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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
DIORAMA AMBIENTALE
post pubblicato in Diario, il 28 gennaio 2011

 

“… il benessere economico non fa piacere all’anima
quanto la Bellezza e la Giustizia.”

James Hillman.

Una volta Henri Cartier-Bresson disse che la fotografia: “… è trattenere il fiato quando tutte le nostre facoltà convergono per catturare la realtà sfuggente; [...] è mettere sulla stessa linea di mira testa, occhio e cuore.”
Scoprii il vero senso delle sue parole quando guardai un gruppo di scatti di W. Eugene Smith, un altro grande fotografo del Novecento [ * ]. Negli scatti perfetti di Minamata [ * ], l’arte della fotografia smette di essere una debole voce e si rende capace “di richiamare i nostri sensi verso la conoscenza di qualcuno”. Le fotografie a volte “possono provocare delle emozioni così forti da fungere da catalizzatore per il pensiero” (Smith). In particolare una, definita la Pietà del fotogiornalismo, conosciuta come Tomoko Uemura in her bath. Questa fotografia se associata alla Pietà di Michelangelo, è l’espressione pura dell’amore. 
                                                                     
La tecnica, la simmetria di questo scatto magnifico e toccante, l’uso sapiente di luce e ombra, rende unica questa rappresentazione, che apre su una realtà di visione molto più ampia. E’ in un certo senso una provocazione voluta da Smith. Ed è nello stesso tempo un modo così delicato scelto da lui per farci entrare nelle esistenze di Tomoko e Ryoko. Ryoko, la madre che lava con cura e dedizione la figlia, nata cieca, muta, con arti deformi. Una drammatica malattia causata dall’avvelenamento da mercurio metilico a Minamata, in Giappone. La loro vita contiene in sé la tragedia delle vittime da inquinamento, che la noncuranza umana è in grado di provocare. 
Diversamente della Pietà Vaticana dove Michelangelo scolpì con perfezione i corpi [ * ], la fotografia di Smith, per i messaggi nascosti, la capacità evocativa e la riflessione, ricorda la Pietà Rondanini. L’ultima sublime opera del maestro del Rinascimento italiano, sbozzata ed incompiuta. Forse volutamente  [ * ].                      
Eppure il corpo di Tomoko sbozzava armonia nelle immagini che Ryoko sognava, mentre la scintilla di vita cresceva in lei. L’avidità di un’industria spezza silenziosamente la bellezza dell’esistenza, che superava le xilografie di Hiroshige [ * ]. La Chisso Corporation per decenni (dagli anni trenta del Novecento fino alla fine degli anni sessanta) scaricò veleno nelle acque limpide di una baia incantata di pescatori, dove la vita scorreva da sempre placida e in perfetto accordo con l’ecosistema. Cambiò prima della nascita la vita di una creatura che poteva essere meravigliosa. Se chiudi gli occhi, la vedrai camminare bagnata dalla luce della luna, respirare il profumo inebriante dei pini. Lo vedi, il kimono bianco esalta la sua pelle ambrata che odora di vento. Il mare le sfiora i piedi nudi, mentre la voce delle onde le parla d’amore. E’ stupendo pensarla così, come Hatsue, la ragazza dell’Isola del canto - Uta-Jima. In un villaggio di pescatori in cui la poesia dei sentimenti interagisce con il canto della natura. Dentro un paesaggio incontaminato, selvaggio e mite. Nel racconto La voce delle onde di Yukio Mishima [ * ]. Come lei avrebbe rapito il cuore tenero e forte del suo Shinji. Ma non fu così, non finì così. Il destino di Tomoko, segnato dalle acque del mare, fu quello di diventare suo malgrado il grido non urlato di tutte le vittime.                                                                        
Mentre posi lo sguardo sulla fotografia di Tomoko e negli scatti di Minamata non puoi rimanere indifferente. Anche dopo anni si riesce a sentire la richiesta di giustizia delle vittime, ti si gela il sangue, prende fuoco il cuore, si accende la mente.
A distanza di tempo, attraverso la letteratura, prima Dominique Lapierre e Javier Moro con Mezzanotte e cinque a Bhopal [ * ] [ * ], poi Indra Sinha con Animal [ * ], catalizzano con la stessa forza di Smith il nostro pensiero. Scrivono del disastro causato dall’esplosione dei gas micidiali dell’industria chimica Union Carbide, a Bhopal, in India, nel 1984. Attraverso le pagine di questi libri ci si tuffa nel cuore della visione di un altro diorama ambientale, umano e sociale. Un’altra catastrofe provocata dall’uomo all’uomo, che evoca in chiave contemporanea la locuzione homo homini lupus est di Plauto. Bhopal, era un tempo città di rose e tolleranza religiosa, capitale del Madhya Pradesh [ * ]. Luogo magnifico con fiumi sacri e laghi lapislazzulo, come i talismani dell’India. Talismani le cui forze si spezzano davanti a cieli diventati improvvisamente rossi in una notte di dicembre. Mese propizio secondo la tradizione in India. In quella notte, nella ventilata Bhopal, respirare significava sopravvivere per poi morire. 
Anche le grandi opere dei piani quinquennali nei paesi dell’ex blocco dell' Est sono responsabili di tragedie ecologiche: ricorda la primavera radioattiva di Chernobyl [ * ]. Era il 26 aprile del 1986. 
Anche la mia terra, l’Albania, è un luogo in cui i sogni di gloria del sistema lasciano in eredità alle generazioni malattie e morte da inquinamento. Il mostro metallurgico, ex - Mao Tse-tung, deturpa il paesaggio e la vita, mentre la città di Elbasan è solo un altro luogo inquinato nel mondo [ * ]. Sembra però da alcune “scelte economiche” che si fanno oggi in Albania e in altri paesi, non solo dell’Est europeo, che i governi non abbiano imparato nulla. Accordi internazionali sull’ambiente e clima, da Rio de Janeiro a Copenhagen [ * ], si spezzano con la fragilità degli involucri di creta nel mondo industrializzato e nei paesi del Sud che si accingono inconsciamente in questa direzione. Non pensando al prezzo che devono pagare le generazioni future. Alimentando il divampare della distruzione della natura. Non guardando al divenire, non rispettando i cicli della madre terra. La scalziamo e la denudiamo come un padrone famelico la sua schiava incatenata. E non vogliamo capire che la nostra ostilità sta seminando la distruzione ecologica.
L’inquietante diorama odierno invita alla riflessione e all’insegnamento delle culture indigene, considerate ingiustamente minori ancora oggi. Esse hanno da sempre saputo che l’uomo è solo una particella della biosfera. Dove animali, alberi e piante, intese come motore propulsore della magnificenza della biodiversità, sono indispensabili per la sopravvivenza della vita del pianeta. Dobbiamo imparare il rispetto verso noi stessi, ma anche il rispetto verso la Flora e la Fauna. Suonano attuali più che mai le parole di Orso in Piedi, uno degli ultimi capi Sioux: “Quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo pesce pescato, l’ultimo animale libero ucciso; vi accorgerete che non si può mangiare il denaro” [ * ].
E’ il tempo di attuare delle regole condivise, che scuotano il torpore di un’umanità troppo spesso nel corso della sua storia egocentrica, ingorda e incurante verso la distruzione della vita nel nome del benessere economico. Giungerà il giorno in cui capiremo che amare la Bellezza e la Giustizia non è una questione ideologica?


