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RICCARDINO
post pubblicato in Camilleri, Andrea , il 12 novembre 2020
 

Questo è l’ultimo (purtroppo) romanzo di Camilleri su Montalbano, che – per espresso volere dell’autore – esce postumo. Debbo dire che mi sono preoccupato di acquistarlo appena tornato dalle vacanze, ma non l’ho letto subito. 
Sto adesso effettuando la rilettura sulle due versioni che il volume contiene, in questo modo: leggo il libro a voce alta per una mia amica carissima che non vede, e poi rileggo quanto letto per la seconda (terza, in realtà) volta, sulla versione iniziale originaria del 2005, riportata di seguito alla versione cosiddetta “ufficiale”.
Mi aspettavo delle grosse differenze, almeno linguistiche, tra le due versioni, ma non ce ne sono; però, poiché ho amato Camilleri forse come nessun altro scrittore italiano (non solo per la comune origine siciliana: lo considero un patrimonio della nostra letteratura), debbo dire che alcune semplici sfumature dialettali – spesso italianizzate nella versione ufficiale, prima parte del volume identica alla versione “unica” – non sono tali da giustificarne il prezzo, che Sellerio ha contenuto in una volta e mezza, o poco meno, di quello della versione unica. Però ho voluto lo stesso la versione doppia, perché a me “lu vigatìsi piaci assà”!
Posso già dire qualcosa della trama. e parlare del romanzo in sé. La grossa novità  (ha al centro, fin dall’inizio, un omicidio misterioso) consiste nel “dialogo” tra Montalbano e il suo autore, “l’autore” come lo chiama lui, e “il professore”, come lo chiama Catarella. A parte come si snoda la vicenda, questo espediente – far intervenire nelle “cose montalbaniche” il Camilleri stesso che telefona al commissario – è usato soltanto in questo romanzo, a quanto ricordo. 
La trovata è di ispirazione pirandelliana, a detta di esperti di teatro; io, che di teatro sono stato solo spettatore in gioventù, non mi considero così bravo da conoscere l’origine pirandelliana del trucco (probabilmente il riferimento è a “Sei personaggi in cerca di autore”, opera che conosco nella versione spesso riprodotta in televisione); piuttosto, questo “trucco” anticipa il finale.  
Penso che le recensioni negative che ho letto – originate anche dalla natura pirandelliana dell’espediente – non tocchino minimamente “Riccardino”, un ottimo “Montalbano”. E – sempre dai recensori perplessi – riporto che è nato ben quindici anni fa, e quindi non è l’ultimo della serie di Montalbano. Su quattro recensioni lette, una sola è positiva. Concordo con l’autore di questa (*), Jacob Stephen, col quale ho gusti comuni sui dettagli caratterizzanti il romanzo. 
Anche io ho apprezzato "i riferimenti al Montalbano “picciriddu”, alla vicenda del triciclo portatogli in regalo dalla mamma morta quando lui era bambino”, e di cui non ricorda che “una nuvola di capelli del colore delle spighe di grano maturo”. Ricordo, a chi non la conoscesse, l’usanza siciliana dei doni il giorno dei morti, portati ai bambini buoni proprio dai morti stessi. Nella Sicilia attuale abbiamo ora l’usanza dei regali di Natale, che ha sostituito quella antica dei morti, appena citata. Ma fa bene il nostro grande maestro, che ci manca sempre più, a richiamare questo tratto della Sicilia di poche decine di anni fa.
E ancora, altri dettagli che mi sono piaciuti e che riporto, riguardano proprio quanto Camilleri fa dire a Montalbano: “sono stanco del lavoro che faccio … ormai è ora di smetterla …” e cose del genere, colte in vari istanti della vicenda. Della trama, come sempre ho fatto, non dirò, perché sciuperei a chi deve ancora leggerlo il gusto di ipotizzare sul delitto e sul probabile assassino.
Preferisco insistere proprio sui dettagli. Tra i quali, è stato per me divertente, nel dialogo “telefonico” tra commissario e Autore-Professore, il fatto che Montalbano, tra sé e sé, dice che l’Autore gli ruba le indagini per poi scriverci i romanzi! La cosa – appena letta – mi ha divertito assai, Pirandello a parte, come tutte le “trovate” che il Maestro si inventa per caratterizzare i suoi personaggi. 
Ma la personalità di Montalbano, in questo romanzo, è fin troppo spinta verso la sua fine, com’era nell’intenzione dell’autore. Lo si vede da una serie di particolari. Il Commissario è cambiato, non vuole più lavorare, e Fazio, suo braccio destro, glielo fa notare: e Montalbano ammette il cambiamento. Ancora, in molti punti del romanzo ha scarsa voglia di accettare le “convenienze” o consuetudini che siano. 
Episodio di spicco in questo romanzo è l’incontro con il vescovo di Montelusa (il pispico, in vigatese), richiesto da Sua Eminenza Partanna, per il tramite del segretario. Montalbano, pur nella dovuta osservanza al volere di un’autorità a lui non vicina, e all’oscuro dei motivi per i quali il vescovo lo vuole vedere, si mostra a disagio per questo incontro: è ancora una volta insofferente dell’autorità che incombe sul suo operare. Lontanissimo dal motivo per cui il vescovo lo fa chiamare, chiede a Fazio se, di recente, ci sia stato qualche “uomo (o donna) di chiesa” coinvolto in qualche indagine del commissariato.
E’ ancora Camilleri a farla da padrone in questo romanzo. E fa apparire Montalbano ancor più timoroso di fari malifiùri in ogni occasione in cui c’era la possibilità che accadesse. Questa evidenziazione, peraltro spesso appariscente anche in altri romanzi, qui sottolinea maggiormente il personaggio che Camilleri ha deciso di far “scomparire” dalla sua produzione. Molti hanno visto una stranezza in questo “Ultimo” Montalbano, dato che Camilleri, dopo la prima stesura, ne ha scritti almeno altri cinque di romanzi con il commissario protagonista. A mio avviso, hanno mal interpretato la conclusione del ciclo che il Maestro aveva da tempo intravisto e preannunciato, con vari messaggi tutt’altro che sibillini, e che il romanzo in questione chiarisce.
Anche la successiva visita al questore, che lo ha fatto chiamare, è un piccolo capolavoro del nostro AUTORE: Montalbano non si capacita del tono freddo che il questore ha con lui, se non al termine dell’incontro, quando questi lo accusa di aver ricorso al vescovo per “farsi raccomandare”! La visita presenta un episodio divertente col Dottor Lattes, segretario del questore, episodio che non rivelo: chi ha apprezzato gli altri romanzi capirà!
La recensione che ho citato poco prima sottolinea che l’Autore mostra – in questo romanzo – una palese insofferenza per Montalbano. Forse è così: a me piace pensare che questa insofferenza, a chi ha scritto più di cento libri, è giustificata da quanto lo stesso Camilleri ci ha più volte raccontato nelle numerose interviste, e cioè che la spinta a scrivere tanti romanzi sul commissario, piuttosto che i capolavori dei suoi romanzi storici e di quelli di costume, è venuta dal suo editore principale (Sellerio, di Palermo), con il quale ha pubblicato ben 29 romanzi sul commissario Montalbano (30, se si contano le due versioni di "Riccardino"). Camilleri ha scritto inoltre quattro antologie di racconti su Montalbano (due sono state ripubblicate in una unica), queste con un editore diverso (Mondadori).  
Ho voluto prolungare un po’ questa recensione, omettendo di parlare della indagine vera e propria, come al solito per non sciupare il gusto dei lettori di scoprire “il colpevole” o la trama del delitto. E sono profondamente addolorato di non poter proseguire a scrivere, sia sui libri di Camilleri (di cui ho quasi tutto), sia sulle indagini. Ma in questo romanzo, il commissario viene …. messo a riposo, come personaggio e come figura sociale, in un modo che, anch’esso – ometto di descrivere, ma che, non ricordo né dove né quando, l’AUTORE aveva anticipato. Mi piacerebbe anche trovare critiche a quanto ho qui scritto, e pertanto manderò questa recensione anche al sito ove ho trovato le altre.
Questo romanzo da parte dell’editore ha originato una serie di “serate con Riccardino” che ne hanno costituito la presentazione su scala nazionale. Ma a me, amante della letteratura Camilleriana, e di quella “gialla”, piace pensare che l’intera produzione del Commissario Montalbano, penso molto più vasta di quella di tanti altri scrittori, sia un caposaldo letterario importante: infatti, le indagini, tutt’altro che “rubate”, originano quasi tutte da fatti di cronaca, e il modo di indagare che l’autore ha profuso in questi romanzi origina quasi sempre dal comune “Buon Senso”: in questo sta – a mio intendere – il grosso successo della produzione camilleriana sul commissario.

(*) Jacob Stephen – Grazie Mammì, grazie Maestro – Amazon, recensioni di “Riccardino seguito dalla prima stesura del 2005”


(Lavinio Ricciardi)







Andrea Camilleri, Riccardino, Sellerio, 2020 [ * ]





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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 12/11/2020 alle 13:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
e-gotica
post pubblicato in Mezzone, Beatrice, il 27 ottobre 2020
 

Questa è la quarta raccolta di poesie di Beatrice Mezzone, e - a giudizio della stessa autrice - appare composta da liriche più "disincantate" rispetto a quelle delle raccolte precedenti. La copertina riporta una parte di una delle liriche, forse una delle più musicali, se posso permettermi.
Prima ancora di parlarne, vorrei entrare nel merito, citando due bellissime liriche in epigrafe al testo: la prima dell'autrice e la seconda di Emily Dickinson. A parte la delicatezza di questa seconda, notevolissima, nella prima epigrafe la poetessa mette un accento ironico su quanto le liriche esprimono, paragonandosi ad una "cicala ubriaca".
L'opera si compone di 42 liriche divise in cinque sezioni, e di una postfazione dell'autrice. Ciascuna sezione ha poi come epigrafe di sottotitolo i versi di un poeta o una poetessa famosi. Ecco le varie parti (tra parentesi i poeti "citati"):

Barocca (Charles Baudelaire), con sette liriche
Lunare (Marina Cvetaeva), con dieci liriche
Arcaica (Ada Merini), con dieci liriche
Tribale (Jorge Luis Borges), con sette liriche
Ipnotica (Pink Floyd), con otto liriche

La postfazione, che io trovo "per addetti ai lavori", illustra alcuni punti di vista dell'autrice sulla sua opera. Proprio per la conoscenza che ho delle altre raccolte dell'autrice, cercherò di essere - da semplice lettore - il più imparziale ed equo possibile. Devo ripetere, anche quì, che non sono un gran lettore di poesia: riporterò quindi, per quanto possibile, solo le mie impressioni personali.
La divisione in parti, a detta dell'autrice, è dettata dal fatto che "... i testi afferiscono cinque sezioni... [cui sono] collegati per assonanza, rimandi o scelte concettuali... ". A me, ignorante del suo linguaggio, i titoli delle cinque parti mi sono piaciuti assai, e così le epigrafi dei cinque poeti, molto belle. E dei suoi versi voglio parlare, non della sua postfazione. Purtroppo, scrivo semplicemente, non da esperto di versi, perchè esperto non sono.
Sempre per narrare in modo semplice, debbo dire che le poesie che più mi hanno colpito ad una prima lettura sono "vivo" (in Tribale) e "sola" (in Arcaica), ma le mie difficoltà di comprensione mi chiedono di rileggere ancora le liriche prima di poter esprimere questi pensieri.
Nella rilettura, ho notato subito che le sezioni erano ben più ricche, e le liriche in prima lettura ostiche, rilette attentamente erano comprensibilissime, e molto belle. Analizzerò ora, sezione per sezione, tutte le poesie.
La prima sezione, Barocca, dedicata a Baudelaire, comprende sette liriche, "e-gotica", che dà il nome alla silloge, poi "Ero il fiero violino", "Pinna nobilis", dedicata a Chiara Vigo, "Le viole barbare e barocche"dedicata a Pier Paolo Pasolini, "Dal silenzio assordante", "Senti anche tu il canto delle libellule", "Let’s save the Queen", dedicata a Freddie Mercury. I versi di Baudelaire, in epigrafe alla sezione, sono di rara bellezza. La prima lirica, "e-gotica", è un’alternanza di parole e concetti, magistralmente articolata in un “terremoto” di versi. La seconda, "Ero il fiero violino", è – in parte – riportata in copertina: in essa è un dialogo tra realtà (“Ero …”), ricordo (“Eri …”), e musica (un violino: a sottolineare, forse, una storia amorosa?), che torna a suonare. Non posso entrare nel merito di tutte; posso dire di preferirne due, in questa sezione: "Pinna nobilis" (ove Pinna è il mare, seta è un arazzo, e bisso è il Mediterraneo) e "Senti tu il canto delle libellule", lirica bellissima per la sua musicalità.   
La seconda sezione, Lunare, dedicata alla Cvetaeva, ha dieci liriche. Riporterò soltanto i titoli di quelle che hanno un elemento caratteristico. Anche in questa sezione, due dediche: la terza lirica, "E nelle tasche mettesti", è a Virginia Woolf, ed è quasi un epitaffio alla vita della scrittrice inglese; la settima lirica "Diritto a sussurrare", dedicata alla poetessa Wislawa Szymborska, è bellissima, a mio avviso la più bella dell’intera sezione: la terza strofa, da sola, è … un paradiso! Forse altrettanto bella è "La bellezza è un tuo bacio" (la quinta): è piena di magia, incantesimo, ed erotismo che sfuma in leggerezza. Un discorso a parte va fatto per la prima lirica della sezione, "La disciplina dell’apnea", ove l’apnea è intesa come cantina, la cui riserva d’aria fa la parte dei vini che in cantina si tengono: da buon ex sub, conosco molto bene l’apnea, che – ai tempi della mia gioventù – costituiva il solo modo di fare il sub; le bombole sono venute molto tempo dopo. Degne di nota – infine – la ottava e la nona lirica,  rispettivamente "Non potrai più chiamarla notte" e "Andiamo sulla spiaggia delle stelle"; chiude la sezione "Languore d’infinito".
La terza sezione, Arcaica, dedicata alla Merini, si compone di dieci liriche; nella prima, "Navigli di carta", tra le migliori, l’autrice inizia allontanando le paure, ma si chiede se il partner si interesserà ancora a lei: restano muti, e solo i gesti saranno le loro espressioni. Nella seconda, "Al cielo di gennaio", l’autrice prende il coraggio di vivere dai favori della natura. Segue "L’ombra tramata di luce": questa nasconde una storia, che l’autrice vuole rivivere lontano dal mare, dove può farlo. Al mare no: lì l’anima è cieca e sorda. "Combaciami nei vuoti" è una lirica fatta di musica: “se rimetti a posto” – dice l’autrice – “ciò che (di me) non lo è più (vuoti incompiuti, pensieri aggrovigliati), alla fine io divento musica, che tu suoni”. Anche questa – tra le migliori – ben rappresenta l’immagine felice di un momento di vita. 
Seguono quattro liriche, forse un po’ meno incisive: "Mentre i cani digrignano i denti", dove si mettono a confronto le fatiche di un operaio e del poeta: sudore e fatica (operaio), e cercare il senso delle parole (il poeta è fabbro di parole). Poi "Cuore di sangue siriano", un po’ ariostesca, e "Gorgo (parole verso il mare)", dedicata al padre, suo re; ultima, "Assaltami la sera", dedicata all’oceano. Chiudono la terza sezione: "sola", molto bella e breve, lamenta la solitudine che affligge tutti (anche se non lo è, sembra dedicata al Covid-19). La si confronti con quella di tema analogo, della sezione precedente ("Sola, nel riverbero di luce", dedicata al padre). Poi – bellissima – "Non dirlo al cuore": parole che lasciano trasparire il dolore di cui dicono, ma con un finale ottimistico. 
La quarta sezione, Tribale, dedicata a Jorge Luis Borges, ha sette liriche. La lirica iniziale è tra le più belle dell’opera: "Il cielo adamantino dell’aquila". Subito si affronta il tema: smuovere ciò che in noi è fermo; solo così apparirà tra “sponde di antichi rovelli” che lo nascondevano, il cielo dell’aquila, limpido e terso, come un diamante. Poi "Solstizio di te", bellissima per scelta di parole. Solstizio è perielio, vicinanza al sole che illumina e riscalda. Seguono tre liriche d’amore, "Deserto e oasi, tenda e tempesta", "Di te amo con ferocia", e "Ho voglia di te", piene di amore e desiderio. Ancora "Oscurità", dove un gatto alla conquista del territorio è paragonato ad uno squalo: efficace e calzante, nel suo contesto. Infine la più bella, sia nella sezione che nel volume: "vivo". Qui ogni verso è una sola parola: nomi e poi verbi.  
La quinta sezione, Ipnotica, è dedicata ai Pink Floyd (l’epigrafe è tratta da una canzone). Otto liriche: "Fossili di luce", dove ad ipnotizzare il lettore sono le parole-espressioni ("fossili di luce", "scorci nel non-agito", "assediamo giorni"). "Medioevo-2": immagine di medioevo nel presente reale, "L’opale dello Zenit": altra immagine molto efficace. "La simmetria raggiata degli spicchi" (riferita a un agrume) evoca le dee dei miti greci Selene ed Ecate, e con esse la notte e i suoi misteri. "Sono condannata a pensarti", fin dal titolo bella immagine amorosa, molto originale "Un tempo fu casa" e "Pronuncio te", che sono anche’esse ricche di immagini, molto ricercate nella seconda lirica. L’ultima, "Poiesis", è un elogio del Fare, inteso – penso io – come far Poesia. Bellissime le immagini che alcune parole sottendono: “minerale boschivo … estasi d’opale …”
Per concludere, alcune considerazioni. Innanzitutto un ottimo indice, che di solito, nei libri recenti, manca del tutto, e qui invece è presente ed è estremamente comodo e maneggevole, Poi la scelta dei titoli, che a volte lascia perplesso chi legge: c’è stata una scelta ragionata, o no? In quest’opera, forse non nelle altre, si avverte per i titoli una creazione istintiva, non ragionata. Spesso è titolo solo il primo verso della lirica, e questo è confermato dall’indice. 
Ciononostante, nell’ambito di ciascuna sezione c’è più di una lirica bellissima, meritoria di molti elogi. Ne ho parlato nelle righe precedenti; qui vorrei motivare qualcosa riguardo le mie due liriche preferite: "sola" (quarta della terza sezione, Arcaica) e "vivo" (settima della quarta sezione, Tribale). Per entrambe una notevole qualità è la brevità, soprattutto nel numero di parole, volutamente – ed efficacemente – scarso. 
Poi, in "sola", echeggia quello che tutti stiamo vivendo con la pandemia, che ci tormenta rendendoci più soli nelle nostre vicissitudini quotidiane: questo emerge prepotentemente dalla lirica. In "vivo" è la musica di questa cascata di versi monoverbo (basta provare a leggerla ad alta voce), cascata che è come se aumentasse di forza man mano che scende, idealmente alimentata da altri “affluenti”, fino a irrompere prepotente col suono dell’ultimo verbo: VIVO !
Detto questo mi sento di concordare con quanto detto sia nella quarta di copertina, sia nella postfazione. E sono perfettamente convinto che quest’opera possa assurgere a vette molto alte, e concorrere anche a premi importanti. Ne consiglio la lettura a tutti.

