare sdrammatizzazione della morte che si guadagna spazio nella mente di chi si pone in una prospettiva ecologica.
Sentire la cultura come un percorso etico finalizzato alla creazione di un patrimonio comune, inclusivo, in continua autorevisone. Essere 'fedeli' ai figli più, od oltre, che ai padri. In alcune caratteristiche dell'umanesimo non antropocentrico che connota la cultura ambientale come strategia di sopravvivenza mi sembrano riconoscibili intenzioni e pratiche del poeta e dell'uomo Fortini. Riletta in quest'ottica, la sua poesia trova nuove direzioni di attualità.


1 Jonathan Silvertown, La vita segreta dei semi, Torino, Bollati Boringhieri, 2010 [ * ]. L'ultimo verso deriva direttamente da un proverbio gallese.
2 Serenella Jovino, Ecologia letteraria. Una strategia di sopravvivenza, Milano, Edizioni Ambiente, 2006 [ * ]. L'ecolologia letteraria può definirsi anche ecocritica (dall' inglese ecocriticism). Lo stimolo derivatomi dal gruppo di ecocritica di Villa Leopardi mi ha indotto, accogliendo l'invito di Avaaz, a proporre una petizione per "far crescere il verde di Roma", in prosecuzione del progetto per le scuole "Adotta un albero" (visibile sul sito di Poliscritture). Ne copio qui il link, perché una petizione ha bisogno d'essere firmata e condivisa:
http://www.avaaz.org/it/petition/Facciamo_crescere_il_verde_di_Roma/?launch
3 Sembra d'altronde che erba e animale siano tra i lemmi a più alta occorrenza in Fortini (Felice Rappazzo, Eredità e conflitto. Fortini Gadda Pagliarani Vittorini Zanzotto, Roma, Quodlibet, 2007, p.105 [ * ].
4 Franco Fortini, Una obbedienza, Genova, S. Marco dei Giustiniani, 2005 (I ed. 1980). In copertina il sottotitolo indica 18 poesie 1969–1997, ma è evidentemente un refuso per 1969–1979 (Fortini essendo morto nel '94). Lo conferma anche la lettera dell'autore al curatore riportata a premessa della pubblicazione, la cui prima edizione è appunto del 1980.
5 Del Quinto recitativo si tratta più avanti nel testo.
6 A metà marzo fra il il muro e il tetto/ certi uccelli di becco ostile giallo/ nervosi miseri fanno di stecchi un nido./ Quando è notte molto alta e non dormo/ so che stanno dietro il muro i loro nati./ […] Dentro il nido ignoranti esserini/ alla frenesia della madre tremeranno./ Griderà la fame e tutto insegnerà la madre./ Nell'aria inorridita voleranno/ e non sapranno nulla di più mai./ […]. La chiamata in luce che degli uccelli viene fatta in Il nido mi sembra davvero si configuri come una trasposizione allegorica di umane contraddizioni.
7 Lo spazio della nostra regione basta alle volpi/ che sono scarse e si cibano di piccoli uccelli/ dove al sole la discarica esprime/ della politica invernale i residui e si scorge/ il puntiglio dei passeri e l'incertezza dei gatti/ lo spazio prescritto percorrere./ […].
8 […] e fuor della sala fra poco/ saltellare lampadine/ perché presto disfatti/ i globi solenni dell'ovest/ e il canotto del guardiacoste a sussulti/ di lampi bianchi viola e i quadrigetti/ ansiosi sulla direttrice/ d'atterraggio a stupefare rospi/ e altre bestiole tra l'erbe./ […] Sera del sabato cena del sabato./ Tutto qui e i canili dei recinti e gli abbai dai depositi./ […] Ah ma noi vivremo/ creature umidi corpi vivremo sempre/ la polizia scherzava amore vivranno sempre/ gli aliti con noi dei motori verso i motel./ E il tic tac bianco viola del guardiacoste/ e le croci dei cieli che i nostri animali contemplano/ e dormiremo insieme/ nella notte del sabato sempre nella pia notte.
9 I Cinque recitativi con cui si apre il libretto diventano otto (vi si aggiungono La nostra Regione rinominata Lo spazio…, New England e un testo nuovo) e si posizionano al centro della raccolta quando vengono inseriti in Paesaggio con serpente (Torino, Einaudi 1984) [ * ] , che riprende tra le altre 16 delle 18 poesie di Una obbedienza. L'ordine dei cinque recitativi iniziali entro gli otto di Paesaggio con serpente è leggermente diverso (lo specifico nel caso qualcuno possedesse Paesaggio con serpente e non Una obbedienza): al primo posto viene posizionata quella che era La nostra Regione; al secondo e al terzo rispettivamente il Primo e il Secondo recitativo, rititolati a partire dalle prime parole del primo verso (operazione che viene effettuata su tutti i testi di questa sezione); Quello che era il Quarto recitativo occupa, con diverso titolo, il quarto posto degli otto; al quinto troviamo quello che era il Terzo di Una obbedienza; al sesto troviamo La luce del gran nuvolo…, che era in origine il Quinto recitativo; viene interposta una poesia non inclusa nel libretto del 1980, intitolata Come mai le foglie…; e da ultimo ritroviamo New England. Il titolo del librino del 1980 andrà a connotare l'ultima sezione della pubblicazione del 1984.
10 [..] Camminiamo fra i noci tutti gialli/ e gli aceri rossissimi./ Conoscendo i nostri vizi/ lo spazio tra le persone del gruppo/ diventa come una pelliccia./ [..] Verso Heathrow palpitazioni e luccichii,/ verso nord il paese delle volpi parlanti/ e l'impossibilità di capire definitiva./ [..].
11 [..] C'è chi dentro la mente si sente straziato/ perché è grave che il mare fiero, i lecci tenaci,/ il cigolio delle auto, il ragionare delle persone,/ tutto racconti di cose sparite/ che nessuno più attende./ C'è chi ne soffre sebbene soffrire non serva. I versi di La nostra regione finiscono sul tema del rapporto con il passato, o meglio con quanto del passato non è riuscito a diventare tradizione. Che fiero sia l'aggettivo scelto per definire il mare è però anch'esso particolare significativo nell'ottica che orienta questo scritto. Fierezza del mare, tenacia dei lecci.
12 Beninteso posso ancora guardare./ La finestra ha qualche lacrima. Il lume d'occidente/è alla vernice della parete. La sera/è la vertigine dei larici spirituali./ Dalla collina dei padri i pensieri già pensati/ mi guardano./ [..]. Aggiungo: certe volte non mi riesce di terminare la citazione dove sarebbe sufficiente: il verso successivo è così bello che non riesco a non copiarlo. Così qui. Dite: pur nella pochezza della mia analisi, non valeva la pena di rileggere questi versi?
13 [..] Ho l'età di mio padre e i sogni che rammento/ sono di errori rimediabili, consulti nei dizionari/ sono di dispute cavernose, di prati acuti/ dove passa uno che non capisce/ [..]. 
14 Devo dire che il seguito dei versi (…..), che ora rileggo, mi fa decisamente propendere per l'ipotesi della 'spinosità' di quei prati, ma ugualmente lascerei aperto uno spiraglio di possibilità all'altra…
15 Riporto i versi finali nella loro interezza: [..] Qualcosa mi è stato detto/ che debbo ricordare meglio: che/ quanto di me si consuma sarà cibo e bevanda di molti./ Non so se mette conto ritrovare tra le mie carte/ le precise parole della promessa.
16 Cfr. Franco Fortini, Versi scelti 1939–1989, Torino, Einaudi 1990, p. 448.
17 Questo scritto era, nelle intenzioni, premessa a un tentativo di lettura ecocritica dei testi di Composita solvantur. La chiusura in redazione del numero lo ha forzatamente autonomizzato, temo con risultati non particolarmente soddisfacenti.
18 Lo scritto di Roberto Roversi cui faccio riferimento, del 1998, è riportato in quest'ultimo numero della rivista Poliscritture, a conclusione della rubrica Letture d'autore.
19 In Composita solvantur, rispettivamente alla pagine 7, 8, 10, 13, 17, 26, 54, 58, 59.
20 L'accenno alla vita delle stelle nel Quarto recitativo non mi sembra trascurabile nella direzione di ipotizzare nel nostro una percezione della "vita inanimata" niente affatto inanimata e irrispettabile.
21 Riporto in nota una sintesi della definizione che di umanesimo non antropocentrico dà Serenella Iovino: ‹‹un tipo di umanesimo esteso, capace di stabilire relazioni di prossimità costruttiva [..] con altre specie e con l'ambiente naturale. [..] basato sulla costruzione di identità flessibili e, in quanto tali, democratiche e dialogiche [..] (che) inventano un'etica del futuro a partire dal presente, inteso come com–presenza non dualistica di umanità e natura›› (Ecologia letteraria. Una strategia di sopravvivenza, citato, p. 68).

(Marcella Corsi)







Franco Fortini, Una obbedienza, San Marco dei Giustiniani, 2005 [ * ]


ANIMALI
post pubblicato in Robustelli, Anna Maria, il 10 giugno 2012

                                              

Ancora noi e gli animali, noi umani così poco umani, noi che ci riteniamo superiori perchè pensiamo, parliamo e soffriamo. Ma soffrono anche gli animali. Di questo ci parla Tiziana Colusso in Agonia all'ora dell'aperitivo, in cui un piccione malridotto ma vivo viene sbrigativamente buttato in un sacchetto di spazzatura dai padroni di un caffè, preoccupati di rovinare la scena ai propri avventori. Chi parla si accorge della sofferenza del piccolo volatile perchè lei stessa è in quel momento portatrice di sofferenza e alla fine confessa che il suo stomaco è un sacco nero e chiuso, in fondo come quello in cui "il piccione che non è ancora nel regno degli oggetti" è stato scaraventato. Il tutto avviene nella "sorniona eterna indifferenza della città cristiana".

Di un'altra agonia, la vita infinitesimale dei tarli nel legno avvelenato dal petrolio, è testimone una poesia di Silvana Baroni (sarebbe ricomiciato, un incubo in Perdersi per mano, con postfazione di Ubaldo Giacomucci, Tracce, Pescara, 2012), capace di riverberare con lo scintillio di un linguaggio dovizioso "l'invisibile mattanza". Anche quì l'uomo è "felice" e festeggia "il ritrovato silenzio" e il mondo è sempre al servizio della sua tranquillità di signore dell'universo. La profusione di parole nel descrivere la vita dei tarli amplifica la tragedia di questi minuscoli animali e ce la rende tangibile.

Piera Mattei scopre con un sacro sentimento di stupore "nidi scontrosi di passeri" (s'annidano), antichi vasi che contengono "acqua benedetta" bevuta da una colomba e una pianta che fa capolino "dall' umide pietre". La scelta dei vocaboli antica / scontrosa / brivido / benedetta / d'oro veicola una meraviglia che è sentimento religioso di fronte a queste esitanti e intense forme di vita da rispettare che illuminano il cortile "dell'antica madrasa". In un'altra poesia Insetti (entrambe contenute in L'equazione e la nuvola, Manni, San Cesario in Lecce, 2009), mentre è in volo con la figlia, la poetessa sente di avere somiglianze con vari ordini di animali: come gli insetti loro due volano intorno a una realtà / umida [...] che ci costringe / a nutrirci là / dove posiamo / e riposiamo. Con i mammiferi condividono altre comunanze e degli insetti hanno la propensione verso l'alto.

Nel racconto Il gibbone (Melanconia animale, Manni, San Cesario in Lecce, 2008), tuttavia, Piera Mattei sfodera una cifra surreale capace di ribaltare il tradizionale rapporto di superiorità nei confronti della natura dell'uomo occidentale: "Devo ammetterlo. La cosa che più mi piace a questo mondo è considerata da molti superlativamente indecente. A me piace rimanere indisturbata a guardare". Il narratore confessa il piacere che prova nel guardare gli altri sfrontatamente. Nelle spiegazioni - quasi scuse - che fornisce, si riverberano echi della narrativa russa dei primissimi del Novecento, che so del Cechov di Fa male il tabacco. Per soddisfare questo piacere il narratore va ad osservare un gibbone allo zoo, poichè gli umani non sopportano la qualità perentoria di quello sguardo. Lì, seduto su una panchina di pietra, si diverte a guardare le evoluzioni di questo animale e con un registratore su cui ha precedentemenete registrato la voce dell'animale stesso lo provoca. Credendo di rispondere ad un altro gibbone questi replica con altre urla possenti ed evoluzioni acrobatiche. L'osservatore gode di fronte a tutto questo e non si sazia di quello spettacolo, ma improvvisamente accade qualcosa che lo spiazza: "Vorrei un'ulteriore evoluzione. Ma lui si è fermato e mi fissa a sua volta. Pretenderebbe, ne sono certa, gli dimostrassi a parole il mio entusiasmo. però non si incupisce se, come mi piace, rimango in silenzio. Lo guardo e mi guarda".  

 


(Anna Maria Robustelli)

INSETTI
post pubblicato in Mattei, Piera, il 8 giugno 2012

                                                                                                     Alitalia volo AZ 702
                                                                                                     14 miglia lontana la Terra

D'evidenza mi colpisce che tu
- figlia mia - e io
siamo insetti che succhiando
nettare voliamo intorno a una realtà
umida - fiore verde dal cuore
succolento - che ci costringe
a nutrirci là
dove posiamo
e riposiamo.

Lo so - lo sai, siamo tuttavia
mammiferi, nel cuore affetto
di cane, eleganza di capra
disegnata sulla pelle, animali che non 
amano, detestano volare.
Appoggiamo, anche con levità ditigrada
le zampe fiduciose alla terra.

Ti guardo nel profilo disegnato
da sopracciglia serie e lo vedo
che siamo che sei uccello
sul ramo più alto a chiamare,
la testa e il collo protesi.



(Piera Mattei)





Insetti in Piera Mattei, L'equazione e la nuvola, Manni, 2009 [ * ]

S'ANNIDANO
post pubblicato in Mattei, Piera, il 8 giugno 2012
 

nel cortile dell'antica madrasa
dentro forme porose di tufo
fotografavo nidi scontrosi di passeri

antichi vasi in colmi secchi
con un brivido appena
ricevevano il battesimo
di assenti archeologi

beveva una colomba dell'acqua
benedetta che via ne ruscellava

con due fiori d'oro spuntava
dall'umide pietre una pianta.



