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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
L'ESTATE DEL '78
post pubblicato in Alajmo, Roberto, il 9 novembre 2018
 

Un libro molto “speciale”, che qualcuno ha definito “un libro sulla morte”: dopo averlo letto, non la vedo proprio così. Provo a spiegare perché.
L’autore, un palermitano, ha voluto corredare il libro con una serie di fotografie, tratte dall’album di famiglia. Ed ha iniziato con la copertina, dove la foto lo ritrae assieme a sua madre e mostra entrambi i soggetti molto felici,
Anche all’inizio del libro: l’autore parla del suo esame di maturità, della preparazione che richiedeva e dell’incontro con sua madre proprio mentre, con alcuni compagni, cercavano di evadere dal faticoso onere dello studio andando a prendere un gelato. Non voglio anticipare niente, ma il tono dell’esordio di questo libro è tutt’altro che un anticipo di… morte. Però l’autore dice subito che l’incontro fatto rappresentava una sorta di addio da parte di sua madre.
Per chi lo ha letto, il libro rappresenta una specie di “fotografia” letteraria di un certo periodo nella vita dell’autore, periodo che dà il nome al titolo del libro stesso. Anche se l’episodio che ho citato, e che dà il là a tutta la narrazione, pone l’accento su ciò che l’intero libro vuole sottolineare: il rapporto con i propri genitori, che poi diventa il rapporto con il proprio figlio. 
Fino a metà lettura (ho letto il libro in quattro giorni) sono stato incerto sul giudizio che come lettore volevo dare del libro. Sono stato subito affascinato dal modo di scrivere dell’autore, molto accattivante sì, ma anche pieno di un recondito e misterioso fine: come considerarlo, romanzo autobiografico, o saggio sui sentimenti? E in queste brevi impressioni, evito di scendere troppo nello specifico del libro. 
Il libro, come per incanto, proietta il lettore nella vita dell’autore, che – muovendo dal rapporto con i genitori, e paragonandolo a quello tra lui e suo figlio Arturo – ci fa sapere quali siano i suoi pensieri, mentre la sua vita scorre. L’analisi dell’intero libro è unicamente questo: un lungo raccontarsi, prendendo le mosse dalla vita dei suoi genitori. Dal fatto che – ad un certo punto – Vittorio ed Elena (questi i loro nomi) si dividono, e i figli (l’autore, Roberto, ha un fratello  minore, Marcello) rimangono con il padre. 
Del rapporto coi genitori, l’autore privilegia senz’altro quello con la madre. E mentre all’inizio ci sono molti riferimenti al padre e alla conclusione della sua vita, più avanti, nel parlare della madre, riporta anche una parte – quella felice – del loro rapporto di coppia.
Mi sembra di aver detto molto della storia. Come giudizio finale, a parte lo stile di scrittura, non ho trovato questo libro eccezionale. 



(Lavinio Ricciardi)








Roberto Alajmo, L'estate del '78, Sellerio, 2018 [ * ]
   


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IL LIBRO DEI FULMINI
post pubblicato in Trevisani, Matteo, il 7 novembre 2018

Un libro strano e straordinario, questo, al confine tra realtà ed esoterismo, che racconta una storia incredibile, eppur vera. Una storia che muove da molto lontano, dai tempi dell’antica Roma.
Per me, non addentro alle cose esoteriche, non era una lettura facile: invece, lo stile dell’autore e la scorrevolezza della storia, hanno  reso la lettura agevole e semplice. Il libro dei Fulmini è opera prima.
Non intendo raccontare la storia: persone più capaci e competenti di me, in materia, l’avranno fatto e continueranno a farlo; voglio solo dare qui le mie impressioni come semplice lettore, lettore di un libro che – pur nella realtà storica – attinge a fonti di cui sono ignaro ed ignorante a un tempo. Sono stato attratto a leggerlo dal titolo, e dall’argomento, che mi coinvolge come cultore della materia che ne tratta, la Fisica.  
Debbo dire che – una volta entrato nell’argomento – il libro non mi ha deluso,  come pensavo appena percepito quale ne fosse il tema. L’origine della storia è un’antica usanza dei Romani, nostri progenitori, che temevano i fulmini più di noi, considerandoli una manifestazione di un certo dio, Summano, e che si affrettavano a seppellire tutto quanto il fulmine avesse colpito, apponendo sopra la “tomba del fulmine” una sigla, "F.C.S.", che in breve voleva dire “Qui è stato sepolto un fulmine di Summano”. 
Una cosa che merita di essere menzionata è il fatto che i Romani temevano i fulmini, perché – a loro avviso – essi aprivano una comunicazione con il mondo dei morti. E questo concetto è la chiave di lettura dell’intero romanzo. L’autore è uno studioso di storia delle religioni, e scrive sulla rivista “Nuovi Argomenti”. E proprio muovendo dalla manifestazione (il fulmine) del dio Summano, cui è dedicato il terzo capitolo, l’autore muove il suo protagonista (omonimo, il che fa pensare ad un romanzo autobiografico, almeno nelle intenzioni). 
La storia appare come una ricerca che il protagonista compie – nei luoghi di Roma più vicini alle zone della Roma antica, ma anche altrove – per trovare questi “sepolcri dei fulmini” (contraddistinti dalla lapide con su la scritta "F.C.S.") e farne una mappa ragionata, consultabile. In questo Matteo, il protagonista, si fa aiutare da una persona che incontra per caso, Silvia, e che decide in un certo senso di aiutarlo. I due diventano amanti, e si impegnano in questa ricerca delle “tombe” dei fulmini.
Caratteristica dell’intera storia, che non voglio palesare oltre, è questa continua commistione della realtà dei vivi con il mondo dei morti, commistione che si va rendendo palese tramite molti accenni che la storia di Matteo, nel corso della sua ricerca, evidenzia. E i titoli dei capitoli ne sono testimonianza, perché permettono di continuo questo passaggio dalla realtà delle cose viventi (tra cui ha particolare significato il sesso, e i fatti sessuali, cosicché la relazione tra Matteo e Silvia non è solo un 
espediente cattura-lettori) a quella del mondo dei morti, evocato appunto da quanto si trova sotto le lapidi contrassegnate da “F.C.S.”.
In conclusione, torno a sottolineare la mia ignoranza in materia di esoterismo, cui fanno riferimento i numerosi accenni a questo rito di seppellimento dei fulmini, e proprio per questo non mi sento di dare un giudizio di merito sul libro. Però, come lettore, vorrei dire che il libro si presta a soddisfare molte curiosità inerenti a questa storia dei “fulmini”, e che il leggerlo è agevole e nient’affatto difficile per chiunque. 



(Lavinio Ricciardi)







Matteo Trevisani, Il libro dei fulmini, Atlantide, 2018






vedi quìquì e quì
 


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COME VOCI IN BALIA DEL VENTO
post pubblicato in Modica, Gisella, il 20 ottobre 2018
 

Il libro in questione è – a mio avviso – un piccolo capolavoro. Un libro scritto da una donna e dedicato “in nuce” a tutte le donne, specie a quelle che combattono nella loro vita. 
È essenzialmente un saggio storico, completamente al femminile, perché narra le vicende di donne siciliane alle prese con la conquista della terra negli anni immediatamente seguenti la costruzione dell’Italia repubblicana.
L’autrice, persona profondamente impegnata sia in letteratura (fa parte della Società Italiana delle Letterate), sia nell’UDI di Palermo, con questo libro ha reso omaggio alle lotte per la conquista della terra, condotte dalle donne del territorio palermitano. 
Il libro, molto ben organizzato, ha una prefazione di Maria Concetta Sala, che racconta molto bene sia la struttura del libro, sia il tormento dell’autrice nel descrivere una vicenda autobiografica fatta di “visioni e voci”.
La struttura del libro è articolata in sette parti, di cui prima, seconda, quarta, quinta e sesta sono autobiografiche; la sostanza del libro – però – è costituita dalla terza (Il Viaggio) e dalla settima (Falce, martello e Cuore di Gesù), che narrano, la prima le visioni, e la seconda le voci di cui si parla anche nella prefazione.
Accenno brevemente all’intera storia. L’autrice racconta nella prima parte (Nascita) la nascita della sua bambina, che però lei – presa dai suoi impegni politico-letterari, lascia con la nonna, la quale la critica proprio per questo suo non essere madre. Nella seconda parte l’autrice parla di sé e di quello che la interessa – politica, sostanzialmente, dalla parte delle donne –, discorso che continua nella quinta e sesta parte. Nella quarta parte, la morte di sua madre interrompe le sue “visioni”, oggetto della terza parte (Il viaggio). Questo lo schema organico del libro, concluso dalla settima parte (Falce, martello e Cuore di Gesù) ove sono invece le “voci”.
In dettaglio, cosa sono visioni e voci?  La parte delle visioni, descrive organicamente, attraverso un viaggio per i paesi della provincia palermitana (Piana degli Albanesi, Bisacquino, Valledolmo, Castellana), e in un arco di tempo che va da aprile a dicembre, gli incontri ideali che l’autrice fa con le protagoniste delle lotte per la terra, e – incontrandole idealmente – ne tratteggia i caratteri e le rispettive caratteristiche di lotta. Va da sé che tutte queste persone sono inserite nella lotta che i comunisti intrapresero per il diritto dei contadini di possedere le loro terre e di poterle coltivare, cosa che i padroni dell’epoca non accettavano. E proprio la descrizione di luoghi e persone dà a questa parte il carattere di visioni: l’autrice, con la sua immaginazione, “vede” le persone che descrive (Rosaria, Santina, Maria, e le altre).
La parte più bella del libro, che diventa non più storia fatta attraverso l’immaginazione dell’autrice, ma vita vissuta, è quella descritta nell’ultima parte. Qui le persone incontrate nei vari paesi, di cui alla terza parte, si identificano con le loro voci. Il curioso titolo della parte è dovuto al fatto che – nonostante i dirigenti comunisti non volessero – nelle marce alla conquista della terra, assieme alle bandiere rosse con falce e martello, venivano portati anche i labari di Chiesa con il cuore di Gesù. Questa, delle voci, è la parte più bella e più ricca di immagini. Le voci delle persone “viste” nella terza parte, qui hanno concretezza, divengono reali: proprio in questo, a mio avviso è la bravura dell’autrice. 
A mio giudizio, il libro – ancorché saggio storico – è ben realizzato, e l’autrice ha la bravura di passare dai temi autobiografici (nascita della figlia, morte della madre) – da lei considerati di scarsa importanza – ai temi della militanza politica, fatta però vivere attraverso le “imprese” delle voci di donne che – proprio per la descrizione del loro agire – sono vere interpreti della lotta delle contadine siciliane per la conquista delle terre. 
Il libro si legge molto piacevolmente; pur trattando tematiche a carattere politico, il fatto di farle rivivere attraverso le “voci” delle donne protagoniste lo rende delizioso e avvincente come un libro di avventure. Inoltre si percepisce bene il sentimento dell’autrice, che – dalla nascita della figlia, considerata una sventura – si trasforma nel descrivere la perdita della madre, ed appare degno della migliore tradizione sentimentale siciliana. 
Una nota di colore la portano le battute in dialetto, quasi sempre tradotte in italiano. Per chi – come me – conosce tale dialetto, il colore delle battute è ancora più evidente. Quasi sempre si tratta delle voci delle contadine, presenti sia nell’ultima parte, sia nella terza parte, quella delle visioni.
Ne consiglio la lettura a tutti: non è il caso di considerare questo libro ostico per l’argomento che tratta, proprio perché l’autrice lo ha reso accessibile a tutti i lettori. Spero che ottenga un buon piazzamento nella classifica del premio Biblioteche.



(Lavinio Ricciardi)










Gisella Modica, Come voci in balia del vento, Iacobelli, 2017 [ * ]
 


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QUESTA SERA E' GIA' DOMANI
post pubblicato in Levi, Lia, il 28 settembre 2018
 

Un libro che ha la leggerezza di una piuma, nel raccontare vicende che leggere non sono state. Rispetto a tanti libri che parlano ed hanno parlato della Shoah, questo lo fa come se raccontasse le vicende quotidiane di una famiglia.  
Perché tali appaiono le vicende narrate. Vicende quotidiane, vissute dalla famiglia di Emilia e Marc, di Wanda ed Osvaldo, loro cognati (Wanda ed Emilia sorelle, entrambe figlie di Luigi, il “nonno”), residenti a Genova. E del figlio di Marc ed Emilia, Alessandro. 
Non voglio raccontare la storia  che il libro narra, ma fare soltanto qualche commento. Il libro della Levi è soprattutto un esempio di come si possa descrivere così magistralmente la vita di una famiglia di ebrei negli anni trenta, in Italia. Una famiglia che non aveva avuto grandi problemi fino al 1938, anno dell’entrata in vigore delle vergognose “leggi razziali”. Condivido pienamente il commento che Furio Colombo ha fatto durante la presentazione, alla presenza del’autrice. Colombo ha detto che si sarebbe aspettato dagli italiani una netta presa di posizione contro quelle leggi, cosa che non è avvenuta. 
La storia appassiona, soprattutto dopo la metà del libro, quando per la famiglia cominciano le peripezie di Marc, Emilia, Alessandro e di Osvaldo e Wanda, peripezie che hanno il loro apice e la loro conclusione nell’arrivo in Svizzera. Ma il merito del libro, secondo me, sta soprattutto nel modo in cui Marc ed Emilia vivono queste vicende, e ne fanno partecipe il figlio Alessandro. E ancor più, nelle prese di posizione di Alessandro, seppur giovane (nel ’38 ha sedici anni o poco più: il suo primo amore, Alma, è iniziato presto, a scuola. E il clima di famiglia di quegli anni, ‘30 – ’40, mi ha fatto rivivere il clima che c’era nella mia famiglia, non ebraica ma cattolica, ai tempi in cui avevo sei – sette anni (1943-1944). Sta proprio in questa delicatezza di toni con la quale la Levi descrive e racconta la vita di quell’epoca, la vera qualità di questo libro).
Spero che quanto ho detto possa rendere più agevole la lettura a quanti non l’hanno ancora letto. E lo raccomando di cuore a chiunque ami le storie di famiglia.



(Lavinio Ricciardi)







Lia Levi, Questa sera è già domani,. e/o, 2018 [ * ]
   


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LA CORSARA
post pubblicato in Petrignani, Sandra, il 24 luglio 2018
 

Questo libro, a detta dell’autrice scritto non per creare una biografia della scrittrice piemontese ma per darne un ritratto a tutto tondo, è un bellissimo esempio di quel che può essere un saggio critico.  E – a mio avviso – va al di là delle intenzioni dell’autrice, realizzando anche più di quanto intendesse. 
Nella mia gioventù ho amato molto gli scritti di Natalia Ginzburg, in particolare il suo “Lessico Famigliare”, forse il suo libro che ho letto con maggior attenzione. Ma era il periodo in cui studiavo, e la materia studiata non consentiva molte distrazioni. Così – a più di cinquant’anni da allora – non ricordo molto delle opere, neppure – proprio – di quel “Lessico famigliare” che ora ho citato. Ma quello che ricordo con lucidità era il modo di scrivere della Ginzburg, chiaro e semplice, che portava dritto al cuore di quello che l’autrice voleva dire.
Non penso che sia facile descrivere il libro della Petrignani a chi non l’ha ancora letto: debbo però convenire con l’autrice sul fatto che non viene raccontata la vita della Ginzburg, come in una biografia, piuttosto viene ampiamente descritto il tempo della Ginzburg e la vita culturale italiana di allora. Particolare attenzione per chi, come me, l’ha seguita, desta la descrizione della nascita delle edizioni Einaudi, e la figura di Giulio, fratello del presidente Luigi. Per Einaudi io avevo davvero una specie di “cotta”: in particolare, oltre alle opere della Ginzburg, ricordo molte delle opere più belle di Leonardo Sciascia. 
Non c’è parte di questo libro che non si legga volentieri. Ne emerge una figura maestra – quella, appunto, della Ginzburg corsara, protagonista indiscussa della scena letteraria del suo tempo – e i rapporti che Natalia ha avuto con Calvino, con Pavese e con Elsa Morante. Ma non solo. Appaiono a chiare tinte i pregi delle sue opere, e soprattutto l’importanza che la Ginzburg ha avuto nel panorama letterario. E' così che emergono le sue qualità di “direttrice letteraria” della Einaudi, in sostituzione di suo marito Leone, morto giovanissimo nel 1944, in carcere, appena sei anni dopo il matrimonio... E anche la sua conversione religiosa, da ebrea  – qual’era la sua famiglia (Giuseppe Levi, il padre, Lia Tanzi, la madre)  a cattolica, quando sposa (vedova di Leone Ginzburg) Gabriele Baldini.   
Il libro ripercorre per tappe la biografia della Ginzburg. Si tenga conto che la Ginzburg ha scritto, oltre che romanzi, poesie e opere teatrali. Di alcune di queste ha diretto la regia, con buon successo. Ed è proprio questa poliedricità ad emergere dal libro prezioso della Petrignani. La quale – come ho già detto all’inizio – riesce ad andare oltre quello che si era prefissa, e cioè a far emergere dal suo libro la figura a tutto tondo della Ginzburg, come donna e come letterata. 
Nel ritratto “vivente” che il libro ne dà, compaiono, oltre al suo essere letterata, anche le notevoli doti di organizzatrice: la casa editrice Einaudi, che prima della Ginzburg era affidata letterariamente a Cesare Pavese, col quale Natalia collabora a lungo, dopo la sua morte passa direttamente a lei, come direttrice editoriale. Il bellissimo rapporto con Giulio Einaudi è un altro dei caratteri della sua magnifica carriera letteraria. Agli esordi aveva lavorato per Einaudi non solo come scrittrice, ma come traduttrice di molti autori, tra cui Proust.  
E in molti altri aspetti la sua vita ha avuto a che fare con l’arte, in particolare la pittura, attraverso amicizie con pittori importanti, più o meno noti. Il libro testimonia in molte parti questo rapporto. E molti giudizi dei pittori da lei frequentati compaiono nel “Finale di Partita”, una grossa collezione di pareri sulla Ginzburg da parte di chi – come Sandra Petrignani – l’ha conosciuta. Anche il ritratto iniziale che la Petrignani ne dà nel primo capitolo è un modo brillante e originale di mettere il lettore di fronte alla personalità di Natalia. 
Ho dovuto leggere questo libro con molta fretta. E mi propongo presto di rileggerlo, per l’enorme impatto che ha avuto su quanto già conoscevo di Natalia Ginzburg, attraverso le sue opere lette in gioventù (oltre “Lessico famigliare”, ricordo di aver letto “Le piccole virtù”, e – forse – “Caro Michele”), e mi è venuta una gran voglia di avere la sua "Opera omnia" rappresentata da due “Meridiani”. Ne consiglio la lettura sia a chi conosce già la Ginzburg, sia a chi – ora giovane – forse non ne ha sentito neppure parlare: scoprirà che Natalia fa parte delle Italiane importanti, a tutti gli effetti. E grazie a Sandra Petrignani per l’opera paziente e precisa con la quale ha davvero dato un grosso contributo al riemergere della figura di Natalia.