(Rezarta Cuko)
                                           


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 28/1/2011 alle 15:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
LA SALUBRITA' DELL'ARIA
post pubblicato in Parini, Giuseppe, il 25 gennaio 2011

Nel 1759 Giuseppe Parini, intervenendo  ad una seduta pubblica dell’Accademia dei Trasformati, che aveva come tema l' “aria”, lesse un’ode dedicata ad un argomento ecologico, di sorprendente attualità.

La salubrità dell’aria, l’opera di cui parliamo, era la risposta letteraria del poeta illuminista, nato in Brianza e vissuto a lungo a Milano, ad un provvedimento del Maestrato della Sanità, una sorta di odierno assessorato alla Salute e all’Igiene, che vietava di riversare nelle strade cittadine acque putride e carogne di animali.

Parini contrappone nel componimento l’aria pura del suo paese nativo, Bosisio, a quella maleodorante e nociva della città, che era una conseguenza non solo della mancanza di servizi igienici nelle abitazioni o di nettezza urbana, ma anche dell’uso di porre le marcite per il riso nei pressi dell’insediamento urbano per avere foraggio abbondante per i cavalli che trainavano le sontuose carrozze dei ricchi.

                  

                      Pèra colui che primo

                   a le triste, oziose

                   acque e al fetido limo

                   la mia cittade espose;

                   e per lucro ebbe a vile

                   la salute civile. 

 

[Muoia colui che per primo espose la mia città alle acque stagnanti ed al fango maleodorante; e che per interesse non si curò della salute dei cittadini]

 

Il poeta non si limita, quindi, a contrapporre l’aria incontaminata della campagna a quella inquinata della città, ma vede nel guadagno la causa di questo disprezzo della salute e del benessere dei suoi abitanti.

 

                       Ben larga ancor natura 

                    fu a la città superba

                    di cielo e d’aria pura:

                    ma chi i bei doni or serba

                    fra il lusso e l’avarizia

                    e la stolta pigrizia?

 

[La natura fu prodiga di cielo e d’aria pulita verso la città arrogante: ma chi è ora capace di conservare questi doni preziosi, visto che generalmente predominano il desiderio di fare sfoggio di ricchezza, l’avidità e l’inerzia ottusa?]

 

L’attacco contro gli interessi privati che fanno scempio dei doni della natura è qui senza ambiguità, anche se nella opposizione tra città (superba) e campagna (innocente) è facile rintracciare una permanenza di motivi schiettamente classici, ed in particolare virgiliani ed oraziani, propri della formazione di questo poeta, certamente proiettato verso una cultura nuova, ma ancora molto legato alla tradizione. 

L’ardore e l’ardire di Parini si spinge, però, fino al punto di inserire nella sua ode temi impoetici per eccellenza, almeno per la poesia non di ambito comico-parodico, come, ad esempio, la Secchia rapita di Tassoni, ovvero  legati alla sfera del ventre, del basso, degli escrementi. Il poeta polemizza, infatti, contro l’uso delle “navazze” stercorarie che percorrevano aperte di notte le strade cittadine, diffondendo il loro fetore, per trasportare fuori Milano i liquami dei pozzi neri: 

 

                        Né a pena cade il sole 

                      che vaganti latrine

                      con spalancate gole

                      lustran ogni confine

                      de la città, che desta

                      beve l’aura molesta.

 

[Né [ci si cura che] al tramonto le navazze stercorarie con le loro aperture spalancate percorrano ogni parte della città, che appena risvegliatasi, respira l’aria fetida] 

 

Oppure:

 

                       Quivi i lari plebei 

                     da le spregiate crete

                     d’umor fracidi e rei

                     versan fonti indiscrete

                     onde il vapor s’aggira

                     e col fiato s’inspira.

 

[Qui le case dei poveri dai vasi da notte versano le deiezioni umane in rivoli spiacevoli, per cui l’odore vaga e s’inspira respirando] 

 

Le nobili sineddochi e metonimie, il ricorso ad un linguaggio specialistico di ambito scientifico, l’adesione alle teorie sensistiche, che Parini esibisce in queste ed in altre strofe del componimento, non mascherano la chiarezza e la spregiudicatezza con cui il poeta illuminista tratta l’argomento, col trasparente intento di suscitare l’indignazione pubblica e di spronare l’operato delle autorità. 

Come se oggi un poeta ardisse scrivere versi sulla spazzatura di Napoli o di Palermo, oppure dedicasse un componimento alla sterminata discarica di Malagrotta o al problema dello smaltimento dei rifiuti radioattivi delle centrali nucleari. 

 

Salvaguarda Parini dalla prosaicità l’intento,già proprio dei poeti classici come Orazio, di scrivere poesia al tempo stesso bella e utile, come testimonia l’ultima strofa dell’ode. 

 

                      Va per negletta via 

                    ognor l’util cercando

                    la calda fantasia

                   che sol felice è quando

                    l’utile unir può al vanto

                    di lusinghevol canto.

 

[L’ispirazione poetica percorre una strada trascurata dagli altri poeti quando persegue solo gli insegnamenti utili, mentre è fertile quando è in grado di unire l’utile al bello] 

 

In altri termini le tematiche più triviali o basse oppure di carattere divulgativo o pedagogico divengono davvero poetiche quando sono espresse in un linguaggio nobile, evocativo e tale da suscitare elevati sentimenti: amore e rispetto per la vita parsimoniosa e secondo natura; indignazione contro l’avidità o il malgoverno che non si curano minimamente del benessere collettivo; sobrietà e decoro morale. Anche se in questi principi etici ed estetici l’influsso della tradizione classicistica è rilevante, vedere nell’abate Parini l’anticipatore di una sensibilità attenta a preservare l’armonioso equilibrio tra l’uomo e l’ambiente che lo ospita non appare fuor di luogo. 

 

La visione idealizzata del mondo agricolo antitetica alla realtà corrotta della città, di ascendenza classica, opera potentemente nel poeta lombardo, come in altri scrittori, quali Manzoni. L’immagine della campagna e dei contadini, le cui condizioni di vita erano in realtà miserrime, ha venature utopistiche, ma l’amore per la natura del poeta illuminista e fisiocratico è spontaneo e sincero:

 

                   Io dei miei colli ameni 

                nel bel clima innocente

                passerò i dì sereni

                tra la beata gente

                che di fatica  onusta

                è vegeta e robusta

 

[Io trascorrerò dei giorni sereni nel piacevole clima salutare dei miei bei colli, tra la gente di campagna fortunata che, pur essendo oppressa  dalla fatica, è robusta e vitale] 

 

L’idealizzazione della campagna, la sua contrapposizione con la città perigliosa e corrotta non sono proprie solo di Parini, ma di numerosi altri scrittori, come il suo conterraneo e di poco successivo Manzoni, che, forse, si ricordò dell’ode del predecessore illuminista nel suo romanzo I Promessi sposi, come suggerisce il seguente brano, tratto dall’XI capitolo, che descrive l’ingresso a Milano di Renzo Tramaglino:  “[…] vide quella gran macchina del duomo sola sul piano, come se, non di mezzo una città ma sorgesse in un deserto; e si fermò su due piedi, dimenticando tutti i suoi guai, a contemplare anche da lontano quell’ottava meraviglia, di cui aveva tanto sentito parlare fin da bambino. Ma dopo qualche momento, voltandosi indietro, vide all’orizzonte quella cresta frastagliata di montagne, vide distinto e alto tra quelle il suo Resegone, si sentì tutto rimescolare il sangue, stette lì alquanto a guardare tristemente da quella parte, poi tristemente si voltò, e seguitò la sua strada.”. La città attrae con le sue meraviglie, la campagna seduce con la sua purezza, tanto più cara a chi è costretto a lasciare il proprio paese, tutto ciò che è suo e che ama, dall’arroganza e dalla prepotenza del potere.