(Lavinio Ricciardi)







Beatrice Mezzone, e-gotica, Eretica edizioni, 2020 [ * ]



vedi quì



I LEONI DI SICILIA
post pubblicato in Diario, il 21 maggio 2020

Ho appena terminato la lettura di quello che – a mio avviso – è il miglior libro scritto nel 2019 da una scrittrice italiana. Un libro che ha dentro tutto: storia, poesia, sentimenti, insomma tutto quello che si può immaginare riguardo a un bel libro. E l’imbarazzo di scrivere su un libro come questo è grande: sono un semplice lettore, ma quello che scrivo può raggiungere molte persone, e non ci tengo a dire cose avventate. Così, non scriverò tutto di getto, “a braccio”, come si dice quando si parla e si improvvisa. 
Comincio subito a parlare del libro. È un romanzo storico, ambientato in Sicilia, negli anni tra il 1800 e il 1900. Ma la struttura fondamentale è quella di un romanzo: le parti storiche sono presenti all’inizio di ogni capitolo (ad eccezione dell’epilogo; lo sono anche in pochi altri punti) ed occupano soltanto una facciata di pagina. Inoltre, molti particolari della storia dei Florio sono autentici, ma la storia è comunque romanzata.
L’attenzione dell’autrice ai dettagli appare fin dall’inizio: in epigrafe, oltre ad una splendida dedica ai figli, è riportata una frase di John Milton, tratta dal suo Paradiso perduto. Ancora, ogni capitolo (compresi Prologo ed Epilogo), riporta in apertura un proverbio siciliano (con la relativa traduzione) che fa da contorno al titolo; i titoli dei capitoli (sette) sono poi nomi di materiali che hanno caratterizzato l’attività della famiglia Florio in quel determinato periodo (con qualche eccezione).
Prima di entrare nel merito del romanzo, mi sia consentita una precisazione personale. Passo da sempre le vacanze in Sicilia, nel Messinese, in un paese ove hanno vissuto i miei genitori e i nonni. E il giornale che leggo abitualmente riporta la cronaca di Palermo, anziché quella di Roma, città ove risiedo. Nel supplemento palermitano, la scorsa estate, mi è capitato di leggere brani di varie scrittrici siciliane: Stefania Auci in primis, e Nadia Terranova, Cristina Cassar Scalia (a me già note). Le due novelle della Auci erano entrambe molto belle, e servirono a farmela conoscere: così, appena rientrato a Roma, ordinai il suo libro (che mi arrivò ad inizio ottobre). 
L’autrice, nei Ringraziamenti in calce all’opera, dice a conclusione due cose: a) i fatti storici che riguardano i Florio sono noti, ma lei ha supplito con la fantasia e il romanzo a quanto la storia non dava, cioè “il ritratto di una famiglia fuori dal comune”; b) Il libro è la “sua” storia, scritta come l’ha immaginata, cercando di riportare “anche lo spirito di una città e di un’epoca“.
Ho voluto proprio partire dalle parole dell’autrice per descrivere quanto il libro sia bello, nella sua ricostruzione dell’esistenza di queste persone, che la città di Palermo e le persone che hanno scritto e parlato dei Florio non hanno mai accettato completamente. I Florio sono stati accusati principalmente di essere “immigrati”, dato che provenivano dalla Calabria, come racconta in modo magistrale il Prologo. Qui la famiglia è presentata come una tipica famiglia italiana (meridionale, ma questo non è un fatto importante), alle prese col problema che la loro terra “è stretta” per le idee che avevano in mente, oltretutto dopo un terremoto ancor più spaventoso di quello del 1908. Così, dopo qualche viaggio in barca verso la Sicilia, ove vendevano le loro spezie, decidono di trasferire la loro attività a Palermo.
Non racconto nulla del resto del libro. Mi limito ad annotare quelle che – a mio avviso – sono le note caratteristiche di una scrittura magica, come quella della Auci. La narrazione ci porta dentro le vicende dei singoli protagonisti, con una compenetrazione che ci fa quasi toccare le loro situazioni, i loro oggetti, i loro affari.  Le immagini che la Auci utilizza sono davvero significative, a cominciare dal loro negozio, l’”aromaterìa”, termine ormai desueto (letteralmente “negozio di aromi” - al tempo era certamente l’equivalente di una drogheria–farmacia dei nostri giorni). La conduzione del negozio e la malattia del capofamiglia, Paolo, sono le parti salienti del primo capitolo, Spezie
Dei capitoli riporto solo le corrispondenze temporali, che sono:


Spezie:                  1799-1807
Seta:                      1810-1820
Cortice:                 1820-1828
Zolfo:                     1830-1837
Pizzo (Trina):         1837-1849
Tonno:                   1852-1854
Sabbia:                  1860-1866


Ma – al di là delle suddivisioni “per prodotto” (o argomento di commercio) – ciascun capitolo è un momento della storia dei Florio. Fin dalla partenza da Bagnara per Palermo, la famiglia che “emigra” è composta dai fratelli Paolo e Ignazio, dalla moglie di Paolo, Giuseppina, dal figlio della coppia, Vincenzo, poco più che neonato, e Vittoria, nipotina di Paolo e Ignazio, orfana dei genitori (morti in un incidente; il padre Francesco era fratello di Paolo e Ignazio). Giuseppina, perennemente in polemica col marito, al sentire aria di partenza, protesta, e afferma che lei e il figlio non si muoveranno da Bagnara. Ma Paolo insiste dicendo che partiranno entro una settimana. 
Come mostra l’elenco, ciascuno dei sei capitoli mostra un arco di tempo di 8 – 10 anni, tranne Tonno (due anni). È chiaro che in un simile arco di tempo, la famiglia evolve a seconda delle circostanze. 
I capitoli iniziano tutti con un brevissimo cenno alla storia del tempo, un po’ sul modello de La Storia di Elsa Morante. A volte a seguire questa premessa, a volte nel corso del racconto, c’è sempre un cenno alla merce che ha dato il titolo al capitolo stesso. 
La famiglia, inizialmente guidata da Paolo, riesce a competere con i concorrenti locali, che ovviamente li hanno in antipatia, considerandoli immigrati. Paolo riesce ad affermarsi su tutti i suoi concorrenti ma la cosa gli costa la salute e muore, nonostante i tentativi fatti per salvarlo. La conduzione dell’attività passa al fratello Ignazio, che coinvolge il figlio di Paolo, Vincenzo, nella gestione dell’attività commerciale: Ignazio lo manda in Inghilterra, da dove Vincenzo torna con una macchina che accelera la produzione del cortice. Anche Ignazio si impegna molto nel lavoro, e dovrà cedere alla fatica, pur avendo una buona salute: sono passati più di vent’anni dalla morte di Paolo, e siamo alla fine della terza parte (Cortice); anche Ignazio muore.
L’attività passa nelle mani di Vincenzo, che deve – oltre che lavorare – occuparsi della madre Giuseppina. Senza entrare nei dettagli, le parti successive (ZolfoPizzo e Tonno) danno atto delle capacità di Vincenzo, abilissimo nell’intraprendere nuove attività. La vita di Vincenzo evolve nel frattempo; nella quarta parte intraprende con un commerciante milanese (Tommaso Portalupi) una compravendita di zolfo per usi industriali e, nell’ambito di questi rapporti, incontra la figlia di Portalupi, Giulia e se ne innamora. Ne fa la sua amante e ha da lei prima due figlie femmine, Angela e Giuseppina, poi – finalmente – un maschio, che chiamerà Ignazio, in memoria di suo zio che lo ha formato. Appena nasce l’erede maschio, Vincenzo sposa Giulia e riconosce le due figlie.
Le parti successive danno ancore altre notizie: il piccolo Ignazio viene salvato dal padre, dopo essersi avventurato da solo in mare; il padre, mentre lui recupera, si accorge dell’intelligenza del figlio, e lo fa studiare meglio che “se fosse figlio di nobili”, come gli dirà più avanti. Poi lo coinvolge in un’ennesima attività, la gestione del traffico marittimo. Vincenzo arma delle navi, e ottiene il servizio di Posta tra la Sicilia e Napoli. Vincenzo pensa anche a sposare le figlie, cosa che non riesce subito. Ma farà in tempo a vedere quattro dei cinque nipotini che Angela e Giuseppina gli daranno. Nel frattempo scoppiano i moti anti-Borbone; Vincenzo viene coinvolto nell’aiuto agli insorti. E finalmente, verso la fine dell’ultima parte, anche Ignazio si sposa, e corona il sogno del padre – che voleva imparentarsi con la nobiltà palermitana, la quale spesso lo ignorava – impalmando la figlia di una baronessa.
Nell’epilogo, anche Vincenzo muore.
La Auci, nelle note in fondo al libro, dice che il libro «… è la mia storia dei Florio …» e fa capire che proseguirà con la parte che riguarda il periodo fascista. E nei ringraziamenti, cita vari librai palermitani, che la hanno aiutata a diffondere l’opera.
Debbo sinceramente dire che il libro è stupendo, appassionante. L’autrice ci fa seguire i fatti della famiglia Florio quasi come se ci fossimo dentro. Quando si arriva alla fine di un libro come questo, ci dispiace che non continui ancora: è l’impressione che ne ho avuto, e che risulta condivisa con molti altri lettori. È un libro che traccia contemporaneamente alla storia della famiglia Florio, anche la storia della Sicilia nei primi 80 anni del diciottesimo secolo: le ultime due parti sono piene di riferimenti ai patrioti che hanno cacciato i Borbone, tra i quali Ruggero Settimo, e Francesco Crispi, che diventerà l’avvocato della famiglia. La scrittura fluente della Auci, e il suo indubbio talento narrativo ne fanno uno dei romanzi più belli che io abbia mai letto. 


(Lavinio Ricciardi)







Stefania Auci, I leoni di Sicilia, Nord, 2019 [ * ] 


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DELTA
post pubblicato in Cavallari, Rita, il 20 maggio 2020
  
Questo libro di Rita Cavallari è prezioso: partendo infatti da un viaggio organizzato per sè ed una cerchia di familiari, Rita è riuscita – con notevole precisione – a fornire al lettore anche una preziosa guida topografica della zona, quale neppure le enciclopedie riescono a fornire.
Non è soltanto questo, il libro di Rita. Oltre alla guida topo-geografica, ci sono nel libro tantissime notizie storiche, ed anche note di costume dei luoghi visitati. Ma… andiamo con ordine.
Quanto racconta l’incipit dell’Introduzione (il libro è corredato da un indice ed è diviso in capitoli brevi, cosa che agevola la lettura) ci dice che l’origine della storia risale ad un documento ritrovato nelle carte familiari, risalente all’inizio del ‘900, che narra la storia di un antenato, Giorgio, emigrato da Como a Venezia, ospite di una nobildonna del luogo. Dopo un periodo di “bella vita”, Giorgio si dedica ad attività di commercio e si arricchisce. La famiglia di Giorgio rimane su questo territorio (compreso tra Venezia, Ferrara e Rovigo) per oltre due secoli.
Tralascio il resto dell’Introduzione, proprio per non entrare in dettagli che ritengo di carattere familiare: cito soltanto il fatto che i ricordi e le storie raccontate nel libro sono originati dal viaggio nella zona risalente ai mesi di settembre e ottobre 2019. Potremmo quindi, in un certo senso, considerare “Delta” un diario di viaggio.
Mi lascio guidare dall’indice per esaurire un altro particolare, quello geografico. Le zone di cui il libro parla sono: Pomposa, Ferrara, Mesola, Taglio di Po, il Delta, Comacchio, Adria, Venezia, Chioggia, Ravenna. Per finire, il delta tra Emilia-Romagna e Ariano. Per ciascuna di queste zone, il libro è ricchissimo di notizie, informazioni e storie, che vanno piuttosto in là nel tempo (fino ai primi anni dopo Cristo in alcuni casi). Il libro sembra breve (il testo è di 79 pagine), ma i capitoli – pur brevi – sono così ricchi di notizie e storie che debbono essere “sorseggiati”, per dirla con una metafora “liquida”.
E non è solo il Delta a farla da padrone: in pratica, a mio avviso, il protagonista vero è il Po, che pur facendosi temere per le inondazioni (quella del Polesine penso siano in molti a ricordarla), con il trasporto di detriti ha cambiato spesso la forma dei territori, portando anche ricchezza agli abitanti (si veda il capitolo “L’oro del Delta”).
La parte documentale (sia storica che geografica) è cospicua, ma le storie che la arricchiscono fanno di “Delta” un vero e proprio “tesoretto”, che – almeno a me – ha dato moltissimo su una parte d’Italia di cui solo in casi di sciagure (alluvioni, terremoti) si è sentito parlare sui “media”.
Il libro inizia con la storia dell’abbazia di Pomposa, un vero gioiello di arte, rintracciabile anche sull’Enciclopedia Treccani, risalente al 1063 e a circa 50 km ad est di Ferrara, che fu trasformata in stalla nel 1800 dal marchese Guiccioli, acquirente dell’epoca. Ma questa strana operazione paradossalmente la salvò dall’andare in rovina. Si salvarono gli affreschi, riportati alla luce negli anni 30 del secolo scorso. Inoltre vi dimorò Guido d’Arezzo (nel luogo veniva chiamato Guido pomposiano), l’autore delle note musicali.
Dei capitoli che seguono, uno dei più ricchi di informazioni sul territorio del Delta è “In barca”, che racconta di due escursioni fluviali per esplorare il vasto e complesso territorio del Delta propriamente detto. Rita fa la storia di queste escursioni, e attraverso di esse descrive le proprietà peculiari del delta, tra cui quella di essere l’unico delta fluviale in Italia (tutti gli altri fiumi, almeno i più importanti e grandi, hanno la foce a estuario).
Anche il successivo, brevissimo, “L’oro del Delta”, è interessante perché racconta della fortuna avuta dagli abitanti del posto ad allevare vongole prima, ostriche e granchi locali (moleche) poi. Dalla fortuna della pesca si scivola facilmente alle anguille, caratteristiche di Comacchio e dintorni. A Comacchio sono dedicati due capitoli, ove oltre alle anguille e al pescato, ci si riferisce al turismo balneare, e vengono elencati i lidi più famosi della zona, che occupano venticinque chilometri di costa.
Sto raccontando troppo del libro, cosa che di solito non faccio. Ma almeno mi devo riferire a quello che l’autrice mi ha fatto scoprire, a me ignorante di quella zona e conoscitore solo di una parte di Venezia. C’è un capitolo che ne parla, e racconta del viaggio in treno fatto da Adria, campo base della spedizione, per raggiungere Venezia, abbandonando le automobili. Infine, due capitoli dedicati rispettivamente a Chioggia e a Ravenna.
Gli ultimi tre capitoli riprendono la storia del Delta e delle sue successive evoluzioni. che – negli anni passati – interessarono il territorio dell'Emilia e Romagna, oltre che il Veneto. C’è anche il racconto di una storia d’amore che coinvolse Lord Byron; si passa poi alle conclusioni e – in appendice - un breve accenno al MOSE, l’opera idraulica che dovrebbe risolvere il problema dell’acqua alta di Venezia.
Un libro che – in poche pagine, con l’apparente scopo di essere un diario di viaggio – nasconde una ricchezza di storie e di dettagli geografici su una delle zone d’Italia meno raccontate. Un libro davvero prezioso per chi – come me – ama la geografia e ormai non riesce più a viaggiare per conoscerla, come da giovane facevo. Se lo trovate in libreria, e amate la vostra terra, non perdetevelo.



(Lavinio Ricciardi)







Rita Cavallari, Delta, pubblicazione in proprio, 2019
IL COLIBRI'
post pubblicato in Veronesi, Sandro, il 8 maggio 2020
 

Il colibrì è un romanzo sul dolore e sulla forza struggente della vita. Il protagonista, Marco Carrera, specialista in oftalmologia, ha una vita di perdite, di dolori, di improvvise assenze e brevi attimi di felicità. Già all’inizio del libro si trova da un giorno all’altro nell’occhio del ciclone di una serie di disgrazie (siamo nel 1999): lo psicologo di sua moglie, Marina, gli comunica che ella, incinta di un altro uomo, vuole il divorzio, sconvolgendo l’apparente serenità delle sue giornate. Di qui ha inizio una serie di sventure, malattie, perdita di una sorella, dei genitori e di una figlia. Marco reagisce, come il colibrì che attraverso il battito frenetico e vorticoso delle ali raggiunge la stasi, impiegando tutte le sue forze per mantenere lo status quo, ostile ai cambiamenti. Sopravvivere è un po’ vivere. In verità sua madre da piccolo lo chiamava "colibrì", per la sua velocità, la sua bellezza e la sua piccola statura, dovuta a una forma di ipoevolutismo strutturale moderato, a causa di una insufficiente produzione di ormone della crescita. Nel giro di pochi anni, grazie a una cura adeguata, aveva recuperato ben 16 cm di altezza, raggiungendo 180 centimetri. Tuttavia tutti continueranno a chiamarlo con quel nomignolo. Trascorsi alcuni anni, Luisa, la donna da lui amata, in una lettera, riconosce che lui effettivamente è un colibrì. Come quell’uccello, in cui si è reincarnato un antico guerriero Maya, nonostante le avversità si tiene ben fermo, sempre fedele a se stesso e ai suoi valori, consuma tutte le sue energie per sopravvivere, non dimenticando di aver cura, via via, dei suoi cari. Il sentimento che lo unisce alla donna è un amore spirituale, a distanza, rincorso, asimmetrico, mai pienamente corrisposto - che perdura nell’animo di Marco fino alla fine. Nel “cratere fumante” non si chiede perché accade tutto a lui, resiste, va avanti e finalmente comprende che tutto è accaduto per uno scopo: allevare Miraijin, la bimba della figlia Adele, morta nell’esercizio di uno sport estremo. Sarà il suo mentore perché lei sarà "l’uomo nuovo” che cambierà il mondo, solo a lui è stato concesso il privilegio di allevarla. Intorno al protagonista ruotano diversi personaggi e tutto un mondo, inseriti in un’architettura romanzesca perfetta, in un tempo disgregato, fluido, anacronologico (avanti e indietro dal ’70 al futuro 2030) ispirato al libro di McEwan “Bambini nel tempo”, con l’uso di vari registri linguistici (lettere cartacee, e-mail, sms, racconti in prima e in terza persona). Nel libro Veronesi riversa con grande maestria e sapienza, riflessioni, conoscenze musicali, cinematografiche, filosofiche e letterarie con varie citazioni da Dante a Pirandello, Fenoglio, Vargas Losa, David Leavitt. Rivolge perfino un omaggio all’amico Sergio Claudio Perroni, uno tra i fondatori della casa editrice "La nave di Teseo", morto suicida mentre egli stava ultimando la sua opera. Degno di nota, tra gli altri, è il capitolo “Gli sguardi sono corpo”, in cui viene citato il canto XIII del Purgatorio quando Dante al cospetto degli invidiosi, con gli occhi cuciti e lacrimanti, si rifiuta di guardarli da vicino perché pensa di fare un oltraggio a quelle anime, che non possono ricambiare il suo sguardo, come se fossero impossibilitati a difendersi. Lo scrittore quindi afferma che gli sguardi sono armi potentissime e producono urti emotivi anche quando non sono lanciati allo scopo di produrli. Gli sguardi insistenti fanno sentire violati. Guardare è “un’immischiarsi, è un toccare da lontano”. Lo sguardo è lo strumento in cui l’essere si afferma.
Le tematiche affrontate sono universali, i drammi dell’esistenza umana sono esplorati in ogni sfumatura, compresa anche l’eutanasia. Non è un libro cristiano, il protagonista è smarrito nell’esistenza senza un dio da seguire o un ideale, tuttavia sembra rivelare la grande nostalgia di un Dio che sappia abbandonare il cielo e venire ad abitare tra le nostre misere esistenze. Le ultime pagine invitano a pregare “per tutte le navi in mare”, metafora della vita e in una vecchia lettera a Luisa c’è il desiderio di scrivere da parte di Marco il loro amore ”in ogni superficie creata dal buon Dio”.
“Il colibrì” stupisce e affascina per la creatività dello scrittore, ma può non suscitare interamente la condivisione e la commozione del lettore.