(Lavinio Ricciardi)







Sandra Petrignani, La corsara, Neri Pozza, 2018 [ * ]
DI NIENTE E DI NESSUNO
post pubblicato in Levantino, Dario, il 20 luglio 2018
 

L'autore è nato nel 1986 ed è quindi assegnabile alla categoria "giovani" ma non giovanissimi. Si è nutrito di buoni studi ed è appassionato della sua terra d'origine, Palermo, dove ambienta la storia narrata nel libro. Più precisamente, nel quartiere Brancaccio di Palermo.
Il protagonista è un adolescente piuttosto difficile da immaginare, perchè, pur vivendo in una realtà estremamente degradata, scrive poesie, è un ottimo allievo di un liceo del centro, appassionato di epica così intensamente da trovare negli eroi e nelle storie della mitologia classica un modello da imitare e da utilizzare per interpretare la realtà che lo circonda. "Io non mi scanto di niente e di nessuno" diventa, da originario proclama dell'etica mafiosa, un suo modo di accostarsi alla grandiosità dei suoi amati antichi, tanto che se li immagina parlare in palermitano.
Ho trovato l'incipit del libro molto invitante ma, con il passare delle pagine, la zavorra troppo letteraria ha quasi soffocato la storia, che rimane comunque una magistrale descrizione di una condizione sociale legata al quartiere Brancaccio, mutata quasi in finzione, un po' come accade a quei poeti dialettali che in vernacolo esprimono concetti improbabili, tipo "la lama della mia zappa è più sottile della differenza tra il bene e il male".
Secondo me non giova alla storia l'essere narrata in prima persona perchè, se la sua descrizione e svolgimento fosse affidata ad un terzo, allora certi stilemi si giustificherebbero. Ma che il protagonista si esprima con espressioni dialettali e nello stesso tempo usi frasi tipo "Non le servono, le parole; riconosce in esse il carattere mimetico della realtà, l'inganno degli orditi che esse tramano... " mi pare incongruo, soprattutto confrontato alla prosa usata correntemente, capace di restituire in maniera molto efficace gli odori e i sapori della violenza. Per concludere, il libro è fatto di buona stoffa, da annoverarsi comunque tra le "opere prime", con tutte le ingenuità che spesso queste presentano.



(Linda Maria Figliozzzi)








Dario Levantino, Di niente e di nessuno, Fazi, 2018 [ * ]

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RESTO QUI'
post pubblicato in Balzano, Marco, il 20 luglio 2018
 

Un libro molto ricco di suggestioni e di immagini, che racconta una storia complessa, che si svolge tra gli anni Venti e Sessanta, comprendenti la seconda guerra mondiale e il fascismo mussoliniano. La scena è ambientata in due paesini della Val Venosta, Resia e Curon, che – dopo la guerra – furono interessati dai lavori di una grande diga. Oggi i vecchi paesi sono sepolti sotto le acque del lago formato dalla diga.
La guerra contro la diga e la resa sono raccontati nella terza parte del libro. La prima e la seconda parte sono invece la storia di una famiglia di Curon, raccontata dalla protagonista, Trina, voce narrante del libro e il racconto è come rivolto ad una persona, che più tardi si capisce essere sua figlia.
La prima parte - “Gli anni” -  è la storia di Trina a partire dall’adolescenza, dai trucchi per vedere l’unico uomo di cui è innamorata, Erich, mentre va a trovare suo padre. Trina racconta la sua storia, che è anche storia della sua gente (gli abitanti di Curon, che conosceva uno per uno), delle loro abitudini (lingua tedesca, difficoltà ad apprendere l’italiano) e delle imposizioni che il fascismo fece loro. Della sua conoscenza di Erich, osteggiata dalla madre ma vista di buon occhio dal padre. Delle sue uniche amiche, Maja e Barbara. 
La storia prosegue con lo studio con le amiche, la licenza magistrale presa a Bolzano, le catacombe, cioè l’insegnamento clandestino, nel frattempo anche una sera di carcere per Trina, scoperta a insegnare clandestinamente, tra l’altro lontana da Curon, a San Valentino. E l’inizio del parlare della diga, in paese... Il matrimonio con Erich, approvato dal padre. I figli: Michael, il primo, Marica, la seconda. L’arrivo a Curon della sorella di Erich, Anita, col marito. L’abitudine di lasciare Marica a casa di Anita. E l’inizio della fuga da Curon di molte famiglie, in maggior parte dirette in Germania. Tra queste la famiglia di Anita, che porta con se anche Marica, e la scoperta di questo da parte di Trina, che va al loro maso per riprendere Marica e lo trova sprangato e deserto.
Qui inizia la seconda parte, “Fuggire”. Cominciano presto tempi più duri. Erich viene spedito in Albania e Grecia, a combattere. Dalla guerra torna con una ferita alla gamba, e giura che non vuole più tornare a combattere. Inizia un nuovo problema, Michael – che aveva cominciato a lavorare nella bottega del nonno – aveva cominciato a simpatizzare per i nazisti, cosa che Erich disapprovava. Michael vuole diventare un soldato del Reich. ed ha continui contrasti col padre, violentemente antinazista; infine si arruola... Nel frattempo i tedeschi, vista la debacle del fascismo, ricominciano a prendere il controllo del territorio. Spaventati da un possibile nuovo arruolamento di Erich, Trina ed Erich fuggono in montagna, sopra Curon, percorrendo sentieri molto erti, difficili da trovare. Più di metà della seconda parte è la descrizione di questa fuga a due. Attraversano mille peripezie. A Trina, per salvare il marito, capita di uccidere due tedeschi. Poi trovano un maso, dove li aveva indirizzati padre Alfred, il parroco di Curon. Con altri fuggiaschi si rifugiano in un fienile quando sentono avvicinarsi i tedeschi. Il maso viene distrutto, e i suoi abitanti, con Trina ed Erich, vivono in questo fienile per tre mesi. E li vengono a sapere tutti che la guerra era finita.
A questo punto comincia la terza parte, “Acqua”. Il titolo riporta il pensiero alla diga. Infatti, dopo il loro rientro a Curon, per Trina ed Erich inizia una lotta ben più violenta, contro coloro che avevano deciso di costruire questa diga. Lotta che purtroppo li vede soggiacere ad un volere altrui. La ditta (Montecatini) che conduceva i lavori provvede a risarcire gli abitanti dei due paesi che saranno sommersi, Riese e Curon, con due tipi di indennizzo: soldi a chi va via e una nuova casa a chi resta. E così, con l’assistere alle barche che andavano e venivano sul lago, a visitare il campanile della chiesa che emergeva dal lago, si chiude il romanzo.
Dopo questa lunga cronaca, che – a mio avviso – dovrebbe dare l’idea di cosa sia perdere la propria identità di paesani di fronte alla protervia di chi ha deciso di far sparire i loro paesi, vorrei dire due parole sull’autore, che mi aveva molto colpito due o tre anni fa con il suo romanzo “L’ultimo arrivato”, vincitore del premio Campiello. Balzano, in chiusura racconta in una nota come tutte le vicende descritte sono state da lui riscontrate sui documenti relativi alla costruzione della diga. Il romanzo, a differenza de “L’ultimo arrivato”, risulta quindi ispirato a vicende reali. Pur se la prima e seconda parte – la storia della famiglia di Trina ed Erich – sono frutto della fantasia dell’autore, la vicenda centrale è proprio la costruzione della diga, che espropria due interi borghi della loro terra. Credo che proprio questo abbia voluto sottolineare Balzano: una vicenda che ferisce una intera popolazione. E proprio questo messaggio rende il libro molto interessante; la sua lettura, come nello stile di Balzano, è agevole e piacevole.




(Lavinio Ricciardi)









Marco Balzano, Resto quì, Einaudi, 2018 [ * ]

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L'ESTATE DEL '78
post pubblicato in Alajmo, Roberto, il 13 luglio 2018
 

A me questo libro è piaciuto molto, nonostante che il genere "autobiografia" - una passione ricorrente intorno ai sessant'anni - non sia un genere che mi appassioni molto. Faccio ovviamente le debite eccezioni, tra cui questo libro. Non ho letto Fai bei sogni ma, cinicamente, penso che certe situazioni possano indurre, attraverso il dolore che provocano, a uno stato di riflessione emotiva che, se supportato da una prosa adeguata, produce letteratura, o narrativa se preferite, sicuramente di rilievo. 
Mi stupisce che Alajmo partecipi al Premio Biblioteche di Roma: è siciliano, non è un giovane esordiente, lavora (o lavorava) a una TV o radio svizzera. Non per vantarmi, ma me lo disse lui quando andai a conoscerlo ad una conferenza al Palladium, spinta dal desiderio di incontrare l'autore di libri che avevo letto con molto e sorpreso piacere. Rispetto ai testi precedenti, nel narrare la sua storia, o indagine come la chiama lui, vedo che si è emotivamente ammorbidito. Non è più tagliente e sarcastico come lo ricordavo, anche se rimane, nel suo scrivere, molto asciutto e lineare, come a voler bandire la drammaticità a tutti i costi. Accenno brevemente alla trama: una vita più o meno normale, di cui vengono evidenziati alcuni particolari che possono appartenerci e di cui ci rendiamo conto solo grazie alla loro sottolineatura, come il momento dell'ultima volta che abbiamo preso in braccio un figlio. O il funerale di un genitore, confortato dal Lexotan, o un altro medicinale che non ricordo, che stempera e falsa tutto... Ma la devastazione di una madre che si suicida per depressione non è usuale, appartiene, fortunatamente, a pochi, che vengono scolpiti da questo punteruolo (scusate il termine brutto e impreciso). Il termine devastazione è mio, troppo tragico per Alajmo, che non si sogna nemmeno di usarlo. Ma la carica emotiva di certe pagine è così forte che scappa dai bordi, si insinua quasi di straforo, non voluta. Anche nel racconto di altri episodi, come quello che ha come protagonista suo figlio, a Parigi, non  raggiungibile in nessun modo proprio quando c'è l'attentato al Bataclan, che lui frequenta. Il passare delle ore, il cambiare delle emozioni, tra cui quella del "almeno voglio sapere cosa gli è successo". A pag. 141 utilizza questa tensione emotiva per spiegare una cosa atroce. Nel grande naufragio del 3 ottobre del 2013 molti dei naufraghi, prima di morire, invece di chiedere aiuto urlavano il loro nome, il loro indirizzo una, due, tre volte. Un dettaglio inesplicabile, ma la rasoiata di coscienza che a lui procura la tensione per il figlio in pericolo gli rivela il motivo. I naufraghi sanno di dover morire, e vogliono evitare ai propri cari l'angoscia che lui, come padre, ha provato per il figlio. Vogliono evitare loro "almeno voglio sapere cosa gli è successo". A me questa pagina mi ha colpito molto, ma ce ne sono altre di grande valore che mi sono entrate dentro. Oggi riporterò il libro, ma a malincuore. E' il primo che leggo e spero già che vinca.



(Linda Maria Figliozzi)








Roberto Alajmo, L'estate del '78, Sellerio, 2018 [ * ] 

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LA RAGAZZA CON LA LEICA
post pubblicato in Janeczek, Helena, il 10 luglio 2018
 

Un libro strano, questo. Molto originale da parte di questa scrittrice di origine ebreo-polacca. Racconta essenzialmente la vita di una ragazza, Gerda Taro, che ha scelto il lavoro di fotografare, guidata da un famoso maestro, noto al mondo come Robert Capa, ma lui, come lei, come l’autrice, ebrei.
L’originalità del libro è nella sua composizione. C’è un prologo ed un epilogo, e in mezzo tre parti, intitolate ai loro protagonisti, due amori di Gerda e una sua amica. Gerda rivive nei ricordi dei tre.
La foto che la ritrae in copertina, come la maggior parte di quelle riportate nel prologo e nell’epilogo, sono di Capa e di Gerda. E molte delle cose che le tre “voci narranti” (Willy, Ruth e Georg) raccontano, servono a ricostruire l’immagine di questa donna, morta giovanissima, travolta da un carro armato durante la guerra di Spagna. Nell’epilogo, come nel prologo, l’io narrante è l’autrice stessa, che – sulla base di testimonianze scritte (di cui ringrazia una biografa di Gerda) e di una mostra, curata sempre dalla stessa biografa – racconta in modo delicato e divertente alcuni tratti di Gerda, in particolare il suo rapporto – professionale e non solo – con Andrew Friedmann (più noto con lo pseudonimo di Robert Capa).
I tre protagonisti-voci narranti delle parti principali (Willy Chardack, un medico residente negli Stati Uniti, a Buffalo; Ruth Cerf, amica di Gerda; Georg Kuritzkes, scrittore, residente a Roma), raccontano, frugando nei loro ricordi, la loro personale “immagine” di Gerda Taro. Il ricordo dell’amica Ruth è della vita che le due amiche facevano, nel 1938, a Berlino. I ricordi di Willy e di Georg sono invece riattualizzati al tempo delle loro vite negli anni '60, ma risalgono ovviamente agli anni in cui si folleggiava a Berlino (1937-1938).
Non è facile recensire un libro come questo. Ma la sua lettura fa pensare con notevole intensità alla personalità di Gerda: a un lettore comune – quale io mi sento – questa “ragazza” appare originale ed anticonformista, nella Germania all’apice del Terzo Reich e dei suoi fasti. Va da sè che la vita di Gerda è “spericolata”, per dirla con Vasco Rossi; lo è tanto che – partita per la guerra di Spagna assieme a Robert Capa – non ritorna indietro viva e viene pianta da tutti i suoi amici, conoscenti ed amanti. 
Ritengo il libro molto valido, degno di lettura attenta: è un discreto scorcio della vita europea al termine degli anni Trenta e Quaranta. E lo raccomando a chi voglia farsi un’idea di quei tempi, che l’autrice ha descritto con mirabile chiarezza, ma senza accenni alla questione ebraica, nonostante il fatto che tutti i protagonisti siano ebrei e alla posizione germanica del tempo al riguardo.



(Lavinio Ricciardi)









Helena Janeczek, La ragazza con la Leica, Guanda, 2018 [ * ]


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LUNGO IL SENTIERO... TRA MENTE E CUORE
post pubblicato in Pacifico, Maria Francesca, il 5 luglio 2018
 

"Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Niente, neppure una reminiscenza. Il peggio, una volta sperimentato, si riduce col tempo a un risolino di stupore, stupore di essercela tanto presa per così poco, e anch'io ho creduto fatale quanto si è poi rivelato letale solo per la noia che mi viene a pensarci. A pezzi o interi, non si continua a vivere ugualmente scissi? E le angosce di un tempo ci appaiono come mondi talmente lontani da noi, oggi, che ci sembra inverosimile aver potuto abitarli in passato" (Aldo Busi, Seminario sulla gioventù)