(Piera Mattei)






s'annidano in Piera Mattei, L'equazione e la nuvola, Manni, 2009 [ * ] 







vedi quì e quì







 
SAREBBE RICOMINCIATO, UN INCUBO
post pubblicato in Baroni, Silvana, il 8 giugno 2012

 

sarebbe ricominciato, un incubo
tutto quel cigolio del legno a lungo dietro
la pendola, tutto quel picchiettare d'antennine
quel fornicare ossuto trapanante, quel ritmo
da becco infisso, fesso, affranto, seppellito
nell'antro retro delle orecchie

nella busta della stanza l'invisibile mattanza
carezzava con zampette a spremitura, a usura
unghiate dai pori del tavolo salivano fino al tetto
ghermivano le travi, scendevano in sfrigolii
giù sui pomi d'ebano del letto, recalcitravano
in crampi, arabescavano cornici, trafiggevano
schienali traforando zampe di sedie e divani

poi il culmine toccò l'abisso, e lì a terra
nella stagnola in guazza nera di petrolio
ecco in galleggio il tarlo, o meglio a dire 
quel che restava della minima bestiola

felice l'uomo festeggiò il ritrovato silenzio
con acute note di festa ipotizzando con tecnica
di scienza di brevettarne l'uso di quel corpo
in poltiglia, farne un riciclo del legname
per qualche municipio d'Africa che ha fame



(Silvana Baroni)










sarebbe ricominciato, un incubo, in Silvana Baroni, Perdersi per mano, Tracce, 2012 [ * ]






vedi quì

AGONIA ALL'ORA DELL'APERITIVO
post pubblicato in Colusso, Tiziana, il 7 giugno 2012

 

Bollicine all'ora dell'aperitivo tra il sole-ombra di una mattinata già estiva, sfaccendati di lusso guardano sfrecciare i bus di chi ha fretta, di chi ha doveri. Ottima scenografia per nascondere le ferite irritate dal sale di un ennesimo rifiuto, ovattato come sempre, come sempre irrevocabile. Nell'angolo più lontano della rerrazza caffè, in un'ansa di muro mai toccata dalla luce, anche un piccione è alle prese con le sue ferite, la testa ingigantita da una protuberanza rossa. Cerca di sparire tra i propri escrementi, tra le ali ormai cadute, con lo sguardo ostinatamente fisso all'angolo di novanta gradi tra due pareti del muro perimetrale. I padroni del caffè si accorgono dell'angolo immondo di sangue, escrementi e dolore, incongruo con le spensierate conversazioni ai tavoli, con la pause de midi di cineasti sovvenzionati, maestri ammaestrati, aspiranti disposti ad aspirare tutti quanti i calici amari ed altro ancora. Ingiungono agli inservienti debitamente terzomondisti di ripulire lo schifo, di sgomberare la scena dai detriti. Un ragazzo pakistano, guanti alle mani e sacco nero, non ha il coraggio di far notare che il piccione non è ancora nel regno degli oggetti, respira ancora, si muove ossessivo da una zampa all'altra, forse impazzito di dolore. Tutto finisce nel sacco, e catartiche secchiate d'acqua e candeggina battezzano un nuovo spazio impeccabile per l'aperitivo. Io barcollo in una nausea collosa ed impotente, il mio stomaco è un sacco nero e chiuso, nonostante il sole, nonostante il frizzante bicchiere intoccato, nonostante le olive lucide, nonostante la sorniona eterna indifferenza della città cristiana.


 

(Tiziana Colusso)

 

 

CHIARE, FRESCHE E DOLCI ACQUE
post pubblicato in Robustelli, Anna Maria, il 17 marzo 2012



laudato sì, mi Signore, per sora acqua,
la quale è multo utile er humele et pretiosa et casta[1]
 
… un rumore simile a quello dell’acqua veniva dalle cime delle montagne: era il vento della foresta. Infine, cosa ancora più sorprendente, udii il vero rumore dell’acqua scrosciante in una vasca. Vidi che avevano costruito una fontana; l’acqua vi era abbondante e, ciò che soprattutto mi commosse, vidi che vicino ad essa avevano piantato un tiglio di forse quattro anni, già rigoglioso, simbolo incontestabile di una resurrezione[2] 
 
S’i fosse acqua i’ l’annegharei... [3]  

 

La Corte Costituzionale ha ammesso due quesiti referendari proposti dai movimenti per l’acqua. A primavera gli italiani e le italiane voteranno su questo bene essenziale.               
Un’amica mi fa sapere della lotta dei Boscimani del Botswana per l’acqua. Qui non si tratta di scegliere tra acqua pubblica o privata, ma di ottenere il permesso di usare l’unico pozzo della Central Kalahari Game Reserve da cui questo popolo dipende per l’acqua negata dal proprio governo. Sembra che agli inizi degli anni ’80 siano stati scoperti i diamanti nella riserva e subito dopo il governo abbia deciso di mandare via i Boscimani a causa dei giacimenti. Tout court! Nel 1997 sono stati effettuati i primi spostamenti forzati. Le loro case sono state distrutte, le loro scuole e i loro presidi medici sono stati chiusi, il loro pozzo è stato cementato. Ora vivono in campi di re-insediamento e ricevono razioni di cibo principalmente dal governo. Non possono cacciare. Come si può immaginare l’alcolismo, la depressione e malattie come la tubercolosi e l’HIV/AIDS prosperano. Legalmente hanno ottenuto il diritto di tornare nella loro terra nel dicembre 2006, dopo una lunga vertenza, ma di fatto il governo impedisce loro di usare il pozzo. Sono ora in attesa della sentenza del ricorso in appello di un nuovo caso legale intrapreso nel giugno 2010. Negli ultimi giorni, da che ho cominciato a scrivere questo articolo, la sentenza è stata emessa dalla Corte di Appello del Botswana (gennaio 2011) che ha annullato la precedente sentenza della Corte Suprema: i Boscimani potranno continuare ad attingere acqua dal loro pozzo ancestrale. Aspettiamo di vedere se questa volta le autorità non si opporranno di fatto a questa sentenza. [ * ][ * ]

L’annientamento dei popoli tribali che hanno una cultura millenaria può avvenire tutto sommato in una situazione di ignoranza e di indifferenza. Anche in questo caso l’ONU avrà emesso la sua dichiarazione, ma le cose vanno avanti a dispetto della legalità e della giustizia.
L’acqua è una delle risorse fondamentali per il nascere e il propagarsi della vita e sempre più va delineandosi come il bene supremo da salvaguardare. Così come da anni si va dicendo che le foreste della terra e in particolare la foresta amazzonica sono il polmone del pianeta e vanno preservate come fonte di innumerevoli specie vegetali e animali, alcune ancora da scoprire. Ma in tutte e due i casi si tratta di elementi naturali che hanno interagito con la cultura umana e hanno lasciato tracce ingenti nell’immaginario collettivo. 
Capire in quali modi ci siamo relazionati con l’acqua in quella disciplina che chiamiamo letteratura e che riguarda l’ergersi e lo strutturarsi delle nostre parole di fronte alle esperienze della vita può rendere più sfaccettato e complesso il senso di preoccupazione nei confronti della perdita che ci minaccia, arricchendoci di una consapevolezza che deve diventare sempre più limpida.

Tra le elegie anglosassoni spicca The Seafarer, tradotta in inglese moderno da Ezra Pound. Si tratta di un componimento poetico che viene in generale fatto risalire al X secolo d.C. e che è stato trovato nell' Exeter Book, una delle quattro raccolte di poesia anglosassone. Gli studiosi ritengono inoltre che la seconda parte –stilisticamente e tematicamente molto diversa dalla prima – sia il frutto di un’interpolazione cristiana e infatti Pound non la tradusse.
Il narratore descrive la sofferta vita in mare del marinaio nordico in toni di grande realismo espressivo:

This tale is true, and mine. It tells
How the sea took me, swept me back
And forth in sorrow and fear and pain
Showed me suffering in a hundred ships
In a thousand ports, and in me. It tells
Of smashing surf when I sweated in the cold
Of an anxious watch, perched in the bow
As it dashed under cliffs. My feet were cast
In incy bands, bound with frost,
With frozen chains, and hardship groaned
Around my heart. Hunger tore
At my sea-weary soul. No man sheltered
On the quiet fairness of earth can feel
How wretched I was, drifting through winter
On an ice-cold sea, whirled in sorrow,
Alone in a world blown clear of love,
Hung with icicles. The hailstorms flew
The only sound was the roaring sea,
The freezing waves. The song of the swan
Might serve for pleasure, the cry of the sea-fowl
The death-noise of birds instead of laughter,
The mewing of gulls instead of mead.
Storms beat on the rocky cliffs and where echoed
By icy-feathered terns and eagle's screams;
No kinsman could offer comfort there,
to a soul left drowning in desolation.
And who could believe, knowing but
the passion of cities, swelled proud with wine
And no taste of misfortune, how often, how wearily,
I put myself back on the paths of the sea.
Night would blacken, It would snow fronm the north;
Frost bound the earth and hail would fall,
The coldest seeds....


Questo racconto è vero e mio. Racconta
di come il mare mi prese, mi sbatté
avanti e indietro nel dolore, nella paura e nella pena,
mi mostrò la sofferenza in cento navi,
in mille porti e in me. Racconta
di schiuma che si schiantava quando io sudavo al freddo
di un’ansiosa guardia, appollaiato sulla prua
che si infrangeva sotto alle scogliere. I piedi erano stretti
in morse di ghiaccio, legati con il gelo,
con catene di ghiaccio e le difficoltà gemevano
intorno al mio cuore. La fame rodeva
l’anima stanca di mare. Nessun uomo al riparo
della tranquilla bellezza della terra può capire
quanto ero infelice, trascinato attraverso l’inverno
su un mare freddo come il ghiaccio, avvolto nel dolore
solo in un mondo in cui l’amore era stato spazzato via,
e decorato di ghiaccioli. Le tempeste di grandine svettavano
L’unico suono era il mare ruggente,
le onde gelide. Il canto del cigno
poteva dar piacere, le grida degli uccelli marini,
il rumore di morte degli uccelli al posto delle risa,
il miagolio dei gabbiani al posto dell’idromele.
Tempeste battevano le scogliere rocciose ed erano echeggiate
da rondini di mare dalle ali ghiacciate e dalle grida dell’aquila;
nessun parente poteva essere lì ad offrire conforto,
a un’anima lasciata ad affogare nella  desolazione.
E chi potrebbe credere, conoscendo solo
le passioni di città inorgoglite di vino
senza gusto per le traversie, quante volte gonfio distanchezza
mi sia rimesso sui sentieri del mare.
La notte diventava sempre più nera; nevicava a cominciare dal nord;
il ghiaccio legava la terra e la grandine cadeva,
i grani più freddi... [4]



Ci colpisce la presenza di una voce narrativa che parla in prima persona, senza essere un eroe come Beowulf (peraltro in quel poema epico l’eroe è designato con la terza persona), il che ci porta quasi istantaneamente a identificarci con questo marinaio e a stupirci di fronte al piglio moderno di questo poema. La descrizione dei mari nordici, caratterizzata da condizioni inclementi, va di pari passo con quella dei sentimenti di disagio e solitudine del narratore, temperata solo dai versi degli uccelli che abitano quei lidi remoti. Ma la sua anima lasciata ad affogare nella desolazione narra come, pur gonfio di stanchezza, si sia rimesso sui sentieri del mare come un novello Odisseo e
 

...And how my heart
Would begin to beat, knowing once more
The salt waves tossing and towering sea!
The time for journeys would come and my soul
Called me eagerly out, sent me over
the horizon, seeking foreigners' homes.


… E come il mio cuore
cominciava a battere, conoscendo ancora una volta
le onde salate che si agitano e il mare torreggiante!
Veniva il tempo dei viaggi e l’anima mia
mi chiamava con insistenza, mi mandava al di là
dell’orizzonte, in cerca di case estranee.

Le espressioni metaforiche usate per descrivere lo stato di sconforto totale sono incisive e efficaci (morse di ghiaccio / catene di ghiaccio / le difficoltà gemevano intorno al mio cuore / la fame rodeva… / il miagolio dei gabbiani / l’anima lasciata ad affogare nella desolazione, dove la parola tipicamente connessa con l’acqua, “affogare”, è usata per descrivere una condizione interiore). E’sorprendente anche l’espressione trascinato attraverso l’inverno che suggerisce uno spostamento spaziale, ma al tempo stesso, nominando una stagione dell’anno, scandisce il passare del tempo.
L’inquietudine del marinaio lo spinge a ripartire. Gli ultimi versi della citazione colpiscono per il modo sintetico ma poetico con cui questa sete di viaggi viene raffigurata. Così l’alternarsi di sofferenza e desiderio si rivela la cifra portante di questo bellissimo poema dalle strane rifrangenze moderne che si chiude con questi versi
:

And yet my heart wanders away,
My soul roams with the sea, the wales
Home, wandering t the widest corners
Of the world, returning ravenous with desire,
flying solitary, screaming, exciting me
To the open ocean, breaking oaths


Eppure il mio cuore vaga lontano,
la mia anima vaga con il mare, casa
delle balene, spingendosi fino agli angoli più remoti
del mondo, ritornando avida di desiderio,
in volo solitario, gridando, incitandomi
verso l’oceano aperto, infrangendo giuramenti
sulla curva di un’onda.                                                                                      



All’inizio del capitolo intitolato Verso Pamplona de L’antropologia dell’acqua di Anne Carson [5] si
legge:

"Alcune acque ci annegano. Altre no. Il suono dell’acqua nella borraccia sulla schiena mi tiene compagnia mentre cammino. Pozze di pensieri vagano qua e là dentro di me. Socrate, dopo il bagno, tornò alla sua prigione senza fretta e bevve la cicuta. Gli altri piansero. I cigni nuotarono intorno a lui, sfiorandolo. Iniziò a parlare del viaggio a venire, in un posto sconosciuto, lontano da lacrime di cui non capiva la ragione. Le parole capiscono davvero poco l’una dell’altra". [6]

Queste annotazioni accostate quasi con effetto modernistico, hanno di fatto sottili legami associativi che le tengono insieme. Dalla lapidarietà e inconfutabilità della prima affermazione alla scelta consolatoria del rumore d’acqua nella borraccia. Una volta insediatasi all’interno della mente l’acqua produce pozze di pensieri che fluiscono lievi. Il bagno di Socrate, il fatto che bevve la cicuta attorniato dalla lieve presenza dei cigni. L’acqua delle lacrime di quelli che lo amavano e non volevano separarsi da lui. Tutta questa tirata ha il piglio morbido e fluido dell’acqua; è come se questo elemento si trasmettesse al pensiero o come se il pensiero ne fosse 
sostanziato

L’acqua è spesso metafora esistenziale nella scrittura letteraria. Basti pensare al Canto degli spiriti sulle acque di Johann Wolfgang Goethe [ * ]:

Simile all’acqua

è l’anima dell’uomo.