(Anna Velia Violati)







Sandro Veronesi, Il colibri', La nave di Teseo, 2019 [ * ]



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AVREI VOLUTO DARVI ANCHE LE LUCCIOLE
post pubblicato in Mezzone, Beatrice, il 22 febbraio 2020
 

Questo nuovo libro di poesia di un’autrice come la Mezzone, arricchito dalla dettagliata e valente prefazione di un’esperta come Luciana Raggi, rappresenta, come dice Luciana, “un’opera matura di un’autrice… che ha raffinato la sua ricerca espressiva”. Mi fermo qui, per far spazio ai miei pensieri di lettore non esperto.
Il libro è diviso in sei parti, Lucciole, Pathos, Fili, Sguardi, Eros e Mito, ed è arricchito dal contributo iconografico e poetico di un’artista, Susanna Meloni. Prima di proseguire nell’analisi del testo, voglio sottolineare due piccole “chicche”: tre versi che aprono la raccolta, dedicata ai tre figli dell’autrice

 E dicon poco i versi
  che dalla sommità 
qui giunsero a rifrangersi

e una bellissima strofa della Szymborska, che conclude la sua lirica Il nulla si è rivoltato anche per me

E lo scarabeo s’avvia per il sentiero
in abito scuro da testimone dell’evento
d’una lunga attesa d’una vita breve.
E a me è capitato d’esserti accanto
e davvero non vedo in questo nulla di ordinario

Subito dopo seguono due brevissime introduzioni delle due coautrici (Beatrice Mezzone e Susanna Meloni), e un frontespizio con uno stupendo verso di Simonide, citato da Plutarco
 
La pittura è poesia silenziosa e la poesia è pittura che parla

Perché ho evidenziato queste cose? Per introdurre un’opera che – oltre ad appaiare due artiste che hanno mezzi di espressione diversi – è da sola una splendida dimostrazione di quello che l’animo umano riesce a fare quando domina due menti.  
L’opera, composta in tutto da 62 liriche, è divisa, come detto prima, in sei parti: il numero di liriche varia per ciascuna parte in modo considerevole. Sia le parti, che molte liriche, sono abbellite dalle illustrazioni della Meloni, che spesso, nel caso delle singole poesie, coronano il pensiero che sottende la lirica stessa. 
Il titolo dà origine ad una delle parti, la prima (Lucciole), dedicata ovviamente ai tre figli. Questa parte contiene poche liriche (quattro), molto significative riguardo al rapporto madre–figli (in particolare la terza lirica). Ma – torno a dire a scanso di equivoci – il mio è solo il pensiero di un lettore, affascinato da tanta capacità espressiva dell’autrice. La bellezza delle immagini evocate la dice lunga sull’amore materno, anche se non è predominante sull’intera opera: una – che mi ha colpito – recita
 
…le lentiggini, regalo del sole non ancora malato…

La seconda parte (Pathos) è quella più appassionata, e anche più ricca. Le 18 liriche che contiene sono tutte dedicate ad amore, passione e delusioni. Tra le più belle, sempre a mio giudizio di lettore, sono Eutanasia di un immenso, Dissolvenza, Oblio, Farfalla impazzita in un bicchiere. La prima è quella che mi ha colpito di più; ma nelle altre citate, così come in tutte quelle che compongono la parte, sono presenti delle immagini di sentimenti, moti, stati d’animo che riflettono la bravura dell’autrice a descrivere cose che, ad esempio, soltanto la musica riesce a far percepire. Non per nulla le poesie vengono chiamate liriche…    
La terza parte (Fili) è dedicata a profili familiari (padre e madre), e consta di sei liriche. Anche qui la capacità della Mezzone di tradurre sentimenti in immagini è più che evidente: si tratta di sentimenti che quasi tutti abbiamo provato o proviamo.        
La quarta parte (Sguardi) è dedicata ai territori, e al fatto che, per tutti gli esseri umani, i territori sono cose che si guardano. In questa parte, che consta di dodici poesie, sono presenti le uniche due liriche dell’artista Meloni, una dedicata alla città della Mezzone, molto intrigante per il modo in cui è composta, e l’altra – suppongo – alla sua terra, la Sardegna. Anche qui, colpiscono le immagini, e molte altre sensazioni suggerite dai territori e dai luoghi descritti. Vorrei suggerire a Beatrice, napoletana doc, di dedicare un volumetto alla Costiera Amalfitana, gioiello della sua terra. Ma occorre passare un certo tempo, in quei luoghi, per poterne scrivere, soprattutto in versi… 
Quinta e sesta parte (rispettivamente, Eros di 10 e Miti di 12 poesie) meriterebbero un discorso a sè. Sono sensazioni molto personali dell’autrice, ancora una volta tradotte in immagini molto belle. Tra le mie preferite, Heritage, Fil rouge, Luna tigre, in Eros; Canto d’amore di un nativo delle praterie, Se accade è vero (don’t forget it), Il prezzo di un volo, Con parole mute, le uniche in Miti. Ma – a parte la soggettività del mio giudizio – non vedo molto da distinguere in queste parti: tutte le liriche hanno in loro gran tormento o gran gioia sofferti da chi le ha scritte, e l’intero volume si legge con piacere e passione partecipate. A differenza dell’opera precedente, questa è meno immediata nel trasmettere le immagini, e richiede maggior attenzione. Per gustarla davvero, la consiglio come prima lettura della giornata.
Ancora una volta un bellissimo “specchio” dell’autrice e della pittrice che ne accompagna le parole con immagini altrettanto belle. Leggetelo… magari a prim’ora!


(Lavinio Ricciardi)







Beatrice Mezzone, Avrei voluto darvi anche le lucciole, Edizioni Progetto Cultura, 2019 [ * ] 



IL GUARDIANO DELLA COLLINA DEI CILIEGI
post pubblicato in Faggiani, Franco, il 5 febbraio 2020
 

Un libro delizioso. A chi comincia a leggerlo, sembra che l’autore non sia italiano, tanto il linguaggio trasporta nel paese dove vive il protagonista, il Giappone. L’autore è un giornalista che vive a Milano, e – come reporter – è stato nelle zone più calde del mondo. Il suo primo romanzo, La manutenzione dei sensi, ha ottenuto vari premi, ed ha avuto grande successo di critica e pubblico.
Il libro racconta la storia di un giapponese, Shizo Kanakuri, nato a Tamana, nell’isola più meridionale di quelle che compongono il Giappone, Kyushu. L’autore spiega in una postfazione che Kanakuri è un personaggio realmente esistito, e la storia raccontata nel libro a proposito della sua maratona alle Olimpiadi di Stoccolma è vera. Tutto il resto della storia, però, è frutto di fantasia.
Il libro, che fa parlare in prima persona il protagonista – l’io narrante – racconta proprio la sua storia, che in parte ha dell’incredibile. Kanakuri cresce nel Giappone meridionale, nel culto che all’epoca – siamo alla fine del 1800 – esisteva in tutto il Giappone per l’imperatore di allora, Mutsuhito. E la prima parte del libro è molto ricca di particolari sulla bellezza paesaggistica di quella zona del Giappone, l’isola più meridionale, Kyushu. Il protagonista cresce in un paese – Tamana – in mezzo ai boschi, e li vive per un po’. Poi si trasferisce a Tokyo per studiare, fin quando proprio l’imperatore, lo investe di una missione: rappresentare il Giappone alle Olimpiadi di Stoccolma, dato che lo sapeva essere un ottimo marciatore.
Spedito a Stoccolma per correre la maratona, Shizo si allena sia in patria che anche nella capitale svedese, dove giunge dopo un lungo viaggio, fatto con più mezzi, tra i quali la ferrovia Transiberiana, che lo mette di fronte a mille difficoltà. Nonostante gli allenamenti, quando arriva il giorno della maratona, Shizo corre fin quando gli mancano le forze e si vede sorpassare da vari altri concorrenti. Crolla e – per la vergogna non torna neppure al suo albergo, facendo preoccupare il suo allenatore, Kumo, che – finalmente – dopo alcune peripezie lo ritrova.
La faccio breve: i due, che erano arrivati assieme, partono assieme, ma non per il Giappone. Decidono di arruolarsi nella Legione Straniera, dove arrivano da Marsiglia. Senza lavoro, l’arruolamento e il successivo addestramento in Algeria sono provvidenziali per sostentarsi, anche se i due devono separarsi. Si ritrovano ancora, e – dopo alcune vicissitudini – si ritrovano imbarcati su una nave diretta verso la Corea, quindi vicino alla loro patria. Quando arrivano in Giappone, si dirigono non all’isola da cui provenivano, ma ad Hokkaido, l’isola più settentrionale. E qui – guarda caso – Shizo (che, assieme a Kumo, aveva cambiato nome), ritrova altri boschi. La vita a contatto con la natura, responsabile di tutte le sue vicissitudini, lo riprende, nonostante l’isola raggiunta sia diversa sia da Kyushu che da Honsu, quella dove si trovano Tokyo, Osaka, Kyoto.
Il resto della vita di Shizo ha sempre base nella natura, alla quale torna, dopo che ha preso moglie e ha generato un certo numero di figli, per un lavoro, quello che da il nome al libro: gli viene dato l’incarico di custodire un bosco di ciliegi.
Ho raccontato anche troppo della storia, che ha il pregio di scorrere per il lettore, raccontata con linguaggio piano e fluente dall’autore. A leggere il libro sembra di essere nei posti descritti, dato che il protagonista continua a descrivere la sua adorata natura, nella quale cerca di vivere come all’inizio, prima dell’avventura olimpica, anche se ora è in un’altra isola e ha un lavoro che lo avvicina ancora di più ad essa.
Il libro è molto ricco di dettagli sulla natura e presenta il Giappone come una terra ricchissima di vegetazione e di verde, com’è realmente. A leggerlo, viene voglia di conoscere l’altro libro di Faggiani.
Questo è di lettura piacevole e distensiva: le vicende del protagonista passano in secondo piano rispetto al suo trascorrere in mezzo ai paesaggi ove si svolgono. È realmente consigliabile ad ogni tipo di lettore e nessun lettore può restarne deluso, a mio avviso.


(Lavinio Ricciardi)







Franco Faggiani, Il guardiano della collina dei ciliegi, Fazi, 2019 [ * ]

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PROFILO
post pubblicato in Mezzone, Beatrice, il 8 gennaio 2020
 

Ho atteso a lungo, causa disguidi postali e burocratici, di poter avere e leggere questo libro, ma l’attesa non è stata vana. È opera prima di una poetessa che ho conosciuto attraverso le altre sue opere (Dagli spazi siderali * ], e Avrei voluto darti anche le lucciole, quest’ultimo oggetto di una bellissima presentazione alla biblioteca di Villa Leopardi).
Il libro possiede tutte le prerogative presenti nelle opere successive. Inoltre, è  impreziosito da  una bellissima copertina che gli dà – come si intuisce – il  titolo, certamente opera del padre dell’autrice, della quale rappresenta il profilo. Il libro è inoltre dedicato proprio al padre: «A mio padre, mio mito», recita il frontespizio che segue la prefazione, scritta da Nicola Tindaro Calabria, titolare della casa editrice. 
Esauriti i preamboli, vengo al sodo. Il libro è diviso in tre parti: Anima, Spazio e Tempo, come descrive l’indice dettagliato, riportato in fondo al volume (cosa ormai desueta, eppure molto utile, specie nelle opere poetiche). Anima, la prima parte, è la più consistente: contiene 34 liriche. La seconda e la terza parte sono più brevi: Spazio contiene 15 liriche e Tempo 11; in totale il libro (che appare minuscolo) contiene 60 liriche.
Nonostante la mia dichiarata ignoranza della materia poetica, leggere questo libro, dopo aver letto gli altri, è stata una sorpresa. A cominciare dalla prima lirica, Profilo, che dà il nome all’opera, e delinea l’autrice: un autoritratto. Molto bello, anche se mi piace (e spero piaccia anche a lei) ridurlo nei versi (o parte di versi) che seguono, che a mio avviso la descrivono benissimo:

è …
un miraggio
sciame di nuvole
pensieri che vagano liberi

è …
un rischio
schiuma del mare
parole che fendono l’aria


La prima parte, oltre che la più corposa, è anche la più varia. Annovera liriche ancora autodescrittive dell’autrice – Virtù collaterali, Non cercarmi (allora), Soltanto di questo, Occhi (dietro il sipario) – assieme ad altre, che parlano di un suo rapporto d’amore – Resta, Odissea di un io e te, Non sapevamo di essere, Sacrifice, Capolinea, Crepuscolo … - frammiste a poesie di altri generi e tematiche (Mio, dedicato ad un figlio, Madre, dedicata a sua madre e presente anche nella seconda raccolta, Mio mito, ovviamente dedicata al padre), oltre che pensieri espressi in versi (bellissime Certe cose, Dolore, Il faro-guida). Capolavori come Cliché, Capolinea, Crepuscolo non si dimenticano. Chicca su tutte, in finale della parte, un Bifronte (noto gioco enigmistico), composto da una sola parola, che non scrivo … 
La seconda parte, Spazio, parla di luoghi. Liriche come I-sole, Montagne, Albero, Gabbiani, sono indicative di come si possano descrivere luoghi in versi, che sembra – a volte – parlino d’altro… Ma, sempre in questa parte, Scala dei Turchi, luogo famosissimo ad un camilleriano come me, racconta come nessuno la storia di questa collina di marna. E ancora, sempre in Spazio, due liriche- capolavoro dedicate ad un figlio (forse?): Dormi e Microcosmo, entrambe bellissime. Mi ha colpito per la brevità e l’intensità delle immagini, anche Scenografia; e ancora, sul tema uomo-donna, molto caro alla Mezzone in quest’opera, Essenze, capolavoro di brevità-intensità descrittive. 
La terza parte, Tempo, parla di momenti della nostra esistenza. La prima lirica, Come fossile, molto bella, che nella struttura ricalca un po’ Profilo, è ancora una lirica d’amore. E ancora Sogni, Realtà, Equilibrio vitale, Edera, Ciò che resterà, Se avrò fortuna: tutte notevoli, per ricchezza di immagini e contenuto. 
Non continuo, anche se – avendo letto il libro quattro volte – non mi sono ancora saziato, e non ho scelto quale lirica preferire. Debbo dire che l’opera prima si vede proprio dal fatto che – dopo aver conosciuto le opere successive della stessa autrice – la lettura di questa è stata più difficile, meno immediata. Forse è questo che l’esperienza insegna: l’autrice, nelle sue due opere successive più padrona del mezzo poetico, si esprime qui con una minor immediatezza, quasi stesse cercando – con la scelta delle parole – alcune strade per colpire, con i suoi versi, le menti dei suoi lettori. A mio avviso, c’è riuscita bene, molto bene! Si tenga conto che sono passati dieci anni dalla pubblicazione di quest’opera.


(Lavinio Ricciardi)








Beatrice Mezzone, Profilo, Centro Studi Tindari Patti, 2009 [ * ]


LA COMPAGNIA DELLA LUNA NUOVA
post pubblicato in Tempesta, Alexandra, il 8 gennaio 2020
  

Un libro delizioso, quello di Alexandra, mia amica da una vita. È il suo settimo libro, trascurando un racconto pubblicato in una antologia nel 2007. Da una persona che ha scritto “Progettare una fiaba” (Ed. Aletti, 2004) ci si può aspettare che si dimentichi della fantasia? Non è possibile! 
Il libro, scritto in terza persona, racconta la storia di un gruppo di ragazzi che – sotto la guida di una bravissima insegnante  - cercano di imparare a fare teatro. Sono adolescenti, apprendiamo subito. E pieni di allegria, brio e… perché no… verve. 
Il libro è diviso in due parti, la prima (“La compagnia”) di otto capitoli, la seconda (“Il concorso”) di dodici. Segue un breve ringraziamento, per un suggerimento che si rivela provvidenziale. Come è ovvio dai titoli delle parti, la prima presenta i protagonisti e le loro peculiarità; la seconda – invece – è a mio avviso la storia vera e propria.     
Nella prima parte, come ho accennato, vengono descritti i componenti della “Compagnia”, ciascuno con le sue peculiarità: Adelaide, il cui tocco cambiava il colore delle cose; Marco, il ragazzino che – per imparare i copioni – li faceva a pezzi e li ingoiava; Liù – il cinese – che, a causa di un incidente, era costretto a vivere su una sedia a rotelle; Miriam, segretamente – ma non tanto – innamorata di Liù, che lo porta a scuola di teatro con lei; Djamila, che non sopportava le scarpe. Liù, parlando con Miriam, le racconta di una novità: sta provando, con alcuni specialisti, una strana struttura – chiamata esoscheletro – che potrà riportarlo a stare in piedi.
Nella seconda parte – invece – abbiamo a che fare con un nuovo personaggio, anziano (e,  naturalmente, saggio): il poeta Albino. Questo poeta, che – quotidianamente – creava un monologo con cui comunicava con un suo pubblico, un giorno decide, essendo venuto a conoscenza che esistevano nel paese un certo numero di gruppi che si esercitavano nel genere teatrale, di indire un concorso per trovare la compagnia di attori che risultasse la migliore. 
La compagnia, quando viene a conoscenza del concorso, d’accordo con la propria insegnante decide di parteciparvi. E lo spettacolo che presenterà si intitola: “Storia di noi”, che – ovviamente – permette a ciascuno di presentarsi in modo autonomo. Infatti, il bando dice che le compagnie dovranno presentarsi in modo autonomo. 
Non entro nei dettagli, ne ho già svelati troppi, ma bisogna pur parlare del contenuto di un libro. Perché mai dovrebbe essere, un libro con questo contenuto, tanto eccezionale? Due motivi: il primo, l’originalità della storia, storia un di un gruppo di ragazzi che impara a fare teatro; il secondo, le trovate anch’esse originalissime, con cui la compagnia fa fronte a tutto ciò che deve svolgere, dall’allestimento alla recitazione, fino al concorso.
La scrittura dell’autrice è fluida, scorrevole, e accattivante. Il libro costituisce l’ennesimo tentativo – molto ben riuscito – di dar vita ad una iniziativa di giovani che tende al successo. Il libro si legge estremamente volentieri, e lo consiglio a tutti (lettori giovani e meno giovani… o canuti come me!). Mi darete – lettori – atto della bontà dell’opera e della sua forte propensione al successo.


(Lavinio Ricciardi)







Alexandra Tempesta, La compagnia della luna nuova, Ensemble, 2019 [ * ]


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LA BOTANICA DELLE BUGIE
post pubblicato in Casseri, Elisa, il 18 dicembre 2019
 

Un libro molto bello, che racconta una storia apparentemente semplice e banale, ma che – via via che si procede nella lettura – si complica.
E l’autrice – sia con il titolo, sia con i paragoni che via via va facendo – mette la storia in rapporto con quanto succede nel mondo vegetale: chiama le quattro parti del suo libro con i nomi delle quattro fasi in cui si articola la vita di un vegetale (pianta): germinazione, fioritura, maturazione dei frutti, senescenza. Ma ciascuna parte è anche parte della storia che lei racconta. Storia che inizia da un fatto banale, oggetto del primo capitolo: quattro persone, Nicla, Quirino, Caterina e Giorgio sono quattro amici che nell’infanzia sono cresciuti uno accanto all’altro. 
Prima di entrare nella storia, vorrei ancora una volta tornare a come il libro è stato organizzato dall’autrice. La Casseri è laureata in Ingegneria Meccanica, pensate un po’, e si occupa attivamente di letteratura (questo è il suo secondo romanzo; il primo ha un titolo ancora più “divertente”: Teoria idraulica delle famiglie). Ciascuna parte di questo libro è composta da quattro capitoli, di cui il primo non ha titolo (immagino – è solo una mia opinione – che il capitolo iniziale di ogni parte dovrebbe fare riferimento al titolo della parte, e a quanto avviene in quella fase della vita vegetale, cosa riassunta, quasi un sottotitolo, nella pagina iniziale della parte, sotto il titolo). Gli altri tre capitoli di ogni parte hanno invece un doppio titolo: la prima parte del titolo fa riferimento a quanto dovrebbe accadere se … avvenisse una certa azione; la seconda parte del titolo fa invece riferimento alla botanica e alla fase che dà il titolo alla parte stessa. Per capire quanto ho detto, si guardi l’indice.
Non entro nella storia, molto intrigante sotto vari aspetti, proprio per non intralciarne la lettura, che a volte è piena di suspense e di episodi molto “inattesi”. Se provassi a raccontarla – anche sinteticamente – sciuperei la sorpresa che è indubbiamente una delle caratteristiche più avvincenti del romanzo.  La storia che viene raccontata è la vita di quei quattro personaggi nominati all’inizio, e le loro bugie sono parte essenziale delle vicende che la compongono.
La scrittura della Casseri è piana, agevole, e armonica: ne risulta una lettura molto facile, e – anche se non sempre – abbastanza veloce. Anche quando la storia si ingarbuglia, e potrebbe dare luogo a vicende un po’ “tese”,  c’è spesso il paragone botanico, supportato dal fatto che uno dei quattro si occupa, per studio, di piante. Paragone che sdrammatizza molti momenti, altrimenti di tensione. 
In sostanza il libro mi è molto piaciuto, sia per l’originalità del suo  contenuto, la “storia”, sia per i paralleli botanici (paragonare eventi di vita umana a corrispondenti eventi della vita vegetale, con riferimento all’aspetto delle menzogne, e del ruolo che hanno nella vita degli umani, appunto, ma che si ritrovano anche nelle fasi del mondo vegetale cui si fa riferimento con i titoli). Per questo credo che l’averlo candidato al Premio Biblioteche sia stata un’ottima scelta. 
Mi sento di consigliarne la lettura a tutti, ma - in special modo - ai giovani, che della vita conoscono poco.