Se è concessa una metafora escursionistica, si potrebbe descrivere la raggiunta maturità di cui parla questo libro come un altopiano a cui si arriva dopo una lunga salita, accidentata e faticosa. Ora però l'andatura in piano fa sentire il sentiero scorrevole sotto i piedi, mentre si procede beatamente, legittimamente dimentichi di tutto il travaglio che ha preceduto. 
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Si transita davanti alla clinica dove è morta la madre e non c'è più l'effetto doloroso di una volta. Anche "La città delle meraviglie", il ristorante cinese accanto alla clinica, è rimasto uguale. Questo paradossale accostamento non stinge più di orrore ma sembra come normalizzato, "si delinea come un vago pensiero sempre più confuso, avvolto da una nebulosa sempre più sottile e innocua".
La libertà è fondamentale per sperimentare la riappropriazione di sè, in opposizione al non senso che altrimenti si avverte in concomitanza con la mancata libertà. E' quello che si è provato quando si è scelto di uscire dalla casa parentale per andare a vivere da soli. "Per la prima volta dopo tanti anni ho percepito di aver raggiunto la mia prima libertà personale, [...] così come la crisalide rinchiusa nel suo bozzolo si tramuta poi in farfalla, passando all'età adulta, io stessa mi sono mostrata abile nel compiere un tale passaggio che mi ha reso, in prima persona, capace di transitare autonomamente alla fase post-embrionale, accingendomi a diventare a tutti gli effetti una persona più indipendente". E, come in vitro, la crescita matura in un ambiente di solitudine. "L'isolamento ha dunque costituito per me quella condizione esistenziale indispensabile, voluta appositamente per crescere e maturare nella mia intimità personale, [...] in quella casa regnava indisturbato il silenzio, generalmente interrotto dal verso esasperato dei piccioni che insistentemente, già dall'alba, tubavano beatamente e pacificamente sul balconcino, accompagnando in modo così insolito il mio problematico risveglio mattutino".    
E' un inconveniente superabile il dover andare in vacanza col proprio padre anziano. Che come avviene per le verità troppo evidenti appare parlare in codice, specialmente a favore di chi non ascolta: non condivide l'idea dell'ennesimo viaggio insieme, si innervosisce per la stasi della coda sull'autostrada, chiede di ascoltare il suo brano musicale preferito, la Tammurriata nera* ]. Sistemato il padre nella sua camera, "distesa sul letto mi trovo a pensare con il mio abitudinario spirito riflessivo. Sento di respirare un'aria diversa da quella da me attesa con tanta speranza, nell'aria avverto quel qualcosa di indefinibile che comincio a percepire come strano, magico, esoterico, impenetrabile". 
Il passaggio alla maturità si svolge tipicamente dopo una frattura, che costituisce una soluzione di continuità col passato, per cui ci si rende conto che la vita non può essere più quella di prima. La frattura crea un periodo di vuoto, ed anzi si potrebbe dire che la maturità raggiunta grazie alla frattura non è altro che la prosecuzione indefinita della sospensione di quel vuoto.
Sembra il vuoto dover essere giustificato e riempito da un'esasperata progettualità e non c'è spazio per l'effetto di plagio della realtà, per l'essere costretti su binari non scelti, sospinti da forze soverchianti, di cui il farsene una ragione è poi in fondo una fonte di liberazione mentale. "Spesso, infatti, il senso di smarrimento avvertito nei momenti di maggiore criticità esistenziale e la paura di non riuscire nel proprio piano assertivo, può indurre alla rinuncia e ulteriormente a un mancato riconoscimento del proprio valore individuale. Continuo, quasi inarrestabile è il mio errare tra una prospettiva progettuale e l'altra, che non si limita a essere in forma riduttiva un vagare senza meta nè scopo, privo di qualsiasi orientamento. Progressioni e regressioni rimangono sostanzialmente i miei più fedeli compagni di viaggio e di avventura, i tratti denotativi delle mie lunghe giornate, piene di impegni formativi e professionali. Pertanto convivo ogni giorno con un planning altamente dinamico, talvolta disorganizzato, talvolta efficientemente strutturato".
Il conflitto tra cuore e ragione non contempla lo scacco di entrambi su terreno neutro, dove il conflitto non ha più ragione di essere. La progettualità ha un motore segreto nel cuore e contrasta l'entropia. La notte paradossalmente conferma la pienezza del sè riconciliato, "arrestando le innumerevoli convinzioni autosvalutanti e denigratorie che strutturano il mio falso sè", anzichè essere, viceversa, di contraddizione delle false certezze dell'io cosciente. "Chiudere gli occhi, desiderosa di incontrare uno stato di assoluta serenità equivale per me a lasciarmi trasportare liberamente da una mia parte di cui fidarmi incondizionatamente, la cui voce rispettosa spesso mi richiama a una realtà in discesa non facilmente tangibile, non proprio effimera bensì formativa, nella quale è possibile lasciarmi andare a nuove esperienze conoscitive interessanti e arricchenti a livello di contenuto. In questi istanti, quasi magici, mi sposto pian piano dal buio totale verso una luce interiore che risplende irradiando l'oscurità di fondo, intravedo un fascio luminoso in progressiva espansione. L'intensità e il calore di questa luce ascendente mi avvolge e mi protegge lungo tutto il corso del mio dormiveglia, aiutandomi, in tal modo, a superare in larga parte l'iniziale stato di strano torpore, inerzia e frustrante immobilismo".  
Di questo procedere luminoso avendo di mira un fine, non si può che prendere atto. E' però l'assenza di oggettualità a lasciare dubbiosi, mancanza di trame e intrecci, negazioni e doppi, di cui si ha l'impressione che se ne avverta la presenza, ma che la si voglia esorcizzare prima ancora di incontrarla.
La lettura di questo libro mi ha fatto riandare con la memoria per contrasto ad un'altra lettura fatta da adolescente alla fine degli anni '70. Si tratta di una raccolta di racconti di Alberto Moravia, "Boh", che costituisce insieme a "Il paradiso" e "Un'altra vita", una trilogia dedicata dallo scrittore al nuovo protagonismo femminile delle lotte di quegli anni. Avevo il ricordo di una galleria di ritratti di donne ribelli, impegnate fino allo stremo in una rivolta etica e sessuale. Tutto l'opposto del ripiegamento interiore dell'autrice di questo libro,  mi dicevo. Dunque ho ripreso in mano quei libri di Moravia. Quale è stata la mia sorpresa nel rileggere quei racconti e nel non trovare affatto delle figure di donne rivoluzionarie, ma rivedere lo stesso riflesso d'ordine del libro di Maria Francesca Pacifico. Lo schema dei racconti è sempre lo stesso. Sono gli uomini ad essere per qualunque ragione degli inguaribili trasgressori che, magari controvoglia, finiscono col deragliare. Sono invece le donne, depositarie di una sorta di ordine metafisico interiore a riportare quegli uomini in carreggiata, nei binari della norma, nell'alveo del benessere di un cosmo civile ordinato. Ma per far questo sono rivoluzionarie, si sono dovute acceleratamente adeguare ai tempi, acquisire nuovi strumenti, evolvere. Sono diventate fantasiose, creative, eretiche, sorprendenti, clamorose, scioccanti. E in un certo senso si è aperto uno spazio etico in cui agire, in modo magari non tradizionale, quanto piuttosto ingannevole, subdolo, impareggiabile verso uomini comunque fallaci. C'è qualcosa che unisce le due letture, un tema di fondo, di necessità affrontato a braccio da parte mia in quanto tema lacaniano, quello del desiderio, che può essere anche solo desiderio di vivere.
Per concludere, tornando alla metafora d'apertura, se la maturità si può figurare come un territorio pianeggiante, avendo alle spalle l'angoscia della salita, tuttavia esso risulta poi pieno di insidie, false prospettive, autoinganni, il cui attraversamento non sarà per niente facile, specie poi se non si vedono i rapporti materialistici di potere tra le persone, rispetto a cui il processo finalistico verso la luce non può nulla. Il vulnus della morte della madre quando si era ancora troppo giovani non può essere riscattato in nessun senso, al massimo può essere dimenticato. E che la maturità consista nell'aver scalato una montagna di macerie è verissimo, ma non ci si deve con questo illudere che non sarebbe potuta andare diversamente. 


(Carlo Verducci)










Maria Francesca Pacifico, Lungo il sentiero... Tra mente e cuore, Il Papavero, 2018 [ * ]




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Questa quì sopra delineata è solo una prima traccia, che potrebbe essere soggetta ad infiniti e quotidiani ripensamenti ed evoluzioni, obbediente al riflesso di incidere sul filtro di rassicurazione che il libro sembra voler stendere sulla trama dell'esistenza. Con l'occasione segnalo un libro nato dai seminari e dagli incontri della LUA sul tema della scrittura di sè al femminile in rapporto all'età adulta: Barbara Mapelli, Lucia Porris, Susanna Ronconi (a cura di), Molti modi di essere uniche. Percorsi di scrittura di sè per re-inventare l'età matura. Prefazione di Duccio Demetrio, Stripes edizioni, 2011 [ * ]. Sulla trilogia di Moravia ricordo di Carla Ravaioli, La mutazione femminile. Conversazioni con Alberto Moravia sulla donna, Bompiani, 1975 [ * ]    

 


RESTO QUI'
post pubblicato in Balzano, Marco, il 11 giugno 2018
 

A Curon Venosta nell’Alto-Adige un campanile romanico sembra galleggiare “come il busto di un naufrago sull’acqua increspata” di un lago. E’ ciò che resta di due vecchi borghi, Resia e Curon, sommersi dalle acque di una diga voluta dallo Stato italiano e realizzata dalla ex Montecatini nel 1950 per produrre l’energia elettrica, “l’oro bianco”. I campi, i masi, le strade vennero espropriati e distrutti, venne risparmiata soltanto la torre che oggi si erge sull’acqua azzurra, divenuta il simbolo della violenza del potere, ma anche dell’importanza e dell’impotenza delle parole. La maggior parte dei cittadini furono costretti a emigrare, solo poche famiglie hanno potuto ricrearsi una nuova vita nelle case, in seguito, ricostruite a poca distanza dal lago.
La storia di Curon riflette la storia dell’Alto-Adige, territorio di contrasti derivanti da diversi regimi: impero austro-ungarico, fascismo e nazismo in alternanza. Dalla visione di quel paese trae spunto l’invenzione narrativa dello scrittore, che ricostruisce la storia intima e personale della protagonista, Trina, attraverso le cui parole e ricordi trapela la grande Storia. E’ una donna forte, tenace che racconta le sue vicende intime attraverso le lettere scritte alla figlia scomparsa, che non ha smesso di aspettare, nella speranza che in qualche modo le parole gliela possano restituire. L’importanza delle parole è insieme al legame d’identità con la propria terra e le proprie radici un tema affrontato nella narrazione. Trina nella primavera del ‘23 si diploma, l’anno dopo la marcia su Bolzano di Mussolini, che aveva messo la città a ferro e fuoco, stravolgendo la tranquilla vita degli abitanti delle valli. Il duce aveva messo al bando il tedesco e ribattezzato in italiano strade, ruscelli, montagne, i cognomi e cambiato perfino le scritte sulle lapidi dei morti. Era proibito insegnare tedesco, che lei insegnerà di nascosto ai ragazzi del luogo. Quando alcuni anni più tardi insegna, non proprio volentieri, italiano a uno scolaro, dietro compenso in natura, confessa di trovare una certa musicalità nella lingua, che le avevano fatto odiare. Dopo l’armistizio i tedeschi prendono il controllo totale del territorio, licenziano gli impiegati statali e vietano l’italiano negli uffici pubblici. Deve constatare che l’italiano e il tedesco sono muri che continuano ad alzarsi. Le lingue  diventano marchi di razza. I dittatori le avevano trasformate in armi e dichiarazioni di guerra. L’arrivo dal comando di Merano di ordini annuncianti l’arruolamento imminente degli uomini getta nell’angoscia Trina e il marito Erich, che era tornato ferito dalla guerra qualche anno prima. Temendo la ritorsione del comando tedesco per non aver optato nel ’39 di partire per la Germania, Erich decide di disertare. Insieme alla moglie fuggono e si rifugiano in montagna con le difficoltà di procacciamento del cibo, del freddo e il pericolo della caccia dei tedeschi. I toni della narrazione si fanno sempre più drammatici. Un giorno, al ritorno da un giro in cerca di cibo, Trina scorge nella grotta, dove avevano trovato riparo, due tedeschi che stanno interrogando il marito. Per la loro salvezza li uccide con la pistola e li seppellisce nella neve, dopo averli privati delle armi. Finalmente riescono a raggiungere il maso di un giovane prete di Malles, a cui li aveva indirizzati il parroco Alfred. Con loro sono anche la madre del prete, una coppia di mezza età, con una figlia Maria, muta dalla nascita, a cui Trina insegna a scrivere. Le rappresaglie dei tedeschi alla fine del ’44 si intensificano, masi bruciati, disertori deportati. Passeranno alcuni mesi tutti accampati in un fienile, con ginepro e bacche come cibo, smagriti, ossuti, senza un brandello di tempo a cui aggrapparsi per resistere, mentre il resto del mondo si cancellava dalla memoria. La sapienza narrativa dell’autore crea nel lettore una forte emozione, transitando dalla bellezza del contatto con la natura, foriero della futura pregustazione di un buon cibo, alla orribile realtà dei massacri operati dei tedeschi. I fuggiaschi al ritorno da una passeggiata scoprono i cadaveri dei  genitori di Maria e la madre del prete orribilmente crivellati dai colpi di pistola dei tedeschi. Finalmente nella primavera del ’45 la guerra è finita e possono ritornare a Curon. La vita riprende il ritmo di sempre anche se non saranno più quelli di prima. Stremati dalla guerra ma nello stesso tempo pieni della voglia di rinascere, seppelliscono, insieme ai morti, tutto quello che si è visto e che si è fatto, prima di diventare macerie e prima che gli spettri diventino l’ultima battaglia. Trina può insegnare, ci sono due scuole, una tedesca l’altra italiana. Lo stipendio da maestra insieme alla falegnameria, in cui sono impegnati Erich e il figlio, consente loro di vivere dignitosamente. Ma li attende un’altra lotta fatta sempre di parole, contro i lavori della diga che riprendono dopo un periodo di abbandono che li aveva illusi dell’accantonamento del progetto. Nel gennaio del ’46 arrivano decine di trattori, le gru gettano terra sui camion, davanti al paese si apre un’immensa buca. Centinaia di manovali montano capannoni che dovrebbero diventare officine, mense, magazzini, ricoveri, uffici e laboratori. I campi non ci sono più, le distese verdeggianti sono scomparse, la terra vomita solo polvere. Il silenzio delle montagne è sepolto sotto l’incessante rumore delle macchine. Trina e Erich cercano di mobilitare tutti gli abitanti del paese e coinvolgere i sindaci dei paesi vicini, nel tentativo di fermare i lavori. Ma essi non rispondono alle sollecitazioni, i giovani emigrano, le persone mature sono desiderose di tranquillità con la fede in Dio. Ai sindaci faceva comodo la deviazione del fiume, perché non avrebbe esondato. Trina scrive ai giornali italiani, ai politici di Roma con la convinzione che le parole potessero smuovere le montagne, con il foglio davanti uscivano da sole e davano corpo alla rabbia. Le industrie stavano trattando il paese come se fosse un paese senza storia. Curon invece era una terra ricca di agricoltura e allevamento, dove regnava l’armonia tra masi, bosco, prati e sentieri. Una diga si può costruire altrove, mentre un paesaggio devastato non può rinascere, né replicare. La lotta prosegue con l’aiuto delle azioni di protesta di alcuni abitanti e l’appello a vari  politici, perfino al papa, da cui ottengono vaghe promesse. Dopo vari incidenti, la morte di alcuni manovali, l’intervento dei carabinieri, devono arrendersi. La diga è dietro di loro, sono pronti anche i fabbricati delle abitazioni provvisorie, al di la del paese, che ospiterà gli abitanti in attesa delle costruzioni nuove. S’impossessa della donna la rassegnazione dei condannati a morte. La domenica, in cui si celebra l’ultima messa, Trina l’ascolta distrattamente e guardando la croce pensa che non valga la pena morire sulla croce, è meglio nascondersi, farsi tartarughe e ritirare la testa nel guscio per non guardare l’orrore che c’è fuori. Il suo desiderio più grande è di continuare a vivere a Curon, in quel paese senza possibilità, senza voler sapere niente del futuro e senza nessun’altra certezza che restare. Nel 1950 viene inaugurata la diga ma l’acqua impiega quasi un anno a ricoprire tutto, è salita lentamente fino a metà della torre.
Nel tempo la vita riprende lentamente un’apparente normalità. Trina continua a insegnare, abita in una nuova casa. Ha perso il marito, più che per malattia di cuore, forse per stanchezza della vita: non aveva più le bestie, non abitava più nella sua vecchia casa, non era più niente di quello che voleva essere. Le case nuove somigliano a quelle di qualsiasi borgo, con gerani sui balconi e le tendine alla finestre. Il lago artificiale con il campanile è diventato un’attrazione turistica. Anche le ferite che non guariscono smettono di sanguinare... Andare avanti è l’imperativo e l’insegnamento della nostra forte e tenace eroina.




(Anna Velia Violati)








Marco Balzano, Resto quì, Einaudi, 2018 [ * ]

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STORIE DEL QUADRARO
post pubblicato in Novelli, Chiara, il 9 aprile 2018
 

Ho finito di leggere da poco questo libro, che mi ha fatto tornare all’infanzia. In realtà il libro – che copre un arco di tempo che va dall’aprile 1952 al settembre 1960, mi vede (come età) liceale – universitario. Ma non è questa la ragione del ritorno all’infanzia, si proprio ai 12 – 13 anni.
L’autrice ha scritto quello che per me è un capolavoro, e che racconta storie di un quartiere famoso a Roma, con una fama di quartiere mal abitato, nomea assolutamente immeritata. L’autrice, nella sua prefazione, dice testualmente: “… quel posto ce l’ho nell’anima”, e l’intera opera ne fa fedele testimonianza. Ma… provo ad andare con ordine.
Come ho già detto, parlandone proprio all’autrice, figlia di un mio carissimo collega ed amico, avevo una cugina che viveva con la sua famiglia al Quadraro: era una bellissima donna, cugina prima di mia madre e – proprio nella mia età pre-adolescenziale – ci siamo frequentati. Io e i miei genitori con mio fratello siamo andati a trovarli – abitavano a via dei Quintili – e ricordo perfettamente di non aver trovato grandi differenze tra il Quadraro e il quartiere di piazza Bologna, dove abitavamo all’epoca, tanto che la cosa fu materia di discussione con mia madre, proprio per le chiacchiere che venivano fatte su quel quartiere e che, dopo la visita, avevo trovato ingiuste. 
Quindi, quando ho sentito (o letto su uno dei social che frequento sul web) di questo libro, ho subito avuto voglia di leggerlo. Ed eccomi qui a parlarne, con molto più entusiasmo di quanto pensassi prima della lettura.
La scrittura dell’autrice è fluida, armoniosa, mai pesante. Il  libro – come dice il titolo, un libro di racconti – si legge in fretta e agevolmente. La prosa è fresca, giovanile, immediata, e le storie, che l’autrice dice vere, arricchite solo dalla sua fantasia, sono storie di quartiere con personaggi presi dalla vita quotidiana. Novelli le esplicita con una scrittura semplice ed efficace, si da farne tanti piccoli capolavori. 
Credo davvero che il Quadraro possa essere orgoglioso di aver ispirato le storie raccontate; come ho già detto, leggendole sono tornato ai miei dodici – tredici anni e al quartiere di Piazza Bologna, dove abitavo. E alle storie che tra amici ci raccontavamo allora, e anch’esse vertevano su persone del quartiere, fossero belle ragazze o adulti sui quali si raccontavano imprese più o meno credibili. Purtroppo la mia memoria non mi fa ritornare nessuna di quelle “imprese” alla mente (almeno a livello da poterle raccontare), ma il clima descritto nel libro e relativo al Quadraro posso dire che mi ricorda molto quello che vivevo a quell’epoca nel mio quartiere. Sia al ginnasio, al liceo e all’università sono andato sempre a piedi da casa e quindi alcune cose le vedevo e percepivo (“Basta saper osservare”, dice sempre Novelli nella sua prefazione) nelle mie camminate quotidiane. 
Molte storie hanno per protagonisti ragazzi, che pian piano crescono (il libro, come ho detto, copre un arco di otto anni, anni che Novelli ha ricostruito dai racconti di persone più grandi di lei - in quegli anni lei non era neppure nella mente dei suoi genitori, credo non ancora sposati): una fra tutti, una ragazza di nome Sabina, mi ha colpito più degli altri. E’ presente quasi in ogni storia, e tra i personaggi spicca per la serietà dei suoi pensieri e delle sue azioni, e per la generosità con la quale va incontro agli amici/amiche, aiutandoli a risolvere i loro problemi.
Le storie sono diciotto, per un totale di 207 pagine, più due di prefazione e biografia dell’autrice. Anche in questo Novelli è originale, rispetto a tanti scrittori dei nostri tempi. Dalla scrittura, alla concezione del libro e della sua struttura, fino all’edizione autonoma, Novelli mostra una creatività non comune, che rende il libro ancor più pregiato e valido,
Altro pregio da sottolineare, che mi ha richiesto – curioso come sono – una continua consultazione delle mappe per trovare i luoghi, è che le vie, in ogni storia, sono tutte vie reali del Quadraro. E così chi è pratico di Roma può agevolmente “camminare” per il quartiere leggendo le storie. Questo pregio non è così frequente anche in scrittori di racconti, sia italiani che stranieri (penso a Dickens o a McEwan).
Voglio però ancora sottolineare la freschezza che c’è in tutta l’opera: la lettura agevole e facile è sempre divertente, anche quando si parla di fatti non proprio belli da descrivere. A mio avviso il libro, estremamente consigliabile ad ogni tipo di lettori, è particolarmente indicato per i più giovani, che possono riconoscersi in qualcuno dei personaggi. 