 

Come si può constatare attraverso queste brevi riflessioni, il tema ecocritico si intreccia con numerosi altri spunti, sentimentali, politici e legati alla tradizione, che lo liberano da una sterile dimensione nostalgica o idilliaca o esclusivamente polemica, per sostanziarlo di valenze molteplici, già operanti nelle coscienze più vigili dei secoli trascorsi.

 

 

 

 

 

(Adriana de Nichilo)








Giuseppe Parini, Le odi (La salubrità dell'aria), Guanda, 2010 [ * ] [ * ]    
 









vedi quì 

 

 

 

 

 

 

LA SPECULAZIONE EDILIZIA
post pubblicato in Calvino, Italo, il 14 gennaio 2011



Italo Calvino, ne La speculazione edilizia, descrive con impressionante lucidità una mutazione antropologica in atto. Il protagonista, Quinto Anfossi, è un intellettuale di piccolo calibro, irresistibilmente attratto dal nuovo mondo della speculazione, e per questo in contrasto con la borghesia conservatrice di appartenenza. Ne risulta un personaggio moralmente irrisolto, sempre ambivalente tra più mondi in conflitto tra loro. La “necessità” (un debito nei confronti dello stato per via delle tasse) fa da innesco all’allucinato precipizio del protagonista nel tentativo di impiantare a sua volta un’attività speculativa, in una libidinosa cupio dissolvi inarrestabile. Calvino descrive con precisione l’acquisizione di un altro linguaggio da parte di un intellettuale originariamente animato dagli ideali della Resistenza. E’ il linguaggio degli homini novi della Ricostruzione. Calvino descrive fisicamente lo speculatore Casotti: ”La faccia dell’uomo, larga e carnosa, era come fatta di una materia troppo informe per conservare i lineamenti e le espressioni, e questi erano subito portati a sfarsi, a franare, quasi risucchiati non tanto dalle grinze che erano marcate con una certa profondità solo agli angoli degli occhi e della bocca, ma dalla porosità sabbiosa di tutta la superficie del viso. Il naso era corto, quasi camuso, e l’eccessivo spazio lasciato scoperto tra le narici e il labbro superiore dava al viso un’accentuazione ora stupida ora brutale, a seconda ch’egli tenesse la bocca aperta o chiusa. Le labbra erano alte intorno al cuore della bocca, e come alonate d’arsura, ma scomparivano del tutto sugli angoli come la bocca si prolungasse in un taglio fino a metà guancia; ne veniva un aspetto di squalo, aiutato dal poco rilievo del mento, sopra la larga gola. Ma i movimenti più innaturali e faticosi erano quelli che spettavano alle sopracciglia: al sentire per esempio la secca risposta di Quinto: “E’ troppo bassa”, Casotti fece per raccogliere le chiare e rade sopracciglia nel mezzo della fronte, ma non riuscì che a sollevare d’un mezzo centimetro la pelle sopra l’apice del naso rincalzandola in un’instabile ruga circonflessa e quasi ombelicale; tirate su da questa, le corte sopracciglia canine da spioventi che erano diventarono quasi verticali, tutte tremanti nello sforzo di star tese, e propagando il loro increspio alle palpebre che s’arricciavano in una frangia di rughine minutissime e vibranti quasi volessero nascondere l’inesistenza delle ciglia [...] La sua faccia, chiusa negli occhi, inespressiva nella bocca aperta, consisteva tutta nelle guance, disarmata. E sulla guancia sinistra, poco sopra i confini della granulosa superficie della barba, quasi sotto l’occhio, Quinto vide il graffio ancora fresco della rosa. Questo particolare pareva insinuare, in quel cotto viso d’uomo maturo, una specie di fragilità infantile, come anche del resto i capelli tagliati corti, quasi rapati sulla testa tutta collottola, e come il tono piagnucoloso della voce e lo stesso modo un po’ smarrito di guardare le persone. [...] Allungava e torceva il viso in smorfie e strabuzzamenti, si grattava la capigliatura spettinata [...]" Nelle pagine di Calvino, nella densità delle questioni, c’è tutto l’avvelenamento della coscienza, la funzione catartica dell’intelligenza di fronte al carattere brutale del tema della speculazione, la nostalgia di una nuova classe generale che sappia farsi interprete del nuovo, la compromissione morale, la crisi se non la fine della sinistra.                                                                                       Una serie di coppie oppositive scorrono sottofondo: madre/figlio, passato/presente-futuro, sentimento/ragione opportunista, Resistenza/Ricostruzione, natura/progresso. Dietro la sua risata afona Calvino nasconde una critica tremenda del modello politico dell’Italia del dopoguerra.

Ma al solito volendo contrastare sé stesso (in una scherma dove ormai non si sapeva più che cosa di lui fosse autentico e cosa coartato) si persuadeva che proprio la nuova borghesia degli alloggetti fosse la migliore che l’Italia potesse esprimere.




(Carlo Verducci)
 

 

 

 

 

 
 

 

 

Italo Calvino, La speculazione edilizia, Mondadori, 1994 [ * ]

 

 

 










 

LA SPECULAZIONE EDILIZIA
post pubblicato in Calvino, Italo, il 14 gennaio 2011

Nel romanzo breve La speculazione edilizia Italo Calvino racconta una storia emblematica dell'Italia del boom economico. Tutto accade nella riviera ligure alla fine degli anni '50. E' una febbre che scoppia improvvisa e stravolge persone e luoghi. Anzi, più che una febbre è un'epidemia. Si demoliscono vecchie ville per costruire palazzine da affittare, si sopraelevano edifici esistenti, ogni spazio verde viene visto come occasione di speculazione immobiliare. Spariscono boschetti di bambù e araucarie secolari, scompare alla vista, pezzo a pezzo, il paesaggio: il muro, il fico, la noria, le canne, la scogliera.

Nelle cittadine in salita, a ripiani, gli edifizi nuovi facevano a chi monta sulle spalle dell'altro, e in mezzo i padroni delle case vecchie allungavano il collo nei soprelevamenti. A ***, la città di Quinto, un tempo circondata da giardini ombrosi d'eucalipti e magnolie dove tra siepe e siepe vecchi colonnelli inglesi e anziane miss si prestavano edizioni Tauchnitz e annaffiatoi, ora le scavatrici ribaltavano il terreno fatto morbido dalle foglie marcite o granuloso dalle ghiaie dei vialetti, e il piccone diroccava le villette a due piani, e la scure abbatteva in uno scroscio cartaceo i ventagli delle palme Washingtonia, dal cielo dove si sarebbero affacciate le future soleggiate-tricamere-servizi.

Quinto, il protagonista della storia, si lascia coinvolgere dall'ansia che pare aver contagiato tutti, vuole anche lui partecipare alla frenesia che sta cambiando il volto della città e si lancia a testa bassa nell'avventura. Il pretesto è la necessità di denaro per pagare le tasse. Così Quinto decide di darsi agli affari, utilizzando in modo spregiudicato il giardino che circonda la villa di famiglia, abitata dalla vecchia madre ormai sola.
Ed è nelle vicende del giardino, nelle parole che Calvino usa per descriverne gli stravolgimenti e la distruzione, che diviene palese lo scempio a cui sono state sottoposte le coste della Riviera.
Anna Re, nel libro Americana verde, osserva che i media illustrano con insistenza la crisi ambientale che stiamo vivendo, parlandone in termini globali. Da tale prospettiva non si riesce a provocare un coinvolgimento e si genera spesso solo ansia astratta. E' solo riducendo il campo di azione e occupandoci di chi ci è vicino, di ciò che amiamo, che comprendiamo quanto sia prossimo alla nostra quotidianità ciò che sta accadendo intorno a noi. E' questa l'operazione che Calvino porta avanti, descrivendo nei particolari ciò che succede del giardino, o meglio, di quella parte del giardino su cui Quinto ha deciso di costruire una palazzina.