(Lavinio Ricciardi)







Elisa Casseri, La botanica delle bugie, Fandango, 2019 [ * ]

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M
post pubblicato in Scurati, Antonio, il 31 ottobre 2019

Un romanzo molto corposo, questo, di Scurati. Il primo che descriva dettagliatamente l’arrivo al potere di Mussolini, e – successivamente – l’avvento del fascismo. Scurati annuncia che questo è solo il primo volume di una  trilogia: infatti esso copre gli anni dal 1919 al 1924, mentre il fascismo finisce nel 1940, circa, con l’avvento della seconda guerra mondiale. Vedremo, in seguito, cosa accadrà, se gli altri volumi vedranno la luce.
Il romanzo, molto ben scritto, e soprattutto molto ben organizzato, narra proprio la vita e i fatti preponderanti dell’ascesa al potere di Mussolini, inizialmente membro del Partito Socialista, e successivamente distaccatosi da esso per dare origine ad un movimento che portò alla costituzione delle prime “squadre” denominate “Fasci di combattimento”. Ho  detto che il libro è molto ben organizzato, e vediamo il perché.
Come si è già detto, il testo è diviso in sei parti, ognuna relativa agli anni descritti (1919, 1920, 1921, 1922, 1923 e 1924). Ciascuna parte si articola in capitoli brevi (massimo otto – dieci pagine), intestati ad una data (mese) dell’anno di cui si parla, e ciascuna data fa riferimento ad un qualche evento manifestatosi in quel tempo. Ciascun capitolo è seguito da un breve intermezzo, ove sono riportate osservazioni di Mussolini, o di chi per lui o contro di lui ha operato nel periodo cui si riferisce il capitolo. Questi “pensieri” o affermazioni di Mussolini o dei suoi fedeli, oppure di chi lo osteggiava, o ancora di componenti del governo dell’epoca, sottolineano quanto il capitolo stesso ha messo in evidenza.
Proprio per questa sua organizzazione, il libro risulta estremamente leggibile e comprensibile. E la stessa organizzazione rende il susseguirsi degli eventi di facile individuazione-memorizzazione. Ne risulta agevole, di conseguenza, seguire l’articolazione delle vicende, o attraverso una minuziosa descrizione dei fatti, o anche, dalle frasi che Mussolini stesso pronuncia – a conferma di certi suoi pensieri o prese di posizione – e che sono riportate alla fine di ogni capitolo. La stessa organizzazione consente al lettore di sintetizzare brevemente gli accaduti, e la loro concatenazione.
Chi scrive ha avuto – per sua scelta – un rapporto non eccessivamente buono con la Storia, specie sotto l’aspetto di materia scolastica. Ma ricorda bene di aver sentito la mancanza di notizie sui fatti che erano accaduti proprio poco prima del suo periodo scolastico. Il testo in oggetto, vuoi per la organizzazione, vuoi per la scrittura di Scurati, agevole e piana, e dotata di una notevole efficacia comunicativa, soddisfa pienamente le esigenze conoscitive di chi ha vissuto il periodo fascista nell’infanzia, ma non lo ha mai – proprio per scelta scolastica – potuto comprendere sotto il profilo storico. E proprio in questo sta l’aspetto positivo dell’opera di Scurati: la sua valenza documentale che appaga anche i lettori più esigenti in materia di testimonianze storiche.  
Non entro nel merito dei fatti, anche perché non sono mai stato simpatizzante dei fasci. Il libro si muove proprio dalla fondazione dei fasci di combattimento, avvenuta a Sansepolcro nel marzo del 1919. Voglio invece sottolineare un’altra caratteristica del racconto, non solo storico ma romanzato: la narrazione si limita a riportare i fatti per quello che sono, senza parzialità apparenti. Scurati ha sempre affermato di avere un “credo politico” antifascista: ma questo non gli ha impedito di testimoniare i fatti accaduti con estrema obbiettività.  Nonostante questo, al nascere del movimento come tale, cosa avvenuta tra la fine del 1920 e la metà del 1921, viene descritto come le simpatie per Mussolini non mancarono.
L’avversione verso i socialisti si fece subito oltremodo violenta, dato che l’opposizione parlamentare veniva essenzialmente da quella forza. Furono distrutte, in molti paesi, le Camere del Lavoro e spesso anche le sedi del partito. E furono massacrati fino alla morte moltissimi compagni. Ma queste cose saranno note ai più. Quello che il romanzo mette in luce è il progredire del movimento, nonostante l’opposizione parlamentare. E poiché questa era capeggiata da un giovane parlamentare veneto, Giacomo Matteotti, l’odio anti-socialista di Mussolini parlamentare si concentrò principalmente verso di lui. Fino al suo massacro, avvenuto nel giugno del 1924 e descritto nei minimi particolari. Altrettanto bene è descritta la crisi nella quale entrò il movimento fascista a seguito di questo delitto.
La lettura agevole consente davvero ai lettori – che fossero ignari della storia – di far finta che si tratti di un romanzo. Purtroppo si tratta di fatti veri, e ottimamente documentati. In questo sta un altro merito del libro di Scurati: che sta – senza offesa per le opere storiche di eminenti studiosi (come De Felice, ad esempio) – proprio nel carattere romanzesco che ha dato all’intera vicenda, sia per il modo in cui il libro è scritto, sia per l’organizzazione che si distacca da quella di un testo di storia. 
Nonostante le dimensioni, il libro scorre agevolmente, e la sua lettura è raramente noiosa, anche nelle parti poco… “avventurose”, per dire. Credo che chiunque – nel nostro paese – abbia interesse a conoscere sia storicamente, sia sotto altri profili, quel periodo, dovrebbe leggerlo. A me, a consuntivo, è piaciuto assai.



(Lavinio Ricciardi)







Antonio Scurati, M, Bompiani [ * ]


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METARACCONTI
post pubblicato in Fulci, Ludovico, il 31 ottobre 2019

I Metaracconti (oltre il racconto a metà) di Ludovico Fulci, pubblicati nel 2018 da Edizioni Progetto Cultura, mi hanno riconciliato con la Letteratura, facendomi ritornare la voglia di leggere in una stagione, ormai interminabile e/o inesauribile, nella quale si pubblica di tutto e di più da parte di scrittori improvvisati, ma niente a che vedere con la Letteratura vera, quella che presenta creatività e originalità. 
E alla base di ciò è forse la completa scomparsa dei critici letterari altrettanto veri. I critici non veri esaltano soltanto autori mediocri che con il supporto di buoni sponsor e di un adeguato battage pubblicitario, assurgono alla categoria del cosiddetto “evento”.
Questo mio lungo preambolo ha la funzione di creare un contrapposto alla qualità dei Metaracconti, questi sì creativi e originali. E, come osserva Giorgio Patrizi nella Introduzione, è il gioco il vero protagonista di questi Metaracconti di Ludovico Fulci, “scrittore e docente esperto di tradizioni del pensiero e del linguaggio”; essi, infatti, rimandano a questo gioco sul significato di “metà”.
E non è tutto: il “gioco” si esprime anche nelle “diverse modalità di scrittura”, come osserva il prefatore. Ed è un “gioco” di effetto particolarmente suggestivo, attraverso l’assunzione della lingua, volta a volta di Manzoni, di De Amicis, Verga, D’Annunzio etc.
E la “riscrittura” di tali modelli fa sì che si passi dalla parodia, e cioè dal discorso faceto a quello serio.
Ma, mi piace osservare come sia già una chicca, che vale a presentare la caratura dell’intero libro, l’incipit dell’autore, intitolato “Divagazioni in forma di prologo”, del cui contenuto, esplicativo dei Metaracconti, non riporto citazioni per lasciare al lettore la scoperta dell’altra metà per così dire del testo o del significato, lasciata alla sua immaginazione.  Dirò soltanto con l’autore. che “il racconto a metà è tutto giocato sull’altra metà… ”; e così si potrebbe dire che il racconto dell’autore viene completato dal lettore medesimo.
Voglio concludere per spiegare che questa mia metarecensione, ispiratami ovviamente dall’autore, non sta anch’essa nella metà scritta, ma in quella non detta dal critico che l’ha voluta lasciare allo stesso autore ed ai suoi lettori.



(Luigi Ferlazzo Natoli)








Ludovico Fulci, Metaracconti (oltre il racconto a metà), Edizionio Progetto Cultura, 2018 [ * ]


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METARACCONTI
post pubblicato in Fulci, Ludovico, il 31 ottobre 2019

Questo libro, dall’apparente (non troppo) vena satirica, è in realtà un libro divertentissimo.  L’autore, preceduto dall’introduzione di Giorgio Patrizi, che spiega alcune proprietà di un meta-racconto, ci dice nelle sue Divagazioni in forma di prologo tutto ciò che lui intenda per meta-racconto: un racconto “a metà”, in cui l’altra metà è taciuta. Ma da questo concetto, come indica il sottotitolo, si va oltre. 
E veniamo adesso alla struttura del libro così come è concepito.
Il libro è diviso in tre parti (dette cicli), che raccolgono racconti concepiti secondo un criterio specifico. I titoli di ciascun ciclo indicano come l’autore abbia inteso le cose: la prima parte s’intitola “Il piacere della parodia”, e contiene racconti che sono parodie dei modi di scrivere (o dei contenuti) degli autori cui si riferiscono. La seconda parte s’intitola “Oltre la parodia: il rifacimento e l’imitazione”: quì l’autore è più se stesso e – come dice il titolo – rifà o imita lo stile dell’opera originale. La terza si intitola "Tra il (non) serio e il (non) faceto": l’autore si muove qui in piena libertà, senza schemi né riferimenti specifici.
La lettura dei testi di Fulci è molto divertente e riporta la nostra fantasia di lettori a letture fatte negli anni giovanili, o comunque riferite ad autori conosciuti a scuola (Manzoni, De Amicis, Verga, Leopardi, per la prima parte). Quello che colpisce di più è la capacità dell’autore di immedesimarsi nello stile dello scrittore cui fa riferimento:  sempre per quanto riguarda la prima parte, giova menzionare la “Monaca di Monza”, di forte connotato trilussiano!
Nella seconda parte abbiamo, come riferimenti letterari ancora Manzoni, poi Foscolo, Leopardi, Boccaccio. Seguono due originali interpretazioni dei nostri tempi sulle morti di Aldo Moro e di Falcone e Borsellino. Volutamente non ho citato le novelle cui i riferimenti preludono, ma la parte è altrettanto divertente della prima, anche se di lettura meno immediata. L’autore qui si sbizzarrisce davvero: “L’ultimissima lettera di Jacopo Ortis” è un titolo che dice tutto da solo. Anche le due vicende dei nostri tempi sono narrate come se l’autore le raccontasse – come scritte nel 1500 – nel 2500, per non parlare dello stile, deliziosamente… anticheggiante! Infine Leopardi, con un’”operetta immorale”, e Galilei, protagonista di un’intervista fatta da Boccalini, scrittore del ‘600 noto per le sue interpretazioni di Machiavelli. 
La terza parte, piuttosto breve, è quella dove l’autore – liberatosi nelle parti precedenti di certi obblighi “letterari”, si scatena: inizia con una storia vera, che cita un personaggio del quarto secolo dopo Cristo (si tratta di Origene), ma è raccontata con uno stile attuale. Poi, quella che a mio avviso è decisamente un trionfo di allegre considerazioni, una storia fatta soltanto di “titoli” (di libri o altro... ): la lettura va fatta con molta cautela, e pause tra un titolo e l’altro, per assaporare il piacere che questo “Centone” produce sul lettore. Ed infine, dulcis in fundo, un finale degno di un camilleriano di ferro: la “Morte di Montalbano”: brevissimo, non merita che io lo sciupi raccontandolo a futuri lettori, perché sciuperei loro il gusto di assaporarlo come io ho fatto. Con una raccomandazione, proprio ai lettori: non andate a leggerlo per primo, ma solo nell’ordine in cui l’autore lo ha posto, cioè alla fine.
Cosa dire in conclusione?  Che le 90 pagine di cui il libro consta valgono molto, molto di più di molti libri da 200 o 500 pagine: ve lo garantisco! Leggere per darmi torto (o ragione)!


(Lavinio Ricciardi)








Ludovico Fulci, Metaracconti (oltre il racconto a metà), Edizioni Progetto Cultura, 2018 [ * ]







"Questo lavoro di Fulci ha un merito particolare, che delinea una complessità teorica, al di là del gioco e del divertissement. La letteratura, anche in un’epoca di regressione e di decadenza intellettuale quale quella che stiamo vivendo, conserva la propria capacità di parlare dei grandi problemi della società, anche grazie alla molteplicità dei linguaggi e degli stili di cui dispone. È la sua vitalità che è ancora capace di mettersi al servizio della ragione e della conquista della conoscenza, del giudizio e della scoperta. Il gioco della metà ha la grande proprietà di svelare, come appunto scrive l’autore, ciò che è nascosto, ciò che parla tra le righe e dietro le parole dette. La metà come volto nascosto del mondo che solo la letteratura permette di conoscere e comprendere".
(Giorgio Patrizi)


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COME IL CIELO
post pubblicato in Chiaramonte, Laura, il 11 ottobre 2019


Sono tre gli elementi che rendono interessante questo romanzo. Il primo è nella struttura narrativa che arieggia a quella del libro giallo, per cui la storia procede per tasselli che combinandosi insieme, grazie al casuale riemergere nel finale di una verità fattuale del passato che prima si ignorava, compongono un quadro coerente. Con l’ultimo tassello col quale tutto va al suo posto.
Il secondo elemento va rinvenuto nel tema della “anime gemelle”, tutt’altro che banale, anche perché accade in Come il cielo lo stesso che in certi capolavori della letteratura, come Senilità di Svevo, o, volendo citare un’opera più nobile ancora, come nelle Affinità elettive di Goethe: dall’incontro delle anime gemelle scaturiscono eventi imprevedibili che toccano, feriscono, ammaliano, dannano anche altre anime.
Il terzo elemento di interesse sta nel fatto che Come il cielo è un romanzo d’esordio con cui la Chiaramonte si laurea scrittrice.
La passione per la musica che unisce le due amiche la cui storia si racconta nel romanzo appartiene anche all’autrice, come le appartiene anche il fatto di vivere a Londra, città nella quale il romanzo è ambientato.
Di qui l’idea di un qualche possibile sdoppiamento che costituisca la chiave di volta di tutto il romanzo nel quale, come in tanti altri che oggi si possono leggere, autore e narratore svolgono funzioni distinte e separate. Che poi l’interprete in musica sia una sorta di anima gemella dell’autore o debba, per meglio dire, sforzarsi di eleggersi a tale, ci pare un fatto da dover tener presente nel commentare il romanzo della Chiaramonte. Un romanzo dominato da un’ansia di traduzione, dove a tradursi è il linguaggio segreto dell’arte e dei sentimenti, operazione che con pazienza e metodo è messa in atto dal narratore su un impulso che proviene dall’autore che ha concepito la storia.
Il tutto ricondotto a una sorta di principio di armonia universale. Ed è questo l’unico punto su cui ci pare di dover dissentire dalla Chiaramonte. Infatti chi scrive è un antipitagorico che simpatizza piuttosto con la visione epicurea, secondo cui il mondo è chaos, diventando cosmo nelle mani dell’uomo che, per “capire” le cose deve mettere ordine, cedendo alla tentazione di farsi arbitro di non so quali verità. A parte questo il libro ci è parso godibile, al punto da consigliarne la lettura.



(Ludovico Fulci)







Laura Chiaramonte, Come il cielo, Edizioni Progetto Cultura, 2018 [ * ]
    




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ADDIO FANTASMI
post pubblicato in Terranova, Nadia, il 28 giugno 2019
 

Il romanzo, il secondo pubblicato dall'autrice con Einaudi, è la storia di un ritorno a casa. Ida, la protagonista, trapiantata a Roma, dove si è trasferita sulle orme del marito, ritorna nella sua città natale, Messina, richiamata dalla madre che, per esigenze di lavori edili, deve sgomberare la casa, e vuole che sia la figlia a sistemare le sue cose. 
Il romanzo, che presenta al lettore una scrittura piana ed agevole, dove qualsiasi fatto è narrato con stile semplice e soprattutto chiaro, presenta indubbie caratteristiche di spicco: oltre la chiarezza, troviamo una analisi dei sentimenti, presente sia nei dialoghi tra madre e figlia, sia nei soliloqui di Ida, alle prese con ricordi e pensieri della sua vita. 
La cosa che a me – messinese di origine, che trascorro tutte le estati in un paese della provincia e che ho vissuto vari periodi della mia vita a Messina – è apparsa più evidente è stata il carattere peculiare del modo di vivere di quella città: anche se l’autrice non richiama mai l’attenzione del lettore su questo aspetto. Forse i fantasmi cui si allude nel titolo, sono anche questi, oltre ai ricordi di Ida.
Il libro è molto bello, specie sotto l’aspetto del rapporto madre–figlia ed anche per quanto riguarda i ricordi della vita infantile e adolescenziale di Ida. È diviso in tre parti, intitolate, rispettivamente, “Il nome”, “Il corpo”, “La voce”. Alle tre parti è preposta una premessa, anonima, che rappresenta l’antefatto del viaggio (motivato, come si è detto, da esigenze di sgombero per i lavori di ristrutturazione del tetto della casa). L’antefatto svela due aspetti della vita della protagonista (l’io narrante è proprio quello di Ida, in prima persona; sospetto che si possa trattare di ricordi autobiografici): la propensione agli incubi, e alla liberazione da questi con la loro narrazione; e qualcosa che coinvolgeva il padre, e che sarà spiegata nella prima parte.
I titoli delle tre parti sono relativi ad aspetti della vita del padre di Ida. Il padre ha cominciato a soffrire di depressione, e poiché la madre usciva per andare al lavoro, lasciava le incombenze della gestione del padre, che stava a letto, alla figlia. Il padre si chiama Sebastiano: e – ad un certo punto, senza alcun avviso – un giorno si veste e va via di casa, senza più dare alcun segno di vita. Questo è l’episodio scatenante, per Ida, dei suoi incubi: l’assenza della figura paterna nella sua crescita.
Non voglio raccontare il libro, non mi piace farlo: i fatti riportati – specie la scomparsa del padre, che non si sa se è vivo o è morto – sono semplicemente una premessa per citare la presenza, nell’intero romanzo, dei sentimenti che questo episodio suscita nella protagonista, e dei riflessi nel rapporto con la madre. I titoli stessi dei vari capitoli fanno comprendere come ci siano nel libro gli aspetti territoriali che si mescolano con questi sentimenti onnipresenti.
Il romanzo è un buon esempio di come si riesca da parte dell’autrice a rendere bene una vicenda pesante, descrivendone i sentimenti che suscita, e nello stesso tempo, descrivendo anche l’indole della persona che li vive, Ida, la protagonista.
La lettura è piacevole e intrigante per i lettori: il libro si legge rapidamente, e ben si presta a commenti e paragoni con altre opere contemporanee. La sua vincita al Premio Strega arricchirebbe l’autrice di un altro premio, visto che il suo primo romanzo ne ha collezionati ben tre. La Terranova è autrice di molta letteratura per bambini, anch’essa pluripremiata.
Della storia restano molto ben presenti due fatti: un amore, quello del figlio del muratore che sta facendo i lavori con il padre, e che Ida sperava fosse per lei. Nikos (la cui origine è cipriota) le racconta – in una fuga breve, cercata da Ida in più occasioni – del suo amore per una ragazza, Anna, che un giorno, in una gita in motocicletta con lui, muore tragicamente. E questo produce in Nikos un dramma profondo, che lo porta successivamente al suicidio.
E – secondo fatto, ma risolutore dell’eterna assenza paterna – il ritrovamento di una certa scatola rossa di ferro, che Ida evita di gettar via, come gran parte delle altre cose, testimonianze della sua infanzia-adolescenza privata del padre. Questa scatola, che Ida porta con se nel viaggio di ritorno, e che solo allora, nell’ultimo capitolo della terza parte, rivelerà il suo contenuto, è – come si immagina – un ricordo paterno: contiene la pipa di suo padre, impregnata ancora dell’odore del tabacco, e una audiocassetta, con incisa la sua voce. E Ida, a voler chiudere l’incubo più grosso della sua vita, la getta in mare dal traghetto. Un addio materiale e simbolico all’assenza della sua vita, per correre verso quella nuova vita, di cui ci ha detto nella premessa, e che fa capolino ogni volta che il suo compagno Piero la chiama al telefono.
La scrittura piacevole, l’onda dei sentimenti che pervade tutta l’opera e l’originalità della storia, fanno del romanzo un ottimo candidato per il premio cui concorre. Lettura fortemente consigliata a tutti, specie ai giovani cui è dedicato il primo romanzo della Terranova.