Viene dal cielo,

risale al cielo, di nuovo scendere
deve alla Terra,
in perpetua vicenda.
Il getto limpido
sgorga dall’arduo
precipite dirupo;
sul sasso liscio si
frange in belle nuvole
di pulviscolo;
ondeggia accolto
in dolce grembo,
tra veli e murmuri,
al basso via scorrendo.
Scogli si rizzano
contro il suo empito;
egli spumeggia iroso
di gradino in gradino
verso l’abisso.
Indi per lento letto
di prati volgesi, e fa
specchio di lago,
dove il loro viso miran
tutte le stelle.
Ma dolce amante
dell’onda è il vento;
e talvolta dal fondo
flutti spumanti suscita.
O anima dell’uomo
come all’acqua somigli!
O destino dell’uomo
come somigli al vento! [7]

Qui è l’anima ad essere assimilata all’acqua che viene dal cielo / risale al cielo, di nuovo scendere / deve alla Terra…”. Da torrente impetuoso finisce per diventare lago dove il loro viso miran / tutte le stelle. La bellezza e la scontrosità dell’acqua sono messe in evidenza e anche il vento viene coinvolto per rappresentare l’andamento dell’anima dell’uomo.
Anche Henry David Thoreau annoterà nel suo diario nel 1852:

L’acqua dorme con stelle nel suo grembo
. [8]

Qui il tono è meno aulico e più sensuale. Sembra rispecchiare un sincero stupore di fronte a uno spettacolo di bellezza naturale che procura conforto all’anima.



Il Torrente
di Giani Stuparich assomiglia all’acqua di Goethe, se non fosse che il primo sembra meno emblematico e più reale, considerato nella sua spettacolarità, nei suoi muschi e nelle sue spume. Il poeta è curioso di esplorarlo a ritroso per scoprirne il corso e l’origine. Nel risalire alla sorgente, è a volte costretto ad allontanarsi dalle sue rive, dapprima costeggiate di larici, poi di pini. Lo scrittore friulano raggiunge il punto in cui il corso d’acqua scende da un’incassatura nella roccia come un lungo filo di diamanti. Rimaniamo sorpresi dalla sua meraviglia e dal suo piacere davanti al mistero e alla bellezza che questa forza della natura rappresenta.

Ho lasciato lassù, sotto i ghiacciai delle Venoste, / un torrente che non posso dimenticare. /  Mai avevo visto l’acqua splendere, correre e cantare così, veniva giù dritta, / incassata in un letto muscoso, tutta un candore di spume: faceva luce. / A balzi, a spruzzi, a capriole l’acqua scendeva, stretta nel suo letto, / coprendolo perfettamente senza sbavature né pentimenti. / Tornai più volte al torrente. / E ogni volta scoprivo in esso o intorno ad esso una bellezza nuova. / Una mattina volli seguire in senso inverso il suo corso. /  Mi allettava scoprire il suo misterioso viaggio e il segreto delle sue origini. / M’arrampicavo tenendomi quanto più potevo vicino ad esso. / Qualche volta ero costretto a scostarmi / e allora lo vedevo occhieggiare fra i tronchi, / mandare degli spruzzi argentei quasi per incoraggiarmi nel cammino. / I larici andavano diradandosi, lasciavano il posto ai pini giganti. / A un tratto mi si scoprì, fra i costoni di roccia brulla, / una ripida incassatura nuda che s’innalzava fin sotto a una vetta. / Di là il torrente, scendeva allo scoperto, in pieno sole, / splendendo come un lungo filo di diamanti. [9]

Il desiderio di percorrere un corso d’acqua per esplorarne la bellezza e scovarne la purezza è presente anche nel Marcovaldo di Italo Calvino:

Le giornate cominciavano ad allungarsi: col suo ciclomotore, dopo il lavoro Marcovaldo si spingeva a esplorare il fiume nel suo corso a monte della città, e i fiumicelli suoi affluenti. Lo interessavano soprattutto i tratti in cui l’acqua scorreva più discosta dalla strada asfaltata. Prendeva per i sentieri, tra le macchie di salici, sul suo motociclo finché poteva, poi – lasciatolo in un cespuglio – a piedi, finché arrivava al corso d’acqua. Una volta si smarrì: girava per ripe cespugliose e scoscese, e non trovava più alcun sentiero, né sapeva più da che parte fosse il fiume: a un tratto, spostando certi rami, vide, a poche braccia sotto di sé, l’acqua silenziosa – era uno slargo del fiume, quasi un piccolo calmo bacino -, d’un colore azzurro che pareva un laghetto di montagna. [10]

Ma in realtà il fiume si rivelerà inquinato da una fabbrica di vernici. Però per pochi istanti il protagonista del libro si illude di aver trovato un territorio felice, un piccolo eden lontano dalla città in cui gli sia consentita un tipo di vita più consona alle sue aspirazioni più profonde.
A volte l’acqua scorre calma, è quasi ferma, ma induce a pensare. La sua superficie non è come quella di una strada, di un campo. Sappiamo che è più profonda, nasconde un letto, tutte le sue sedimentazioni e il lieve scorrere porta i pensieri lontano, non solo nello spazio, ma anche nel tempo.
Ricordo che quando ero bambina, andavo a Rocca di Mezzo, in Abruzzo d’estate. A circa un chilometro dal paese scorreva un ruscello che poi fluiva incanalato sotto un filare di vecchie case fin nel centro del paese. All’inizio, sotto un ponte, si vedevano sanguisughe nere che io osservavo incuriosita e impaurita. Poi l’acqua si veniva a trovare come in un canale placido sotto le finestre di queste vecchie case, riempiendosi di canne e di piante acquatiche con infiorescenze lilla. Rammento che pensavo a quelli che si erano affacciati dalle finestre di quelle antiche abitazioni, quelli che avevano passato la loro vita lì in secoli più lenti dei nostri e il peso dei loro pensieri  protesi sull’acqua, mi trasportava lontano nel tempo. Ora hanno cementato il ruscello e non so neanche se le case che stanno in quel posto siano le stesse di quando ero piccola, perché da anni il paese è preda di un fervore edilizio causato dai romani che si recano lì a sciare. Anche quei pensieri, densi di preoccupazioni e di dolore – qualche volta forse anche di gioia - , che si soffermavano sul corso d’acqua dall’alto – non ci sono più, se non forse nel ricordo di qualcuno.
Il legame tra l’acqua e il pensare è vivo in molti autori. Quel grande osservatore della natura che è stato Thoreau ci dice:

Se uno vuole riflettere, lasciate che si imbarchi in un placido corso d’acqua e che galleggi con la corrente. Non può resistere alla Musa. Man mano che risaliamo la corrente, dandoci da fare con la pagaia con tutte le nostre forze, pensieri fugaci e impetuosi scorrono nel cervello. Sogniamo di conflitti, potere e grandiosità. Ma volgete la prua verso la foce e le rocce, gli alberi, le mucche, le collinette, assumendo posizioni nuove e varie, mentre il vento e l’acqua spostano la scena, favoriscono l’abbandono liquido del pensiero, di vasta estensione e sublime, ma sempre calmo e ondulante in modo gentile. [11]

In questo brano lo scrittore trascendentalista americano distingue tra i pensieri di conflitto e forza che sorgono quando si va controcorrente e l’abbandono liquido del pensiero che avviene quando la barca va verso la foce.
Anche Shakespeare usa un’ immagine imperniata sull’acqua per parlare del tempo che erode rapidamente la vita:

Come i flutti s’affrettano verso la riva ghiaiosa,
così precipitano i nostri minuti verso la loro fine,
e sottentrando ciascuno al precedente,
in un seguito affannato si spingono tutti innanzi.[12]

 

In fondo lo stesso processo di dentificazione con l’acqua è attivo anche in Virginia Woolf in questo brano tratto da Gita al faro:

Andavano lì regolarmente ogni sera, quasi per una necessità. Pareva che l’acqua portasse al largo, facesse navigare sull’onde pensie ristagnanti in terraferma, dando così ai loro corpi una specie di fisico sollievo. Dapprima il palpito del colore inondava la baia d’azzurro, e il cuore si dilatava con esso e il corpo sembrava fluttuare, ma solo per essere, subito dopo, respinto e raggelato dall’ispido nereggiare delle onde agitate. Poi dietro la gran roccia bruna, quasi ogni sera, sprizzava bizzarramente, così che stare a spiarne l’irrompere era delizia, una fontana d’acque bianche; e allora, nell’attesa, si poteva pur contemplare sul pallido semicerchio della riva la successione delle onde che vi si stendevano via via mollemente un velo di madreperla. [13]

Il movimento dell’acqua porta al largo pensieri stagnanti, dando una sorta di fisico sollievo, perché li sposta lontano da sé. La luce conferisce un senso di dilatazione, ma poi subentra un processo inverso, provocato dall’ispido nereggiare delle onde agitate. L’acqua si muove continuamente sugli scogli ed è piacevole vedere la fontana d’acque bianche o, sulla riva, il velo di madreperla. L’irrompere delle onde sulla costa è descritto come un grande piacere, nella continua trasformazione che genera e a cui trascina l’anima.
La presenza dell’acqua nell’immaginario letterario angloamericano è ricca di esempi illustri.
La Tempesta, il canto del cigno del bardo di Avon, ci lascia dei messaggi distillati durante la lunga carriera drammaturgica shakespeariana. Certamente il grande scrittore non chiude gli occhi sulla malvagità umana, così come si incarna nel potere politico (un tema che gli era caro), ma finge di credere che tutto andrà a finire bene, attraverso l’omaggio reso all’innocenza e ingenuità di Miranda o a quella dei giovani ai quali va lasciato in eredità il mondo.
L’uomo demiurgo, Prospero, governa le forze della natura positive (Ariel) e negative (Calibano), ma alla fine rinuncia alla sua onnipotenza e lascia la sua isola, ritorna alla civiltà, da dove l’aveva scacciato il tradimento di suo fratello, riprova a vivere nella società che l’aveva barbaramente esiliato. Ma, prima di tutto questo, ci troviamo su un’isola bagnata da un mare purificatore. La tempesta congegnata dal mago salva i villain Alonso ed Antonio dalla loro malvagità. E’ ancora il naufragio che porta Ferdinando e Miranda a conoscersi e li fa innamorare. Come in Pericle la morte per acqua significa redenzione. La bellissima lirica che Ariel canta intriga Ferdinando naufragato sulle coste dell’isola e ignaro della sorte del padre: 

Full fathom f ive thy father lies;
Of his bones are coral made;
Those are pearls that were his eyes:
Nothing of him that doth fade
But doth suffer a sea-change
Into something rich and strange.
Sea-nymphs hourly ring his knell:

 
A cinque intiere tese giace tuo padre,
e le sue ossa son diventati corallo.
Quelli che erano i suoi occhi ora son perle;
non c’è di lui nessuna parte destinata a perire
che non subisca per opera del mare
una trasformazione in qualche cosa di ricco e di meraviglioso.
Le Ninfe marine ad ogni ora suonano per lui a mortorio. [14]
 
Le effe del primo verso scavano una profondità nel mare e l’acqua – a livello fonico – si apre, si allarga e si richiude nelle dilatazioni vocaliche delle varie parole. Nella loro instancabile mobilità, dopo i tonfi cadenzati di full fathom five, le vocali si allargano in thy e lies. L’inversione ci mostra prima le perle e poi gli occhi (eyes), che si riaprono nel dittongo ai. Le dentali di nothing/that/doth/fade seguite da but/doth sono intoppi che guidano alle metamorfosi sea-change/strange, bottino prezioso di bellezza che si dischiude all’occhio dello spettatore-uditore.
La musica di Ariel va incontro a Ferdinando abbagliandolo nella sua bellezza, più che nel messaggio di morte che falsamente reca.


 

Those are pearls that were his eyes riecheggia nella Terra desolata di Thomas Stearn Eliot nell’episodio riguardante Madame Sosostris:

…Temete la morte per acqua
[15]

Ma nella parte IV del poema, La morte per acqua, l’acqua è divenuta un elemento di purificazione. Phlebas è il simbolo della civiltà moderna, fatta di commerci e scambi, in cui i popoli si spostano continuamente. Questa civiltà “arriva al culmine delle sue contraddizioni con lo scoppio della I Guerra Mondiale”. [16] La soluzione mistica è la sola “via di salvezza”. La morte del marinaio fenicio è per il Trigona 1) cristiana liberazione dalle pene terrene, dimenticanza de “il guadagno e la perdita”; 2) rituale religioso di morte-rinascita secondo i riti antichi di cui Eliot ha letto in Frazer e Weston; 3) rito cristiano di liberazione dal peccato originale (il battesimo è morte dal peccato per acqua). Il brano è di una rara sensibilità poetica. La consistenza palatale del corpo di Phlebas si scioglie nei cambiamenti vocalici del secondo verso (forgot the cry of gulls). La corrente sottomarina si sostanzia nelle sibilanti di bonese whisper. Gli alti e bassi di rose e fell terminano nel turbinio onomatopoietico di whirpool. Il tono di Gentile o Giudeo / O tu che volgi la ruota e guardi nella direzione del vento è il tono del predicatore che invita a cambiare vita.



Margareth Atwood nella poesia Frogless (Senza rane), tratta da Mattino nella casa bruciata [17], descrive un paesaggio di malattia in cui l’acqua è diventata alcool e gli animali nascono deformi:

The sore trees cast their leaves
too early. Each twig pinching
shut like a jabbed clam.
Soon there will be a hot gauze of snowsearing the roots.