Era questo terreno "della vaseria" un appezzamento un tempo coltivato ad orto, annesso alla parte più bassa del giardino, dov'era appunto una casetta, un vecchio pollaio, adibito poi a deposito di vasi, terriccio, attrezzi e insetticidi. (...) Quest'orto, la madre (...) era andata invadendolo delle sue piante da giardino, facendone una specie di luogo di smistamento, di vivaio, e aveva adattato l'ex pollaio a vaseria. Così il terreno aveva rivelato doti d'umidità e d'esposizione specialmente raccomandabili per certe piante rare, che accolte là provvisoriamente vi s'erano poi stabilite; e aveva ora un suo disarmonico aspetto, tra agricolo, scientifico e prezioso, e là più che in ogni altro luogo aiolato e inghiaiato del giardino alla madre piaceva sostare.

Il vecchio orto lasciato a sé stesso fa pensare alle riflessioni di Thoreau sulle trasformazioni della natura, ove c'è posto sia per la clematide selvaggia che per il cavolo. E' diventato un luogo spontaneo, dall'aspetto disordinato e bizzarro, regolato da una misteriosa armonia, ed esercita per questo un fascino a cui è difficile sottrarsi, per un amante di piante e fiori. Infatti è proprio la “vaseria” l'angolo di giardino che la madre predilige.
Quinto si mette in società con un ambiguo costruttore giunto in città da un paesetto dall'entroterra, che costruirà la palazzina e cederà una parte dell'immobile ai proprietari del terreno a titolo di pagamento. Gli appartamenti si affitteranno alle famiglie che verranno in villeggiatura per godere il mare, garantendo un reddito. Per sfruttare fino in fondo l'impresa, Quinto decide di ampliare la nuova costruzione utilizzando anche la “fascia dei miosotis”, un tratto di giardino immediatamente sovrastante il terreno della “vaseria”, così chiamato perché aveva al centro un'aiola di nontiscordardimè.
Prima della firma del contratto si fa un sopralluogo sul terreno.

...fiori e foglie sotto il sole prendevano un aspetto di rigoglio gioioso, sia le piante che le erbacce; a Quinto sembrava di non essersi mai accorto che una vita così fitta e varia lussureggiasse in quelle quattro spanne di terra, e adesso, a pensare che lì doveva morire tutto, crescere un castello di pilastri e mattoni, prese una tristezza, un amore fin per le borragini e le ortiche, che era quasi un pentimento.

Ma Quinto non torna indietro. L'affare si conclude e iniziano i lavori. Con lo scavo.

Il luogo cambiava aspetto e colore. La terra più profonda veniva alla luce, d'un bruno carico, con un forte umido odore. Il verde vegetale del soprassuolo spariva nei cumuli al rimbocco delle fosse sotto palate di terra soffice e zolle restie allo sfarsi. Alle pareti dello scasso affioravano nodi di radici morte, chiocciole, lombrichi. La madre, dal giardino, tra le piante fitte, i fiori che lasciava afflosciarsi sugli steli senza coglierli, gli arbusti alti, i rami delle mimose, allungava lo sguardo a spiare ogni giorno l'affossare del terreno perduto, poi si ritirava nel suo verde.

La terra è colpita, violata, ferita. La madre soffre e si rinchiude in se stessa. Vede la nuova costruzione avvolta nei ponteggi e cerca di viverla come un fastidio momentaneo.

Avvolta nel castello delle impalcature, come un mucchio confuso d'assi, corde, secchi, setacci, mattoni, impasti di sabbia e calce, la casa cresceva nell'autunno. Già sul giardino si abbatteva la sua ala d'ombra; il cielo alle finestre della villa era murato.Ma sembrava ancora una cosa provvisoria, un ingombro, che poi si toglie come s'è tirato su; e così cercava di considerarlo la madre, appuntando la sua scontentezza contro questi aspetti transitori, come oggetti che cadevano dalle impalcature sulle aiole, disordine di travi sulla strada, ed evitando di considerare la casa come casa, come qualcosa che sarebbe stata per sempre piantata lì sotto i suoi occhi.

La costruzione va avanti, sempre più oppressiva, fino alla copertura.

La madre era in giardino. I caprifogli odoravano. I nasturzi erano una macchia di colore fin troppo vivo. Se non alzava gli occhi in su, dove da tutte le parti s'affacciavano le finestre dei casamenti, il giardino era sempre il giardino (...) Una lumaca saliva per un'aguzza foglia di iris: la staccò, la buttò per terra. Uno scoppio di voce le fece alzare il capo: lassù in cima alla costruzione stavano dando il bitume alla terrazza. La madre pensò che era più bello quando facevano le case coi tetti di tegole, e quand'era finito il tetto ci mettevano sopra la bandiera.

Quinto è in casa, a fare e rifare i conti dell'investimento immobiliare. Il sole sparisce presto dietro la nuova costruzione e
tra le stecche delle persiane la luce che batteva sull'argenteria del buffet era sempre meno, era adesso solo quella che passava tra le stecche più alte e si spegneva a poco a poco, sulle curve lustre dei vassoi, delle teiere...

Con il sole che si spegne si conclude la storia. L'argenteria non scintilla più. Lo sguardo fa fatica a trovare il cielo e gli occhi sono in ombra. Dalla villa non si vedono più i tetti della città nuova e i bassi quartieri della marina e del porto, nè il versante della collina con orti, uliveti e campi di garofani scintillanti di serre. Solo un sovrapporsi geometrico di parallelepipedi e poliedri, spigoli e lati di case, muri ciechi per servitù contigue con solo i finestrini smerigliati dei gabinetti uno sopra l'altro. Tutta la Riviera è così. L' atavico senso morale della gente di mare, fatto di sobrietà e ruvidezza ed understatement, è smarrito per sempre. La terra è stata stuprata e il cielo si è nascosto. Il legame tra gli uomini e il territorio va in pezzi. La Riviera è invasa da una folla civile, realizzatrice, adultera, soddisfatta, cordiale, filistea, familiare, bemportante, ingurgitante gelati, tutti in calzoncini e maglietta (...) un fiume pingue e superficiale sull'accidentata realtà italiana. Sono i nuovi ricchi delle metropoli del Nord, che si appropriano di un ambiente che ha perduto la sua anima.
La Riviera è oggi completamente cementificata. Solo in brevi tratti, rigidamente vincolati, si respira ancora lo spirito del luogo.