(Lavinio Ricciardi)








Nadia Terranova, Addio fantasmi, Einaudi, 2018 [ * ]




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DIARIO DI UN'APPRENDISTA ASTRONAUTA
post pubblicato in Cristoforetti, Samantha, il 3 maggio 2019
 

Un libro meraviglioso: nessun romanzo d’avventure può lontanamente stargli vicino. La sua lettura è stata per me un sogno ad occhi aperti. Sono regredito di settant'anni, quando – per ogni 10 che prendevo a scuola – mio padre mi regalava un libro di Salgari. Con una grandissima differenza: questa è una storia vera. L’interesse per quanto leggevo e la compartecipazione al racconto di Samantha sono stati tali che, arrivato all’ultima pagina, pur sapendo che era finito, ho cercato se per caso ci fossero altre pagine.
Il libro è curato in ogni particolare. Specie nei disegni, che – se il lettore segue quello che sta leggendo – sono indispensabili a comprendere alcuni dettagli essenziali. Il più utile è stato il primo, la rappresentazione della ISS (la stazione spaziale internazionale), ma anche gli altri non sono da meno: molto significativo quello degli astronauti a bordo della loro astronave Soyuz. Non si tratta di fotografie (l’unica è quella di copertina, che merita un discorso a parte), ma disegni dovuti alla matita di Jessica Lagatta, sotto la guida della stessa Samantha. Disegni che arricchiscono molti aspetti toccati nel libro: la questione delle tute, ad esempio. Premetto che, dell’intero libro, mi hanno particolarmente colpito le pagine iniziali (la dedica a lettrici e lettori e l’arrivo a terra nel rientro della Soyuz (cap.1)) e la descrizione del volo di rientro a terra (capp. 40, 41 e 42). Ma farei un gran torto a Samantha se le considerassi le parti più importanti: forse, il motivo delle mie impressioni sta nel coinvolgimento emotivo che la loro lettura ha comportato.
A proposito del primo disegno, quello della ISS, vorrei sottolineare che – da vari resoconti di Samantha per la parte che riguarda la stazione – la ISS è composta da un segmento “internazionale”, dove di solito attraccano le astronavi senza pilota destinate al trasporto merci (tra le altre, la Dragon), e un segmento russo, dove attraccano invece le astronavi Soyuz. Per quanto riguarda l’alloggiamento degli astronauti che raggiungono la ISS, gli europei e gli americani alloggiano nel segmento internazionale, mentre i russi nel segmento russo.  
Andiamo con ordine. Ho detto della cura che l’autrice ha posto nel realizzare il suo libro: una cosa che mi ha colpito subito sono state le citazioni di autori e scrittori poste all’inizio di molti capitoli. Le citazioni sono di pensieri tratti da libri o poesie degli autori citati inerenti a quanto descritto nel capitolo. Ma – a mio avviso – mostrano che poderosa cultura possiede Samantha, che in un punto del suo libro parla dei libri… come dei primi viaggi che ha fatto  (non ricordo esattamente le sue parole, e questa citazione non l’ho contrassegnata per ritrovarla, ma il senso credo fosse proprio questo). Viaggiare con la fantasia: ho adorato i libri anche io fin dall’età di dieci anni.
Samantha ha dedicato l’intera sua vita post-laurea (si è laureata in ingegneria aerospaziale a Monaco di Baviera) all’obiettivo di diventare astronauta. All'inizio ci furono le esperienze di pilota di aerei, iniziate con l’ammissione all’Accademia Aeronautica (prima classificata al concorso), poi con un brevetto conseguito negli Stati Uniti, a seguito del quale è stata assunta in Aeronautica Militare come pilota, e destinata agli AMX. Ma lo scopo primario era di attendere che la sua domanda presso l’ESA fosse accolta. E la risposta (semplicemente “Congratulazioni”) la riempì di gioia!  
Il libro narra, per quasi due terzi, il lungo periodo di addestramento di Samantha, svolto sia in USA, ad Houston, sia in un paese russo noto come Città delle Stelle (traduzione italiana del nome russo), ai quali sono aggiunte alcune località ove temporaneamente Samantha è stata inviata. Il periodo di addestramento è ricchissimo di attività di formazione degli astronauti, descritte in dettaglio da Samantha. Anche se – come tutti i lettori – sono stato ansioso di arrivare alle pagine del lancio e della vita nello spazio, debbo dire che tutta l’attività di addestramento è stata estremamente interessante, e la lettura di queste pagine non mi ha mai deluso. Rientrano, ovviamente, nell’attività di addestramento cose come la centrifuga, molto pubblicizzata dai media già ai tempi delle missioni Apollo; ma anche cose meno appariscenti come le prove delle tute e la descrizione delle stesse. 
La parte più interessante delle simulazioni, sia in Texas che in Russia, riguardava la preparazione alle attività extra-veicolari nello spazio (EVA), realizzate – in entrambe le sedi – in acqua, in enormi piscine dove erano sommersi modelli in scala 1:1 di parti della stazione spaziale internazionale (ISS). L’attività in acqua, era compiuta con la tuta “americana” (EMU) a Houston, e con una di quelle russe (la Orlan) a Mosca e alla Città delle Stelle. È impossibile dare un resoconto di queste attività: per conoscerle in dettaglio, occorre leggere i capitoli dal 7 al 18.
L’addestramento diventa operativo per Samantha quando – assieme ad un collega americano e ad uno russo – diventa riserva di un equipaggio che sta ultimando l’addestramento per un lancio prima del loro.  
Le pagine del lancio, sono ben illustrate dall’immagine dei tre astronauti a bordo della Soyuz (con Samantha sono l’americano Terry Virts e un russo, in un primo tempo Sergej Zäletin, poi sostituito da Anton Škaplerov): già, perché l’equipaggio della Soyuz è composto da tre persone, comandante (in genere, russo), ingegnere di bordo (ruolo di Samantha, europea) e infine un astronauta della NASA (secondo ingegnere). L’istante del lancio conclude il capitolo 27, mentre il capitolo 28 è dedicato alle fasi della partenza e dell’entrata in orbita. I due capitoli citati riguardano lo stesso giorno, ovviamente, ma i luoghi sono Bajkonur, per il cap. 27 e Soyuz TMA-15M per il cap. 28, entrambi il 24 novembre 2014. Samantha ci informa che a bordo è l’unica novellina, mentre Anton e Terry sono già veterani. Il messaggio  finale del capitolo 27, bellissimo, è: “ … l’equipaggio Astrej sta lasciando il pianeta”. Astrej – nome della loro spedizione – era il nominativo radio di Anton.
Le attività a bordo della ISS iniziano dall’attracco (due ore di depressurizzazione, che completano le 7 ore di volo, circa) e proseguono per oltre sei mesi (dal 24 novembre 2014 all’11 giugno 2015). L’attracco, manovra di estrema precisione, poi l’accoglienza dei tre astronauti già a bordo della ISS (due uomini e una donna) che hanno preparato ai nuovi arrivati un pasto caldo, l’inizio della fluttuazione nello spazio e la descrizione dei problemi che crea, sono tutte attività che Samantha descrive in modo letteralmente gioioso, al culmine della sua felicità per aver raggiunto l’obiettivo previsto (astronauta, anzi “apprendista” astronauta, come dice nel titolo). E tutta l’esperienza a bordo dell’ISS è caratterizzata da questa gioia.    
Ho descritto – in modo certo imperfetto e con qualche errore – il nocciolo del libro. Ma, per chiunque sia attratto dal fascino dei voli nello spazio, cominciati con i satelliti e proseguiti con i voli umani, questo libro è semplicemente meraviglioso, a dir poco. La gioia di Samantha è in tutto il libro e traspare dappertutto. E le sue descrizioni sono non solo dettagliate, ma affascinanti per chiunque voglia sapere cosa significhi “astronautica”. Ho evitato troppi particolari, per non togliere ai lettori di questo libro tutto il fascino che ne traspare. Del resto, se si vuole avere un esempio della gioia di Samantha, basta da sola la foto di copertina: Samantha è nella cosiddetta “cupola” (una cabina trasparente da cui si può osservare lo spazio, come si vede tutt’altro che buio). Nel finestrino di sinistra si intravedono i pannelli solari che acquisiscono luce e danno energia). Ma la cosa che più colpisce, dell’immagine, è la gioia degli occhi di Samantha: a mio avviso, anche un immenso dialogo con il lettore. Una cosa che l’immagine rende, ma solo in parte: i contenuti del libro, se letti con attenzione, ne restituiscono sicuramente molto di più!
Che dire di altro a chi legge il libro o vi si accinge? Io ho già voglia di rileggerlo, per le sensazioni che mi ha dato. Devo fare una piccola parentesi sulla mia passione per il volo: nei miei vent’anni (anni ’50) c’era solo il volo nell’atmosfera – l’astronautica era ancora lontana – e pertanto i miei sogni si limitavano agli aeroplani e al loro pilotaggio. Mio padre non voleva che io intraprendessi quella strada, ma la mia passione e il mio interesse continuarono e – complice un corso di cultura aerea del Ministero dell’aeronautica – a diciannove anni volai tre volte sul Macchino (AMB 308) e due su un aliante (il Canguro, della Ambrosini). Nel secondo volo pilotai io l’aereo, dal decollo all’atterraggio.  Nei miei 18-19 anni il sogno di volare era di molti; pilotare aerei per poter volare. Quando il primo uomo mise piede sulla luna (1969, ho un film, ripreso da me di immagini alla TV), io lavoravo già da un anno, al progetto di circuiti per i computer. 
Spero che questo libro abbia il successo che merita. E consiglio di leggerlo a tutti, specie a chi è in giovane età. Al di là di ogni partigianeria, il libro è un grosso stimolo alla realizzazione delle proprie aspirazioni.


(Lavinio Ricciardi)









Samantha Cristoforetti, Diario di un'apprendista astronauta, La Nave di Teseo, 2018 [ * ]



IL SEGRETO DEL FARAONE NERO
post pubblicato in Buticchi, Marco, il 5 aprile 2019
 

Ho avuto come regalo di Natale questo splendido libro, che mi ha fatto conoscere un nuovo autore dei generi che preferisco: avventura e noir. 
La lettura mi ha poi dato da pensare: chi è quest’autore? Qualcuno dice di lui che è il Wilbur Smith italiano: ho letto molti libri dell’autore sudafricano e – per quanto alcuni tratti del modo di scrivere di Buticchi possano rammentarlo – sono di tutt’altro avviso: si tratta di un narratore diverso.
Questo romanzo è concepito con grande originalità: mio figlio, autore del dono, dice che il libro è un romanzo storico. In realtà, la storia fa soltanto da contraltare ad una vicenda non soltanto originale, ma anche estremamente attuale. 
La storia è quella di una famiglia di banchieri, e parte dal 1760 per arrivare ai nostri giorni. Prima di dire la mia sul romanzo, mi si lasci spendere qualche parola su un altro aspetto che sottolinea ancor più l’originalità dell’autore: l’organizzazione del libro. Questo è diviso in tre brevi capitoletti (Antefatto e Prologo, all’inizio, e una Nota dell’Autore alla fine); ci sono poi cinque parti, quattro dette Libri e l’ultima detta Epilogo. Ciascuna parte è poi suddivisa in capitoli; all’inizio di ciascun capitolo una breve premessa fa da sintesi, seguita quasi sempre da luogo e data dei fatti che sono narrati. Le parti hanno i titoli: Le origini (1760–1770), L’ascesa (1798-1825)La follia (1935–1944), I segugi (1970-2018), titoli riferiti ovviamente alle attività della famiglia di banchieri ebrei, di cui il libro è – molto soggettivamente – una specie di saga. Entro subito nei particolari.
Le origini (1760–1770) ha inizio con la storia di Hersch Schmidl (che più tardi cambierà il suo cognome, impronunciabile, in Goldmeiner), di Thomas Carroll e della nave Royal George. L’intero libro, che in sette capitoli copre dieci anni di storia, spazia da Hannover a tutta l’Europa, per concludersi con la fuga di Carroll e del suo amico Richard dalle parti di Boston, mentre la fidanzata di Carroll, Elizabeth, sorella di Richard, viene fatta prigioniera a Boston.
L’ascesa (1798-1825), secondo libro, continua la storia quasi trent’anni dopo. Protagonisti i francesi, in particolare le truppe di Bonaparte dirette in Egitto; al seguito di queste truppe un gruppo di scienziati, tra i quali l’archeologo Claude de Duras. La famiglia Goldmeiner, rappresentata da Robert, figlio di Hersch, intende avvalersi dei suoi privilegi, finanziando entrambi i contendenti della guerra tra Francia e Inghilterra. E Robert giunge in Egitto per lucrare sulle eventuali scoperte archeologiche dei francesi in loco ad opera di de Duras, ed accrescere così le sue finanze e il suo potere. Il libro è il più corto dei quattro.
La follia (1935–1944), terzo libro, avanza nel tempo di più di un secolo. Siamo in pieno nazismo in Germania e abbiamo ancora i Goldmeiner, cioè Joseph, che stabilisce un rapporto con due personaggi dell’entourage di Hitler, il generale Braumer e l’esperto economico Oswald Pohl. L’intreccio è reso più complesso dalla presenza di due donne, Rena Lorch e la sua compagna di scuola Malka Orly. Le ragazze sono entrambe ebree: Rena a contatto con un professore che le procura un lavoro come spia degli inglesi, e Malka, che per salvarsi, in periodo di caccia all’ebreo, assume un altro nome, Agnes Friede, e diventa la moglie del generale Braumer e, contemporaneamente l’amante di Goldmeiner, di cui rimane incinta. Il generale, che è sterile, scopre la tresca, per ammissione della stessa Agnes, e prova a colpire la sua amante, che invece riesce ad ucciderlo. La sua compagna Rena, scoperta nel lavoro di spia, viene internata a Birkenau, mentre il prof. Grosse, anch’egli scoperto, preferisce morire anziché tradire le sue “creature”. Il libro è più grosso del primo, anche se con lo stesso numero di capitoli. A mio avviso è la parte più corposa della storia.
I segugi (1970-2018), quarto libro, si svolge nel nostro tempo. Protagonisti, ancora un Goldmeiner, Samuel, figlio di Joseph, che ha a che fare con automobili da corsa e in questa veste elimina uno dei suoi avversari più forti, con l’aiuto di Rolff, un nazista che suo padre ha voluto come suo protettore. Contraltare di Samuel è Ashley Breil, israeliano, membro del Mossad, il servizio segreto. Viene chiamato a Budapest, per organizzare la locale sezione e, appassionato di fotografia, si imbatte in una macchina particolare, una Leica Luxus. La compra per poco, la porta a casa e scopre che contiene una pellicola. Si affretta a svilupparla e ci trova immagini di un luogo egiziano, riprese da disegni antichi; su uno di questi è il nome Goldmeiner (la macchina è appartenuta ad Agnes Friede). Scrive alla famiglia, e la lettera, ricevuta da Joseph, è portata a conoscenza di suo figlio Samuel, andato a trovarlo dopo aver vinto il campionato automobilistico cui teneva. Samuel si impegna a trovare Breil e sistemare, a modo suo, la cosa. Ashley Breil e sua moglie, dopo aver incontrato Samuel, di ritorno da una festa, muoiono in un incidente d’auto. Il figlio di Ashley, Oswald (già nominato nel Prologo), è affidato alle cure del sergente Bernstein, il quale sta indagando sulla morte del padre e scopre che di certo dietro ci sono i Goldmeiner. Ometto le vicende successive:  ho già abusato della pazienza di chi sta leggendo questa storia.
Sono giunto all’Epilogo, che – come ho detto – è anch’esso un libro. Prima, alcune considerazioni sulla storia raccontata fin qui. Quanto ho detto all’inizio mi sembra più che evidente dalle descrizioni dei quattro libri, che formano il corpo del romanzo. Da una parte l’intera dinastia dei Goldmeiner che opera nell’arco di tempo di centocinquant’anni. Dall’altra parte tutte le situazioni e i personaggi di cui parla il romanzo, in parte collusi con i banchieri, in altra parte, più consistente, che combattono lo strapotere finanziario della casata. E il romanzo si articola così nei libri descritti, di cui ho omesso buona parte, perché sarebbe apparsa come sintesi e basta.  
Contrariamente alle difficoltà descrittive, il romanzo è agevole. Buticchi, l’autore, non è certo alle prime armi: dal 1997 ha pubblicato, oltre questa, ben dodici opere. Vorrei concludere questa recensione senza parlare dell’Epilogo (quinta parte, meno corposa ma più complessa), perché sciuperei le sorprese ai lettori. Chi leggerà dovrà certo munirsi di pazienza per tornare più volte a ricontrollare quanto già letto, visto che la mole del romanzo e il numero dei personaggi non consentono di tenere sempre a mente i fatti accaduti.
Non vorrei aver esagerato i toni e creato in chi legge una certa avversione: il libro, come ho detto è di lettura assai piacevole e decisamente accessibile a chiunque. La parte di cui ho omesso la descrizione, l’Epilogo (cinque capitoli), è forse la più appassionante: i primi quattro capitoli sono gli epiloghi dei quattro libri, e l’ultimo capitolo è l’epilogo vero del libro, e di tutte le sue vicende. Nonostante la mole, mi sento di consigliarlo a tutti.


(Lavinio Ricciardi)








Marco Buticchi, Il segreto del faraone nero, Longanesi, 2018 [ * ]



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DAGLI SPAZI SIDERALI
post pubblicato in Mezzone, Beatrice, il 1 aprile 2019

Questa antologia poetica è davvero splendida, per svariati motivi. L’autrice, che insegna Italiano in una scuola primaria, e si è occupata di didattica della lingua con il testo “Esplorare l’italiano”, considera la poesia una ragione di vita. E’ presente con tre opere nella "Enciclopedia di Poesia Contemporanea (vol. V)" del Premio Mario Luzi [ * ]
Queste le premesse, cui si aggiunge l’opera prima "Profilo" (Centro Studi Tindari Patti, 2009). Ma la lettura dell’opera riserva ben altre sorprese.
"Dagli spazi siderali" si avvale dell'autorevole prefazione di Gianni Maritati, che ne loda la franchezza. Ma – a mio avviso – nell’opera c’è davvero molto di più: cercherò di spiegarlo, sperando di riuscirci.
Debbo premettere – come feci già a proposito delle opere poetiche di Luciana Raggi – che non mi occupo particolarmente di poesia, e che è stato solo l’interessamento di Luciana Raggi, che ha voluto – durante un reading poetico in una delle biblioteche romane – che io leggessi due poesie mie, tra le poche a non essere dedicate ai miei amori platonici e intensi, una dedicata a mio padre, l’altra al sogno in quanto tale, a spingermi in questa direzione. Questo ad evitare fraintendimenti.
Il libro di cui sto parlando mi è capitato tra le mani, alla vigilia della sua presentazione, alla quale non ho potuto assistere. Ma, la sera stessa che ho preso il libro, l’ho divorato d’un fiato. E cerco di spiegarne il perché.
Brevemente, lo descrivo al lettore. Con riferimento ai temi e forse alle ispirazioni delle poesie, l’opera è divisa in quattro parti, intitolate rispettivamente: “Aria”, “Acqua”, “Terra” e “Fuoco”. “Aria” contiene 16 liriche, “Acqua” 14, “Terra” 18 e “Fuoco” 22, per un totale di 70. Sono tutte lunghe una pagina, e piuttosto brevi dal punto di vista del numero dei versi. Le liriche sono di comunicazione immediata: ciascun lettore ne avrà subito quest’impressione.
A parte l’immediatezza, per me poco comune nelle opere poetiche in genere che ho lette, le liriche hanno un’altra stupenda caratteristica, che denota la disposizione dell’autrice: sono dirette, vanno subito “al sodo”, se così posso dire. I versi sono soltanto una modalità di espressione, non l’essenziale, anche se da ciascuna lirica traspare il lavoro che l’autrice ha fatto per comporla. L’essenziale è invece l’enorme quantità di contenuto che è in quelle poche parole. E questo vale per ogni lirica. 
Proprio per questa ragione fondamentale, l’essere “poesia diretta, immediatamente percepibile”, le liriche di Beatrice Mezzone si fanno leggere, divorare letteralmente. È lo scopo di questo libro, credo; purtroppo non conosco le altre opere di questa splendida autrice. 
Qua e là compare anche qualche raffinatissimo ermetismo, come la lirica a pag. 17 in cui ciascun verso è fatto solo di una parola. Ve la trascrivo:

Oasi
Rarefatta
I
Zona
Zero:
Orizzonte
Nuvola
Tempo 
Eternità                   

Come evidenziano le iniziali in grassetto di ciascuna parola, leggendole verticalmente si ha la parola “Orizzonte”, ovviamente il titolo della lirica.  Ma provate a leggerla, non solo ad osservarne l’eleganza: e a ciascun lettore comparirà davanti il proprio orizzonte, così magicamente descritto.
Come ho detto prima, non entro nel merito di un giudizio, più o meno critico, perché non mi sento all’altezza di poterlo fare. Ho comunicato qui le impressioni che ho avuto del libro, e in particolare, l’ansia, appena letta e assaporata una lirica, di leggere e scoprire la successiva. Ne segnalo alcune, a mio avviso degne di rilettura ed attenzione: in “Aria”, oltre a ORIZZONTE, Novae, Per aspera ad astra, I gatti lo sanno, Volere volare, Ho visto la fine dell’estate; in “Acqua”, Berliner Angel, Il fiume e il mare, Neve a Roma; in “Terra”, Raccogliendo i figli, Roma, Solitario, Gennaio, Volta pagina, Piccolo fiore; in “Fuoco”, Addio, T’ESSERE, Viva, Nude verità, Il tuo male, Rimpianto. Ma il mio “giudizio” ha il peccato di essere soggettivo, e come tale lo riporto: le liriche sono tutte bellissime e di magica lettura.
Per questi motivi, a mio avviso, "Dagli spazi siderali" merita di essere segnalato alla lettura di tutti, indistintamente.