Booze in the spring  runoff,
pure antifreeze;
the stream worms drunk and burning.
Tadpoles wrecked in the puddles.

Here comes an eel with a dead eye
grown from its cheek.
Would you cook it?
You would if.

The people eat sick fish
because there are no others.Then they get born wrong.

This is not sport, sir.
This is not good weather.
This is not blue and green.

This is home.
Travel anywhere in the year, five years,
and you’ll end up here.

Gli alberi dolenti perdono le foglie
troppo presto. Ogni rametto si chiude
di colpo come una vongola stuzzicata.
Presto arriverà una calda garza di neve

a cauterizzare le radici. 
Alcool nel disgelo della primavera,
puro antigelo;
l’acqua serpeggia ubriaca e rovente,
I girini naufraghi nelle pozze. 

Ecco l’anguilla con l’occhio morto
spuntato su una guancia.
La cucineresti?
Caso mai…

La gente mangia pesci malati
perché non ce ne sono altri.

Poi nascono sbagliati. 
Questo non è divertente, signore.
Questo non è bel tempo.
Questo non è tutto verde e azzurro.

Questo è casa tua.
Viaggia dove vuoi in un anno, in cinque anni,
poi è qui che ti ritrovi.  

Nel suo tipico stile realistico la scrittrice canadese non lascia illusioni a chi la segue. La consapevolezza che questo territorio contaminato è il posto in cui tutti noi viviamo penetra nelle nostre ossa senza che possiamo fare niente per dimenticarcene. Forse proprio per questo ci troviamo a non avere altre scelte se non quella di combattere tutto questo deterioramento, così come combattiamo le malattie che giungono sulla soglia della nostra casa.



Altre volte gli scrittori ci offrono esempi di rapporti appaganti con l’acqua. La poetessa statunitense Maxime Kuminci ha dato un esempio efficace del suo confondersi con l’acqua nella bellissima poesia Morning Swim (Nuotata mattutina) [18], che offre la rappresentazione di un corpo femminile solitario – in una mattina nebbiosa –che si tuffa e realizza la sua fusione perfetta con l’elemento acquatico:

Into my empty head there come
a cotton beach, a dock wherefrom
 
I set out, oily and nude
through mist, in chilly solitude.
 
There was no line, no roof or floor
to tell the water from the air.
 
Night fog thick as terry cloth
closed me in  its fuzzy growth.
 
I hung my bathrobe on two pegs.
I took the lake between my legs.
 
Invader and invaded, I
went overhand on that flat sky.
 
Fish twitched beneath me, quick and tame.
In their green zone they sang my name
 
and in the rhythm of the swim
I hummed two-four-time slow hymn.
 
I hummed “Abide With Me.” The beat
rose the fine thrash of my feet,
 
rose in the bubbles I put out
slantwise, trailing through my mouth.
 
My bones drank water; water fell
through all my doors, I was the well
 
that fed the lake that met my sea
in which I sang “Abide With Me.”

 
Nella mia testa sgombra si profila
una spiaggia di cotone, una banchina
 
da cui partii, unta e denudata
tra la foschia, in solitudine gelata.
 
Linea non c’era, soffitto o fondale
a distinguere l’acqua dall’aere.
 
La nebbia della notte densa come un telo
racchiuse me nel suo spugnoso ordito.
 
A due gancetti l’accappatoio appesi,
fra le mie gambe il lago presi.
 
Invasore ed invasa, procedevo
a bracciate dentro quel piatto cielo.
 
Pesci rapidi e miti sotto di me a guizzare.
Dentro quel verde spazio il mio nome a cantare
 
e intonavo nel ritmo della bracciata
a due quarti una lenta ballata.
 
Mormoravo: “Assecondami”. La toccata
saliva dai miei piedi all’elegante falcata,
 
saliva fra le bolle che sgorgavano
di lato, dalla mia bocca spalancata.
 
Le ossa bevvero acqua, acqua cadente
da ogni porta. Io ero la sorgente
 
che nutriva il lago, che incontrava il mio mare
nel quale “Assecondami” cantavo.
 
La protagonista non solo si tuffa in un ambiente acquatico che è tutt’uno con la terra e il cielo, ma con il ritmo delle proprie bracciate stabilisce un ritmo che è in armonia con l’acqua in cui si muove. Alla fine diventerà acqua lei stessa poiché da tutte le sue “porte” si riversa acqua a nutrire l’altra acqua in cui procede. La poesia trasmette un gran senso di libertà e di armonia fra la nuotatrice e l’acqua.

Sulla stessa linea, anche se il tono diventa giocoso, si trova Sandro Penna in questi versi:

Ecco il fanciullo acquatico e felice.
Ecco il fanciullo gravido di luce,
più limpido del verso che lo dice.
Dolce stagione di silenzio e sole
e questa festa di parole in me
.[19]

E come non ricordare la limpidezza  e l’armonia de La pioggia nel pineto [20] del nostro Gabriele D’Annunzio come esempio della partecipazione panica al mondo naturale e “acqueo” del bosco?

Non la riporteremo per intero perché si tratta di una poesia ben nota, ma è opportuno ripercorrerla per interpretarne le sottili allusioni poetiche. Il poeta si rivolge a qualcuno – Ermione -, poiché la poesia comincia con l’imperativo Taci, che impone silenzio e l’apertura verso qualcosa che si sta schiudendo. Le parole successive ci pongono ai margini del bosco: Su le soglie / del bosco non odo / parole che dici / umane. L’uso sapiente dell’enjambement accresce il senso del mistero. Si scopre così che le parole sono umane perché il poeta vuole ascoltare un linguaggio diverso che si sprigiona dal cadere delle gocce sulle foglie del bosco. Dopo alcuni versi ancora un imperativo: ascolta. E’ l’invito ad ascoltare il linguaggio della pioggia che si deposita sulle varie piante del bosco, tutte nominate, e sui volti le mani, i vestimenti e i freschi pensieri delle due persone che stanno nel bosco.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade
.

E’ tutta un’orchestrazione che si dispiega nel bosco e a cui partecipa il canto delle cicale. Ogni pianta ha il suo suono (pino, mirto, ginepro, altro ancora) e anche i due attori umani di questo scenario sono imbevuti della pioggia che cosparge il bosco:

Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
 


Il canto della rana si mesce a quello delle cicale, proveniente dall’umida ombra remota, dall’ombra più fonda. Accanto al sentimento di fusione con il tutto vegetale e animale, sorge e si accresce una sottile sensualità in questo contatto intimo con il bosco indotto dalla onnipresenza della pioggia:

E piove su le tue ciglia,
Ermione 
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pèsca
intatta,

Qui si palesa anche un senso di purificazione che  viene attribuito all’acqua. Si parla de l’argentea pioggia che monda e più in giù si osserva che la vita è in noi fresca / aulente, / il cuor nel petto è come pèsca / intatta.
Negli ultimi versi che ripetono quasi alla lettera alcuni versi già pronunciati, la cadenza della reiterazione si salda e si illanguidisce nella partecipazione cosmica alla rinascita del bosco, alla sua metamorfosi in atto.
L’acqua spesso ha una qualità catartica, perché ha la possibilità di lavare e quindi di determinare un cambiamento sostanziale in chi vi si immerga, basti pensare al significato del battesimo. Nel recente film La donna che canta il figlio e la figlia della donna nuotano in una piscina, dopo aver appreso che hanno un altro fratello che – a suo tempo – ha stuprato in una prigione la loro madre. Evidente è il desiderio di togliersi di dosso questo peso ingombrante.
Identica appare la funzione di un bagno in una piscina napoletana in un film meno recente, L’amore molesto, in cui la protagonista, che per tutta la durata del film è alla ricerca di verità scomode su sua madre, si concede insieme a un suo vecchio amico d’infanzia.



Ritroviamo nella modernità di una giovane poetessa italiana, Laura Fusco, la presenza inquietante dell’acqua che circola fluida in tutta la narrazione poetica:

E’ trascorsa un’altra strana giornata.
Hai messo l’acqua a bollire.
Hai preparato la tisana.
Hai detto a te stessa: devo cercare di dormire.
Oppure non è andata così.
Magari non hai messo l’acqua a bollire ma ci hai solopensato.
Magari hai detto, anche se non ha nessun senso:
devo cercare di non dormire e aspettarlo
oppure: no,
lascio il pensiero passare oltre il muro come un rumoredell’anima, una febbre,
inondare la casa da una stanza all’altra o accendere le luciin cima alle colline,
attraversare una soglia e partire,
fare ordine in cucina prima che arrivi.
Fuori
la notte dell’acqua.
Dentro una lampadina fioca
che sta per fulminarsi
e una tazza di caffè per stare sveglia
[21]

L’acqua è una presenza materiale, serve a preparare una tisana ma, complice di una sua congenita fluidità, genera incertezze che contaminano il pensiero il quale poi percorre la casa o insegue le colline. L’acqua è anche un paesaggio che incombe sulla notte e sulla vita di tutti. Altrove diventa l’elemento scatenante di un incontro e la presenza attiva che si snoda durante tutto il racconto dell’esperienza:

Su un ponte da Nouvelle Vague,
su una bici che ti lascia a piedi  in mezzo al temporale,
con il sacco rotto della spesa che semina girasoli in mezzoal traffico,
tu.
E invece lui,
nell’appartamento gelato e messo a soqquadro
per cercare la fuga di Annie e
il giorno dopo del gas.
O del gas
e il giorno dopo
di Annie.
Ti sei rifugiata nelle scale buie per strizzarti l’acqua daivestiti senza sospettare
che poi saresti salita da lui,
a portargli tutta quell’acqua sulle losanghe azzurre e neredel pavimento,
tutto quel tuo respiro rappreso di freddo.
Lui invece
ti aspettava,
attratto dai girasoli,
attratto dalla pioggia,
attratto dall’idea di non pensare più a Annie.
Hai sgocciolato sui suoi libri,
sparsi come guadi sul pavimento,
camminando fino a dove
ti ha passato una vestaglia,
ti ha passato un asciugamano,
ti ha passato il contatto della sua mano.
Quello delle tue labbra sul bordo del bicchiere
l’avete fatto tintinnare facendovi spazio a fatica
tra i quadri e le tende di velluto.
Anche lui aveva una bici.
Ti sei appoggiata al cerchione.
Lo hai sentito entrarti tra le scapole e le vertebre.
Spostandoti hai messo una mano in una felce come se fossi inun prato
e non al Marais.
Ti ha chiesto
se volevi che scendesse a raccogliere i tuoi girasoli,
se volevi che ti desse una sua camicia per scendere araccoglierli insieme,
incuranti del traffico in tilt
e dei mulinelli d’acqua e di foglie.
Ti sei messa la sua camicia
ma non vi siete mossi,
finché i gesti e le voci hanno cominciato a asciugarsi e ascaldarsi.
L’ascensore si è fermato e ha rovesciato una luce improvvisa
sui tuoi capelli.

[…] [22]

Anche qui l’acqua tende ad identificarsi col pensiero, a generare e liquidare forme nel tempo della narrazione. Informa il racconto, scompaginando propositi e riassemblando immagini. Si muove nelle pieghe del narrare, da lei condizionato, narrare di piccoli accadimenti esterni e di tutte le sensazioni del corpo che fanno parte dell’evento e vengono accuratamente registrate. E’ interessante notare come il narratore colga una miriade di impressioni secondarie che fanno parte tutte di uno stesso scenario, ponendosi, per così dire, nella posizione di un osservatore esterno. In questo contesto l’acqua apre anse e slarghi inaspettati, è un’incursione e un dischiudersi di mondi nuovi e finisce la sua funzione quando la voce narrante informa che i gesti e le voci hanno cominciato a asciugarsi e scaldarsi. Impone anche una presenza naturale a una vicenda cittadina perché è capace come nessun altro elemento di mantenere una sua verginità anche in paesaggi modificati dalla convivenza sociale.
Elemento affine alla cultura sommersa delle donne, l’acqua emerge epifanicamente anche in una poesia di Annamaria Ferramosca, tradotta in inglese da Anamarìa Crowe Serrano:

Sorveglio l’acqua
Sorveglio l’acqua. Imparo
come si evapora,
come si abbandona l’esuvie.
In un angolo il mucchio:
il sale della vita (l’acqua è ironica)
 
Il dio dell’acqua saggio
ondulava in serpente
allevando le spighe
e insieme i pesci
E ignaro,  in petto, anche l’uomo.
Tecnica, che solo un dio padroneggia,
ma che esclude
perversioni di plastica.
 
La sapienza dell’acqua
quando imperla
la fronte per timore,
prima di commettere,
prima di parlare.
 
 
I watch water
I watch water. I learn
how to evaporate
how exuviae are abandoned.
The pile lies in a corner:
the salt of the earth (water is ironic)
 
The wise god of water
was undulating like a snake
nurturing the reeds
together with the fish
And man too, unawares, was leeching off him.
It’s a technique that only a god can master,
but which leaves no room
for plastic perversions.
 
How knowledgeable water is
when it covers the forehead
in beads of fear,
before we commit,
before we speak. 
[23]


E’ una poesia intrisa di leggerezza e, come dice la poetessa stessa, di ironia. Poche molecole esistenziali del nostro rapporto denso e speciale con l’acqua che ci stupisce sempre. 




Ed è sul motivo della leggerezza che vorrei finire questa breve disamina sui 
modi che alcuni scrittori e alcune scrittrici hanno di raffrontarsi con l’acqua, facendola entrare nella loro vita, proponendo un famoso frammento da Saffo e un esempio di filastrocca nonsense di Edward Lear [ * ]. Nel primo l’oscurità dell’Oltretomba si stempera in uno squarcio di freschezza naturalistica dalla levità orientale:                                               

Io voglio morire:
voglio vedere la riva d’Acheronte
fiorita di loto fresca di rugiada. [24]

Nel secondo, come al solito, la rima nonsensical impone un senso di incongruità al breve componimento poetico. L’acqua può essere anche questo. 

There was an old person of Sheen,
Whose expression was calm and serene;
He sate in the water, and drank bottled porter,
That placid old person of Sheen
[25]

C'era un vecchio di Sheen
Il cui modo di epsrimersi era calmo e sereno;
stava seduto nell'acqua, e beveva birra scura imbottigliata
Quel placido vecchio di Sheen.