(Rita Cavallari)






Italo Calvino, La speculazione edilizia, Mondadori, 1994 [ * ]

IL CIOCCO
post pubblicato in Pascoli, Giovanni, il 27 novembre 2010



Sullo schermo del mio computer è aperto Google Earth. La terra, la nostra casa. Con un colpo di mouse posso avvicinarmi, il mondo mi viene incontro e si rivela. Mi tuffo in un territorio che conosco bene, la città in cui vivo, una strada, casa mia. Giro gli occhi e guardo fuori dalla finestra il grande cedro che fa ombra sul terrazzo: è lo stesso albero che compare sul computer, proprio lui, il mio. Mi allontano, il cedro scompare in un reticolo di strade, poi in una distesa verde. Tutto si raggruma, in un attimo mi ritrovo nella stratosfera. Sono su un'astronave e guardo la terra che rimpicciolisce. Navigo nell'universo, compaiono altri mondi, soli stelle. Gli astri si uniscono in immagini fantastiche, animali, mostri, figure umane. Compaiono dei nomi: orsa, leone, ariete, corona, lira.
Quattro stelle a forma di trapezio formano la costellazione del corvo. Anche sul ramo di cedro fuori dalla finestra c'è un un uccello dalle piume nere, simile a un corvo. In realtà è una taccola, perché le piume della nuca sono grigie e le ali hanno riflessi blu. A volte la sorprendo a raspare nei vasi dei gerani in cerca di vermi, ma quando si sente osservata vola via gracchiando. Si posa su un ramo secco e riprende la caccia tra il legno e la corteccia. Col becco robusto fruga nelle giunture spezzate, dove la fibra legnosa si disfa e incomincia a marcire. In quei punti l'albero è abitato da un brulicare di piccole creature. Sono coleotteri, formiche, termiti, e anche microscopici insetti ciechi, primitive forme di vita nascoste nell'umida oscurità.
E' quello che Pascoli, nella poesia Il ciocco, chiama il “popolo infinito”.
Una vecchia quercia viene scalzata e divelta, e resta abbandonata al sole e alla pioggia, morta.
“.............. Ma la secca scorza
all'acqua e al sole rifiorì di muschi;
e un'altra vita brulicò nel legno
che intarmoliva: un popolo infinito
che ben sapeva l'ordine e la legge,
v'impresse i solchi di città ben fatte
.
........”
Il popolo infinito vive in armonia con il divenire delle cose e segue i ritmi della natura: costruisce nuove case, accumula scorte alimentari, alleva i piccoli, porta via gli individui che sono morti.
Poi arriva l'uomo con accetta, sega e cunei d'acciaio. Riduce in pezzi il grande tronco e accatasta i pezzi di legno. Il popolo infinito viene decimato. Il suo territorio è distrutto, ma una tribù sopravvive in un ciocco riposto in legnaia.
La vita della comunità operosa continua sempre uguale, il tempo scorre volgendo i lor mille anni in un anno, nulla è cambiato per il popolo infinito. Non sanno di aver vissuto un tempo congiunti al tutto della gran quercia sotto un cielo azzurro. Il loro ambiente, che odora di muffa e di umido, sopravvive nella legnaia, tra il grave gracilar delle galline e il sottile stridìo dei pipistrelli.
Così passava la lor cauta vita
nell'odoroso tarmolo del ciocco:
e chi faceva nuove case ai nuovi,
e chi per tempo rimettea la roba,
e chi dentro allevava i dolci figli,
e chi portava i cari morti fuori
.
Ma arriva il giorno della catastrofe: il ciocco viene portato nel camino e brucia, circondato da uomini che bevono vino, donne che filano, bambini.
Il popolo infinito muore tra le fiamme. Qualcuno, inutilmente, cerca di fuggire. Gli uomini osservano il brulichio convulso e commentano.
“Gli insetti” dice il fabbro “hanno ferri e attrezzi: saracchi, succhielli, raspe e tenaglie. Come chi ripara botti, o aggiusta ombrelli, o sistema serrature rotte.”
“Sono capaci di trasportare grossi carichi” dice il carriolante “girano intorno ai pesi, studiano come spostarli, se hanno bisogno chiamano aiuto.”
“Coltivano i campi” dice il vangatore “arano, seminano, tolgono l'erba cattiva, trebbiano, conservano il raccolto.”
“Allevano bestie” dice il pastore “ animali piccoli e verdi, che danno latte.”
“Hanno contadini come da noi” dice il il capo, un uomo ricco che ha girato il mondo “ma i loro contadini non vivono comodi come i mezzadri. Sono schiavi e devono solo ubbidire. E chi comanda non lavora.”
“I loro figli sono fasciati in un bozzolino” dice la donna che annoda il filo a una cocca del fuso “li curano e li nutrono portandoli in collo, fino a quando vanno da soli.”
Così parlando, essi bevean l'arzillo
vino, dell'anno. E mille madri in fuga
correan pei muschi della scorza arsita,
coi figli, e c'era d'ogni intorno il fuoco
;
I mostri che bevono e le gigantesse che filano assistono impassibili allo sterminio del popolo infinito.
In ultimo parla lo zio Meo.
“Le formiche hanno portato via dal mio campo tutti i chicchi dell'erba lupina. Non hanno lasciato neanche un seme.”
Sono solo ladri, dice zio Meo, e vivono sfruttando il lavoro degli altri.
Quando il ciocco è consumato e il vino è stato bevuto, il poeta si allontana nella notte. Lo zio Meo è con lui.
Non c'era un lume. Ma brillava il cielo
d'un infinito riscintillamento
.
Il poeta guarda il cielo. Stelle, astri, mondi lontani. La terra che gira e rotola spinta dalle forze gravitazionali. Squame di draghi, fruste di aurighi, gemme di corone e corde di lire dorate. Ad ogni passo del viandante la terra percorre trenta miglia sulla sua orbita. I corpi celesti vanno intorno al sole, che si muove verso l'ignoto e incrocia mondi infranti, stelle accese solo per un attimo, astri divelti, nuvole di fuoco. I pianeti sono come falene, zanzare e moscerini che si addensano intorno a una lanterna che oscilla nella mano di un bimbo, e il bimbo, invisibile nel buio, vaga in cerca di una moneta perduta.
Verrà un giorno in cui i mondi serreranno in sé ogni atomo di vita e il Tutto si confonderà nel Nulla, come il bronzo nel cavo della forma.
Forse la Terra sarà colpita da una vagabonda mole e divamperà come una meteora rossa, scomparirà la vita e, insieme alla vita, scomparirà la morte, come arde e scompare la carta scritta con le sue parole. Stelle spente, mondi fossili, Soli fermi per sempre ed in eterno soli. La descrizione della catastrofe cosmica ricorda l'Apocalisse. La terra è distrutta. E' la morte?
Allo stesso modo in cui la quercia divelta non muore, ma diventa la casa di un popolo infinito, la Terra colpita e riarsa vedrà nascere nuove forme di vita. Qualcuno, forse una creatura proveniente da altri mondi, si aggirerà alla ricerca dei misteri del passato e troverà la traccia ignita dell'uman pensiero. E' questa la speranza del poeta, potrà chiudere gli occhi in pace se dopo di lui non sarà il silenzio, se nella sua casa, nel suo dolce mondo, qualcuno vivrà ancora. Come un bambino che riesce ad addormentarsi solo se gli giunge all'orecchio il rumore attutito della casa e se una flebile luce filtra sotto la sua porta.