(Lavinio Ricciardi)








Beatrice Mezzone, Dagli spazi siderali, Edizioni Progetto Cultura, 2018 [ * ]



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FRANZ O DELL'ANIMA RITROVATA
post pubblicato in Cavara, Pietro, il 28 marzo 2019
 

L'atopia e l'acronia da cui proviene ed in cui è immerso come in un liquido amniotico il protagonista cinico e arruffone di questo libro sono sviscerati suo malgrado fin dall'esordio, quando si trova non si sa come e non si sa quando in un luogo che gli appare moderno: "Tra Gabetti e... non so. Arrivi a una porta vetrata di un basso complesso. L'apri e sali su, all'unico grande piano. Sì, tra Gabetti e... Gabetti: modernità dell'arredare". Gabetti è una società che si occupa di intermediazione immobiliare e cosa c'entra con l'arredamento? Anche lo slogan "modernità dell'arredare" appare desueto (quando "moderno" era sinonimo di "attuale" o "contemporaneo"). Oggi la "modernità" è una categoria storica e dire che qualcosa è "moderno" è come dire che è passatista, protonovecentesco. Il protagonista è quindi spaesato, confonde un'azienda immobiliare con un'azienda di arredamento, gli viene spontaneo uno slogan pubblicitario vecchio di un'altra epoca storica. Ma proprio per questo il protagonista nel suo spaesamento è e si sente irresponsabile, non potendo impedirsi di essere atopico e acronico. "Tra Gabetti e... Gabetti", sembra essere la sua una ricaduta esausta su sè stesso in un vano tentativo di fuoriuscire all'aperto.
Continua la descrizione dell'ambiente che adesso diviene postmoderno ("postmoderno, monotonia dell'arredare"), con corridoi a destra e a manca, bassi soffitti e luce artificiale. La sciatteria e l'irresponsabilità del personaggio ad un certo punto appare esplicita in una frase rivelatrice: "Luogo nascosto, proibito, di che si ciancia neppur io so" (continuano le forme desuete: cianciare, neppur, in un refrain passatista che consola chi lo ripensa tra sè e sè, confermandolo). 
Il protagonista entra in una delle stanze che si affacciano sui corridoi. "Busso, entro, mi faccio largo. A una tavola rotonda: struttura e arredamento dell'ingresso, ma l'ambiente è più largo, da seduta". Dentro c'è Caienni, "barbuto, gli occhialini, capelli bianchi alla rinfusa, una vocetta arrugginita in un fisico adulto". Perchè precisare che la vocetta arrugginita è in un fisico adulto? Sembra ovvio, sarebbe stato da precisare se fosse appartenuta ad un fisico da bambino o da adolescente. Si conferma l'incertezza del protagonista con la categoria tempo e il suo spaesamento di fondo.
Scopriamo che Caienni parla ai presenti ("un gruppo di donnette" e "il mio compare") di metodo. L'importanza di quanto sta avvenendo spinge il nostro protagonista ad una perorazione, addirittura rivolta all'homo faber, all'uomo protagonista dell'attuale epoca della civilizzazione: "Homo faber, che altro cerchi? Ascolta la fredda vocetta adulta di un saggio parlatore". Ma perchè precisare "adulta"? Poteva forse il "saggio parlatore" essere un bambino? Non è che la precisazione serva a distinguere la voce di Caienni da sè medesimo, che non è "adulto" ma nemmeno bambino o adolescente, semplicemente elusivo di qualsiasi dimensione cronologica?
Il metodo di Caienni è in realtà un antimetodo, è la implosione/esplosione di tutti i metodi: "Agire in base a un metodo. Lo penso, lo faccio mio, sperimento... tra Gabetti e Gabetti, tra un fare e l'altro, un razzo di dietro ben piazzato, la volontà è ferma, la posizione anche. Esplodo, buco il cielo, sembra finita, grazie. Insegnamenti per donnette". Torna il lapsus di Gabetti a contestualizzare l'esplosione del metodo. 
ll protagonista è poco più tardi in un'altra aula a colloquio con Faiani. Anche lui si occupa di metodo. Ma l'atmosfera è adesso più oscura, complottistica quasi. Nell'aula c'è un grande schermo. "Sullo schermo comparvero immagini rigate, frammenti di marciapiedi, cieli grigi, viavai di persone indistinte. Poi... apparve tutto più chiaro: una grande piazza, l'affastellamento da un lato di edifici omologhi, incastonati da lamiere, tribunali... Osservavo omuncoli dagli sguardi grevi stringersi nei paltò, giudici fascisti, alti, spavaldi, dai sorrisi atrofizzati. E nel dileguarsi apparvero composti di tenebra, sporcizia. "Che ne diresti di un bel repulisti?", soggiunse Faiani, ponendosi per profilo. "Penso che sarebbe una cosa giusta". Un'affermazione fatta senza remore. Come dire... "sono con voi"". Il metodo sembra adesso preludere ad una futura operatività politica. E tuttavia una volta uscito dal Centro (è il luogo tra Gabetti e Gabetti) il protagonista sembra essere ripreso dalla previsione dell'esplosione del metodo: "dall'altra parte... corsie di macchine, alberi ingrigiti in primo piano. Sembrava tutto provvisorio, e all'improvviso forse... sarebbe finito. Ma quando? Ma come? Per volontà altrui, per decisione dell'istituto". E' Caienni a decidere se e quando far esplodere il metodo.
Gli sembra di vedere Caienni in un bar ma non è lui. E' uno molto più giovane. Del resto non è possibile, non è una persona comune Caienni, non può stare in un bar. "Neppure io... dal momento che dovrei stare altrove", pensa il protagonista che si sente associato ai destini esoterici del Centro. Ma è subito assalito da una resipiscenza. "Cosa ne so di Caienni? Cosa ne so di questo posto?".
Il protagonista alloggia in una palazzina liberty adiacente al Centro, una sorta di residence. Salito nella sua stanza, prima di addormentarsi gli scorrono davanti ancora le immagini del Centro. Scopriamo così che ha una lunga consuetudine con quel posto se può fare tra sè e sè nel dormiveglia un'osservazione del tipo "da quando gli idraulici se ne sono andati al Centro si sta meglio: meno chiasso, meno gente... meno ladri". Ripensa a Faiani che s'intuisce essere l'unica persona con cui sia in sintonia. Condivide le sue idee sul metodo, differenti da quelle di Caienni. "Non serve che il metodo sia forte. Se va preso con elasticità vuol dire che non è poi così importante, che la soluzione non sta nel metodo o nell'antimetodo... sta al di fuori del metodo".
La mattina dopo è al Centro. Fa freddo solo nel Centro ("Fa freddo per il Centro"). C'è un nuovo personaggio che si aggira per i corridoi: Cesco Laghetti, il principale referente informativo del Centro, "un illuso". Tra una svolta e l'altra nei corridoi il protagonista continua a riflettere sul metodo, "Dio è nella Tecnica... non nel metodo che è pura razionalizzazione del pensiero". Ad un certo punto s'imbatte nel portiere del Centro. Il protagonista rimane sorpreso, il portiere acquista una statura quasi alla pari con gli altri protagonisti del Centro, se non altro è quasi un'esemplificazione vivente delle teorie sul metodo. "Volto lo sguardo e mi appare il portiere in guardiola. Alto, scontroso, un che di barba: un tecnico in pullover prestato ad altra mansione... all'altezza dello svincolo tra destra e sinistra, tra un troncone e l'altro del Centro. Dà poche informazioni, non ti guarda neppure... si sente un dio! Quì i tecnici sono molto richiesti. Anche un portiere è necessario sia un tecnico. Centinaia di richieste ogni giorno... lo vogliono tutti. I tecnici dovrebbero vestire tutti allo stesso modo, dovrebbero distinguersi. E' un provvedimento che non è stato mai attuato, chissà... disguidi momentanei. Eppure la loro attività non è qualunque... neppure quella di un portiere alto, saccente, frustrato. Homo faber, homo deus".  
Ormai il protagonista tra le sue riflessioni solitarie sul metodo ("La metodica: un'arte che non serve più a nulla") e la paranoia sui tecnici ("Caienni accompagna Laghetti di fuori. Lo vedo fare cenno a qualcuno, un uomo in tuta, un tecnico portiere o...") si sente di affrontare Caienni. Il profeta del metodo non deflette a nessuna obiezione. "Non c'è altro che il metodo". Occorre "una metodologia che si ponga all'origine dell'osservazione delle azioni su basi deduttive".
I corridoi sono affollati. Il nostro protagonista vi si aggira con le solite domande in testa. "Mi chiedo quà dentro: siamo un insieme o un aggregato? Un aggregato di parti. Come si conviene, come si vuole che sia... il metodo. Direi che in apparenza potrebbe anche andare, ma solo l'insieme chiarisce perchè siamo tutti quì", "Essere parte di qualcosa. Ma se ci si dissocia... cosa rimane di sè? Cosa rimane del resto?".
Faiani non crede nel metodo, sostiene che non serve all'operatività. Pone un problema: dieci studenti del primo anno sono un aggregato o un insieme? Se virtualmente se ne uccidono sei c'è ancora l'insieme di prima? No, dice Faiani, e da questo esperimento mentale ricava l'inutilità del metodo a favore del mero fare. Per Caienni, invece, la parte è sempre parte di un insieme. "Qualcosa di decurtato dovrebbe comprendere ciò che non è più. Il rimanente tangibile più qualcosa che non si vede".
Il nostro protagonista si profonde a questo punto in una filippica antimetodica contro la metodologia carceraria.  
Il gruppo di ricerca va a cena. Condizione posta da Caienni è che non vi si parli del metodo. D'altra parte Caienni è solo capace di parlare di metodo e quindi si tace. Unico diversivo della serata la poesia recitata dal compare del protagonista che non interessa nessuno.
Rientrato nel residence il protagonista continua a ragionare sul metodo. Il portiere del Centro è parte o è insieme nel senso che senza di lui l'insieme non ci sarebbe più? Se, ad esempio, volesse impedire al protagonista di entrare al Centro lo si potrebbe scansare come una parte ininfluente o invece avrebbe un potere di interdizione in quanto espressione dell'insieme? La soluzione di Faiani in favore del primato dell'operatività lascia ora in dubbio il nostro eroe che si rifugia in una sorta di scetticismo, di astensione dal pensiero. "L'elasticità del metodo! che vale a dire che il metodo poi non conta, perchè di un insieme così complesso, così non tutto visto! non è lecito argomentare. Anzi è giusto dubitare... ".
Ma poi la questione del metodo ha una rilevanza estrema per la vita del nostro protagonista. Lui è parte integrante o accidentale del Centro? il Centro è un aggregato o un insieme? Comincia a nutrire sempre più dei dubbi. "Se non ci fossi sarebbe uguale o al più... un risibile imprevisto. Davvero nient'altro".
A fronte dell'immagine di Faiani impegnato in un ascetico esercizio yoga, il protagonista comincia a porsi la domanda se non sia il caso di fuoriuscire dal Centro. "Prendi e vai. Ma per dove? e pensare che uscendo sarei accolto dal lungo strada in discesa verso il tunnel, gli alberi anneriti", "Quì sei sempre dentro. [...] concedersi un rilassamento: di là o di quà, dentro o fuori... è del tutto indifferente. E l'anima... non c'è più".
Alla fine il protagonista stretto tra controversie che non riesce a decodificare, sospeso in un'impasse teorica fuoriesce in un empito vulcanico di distruzione. Il metodo può servire per uccidere virtualmente dal Centro, più simile alla ridotta di un cecchino, individui codificati, "maledetti parvenu di un'epoca idiota e criminale... ". E anche Caienni si dispone a passare all'operatività distruttiva pura e semplice, girando attorno all'edificio del Centro con un piccone in mano. Nella stanza dei bottoni, nella ridotta del cecchino virtuale si è ora assiso Faiani. "Se vuoi dar sfogo ai risentimenti, se vuoi indicare persone da eliminare in modo silenzioso, professionale, nascosto, è a Faiani che devi rivolgerti. Indicane quanti ne vuoi... ".
Nell'orgia finale di distruzione si affaccia una catartica visione apocalittica. "Precipitare dalla soglia di un vulcano, giù... dove il fuoco dissolve, dove è facile smaltire chi è stato scelto per essere eliminato. Girare per dimenticare, oppure... girare per credere. Sempre più forte, più veloce. Girare per vivere". Ma girare è inteso in senso cinematografico? Già perchè si ha l'impressione che quello finora visto non sia altro che un set cinematografico e che dietro lo squarcio del fondale di scena ci siano poi gli altri, le donne, i giovani, che al di quà diventano le donnette, i pivelli. E anche l'usciere, normalmente nell'organigramma di qualunque ente al gradino più basso della scala gerarchica, diventa quì detentore di un immenso potere di interdizione, e soprattutto è un "tecnico" travestito da usciere. Un tecnico, dunque il depositario di un sapere negativo, che con giusto contrappasso è condannato ad una funzione servile. 


(Carlo Verducci)







Pietro Cavara, Franz o dell'anima ritrovata, Aracne, 2010 [ * ]


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L'ESTATE DEL '78
post pubblicato in Alajmo, Roberto, il 9 novembre 2018
 

Un libro molto “speciale”, che qualcuno ha definito “un libro sulla morte”: dopo averlo letto, non la vedo proprio così. Provo a spiegare perché.
L’autore, un palermitano, ha voluto corredare il libro con una serie di fotografie, tratte dall’album di famiglia. Ed ha iniziato con la copertina, dove la foto lo ritrae assieme a sua madre e mostra entrambi i soggetti molto felici,
Anche all’inizio del libro: l’autore parla del suo esame di maturità, della preparazione che richiedeva e dell’incontro con sua madre proprio mentre, con alcuni compagni, cercavano di evadere dal faticoso onere dello studio andando a prendere un gelato. Non voglio anticipare niente, ma il tono dell’esordio di questo libro è tutt’altro che un anticipo di… morte. Però l’autore dice subito che l’incontro fatto rappresentava una sorta di addio da parte di sua madre.
Per chi lo ha letto, il libro rappresenta una specie di “fotografia” letteraria di un certo periodo nella vita dell’autore, periodo che dà il nome al titolo del libro stesso. Anche se l’episodio che ho citato, e che dà il là a tutta la narrazione, pone l’accento su ciò che l’intero libro vuole sottolineare: il rapporto con i propri genitori, che poi diventa il rapporto con il proprio figlio. 
Fino a metà lettura (ho letto il libro in quattro giorni) sono stato incerto sul giudizio che come lettore volevo dare del libro. Sono stato subito affascinato dal modo di scrivere dell’autore, molto accattivante sì, ma anche pieno di un recondito e misterioso fine: come considerarlo, romanzo autobiografico, o saggio sui sentimenti? E in queste brevi impressioni, evito di scendere troppo nello specifico del libro. 
Il libro, come per incanto, proietta il lettore nella vita dell’autore, che – muovendo dal rapporto con i genitori, e paragonandolo a quello tra lui e suo figlio Arturo – ci fa sapere quali siano i suoi pensieri, mentre la sua vita scorre. L’analisi dell’intero libro è unicamente questo: un lungo raccontarsi, prendendo le mosse dalla vita dei suoi genitori. Dal fatto che – ad un certo punto – Vittorio ed Elena (questi i loro nomi) si dividono, e i figli (l’autore, Roberto, ha un fratello  minore, Marcello) rimangono con il padre. 
Del rapporto coi genitori, l’autore privilegia senz’altro quello con la madre. E mentre all’inizio ci sono molti riferimenti al padre e alla conclusione della sua vita, più avanti, nel parlare della madre, riporta anche una parte – quella felice – del loro rapporto di coppia.
Mi sembra di aver detto molto della storia. Come giudizio finale, a parte lo stile di scrittura, non ho trovato questo libro eccezionale. 



(Lavinio Ricciardi)








Roberto Alajmo, L'estate del '78, Sellerio, 2018 [ * ]
   


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IL LIBRO DEI FULMINI
post pubblicato in Trevisani, Matteo, il 7 novembre 2018

Un libro strano e straordinario, questo, al confine tra realtà ed esoterismo, che racconta una storia incredibile, eppur vera. Una storia che muove da molto lontano, dai tempi dell’antica Roma.
Per me, non addentro alle cose esoteriche, non era una lettura facile: invece, lo stile dell’autore e la scorrevolezza della storia, hanno  reso la lettura agevole e semplice. Il libro dei Fulmini è opera prima.
Non intendo raccontare la storia: persone più capaci e competenti di me, in materia, l’avranno fatto e continueranno a farlo; voglio solo dare qui le mie impressioni come semplice lettore, lettore di un libro che – pur nella realtà storica – attinge a fonti di cui sono ignaro ed ignorante a un tempo. Sono stato attratto a leggerlo dal titolo, e dall’argomento, che mi coinvolge come cultore della materia che ne tratta, la Fisica.  
Debbo dire che – una volta entrato nell’argomento – il libro non mi ha deluso,  come pensavo appena percepito quale ne fosse il tema. L’origine della storia è un’antica usanza dei Romani, nostri progenitori, che temevano i fulmini più di noi, considerandoli una manifestazione di un certo dio, Summano, e che si affrettavano a seppellire tutto quanto il fulmine avesse colpito, apponendo sopra la “tomba del fulmine” una sigla, "F.C.S.", che in breve voleva dire “Qui è stato sepolto un fulmine di Summano”. 
Una cosa che merita di essere menzionata è il fatto che i Romani temevano i fulmini, perché – a loro avviso – essi aprivano una comunicazione con il mondo dei morti. E questo concetto è la chiave di lettura dell’intero romanzo. L’autore è uno studioso di storia delle religioni, e scrive sulla rivista “Nuovi Argomenti”. E proprio muovendo dalla manifestazione (il fulmine) del dio Summano, cui è dedicato il terzo capitolo, l’autore muove il suo protagonista (omonimo, il che fa pensare ad un romanzo autobiografico, almeno nelle intenzioni). 
La storia appare come una ricerca che il protagonista compie – nei luoghi di Roma più vicini alle zone della Roma antica, ma anche altrove – per trovare questi “sepolcri dei fulmini” (contraddistinti dalla lapide con su la scritta "F.C.S.") e farne una mappa ragionata, consultabile. In questo Matteo, il protagonista, si fa aiutare da una persona che incontra per caso, Silvia, e che decide in un certo senso di aiutarlo. I due diventano amanti, e si impegnano in questa ricerca delle “tombe” dei fulmini.
Caratteristica dell’intera storia, che non voglio palesare oltre, è questa continua commistione della realtà dei vivi con il mondo dei morti, commistione che si va rendendo palese tramite molti accenni che la storia di Matteo, nel corso della sua ricerca, evidenzia. E i titoli dei capitoli ne sono testimonianza, perché permettono di continuo questo passaggio dalla realtà delle cose viventi (tra cui ha particolare significato il sesso, e i fatti sessuali, cosicché la relazione tra Matteo e Silvia non è solo un 
espediente cattura-lettori) a quella del mondo dei morti, evocato appunto da quanto si trova sotto le lapidi contrassegnate da “F.C.S.”.
In conclusione, torno a sottolineare la mia ignoranza in materia di esoterismo, cui fanno riferimento i numerosi accenni a questo rito di seppellimento dei fulmini, e proprio per questo non mi sento di dare un giudizio di merito sul libro. Però, come lettore, vorrei dire che il libro si presta a soddisfare molte curiosità inerenti a questa storia dei “fulmini”, e che il leggerlo è agevole e nient’affatto difficile per chiunque. 