(Lavinio Ricciardi)









Chiara Novelli, Storie del Quadraro, Youcanprint, 2017 [ * ]




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S'E' SEDUTA
post pubblicato in Raggi, Luciana, il 3 febbraio 2018
 

"La mia postura segue consciamente la forma della sedia" (David Forster Wallace, Infinite Jest)


Si vorrebbe sapere di più su questa misteriosa donna seduta, di cui per l'amicizia con Luciana Raggi abbiamo notizia trattarsi di donna reale, cui la poetessa ha prestato la voce e, per così dire, la veste. Correre il rischio di oltrepassare il testo per fare entrare tuttavia questa donna che è sospesa in una zona evanescente della sua vita, dove il tempo sembra essere finito, forzatamente nel flusso di una contemporaneità pericolosa, è quello che si vorrebbe tentare. La melodrammatica eroina probabilmente non sa di incarnare una figura della filosofia attuale, quella dell'"esausto", divenuta paradigmatica di questi nostri anni. E' qualcosa di più di una reazione individuale magari inadeguata, è la rivelazione di una costellazione della contemporaneità, la risposta ad una situazione di massa, l'unica risposta veritativa a cui non si può rinunciare, pena il tradire sè stessi e il proprio tempo. Per questo è paradossalmente un'eroina della società della stanchezza (Byung-Chul Han, Nottetempo, 2012 [ * ]), preconizzatrice di tempi nuovi, se l'autore coreano ci vede alle sue soglie, quando è il tempo che "la ferita si richiuse stancamente" (Franz Kafka, Prometeo [ * ]), "stanchezza che non deriva da un riarmo sfrenato, bensì da un cordiale disarmo dell'io", reazione alla sindrome di burnout di una società della prestazione all'insegna dell'eccesso di positività.
La protagonista di S'è seduta, in bilico sul suo vortice panico di trottola, sembra non sapere le ragioni del suo male. Quando il male è immotivato, non ha ragioni, non ha una genesi in cui si ricostruisce la sua storia, è oltremodo devastante, a tutto discapito dell'io che si autoannulla. E' quello che succede a questa donna desolata e senza più risorse. 
L'autrice segue mimeticamente l'impoverimento concettuale della protagonista. Tutta la sequela di distici è un'unica variazione sul basso ostinato dell'immobilismo, dell'isterilimento di ogni azione possibile. Sono insistenze che tautologicamente ribadiscono il tema dell'assenza di divenire. Il tempo si è fermato anche se la pendola continua a battere i colpi, ma non procede più. La poetessa presta il suo verso a una donna che non ha più possibilità di parola. Questa è la cifra della teatralità del poemetto ed anche della sua trascendenza, perchè Luciana Raggi con questa donna ha stabilito un dialogo impossibile, sostituendosi ad essa, senza identificarsi.
Scrive Giorgio Agamben nella postfazione a L'esausto * ]: "Occorrerà allora immaginare una postura che esaurisce integralmente e senza riserve ogni possibilità. Scommettere, cioè, su che cosa si può ancora fare quando tutto è diventato impossibile e su che cosa c'è ancora da dire quando non è più possibile parlare. Questa postura è lo stare seduti. [...] L'esausto 'esaurisce tutto il possibile. Mette fine al possibile, al di là di ogni stanchezza, per continuare a finire'. [...] Lo stare seduti è la cifra dell'esaurimento di ogni possibile azione, la postura dell'esausto che è riuscito a sloggiare l'essere dalla sua dimora nella possibilità" [ * ]. Gilles Deleuze distingue, sulla base della sua esperienza di malato terminale, lo stanco dall'esausto. Lo stanco non ha più la forza di agire, non ha esaurito le sue possibilità vitali, saprebbe cosa fare ma non ne ha la forza. L'esausto ha invece finito le sue possibilità, è impotente perchè non ha più nulla da poter fare. "Lo stanco ha esaurito solo la messa in atto, mentre l'esausto esaurisce tutto il possibile". 
Dell'impotenza di una donna scissa nello smottamento tra culture, l'esito è la negazione di sè, i tratti definitori evanescenti, cui la poetessa offre la possibilità di un'immagine prima dell'esito del dissolvimento, perchè al di là della "nuda vita" non c'è altro. Il debito beckettiano è evidente anche oltre le intenzioni dell'autrice. 
"I would prefer not to" [ * ] rappresenta perciò una forma di opposizione, un'ostinazione senile che riguarda la vita dall'origine, è la strategia resistente dell'inoperosità, quella che si può vedere in questa donna divenuta ombra, fenomenologicamente descritta nei versi del poemetto [ * ].


(Carlo Verducci)





Luciana Raggi, S'è seduta, Edizioni Progetto Cultura, 2016 [ * ]
LA FEROCIA
post pubblicato in Lagioia, Nicola, il 12 luglio 2016

Ho letto questo libro per conoscerne l’autore, e debbo dire che sono contento che abbia vinto il Premio Strega. Questo libro, oltre ad avermi intrigato, mi ha profondamente colpito. Inoltre, mentre lo stavo leggendo, ho scoperto che è uscito anche nella mia collana preferita, Italia Noir di Repubblica. E l’intrigo è cresciuto.
Il libro è diviso in tre parti, con capitoli i cui titoli sono profondamente significativi. Sono, rispettivamente: Chi tace sa; Chi parla non sa; Divenni pazzo; Con lunghi intervalli di orribile sanità mentale; Tutte le città puzzano d’estate. Il libro è poi chiuso da un Epilogo e da una nota dell’autore; l’epilogo non è citato nell’indice, ma – a mio avviso – rappresenta proprio la conclusione logica della storia, soprattutto rispetto al titolo.
Vado con ordine, voglio rispettare un filo di logica anche io. Il libro è certamente un vero e proprio noir. L’autore lo dichiara subito, con il primo capitolo della prima parte, dove compare un “fattaccio”, raccontato con molti dettagli. Un incidente, provocato da una ragazza che si aggira nuda sulla provinciale Bari–Taranto: il guidatore sbanda, finisce fuori strada, viene portato in ospedale e perde una gamba che gli viene amputata. 
Da qui l’autore passa a descrivere una famiglia bene di Bari, la sua città. La famiglia di un imprenditore edile, Vittorio Salvemini, che ha tre figli con la sua compagna Annamaria, rispettivamente Ruggero, Clara e Gioia, e un quarto figlio, Michele, avuto da un’altra donna e preso in casa alla morte della madre. 
La prima parte del romanzo è la storia della famiglia, con un forte riferimento a Clara, la figlia maggiore. Clara ha una strana condotta in casa. È una donna senza remore, e soprattutto senza limiti morali, cosa che la spinge a darsi un po’ a tutti, a persone importanti e anche a sconosciuti. A differenza degli altri figli, lei – particolarmente amante della cocaina, cosa che la rende molto ricattabile – cerca di avere una vita molto indipendente dal resto della famiglia. La cosa procede fin quando Clara (la ragazza dell'incidente) viene trovata morta ai piedi di un autosilo a più piani.
Il comportamento di Vittorio nell’informare i componenti della famiglia della morte di Clara fa pensare abbastanza al titolo del romanzo (non si parla di dolore o sofferenza ma solo che Clara si è uccisa e basta). E – in questa lunga prima parte del romanzo – soltanto Clara appare la figura dominante, e comincia anche a comparire il rapporto tra Clara e Michele, il fratello (acquisito) per il quale Clara aveva una spiccata predilezione.
La seconda parte è dedicata a Michele, che ha una serie di peripezie, nelle quali però il rapporto con Clara è la parte normalizzante del suo inserimento nella famiglia Salvemini. Michele si allontana da Bari per stare a Roma, e l’inizio della seconda parte del romanzo lo vede tornare a Bari e a casa Salvemini in compagnia di una gatta. Non viene accolto bene, perché il padre gli fa quasi una colpa per la non partecipazione al funerale di Clara (della cui morte non era stato affatto informato). La sola persona che lo accoglie con un certo affetto è la sorella Gioia. Vengono poi descritte in flash back le vicissitudini di Michele a casa, molte delle quali non lo avevano lasciato di buonumore: le uniche volte che si trovava a suo agio erano quelle in cui si incontrava con Clara o si scambiava con lei messaggi sul cellulare. Tutta la seconda parte è – sostanzialmente – la storia di Michele, che lui racconta in prima persona, a partire dal suo ritorno a Bari.
La terza parte, con un titolo abbastanza evocativo, racconta dell’indagine che porta Michele a scoprire cosa ci sia dietro il “suicidio” (che si rivelerà solo apparente) di Clara. In questa parte i personaggi sono tanti, e fanno tutti parte della vita cittadina: molti sono già apparsi nella prima e nella seconda parte, e quindi sono noti nella trama del romanzo. Non mi dilungo a raccontare le vicende di questa parte; aggiungo solo che – nell’Epilogo, brevissimo – tutti i personaggi scompaiono e sopravvivono solo i luoghi in cui la storia si è svolta.
Finora ho parlato – se pur abbastanza vagamente – della storia: ora voglio parlare del libro e soprattutto dell’autore. Ovviamente mi era giunta all’orecchio la vittoria al Premio Strega dell’anno scorso, ma ero curioso di vedere lo stile dell'autore. E ne sono rimasto affascinato. La scrittura di Lagioia è piana, scorrevole; anche le parti più complesse da descrivere sono piacevoli da leggere e non presentano difficoltà, se non quelle comportate dalla vicenda. Ma l’autore ha anche una sua modalità particolare di narrazione: la storia infatti traspare dai ricordi di tutti i personaggi, per cui – spesso – farli comparire e scomparire è un artificio che serve a raccontare la storia stessa. Non sono riuscito a trovare un altro scrittore che gli somigli: neppure fra gli scrittori di noir che meglio conosco (e sono tanti!).
Insomma, il libro mi è piaciuto e più ancora mi è piaciuto l’autore e la sua scrittura. Si tratta di un noir molto ben architettato e sicuramente ispirato a vicende della cronaca barese, anche se l’autore non ce lo dice, neppure nella nota in calce al libro. Degna di nota la premessa, presa da una frase di un celebre fisico, Niels Bohr, lo scopritore del modello classico dell’atomo, che recita: “La predizione è molto ardua, soprattutto se riguarda il futuro”. Il libro è sicuramente per tutti, anche se i contenuti ne sconsigliano la lettura ai più giovani.



(Lavinio Ricciardi)









Nicola Lagioia, La ferocia, Einaudi, 2016 [ * ]



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L'ULTIMO RIGORE DI FARUK
post pubblicato in Riva, Gigi, il 31 maggio 2016
 

Nella tragica e violentissima dissoluzione della Jugoslavia un calcio di rigore sembrò contrassegnare il destino di un popolo. Un penalty divenne nei Balcani il simbolo dell’implosione di un intero Paese, e dei conflitti che sarebbero seguiti di lì a poco. Intuendo la complessità di un evento che sembrava soltanto sportivo, Gigi Riva racconta con attenzione da storico e sensibilità da narratore un tiro fatale, sbagliato il 30 giugno del 1990 a Firenze da Faruk Hadžibegic, giocatore bosniaco, capitano dell’ultima nazionale del Paese unito. La partita contro l’Argentina di Maradona nei quarti di finale del Mondiale italiano portò all’eliminazione di una squadra dotata di enorme talento ma dilaniata dai rinascenti odi etnici. Leggenda popolare vuole che una eventuale vittoria nella competizione avrebbe contribuito al ritorno di un nazionalismo jugoslavista e scongiurato il crollo che si sarebbe prodotto.
Proprio per la sua popolarità il calcio è sempre servito al potere come strumento di propaganda. Basti pensare all’uso che Mussolini fece dei trionfi del 1934 e 1938, o a come i generali argentini sfruttarono il Mondiale in casa del 1978, durante la dittatura. Oppure, ai giorni nostri, a come lo Stato Islamico abbia deciso di colpire lo Stadio di Francia durante una partita per amplificare il suo messaggio di terrore. Ma si potrebbe sostenere che in nessun luogo come nella ex Jugoslavia il legame tra politica e sport sia stato così stretto e perverso. Attraverso la vita del protagonista e dei suoi compagni (molti dei quali diventati poi famosi in Italia, da Boban a Mihajlovic, da Savicevic a Bokšic, da Jozic a Katanec), si scopre il travaglio di quella rappresentativa nazionale e del suo allenatore Ivica Osim, detto «il Professore», o «l’Orso». Nelle loro gesta si specchia la disgregazione della Jugoslavia e la spregiudicatezza dei suoi leader politici, che vollero utilizzare lo sport e i suoi eroi per costruire il consenso attorno alle idee separatiste. In questo senso il calcio è stato il prologo della guerra con altri mezzi, il rettangolo verde la prova generale di una battaglia. Non a caso si attribuisce agli scontri tra i tifosi della Dinamo Zagabria e della Stella Rossa di Belgrado il primato di aver messo in scena, in uno stadio, il primo vero episodio del conflitto. Ed è nelle curve che sono stati reclutati i miliziani poi diventati tristemente famosi per la ferocia della pulizia etnica a Vukovar come a Sarajevo.
Per il loro valore emblematico le vicende narrate, risalenti a un quarto di secolo fa, sono ancora tremendamente attuali. E non è così paradossale scoprire in esergo a queste pagine le parole beffarde che Diego Armando Maradona rivolse all’autore: «Occupati di politica internazionale, il calcio è una cosa troppo seria». [ * ]


vedi quìquì e quì








Gigi Riva, L'ultimo rigore di Faruk, Sellerio, 2016 [ * ]

OLTREMISURA
post pubblicato in Raggi, Luciana, il 17 maggio 2016
 

Il titolo di questa silloge poetica "Oltremisura" è tratto dal distico finale della omonima poesia: Nessuno apre porte / chiuse oltremisura. Se è vero che nella realtà l’impresa dell’aprire si presenta difficile nondimeno l’immaginazione consente al poeta di potersi muovere in spazi liberi, di percorrere nuovi sentieri, di fare rivivere miti depositati nell’inconscio. Oltremisura inoltre nella sua accezione indica l’individuo che va oltre e non riesce oppure non vuole trovare il modus cioè la misura delle cose nella sfera privata o pubblica. La poetessa nel suo viaggio poetico coglie pienamente la difficoltà dell’essere umano di sciogliere i lacci che lo tengono serrato alla quotidianità e gli impediscono una vita serena. La poesia ha il grande privilegio di far conoscere il nostro tempo, di esprimere il nostro vissuto o il non vissuto, come la nostra vita si sia intrecciata all’eros, alle pulsioni, ai bisogni intimi e fondamentali di ciascuno. Luciana Raggi con l’acribia dell’entomologo scava nel suo spazio esistenziale e tende a dare attraverso una rete fitta di figure, di temi, di situazioni l’immagine della molteplicità e della varietà del mondo. La poetessa esplora una realtà non sempre condivisa e in questa sua esplorazione cadono le illusioni e l’animo cede allo sconforto di fronte all’introspezione e all’analisi di sé: Esploratore del buio / fruga frammenti senza futuro / scompone la sintassi del mondo. / Nel silenzio / ai margini della memoria / riposano / voci e sussurri / sensori del tempo. Scuotono certezze (Esploratore). Emerge uno spirito leopardiano e la poetessa può dire: Ma ora / qui / l’eco di una voce lontana / sento vicina. Si avverte una liaison del sentimento con il poeta di Recanati con cui può intrecciare un dialogo e riceverne conforto e nel contempo prendere consapevolezza di non avere mai incontrato cammini rettilinei ma Solo frammenti d’infinito / davanti al forse d’ogni bivio / dove lunghe attese / per eccessivi dubbi / hanno accresciuto la febbre / raffreddato le speranze. La poetessa rovista in se stessa, ripesca frammenti di ricordi e con lucida tensione dimostra di avere molti registri di rappresentazione delle idee che animano la poesia. Si evidenzia un io poetico sofferente ma estremamente teso verso il logos nel porsi interrogativi e nel dare una risposta ai dubbi che si affacciano impetuosi nella mente. E’ una poesia dai tratti rocciosi che si espande in mille rivoli con un livello di scelta lessicale elaborato per selezione e accostamento delle parole perché Azioni parole / si consumano / si mischiano / allo scoperto / muovendosi / s’intrecciano / prendono nuova vita / Inquiete / incidono la scorza / marcano il territorio / non sanno dove andranno a riposare / seguono / misteriose geografie dell’anima / senza meta (Poesia). E’ una felice dichiarazione di come il poeta è un essere particolare che si serve del linguaggio per esplorare mondi fantastici ma è pure ancorato al reale, da qui azioni-parole. Il dettato poetico di Luciana Raggi presenta una struttura chiara ed elegante e un linguaggio moderno che si fa carico delle problematiche del vivere e le mostra attraverso una scrittura che mira all’interiorità e al quotidiano. Il verso breve o brevissimo, il gioco di simmetrie e dislivelli non creano alcuna oscurità ma danno cadenze di ritmo brillante. In ultima analisi si può dire che in questa silloge la ricerca poetica della Nostra denota una ulteriore e nuova tappa del suo originale percorso.