 

 

[1] San Francesco D’Assisi, Cantico di frate Sole [ * ]

[3] Cecco Angiolieri, Sonetto LXXXVI [ * ] [ * ]
[4] Il testo in inglese, qui tradotto da Anna Maria Robustelli, è stato tratto da "Only Connect A History and Anthology of English Literature 1", a cura di Marina Spiazzi e Marina Tavella, Second Edition, Zanichelli, 2004
[5] Anne Carson, Antropologia dell’acqua. Riflessioni sulla natura liquida del linguaggio a cura di Antonella Anedda, Elisa Biagini, Emmanuela Tandello, Roma, Donzelli, 2010 [ * ]
[6] Il corsivo di alcune parole che hanno a che fare con l’acqua è mio
[7] traduzione di Diego Valeri
[8] Henry David Thoreau, The Journal of Henry D. Thoreau, edited by Bradford Torrey and Francis H. Allen, New York, Dover Publications, Inc.,1962.
[9] In http://leonardodavinci.csa.fi.it/osservatorio/infea/html/poesie/poesia-9.htm
[10] Italo Calvino, Marcovaldo,Torino, Einaudi, 1963
[11] Henry David Thoreau, op.cit.
[12] William Shakespeare, Sonnet LX, in Sonetti, edizione integrale a cura di Gabriele Baldini e traduzione di Lucifero Darchini [ * ], Milano, Feltrinelli, 1965. (Prima edizione della traduzione di L. Darchini nella Biblioteca Universale Sonzogno: 1909)
[13] Virginia Woolf, Gita al faro,Garzanti, 1974 [ * ]
[14] William Shakespeare, La Tempesta, traduzione di G. S. Gargano introduzione e note di Guido Ferrando. Firenze, G. C. Sansoni Editore,  1952
[15] T. S. Eliot, La terra desolata, traduzione di Mario Praz, Torino, Giulio Einaudi, 1965, per gentile concessione dell’editore Valentino Bompiani
[16] Prospero Trigona, Saggio su The Waste Land,  Napoli, Guida Editori,  1973
[17] Acura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti, Firenze, Le Lettere,  2007.
[18] In Corporea, il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese, a cura di Loredana Magazzeni, Fiorenza Mormile, Brenda Porster, Anna Maria Robustelli, Sasso Marconi, Le Voci della Luna,  2009, pp.20-21 [ * ]. La poesia in questione è stata tradotta da Loredana Magazzeni.
[19] Sandro Penna, Tutte le poesie, Milano, Garzanti, 1979 [ * ]
[20] Enzo Palmieri, Crestomazia dellaLetteratura Italiana Tomo III Ottocento e Novecento, Palermo, Palumbo,1957.
[21] Laura Fusco, Sangue & rossetto a cura di Camilla Torre, Le Voci della Luna. Numero 47 – Luglio 2010 [ * ] [ * ]
[22] Ibidem.
[23] A Selection of Poems 1990-2009 Annamaria Ferramosca Translations and Introduction Anamarìa Crowe Serrano, NewYork, Chelsea Editions, 2009.
[24] Lirici greci tradotti da Salvatore Quasimodo con un saggio di Luciano Anceschi. Arnoldo Mondadori Editore, 1951 [ * ]         [25] The Complete Nonsense of Edward Lear collectedand introduced by Holbrook Jackson, New York, Dover Publications, Inc., 1951 [Ho fornito la traduzione a semplice titolo esplicativo, dato che è molto difficile tradurre questo tipo di poesia, basata sull’inconsistenza della rima]

 

 


 




(Anna Maria Robustelli - gennaio 2011) 










(apparso nei Quaderni del Liceo Orazio N.1 Anno Scolastico 2010/2011 Roma, a cura di Mario Carini)







 


 


 

 

[2] Jean Giono,  L’uomo che piantava gli alberi, Milano, Salani, 1996 [ * ] (ed. or.1980, L’homme qui plantait des arbres, Gallimard, Paris)
LO SGUARDO EMPATICO NELLA POESIA DI HIKMET
post pubblicato in Hikmet, Nazim, il 29 settembre 2011



La poesia, il cui materiale è il linguaggio, è forse la più umana e la meno mondana delle arti, la sola in cui il prodotto finale rimane prossimo al pensiero che lo ispirò.

(Hannah Arendt, The Human Condition)


Aprendo le pagine poetiche di Nazim Hikmet (Salonicco 1902 - Mosca 1963) riesce impossibile non amare i suoi versi. I suoi affezionati lettori conoscono a memoria questi versi splenditi: “Ti amo come se mangiassi il pane spruzzandolo di sale [...] ti amo come se dicessi Dio sia lodato son vivo” (1959). Hikmet in questi versi portò alla luce una dolcezza che oserei chiamare globale, anche se appare legata al pensiero, al sentire, balcanico ed orientale. Attraverso l’essenzialità del sale che dà sapore al cibo e alla vita nella stessa maniera in qualunque parte del mondo, il poeta dice ti amo alla sua amata. E rende il sale dolce più del miele.
Questa dolcezza intensa che sprigiona la sua opera poetica è il prezioso ricamo delle sue sillabe magiche. Sillabe che ti aprono gli occhi…versi liberi, espressivi che sanno essere altro…metafore che diventano tele dipinte di orizzonti vivi…orizzonti poetici che aggrediscono per coinvolgerti con la realtà. A volte dolcemente, a volte tortuosamente per raccontarti quel che spesso sfugge al pensiero, al ricordo e alla memoria. Proprio come la Arendt scrisse sulla poesia: “il suo carattere “memorabile” determinerà inevitabilmente la sua durata, cioè la sua probabilità di rimanere perennemente fissata nella memoria dell’umanità”. Così la poesia di Hikmet fondata sul tangibile ha acquisito l’atemporalità.
Egli nacque a Salonicco che in quegli anni era la rappresentazione del caleidoscopio balcanico. Visse ad Aleppo una parte della sua infanzia come lui stesso ricordò nella poesia Autobiografia (1962) [ * ], e proseguì gli studi liceali ad Istanbul. Luoghi di colori, profumi, identità e religioni diverse. Anche l’ambiente famigliare offrì ad Hikmet due visioni differenti di vivere e di pensare: l’Oriente e l’Occidente. E’ forse proprio questa diversità culturale la base in cui si forgiò la futura grandezza di Hikmet.
Entrò dentro varie realtà e verità del mondo in cui visse, raccontando in versi gli accadimenti. I suoi versi di struggente semplicità smuovono sentimenti profondi. E naturalmente condivido il pensiero della scrittrice turca, Elif Shafak che: “credere nella poesia equivale a credere nell’amore.” (Latte nero, 2007 [
* ]).
Era un uomo che con la sua lirica partecipava agli eventi, osservava il proprio tempo senza connotare la sua poesia alle ideologie (nazionalistiche o politiche). Seppe prendere ferme posizioni (genocidio degli armeni), anche quando quelle prese di posizione significavano privarsi della libertà e rinunciare agli affetti più cari per l’amore verso l’umanità. La fisionomia della sua lirica.
Nel 1956 scrisse, a mio avviso, una delle sue più belle poesie esprimendo un altro valore della lirica ed una diversa “missione del poeta”. Questa poesia s’intitola Japon balikçisi / Il pescatore giapponese.
Trovo nei suoi versi tutta la forza poetica di Hikmet, la sua grandezza di pensiero, la sua denuncia poetica che gli ha permesso di entrare così di diritto tra i grandi poeti del Novecento. Poesie come Japon balikçisi lo hanno elevato come il poeta che sopravvive alla sua generazione. Diventa il poeta di tutte le generazioni. E nonostante la palese connotazione geografica del titolo, è comunque una poesia che non ha un'unica appartenenza nazionale, supera i confini territoriali. E quel termine chiamato “nazionalità” è inappropriato per essa. La sua lirica delicata e sublime affronta un tema universale con echi che risuonano attuali a decenni di distanza. Usò elementi semplici ricorrenti spesso nella sua poesia come il mare, il sale e il vocativo “mia rosa” con intensità empatica per far riflettere il lettore. Il poeta scrisse questa poesia prendendo spunto dai test nucleari perpetuati negli anni cinquanta del Novecento nell’Oceano Pacifico e dagli effetti imposti dall’uomo alla natura e alla vita di altri uomini. Hikmet descrisse in modo incredibile il dramma esistenziale di un pescatore ammalato dall’esposizione alle radiazioni atomiche di un esperimento militare del 1952:

Il pescatore giapponese 
(traduzione dall’inglese in italiano di Thony Sorano)

Il pescatore giapponese ucciso da una nuvola
Non era che un giovane mentre navigava nella sua rada.
Ho sentito questa canzone cantata a bassa voce dai suoi amici,
Mentre la luce gialla andava verso l’Oceano Pacifico


Pescammo un pesce, colui che lo mangia muore,
Chi tocca la mia mano, di quello muore.
Questa, la nostra barca, è una fredda bara
Chi sale a bordo, imbarcandosi muore.

I versi che aprono la poesia raccontano di un giovane pescatore ucciso da una “nuvola”, mentre navigava nell’Oceano Pacifico. Una nuvola avvolge la sua barca e la trasforma in una fredda bara. Hikmet non lo dice esplicitamente, ma si comprende che quella nuvola non fu un evento meteorologico, anche se a volte in quella parte del mondo la natura sa essere veramente distruttiva. Mentre i versi di Hikmet continuano a diventare sillabe penetranti:

Pescammo il pesce che uccide chi lo mangia,
Non tutto in una volta, ma poco a poco,
La sua carne diventa nera, apre piaghe e imputridisce
Pescammo un pesce, colui che lo mangia muore.

Chi tocca la mia mano, di quello muore.
Questa mano che una volta così bene lavorava per me,
Bagnata nel sale e sana nel sole.

Chi tocca la mia mano, di quello muore,
Non tutto in una volta, ma poco a poco,
La sua carne diventa nera, apre piaghe e imputridisce…
Chi tocca la mia mano, di quello muore.

Gli effetti di quella nuvola non uccidono immediatamente: “Non tutto in una volta, ma poco a poco / La sua carne diventa nera, apre piaghe e imputridisce…”. Questi versi sono immagini vivide, immagini crude e dolorose. Il pescatore è un morto vivo e chi tocca la sua mano muore. Quella stessa mano che bagnata dal sale, un elemento di vita e d’amore per Hikmet, una volta era sana nel mare inondato dal sole. Una mano che lavorava, pescava e dava vita, oramai solo con un gesto, un tocco contagia la morte nera. Il pescatore è giovane. E’ un uomo innamorato e ricambiato dagli occhi a mandorla. Un innamorato che prega la sua amata non di amarlo come tutti gli innamorati, ma di dimenticarlo. Sceglie l’oblio in nome dell’amore con la dignità unica della cultura nipponica.
Ed Hikmet con la delicatezza che lo contraddistingue nei versi seguenti descrive una vita alla quale sono tagliate per sempre le ali del futuro, diventando il canto amaro di un amore tenero distrutto da forze oscure:

Dimenticami, amore con gli occhi a mandorla
Questa, la nostra barca, è una fredda bara.
Chi sale a bordo, imbarcandosi muore…
La nuvola è passata e ha portato la nostra rovina.

Dimenticami, amore con gli occhi a mandorla,
Mia rosa, non devi baciare le mie labbra,
La morte, si sposterebbe da me a te,
Dimenticami, amore con gli occhi a mandorla,

Questa, la nostra barca, è una fredda bara,
Dimenticami, amore con gli occhi a mandorla,
Il bambino che potresti avere da me,
Marcirebbe dentro, un uovo marcio.


Il giovane continua a supplicare con la morte nel cuore la sua amata di non baciare le sue labbra e la chiama “Mia rosa” mentre le chiede questo sacrifico d’amore. Sceglie la solitudine, non vuole che la morte che porta dentro sé si sposti da lui alla sua rosa, al suo amore. Questi sono i versi più struggenti che ho mai letto. La sua barca da mezzo per la sopravvivenza si trasforma in fredda bara. Diventa morte. Sentiero senza luce. E i versi diventano ancor più struggenti, diventano un coltello nel cuore. Suscitano lo sguardo dell’empatia mentre il giovane pescatore chiede al suo amore ancora una volta di dimenticarlo. Il loro sentimento non potrà mai essere vissuto pienamente, perché da quell’atto d’amore non potrebbe nascere un bambino sano: “Il bambino che potresti avere da me / Marcirebbe dentro, un uovo marcio”. Sono versi in cui tragicamente alla vita viene chiuso il sipario della vera bellezza, quell’armonioso e magnifico concerto in pentagrammi che è la rinascita attraverso un'altra vita.
Come sono lontani questi versi da un'altra sua poesia che mentre scrivo mi viene in mente: “Il più bello dei mari / è quello che non navigammo. / Il più bello dei nostri figli / non è ancora cresciuto. / Il più bello dei nostri giorni / non lo abbiamo ancora vissuto. / E quello / che vorrei dirti di più bello / non te l’ho ancora detto.” (1942) (trad. di Joyce Lussu, Mondadori [
* ]).*
E’ un’eco di versi meravigliosi scritti durante la prigionia di Hikmet, che evocano nell’orizzonte un futuro, la visione di un amore, una vita senza fine… Radicalmente in contrasto con i versi della poesia dedicata al pescatore giapponese nella quale si può toccare con mano la fine. La profezia compiuta delle tenebre. Vedi con gli occhi dell’anima la tragedia umana causata da una nuvola radioattiva. Nella chiusura della poesia la natura che magicamente è parte integrante dei suoi versi rappresentata dal mare è morta. Il mare blu si veste di nero (è morto ecologicamente) e nelle sue acque non naviga una barca inondata dal sole, ma la fredda bara delle tenebre. E negli ultimi versi il pescatore (l’etica dell’uomo poeta) rivolge un’eco di dolore e una domanda che ancora oggi aspetta una risposta:

Questa, la nostra barca, è una fredda bara,
Il mare che navighiamo è un mare morto.
Oh umanità, dove sei,
Dove sei?