Questa poesia di Pascoli è complessa e suggestiva.
La quercia divelta è la casa di una comunità articolata, il popolo infinito che ben sapeva l'ordine e la legge. E' una vita plurale, densa di attività, legata al contesto da leggi biologiche che ne ordinano tempi e modi.
Anche la comunità degli uomini è strettamente connessa al territorio in cui vive, da cui trae gli elementi per la sua sopravvivenza. C'è Biondo, che fa il fabbro e utilizza l'acqua del fiume Corsonna per muovere il maglio; Topo, che trasporta carbone in montagna su muli sellati con robuste bardelle; Menno, che con la vanga dissoda i terreni, scassa, pareggia, poi semina, toglie loglio e gramigna, miete, lega, scuote, ventola, spula; Bosco, il pastore che mena le greggi sull'Alpe; e poi la China, madre di otto figli, abile al fuso.
Fabbro, pastore, contadino, carbonaio, filatrice: mestieri antichi che sono il segno di un rapporto armonico e fruttuoso con l'ambiente. Per descriverli Pascoli usa parole che spesso risultano incomprensibili. Capparone, vinciglio, metato, tiglia, guaime, vizzati, strino, schiampa, pensiere: parole in disuso che indicano oggetti, attività, valori che non siamo più in grado di decifrare.
Il contesto di riferimento è la località di Barga, nella campagna pistoiese, abitata da un mondo contadino che fa del radicamento sul territorio la sua ragione di vita. Il territorio costituisce uno spazio ben conosciuto, misurato in termini di giorni di aratura, colture, legna da raccogliere, acque che scorrono. E' uno spazio che diventa luogo, dominato da una reciproca permeabilità tra attività umana e processi naturali. Biondo, Topo, Menno, la China, abitano un luogo di cui conoscono le regole. Ne assecondano le leggi perché è il loro ambiente. La presenza umana si costituisce come parte integrante della natura.
Eppure c'è la vicenda del piccolo popolo infinito che carica d'inquietudine questo mirabile equilibrio tra le persone e la loro casa. Biondo, Topo, Menno, la China, non riconoscono gli abitanti del ciocco come parte del loro ambiente. Il loro destino non ha rilievo, la loro morte non ha storia. Rappresentano un popolo diverso, per molti versi ostile, pur se le loro leggi rispecchiano quelle degli umani.
L' attività del piccolo popolo è solo una curiosità, una bizzarria. Sono parassiti.
Ma il poeta sa che sotto il cielo stellato la comunità degli uomini che la sera si riuniscono intorno al fuoco e quella del popolo infinito che vive nella buia umidità del ciocco muschioso hanno lo stesso valore, perché la Terra è per tutte le specie viventi una casa comune. Un disastro ambientale potrebbe renderla per tutti inospitale, ostile, nemica.

Anche lo zio Meo guarda il cielo.
Stellato fisso: domattina piove, dice, pensando al campo appena arato, al bel tempo nei giorni di San Martino, a quanto la pioggia gioverà al grano. E aspettando il temporale che verrà, va a riposare sereno sui sacconi di foglie di granturco.



(Rita Cavallari)






Giovanni Pascoli, Canti di Castelvecchio (Il ciocco), Rusconi, 2004 [ * ] [ * ] [ * ]

ECOCRITICA
post pubblicato in Diario, il 25 ottobre 2010



Con il nome di ecocritica si sta sviluppando in tutto il mondo una nuova area degli studi letterari, artistici e culturali; non si tratta di cercare conferme o conformità a norme estetiche o a ideologie, ma di applicare un punto di vista critico e creativo che metta in relazione l'arte, la storia e la natura, in un'epoca di transizione.
Il degrado ecologico, che procede a ritmi mai conosciuti prima dal nostro pianeta, comincia a trovare spazio anche nei testi letterari. L'ecocritica legge i testi ponendosi alcune domande generali: cosa ci dicono romanzi, fumetti, poesie, opere teatrali, racconti, quelli scritti oggi in Europa e quelli che vengono da altri continenti o da altre epoche, sul rapporto fra società umana ed ecosistemi? Che cosa ci dice, sui testi che leggiamo, la consapevolezza della questione ambientale?
A livello globale, da diversi anni il principale punto di riferimento è l'Associazione per lo Studio della Letteratura e dell'Ambiente (ASLE), che produce risorse di supporto alla ricerca e convegni, e cura un periodico, ISLE, e il portale in lingua inglese
www.asle.org.
Negli ultimi anni questi interessi hanno iniziato a svilupparsi anche in Italia. Va citato innanzitutto il lavoro culturale svolto da decenni da alcune associazioni (in particolare Italia Nostra [ * ]) sul rapporto fra scrittori italiani e tematiche ambientali. A partire dal 2006, con "Ecologia letteraria. Una strategia di sopravvivenza" di Serenella Iovino, Edizioni Ambiente [ * ] si pubblicano alcuni volumi importanti; il campo risulta tuttavia ancora poco seguito dall'editoria italiana.
A Roma, dopo alcune esperienze pioneristiche negli anni Ottanta e Novanta, un impulso viene dato dal convegno organizzato dall'Università La Sapienza nel 2007: “Ecocriticism: retorica e immaginario dell’ambiente nel canone letterario occidentale” [ * ]; alla Facoltà di Scienze Umanistiche afferiscono attualmente alcuni progetti di ricerca individuali di ambito ecocritico.
Più recentemente, la tematica inizia a raccogliere l'interesse dei docenti di alcune università e scuole in diverse regioni. Nel Lazio se ne stanno inoltre occupando il Libero Ateneo della Decrescita (Lad) [ * ], con attività di orientamento presso il suo sportello informativo e con laboratori didattici, fra cui anche uno tenuto a Firenze nel corso della 4a Vetrina dell'editoria anarchica e libertaria (2009) [ * ], e la rivista plurilingue online
Formafluens.
Dalla primavera di quest'anno, il Laboratorio di ecocritica “Leggere il bosco”, svolge un programma di attività divulgative e di approfondimento, principalmente presso la biblioteca comunale Villa Leopardi di Roma. Alcuni materiali e programmi di “Leggere il bosco” sono raccolti nei blog
circololeopardi e ecoculture. Il laboratorio è interessato a collaborazioni con riviste e case editrici, associazioni e comitati, radio e siti web, scuole e centri di educazione ambientale...
Fra le ultime iniziative avviate: l'UPTER (Università Popolare di Roma) [ * ] ha inserito nel suo programma 2010-11 un corso di ecocritica presso la sede di Setteville-Guidonia. 



(Marco De Bernardo)


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L'OCCHIO DELLA TERRA
post pubblicato in Osundare, Niyi, il 22 giugno 2010