(Francesco Dell'Apa)











Luciana Raggi, Oltremisura, Progetto Cultura, 2015 [ * ]

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UNA FOGLIA DI INSALATA E UN CHICCO DI RISO
post pubblicato in Cavara, Pietro, il 12 maggio 2016
  

Ho chiuso il libro "Una foglia di insalata ed un chicco di riso" di Pietro Cavara ed è calato un silenzio...pieno. Non ricordo, ne' voglio, le parole contenute nel romanzo; sento tuttavia la fragorosa cascata di struggenti sentimenti che non si è spenta, ma che ancora circonda ed abbraccia indicando un grande sentire espresso di volta in volta con semplicità ed intenzionalità carica di significati profondi e vivi. Questo libro è per me un inno alla vita: vita trascorsa con l'Essere che è riuscito a suscitare tanto amore e tenerezza infinita. 


(Italia Guerrisi)







Pietro Cavara, Una foglia di insalata e un chicco di riso, Aracne, 2016 [ * ]

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COME IL CIELO
post pubblicato in Lauramonte, Chiara, il 6 maggio 2016
 

Ho avuto il piacere di leggere, per espresso desiderio dell’autrice, valente pianista, quest’opera prima, che a mio parere è un grosso concentrato di emozioni. A cominciare dalla bellissima immagine di copertina, opera di un valente pittore palermitano, immagine che fa da corona al titolo, titolo che origina…ma facciamo ordine.
Cominciamo dalla storia, molto originale e insolita: il libro si snoda – di emozione in emozione – nel susseguirsi di vicende che caratterizzano la protagonista, una giovane ragazza inglese che abita in un piccolo borgo vicino Londra, Warton, alle prese con lezioni di pianoforte che le consentono di vivere.
Debbo dire subito che – al di là dell’originalità della storia – la vera protagonista del romanzo è la musica. La musica è il sottofondo di tutto quanto viene raccontato e descritto: storia, immagini, pensieri della protagonista…E non si parla solo della musica per eccellenza, quella classica, che serve di solito a formare la cultura base di chi suona il pianoforte; no, c’è anche spazio per la musica jazz e per i suoi cultori in questa storia.
Anticipato questo motivo di fondo, accenno solo appena alla storia. La protagonista – che appare sotto il falso nome di signora Smith – si chiama in realtà Roxanne Elgar. L’autrice ce la descrive attraverso dei flashback che riportano gli episodi passati della vita di Roxanne, e che si distinguono dalla vita reale di Roxanne perché scritti in corsivo. Da un’infanzia non proprio felice, si passa – per necessità esistenziale – ad un servizio presso una baronessa inglese…Ma, prima di entrare nella storia, c’è un prologo nel quale si fa cenno ad un’opera shakespeariana, “Il mercante di Venezia”, e da questo libro l’autrice trae spunto per raccontare la storia di Roxanne e di Alyssia. Già, perché le protagoniste sono due, in realtà; solo che la seconda compare dopo un po’ di tempo nella storia di Roxanne.
Questo parallelo tra vita reale adulta e infanzia–adolescenza di Roxanne è un po’ il supporto per tutta la storia. L’autrice può scoprire pian piano tutta la vita di Roxanne, e – più in la – l’apporto della vita di Alyssia, e il loro rapporto reciproco. Solo al termine del romanzo si comprenderà quale è stato il loro legame.
Le due pianiste cominciano assieme a suonare in pubblico, con pezzi sempre più impegnativi, e sono invitate a tenere concerti: il primo recital pubblico avviene ad Amburgo, dove avviene anche un episodio poco felice che turba il loro rapporto. Un doppio incidente: una storia amorosa che Roxanne dovrebbe avere con un altro pianista della Scuola di Musica di Londra, dove entrambe le amiche studiano, conosce una svolta perché Andrew, il protagonista maschile, si innamora invece di Alyssia. E – seconda cosa – il concerto che Roxanne e Alyssia portano ad Amburgo è lo stesso, quindi Roxanne suonerà un altro concerto…
Tutta la storia appare nel libro come raccontata da Roxanne ad una paesana, Dora Flanders, che le si presenta con un disco di Alyssia. Ma – come sempre faccio recensendo un libro (e a maggior ragione per un’opera prima) – non è mia intenzione raccontare l’intera storia e tantomeno commentarla. La storia è di per sé bella ed originale e parla da sola. Quanto dico quì è soltanto una certa somma di impressioni – e soprattutto di emozioni – che la lettura del libro di Laura mi ha prodotto. Ed anche un po’ di immedesimazione nelle vicende narrate, dati i miei studi pianistici nell’infanzia e adolescenza.
Ci sono nel libro vari passaggi che mi hanno colpito. A cominciare dal titolo, originato da una frase con la quale Alyssia spiega a Roxanne perché le vuole tanto bene, e paragona il suo sentimento al cielo. E anche la rappacificazione delle due amiche dopo l’incidente di Amburgo, incidente del tutto inessenziale e che viene subito dimenticato, dato il successo delle rispettive audizioni.
Non parlo della seconda parte e del finale della storia: dirò solo che è molto avvincente e inatteso. Il tutto, svolto all’ombra delle lezioni di piano che Roxanne dà a Lucy, la sua giovane allieva.
Appena sarà edito, mi piacerà consigliarne la lettura sia ad amanti della musica, sia a lettori comuni, magari stanchi delle solite storie piatte e senza originalità. 


(Lavinio Ricciardi)








Laura Chiaramonte, Come il cielo, ebook, 2016 [ * ]

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UNA FOGLIA DI INSALATA E UN CHICCO DI RISO
post pubblicato in Cavara, Pietro, il 26 aprile 2016
 

Se, contrariamente alle idee fatte, gli uomini non avessero mai se non la vita che meritano?
(Jean-Paul Sartre)

Richiesto dall'amico Pietro Cavara di recensire questa sua commossa rimemorazione della madre, scritta a caldo con un tono un po' affannato dopo la morte, mi rendo conto, non potendo arrivare a nessuna conclusione, di dovermi accontentare di riunire sensazioni e spunti, inadeguati rispetto all'argomento trattato, col rischio di sovrapporre mie impressioni, non lontane da quelle rIportate nel libro, derivate da un'analoga esperienza personale alcuni anni fa. 
Il novero delle possibilità è chiuso con la morte. Tuttavia l'autore si concede un retorico scampolo di allocuzione: "Perdonami se talvolta ti ho fatto del male". Il colloquio con il defunto si finge la possibilità di una risposta: "Ti supplico: dimmi che ci sei ancora!". E' un'allucinazione che fa da introibo al testo, nell'impossibilità di accettare l'inaccettabile, nella confusione di una ridefinizione dalle fondamenta della propria vita. Ma l'insufficenza delle forze è aggirata dal senso di colpa, nell'illusione di un'espiazione che riporti l'equilibrio. "In fondo sono stato pessimo tante volte, per stupidità, incomprensione, meschinità. Mi hai perdonato, lo so, me lo hai detto. Ma io non ho perdonato me stesso". [ * ]
In realtà appare che nonostante l'accettata simbiosi tra madre e figlio, esistesse tra loro un rapporto codificato, basato su convenzioni non esplicite, che salvaguardava da vicendevoli sopraffazioni e con ruolo arbitrale da parte del padre. Il genitore assente riverberava sul figlio la dimensione autoriale, ma la cura dell'eredità paterna non veniva ad adombrare l'autonoma creatività dello scrittore, che sapeva sdoppiarsi nelle due funzioni. E questo sembra essere stato uno dei contrasti ab aeterno tra madre e figlio, rimproverato di aver preso le parti del padre.
Si ha l'impressione di un grande movimento retorico, con cui viene depotenziato il dramma per venire a capo di un'improvvisa ed inaudita assenza. E' questa l'ultima complicità postuma con la madre, se in Cavara è fortissimo l'elemento autoriale: il rispecchiamento reciproco di essere lei la madre di uno scrittore e di essere lui scrittore per la madre.  [ * ] 
Uno degli assunti impliciti del libro è che ci sia un'unica donna che compendia tutte le altre ed è la madre. "Senza te sono perduto, come un bambino terrorizzato. Nessuno può compensare la tua presenza, nulla può riempire il calore della tua anima generosa. Nulla, senza te, può aver vita". Forse si potrebbe dire che esiste un unico rapporto mimetico con un corpo di donna. Le descrizioni che fa Pietro di una matrice esclusiva sono notevoli ed inequivocabili. "Avrei voluto massaggiarti ogni volta che me lo avessi chiesto mentre stavi a casa, assaporando quella sensazione meravigliosa del tuo corpo quando insieme avevamo ritrovato la serenità". * ] [ * ]
Ho l'impressione che i momenti migliori del libro siano quando il suo andamento diventa più oggettivo, l'autore mette tra parentesi l'onda delle proprie emozioni, e descrive momenti biografici della vita della madre, soprattutto da giovane, o guarda a sè stesso con gli occhi di lei. "Ma non ero probabilmente come avresti voluto. Ero ridicolo, di più: impresentabile ai tuoi occhi".
Ma dietro alla propria immagine dimessa l'autore punta diritto al milieu borghese degli anni '50 del padre e della madre, introvabile o geneticamente modificato. E' a questo universo fuori tempo che Cavara si mantiene fedele, quasi a volerne strenuamente supportare l'esistenza postuma. Questo atteggiamento spiega le tirate contro l'attualità, che sono a mio parere da prendere molto sul serio, nonostante l'indulgenza con cui Pietro alle volte vi si adagia. "Ma era il mondo attorno a noi a mostrarsi minaccioso. Quel mondo che non abbiamo più voluto comprendere e non abbiamo più potuto apprezzare", "E' quel mondo odioso e necessario fuori di noi che si intrometteva nei nostri rapporti, che attraverso me faceva di te un capro espiatorio": sono frasi forti, che non si spiegano soltanto con il rancore per il mondo esterno verso cui madre e figlio non riuscivano più ad aprirsi. C'è un giudizio di valore su questo mondo a cui se ne contrappone un altro delle origini. E' una scelta ideologica che dà ragione della regressione verso la madre. Perchè - è quasi inutile ribadirlo - tutto ciò che allontana dalla madre è un disvalore.  
E si potrebbe anche datare la fine delle origini, coincide con la morte del padre all'inizio degli anni '80. Da quì comincia la mutazione genetica ma anche l'arroccamento di Cavara sulla figura del padre, che un po' protegge e un po' minaccia (la madre forse era anche spaventata da questa protervia del figlio). Ma, in verità, quale altra scelta si offriva a Pietro? 
Pietro Cavara non è una natura drammatica. Il libro, pur nella contraddittorietà di una situazione di crisi, ha un andamento musicale, leggero, senza alti e bassi vertiginosi. Anche l'immagine che ogni tanto l'autore dà di se come personaggio scontroso, irascibile, trascurato, sempre in qualche modo arrancante rispetto alla vita, appare autogiustificatoria e divertita. E non c'è la cattiveria di imputare al rapporto con la madre l'evoluzione della sua personalità. Dà per scontato il proprio malessere, che se accresce d'intensità spirituale non permette poi di godersi la vita con facilità. E' una delle contraddizioni dell'autore: il proprio fatuo male di vivere. 
Il libro ha come qualcosa di non ancora sufficientemente sbozzato, riflesso dell'immediatezza con cui è stato scritto, ma questo è un problema stilistico, sebbene questa recensione abbia voluto affrontarne gli aspetti contenutistici. La bellezza del libro sta nel prendere respiro dopo un lungo affanno, nell'assoluta sincerità che lo pervade, come un refolo d'aria che entri da una finestra aperta dopo molto tempo in una casa vuota, percorrendo tutti gli interstizi. 
Si può prevenire la facile accusa che il rapporto di Pietro con la madre sia stato tremendamente possessivo e riflessivo, come è testimoniato da tutto il racconto del libro. Una schiavitù addossatasi fatalisticamente dal figlio e in realtà senza recriminazioni. C'è da chiedersi cosa avrebbe potuto infrangere lo specchio se non una separazione traumatica, ma allora sarebbe stato troppo tardi. Il fatto è che l'esperienza è solo un fatto ex post ed è cosa diversa da immaginazioni e possibilità.
Non me la sento di entrare nel merito del risvolto teologico, perchè nel libro c'è anche questo. Lasciandosi andare al flusso rabdomantico delle riflessioni e delle emozioni, guidato dalla ricerca della verità, l'autore ha come eretto un tronco con tanti rami che si protendono in varie direzioni e a diverse altezze, approdando nel vago come gesti interrotti. Quindi gli spunti nel libro sono moltissimi. Anche in campo religioso con la riflessione stupefatta sui cimeli della madre o le considerazioni nebulose sul bisogno di una dimensione ulteriore che potrebbe permettere un reincontro o sul silenzio della divinità. Sembra adombrato che è la struttura intellettuale dell'uomo che porta in questa direzione, con un procedere nel vuoto per livelli e innalzamenti ulteriori.
Hannah Arendt, tornata per un viaggio in Germania dall'esilio negli Stati Uniti negli anni '60, fu intervistata dalla televisione tedesca. Alla domanda su cosa fosse rimasto per l'umanità dopo Auschwitz, rispose un po' sibillinamente che era rimasta la lingua materna. Cioè era rimasta la nascita e una linea matrilineare. E quindi un futuro. * ] Ciò che non piace e inquieta in tematiche di cui oggi si parla molto come quella della maternità surrogata, su cui ci si è soffermati in un altro post di questo stesso sito, è proprio la rottura della linea matrilineare. Però leggendo il libro di Pietro Cavara mi viene da fare un'altra domanda: "cosa rimane dopo la madre?". Temo che non ci sia nessuna risposta, dopo la madre non c'è nulla. Per un figlio maschio, poi, se la perdita del padre significa sostituirsi alla sua figura, pure con tutti i distinguo possibili e quindi realizzarla in sè, con la madre si tratta soltanto di una perdita senza sostituzione.
Per quanto queste pagine siano scritte a caldo, s'intuisce che la tenerezza della madre va illanguidendosi mentre ad emergere appare invece proprio il cattivo umore, la scontrosità, l'incomunicabilità con la madre di cui Pietro tanto si affligge. E' inconfessato il fatto che quei comportamenti inappropriati fossero terribilmente profetici, anticipavano anzi rivendicavano una vita dopo la madre. Forse si faceva una colpa alla madre di questa vita postuma senza di lei. E il senso di colpa di essere sopravvissuti lo si sconta ampiamente vivendo. Da quì il carattere aporetico del libro che non cerca soluzioni. "La 'normalità' che mi appresto a raggiungere è come una condanna. Mi convinco che nulla sarà più come prima, che potrei ancora non farcela e mi immagino il tuo sorriso che invita alla ragionevolezza, a quella 'normalità', appunto, che è il prezzo per seguitare a vivere nella lontana speranza. Ogni volta che la sento mi rigetta però nell'angoscia, nel suo contrario 'apparente', nella paura del nulla".  
A lettura ultimata rimane ancora il pesante senso di rammarico di non essere stati in vita all'altezza della madre, di averla cannibalizzata, di non averla valorizzata come meritava. Si potrebbe rispondere che non poteva che essere così, il rapporto era bilaterale, che anche la madre operava in modo complementare, che era un destino di sacrificio da entrambi i lati. Tuttavia legami così forti e strutturali sciolti così rapidamente lasciano molte domande. Sul senso del tempo costretto ad una conversione all'indietro, sul corpo femminile che dà la vita in un'illusione di eternità ma poi recede anch'esso. Tutti quesiti senza risposta che questo libro tocca quasi involontariamente a partire da una sconvolgente esperienza autobiografica, senza negarsi a nessuno di essi, mettendo l'anima dell'autore a nudo nella tradizione della migliore letteratura.



(Carlo Verducci)








Pietro Cavara, Una foglia di insalata e un chicco di riso, Aracne, 2016 [ * ]

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UNA FOGLIA DI INSALATA E UN CHICCO DI RISO
post pubblicato in Cavara, Pietro, il 13 aprile 2016
 

Questo è un sincero racconto autobiografico. Un libro interessante che l’autore ha scritto subito dopo la morte della madre, per beneficiare del potere che la scrittura ha di comprendersi, di chiarire e di fermare per sempre ciò che sul momento appare importante e fondamentale. Scritto con una fatica che s’intravede ma viene in parte nascosta da parole che ci avvincono e ci rendono partecipi dei sentimenti e delle emozioni dell’autore in un flusso che s’avvale anche di ripetizioni e di immagini ricorrenti suddivise in brevi capitoli. Una scrittura frammentata come i pensieri e i ricordi che si avvicendano in dialogo fra loro. 
A pagina 90 l’autore ci svela uno dei motivi per cui ha scelto di scrivere “a caldo” senza lasciare decantare il dispiacere per la perdita della madre: “se mi distraessi troppo, rischierei di dimenticare di soffrire per te e questo non lo voglio”. Scrivendo, dunque, non rischia di dimenticare. Sono convinta, dato che madre e figlio erano legati da profondi affetti reciproci, che ciò non sarebbe avvenuto anche in assenza di questo libro, tuttavia mi piace che Pietro Cavara sottolinei anche questa importante funzione della letteratura autobiografica. A pagina 155 dice: “quando scrivo di te sento una parvenza di benessere: dev’essere l’idea di fissare i ricordi, di farti rivivere per me e per gli altri fronteggiando l’oblio, come un esorcismo volto ad infondermi un po’ di coraggio”.
La funzione salvifica della letteratura è proprio questa e, una volta che si ferma sulla carta, come dice l’autore “Il pensiero di ciò che è stato non può morire”.
L’autore è molto severo nel giudicarsi, dice di sé che è troppo cupo…poco tollerante, a volte incazzato come un indemoniato…pone l’accento soprattutto sull’eccesso d’insofferenza e sull’eccesso d’amore. Mi sembra troppo severo con se stesso e, riguardo a queste caratteristiche, come giudicare se non c’è misura oggettiva?…Io tenderei a giudicare positivamente sia l’uno che l’altra, essendo l’eccessiva tolleranza sintomo d’indifferenza e di mancanza di spirito critico, socialmente deprecabile, così come un difetto in capacità d’amare mi pare più grave di un eccessivo amore. In questo rapporto fra il figlio e la madre, che in certi momenti è stato conflittuale come è naturale che sia ogni rapporto fra chi condivide la quotidianità, mi sembra importante e significativa la capacita di Pietro di valorizzare e di assorbire la dolcezza della madre. 
Mi ha colpito la concretezza di certi aspetti collegati al dolore. Ad esempio la domanda: “Come riconoscerò il tuo corpo spirituale?”.
Il tema della morte si collega spesso a riflessioni sul tempo: 
“Ho sottovalutato il tempo in tutti questi anni che abbiamo vissuto insieme, dimenticando la nostra naturale decadenza, il nostro lento morire”. Utile riflessione sul passato per elaborare il lutto, per affrontare il futuro esorcizzando paure che sento di condividere con l’autore: la paura del nulla e la paura di una normalità che a volte sembra una condanna.