(Rezarta Cuko)




 

 

IL CIOCCO
post pubblicato in Pascoli, Giovanni, il 27 novembre 2010



Sullo schermo del mio computer è aperto Google Earth. La terra, la nostra casa. Con un colpo di mouse posso avvicinarmi, il mondo mi viene incontro e si rivela. Mi tuffo in un territorio che conosco bene, la città in cui vivo, una strada, casa mia. Giro gli occhi e guardo fuori dalla finestra il grande cedro che fa ombra sul terrazzo: è lo stesso albero che compare sul computer, proprio lui, il mio. Mi allontano, il cedro scompare in un reticolo di strade, poi in una distesa verde. Tutto si raggruma, in un attimo mi ritrovo nella stratosfera. Sono su un'astronave e guardo la terra che rimpicciolisce. Navigo nell'universo, compaiono altri mondi, soli stelle. Gli astri si uniscono in immagini fantastiche, animali, mostri, figure umane. Compaiono dei nomi: orsa, leone, ariete, corona, lira.
Quattro stelle a forma di trapezio formano la costellazione del corvo. Anche sul ramo di cedro fuori dalla finestra c'è un un uccello dalle piume nere, simile a un corvo. In realtà è una taccola, perché le piume della nuca sono grigie e le ali hanno riflessi blu. A volte la sorprendo a raspare nei vasi dei gerani in cerca di vermi, ma quando si sente osservata vola via gracchiando. Si posa su un ramo secco e riprende la caccia tra il legno e la corteccia. Col becco robusto fruga nelle giunture spezzate, dove la fibra legnosa si disfa e incomincia a marcire. In quei punti l'albero è abitato da un brulicare di piccole creature. Sono coleotteri, formiche, termiti, e anche microscopici insetti ciechi, primitive forme di vita nascoste nell'umida oscurità.
E' quello che Pascoli, nella poesia Il ciocco, chiama il “popolo infinito”.
Una vecchia quercia viene scalzata e divelta, e resta abbandonata al sole e alla pioggia, morta.
“.............. Ma la secca scorza
all'acqua e al sole rifiorì di muschi;
e un'altra vita brulicò nel legno
che intarmoliva: un popolo infinito
che ben sapeva l'ordine e la legge,
v'impresse i solchi di città ben fatte
.
........”
Il popolo infinito vive in armonia con il divenire delle cose e segue i ritmi della natura: costruisce nuove case, accumula scorte alimentari, alleva i piccoli, porta via gli individui che sono morti.
Poi arriva l'uomo con accetta, sega e cunei d'acciaio. Riduce in pezzi il grande tronco e accatasta i pezzi di legno. Il popolo infinito viene decimato. Il suo territorio è distrutto, ma una tribù sopravvive in un ciocco riposto in legnaia.
La vita della comunità operosa continua sempre uguale, il tempo scorre volgendo i lor mille anni in un anno, nulla è cambiato per il popolo infinito. Non sanno di aver vissuto un tempo congiunti al tutto della gran quercia sotto un cielo azzurro. Il loro ambiente, che odora di muffa e di umido, sopravvive nella legnaia, tra il grave gracilar delle galline e il sottile stridìo dei pipistrelli.
Così passava la lor cauta vita
nell'odoroso tarmolo del ciocco:
e chi faceva nuove case ai nuovi,
e chi per tempo rimettea la roba,
e chi dentro allevava i dolci figli,
e chi portava i cari morti fuori
.
Ma arriva il giorno della catastrofe: il ciocco viene portato nel camino e brucia, circondato da uomini che bevono vino, donne che filano, bambini.
Il popolo infinito muore tra le fiamme. Qualcuno, inutilmente, cerca di fuggire. Gli uomini osservano il brulichio convulso e commentano.
“Gli insetti” dice il fabbro “hanno ferri e attrezzi: saracchi, succhielli, raspe e tenaglie. Come chi ripara botti, o aggiusta ombrelli, o sistema serrature rotte.”
“Sono capaci di trasportare grossi carichi” dice il carriolante “girano intorno ai pesi, studiano come spostarli, se hanno bisogno chiamano aiuto.”
“Coltivano i campi” dice il vangatore “arano, seminano, tolgono l'erba cattiva, trebbiano, conservano il raccolto.”
“Allevano bestie” dice il pastore “ animali piccoli e verdi, che danno latte.”
“Hanno contadini come da noi” dice il il capo, un uomo ricco che ha girato il mondo “ma i loro contadini non vivono comodi come i mezzadri. Sono schiavi e devono solo ubbidire. E chi comanda non lavora.”
“I loro figli sono fasciati in un bozzolino” dice la donna che annoda il filo a una cocca del fuso “li curano e li nutrono portandoli in collo, fino a quando vanno da soli.”
Così parlando, essi bevean l'arzillo
vino, dell'anno. E mille madri in fuga
correan pei muschi della scorza arsita,
coi figli, e c'era d'ogni intorno il fuoco
;
I mostri che bevono e le gigantesse che filano assistono impassibili allo sterminio del popolo infinito.
In ultimo parla lo zio Meo.
“Le formiche hanno portato via dal mio campo tutti i chicchi dell'erba lupina. Non hanno lasciato neanche un seme.”
Sono solo ladri, dice zio Meo, e vivono sfruttando il lavoro degli altri.
Quando il ciocco è consumato e il vino è stato bevuto, il poeta si allontana nella notte. Lo zio Meo è con lui.
Non c'era un lume. Ma brillava il cielo
d'un infinito riscintillamento
.
Il poeta guarda il cielo. Stelle, astri, mondi lontani. La terra che gira e rotola spinta dalle forze gravitazionali. Squame di draghi, fruste di aurighi, gemme di corone e corde di lire dorate. Ad ogni passo del viandante la terra percorre trenta miglia sulla sua orbita. I corpi celesti vanno intorno al sole, che si muove verso l'ignoto e incrocia mondi infranti, stelle accese solo per un attimo, astri divelti, nuvole di fuoco. I pianeti sono come falene, zanzare e moscerini che si addensano intorno a una lanterna che oscilla nella mano di un bimbo, e il bimbo, invisibile nel buio, vaga in cerca di una moneta perduta.
Verrà un giorno in cui i mondi serreranno in sé ogni atomo di vita e il Tutto si confonderà nel Nulla, come il bronzo nel cavo della forma.
Forse la Terra sarà colpita da una vagabonda mole e divamperà come una meteora rossa, scomparirà la vita e, insieme alla vita, scomparirà la morte, come arde e scompare la carta scritta con le sue parole. Stelle spente, mondi fossili, Soli fermi per sempre ed in eterno soli. La descrizione della catastrofe cosmica ricorda l'Apocalisse. La terra è distrutta. E' la morte?
Allo stesso modo in cui la quercia divelta non muore, ma diventa la casa di un popolo infinito, la Terra colpita e riarsa vedrà nascere nuove forme di vita. Qualcuno, forse una creatura proveniente da altri mondi, si aggirerà alla ricerca dei misteri del passato e troverà la traccia ignita dell'uman pensiero. E' questa la speranza del poeta, potrà chiudere gli occhi in pace se dopo di lui non sarà il silenzio, se nella sua casa, nel suo dolce mondo, qualcuno vivrà ancora. Come un bambino che riesce ad addormentarsi solo se gli giunge all'orecchio il rumore attutito della casa e se una flebile luce filtra sotto la sua porta.

Questa poesia di Pascoli è complessa e suggestiva.
La quercia divelta è la casa di una comunità articolata, il popolo infinito che ben sapeva l'ordine e la legge. E' una vita plurale, densa di attività, legata al contesto da leggi biologiche che ne ordinano tempi e modi.
Anche la comunità degli uomini è strettamente connessa al territorio in cui vive, da cui trae gli elementi per la sua sopravvivenza. C'è Biondo, che fa il fabbro e utilizza l'acqua del fiume Corsonna per muovere il maglio; Topo, che trasporta carbone in montagna su muli sellati con robuste bardelle; Menno, che con la vanga dissoda i terreni, scassa, pareggia, poi semina, toglie loglio e gramigna, miete, lega, scuote, ventola, spula; Bosco, il pastore che mena le greggi sull'Alpe; e poi la China, madre di otto figli, abile al fuso.
Fabbro, pastore, contadino, carbonaio, filatrice: mestieri antichi che sono il segno di un rapporto armonico e fruttuoso con l'ambiente. Per descriverli Pascoli usa parole che spesso risultano incomprensibili. Capparone, vinciglio, metato, tiglia, guaime, vizzati, strino, schiampa, pensiere: parole in disuso che indicano oggetti, attività, valori che non siamo più in grado di decifrare.
Il contesto di riferimento è la località di Barga, nella campagna pistoiese, abitata da un mondo contadino che fa del radicamento sul territorio la sua ragione di vita. Il territorio costituisce uno spazio ben conosciuto, misurato in termini di giorni di aratura, colture, legna da raccogliere, acque che scorrono. E' uno spazio che diventa luogo, dominato da una reciproca permeabilità tra attività umana e processi naturali. Biondo, Topo, Menno, la China, abitano un luogo di cui conoscono le regole. Ne assecondano le leggi perché è il loro ambiente. La presenza umana si costituisce come parte integrante della natura.
Eppure c'è la vicenda del piccolo popolo infinito che carica d'inquietudine questo mirabile equilibrio tra le persone e la loro casa. Biondo, Topo, Menno, la China, non riconoscono gli abitanti del ciocco come parte del loro ambiente. Il loro destino non ha rilievo, la loro morte non ha storia. Rappresentano un popolo diverso, per molti versi ostile, pur se le loro leggi rispecchiano quelle degli umani.
L' attività del piccolo popolo è solo una curiosità, una bizzarria. Sono parassiti.
Ma il poeta sa che sotto il cielo stellato la comunità degli uomini che la sera si riuniscono intorno al fuoco e quella del popolo infinito che vive nella buia umidità del ciocco muschioso hanno lo stesso valore, perché la Terra è per tutte le specie viventi una casa comune. Un disastro ambientale potrebbe renderla per tutti inospitale, ostile, nemica.

Anche lo zio Meo guarda il cielo.
Stellato fisso: domattina piove, dice, pensando al campo appena arato, al bel tempo nei giorni di San Martino, a quanto la pioggia gioverà al grano. E aspettando il temporale che verrà, va a riposare sereno sui sacconi di foglie di granturco.



(Rita Cavallari)






Giovanni Pascoli, Canti di Castelvecchio (Il ciocco), Rusconi, 2004 [ * ] [ * ] [ * ]

SORSI DI SOLE
post pubblicato in Raggi, Luciana, il 8 settembre 2010


Una raccolta strutturata su sette capitoli che iniziano con una riflessione sul tempo a partire da un autoritratto - davanti allo specchio – per chiudersi con un monito - mangia sano / e non vomiterai sorrisi acidi - : un percorso conoscitivo assai equilibrato nelle sue tappe, anche per i rapporti numerici, nitidamente sintetizzate nello snodarsi dei titoli: tempo (di sette componimenti), cielo e mare (sette), parole (sette), forse (sei), incontri (otto), tu (otto), tradimenti (nove). Si tratta di una esplorazione al cui centro sta la parola e l’incontro, per dire il tu nel quale riconoscersi nonostante il rischio dei tradimenti che complessivamente comprendono un campionario più elevato delle altre precedenti esperienze.
Questo specchiarsi non descrive molto di sé, invero, se non il proprio stato emotivo, raccoglie invece subito le sintesi dei tracciati di vita, strade, luoghi e volti in perenne mutazione: Ho specchiato il mio volto nella notte / e nel fragile autunno del profilo / ho visto riflessi / i dirupi e le vette della vita. // Ho percorso le valli della storia / che la pioggia ha corroso lentamente / senza lavare / i sentieri fioriti dei ricordi. // Ho seguito le nuvole cangianti / dove luoghi e persone s’affollano (…) // (…) E so di certo che ogni giorno muore.

L’estrema sintesi è questa certezza, che ogni giorno muore, maturata già in incipit.

Gli spazi amati dell’antico borgo sono ormai territorio invaso dagli infestanti e attraversarli significa sperimentare la condizione dello straniero alla quale si aggiungono resti di incontri non pacificati, di saluti e abbandoni. La porta si è chiusa. / Ma la stanza che hai lasciato / muta nel silenzio / riceve ora un raggio lungo dal sole. / Sì, proprio dal Sole grande / che vede e provvede. / E’ un sollievo questo nuovo giorno, / ciclo che si ripete / Che posa una goccia di sollievo / sulla mia sete.

Così, la parola che non si nasconde il malessere del vivere, ma che non cerca di inchiodare espressionisticamente circostanze, gesti, particolari, e che si sofferma invece sulle ripercussioni interne di questi, dall’esterno sa anche cogliere i segni che possono farsi simbolo e quindi ponte e motivo sufficiente per accogliere come sollievo la luce: il Sole grande – scritto al maiuscolo – goccia di sollievo alla propria sete. L’accostamento è molteplicemente ossimorico per esprimere le dimensioni delle distanze e dei vuoti.
La poesia non teme di confessarsi, di dire il dolore, la delusione, la sopraffazione dell’altro – alla tua ombra - il tradimento: sono svaniti i sogni, crollate le illusioni, ma la forza di chi non rinuncia a una sincerità di fondo è nella fedeltà a quel segno - Ora desidero / piccoli Sorsi di Sole- come nella sincerità a se stessa e all’altro – Forse / se ti sposti / un raggio di luce vera e viva potrà illuminarmi – per concludere con un pizzico d’ironia e un sorriso un po’ amaro ma trasparente:
Spalma un po’ di verità sul pane quotidiano / e gustane il sapore dolceamaro. / Mangia sano / non vomiterai sorrisi acidi.



(Annamaria Tamburrini)





Luciana Raggi, Sorsi di sole, 2010


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. letteratura italiana poesia

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 8/9/2010 alle 15:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SORSI DI SOLE
post pubblicato in Raggi, Luciana, il 8 settembre 2010



Sabato 11 settembre a Sogliano al Rubicone, paese natale di Luciana Raggi, verrà presentato il suo libro di poesia "Sorsi di sole".

Sorsi di sole
, opera prima di Luciana Raggi, ha ricevuto già alla sua uscita numerosi consensi. Né poteva essere altrimenti, conoscendo la sete di letture e la meticolosa ricerca che l’autrice mette nel suo lavoro. Lo scriveva Tiziana Mattioli, in quel breve saggio Viatico minimo per il lettore: "Il lettore di poesia deve essere, prima di ogni altra cosa, un assetato, un individuo disposto ad attribuire un “consenso speciale” alla realtà, a riconoscere o comunque immaginare ciò che sta oltre l’apparenza, trasfigurando, come un visionario, lo stato ordinario delle cose". Lo afferma, con maggiore evidenza, Alessandro Carrera, in un capitolo di quel libro dal titolo assai emblematico, I poeti sono impossibili. La lettura sta prima di ogni scrittura ed è fonte di rielaborazione, di interpretazione, addirittura sta a fondamento della critica, come ebbe ad affermare Renato Serra. E noi sappiamo quanto la lettura sia stata strumento di conoscenza e formazione.