(Lavinio Ricciardi)







Matteo Trevisani, Il libro dei fulmini, Atlantide, 2018






vedi quìquì e quì
 


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COME VOCI IN BALIA DEL VENTO
post pubblicato in Modica, Gisella, il 20 ottobre 2018
 

Il libro in questione è – a mio avviso – un piccolo capolavoro. Un libro scritto da una donna e dedicato “in nuce” a tutte le donne, specie a quelle che combattono nella loro vita. 
È essenzialmente un saggio storico, completamente al femminile, perché narra le vicende di donne siciliane alle prese con la conquista della terra negli anni immediatamente seguenti la costruzione dell’Italia repubblicana.
L’autrice, persona profondamente impegnata sia in letteratura (fa parte della Società Italiana delle Letterate), sia nell’UDI di Palermo, con questo libro ha reso omaggio alle lotte per la conquista della terra, condotte dalle donne del territorio palermitano. 
Il libro, molto ben organizzato, ha una prefazione di Maria Concetta Sala, che racconta molto bene sia la struttura del libro, sia il tormento dell’autrice nel descrivere una vicenda autobiografica fatta di “visioni e voci”.
La struttura del libro è articolata in sette parti, di cui prima, seconda, quarta, quinta e sesta sono autobiografiche; la sostanza del libro – però – è costituita dalla terza (Il Viaggio) e dalla settima (Falce, martello e Cuore di Gesù), che narrano, la prima le visioni, e la seconda le voci di cui si parla anche nella prefazione.
Accenno brevemente all’intera storia. L’autrice racconta nella prima parte (Nascita) la nascita della sua bambina, che però lei – presa dai suoi impegni politico-letterari, lascia con la nonna, la quale la critica proprio per questo suo non essere madre. Nella seconda parte l’autrice parla di sé e di quello che la interessa – politica, sostanzialmente, dalla parte delle donne –, discorso che continua nella quinta e sesta parte. Nella quarta parte, la morte di sua madre interrompe le sue “visioni”, oggetto della terza parte (Il viaggio). Questo lo schema organico del libro, concluso dalla settima parte (Falce, martello e Cuore di Gesù) ove sono invece le “voci”.
In dettaglio, cosa sono visioni e voci?  La parte delle visioni, descrive organicamente, attraverso un viaggio per i paesi della provincia palermitana (Piana degli Albanesi, Bisacquino, Valledolmo, Castellana), e in un arco di tempo che va da aprile a dicembre, gli incontri ideali che l’autrice fa con le protagoniste delle lotte per la terra, e – incontrandole idealmente – ne tratteggia i caratteri e le rispettive caratteristiche di lotta. Va da sé che tutte queste persone sono inserite nella lotta che i comunisti intrapresero per il diritto dei contadini di possedere le loro terre e di poterle coltivare, cosa che i padroni dell’epoca non accettavano. E proprio la descrizione di luoghi e persone dà a questa parte il carattere di visioni: l’autrice, con la sua immaginazione, “vede” le persone che descrive (Rosaria, Santina, Maria, e le altre).
La parte più bella del libro, che diventa non più storia fatta attraverso l’immaginazione dell’autrice, ma vita vissuta, è quella descritta nell’ultima parte. Qui le persone incontrate nei vari paesi, di cui alla terza parte, si identificano con le loro voci. Il curioso titolo della parte è dovuto al fatto che – nonostante i dirigenti comunisti non volessero – nelle marce alla conquista della terra, assieme alle bandiere rosse con falce e martello, venivano portati anche i labari di Chiesa con il cuore di Gesù. Questa, delle voci, è la parte più bella e più ricca di immagini. Le voci delle persone “viste” nella terza parte, qui hanno concretezza, divengono reali: proprio in questo, a mio avviso è la bravura dell’autrice. 
A mio giudizio, il libro – ancorché saggio storico – è ben realizzato, e l’autrice ha la bravura di passare dai temi autobiografici (nascita della figlia, morte della madre) – da lei considerati di scarsa importanza – ai temi della militanza politica, fatta però vivere attraverso le “imprese” delle voci di donne che – proprio per la descrizione del loro agire – sono vere interpreti della lotta delle contadine siciliane per la conquista delle terre. 
Il libro si legge molto piacevolmente; pur trattando tematiche a carattere politico, il fatto di farle rivivere attraverso le “voci” delle donne protagoniste lo rende delizioso e avvincente come un libro di avventure. Inoltre si percepisce bene il sentimento dell’autrice, che – dalla nascita della figlia, considerata una sventura – si trasforma nel descrivere la perdita della madre, ed appare degno della migliore tradizione sentimentale siciliana. 
Una nota di colore la portano le battute in dialetto, quasi sempre tradotte in italiano. Per chi – come me – conosce tale dialetto, il colore delle battute è ancora più evidente. Quasi sempre si tratta delle voci delle contadine, presenti sia nell’ultima parte, sia nella terza parte, quella delle visioni.
Ne consiglio la lettura a tutti: non è il caso di considerare questo libro ostico per l’argomento che tratta, proprio perché l’autrice lo ha reso accessibile a tutti i lettori. Spero che ottenga un buon piazzamento nella classifica del premio Biblioteche.



(Lavinio Ricciardi)










Gisella Modica, Come voci in balia del vento, Iacobelli, 2017 [ * ]
 


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QUESTA SERA E' GIA' DOMANI
post pubblicato in Levi, Lia, il 28 settembre 2018
 

Un libro che ha la leggerezza di una piuma, nel raccontare vicende che leggere non sono state. Rispetto a tanti libri che parlano ed hanno parlato della Shoah, questo lo fa come se raccontasse le vicende quotidiane di una famiglia.  
Perché tali appaiono le vicende narrate. Vicende quotidiane, vissute dalla famiglia di Emilia e Marc, di Wanda ed Osvaldo, loro cognati (Wanda ed Emilia sorelle, entrambe figlie di Luigi, il “nonno”), residenti a Genova. E del figlio di Marc ed Emilia, Alessandro. 
Non voglio raccontare la storia  che il libro narra, ma fare soltanto qualche commento. Il libro della Levi è soprattutto un esempio di come si possa descrivere così magistralmente la vita di una famiglia di ebrei negli anni trenta, in Italia. Una famiglia che non aveva avuto grandi problemi fino al 1938, anno dell’entrata in vigore delle vergognose “leggi razziali”. Condivido pienamente il commento che Furio Colombo ha fatto durante la presentazione, alla presenza del’autrice. Colombo ha detto che si sarebbe aspettato dagli italiani una netta presa di posizione contro quelle leggi, cosa che non è avvenuta. 
La storia appassiona, soprattutto dopo la metà del libro, quando per la famiglia cominciano le peripezie di Marc, Emilia, Alessandro e di Osvaldo e Wanda, peripezie che hanno il loro apice e la loro conclusione nell’arrivo in Svizzera. Ma il merito del libro, secondo me, sta soprattutto nel modo in cui Marc ed Emilia vivono queste vicende, e ne fanno partecipe il figlio Alessandro. E ancor più, nelle prese di posizione di Alessandro, seppur giovane (nel ’38 ha sedici anni o poco più: il suo primo amore, Alma, è iniziato presto, a scuola. E il clima di famiglia di quegli anni, ‘30 – ’40, mi ha fatto rivivere il clima che c’era nella mia famiglia, non ebraica ma cattolica, ai tempi in cui avevo sei – sette anni (1943-1944). Sta proprio in questa delicatezza di toni con la quale la Levi descrive e racconta la vita di quell’epoca, la vera qualità di questo libro).
Spero che quanto ho detto possa rendere più agevole la lettura a quanti non l’hanno ancora letto. E lo raccomando di cuore a chiunque ami le storie di famiglia.



(Lavinio Ricciardi)







Lia Levi, Questa sera è già domani,. e/o, 2018 [ * ]
   


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LA CORSARA
post pubblicato in Petrignani, Sandra, il 24 luglio 2018
 

Questo libro, a detta dell’autrice scritto non per creare una biografia della scrittrice piemontese ma per darne un ritratto a tutto tondo, è un bellissimo esempio di quel che può essere un saggio critico.  E – a mio avviso – va al di là delle intenzioni dell’autrice, realizzando anche più di quanto intendesse. 
Nella mia gioventù ho amato molto gli scritti di Natalia Ginzburg, in particolare il suo “Lessico Famigliare”, forse il suo libro che ho letto con maggior attenzione. Ma era il periodo in cui studiavo, e la materia studiata non consentiva molte distrazioni. Così – a più di cinquant’anni da allora – non ricordo molto delle opere, neppure – proprio – di quel “Lessico famigliare” che ora ho citato. Ma quello che ricordo con lucidità era il modo di scrivere della Ginzburg, chiaro e semplice, che portava dritto al cuore di quello che l’autrice voleva dire.
Non penso che sia facile descrivere il libro della Petrignani a chi non l’ha ancora letto: debbo però convenire con l’autrice sul fatto che non viene raccontata la vita della Ginzburg, come in una biografia, piuttosto viene ampiamente descritto il tempo della Ginzburg e la vita culturale italiana di allora. Particolare attenzione per chi, come me, l’ha seguita, desta la descrizione della nascita delle edizioni Einaudi, e la figura di Giulio, fratello del presidente Luigi. Per Einaudi io avevo davvero una specie di “cotta”: in particolare, oltre alle opere della Ginzburg, ricordo molte delle opere più belle di Leonardo Sciascia. 
Non c’è parte di questo libro che non si legga volentieri. Ne emerge una figura maestra – quella, appunto, della Ginzburg corsara, protagonista indiscussa della scena letteraria del suo tempo – e i rapporti che Natalia ha avuto con Calvino, con Pavese e con Elsa Morante. Ma non solo. Appaiono a chiare tinte i pregi delle sue opere, e soprattutto l’importanza che la Ginzburg ha avuto nel panorama letterario. E' così che emergono le sue qualità di “direttrice letteraria” della Einaudi, in sostituzione di suo marito Leone, morto giovanissimo nel 1944, in carcere, appena sei anni dopo il matrimonio... E anche la sua conversione religiosa, da ebrea  – qual’era la sua famiglia (Giuseppe Levi, il padre, Lia Tanzi, la madre)  a cattolica, quando sposa (vedova di Leone Ginzburg) Gabriele Baldini.   
Il libro ripercorre per tappe la biografia della Ginzburg. Si tenga conto che la Ginzburg ha scritto, oltre che romanzi, poesie e opere teatrali. Di alcune di queste ha diretto la regia, con buon successo. Ed è proprio questa poliedricità ad emergere dal libro prezioso della Petrignani. La quale – come ho già detto all’inizio – riesce ad andare oltre quello che si era prefissa, e cioè a far emergere dal suo libro la figura a tutto tondo della Ginzburg, come donna e come letterata. 
Nel ritratto “vivente” che il libro ne dà, compaiono, oltre al suo essere letterata, anche le notevoli doti di organizzatrice: la casa editrice Einaudi, che prima della Ginzburg era affidata letterariamente a Cesare Pavese, col quale Natalia collabora a lungo, dopo la sua morte passa direttamente a lei, come direttrice editoriale. Il bellissimo rapporto con Giulio Einaudi è un altro dei caratteri della sua magnifica carriera letteraria. Agli esordi aveva lavorato per Einaudi non solo come scrittrice, ma come traduttrice di molti autori, tra cui Proust.  
E in molti altri aspetti la sua vita ha avuto a che fare con l’arte, in particolare la pittura, attraverso amicizie con pittori importanti, più o meno noti. Il libro testimonia in molte parti questo rapporto. E molti giudizi dei pittori da lei frequentati compaiono nel “Finale di Partita”, una grossa collezione di pareri sulla Ginzburg da parte di chi – come Sandra Petrignani – l’ha conosciuta. Anche il ritratto iniziale che la Petrignani ne dà nel primo capitolo è un modo brillante e originale di mettere il lettore di fronte alla personalità di Natalia. 
Ho dovuto leggere questo libro con molta fretta. E mi propongo presto di rileggerlo, per l’enorme impatto che ha avuto su quanto già conoscevo di Natalia Ginzburg, attraverso le sue opere lette in gioventù (oltre “Lessico famigliare”, ricordo di aver letto “Le piccole virtù”, e – forse – “Caro Michele”), e mi è venuta una gran voglia di avere la sua "Opera omnia" rappresentata da due “Meridiani”. Ne consiglio la lettura sia a chi conosce già la Ginzburg, sia a chi – ora giovane – forse non ne ha sentito neppure parlare: scoprirà che Natalia fa parte delle Italiane importanti, a tutti gli effetti. E grazie a Sandra Petrignani per l’opera paziente e precisa con la quale ha davvero dato un grosso contributo al riemergere della figura di Natalia.



(Lavinio Ricciardi)







Sandra Petrignani, La corsara, Neri Pozza, 2018 [ * ]
DI NIENTE E DI NESSUNO
post pubblicato in Levantino, Dario, il 20 luglio 2018
 

L'autore è nato nel 1986 ed è quindi assegnabile alla categoria "giovani" ma non giovanissimi. Si è nutrito di buoni studi ed è appassionato della sua terra d'origine, Palermo, dove ambienta la storia narrata nel libro. Più precisamente, nel quartiere Brancaccio di Palermo.
Il protagonista è un adolescente piuttosto difficile da immaginare, perchè, pur vivendo in una realtà estremamente degradata, scrive poesie, è un ottimo allievo di un liceo del centro, appassionato di epica così intensamente da trovare negli eroi e nelle storie della mitologia classica un modello da imitare e da utilizzare per interpretare la realtà che lo circonda. "Io non mi scanto di niente e di nessuno" diventa, da originario proclama dell'etica mafiosa, un suo modo di accostarsi alla grandiosità dei suoi amati antichi, tanto che se li immagina parlare in palermitano.
Ho trovato l'incipit del libro molto invitante ma, con il passare delle pagine, la zavorra troppo letteraria ha quasi soffocato la storia, che rimane comunque una magistrale descrizione di una condizione sociale legata al quartiere Brancaccio, mutata quasi in finzione, un po' come accade a quei poeti dialettali che in vernacolo esprimono concetti improbabili, tipo "la lama della mia zappa è più sottile della differenza tra il bene e il male".
Secondo me non giova alla storia l'essere narrata in prima persona perchè, se la sua descrizione e svolgimento fosse affidata ad un terzo, allora certi stilemi si giustificherebbero. Ma che il protagonista si esprima con espressioni dialettali e nello stesso tempo usi frasi tipo "Non le servono, le parole; riconosce in esse il carattere mimetico della realtà, l'inganno degli orditi che esse tramano... " mi pare incongruo, soprattutto confrontato alla prosa usata correntemente, capace di restituire in maniera molto efficace gli odori e i sapori della violenza. Per concludere, il libro è fatto di buona stoffa, da annoverarsi comunque tra le "opere prime", con tutte le ingenuità che spesso queste presentano.



(Linda Maria Figliozzzi)








Dario Levantino, Di niente e di nessuno, Fazi, 2018 [ * ]

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RESTO QUI'
post pubblicato in Balzano, Marco, il 20 luglio 2018
 

Un libro molto ricco di suggestioni e di immagini, che racconta una storia complessa, che si svolge tra gli anni Venti e Sessanta, comprendenti la seconda guerra mondiale e il fascismo mussoliniano. La scena è ambientata in due paesini della Val Venosta, Resia e Curon, che – dopo la guerra – furono interessati dai lavori di una grande diga. Oggi i vecchi paesi sono sepolti sotto le acque del lago formato dalla diga.
La guerra contro la diga e la resa sono raccontati nella terza parte del libro. La prima e la seconda parte sono invece la storia di una famiglia di Curon, raccontata dalla protagonista, Trina, voce narrante del libro e il racconto è come rivolto ad una persona, che più tardi si capisce essere sua figlia.
La prima parte - “Gli anni” -  è la storia di Trina a partire dall’adolescenza, dai trucchi per vedere l’unico uomo di cui è innamorata, Erich, mentre va a trovare suo padre. Trina racconta la sua storia, che è anche storia della sua gente (gli abitanti di Curon, che conosceva uno per uno), delle loro abitudini (lingua tedesca, difficoltà ad apprendere l’italiano) e delle imposizioni che il fascismo fece loro. Della sua conoscenza di Erich, osteggiata dalla madre ma vista di buon occhio dal padre. Delle sue uniche amiche, Maja e Barbara. 
La storia prosegue con lo studio con le amiche, la licenza magistrale presa a Bolzano, le catacombe, cioè l’insegnamento clandestino, nel frattempo anche una sera di carcere per Trina, scoperta a insegnare clandestinamente, tra l’altro lontana da Curon, a San Valentino. E l’inizio del parlare della diga, in paese... Il matrimonio con Erich, approvato dal padre. I figli: Michael, il primo, Marica, la seconda. L’arrivo a Curon della sorella di Erich, Anita, col marito. L’abitudine di lasciare Marica a casa di Anita. E l’inizio della fuga da Curon di molte famiglie, in maggior parte dirette in Germania. Tra queste la famiglia di Anita, che porta con se anche Marica, e la scoperta di questo da parte di Trina, che va al loro maso per riprendere Marica e lo trova sprangato e deserto.
Qui inizia la seconda parte, “Fuggire”. Cominciano presto tempi più duri. Erich viene spedito in Albania e Grecia, a combattere. Dalla guerra torna con una ferita alla gamba, e giura che non vuole più tornare a combattere. Inizia un nuovo problema, Michael – che aveva cominciato a lavorare nella bottega del nonno – aveva cominciato a simpatizzare per i nazisti, cosa che Erich disapprovava. Michael vuole diventare un soldato del Reich. ed ha continui contrasti col padre, violentemente antinazista; infine si arruola... Nel frattempo i tedeschi, vista la debacle del fascismo, ricominciano a prendere il controllo del territorio. Spaventati da un possibile nuovo arruolamento di Erich, Trina ed Erich fuggono in montagna, sopra Curon, percorrendo sentieri molto erti, difficili da trovare. Più di metà della seconda parte è la descrizione di questa fuga a due. Attraversano mille peripezie. A Trina, per salvare il marito, capita di uccidere due tedeschi. Poi trovano un maso, dove li aveva indirizzati padre Alfred, il parroco di Curon. Con altri fuggiaschi si rifugiano in un fienile quando sentono avvicinarsi i tedeschi. Il maso viene distrutto, e i suoi abitanti, con Trina ed Erich, vivono in questo fienile per tre mesi. E li vengono a sapere tutti che la guerra era finita.
A questo punto comincia la terza parte, “Acqua”. Il titolo riporta il pensiero alla diga. Infatti, dopo il loro rientro a Curon, per Trina ed Erich inizia una lotta ben più violenta, contro coloro che avevano deciso di costruire questa diga. Lotta che purtroppo li vede soggiacere ad un volere altrui. La ditta (Montecatini) che conduceva i lavori provvede a risarcire gli abitanti dei due paesi che saranno sommersi, Riese e Curon, con due tipi di indennizzo: soldi a chi va via e una nuova casa a chi resta. E così, con l’assistere alle barche che andavano e venivano sul lago, a visitare il campanile della chiesa che emergeva dal lago, si chiude il romanzo.
Dopo questa lunga cronaca, che – a mio avviso – dovrebbe dare l’idea di cosa sia perdere la propria identità di paesani di fronte alla protervia di chi ha deciso di far sparire i loro paesi, vorrei dire due parole sull’autore, che mi aveva molto colpito due o tre anni fa con il suo romanzo “L’ultimo arrivato”, vincitore del premio Campiello. Balzano, in chiusura racconta in una nota come tutte le vicende descritte sono state da lui riscontrate sui documenti relativi alla costruzione della diga. Il romanzo, a differenza de “L’ultimo arrivato”, risulta quindi ispirato a vicende reali. Pur se la prima e seconda parte – la storia della famiglia di Trina ed Erich – sono frutto della fantasia dell’autore, la vicenda centrale è proprio la costruzione della diga, che espropria due interi borghi della loro terra. Credo che proprio questo abbia voluto sottolineare Balzano: una vicenda che ferisce una intera popolazione. E proprio questo messaggio rende il libro molto interessante; la sua lettura, come nello stile di Balzano, è agevole e piacevole.