(Luciana Raggi)







Pietro Cavara, Una foglia di insalata e un chicco di riso, Aracne, 2016 [ * ]

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UNA FOGLIA DI INSALATA E UN CHICCO DI RISO
post pubblicato in Cavara, Pietro, il 7 aprile 2016
 

Recensire un libro come questo di Pietro Cavara è cosa non facile. Non mi era mai capitato di leggere un libro come questo, in cui le emozioni la fanno da padrone. Il tema rammentato nel sottotitolo è adatto a far pensare ad un diario, un libro di ricordi: ma nel libro di Cavara c’è molto, molto di più!
All’inizio non immaginavo che il libro fosse quello che ho scoperto dalla sua lettura: ma già la dedica dell’autore (Alla memoria di mio padre – Al sentimento materno – Alle Madri) lasciava pensare che non si trattasse solo di un libro di ricordi.
Comincio a descriverlo: il libro è composto da capitoli brevi, ed è abbellito da una decina di immagini della madre dell’autore. L’immagine di copertina è un dettaglio di una di quelle inserite nel libro, e queste immagini (con un titolo che le richiama nel testo) sono state inserite dall’autore in punti “strategici” della narrazione, quasi sempre citate nel contesto vicino al quale si trovano. C’è una prefazione, scritta da Luca Petricone. Ma quel che mi preme sottolineare è la premessa dell’autore, che segue la prefazione e che spiega alcune delle ragioni del libro, facendone risalire l’origine all’eccezionalità della madre. Il loro rapporto, ci dice Cavara, era improntato a “un candore e un’intesa fanciullesca che ho sentito il bisogno di raccontare”. È la storia di una donna “dall’animo grande e dal sorriso gentile…una madre indimenticabile che lascia nel mio animo sperduto tanto rimpianto”.
In realtà, leggendo il libro, quello che è eccezionale non è solo la visione che Cavara ha della mamma, ma proprio il loro rapporto. Un rapporto che una brusca malattia, con necessità di operazione chirurgica, interrompe. Un rapporto, però, molto complesso e articolato, che costituisce – a mio avviso – il vero nocciolo del testo di Cavara, come lui stesso afferma nella premessa. L’operazione, come in molti casi accade, non riesce a mantenere in vita la madre. E il libro di Cavara origina proprio dal momento in cui lascia l’ospedale, dopo la dipartita della madre.
Il linguaggio usato e i momenti descritti caratterizzano questo rapporto madre-figlio come un rapporto privilegiato, che Cavara attribuisce all’eccezionalità della madre ma che – a mio avviso – è merito di entrambi. E le scelte tipiche fatte dall’autore dopo la scomparsa del padre, come la rinuncia ad andare all’estero per evitare che la madre rimanesse da sola, mi hanno rammentato un’analoga scelta fatta da me a diciotto anni: rinunciai allora ad una borsa di studio negli USA proprio per non lasciare soli i miei genitori.
Il libro è ricchissimo di passaggi e pensieri decisamente ottimi. Come (pag. 175): “…la tua presenza-assenza, la tua esile e generosa persona mi ricordano che il pensiero di ciò che è stato non può morire”.  O come il fatto che l’autore chiama sua madre in molti punti con le stesse parole con cui lei lo chiamava: “…piccolo mio…”. Ma non voglio citare altro di un libro che – a mio avviso – va letto lentamente e con attenzione: solo così si possono cogliere appieno sfumature di questo dialogo madre-figlio che mettono a nudo i sentimenti che lo animano. Un libro che mi sento di consigliare a tutti.



(Lavinio Ricciardi)








Pietro Cavara, Una foglia di insalata e un chicco di riso, Aracne, 2016 [ * ]

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GLI ANNI AL CONTRARIO
post pubblicato in Terranova, Nadia, il 31 marzo 2016

Un libro strano per i lettori anziani (come me). Una storia tipica dei nostri tempi, allo stesso tempo attuale e piena di incognite, soprattutto da parte del protagonista, Giovanni.
La Terranova è al suo primo romanzo, e – a giudicare dalla buona impostazione della storia – è molto attenta a soddisfare le aspettative dei lettori di ogni età.
Il romanzo racconta la storia di un ragazzo e una ragazza, che inizialmente non si conoscono, partendo dalla loro infanzia, e via via proseguendo fino agli studi universitari, che li fanno incontrare e li portano a decidere di sposarsi.
Tutto parrebbe progredire a dovere, quando il protagonista, Giovanni, comincia a far uso di droghe. La cosa avviene casualmente, ma – purtroppo per lui – prosegue al punto che, d’accordo con i genitori, decide di entrare in comunità per disintossicarsi.
Qui mi fermo nella narrazione. Aggiungo soltanto che – nel frattempo – Giovanni e Aurora hanno messo al mondo una bambina, Mara.
La vicenda raccontata è un po’ l’immagine della vita che permeava il nostro paese negli anni ’70: anni “al contrario” per come erano vissuti dai loro protagonisti. Un’immagine abbastanza veritiera nel modo in cui la Terranova ci porta con se nel procedere della storia di Giovanni e Aurora. Ci sono tutti gli elementi che caratterizzavano quegli anni: la precarietà delle scelte, spesso “di maniera” e senza solidità alle spalle, la vita di tutti i giorni, strana e spesso contraddittoria e via dicendo.
La vita di Giovanni, che neppure la comunità riesce ad allontanare completamente dalla droga, subisce grosse modifiche. Dal suo affetto per Mara, molto ricambiato, perché il papà non è visto tanto spesso come la mamma, si passa alla vita da divorziato, visto che Aurora decide di non volerlo più accanto.
Ed è Mara a far sopravvivere il rapporto familiare col padre. Questo è il fatto importante che caratterizza la vita di Giovanni da separato. Il linguaggio che l’autrice adopera è efficace e allo stesso tempo semplice e scarno. Come opera prima non c’è male davvero. La lettura del libro è piacevole e mai alcuna vicenda viene presentata con l’intenzione di turbare il lettore. La Terranova è un’ottima cronista della sua storia.
C’è una sorpresa finale che riguarda l’io narrante. Non dico altro, ma certo questo piccolo artificio rende ancor più fruibile il libro rispetto al semplice racconto dei fatti. Pur non considerandolo eccezionale, lo consiglio nella lettura a tutti.




(Lavinio Ricciardi)








Nadia Terranova, Gli anni al contrario, Einaudi, 2015 [ * ]

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MEMORIALI SUL CASO SCHUMANN
post pubblicato in Tuena, Filippo, il 11 marzo 2016

Il 27 febbraio 1854, in piena crisi artistica ed esistenziale, Robert Schumann esce dalla propria abitazione di Dusseldorf e si butta nelle fredde, nere acque del Reno. Salvo per miracolo, viene affidato alle cure del dottor Richarz e internato nel manicomio di Endenich, dove rimarrà fino alla morte, perseguitato da voci incorporee che lo accusano di non essere l’autore della sua musica e solo occasionalmente visitato da allievi e protetti, fra cui il prodigioso Johannes Brahms. Non rivedrà mai più l’amata moglie Clara e i figli. Intorno a questa follia – e alle enigmatiche Variazioni del fantasma, che Schumann sosteneva gli fossero state dettate dallo spettro di Franz Schubert – Filippo Tuena costruisce un romanzo a incastro dalla presa magnetica, un congegno narrativo che dissimula la finzione come un raffinato trompe l’oeil ottocentesco e sfrutta sei punti di vista diversi – da un’anziana amica di Robert e Clara a Ludwig Schumann, affetto dallo stesso male del padre – per sondare il mistero che ancora circonda gli ultimi anni di Schumann e i suoi rapporti con la moglie e con Brahms, l’allievo dal volto angelico arrivato nella vita della coppia sei mesi prima del tentato suicidio e destinato a giocare un ruolo centrale non solo nella vita del Maestro, ma anche nella storia della musica. Abilissimo come sempre nel mescolare verità storica e rielaborazione immaginifica, Filippo Tuena utilizza lettere, stralci di diari, partiture per raccontare una storia di arte e pazzia che ha i toni foschi di un romanzo gotico, e che attraverso la vicenda emblematica di Schumann esplora i rapporti della civiltà europea con la morte e l'aldilà, con la religione e la scienza, e da ultimo con la musica, «corpo spirituale del mondo», suo pensiero in scorrimento. Il risultato è un romanzo che si legge con la voracità di Dracula o L’abbazia di Northanger, una storia di fantasmi la cui scoperta più spaventosa è l’impossibilità di capire fino in fondo l’altro.





Filippo Tuena, Memoriali sul caso Schumann, il Saggiatore, 2015 [ * ]







ascolta quìquì e vedi quì


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TRAGICAMENTE ROSSO
post pubblicato in Zanarella, Michela, il 2 marzo 2016
 
 
Violenza sulle donne. E’ stato scritto molto su questo argomento. Moltissimi scrittori contemporanei si sono messi alla prova con saggi, romanzi e racconti, non solo allo scopo di riportare storie e opinioni su un tema al centro delle discussioni, hanno scritto anche e soprattutto per sensibilizzare l’opinione pubblica nella speranza di poter arginare questa triste antica incivile realtà. Ho letto molto, certo non tutto, sull’argomento; spesso mi sono indignata e mi sono lasciata prendere dal tema, ma questo libro di Michela Zanarella “Tragicamente rosso” è veramente l’unico che ha lasciato, e lascerà anche in futuro, un segno su di me. E’ un pugno nello stomaco. Un incontro con un male che vorremmo non fosse umano, vorremmo che fosse d’altri tempi, d’altri luoghi, invece è qui fra noi ed è tragicamente vero e presente. Una forza espressiva che a mio parere è possibile solo nel linguaggio poetico perché oltre a dire accompagna attraverso un coinvolgimento personale ad entrare nelle profondità inconsce per intravedere, immaginare, sentire, partecipare alla rabbia e al dolore della donna violata, a toccarne le cicatrici, a sentire l’odore di lacrime in catene, a udire urla di sensi violati, a vedere il rosso del sangue e della sofferenza…un rosso che emerge fra le ruggini supine della notte. In un silenzio/ che lacera e nasconde / vuoto intorno (pag. 21).
Il libro ha lo stesso titolo della bellissima poesia che apre la raccolta “Tragicamente rosso”, riportata anche nella traduzione che ne è stata fatta in altre quattro lingue (il tema purtroppo non ha una sola nazionalità…e accomuna tutte e tutti). Un’unica strofa di ventidue versi da leggere tutta d’un fiato, per poi fermarsi a riflettere…senza fiato. Solo due verbi al quarto verso (cedo e m’adeguo) fanno pensare ad una poesia scritta in prima persona, in realtà entriamo non solo nella storia di chi scrive, ma attraverso questa, in quella delle numerose donne cadute nel precipizio di un amore tragicamente rosso.
A conclusione del libro c’è un monologo, dallo stesso titolo “Tragicamente rosso”, contro la violenza sulle donne, anch’esso molto avvincente, rappresentato con successo a teatro dall’attrice Chiara Pavoni con la regia di Giuseppe Lorin.
Il libro però non parla solo di questo argomento ma della violenza in varie forme e dell’odio senza misura che l’uomo ha mostrato e mostra verso i suoi simili. Lo si può capire dai titoli delle cinque parti da cui è composto: Rosso donna, Rosso shoah, Rosso mondo, Rosso natura, Rosso guerra. Ognuna contiene sette poesie (sette è un numero primo sicuro, nelle tradizioni mistiche antiche aveva un forte significato simbolico, è il numero buddhista della completezza, sette sono i doni dello Spirito Santo nel Cristianesimosapienzaintellettoconsigliofortezzascienzapietà e timor di Dio, tutti assenti nell’uomo violento).
L’autrice intraprende attraverso la poesia, una disamina feroce e toccante del male e dell’odio nelle varie declinazioni in cui si manifestano. Questa giovane donna si fa testimone della potenza distruttrice della violenza di ieri e di oggi.
Ma…spunta l’alba di un nuovo giorno? Gli ultimi versi dell’ultima poesia del libro rispondono:

E muta e cieca 
rimane l’alba
che ritorna.

La poesia di Michela Zanarella sa toccare corde che arrivano dirette al cuore senza utilizzare mai facili sentimentalismi, senza alchimie, senza schemi antichi. È una poesia che, sia per stile sia per contenuto, ha una forza capace di scatenare scosse emotive in chi la legge, una poesia capace di lasciare un segno indelebile. 



(Luciana Raggi) 







Michela Zanarella, Tragicamente rosso, David and Matthaus, 2015 [ * ]

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L'ULTIMO ARRIVATO
post pubblicato in Balzano, Marco, il 16 dicembre 2015
 

E’ un romanzo breve ma intenso, ricco di spunti e riflessioni originali. Tutti i personaggi sono perfettamente disegnati, padre, madre, maestro elementare del paese, gli amici paesani, e poi, gli abitanti della periferia milanese, la moglie, la vita in fabbrica, fino alla psicologa che assiste il protagonista nella depressione dovuta alla disoccupazione che segue alla detenzione carceraria, e infine l’amore per la piccola nipotina. Tutto perfettamente disegnato e descritto con un linguaggio elementare, volutamente condito con errori grammaticali che rendono ancora più vivido e realistico il racconto in prima persona. E in sole duecento pagine non mancano gli accenni alla invasione di cinesi e indiani nella periferia milanese, la delocalizzazione delle fabbriche, il degrado della periferia, digressioni sul concetto di proprietà e sulla lotta fra lavoratori e datori di lavoro. 
Molto bella soprattutto l’immagine del maestro elementare che si prende cura del fanciullo protagonista e diviene un alter ego del padre, e idolo sempre presente da imitare e cercare di raggiungere, che impersona il fascino del sapere per tutti coloro che, impotenti, soffrono per tutta la vita per scarsa erudizione o inesperienza. 
L’amarezza di una vita intera trascorsa in lotta col mondo ostile si scioglie finalmente con l’apprezzamento della nipotina che scopre la vita passata del nonno e gli dimostra affetto. E’ una conclusione finale serena e positiva che al termine del racconto non lascia il lettore con l’amaro in bocca. 
Lettura molto consigliabile. 



(Pietro Benigni)








Marco Balzano, L'ultimo arrivato, Sellerio, 2015 [ * ]

 

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L'ULTIMO ARRIVATO
post pubblicato in Balzano, Marco, il 17 novembre 2015
 

Un libro bellissimo, che si legge con molto piacere. Per chi - come me - non sa niente di questo autore (giunto al suo terzo romanzo, dopo un esordio con una raccolta di poesie), una vera sorpresa nella letteratura italiana contemporanea. Si è più che meritato il premio Campiello, e occorre complimentarsi anche con l'editore per averlo scelto.
A parte la storia, di cui parlerò tra poco, emergono subito, in chi legge il libro, due evidenti connotazioni dello stile narrativo di Balzano: un linguaggio non scarno ma essenziale; una tecnica narrativa che alterna realtà e flashback.
Il linguaggio mi ha ricordato quello di Paolo Giordano, che però è molto scarno e spesso fa scappare di testa il filo di ciò che si sta leggendo. Con Balzano questo non succede, proprio perchè si tratta di un linguaggio molto più iconico. La narrazione scorre fluida ed evoca con facilità le situazioni che descrive, così che il lettore può letteralmente "vedere" nella sua mente il protagonista o i vari personaggi nei ruoli che interpretano. 
La tecnica narrativa si scopre man mano che si legge. La storia inizia con una premessa, dove si capisce che il protagonista - in carcere - vede apparire, non si sa se in sogno o per davvero, il suo maestro di scuola. E vede carcerato anche lui, accompagnato in un altro reparto da un secondino. In questa premessa è nominato il paese d'origine del protagonista, Ninetto, un paese della Sicilia, San Cono. 
Per i primi capitoli, la storia riporta i pensieri di un ragazzo undicenne, le sue attività e le cose di cui il bambino si lamenta (la fame soprattutto, ma anche l'indifferenza con cui lo tratta il padre). La fame: il ragazzo riceveva un'acciuga al giorno, e doveva farsela bastare. Finchè un amico di casa, Giovanni, propone di portarlo con sè a Milano, dove è diretto, come tanti, in cerca di lavoro. Giunti a Milano, mentre Giovanni non riesce a lavorare, Ninetto trova due lavori di seguito, e lascia il primo per il secondo.
La storia va avanti e ci si viene a trovare a casa di Ninetto, prima cresciuto che lascia Giovanni e va a stare altrove, poi cinquantenne che ha moglie e figlia e che aspetta la nipotina. L'alternanza delle vicende di Ninetto ragazzo, adulto e poi in carcere prosegue, ma anzichè distrarre il lettore, gli consente di seguire affascinato la storia del protagonista raccontata da lui medesimo. E' questa, a mio avviso, una delle trovate che rendono il libro gradevole e di lettura facile. Proprio il racconto in prima persona non porta il lettore fuori dalle vicende, ma piuttosto lo coinvolge nel racconto che Ninetto fa della sua vita.
E le vicende proseguono, fino a rivelare solo in fondo al libro la causa della carcerazione, causa che naturalmente non rivelo. Al termine, il lettore attento si rammaricherà che la storia sia già finita. Potrebbe sembrare che la storia sia una delle tante di immigrati meridionali a Milano: non è così. Sembra piuttosto che la storia, come l'autore scrive in una nota al termine del libro, sia l'insieme di più storie vere fuse in una storia unica. 
Insomma, il libro si legge estremamente volentieri, connotato che distingue lo stile narrativo di Balzano, e ne consiglio vivamente la lettura a tutti.