Come fare della poesia contemporanea un'arte che vive nella società, svolgendovi una sua specifica funzione di visione critica del presente, di espansione dell'immaginario della comunità? Una delle grandi domande che si è posta la poesia del Novecento in ogni parte del mondo, in Africa si coniuga con l'urgenza di nazioni che hanno dovuto ricostruire un proprio percorso autonomo dopo il colonialismo, e che della contemporaneità hanno subito le contraddizioni e le crisi nelle forme più aspre. Paesi, inoltre, dove rimane vitale una tradizione che assegna all'arte della parola un ruolo appunto di coscienza critica e visionaria della comunità.
La ricerca di una funzione civile e politica, nel senso più alto, per la poesia, è la cifra costante del percorso di Niyi Osundare, uno dei poeti nigeriani più ampiamente riconosciuti, di cui si pubblica in edizione con testo a fronte L'occhio della terra (uscito in Nigeria nel 1986). La sua è "poesia della rivoluzione", come la definisce il critico Biodun Jeyifo [
* ] [ * ], che allarga il suo sguardo dalla questione sociale - già nelle precedenti raccolte costruita sul topos della contarapposizione fra i valori comunitari rurali e la corruzione della città - a quella ecologica. L'introduzione e il glossario yoruba di Pietro Deandrea, che ne è anche traduttore, forniscono informazioni preziose per la fruizione di questa poesia nuova per il pubblico italiano.
L'occhio della terra (che si può leggere anche con Terra maiuscolo, intendendo il pianeta) è inserito in discorsi che sono diventati il contesto globale di questa epoca di crisi planetarie interdipendenti: parla di rischio nucleare (pochi mesi prima del disastro di Cernobyl), di deforestazione, di sfruttamento neocoloniale e anche della bellezza irripetibile del prorpio ambiente e della propria cultura, e del rapporto tra comunità e territorio, anticipando anche quì quella coincidenza di coscienza globale e locale , che nel nuovo secolo qualcuno ha iniziato a indicare con una crasi pestifera ma efficace: glocal. Giuseppe G. Castorina parla di Osundare come di un "griot moderno), che narra le sue storie in un villaggio che è allo stesso tempo il villaggio globale.
Dal suo esordio all'inizio degli anni Ottanta , quella di Osundare è arte programmaticamente popolare, nel solco della tradizione orale yoruba e della tendenza diffusa nella poesia di area africana e caraibica che vive nella performance : diverse poesie de L'occhio della terra recano indicazioni precise sul tipo di esecuzione e di accompagnamento musicale richiesto. Altra parte della sua militanza poetica si svolge nei mass media, in particolare sulle colonne dei quotidiani, una attitudine , questa all'incontro fra comunicazione creativa di massa e contestazione politica, che avvicina Osundane a figure di artisti nigeriani differenti come wolw Soyinka, Ken Saro Wiwa, o il rimpianto musicista Fela Kuti.
Proprio alla poesia di Soyinka, e ad altri esponenti della prima generazione di poeti nigeriani, reagiscono Osundare e altri giovani intellettuali, che contrappongono l'accessibilità delle forme di derivazione popolare alla ricercatezza formale e contenutistica dei testi di Soyinka, ricchi di riferimenti letterari, visti come troppo dipendenti dai modelli delle avanguardie del Novecento euro-americano. La poesia, proclamava Osundare in una delle sue prime composizioni, non è "un dotto indovinello / sepolto nei miti greco-romani", ma piuttosto "l'eloquenza del gong / la lirica della piazza del mercato" ("Poetry is", in Songs of the Marketplace, 1983).
Più di recente, Osundare ha reso omaggio al collega più anziano in un bel saggio che ne legge l'opera poetica in base ad un paradigma yoruba piuttosto che europeo, quello dell'eroe Atunda, archetipo del ribelle, e riconosce il successo popolare di alcuni suoi lavori recenti ("Wole Soyinka and the Atunda Ideal", 1994). D'altra parte, se la strada imboccata da Soyinka nelle sue prime raccolte aveva prodotto liriche considerate ancora oggi oscure, anche da gran parte degli studiosi, Osundare non è inconsapevole della necessità di produrre un'arte che non sia "semplicistica", ma "accessibile, pertinente e bella" (intervista citata da J.O.J. Nwachukwu-Agbada, 1992).
La chiave per apprezzare molte delle sue composizioni è proprio la loro esecuzione dal vivo, in forma di lettura o di canto vero e proprio: in questo modo offre la sua resa migliore questo verso basato su ripetizioni e assonanze sintattiche e sonore, su metafore e schemi logici spesso semplici. Da forme tradizioneli come l'oriki, la poesia celebrativa yoruba, derivano però anche versi elaborati ed inventivi, come in "Earth", che apre L'occhio della terra con un'immagine, costruita per opposizioni, dell'onnicomprensività della natura.      
 


Earth  

Temporary basement
and lasting roof

first clayed coyness
and last alluvial joy

breadbasket
and compost bed

rocks and rivers
muds and mountains

silence of the twilight sea
echoes of the noonsome tide

milk of the mellowing moon
fire of tropical hearth

spouse of the roving sky
virgin of a thousand offsprings

Ogeere amokoyeri
(= the one that shaves his head
with the hoe)


(Terra     Basamento provvisorio / ed eterno riparo / prima ritrosia argillosa / ed ultima alluvione di gioia / cesta di pane / e letto di concime / frutti e macigni / fango e montagne / silenzio del mare al tramonto / echi di mare a mezogiorno / latte di morbida luna / fiamma di focolare tropicale / sposa del cielo randagio / vergine dai mille figli /  Ogeere amokoyeri / (= colui che si rasa la testa con la zappa)

traduzione di Pietro Deandrea







(Marco De Bernardo)






Niyi Osundare, L'occhio della terra, Le Lettere, 2006 [ * ]







vedi quì

IL PIANETA SOYINKA
post pubblicato in Soyinka, Wole, il 14 giugno 2010

Per alcuni, Wole Soyinka è una biblioteca, una materia di studio a sè stante: i testi teatrali, narrativi, poetici, saggistici a suo nome si contano a decine, hanno conquistato un pubblico diffuso nei cinque continenti, e gli studi critici, le guide introduttive, le biografie e i dizionari bibliografici si contano ormai a centinaia; sono già nati festival, riviste e società di studi dedicati specificamente alla sua opera. 
Ma anche quando ci si limiti a leggere uno solo dei suoi libri, o delle interviste e articoli che spesso appaiono anche sulla nostra stampa, o ad ascoltare una delle letture o conferenze da lui spesso tenute anche a Roma, Kongi, o Il Professore, come più familiarmente viene chiamato lo scrittore, regista, intellettuale, attivista politico nigeriano, appare già come un mondo.
Un mondo complesso di idee e riferimenti interni, radicato nel suo contesto culturale, storico, biografico, che al lettore sarà utile conoscere per apprezzare e comprendere meglio la sua scrittura, e allo stesso tempo una voce universale, un pezzo importante della cultura globale contemporanea. Capire Soyinka significa capire meglio il mondo in cui viviamo. Nel momento in cui una nuova ondata di uscite editoriali rende più complessa la già vasta, ma ancora parziale bibliografia soyinkiana in traduzione italiana (la lacuna più evidente rimane nell'ambito della poesia e delle opere teatrali recenti; resta ancora intradotto, fra i testi autobiografici, anche un gioiello come Ibadan, relativo agli anni 1946-1965), speriamo che questa guida, delle cui voci offriamo una prima selezione, possa essere utile a nuovi e vecchi lettori, a insegnanti e studenti.  

Atlantico
Solcato dalle navi dei conquistatori e dei trafficanti di schiavi, oggi l'oceano unisce una vasta comunità culturale accomunata dall'incontro/scontro fra le radici africane e di altri continenti. Dalla religione alla musica, dalla politica alla letteratura, il sincretismo e l'intertestualità formano un fertile terreno di scambio che caratterizza l'opera di scrittori come Soyinka, Derek Walcott (Santa Lucia), o Wilson Harris (Guyana). Fra i riferimenti intertestuali comuni a questi autori vi è Omero (per Soyinka,. in parte attraverso la riscrittura di Joyce), come se lo spazio di quell'epica si fosse oggi trasferito dal Mediterraneo al Black Atlantic. 

Cambiamento
Parola centrale nell'intero percorso letterario e umano di Soyinka, è un tratto che lo lega alle espressioni più attuali della cultura postcoloniale (in opposizione prima di tutto a una concezione statica e uniforme dell'identità africana), ed è allo stesso tempo radicato nella tradizione yoruba, caratterizzata dalla capacità di trasformarsi, in relazione vitale con i mutamenti del contesto storico e con le altre culture con cui la storia la mette in contatto (si pensi alle culture popolari del Brasile e del Caraibi). Dalla cultura yoruba è attinta una visione del mondo fondata proprio sui principi del mutamento e della molteplicità.
Il cambiamento appare come tema già nei suoi primi testi teatrali e nella sua narrazione degli anni dell'infanzia, Akè, coniugandosi in una serie di concetti e metafore correlati: trasformazione, metamorfosi, transizione, rinnovamento, rigenerazione, e in immagini e figure archetipiche, come l'acqua, il petrolio, Ogun (il dio yoruba della creatività, del ferro e della strada), Proteo (il "Vecchio del mare" della mitologia mediterranea).
L'origine è probabilmente nell'esperienza della trasformazione politica e culturale, vissuta in modo complesso e tragico dalla società nigeriana e africana in generale, negli anni della lotta anticoloniale e del costituirsi dei nuovi stati. La trasformazione desiderata, la rottura di un sistema di dominio in cui l'imperialismo europeo si salda a più antiche forme di oppressione africana, appare incompleta sin da prima dell'indipendenza: in Danza della Foresta, l'immagine che "celebra" la nascita della nuova Nigeria è quella di un bambino nato a metà.
Se i suoi eroi e le sue storie - in particolare negli anni della guerra e del carcere - rappresentano la ricerca della strategia di trasformazione di una società disumana, la scrittura di Soyinka è in sè un atto comunicativo che trasforma la tradizione, dando nuove forme e significati al patrimonio di immagini e storie ereditato dalla cultura yoruba e da quella euro-mediterranea.