(Lavinio Ricciardi)









Marco Balzano, Resto quì, Einaudi, 2018 [ * ]

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L'ESTATE DEL '78
post pubblicato in Alajmo, Roberto, il 13 luglio 2018
 

A me questo libro è piaciuto molto, nonostante che il genere "autobiografia" - una passione ricorrente intorno ai sessant'anni - non sia un genere che mi appassioni molto. Faccio ovviamente le debite eccezioni, tra cui questo libro. Non ho letto Fai bei sogni ma, cinicamente, penso che certe situazioni possano indurre, attraverso il dolore che provocano, a uno stato di riflessione emotiva che, se supportato da una prosa adeguata, produce letteratura, o narrativa se preferite, sicuramente di rilievo. 
Mi stupisce che Alajmo partecipi al Premio Biblioteche di Roma: è siciliano, non è un giovane esordiente, lavora (o lavorava) a una TV o radio svizzera. Non per vantarmi, ma me lo disse lui quando andai a conoscerlo ad una conferenza al Palladium, spinta dal desiderio di incontrare l'autore di libri che avevo letto con molto e sorpreso piacere. Rispetto ai testi precedenti, nel narrare la sua storia, o indagine come la chiama lui, vedo che si è emotivamente ammorbidito. Non è più tagliente e sarcastico come lo ricordavo, anche se rimane, nel suo scrivere, molto asciutto e lineare, come a voler bandire la drammaticità a tutti i costi. Accenno brevemente alla trama: una vita più o meno normale, di cui vengono evidenziati alcuni particolari che possono appartenerci e di cui ci rendiamo conto solo grazie alla loro sottolineatura, come il momento dell'ultima volta che abbiamo preso in braccio un figlio. O il funerale di un genitore, confortato dal Lexotan, o un altro medicinale che non ricordo, che stempera e falsa tutto... Ma la devastazione di una madre che si suicida per depressione non è usuale, appartiene, fortunatamente, a pochi, che vengono scolpiti da questo punteruolo (scusate il termine brutto e impreciso). Il termine devastazione è mio, troppo tragico per Alajmo, che non si sogna nemmeno di usarlo. Ma la carica emotiva di certe pagine è così forte che scappa dai bordi, si insinua quasi di straforo, non voluta. Anche nel racconto di altri episodi, come quello che ha come protagonista suo figlio, a Parigi, non  raggiungibile in nessun modo proprio quando c'è l'attentato al Bataclan, che lui frequenta. Il passare delle ore, il cambiare delle emozioni, tra cui quella del "almeno voglio sapere cosa gli è successo". A pag. 141 utilizza questa tensione emotiva per spiegare una cosa atroce. Nel grande naufragio del 3 ottobre del 2013 molti dei naufraghi, prima di morire, invece di chiedere aiuto urlavano il loro nome, il loro indirizzo una, due, tre volte. Un dettaglio inesplicabile, ma la rasoiata di coscienza che a lui procura la tensione per il figlio in pericolo gli rivela il motivo. I naufraghi sanno di dover morire, e vogliono evitare ai propri cari l'angoscia che lui, come padre, ha provato per il figlio. Vogliono evitare loro "almeno voglio sapere cosa gli è successo". A me questa pagina mi ha colpito molto, ma ce ne sono altre di grande valore che mi sono entrate dentro. Oggi riporterò il libro, ma a malincuore. E' il primo che leggo e spero già che vinca.



(Linda Maria Figliozzi)








Roberto Alajmo, L'estate del '78, Sellerio, 2018 [ * ] 

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LA RAGAZZA CON LA LEICA
post pubblicato in Janeczek, Helena, il 10 luglio 2018
 

Un libro strano, questo. Molto originale da parte di questa scrittrice di origine ebreo-polacca. Racconta essenzialmente la vita di una ragazza, Gerda Taro, che ha scelto il lavoro di fotografare, guidata da un famoso maestro, noto al mondo come Robert Capa, ma lui, come lei, come l’autrice, ebrei.
L’originalità del libro è nella sua composizione. C’è un prologo ed un epilogo, e in mezzo tre parti, intitolate ai loro protagonisti, due amori di Gerda e una sua amica. Gerda rivive nei ricordi dei tre.
La foto che la ritrae in copertina, come la maggior parte di quelle riportate nel prologo e nell’epilogo, sono di Capa e di Gerda. E molte delle cose che le tre “voci narranti” (Willy, Ruth e Georg) raccontano, servono a ricostruire l’immagine di questa donna, morta giovanissima, travolta da un carro armato durante la guerra di Spagna. Nell’epilogo, come nel prologo, l’io narrante è l’autrice stessa, che – sulla base di testimonianze scritte (di cui ringrazia una biografa di Gerda) e di una mostra, curata sempre dalla stessa biografa – racconta in modo delicato e divertente alcuni tratti di Gerda, in particolare il suo rapporto – professionale e non solo – con Andrew Friedmann (più noto con lo pseudonimo di Robert Capa).
I tre protagonisti-voci narranti delle parti principali (Willy Chardack, un medico residente negli Stati Uniti, a Buffalo; Ruth Cerf, amica di Gerda; Georg Kuritzkes, scrittore, residente a Roma), raccontano, frugando nei loro ricordi, la loro personale “immagine” di Gerda Taro. Il ricordo dell’amica Ruth è della vita che le due amiche facevano, nel 1938, a Berlino. I ricordi di Willy e di Georg sono invece riattualizzati al tempo delle loro vite negli anni '60, ma risalgono ovviamente agli anni in cui si folleggiava a Berlino (1937-1938).
Non è facile recensire un libro come questo. Ma la sua lettura fa pensare con notevole intensità alla personalità di Gerda: a un lettore comune – quale io mi sento – questa “ragazza” appare originale ed anticonformista, nella Germania all’apice del Terzo Reich e dei suoi fasti. Va da sè che la vita di Gerda è “spericolata”, per dirla con Vasco Rossi; lo è tanto che – partita per la guerra di Spagna assieme a Robert Capa – non ritorna indietro viva e viene pianta da tutti i suoi amici, conoscenti ed amanti. 
Ritengo il libro molto valido, degno di lettura attenta: è un discreto scorcio della vita europea al termine degli anni Trenta e Quaranta. E lo raccomando a chi voglia farsi un’idea di quei tempi, che l’autrice ha descritto con mirabile chiarezza, ma senza accenni alla questione ebraica, nonostante il fatto che tutti i protagonisti siano ebrei e alla posizione germanica del tempo al riguardo.



(Lavinio Ricciardi)









Helena Janeczek, La ragazza con la Leica, Guanda, 2018 [ * ]


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RESTO QUI'
post pubblicato in Balzano, Marco, il 11 giugno 2018
 

A Curon Venosta nell’Alto-Adige un campanile romanico sembra galleggiare “come il busto di un naufrago sull’acqua increspata” di un lago. E’ ciò che resta di due vecchi borghi, Resia e Curon, sommersi dalle acque di una diga voluta dallo Stato italiano e realizzata dalla ex Montecatini nel 1950 per produrre l’energia elettrica, “l’oro bianco”. I campi, i masi, le strade vennero espropriati e distrutti, venne risparmiata soltanto la torre che oggi si erge sull’acqua azzurra, divenuta il simbolo della violenza del potere, ma anche dell’importanza e dell’impotenza delle parole. La maggior parte dei cittadini furono costretti a emigrare, solo poche famiglie hanno potuto ricrearsi una nuova vita nelle case, in seguito, ricostruite a poca distanza dal lago.
La storia di Curon riflette la storia dell’Alto-Adige, territorio di contrasti derivanti da diversi regimi: impero austro-ungarico, fascismo e nazismo in alternanza. Dalla visione di quel paese trae spunto l’invenzione narrativa dello scrittore, che ricostruisce la storia intima e personale della protagonista, Trina, attraverso le cui parole e ricordi trapela la grande Storia. E’ una donna forte, tenace che racconta le sue vicende intime attraverso le lettere scritte alla figlia scomparsa, che non ha smesso di aspettare, nella speranza che in qualche modo le parole gliela possano restituire. L’importanza delle parole è insieme al legame d’identità con la propria terra e le proprie radici un tema affrontato nella narrazione. Trina nella primavera del ‘23 si diploma, l’anno dopo la marcia su Bolzano di Mussolini, che aveva messo la città a ferro e fuoco, stravolgendo la tranquilla vita degli abitanti delle valli. Il duce aveva messo al bando il tedesco e ribattezzato in italiano strade, ruscelli, montagne, i cognomi e cambiato perfino le scritte sulle lapidi dei morti. Era proibito insegnare tedesco, che lei insegnerà di nascosto ai ragazzi del luogo. Quando alcuni anni più tardi insegna, non proprio volentieri, italiano a uno scolaro, dietro compenso in natura, confessa di trovare una certa musicalità nella lingua, che le avevano fatto odiare. Dopo l’armistizio i tedeschi prendono il controllo totale del territorio, licenziano gli impiegati statali e vietano l’italiano negli uffici pubblici. Deve constatare che l’italiano e il tedesco sono muri che continuano ad alzarsi. Le lingue  diventano marchi di razza. I dittatori le avevano trasformate in armi e dichiarazioni di guerra. L’arrivo dal comando di Merano di ordini annuncianti l’arruolamento imminente degli uomini getta nell’angoscia Trina e il marito Erich, che era tornato ferito dalla guerra qualche anno prima. Temendo la ritorsione del comando tedesco per non aver optato nel ’39 di partire per la Germania, Erich decide di disertare. Insieme alla moglie fuggono e si rifugiano in montagna con le difficoltà di procacciamento del cibo, del freddo e il pericolo della caccia dei tedeschi. I toni della narrazione si fanno sempre più drammatici. Un giorno, al ritorno da un giro in cerca di cibo, Trina scorge nella grotta, dove avevano trovato riparo, due tedeschi che stanno interrogando il marito. Per la loro salvezza li uccide con la pistola e li seppellisce nella neve, dopo averli privati delle armi. Finalmente riescono a raggiungere il maso di un giovane prete di Malles, a cui li aveva indirizzati il parroco Alfred. Con loro sono anche la madre del prete, una coppia di mezza età, con una figlia Maria, muta dalla nascita, a cui Trina insegna a scrivere. Le rappresaglie dei tedeschi alla fine del ’44 si intensificano, masi bruciati, disertori deportati. Passeranno alcuni mesi tutti accampati in un fienile, con ginepro e bacche come cibo, smagriti, ossuti, senza un brandello di tempo a cui aggrapparsi per resistere, mentre il resto del mondo si cancellava dalla memoria. La sapienza narrativa dell’autore crea nel lettore una forte emozione, transitando dalla bellezza del contatto con la natura, foriero della futura pregustazione di un buon cibo, alla orribile realtà dei massacri operati dei tedeschi. I fuggiaschi al ritorno da una passeggiata scoprono i cadaveri dei  genitori di Maria e la madre del prete orribilmente crivellati dai colpi di pistola dei tedeschi. Finalmente nella primavera del ’45 la guerra è finita e possono ritornare a Curon. La vita riprende il ritmo di sempre anche se non saranno più quelli di prima. Stremati dalla guerra ma nello stesso tempo pieni della voglia di rinascere, seppelliscono, insieme ai morti, tutto quello che si è visto e che si è fatto, prima di diventare macerie e prima che gli spettri diventino l’ultima battaglia. Trina può insegnare, ci sono due scuole, una tedesca l’altra italiana. Lo stipendio da maestra insieme alla falegnameria, in cui sono impegnati Erich e il figlio, consente loro di vivere dignitosamente. Ma li attende un’altra lotta fatta sempre di parole, contro i lavori della diga che riprendono dopo un periodo di abbandono che li aveva illusi dell’accantonamento del progetto. Nel gennaio del ’46 arrivano decine di trattori, le gru gettano terra sui camion, davanti al paese si apre un’immensa buca. Centinaia di manovali montano capannoni che dovrebbero diventare officine, mense, magazzini, ricoveri, uffici e laboratori. I campi non ci sono più, le distese verdeggianti sono scomparse, la terra vomita solo polvere. Il silenzio delle montagne è sepolto sotto l’incessante rumore delle macchine. Trina e Erich cercano di mobilitare tutti gli abitanti del paese e coinvolgere i sindaci dei paesi vicini, nel tentativo di fermare i lavori. Ma essi non rispondono alle sollecitazioni, i giovani emigrano, le persone mature sono desiderose di tranquillità con la fede in Dio. Ai sindaci faceva comodo la deviazione del fiume, perché non avrebbe esondato. Trina scrive ai giornali italiani, ai politici di Roma con la convinzione che le parole potessero smuovere le montagne, con il foglio davanti uscivano da sole e davano corpo alla rabbia. Le industrie stavano trattando il paese come se fosse un paese senza storia. Curon invece era una terra ricca di agricoltura e allevamento, dove regnava l’armonia tra masi, bosco, prati e sentieri. Una diga si può costruire altrove, mentre un paesaggio devastato non può rinascere, né replicare. La lotta prosegue con l’aiuto delle azioni di protesta di alcuni abitanti e l’appello a vari  politici, perfino al papa, da cui ottengono vaghe promesse. Dopo vari incidenti, la morte di alcuni manovali, l’intervento dei carabinieri, devono arrendersi. La diga è dietro di loro, sono pronti anche i fabbricati delle abitazioni provvisorie, al di la del paese, che ospiterà gli abitanti in attesa delle costruzioni nuove. S’impossessa della donna la rassegnazione dei condannati a morte. La domenica, in cui si celebra l’ultima messa, Trina l’ascolta distrattamente e guardando la croce pensa che non valga la pena morire sulla croce, è meglio nascondersi, farsi tartarughe e ritirare la testa nel guscio per non guardare l’orrore che c’è fuori. Il suo desiderio più grande è di continuare a vivere a Curon, in quel paese senza possibilità, senza voler sapere niente del futuro e senza nessun’altra certezza che restare. Nel 1950 viene inaugurata la diga ma l’acqua impiega quasi un anno a ricoprire tutto, è salita lentamente fino a metà della torre.
Nel tempo la vita riprende lentamente un’apparente normalità. Trina continua a insegnare, abita in una nuova casa. Ha perso il marito, più che per malattia di cuore, forse per stanchezza della vita: non aveva più le bestie, non abitava più nella sua vecchia casa, non era più niente di quello che voleva essere. Le case nuove somigliano a quelle di qualsiasi borgo, con gerani sui balconi e le tendine alla finestre. Il lago artificiale con il campanile è diventato un’attrazione turistica. Anche le ferite che non guariscono smettono di sanguinare... Andare avanti è l’imperativo e l’insegnamento della nostra forte e tenace eroina.




(Anna Velia Violati)








Marco Balzano, Resto quì, Einaudi, 2018 [ * ]

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STORIE DEL QUADRARO
post pubblicato in Novelli, Chiara, il 9 aprile 2018
 

Ho finito di leggere da poco questo libro, che mi ha fatto tornare all’infanzia. In realtà il libro – che copre un arco di tempo che va dall’aprile 1952 al settembre 1960, mi vede (come età) liceale – universitario. Ma non è questa la ragione del ritorno all’infanzia, si proprio ai 12 – 13 anni.
L’autrice ha scritto quello che per me è un capolavoro, e che racconta storie di un quartiere famoso a Roma, con una fama di quartiere mal abitato, nomea assolutamente immeritata. L’autrice, nella sua prefazione, dice testualmente: “… quel posto ce l’ho nell’anima”, e l’intera opera ne fa fedele testimonianza. Ma… provo ad andare con ordine.
Come ho già detto, parlandone proprio all’autrice, figlia di un mio carissimo collega ed amico, avevo una cugina che viveva con la sua famiglia al Quadraro: era una bellissima donna, cugina prima di mia madre e – proprio nella mia età pre-adolescenziale – ci siamo frequentati. Io e i miei genitori con mio fratello siamo andati a trovarli – abitavano a via dei Quintili – e ricordo perfettamente di non aver trovato grandi differenze tra il Quadraro e il quartiere di piazza Bologna, dove abitavamo all’epoca, tanto che la cosa fu materia di discussione con mia madre, proprio per le chiacchiere che venivano fatte su quel quartiere e che, dopo la visita, avevo trovato ingiuste. 
Quindi, quando ho sentito (o letto su uno dei social che frequento sul web) di questo libro, ho subito avuto voglia di leggerlo. Ed eccomi qui a parlarne, con molto più entusiasmo di quanto pensassi prima della lettura.
La scrittura dell’autrice è fluida, armoniosa, mai pesante. Il  libro – come dice il titolo, un libro di racconti – si legge in fretta e agevolmente. La prosa è fresca, giovanile, immediata, e le storie, che l’autrice dice vere, arricchite solo dalla sua fantasia, sono storie di quartiere con personaggi presi dalla vita quotidiana. Novelli le esplicita con una scrittura semplice ed efficace, si da farne tanti piccoli capolavori. 
Credo davvero che il Quadraro possa essere orgoglioso di aver ispirato le storie raccontate; come ho già detto, leggendole sono tornato ai miei dodici – tredici anni e al quartiere di Piazza Bologna, dove abitavo. E alle storie che tra amici ci raccontavamo allora, e anch’esse vertevano su persone del quartiere, fossero belle ragazze o adulti sui quali si raccontavano imprese più o meno credibili. Purtroppo la mia memoria non mi fa ritornare nessuna di quelle “imprese” alla mente (almeno a livello da poterle raccontare), ma il clima descritto nel libro e relativo al Quadraro posso dire che mi ricorda molto quello che vivevo a quell’epoca nel mio quartiere. Sia al ginnasio, al liceo e all’università sono andato sempre a piedi da casa e quindi alcune cose le vedevo e percepivo (“Basta saper osservare”, dice sempre Novelli nella sua prefazione) nelle mie camminate quotidiane. 
Molte storie hanno per protagonisti ragazzi, che pian piano crescono (il libro, come ho detto, copre un arco di otto anni, anni che Novelli ha ricostruito dai racconti di persone più grandi di lei - in quegli anni lei non era neppure nella mente dei suoi genitori, credo non ancora sposati): una fra tutti, una ragazza di nome Sabina, mi ha colpito più degli altri. E’ presente quasi in ogni storia, e tra i personaggi spicca per la serietà dei suoi pensieri e delle sue azioni, e per la generosità con la quale va incontro agli amici/amiche, aiutandoli a risolvere i loro problemi.
Le storie sono diciotto, per un totale di 207 pagine, più due di prefazione e biografia dell’autrice. Anche in questo Novelli è originale, rispetto a tanti scrittori dei nostri tempi. Dalla scrittura, alla concezione del libro e della sua struttura, fino all’edizione autonoma, Novelli mostra una creatività non comune, che rende il libro ancor più pregiato e valido,
Altro pregio da sottolineare, che mi ha richiesto – curioso come sono – una continua consultazione delle mappe per trovare i luoghi, è che le vie, in ogni storia, sono tutte vie reali del Quadraro. E così chi è pratico di Roma può agevolmente “camminare” per il quartiere leggendo le storie. Questo pregio non è così frequente anche in scrittori di racconti, sia italiani che stranieri (penso a Dickens o a McEwan).
Voglio però ancora sottolineare la freschezza che c’è in tutta l’opera: la lettura agevole e facile è sempre divertente, anche quando si parla di fatti non proprio belli da descrivere. A mio avviso il libro, estremamente consigliabile ad ogni tipo di lettori, è particolarmente indicato per i più giovani, che possono riconoscersi in qualcuno dei personaggi. 



(Lavinio Ricciardi)









Chiara Novelli, Storie del Quadraro, Youcanprint, 2017 [ * ]




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