(Lavinio Ricciardi)








Marco Balzano, L'ultimo arrivato, Sellerio, 2014 [ * ]     
  

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IL SEGRETO DELL'ISOLA NUDA
post pubblicato in Colussi Corte, Claudia Sonia, il 28 ottobre 2015
  

Presentato sabato 19 settembre nell'ambito del Premio Pieve Saverio Tutino 2015, con la partecipazione di Luisa Chiodi dell'Osservatorio Balcani e Caucaso e di Mario Boccia, veterano del fotogiornalismo nei Balcani, questo libro, che ha partecipato al Premio nel 2002, è il deposito scritto del travaso successivo di due memorie orali, quella del padre Cherubino Colussi alla moglie sulla sua esperienza all'"isola nuda" e quella della madre alla figlia, Claudia Sonia Colussi Corte, autrice del libro, scritto in un italiano non del tutto sicuro da parte di chi arrivata bambina era rimasta a vivere in Croazia, per trasferirsi poi col marito a Belgrado, dove la raggiungerà durante la guerra degli anni '90, nell'ultimo periodo della sua vita, la madre.  
Cherubino Colussi è uno dei duemila operai dei cantieri navali di Monfalcone, di cui ha parlato Andrea Berrini in un suo libro, che scelsero nel 1947 di trasferirsi nella Jugoslavia socialista. Per Cherubino la scelta era resa più facile dal fatto che era nato nell'isola di Lussino nel 1909, quando regnava ancora l'impero austroungarico. Si trattava perciò di portare la sposa e la figlioletta anche nella casa del padre. La madre dell'autrice, più concreta, di questo viaggio nell'utopia vedeva però soprattutto la precarietà e ne presentiva la sciagura. Della partenza dall'Italia, da Isola Vicentina, l'autrice, che aveva allora due anni, non ha alcun ricordo. Si basa sui successivi racconti orali della madre, che contestualizzano la vicenda con vivide immagini.
C'è un nucleo narrativo minaccioso che aleggia sulle vite delle due protagoniste femminili, corrispondente ad un luogo fisico, l'"isola nuda", che crea un teso climax ascendente che trova risoluzione solo nell'ultimo capitolo del libro, intitolato "La crudeltà umana", in cui il padre rivela, una volta liberato, cos'è Goli Otok, l'isola dove ha trascorso quattro anni di detenzione. 
Di questo luogo, a nord della più famosa isola di Raab, non si potè sapere nulla fino agli anni '80, dopo la morte di Tito, quando uscì qualche saggio che passò inosservato ma fu negli anni '2000, dopo le guerre jugoslave, che il tema è tornato d'interesse (in italiano è uscito nel 2008 un altro libro di carattere memorialistico sull'argomento, L'isola nuda di Dunja Badnjevic).
Il campo di Goli Otok fu aperto nel 1948 dopo la rottura tra Stalin e Tito e serviva a concentrare in prigionia migliaia di comunisti filosovietici jugoslavi. Non erano i diritti umani e le libertà politiche il motivo della divaricazione tra i due regimi, ma il nazionalismo. Tito, a differenza di ciò che accadeva negli altri paesi dell'Europa orientale, dove il comunismo era stato importato dai carri armati sovietici, godeva di un largo appoggio popolare, come capo del movimento partigiano rivoluzionario che era risultato vincitore. Sulla base di questo consenso non era disposto a prendere ordini da Stalin, all'interno di un movimento comunista internazionale dove le economie nazionali e le decisioni politiche erano in funzione della strategia dell'URSS. Anche in politica estera Tito non voleva sacrificare la sua indipendenza, e guardava ai Balcani, prefigurando una comunità dei paesi di quest'area. Non bisogna nemmeno escludere che sia intervenuta una rivalità tra i due dittatori in termini psicologici, quasi una forma di gelosia reciproca. La risposta da parte sovietica fu virulenta, fino all'esclusione della Jugoslavia dal Cominform e all'accusa di titofascismo. 
Il padre dell'autrice era sempre rimasto fedele all'URSS. Nell'isola di Lussino lavorava nei cantieri navali e si era distinto come attivista politico, frequentando la locale sezione del partito comunista. La comunità italiana sull'isola doveva essere numerosa se la famiglia Colussi, almeno in questa prima fase, non aveva imparato il croato. Che la componente etnica non debba essere stata del tutto estranea nella condanna di Cherubino lo rivela involontariamente un episodio raccontato nel libro. La mattina dell'arresto il padre era andato a lavorare come tutti i giorni e l'autrice, bambina di sette anni, era rimasta a casa da sola. "Ad un tratto sentii un brusco battere alla porta. Mia madre era appena uscita per andare al mercato a fare delle compere. Pensai che nessuno dei nostri vicini di casa o dei nostri amici e conoscenti avrebbe cercato di entrare in casa con tanta insistenza e brutalità. Buttai i piedi giù dal letto, mi gettai addosso la vestaglia, mi infilai le pantofole e con il cuore in gola corsi ad aprire la porta. Davanti a me si presentarono due uomini in uniforme, due druzi come li chiamavamo noi, cioè due poliziotti. Mi dissero qualche cosa in lingua croata che io non capii. In quel momento entrò mia madre, mi prese subito la mano e me la strinse forte, forte, come per dirmi di non avere paura. Ma lei non era coraggiosa e attraverso la sua mano sentivo che tremava. I poliziotti le chiesero qualcosa, ma lei non conosceva il croato e non rispose nulla. Allora il tono della loro voce divenne più alto, più rozzo. Mia madre, facendosi un po' di coraggio disse con una voce tremante: "Magari sapessi la lingua croata...!". In quell'istante, senza lasciarle che finisse la frase, uno dei due poliziotti le diede uno spintone, tanto forte da farla cadere a terra. Con una voce che a noi sembrava non più umana il poliziotto ripetè più volte la parola magari, magari. Noi allora non capimmo cosa volesse dire". E in croato magarac significa "asino". 
La detenzione di Cherubino dura quattro anni. Viene liberato nel 1954 per un'amnistia, l'anno dopo la morte di Stalin. Tornato a casa si chiude in un desolato mutismo. L'inquietudine ansiosa che provoca in moglie e figlia lo decide alla fine ad aprirsi, a liberarsi. "Anche mia madre era pronta ad ascoltare tutto quello che mio padre ci avrebbe confidato, anche se era terrorizzata dal pensiero che qualcuno potesse sentire i racconti di mio padre. Tuttavia, allo stesso tempo era consapevole che il suo segreto era un peso che dovevamo condividere con lui. Così, tutte le sere, prima che mio padre iniziasse a raccontarci la sua storia, mia madre si assicurava che le finestre e le porte fossero chiuse bene. Allora ci sedevamo tutti e tre in cucina sul divano e lui cercava ogni volta di dare un ordine cronologico a tutto quello che gli era successo".  
Era stato arrestato davanti a tutto il personale del cantiere. Relegato in cella d'isolamento con le mani legate dietro la schiena in un carcere della polizia segreta per tre mesi, venne picchiato perchè confessasse di aver condotto delle azioni sovversive contro il regime politico jugoslavo e di essere in contatto con agenti di Stalin. Non aveva diritto ad alcuna difesa giuridica. Furono presentati dei testimoni falsi. Fu anche falsificata la sua firma in calce ad un verbale in cui dichiarava la sua colpevolezza. In base a questo il tribunale militare di Spalato lo condannò a quattro anni di carcere e ad un anno di libertà condizionata. Trasferito nel carcere di Bilece fu sottoposto ad un lavoro che in quella prigione era ritenuto quasi privilegiato, poichè escludeva i maltrattamenti fisici giornalieri. Faceva parte della brigata che aveva il compito di pulire le fogne delle carceri, naturalmente senza abiti o altri mezzi di protezione. Li facevano entrare nelle fogne, dove il livello delle feci arrivava a volte anche quasi alle spalle. Dopo alcuni mesi venne fatto salire su un treno blindato che fece un lungo giro nella regione raccogliendo altri prigionieri, finchè non arrivò a Fiume dove vennero tutti imbarcati nella stiva di una nave. La destinazione era l'isola di Goli Otok. Arrivarono all'alba. Sbarcati sul molo i prigionieri dovevano passare tra due ali di un centinaio di condannati ciascuna che li riempivano di botte. Cherubino non riuscì ad arrivare fino alla fine di questo tunnel e svenne a metà. "Rimase per terra, con le ossa schiantate, calpestato da quelli che gli erano dietro e percosso a sangue dai carcerati circostanti, fino a che tutti i prigionieri non furono usciti dalla nave. Lo portarono in un ambulatorio assieme agli altri sventurati". Appena potè camminare Cherubino ebbe il suo posto in una delle baracche della prigione, uno spazio di due metri quadrati, quello che praticamente prendeva il pancaccio su cui dormiva. Nuovi prigionieri continuavano ad arrivare nell'isola ma alla prima occasione Cherubino si rifiutò di riservare loro lo stesso trattamento che aveva subito all'arrivo. Per questo dovette partecipare ad una riunione di "rieducazione". "Mio padre fu indicato da un prigioniero del suo gruppo come individuo degno di assoluto disprezzo, perchè quel mattino non volle bastonare i nuovi venuti. Ciò dimostrava che lui non aveva assolutamente intenzione di pentirsi dei "suoi peccati" e che condivideva le idee della "banda" di prigionieri appena arrivati. Appena finite le critiche, lui e gli altri accusati furono riempiti di botte ed insulti, e lasciati per terra feriti nell'anima e nel corpo". Il lavoro giornaliero che svolgevano i carcerati era il trasporto di pesanti pezzi di pietra sulla schiena da una parte dell'isola all'altra. Era un lavoro inutile o che serviva alle esigenze della detenzione, come nel caso della costruzione di un muro di cinta alto tre metri, con torrette e sentinelle, che circondava nel punto più alto dell'isola, all'interno di una cava di bauxite, la baracca dove alloggiavano le "personalità" detenute, ex generali che avevano combattuto nella seconda guerra mondiale, ex parlamentari, funzionari, il presidente dell'Assemblea popolare del Montenegro, che nessun contatto dovevano avere con gli altri prigionieri. Finanche il corpo dei detenuti di questa baracca che morivano veniva gettato in mare di notte. Frequenti erano i condannati che si suicidavano, ed esserne stato in alcuni casi testimone personalmente fece riportare al padre dell'autrice profondi traumi. Per aver inutilmente tentato di salvare uno di questi che si era tagliato le vene fu punito e deportato in un'altra isola, a tirar fuori d'inverno, tutto il giorno in acqua, sabbia dal fondo del mare, dormendo di notte con le catene alle caviglie nella stiva di una nave. Tornò a Goli Otok tra la vita e la morte. Successivamente avvenne che per aver diviso una sigaretta con un altro detenuto fu pestato in una sorta di processo collettivo. Fu ricoverato in ospedale "dove suo malgrado dovette assistere al soccorso lento e precario che veniva dato a quegli infelici che cercavano di togliersi la vita. Di notte doveva ascoltare le grida inumane di ricoverati in preda alla follia, sentire i gemiti e le implorazioni dei prigionieri che, come lui tempo addietro, venivano portati dall'inquirente per l'inchiesta, e venivano bastonati a morte se si dichiaravano innocenti. Uscito dall'ospedale pesava 35 chilogrammi". Alla fine Cherubino cede. Comincia regolarmente ad andare dall'inquirente, "alle riunioni serali accusava se stesso con parole di disprezzo, riconosceva di essere stato un traditore e apprezzava tutte le efferatezze che venivano applicate in carcere per redimere i carcerati dalle loro colpe".    
Ciò che colpisce nella ricostruzione di questa vicenda è la fedeltà assoluta del protagonista alla sua idea. Per essa lascia l'Italia, trascinando nel suo destino moglie e figlia. Per essa affronta il girone dantesco di un'inspiegabile prigionia. Dopo la quale, fisso nella sua ortodossia, si fatica a capire se sia riuscito a elaborarne un'interpretazione. "Cominciò a fare lunghe passeggiate nella bellissima baia di Cigale. Leggeva moltissimo e scriveva poesie, che anche se non avevano un vero valore letterario, erano colme di sincera fede nel comunismo. [...] Fino ai suoi ultimi giorni di vita, nel suo cuore nobile e giusto, rimase quell'immagine incancellabile che ebbe della Russia leggendo i libri dei suoi grandi scrittori. Era affascinato dalla sua rivoluzione e dalle sue immense vittorie. Era certo che i suoi atti grandiosi avevano dato ai popoli oppressi di tutto il mondo la speranza di redenzione delle loro sofferenze e portato nel modo più giusto l'eguaglianza tra gli uomini e il loro benessere". 
Enigmatico è anche quel cedimento finale, quell'autoaccusa che sembra una rivelazione, come quando si rivolge agli altri detenuti: "Compagni, soltanto i metodi che vengono adottati quì faranno di noi uomini nuovi. Dobbiamo essere grati al regime comunista jugoslavo di averci aperto gli occhi e fatto capire questo...". 
Il segreto di Goli Otok è racchiuso nell'animo di Cherubino, quello di un ideale che condivide con l'efferatezza di ciò che accade l'imparlabilità, la solitudine, la sottrazione allo sguardo e alla memoria. Cherubino ha poi cercato in qualche modo di squarciarne il velo con i suoi famigliari e il risultato a posteriori è questo libro. Che non fa che ribadire il destino trascurabile e ingiustificabile del suo protagonista.



(Carlo Verducci)








Claudia Sonia Colussi Corte, Il segreto dell'isola nuda, Forum, 2015 [ * ]


STORIA DELLA BAMBINA PERDUTA
post pubblicato in Ferrante, Elena, il 20 ottobre 2015