Nel desiderio forsennato
di placare la fame
ho ingurgitato libri e libri.

Incominciamo da qui, da questa consapevolezza di conoscenza che si traduce subito in una affermazione di nescienza così vicina alla migliore tradizione letteraria: il Gozzano che esalta L’Analfabeta, o il Mallarmé di "La carne è triste, ahimè, e ho letto tutti i libri"

Ora
maschero la delusione
dopo l’indigestione.

E subito a seguire, in una forma di contrappasso, come a giustificare l’affermazione e a sorreggerla, la parola che salva, la poesia che dà luce, perché

Le poesie hanno radici
che affondano nei pensieri
fra ombre misteriose.

C’è qui la sua poetica, l’affermazione che la poesia va in profondità, scava nel profondo e si traduce in una forma di ambiguità, in una inafferrabile senso reso da questa metafora – ombre -, che resta intraducibile, eppure così viva e presente come emanazione di pensieri, quasi a ricordare i versi che Celan scrisse nel 1967, tre anni prima di morire: "Canto d’emergenza dei pensieri / nato da un sentimento". C’è qui l’affermazione che nulla, meglio della poesia, sa parlare al cuore umano e disfare il velo di sonno, nulla meglio della poesia sa arrivare alla conoscenza e correlare l’esperienza dell’origine e quella della sua fine, amore e morte, Orfeo ed Euridice. Blanchot afferma, in Lo spazio letterario, che la scrittura incomincia nel momento in cui Orfeo perde Euridice, poesia della perdita e del dolore, canto dell’Amore. La poesia moderna nasce appunto come canto della perdita, nasce dal dolore, o, come afferma Daniele Piccini, "nasce dal male, lega il suo potere di conoscenza al dolore, alla sofferenza".
Questo libro non nasce all’improvviso. Ha avuto un periodo di gestazione, di attento lavoro di correzione e soprattutto di abrasione, nella ricerca della sintesi, perché, per usare le parole di Ungaretti "la poesia è forma per natura sua estremamente sintetica". Oltre a questa ricerca formale, come abbiamo già anticipato, esso si arricchisce di tutti gli elementi tipici della poesia moderna e, per riprendere una usata e consumata metafora, la poesia altro non è che un viaggio, un viaggio dentro se stessi (la metafora del “poeta minatore” come ebbe a scrivere Giorgio Caproni) o un viaggio alla conoscenza del mondo, secondo le varie forme che alla poesia hanno dato tutti i poeti, o per meglio dire un viaggio verso la conoscenza del mondo attraverso se stessi. In questo l’attesa di qualcosa che dovrà accadere e che pone il poeta nella ricerca della lettura del grande libro dell’Universo, secondo un tema tipicamente decadente e simbolico, come si intravede nella lettura di

Sfoglio il gran libro.
Ne bevo avidamente il succo.

E va avanti in un impegno che dice, oltre le parole, di tanta zavorra da gettare a mare, di tante cose di questo mondo che andrebbero cestinate, bruciate, e che la poesia non può nominare.
È questa la parte centrale del libro, quella che va sotto il nome di Parole, ad indicare l’operazione e il tormento che stanno dietro la ricerca, "operaia di parole" come ebbe a definirsi, Beatrice Niccolai o, come ebbe a dire Yves Bonnefoy: "La poesia è un lavoro sulle parole".
Questo è un libro che resta. Resta, perché dopo la lettura un senso di smarrimento pervade, una nota di dolce malinconia, un segnale di identificazione con i temi trattati, di riconoscimento. Sì, qui ci sono anch’io, ci siamo tutti, tutti ci riconosciamo. Così questo viaggio incomincia da se stessi, dal proprio io in tutta la sua fisicità. È il tema dello specchio, simbolo della ricerca – vedersi allo specchio implica questo rapporto con il prima e il dopo, con quello che eravamo e con quello che siamo:

Ho specchiato il mio volto nella notte
e nel fragile autunno del profilo
ho visto riflessi
i dirupi e le vette della vita.

Attraverso il proprio volto, attraverso il profilo del proprio corpo c’è tutta una storia da leggere, il senso del tempo che se ne va e una unica certezza, così ovvia, per questo così profonda:

E so di certo che ogni giorno muore

verso che si carica di tante implicazioni in una pluralità di significati su cui potremmo scrivere all’infinito, perché, come osserva Musil, "poeta è colui per il quale ogni parola non è la fine ma l’inizio di un pensiero".
Il suo viaggio inizia di qui, da questo senso del tempo (Tempo è appunto il titolo della prima sezione) ed è un tempo di esagerata bellezza, di orologi e calendari inutili, ma anche di incontri in tentativi di metafore di riconciliazione. E poi, a seguire, l’altro, il mondo che va ad identificarsi nei due elementi che sono l’essenza dell’Universo Cielo e Mare, esempi di correlativi oggettivi dove il proprio io va a ripiegarsi:

quel che faccio son briciole,
inghiottite in fretta
senza saziar la fame.

E poi lentamente, gradualmente, questo altro farsi persona, prendere le sembianze desiderate e sognate, attraverso dubbi e certezze, attraverso i Forse, che Francesco Flora ha definito essere la parola più poetica della nostra letteratura. Dal tempo, la poesia è diventata Canto d’Amore, un canto per alcuni versi così vicino alla grandi donne della nostra letteratura, penso in particolare a Margherita Guidacci che ha fatto dell’Amore e della Morte il suo tema dominante:

"Noi sapevamo già di appartenere alla morte.
Se vuoi lasciare la tua impronta, o uomo, scalfisci piuttosto la sabbia,
perché la più alta torre diverrà sabbia alla fine.
Scrivi il tuo nome sul lido deserto, e prega il mare che presto lo copra di lamento:
Perché tu stesso sei sabbia, sei la morte che dopo te rimane."

O il tema forte dell’essere donna, tema che ripercorre da vicino tanti versi di Alda Merini:

Sotto, imperfetta,
c’era una donna.
Il suo viso era appassito
dai venti contrari
ma le sue impalcature
la rendevano forte.

affermazione forte e vera non di contrapposizione, ma di orgoglio della propria identità e di riscatto, fino a poter dire all’altro, con velata ironia

Ho attraversato la mia vita
per strade secondarie
all’ombra di certezze consumate
Ora desidero
piccoli Sorsi di Sole.
Forse
un raggio di luce vera e viva potrà illuminarmi.

Se compito del poeta, come disse Naipaul, premio Nobel per la letteratura nel 2001, è “la rottura del silenzio”, in questi versi la rottura del silenzio diventa testimonianza e storia e "il silenzio dei poeti può diventare assordante, generare angoscia, stimolare le coscienze a svegliarsi e a riscattarsi", come dice Anna Maria Salanitri. Così il suo viaggio, iniziato attraverso il tempo in una indagine allo specchio e con il senso della fine (giunta al confine / abbraccerò la fine / e varcherò la frontiera) ci conduce a fare i conti con la nostra esistenza

Alla periferia della memoria
trovo squallidi paesaggi
intristiti da ombre giganti
e da una patina antica.

Ma su questa realtà, su questa memoria che tenta di recuperare il senso di un viaggio ormai consumato (Sono qui a consumare il tempo / consumata dal tempo finito) ecco l’ultima amara certezza di sogni ormai vuoti, disillusi, cadenti, petali bianchi in volo, e come un pugno nello stomaco l’amara accettazione/rassegnazione di chi può stendere un po’ di verità sul pane quotidiano, per poter sopravvivere.



(Bruno Bartoletti)








Luciana Raggi, Sorsi di sole, 2010


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. poesia letteratura italiana

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 8/9/2010 alle 14:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L'OCCHIO DELLA TERRA
post pubblicato in Osundare, Niyi, il 22 giugno 2010



Come fare della poesia contemporanea un'arte che vive nella società, svolgendovi una sua specifica funzione di visione critica del presente, di espansione dell'immaginario della comunità? Una delle grandi domande che si è posta la poesia del Novecento in ogni parte del mondo, in Africa si coniuga con l'urgenza di nazioni che hanno dovuto ricostruire un proprio percorso autonomo dopo il colonialismo, e che della contemporaneità hanno subito le contraddizioni e le crisi nelle forme più aspre. Paesi, inoltre, dove rimane vitale una tradizione che assegna all'arte della parola un ruolo appunto di coscienza critica e visionaria della comunità.
La ricerca di una funzione civile e politica, nel senso più alto, per la poesia, è la cifra costante del percorso di Niyi Osundare, uno dei poeti nigeriani più ampiamente riconosciuti, di cui si pubblica in edizione con testo a fronte L'occhio della terra (uscito in Nigeria nel 1986). La sua è "poesia della rivoluzione", come la definisce il critico Biodun Jeyifo [
* ] [ * ], che allarga il suo sguardo dalla questione sociale - già nelle precedenti raccolte costruita sul topos della contarapposizione fra i valori comunitari rurali e la corruzione della città - a quella ecologica. L'introduzione e il glossario yoruba di Pietro Deandrea, che ne è anche traduttore, forniscono informazioni preziose per la fruizione di questa poesia nuova per il pubblico italiano.
L'occhio della terra (che si può leggere anche con Terra maiuscolo, intendendo il pianeta) è inserito in discorsi che sono diventati il contesto globale di questa epoca di crisi planetarie interdipendenti: parla di rischio nucleare (pochi mesi prima del disastro di Cernobyl), di deforestazione, di sfruttamento neocoloniale e anche della bellezza irripetibile del prorpio ambiente e della propria cultura, e del rapporto tra comunità e territorio, anticipando anche quì quella coincidenza di coscienza globale e locale , che nel nuovo secolo qualcuno ha iniziato a indicare con una crasi pestifera ma efficace: glocal. Giuseppe G. Castorina parla di Osundare come di un "griot moderno), che narra le sue storie in un villaggio che è allo stesso tempo il villaggio globale.
Dal suo esordio all'inizio degli anni Ottanta , quella di Osundare è arte programmaticamente popolare, nel solco della tradizione orale yoruba e della tendenza diffusa nella poesia di area africana e caraibica che vive nella performance : diverse poesie de L'occhio della terra recano indicazioni precise sul tipo di esecuzione e di accompagnamento musicale richiesto. Altra parte della sua militanza poetica si svolge nei mass media, in particolare sulle colonne dei quotidiani, una attitudine , questa all'incontro fra comunicazione creativa di massa e contestazione politica, che avvicina Osundane a figure di artisti nigeriani differenti come wolw Soyinka, Ken Saro Wiwa, o il rimpianto musicista Fela Kuti.
Proprio alla poesia di Soyinka, e ad altri esponenti della prima generazione di poeti nigeriani, reagiscono Osundare e altri giovani intellettuali, che contrappongono l'accessibilità delle forme di derivazione popolare alla ricercatezza formale e contenutistica dei testi di Soyinka, ricchi di riferimenti letterari, visti come troppo dipendenti dai modelli delle avanguardie del Novecento euro-americano. La poesia, proclamava Osundare in una delle sue prime composizioni, non è "un dotto indovinello / sepolto nei miti greco-romani", ma piuttosto "l'eloquenza del gong / la lirica della piazza del mercato" ("Poetry is", in Songs of the Marketplace, 1983).
Più di recente, Osundare ha reso omaggio al collega più anziano in un bel saggio che ne legge l'opera poetica in base ad un paradigma yoruba piuttosto che europeo, quello dell'eroe Atunda, archetipo del ribelle, e riconosce il successo popolare di alcuni suoi lavori recenti ("Wole Soyinka and the Atunda Ideal", 1994). D'altra parte, se la strada imboccata da Soyinka nelle sue prime raccolte aveva prodotto liriche considerate ancora oggi oscure, anche da gran parte degli studiosi, Osundare non è inconsapevole della necessità di produrre un'arte che non sia "semplicistica", ma "accessibile, pertinente e bella" (intervista citata da J.O.J. Nwachukwu-Agbada, 1992).
La chiave per apprezzare molte delle sue composizioni è proprio la loro esecuzione dal vivo, in forma di lettura o di canto vero e proprio: in questo modo offre la sua resa migliore questo verso basato su ripetizioni e assonanze sintattiche e sonore, su metafore e schemi logici spesso semplici. Da forme tradizioneli come l'oriki, la poesia celebrativa yoruba, derivano però anche versi elaborati ed inventivi, come in "Earth", che apre L'occhio della terra con un'immagine, costruita per opposizioni, dell'onnicomprensività della natura.      
 