Questo è il quarto ed ultimo volume della tetralogia di Elena Ferrante “L’amica geniale”. Ho atteso un po’ a leggerlo ma – forse perché reduce dalle vacanze, forse perché le mie letture estive sono state del genere giallo–thriller – la lettura di questo libro è stata molto piacevole, più dei precedenti, almeno all’inizio.
Il libro presenta una novità rispetto alle altre tre parti: non è un unico testo, ma è diviso in due parti, i cui titoli la dicono lunga sulle intenzioni dell’autrice: “Maturità: storia della bambina perduta” e “Vecchiaia: storia del cattivo sangue”. Maturità e vecchiaia sono ovviamente quelle dell’io narrante, Elena Greco (Lenù per gli amici napoletani e per Lila, la sua controparte nel libro).
La prima parte, la “Maturità”, tratta soprattutto della vita di Elena, sposata Airota e per tre anni – dal 1976 al 1979 – lontana da Napoli e quindi da Lila. Elena, madre di due figlie, Dede ed Elsa, si è legata a Nino Sarratore, e questo l’ha costretta a separarsi dal marito, Pietro, di cui era stanca (la vicenda è stata descritta ampiamente nel volume precedente, “Storia di chi fugge e di chi resta”). Durante questo periodo Elena vaga per varie città, cominciando da Montpellier, ove Nino va per intervenire a un congresso (è ricercatore universitario); poi Genova, Napoli, Firenze. Ma sempre per brevi periodi. Elena cerca di occuparsi soprattutto del suo lavoro di scrittrice, visto il successo che ha avuto dai suoi libri.
La maturità è l’età che segue il “tempo di mezzo”, sottotitolo del volume precedente. E l’io narrante, Elena, si descrive calcando l’accento su tutte le sue azioni come compiute in piena maturità, non più con gli impeti e le passioni delle età più giovani. Lo stesso fa con Lila – la sua amica – anche lei in piena maturità. Lila è sempre presente nel racconto di Elena, e si comporta da amica anche se non è più al centro della sua vita. Ed è forse la storia stessa a caratterizzare la maturità di entrambe: l’affidamento delle due bambine a Guido e Adele, suoceri di Elena; la vita con Nino e la conseguente gelosia verso sua moglie Eleonora, che Nino promette di lasciare. Non dimentichiamo – nel seguire le vicende di Elena e Nino – che, durante una vacanza ad Ischia, Nino era stato amante di Lila.
Pur nelle sue peregrinazioni, Elena non accetta la separazione dalle sue figlie e decide di portarle via ai suoceri e riprendere a fare la mamma, anche se viaggiante. Questa decisione è in certa misura conseguenza di quanto le aveva detto Lila riguardo il suo ruolo di madre, e della sua vita lavorativa, che spesso le chiedeva di muoversi da una città all’altra. Elena, riprendendosi le figlie, con cui dialoga spesso, decide di tornare a Napoli (l’immagine sulla copertina del volume fa proprio riferimento alle bambine). E Lila, pur messa da parte in molte situazioni, resta sempre il principale soggetto della storia di Elena, anche quando non è presente, ed entra a far parte anche dei suoi dialoghi con le figlie. L’ultimo libro che Elena ha scritto racconta molto in dettaglio la vita del “rione” dove le due amiche sono cresciute, e la cosa non è andata a genio ad alcune persone, principalmente ad uno dei fratelli Solara, Michele.
Elena rimane incinta di Nino, nonostante i fatti le avessero già reso chiaro che il suo amante era persona inaffidabile. Questa gravidanza è parte centrale del rapporto con Lila, che anche lei resta incinta nello stesso periodo; ciò avviene in un momento in cui la tensione tra Elena e Nino è giunta ad un livello piuttosto alto, così da determinare la definitiva rottura tra loro. Elena partorirà una terza figlia, Imma, e Lila anche lei una figlia, Tina, che avrà un fratello molto più grande, Gennaro. La storia approfondisce per un po’ questo nuovo legame tra le due amiche, fin quando, dopo alcuni anni, per una malaugurata serie di circostanze, Tina si perde per la strada, e nessuna ricerca riesce a farla ritrovare. E qui l’esame che Elena fa della sua amica si arricchisce del dolore di Lila, dolore che Lila nasconde all’amica in molte maniere. Con questa scomparsa di Tina si chiude la parte sulla maturità.
Sono andato molto oltre i miei soliti limiti, raccontando in modo caotico e confuso – come appare nel libro – la storia della prima parte di questo ultimo volume. Questa parte occupa nel libro il doppio delle pagine della parte successiva, la “Vecchiaia”, ed è enormemente più complessa delle storie dei volumi precedenti. Dunque cercherò di essere più breve nel raccontare di questa seconda parte, anche se non è meno caotica della prima.
La “Vecchiaia: storia del cattivo sangue” inizia con la partenza di Elena per Torino, dove è chiamata a dirigere una piccola casa editrice con la quale aveva iniziato una collaborazione. Nella sua permanenza a Torino, Elena non si distacca del tutto da Napoli, dove torna saltuariamente. In queste visite, l’unica persona che Elena frequenta – a differenza della “Maturità”, dove le frequentazioni principali di Elena erano parenti ed amici – è proprio la sua amica Lila. In una delle visite napoletane Elena scrive un racconto, che pubblica: si intitola “Un’amicizia” e parla diffusamente di Lila (Elena trasgredisce una promessa fatta all’amica, che era di non scrivere più di lei). Ma – dopo la presentazione pubblica del racconto – l’amica non è più rintracciabile, anche se Elena abita al piano di sopra di Lila; non risponde al telefono, fisso o cellulare. Il ricordo della perdita della figlia Tina ha prodotto in Lila una sorta di smarrimento dal quale non si è mai ripresa.
Elena ritorna a Napoli a seguito di vari fatti, il più importante dei quali è la perdita del suo lavoro: la sua piccola casa editrice versa in cattive acque e un giovane la sostituisce. E in pratica, tornata a Napoli, alla casa che aveva sopra quella di Lila, Elena riprende a raccontare della sua amica e dei fatti del rione. Questo raccontare la riporta indietro, quando ancora era a Napoli con tutte e tre le figlie, e abitava sopra l’appartamento di Lila. Così inizia ad osservare Lila e a tornare dentro la sua vita al rione. E – dopo la sua crisi con Nino – assiste alla perdita della capacità di iniziativa di Lila, che vuole smettere di lavorare, e alla sua crisi nel rapporto con il compagno Enzo.
Tanti altri fatti corrono sotto la penna di Elena (a mio avviso, è in realtà l’autrice del romanzo, Elena Ferrante, che racconta realmente questa storia). L’assassinio dei fratelli Solara, indiscussi boss del rione; la figlia Dede che s’innamora del figlio di Lila, Rino; la successiva visita di Pietro – l’ex marito di Elena – alle figlie e a Lila; la rapida e improvvisa “scappata” della figlia Elsa con Rino, il figlio di Lila, che Elsa ruba alla sorella; la partenza di Elena per Bologna – dove sapeva che Rino voleva andare – ove ritrovare la figlia. Ad accompagnarla a Bologna è Enzo, il compagno di Lila; arrivati a Bologna e non trovata alcuna traccia dei due fuggitivi, mentre Elena vuole denunciare Rino, Enzo chiama Lila al telefono, e scopre che Dede ha ricevuto notizie: Elsa è a Genova dai nonni paterni. Elena si fa, allora, lasciare da Enzo a Firenze e va a Genova, a riprendere la figlia.
Elsa e Rino accettano di tornare a Napoli e stare con Elena; Dede raggiunge suo padre a Boston, dove nel frattempo è andato. Prima di partire, in un curioso raptus di affetto per la madre, le dice due cose: che con lei non si può parlare, perché ama solo il lavoro e “zia Lina”; e che la vera punizione per Elsa (che le ha rubato Rino) è restare a Napoli. Poco dopo, Enzo, mentre Lila è fuori casa, viene arrestato, perché coinvolto in vicende terroristiche facenti capo a due amici del rione, Nadia e Pasquale.
Elsa resta a casa di mamma, e per un po’ sembra che tra lei e Rino tutto fili liscio, ma presto, anche la loro unione si rompe. Così, dopo altri due amori, Elsa raggiunge Dede e il padre a Boston, e Rino resta con Elena. Nel frattempo continua il dialogo con Lila, che le consiglia di separarsi anche da Imma, mandandola a Roma dal padre Nino, diventato onorevole. Sopravvenuta una crisi politica, Nino le chiede di schierarsi a suo favore, e lo fa attraverso la figlia Imma, subito favorevole al volere del padre. Intanto negli scandali viene coinvolto anche Guido Airota, padre di Pietro.
Imma si lega a zia Lina (Lila), che se la porta in giro per Napoli, e che ovviamente la coccola come se fosse sua figlia Tina. Elena lascia fare, ma si accorge che la figlia va più d’accordo con Lila che con lei. E Imma le racconta che la zia Lina sta scrivendo un libro su Napoli, e sulle tante cose di Napoli che sa. L’attenzione di Elena torna a Lila, con la quale – nel racconto – trascorre gli ultimi giorni che passa a Napoli, prima della partenza per Torino. E Lila le fa una confidenza: ha immaginato che Tina fosse stata rapita perché scambiata per Imma, la figlia di Elena.
Lo spostamento di Elena e Imma a Torino, con cui il romanzo inizia, ritorna nel finale, dove – ormai a Torino – Elena telefona frequentemente a Lila, per mantenere vivo il suo rapporto con lei. Nel frattempo, anche Imma è andata a studiare all’estero, in Francia. E queste pagine finali sottolineano – con le parole di Elena – il concetto di vecchiaia: le figlie tornano a casa ogni anno, con i loro nuovi compagni. Finché Dede, scelto un compagno straniero che non sembra più occasionale, torna a Torino con un nipotino. Elena è nonna! E i ricordi, in occasione di questa più lunga permanenza delle figlie, tornano violenti alla mente di Elena, un giorno che le figlie indugiano davanti alla libreria dov’erano i suoi libri. Da una lettura occasionale di Elsa, che marcava ironicamente un periodo del libro che stava sfogliando, Elena si accorge di soffrire, riconsiderando l’intera sua vita, e prosegue in questo esame nel suo ritorno a Napoli: le sembra che Lila abbia scritto qualcosa e – forse su questa onda – scrive “Un’amicizia”. Dai ricordi esce anche il fatto che – nel successo del suo libro – Lila sparì, non si fece più trovare, come se qualcosa l’avesse offesa. La seconda parte del libro si chiude con questa immagine.
C’è un brevissimo epilogo intitolato “Restituzione”, ove Elena racconta che torna a Napoli un’altra volta, in occasione di due funerali, quello di suo padre, e quello della madre di Nino, Lidia Sarratore. Dopo un breve incontro con Nino, mentre parlano di Lila e della sua irreperibilità, Nino osserva che prima o poi si sarebbe rifatta viva. Un fatto strano chiude anche l’epilogo. Rientrando a casa a Torino, dove ormai vive, Elena trova un pacco depositato sopra la sua cassetta di posta, senza un biglietto né un indirizzo. Lo apre con cautela e trova nel pacco le due bambole Tina e Nu, con le quali si apre la storia del primo volume. Dopo alcune considerazioni nel merito, ovviamente anche su Lila, Elena conclude con un pensiero: “significano, le bambole, che Lila sta bene e mi vuole bene: ma vogliono anche dire che non la vedrò più”.
Mi accorgo di non aver rispettato quanto ho detto poc’anzi, e cioè che dovevo scrivere di meno. Ma l’eccesso di scrittura è stato necessario ad esporre l’enorme quantità di fatti che caratterizzano la vicenda e che – sia pur impropriamente descritti e molto ridotti nei particolari – in qualche nodo dovevano essere riportati.
Ora che sono arrivato in fondo, ora che gli echi di “Un’amica geniale” mi sono arrivati anche da una americana di New York, conosciuta a Roma al matrimonio di mio nipote, posso dire che – nel complesso – sono stato soddisfatto della lettura di questa tetralogia. E vorrei dire che di Elena Ferrante questa tetralogia rappresenta, a mio avviso, l’opera conclusiva e – in buona parte - autobiografica. Sono lieto di consigliarne la lettura a tutti coloro che amano leggere i libri.



(Lavinio Ricciardi)









Elena Ferrante, Storia della bambina perduta, e/o, 2014 [ 

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LA FIGLIA OSCURA
post pubblicato in Ferrante, Elena, il 12 ottobre 2015
  

Un libro che appare un po’ insolito questo della Ferrante. Specie dopo la lettura dei primi due, “L’amore molesto” e “I giorni dell’abbandono”. Ho letto “I giorni dell’abbandono” due o tre anni fa, quando la notorietà raggiunta dalla scrittrice con la sua tetralogia non era ancora all’apice. Ho letto tutti gli altri suoi libri quest’anno e ne sono rimasto molto influenzato.
Debbo dire che "La figlia oscura" mi è sembrato inaugurare uno stile più immediato e una scrittura più vicina alla comprensione dei lettori meno esperti. Soprattutto per la storia, quella di una semplice vacanza al mare di Leda, la protagonista, una giovane donna. Leda è separata dal marito, che – nel fuggire da lei per un lavoro in Canada – si è portato con sé le due figlie. Ma la storia, anche se di più immediata comprensione (specie a confronto di quella de “L’amore molesto”), è ugualmente coinvolgente e bella.
L’io narrante è quello della stessa protagonista Leda. E la trama è quella di una vacanza al mare, con incontro, da parte di Leda, di una famiglia di napoletani e dei loro problemi quotidiani. Questa trama è apparentemente centrata su una bambola, che a Leda ricorda quella che aveva lei da bambina.
L’abilità della Ferrante appare nella descrizione dei vari personaggi della vicenda e non solo della protagonista e dei suoi reali problemi, che appaiono pian piano. Le descrizioni fanno parte dell’osservazione che Leda sviluppa verso il gruppo che ha incontrato, un po’ chiassoso e di composizione eterogenea. Leda osserva i personaggi lentamente, e li caratterizza uno alla volta. La prima che viene evidenziata è Rosaria, in attesa di un neonato, che polarizza l’attenzione proprio per il suo stato e per come lo porta avanti. Sullo sfondo di Rosaria si delineano altre due persone, una madre – Nina – e sua figlia Elena, una bambina dell’età di circa otto anni. La bambina gioca sempre con una bambola, e spesso la abbandona sulla spiaggia. Chiacchierando con Leda, capita che la bambola rimanga proprio vicino a quest’ultima.
La bambola un giorno viene smarrita. Tutta la famiglia si scatena alla sua ricerca, senza esito. In realtà Leda, che l’ha vista semisepolta nella sabbia, ha deciso di prenderla e l'ha messa nella sua borsa.
Da questo episodio, apparentemente casuale e non legato a particolari notevoli, origina la storia e il titolo del libro: la “figlia oscura” è proprio – immagino – questa bambola, alla quale Elena dà molti nomi, tra i quali uno, Nani, colpisce Leda. La vicenda ruota proprio attorno alla bambola che – man mano che la storia prosegue – appare a Leda come una possibile “figlia” (io, almeno, ho interpretato così il suo interesse per la bambola). Probabilmente una figlia desiderata, latente, o l’incarnazione stessa dell’istinto materno di Leda, che ha le figlie lontane, e ne soffre. Da questo desiderio si evince il ritardo con il quale Leda continua a protrarre il momento in cui decidere di restituire la bambola ad Elena.
Ancora una volta la fantasia della Ferrante ricama sulla personalità della protagonista. La vita di Leda, che lei stessa, io narrante, racconta man mano, è – a mio avviso – la parte forte della storia. Ma, rispetto a “L’amore molesto”, in cui l’io narrante alla fine si identifica con la madre scomparsa, o rispetto a “I giorni dell’abbandono”, in cui l’io narrante non è la protagonista, ma la scrittrice, e il centro della storia è – appunto – la sensazione dell’”abbandono”, qui lo snodarsi della vicenda – la ricerca della bambola e la sua apparente (fino al termine del libro) scomparsa – danno a Leda l’opportunità di descrivere i suoi pensieri e cercarne le ragioni, rievocando vicende della sua vita. Così il significato della “figlia oscura” che ho identificato con la bambola e con la personificazione del desiderio materno di Leda (abbondantemente espresso nel ricordo delle figlie e nel trasporto che ha per loro ogni volta che le sente a telefono) penso giustifichi il fatto che lei aspetta a restituire la bambola, pur essendo costantemente intenzionata a farlo.
Non rivelo la fine della storia, di cui mi pare di aver già raccontato anche troppo. Ma resta a mio avviso questo uno dei libri più accessibili dell’autrice; il suo talento nel descrivere stati d’animo e personalità (in particolare, femminili) si esprimerà poi, ancor più compiutamente, nella tetralogia di ambiente napoletano intitolata “L’amica geniale”. 



(Lavinio Ricciardi)








Elena Ferrante, La figlia oscura, e/o, 2006 [ * ]

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STORIA DI CHI FUGGE E DI CHI RESTA
post pubblicato in Ferrante, Elena, il 22 settembre 2015
  

E siamo al terzo volume di quella che ormai è nota a tutti come “la tetralogia” di Elena Ferrante. Anche questo terzo volume ha un sottotitolo, “Tempo di mezzo”, cioè il periodo che segue la giovinezza e precede l’età adulta. Ed è ancora l’io narrante, Elena (nome che senz’altro fa riferimento alla Ferrante) a proseguire la narrazione partendo dall’ultimo anno in cui ha visto Lila, il 2005. Nel raccontare questo incontro, Elena riporta un episodio (l’assassinio di una loro amica, Gigliola) che, tornerà probabilmente nel quarto volume, perché l’unico accenno che se ne fa qui è nella prima pagina.
L’io narrante torna a riassumere la sua vita negli anni sessanta, mentre parla con Lila. E Lila protesta per i pensieri dell’amica, l’accusa di “fare la saputa” (tipica espressione napoletana) e la prega di non scrivere più di lei. Cosa che invece il libro smentisce, almeno nella prima parte, anzi nella prima metà abbondante. Inoltre, Elena parla stando a Torino (nomina il Po e un ponte sicuramente torinese) e torna col pensiero a Milano, ad un intervento che qualcuno ha fatto contro il suo libro e a un suo vecchio amore, poi rapitole da Lila, Nino Sarratore, che la difende da quell’intervento. 
Ho scritto un po’ dell’incipit del libro, tanto per rientrare in argomento. Ma il libro – che scorre ancor più del secondo – è sostanzialmente storia di Elena, che è – delle due amiche – quella che fugge (da Napoli, dal rione, per poi rientrarvi) e, abbastanza in là nel libro, anche di Lila – quella che resta. Tornando all’intervento milanese, Elena racconta le difese che Nino ha preso di lei, e anche un colloquio successivo con lui, in cui parlano essenzialmente di Lila. E poi si parla di una cena, in cui Elena va con la sua futura suocera, Adele, con un professore milanese e con Nino. Questo episodio fa entrare la storia nel vivo dei nuovi rapporti di Elena, rapporti iniziati a Pisa, soggiorno in cui ha conosciuto due uomini. Del primo, Franco, si parla nel volume precedente, mentre di quello che lei sposerà, si parla qui.
Lo sfondo di questo terzo volume sono gli anni 60-70 e le contestazioni che li hanno caratterizzati. E su questo sfondo, si snodano due storie di crescita delle due amiche. Elena passa dalle conquiste universitarie e dal suo libro alla conoscenza di un ambiente e una famiglia tipicamente settentrionale. E si sposerà con Pietro, già docente universitario. Lila si ritroverà a lavorare nel salumificio di un suo vecchio conoscente (dai tempi di Ischia e della sua storia con Nino), Bruno Soccavo, dove si scontra con la dura realtà del lavoro di operaia.
Questi due itinerari che le storie di Elena e Lila continuano a seguire accompagnano fedelmente il lettore nel suo viaggio conoscitivo delle vicende delle due amiche. Si scoprono fatti del rione, essenzialmente nelle vicende di Lila, ma anche in alcuni episodi della vita prima milanese, poi fiorentina di Elena.
Nella storia di Elena la fa da padrone il matrimonio, la nascita delle sue due bambine, la conoscenza di una realtà profondamente diversa da quella del rione napoletano. In quella di Lila il nuovo interesse che – accanto alla sua esperienza di operaia – matura pian piano nella sua nuova storia familiare, che la vede lontana dai problemi creati prima dal marito, poi dalla relazione con Nino (oggetto del volume precedente). Lila si crea un nuovo rapporto familiare con un suo antico amico, Enzo, rapporto molto particolare perché basato soltanto sulla loro antica amicizia e sull’affetto di Enzo, che accetta di essere un compagno-amico (non ci sono rapporti sessuali tra loro). Ma l’intelligenza di Lila la spinge, nell’aiuto che dà ad Enzo per i suoi nuovi interessi verso i calcolatori, ad interessarsi di questo nuovo settore, e a padroneggiarlo presto. E questo le permette di affrancarsi dalla sua esistenza di operaia. Anche Lila ha un figlio, Gennaro, che inizialmente crede nato dalla relazione con Nino, ma che – crescendo – si rivela sicuramente figlio del marito di Lila, Stefano. Quest’ultimo si è costruito una nuova esistenza con Ada, figlia della vedova (si veda il primo volume della tetralogia).
Ma le due storie proseguono nei loro sviluppi. Lila, emancipatasi dalla ditta Soccavo, accetta un lavoro da Michele Solara, suo vecchio spasimante; diventa capocentro di un centro di elaborazione dati e guadagna grosse cifre, che – assieme al guadagno del suo compagno Enzo, anche per lui ottenuto con i computer (proprio grazie all’aiuto che Lila gli ha dato) – la pongono in un ruolo che mai si sarebbe aspettata di poter raggiungere.
Elena deve affrontare invece la crisi del suo matrimonio: è infatti approdata ad un nuovo rapporto con Nino Sarratore, incontrato assieme alla moglie, per caso, proprio tramite suo marito Pietro. E c'è, ancora, un altro incontro casuale, quello con Pasquale e Nadia, che la riportano con la mente a Napoli. E infine, un viaggio con Nino, che la fa volare per la prima volta e che conclude il libro.
Anche l’immagine della copertina di questo volume sottolinea molto intensamente il rapporto delle due amiche con i loro figli. E questo spiega il sottotitolo “tempo di mezzo”: sopraggiunge una nuova generazione nella vita delle due amiche.
Sono stato poco conciso nella mia esposizione, e ne chiedo scuse a chi mi legge. Ma ho avuto di questo libro una impressione profondamente positiva, più degli altri due. E proprio per questo, lo raccomando a tutti gli amatori della scrittura di Elena Ferrante. Non ne andranno delusi.



(Lavinio Ricciardi)









Elena Ferrante, Storia di chi fugge e di chi resta, e/o, 2013 [ * ]

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