Earth  

Temporary basement
and lasting roof

first clayed coyness
and last alluvial joy

breadbasket
and compost bed

rocks and rivers
muds and mountains

silence of the twilight sea
echoes of the noonsome tide

milk of the mellowing moon
fire of tropical hearth

spouse of the roving sky
virgin of a thousand offsprings

Ogeere amokoyeri
(= the one that shaves his head
with the hoe)


(Terra     Basamento provvisorio / ed eterno riparo / prima ritrosia argillosa / ed ultima alluvione di gioia / cesta di pane / e letto di concime / frutti e macigni / fango e montagne / silenzio del mare al tramonto / echi di mare a mezogiorno / latte di morbida luna / fiamma di focolare tropicale / sposa del cielo randagio / vergine dai mille figli /  Ogeere amokoyeri / (= colui che si rasa la testa con la zappa)

traduzione di Pietro Deandrea







(Marco De Bernardo)






Niyi Osundare, L'occhio della terra, Le Lettere, 2006 [ * ]







vedi quì

IL TEMA DELL' ACQUA: LA BATTAGLIA AL FIUME NELL' ILIADE, STORIE DI MARE E DI TERRA NELLE ARGONAUTICHE
post pubblicato in Omero, il 8 aprile 2010

       

Questo scritto vuole essere una riflessione su quanto il pensiero ecologico possa giovarsi del pensiero antico, su quanto una lettura dei testi letterari della classicità possa indicarci la strada di una riflessione etica e culturale che ponga al proprio centro il rapporto tra uomo e natura.
Il pensiero ecologico nasce in epoca moderna. Ne troviamo le prime formulazioni nell'età dell'illuminismo e diviene poi, nell'ottocento, un tema fondamentale della cultura romantica. In epoca contemporanea si approfondisce la riflessione sui confini dell'intervento umano sulla natura e nasce la consapevolezza che l'idea di un progresso fondato sull'indiscutibile centralità dell'uomo non è più proponibile.
La mia riflessione si muove in un'epoca in cui l'uomo non era la misura delle cose, la natura non era una risorsa, relazioni multiformi e articolate legavano insieme il cielo e la terra, i venti e il mare, le selve, gli animali gli uomini e gli dei.
Intendo parlare dell'antica Grecia e del rapporto tra l'uomo e la natura, e a tal fine utilizzo alcune pagine di due opere letterarie: la prima, l'Iliade, è in qualche diversa misura universalmente nota, e molti ne hanno letto almeno qualche brano; la seconda, le Argonautiche  di Apollonio Rodio, è generalmente conosciuta solo nella trama e viene letta solo dai cultori della letteratura greca di età ellenistica.
Le pagine che ho scelto hanno come filo conduttore il tema dell'acqua, che è l'argomento trattato venerdì 9 aprile nel laboratorio “Leggere il bosco”, letture al tempo della crisi ecologica, presso la biblioteca comunale Villa Leopardi di Roma.
I punti dell'Iliade a cui farò riferimento sono presi dal canto XXI, in cui si descrive la battaglia sulle rive del fiume.
Dopo la morte di Patroclo Achille torna a combattere e si lancia contro i nemici con la furia di una belva. Abbandonato l'accampamento, lasciata alle spalle la flotta di navi tirate in secca sulla spiaggia e difese dal muro e dal fossato, Achille, simile a un leone, uccide senza tregua i guerrieri troiani. Il teatro delle sue gesta è uno spazio delimitato da due fiumi, lo Scamandro e il Simoenta, dalla città di Troia con le sue alte mura, dalla riva del mare protetta dal muro costruito dai greci. Alle spalle di Troia si intuisce la presenza di boschi e lungo le rive dei fiumi è presente una vegetazione arbustiva con qualche albero di alto fusto. Al centro c'è il campo di battaglia, un'ampia spianata di pietre e sassi funzionale ai combattimenti dei guerrieri, alle sortite dell'una e dell'alta parte, alle rapide incursioni dei carri. Dall'alto delle mura, alle porte Scee, i troiani assistono agli scontri. Dalla cima dell'Olimpo gli dei controllano il divenire delle cose e decidono come e quando intervenire.
Tutto contribuisce alla creazione di un ambiente in cui i vari elementi, umani, naturali e divini, sono tra loro legati da un complesso gioco di relazioni regolate da pesi e contrappesi, in cui ogni attore ha la sua parte e fa sentire la sua voce. Gli dei dell'Olimpo, pur gerarchicamente superiori, non sono comunque  onnipotenti e devono chinare il capo di fronte al destino. Gli elementi naturali sono intessuti di connotati divini. Gli uomini agiscono avendo ben presente il mondo olimpico e le divinità della terra e del mare. Colpisce, nella narrazione, la precisione e la definizione dello scenario di riferimento, sia dal punto di vista fisico (il campo di battaglia), sia dal punto di vista delle energie in gioco.
La concretezza della descrizione mi ha portato alla mente una similitudine. Ho pensato all'ambiente di Walden. Thoreau lo definisce con bussola, compasso, carte topografiche e scandaglio, lo qualifica citando con precisione gli esseri viventi che lo popolano e anche le opere dell'uomo presenti nel territorio, come la ferrovia e le fattorie, e riesce in tal modo a farne l'emblema di una filosofia di vita. E mi ha fatto anche pensare che, nella sua capanna, Thoreau aveva con sé l'Iliade, citata più volte in Walden. 
Ma torniamo ad Achille che combatte. E' presso la riva del fiume Scamandro e sta per uccidere Licaone, che inginocchiato di fronte a lui chiede pietà. Ma
Achille sguainò la spada affilata e lo colpì alla clavicola, vicino al collo, tutta dentro si immerse l'arma a doppio taglio; sulla terra, bocconi, egli giacque disteso, scorreva il sangue nero e bagnava la terra. Achille lo afferrò per un piede e lo scagliò nel fiume, poi trionfante gli disse queste parole: Vai a giacere tra i pesci che, indifferenti, ti leccheranno il sangue dalla ferita.....Morirete tutti.....Non vi difenderà il fiume dalle belle acque e dai gorghi d'argento, al quale tanti tori spesso immolate, e vivi gettate tra le onde i cavalli dai solidi zoccoli.... Così disse, si adirò il fiume in cuor suo e tra sé meditava come fermare Achille ...
Poi Achille uccide Asteropeo, e Tersiloco, Midone, Astipilo, Mneso, Trasio, Enio, Ofeleste. Ma,
in preda all'ira, il fiume dai gorghi profondi, assunte umane sembianze grida dal fondo dell'acqua: “Achille, sei il più forte, ma le più empie azioni commetti; e gli dei ti difendono sempre. Se ti ha concesso il figlio di Crono di sterminare tutti i troiani, spingili nella pianura e lontano da me va a compiere i tuoi misfatti; si ammucchiano i corpi nelle mie acque bellissime, non posso più riversarle nel mare divino, sono pieno di morti e tu fai orrendo massacro. Fermati, dunque: l'orrore mi agghiaccia, signore di eserciti.”
I morti inquinano il fiume e il fiume si ribella. Il fiume è un soggetto portatore di diritti (l'integrità e la purezza delle sue acque) e li rivendica con forza. Ma Achille continua il massacro.
Gonfiò le acque, il fiume, furente, sollevò le onde sconvolte, respinse i cadaveri che vi giacevano a mucchi, i guerrieri uccisi da Achille, li scagliò sulla riva, muggendo come un toro; i vivi invece li salvò nelle acque bellissime, celandoli nei suoi gorghi profondi. Un'onda si levò intorno ad Achille, paurosa, sullo scudo si rovesciava l'acqua, premendo; ed egli non poteva star saldo sui piedi; afferrò con le mani un olmo, grande, fiorente: ma quello crollò con le radici trascinando tutta la sponda, coi fitti rami arrestò la bella corrente e formò un argine, precipitando nel fiume. Balzò fuori dall'acqua l'eroe e si lanciò a volo nella pianura, atterrito: ma non si arrestò il grande iddio che si gettò su di lui ribollendo, voleva fermare Achille glorioso e allontanare dai Teucri il disastro.
Achille fugge incalzato dal fiume che lo insegue con grande frastuono. L'onda dello Scamandro si rovescia sulle sue spalle, gli piega le gambe, gli toglie da sotto i piedi la terra. La pianura è tutta inondata dall'acqua e l'onda scura del fiume divino travolge Achille.
Il fiume Scamandro si allea col fiume Simoenta ed insieme combattono Achille. Quando Achille sta per soccombere alla furia dalle acque interviene Era, che si rivolge ad Efesto dicendo:
“Lungo le rive dello Scamandro tu brucia gli alberi e da' fuoco anche al fiume.”
Efesto suscita un prodigioso incendio, divampa il fuoco e la pianura si dissecca.
Bruciavano gli olmi, i salici e i tamerischi, bruciava il loto e il giunco e il cipero che crescevano fitti lungo le belle acque del fiume; soffrivano anguille e pesci, guizzavano da ogni parte stremati dal soffio di Efesto ingegnoso.
Il fiume, disperato, si rivolge a Efesto, perché faccia cessare l'incendio, e poi a Era, promettendole che non combatterà più contro Achille se le fiamme saranno spente. Efesto spegne l'incendio e il fiume si ritira, rifluendo nel suo corso. Achille è salvo. L'incendio ha bruciato i cadaveri e ha purificato le acque contaminate. Gli eventi riprendono il loro corso.
In Omero l'elemento naturale è dio. Venti, tempeste, fiumi, boschi sono divinità, e sono a loro volta popolati da creature che hanno il carattere del sacro. Ogni sorgente è la casa di una naiade, ogni selva è popolata da driadi, ogni profondità marina è percorsa da nereidi e oceanine. Il rapporto tra l'uomo greco e la natura è ricco di connotazioni religiose. Questo non vuol dire che sia sempre sereno e idilliaco, perché il sentimento di fronte ai fenomeni naturali può essere di timore, paura, o anche di conflittualità, come nel caso della lotta tra Achille e il fiume. Vuol dire però che il fiume può a buon diritto ribellarsi di fronte all'inquinamento provocato dai cadaveri dei guerrieri uccisi, che la purezza delle acque è una sua prerogativa accettata e riconosciuta. Nel consesso degli dei e nel mondo degli uomini lo Scamandro ha una sua contrattualità che può usare per difendere se stesso. Il mondo greco è unitario, fitto di legami tra le cose. Non esiste ancora la divisione tra l'io e tutto ciò che lo circonda, l'uomo greco sa di essere una parte legata e interconnessa ad un tutto, ed in questo “tutto” ogni elemento ha il suo valore.
Vediamo le Argonautiche. Il poema di Apollonio Rodio è intessuto di immagini che ci rimandano al tema dell'acqua, immagini di grande eleganza e suggestione, come si conviene a un testo scritto nel periodo ellenistico. Il tema è il viaggio della nave Argo, che, dopo la conquista del vello d'oro, intraprende un lungo viaggio di ritorno dalla Colchide alla Grecia. Le imprese di Giasone, la passione di Medea, il lungo girovagare della nave dal mar Nero attraverso il Danubio, il Po e il Rodano, fino al mar Tirreno, non sono argomento di questo scritto. Mi limito a riportare alcuni episodi, tratti dal libro IV, che a mio parere possono ben illustrare il rapporto tra l'uomo e gli elementi naturali, come li descrive Apollonio Rodio.
Il primo episodio narra l'attraversamento dello stretto di Messina, tratto di mare popolato da mostri e disseminato di rocce erranti (le Plancte).
Da una parte incombeva
la liscia rupe di Scilla, e dall'altra Cariddi tra i rigurgiti
urlava incessantemente. Più oltre ruggivano le Plancte
La nave Argo è in pericolo, ma ecco giungere, dal mare stesso, un aiuto.
Lì accorsero in loro aiuto da ogni parte le giovani
Nereidi, e Teti divina afferrò, postasi a poppa, la pala
del timone, per guidare la nave tra le rocce erranti.
Come i delfini affiorano dal mare nel sereno
e volteggiano in branco attorno a una nave
in movimento, mostrandosi ora davanti, ora dietro
e ora ai lati, per la gioia dei marinai; così le Nereidi
rincorrendosi a vicenda volteggiavano insieme
intorno alla nave Argo, mentre Teti la teneva in rotta.
Quando già stava per urtare contro le Plancte,
alzarono le vesti sulle bianche ginocchia e saltarono
sulle stesse rupi e in cima alle onde.
[...] come ragazze che su una spiaggia sabbiosa,
con le vesti avvolte ai fianchi, giocano a lanciarsi
la palla divise in due squadre – la ricevono l'una
dall'altra, e la sfera vola in alto fino al cielo senza mai
toccar terra -, allo stesso modo le Nereidi, lanciandosi
a turno l'una all'altra la nave che procedeva rapida,
la tenevano alta sulle onde e sempre lontana dalla rocce,
mentre l'acqua intorno ribolliva mugghiando.
La nave Argo, sfuggita ai pericoli delle rocce erranti grazie all'intervento delle Nereidi, prosegue la navigazione, ma si incaglia nei banchi di sabbia del golfo della Sirte. Gli Argonauti decidono di attraversare il deserto libico portando la nave sulle spalle. Assetati ed esausti giungono ad una pianura riarsa e desolata ove sorprendono le ninfe Esperidi, che, al sopraggiungere degli eroi, si tramutano in sabbia e terra. Orfeo, che fa parte della spedizione, chiede loro aiuto:
Voi, o ninfe, che siete della stirpe del divino Oceano,
fatevi vedere, venite incontro alla nostra speranza, o dee,
e mostrateci uno zampillo di roccia o una fonte divina
sgorgante da terra
Le ninfe hanno pietà degli Argonauti assetati.
Dapprima
sul terreno fecero nascere l'erba, poi dall'erba crebbero
verso il cielo lunghi virgulti, e infine giovani alberi
verdeggianti innalzarono il loro fusto molto al di sopra
del suolo: Espera si trasformò in un pioppo, Eriteide
in un olmo, Egle nel tronco sacro di un salice
.
Dopo essersi ristorati, gli Argonauti giungono ad un lago e lì incontrano Tritone, divinità marina.
Ed ecco venne loro incontro, con l'aspetto di un giovane,
il possente Tritone: sollevò da terra una zolla e disse,
porgendola agli eroi come dono ospitale:
Prendetela, amici: qui ora non ho nulla di meglio
da donare a chi mi fa visita.
Tritone, figlio del dio del mare Poseidone, sulla riva di un lago nei pressi delle paludi costiere della Sirte, in vista del deserto sabbioso che si estende sterminato, offre una zolla di terra, a significare il legame profondo degli elementi che fanno parte dell'ambiente naturale. Il dono di una semplice zolla sottolinea quanto la terra sia un bene prezioso.
Mi sembra un'immagine emblematica e con questa concludo la mia riflessione. 
   

 

Per l'episodio della battaglia del fiume ho utilizzato l'Iliade tradotta da Maria Grazia Ciani e commentata da Elisa Evazzù, ed. Marsilio 2005. I brani sull'impresa degli Argonauti sono tratti da Argonautiche, a cura di Alberto Borgogno, ed. Mondadori 2005)  

  



(Rita Cavallari)


 






Omero, Iliade, Marsilio, 2005 [ * ]
Apollonio Rodio, Le Argonautiche, Mondadori, 2005 [
* ]
Henry David Thoreau, Walden ovvero vita nei boschi, Rizzoli, 1988 [
* ]

 









vedi l'intervento di Daniele Guastini sul rapporto tra filosofia antica e pensiero ecologico al convegno su Ecocriticism, retorica e immaginario dell'ambiente nel canone letterario occidentale [ *  ]

 

                          

 


 

 

Sfoglia gennaio        marzo