Creazione
Le cosmogonie yoruba, ebraiche e di altre tradizioni si sovrappongono, spesso accomunate dal motivo dell'acqua e della pioggia, e diventano un unico tessuto ideale di riferimento: si vedano ad esempio Mito e letteratura, Gli interpreti, L'uomo è morto. La creazione della vita è il principio ultimo che ispira l'eroe; come creazione umana o biologica, concreta o intellettuale, sociale o artistica, è l'ultimo, incomprimibile terreno di resistenza all'azione repressiva.

Libertà
La libertà è condizione della piena espressione delle potenzialità umane, e la dialettica fra libertà e potere (come riassunto da Kongi anche in un suo discorso lo scorso dicembre al Palazzo dei Congressi di Roma) è alla base della storia e della vita sociale.
La propensione al conflitto e alla ribellione è un tratto originale della sua personalità fin dagli anni formativi (vedi Akè e Ibadan). La cosa gli ha attirato addosso guai seri, in anni terribili per l'intera società nigeriana; ancora adesso Soyinka è impegnato nella battaglia per una società più giusta e più libera. In realtà, come alcuni dei suoi personaggi, Soyinka è diviso fra le opposte esigenze dell'aspirazione a una pace privata e delle responsabilità verso la propria comunità. 

Parola
Nella tradizione africana la parola conferisce un potere che confina con la magia, e chi ne è portatore svolge un ruolo importante per la comunità, spesso di critica sociale e di contestazione dell'ordine costituito; quello della parola è un potere tendenzialmente liberatorio, opposto a quello coercitivo della forza. I geniali giochi verbali e di immagini, nelle satire come nelle tragedie, nella poesia come nella prosa, sono una parte della magia della parola di uno dei grandi autori transculturali contemporanei. Come l'arte di un mago, a molti il linguaggio letterario di Soyinka è apparso ermetico, soprattutto nelle sue prime opere.
Parola e realtà, parola e storia interagiscono a più livelli. Come per Eliot, Joyce o Primo Levi, la poesia e il mito aiutano a resistere al caos e all'orrore contemporanei, ma non si tratta solo di una funzione difensiva: i protagonisti del Racconto di Kongi sovvertono la simbologia della cerimonia propagandistica voluta dal dittatore Kongi, Ofey in Stagione di anomia produce spettacoli che contengono "una dose nascosta di anarchia", mentre il Professore de La strada, cui non basta parodizzare la liturgia cristiana, si dedica a letali esperimenti con il linguaggio dei segnali stradali.
Più in generale, è lo stesso Soyinka ad attuare un processo metamorfico su un immaginario riconoscibile da un pubblico ampio: trasforma i simboli tradizionali per costruire un discorso nuovo e critico sul presente. Di uso sovversivo e iconoclasta dei linguaggi e dei media del potere Soyinka fu accusato per esempio in un processo per una trasmissione pirata dalla radio nigeriana, e nel caso del dramma Danza della Foresta, messo in scena durante le celebrazioni per l'indipendenza della Nigeria, in cui il partrimonio della mitologia yoruba e della tradizone occidentale sono interpretati liberamente, allo scopo di produrre un'arte catalizzatrice della volontà di cambiamento.

Storia
Spezzare il ciclo del male, il ciclo di violenza e oppressione che si riproduce senza apparente via d'uscita è l'obiettivo della ricerca di Soyinka. Se una visone scettica e disincantata della storia si avvicina al modernismo europeo, lo differenzia il coinvolgimento che, malgrado tutto, gli impedisce di sottrarsi all'impegno attivo per il cambiamento. L'esperienza storica, con le sue speranze deluse, induce al pessimismo verso le possibilità di una trasformazione in senso liberatorio; eppure Soyinka non smette di schierarsi in prima persona, e di fare della sua arte uno strumento di critica del potere e di ispirazione alla rivolta.

Viaggio
Altro tema archetipico centrale dell'opera di Soyinka, collegato a quello del cambiamento. Il viaggio, reale o metaforico, con le sue prove da superare, è un fattore di conoscenza e di trasformazione, ed è condizione permanenete dell'eroe soyinkiano: "Non sento mai di essere arrivato, anche se giungo / alla fine del viaggio" (A Shuttle in the crypt). Dalla sua quest, il viaggio di ricerca attraversa gli orrori della violenza etnica, Ofey in Stagione di anomia si attende una "nuova comprensione della stooria".

Vita
Alla radice della motivazione politica di Soyinka troviamo l'affermazione della vita in tutte le sue manifestazioni. Lottare contro l'oppressione politica o contro la guerra significa lottare contro forze che negano la vita umana. La vita coincide con il movimento, la trasformazione, la creatività, la libertà. La sua forza insopprimibile, alla lunga, resiste e rinasce malgrado ogni repressione e distruzione da parte del potere. Il suo contrario non è tanto la morte, quanto piuttosto la stasi, l'artificialità.



(Marco De Bernardo)

                                                                                                                       

 

 

CANALE MUSSOLINI
post pubblicato in Pennacchi, Antonio, il 14 maggio 2010

Le storie non le inventano gli autori, ma girano nell'aria cercando chi le colga
E' scritto così nelle prime righe di Canale Mussolini, e pare proprio di vederle, nel corso del racconto, le storie. Volano tra gli eucalyptus piantati lungo gli argini dei canali, ronzano come le api dell'Armida, e quando trovano qualcuno che sappia coglierle e raccontarle, si spiegano, si sgomitolano, si allargano e si allungano. Prendono la forma del filò, come si usava nella società contadina, nelle stalle durante le sere d'inverno, intorno al fuoco.
Un narratore che racconta grandi imprese, gli eroi che vanno in cerca di gloria, famiglie intere che lasciano le loro contrade, ben sapendo che non torneranno più. Per sempre. Una terra inospitale, regno della terribile zanzara anofele, da sottomettere e dominare, perché possa dare pane e cibo. Sono le paludi pontine il cuore vivo e pulsante di questo potente romanzo epico, che segue le vicende dei Peruzzi, una famiglia contadina della bassa padana giunta nelle terre di bonifica sotto la spinta della fame. Perché in Italia, ottant'anni fa, la fame era ancora una terribile realtà.
Il narratore, nel corso della storia, divaga, si interrompe, riprende il discorso, si ripete. Il lettore si rassicura. Se, nel corso di ben 450 pagine, con una miriade di personaggi, ogni tanto dovesse perdere il filo inciampando in un nome che non si ricorda ben chi sia, nessun problema. Il narratore lo sa che vicino al fuoco le palpebre si abbassano e gli occhi si chiudono per un attimo. Così ripete, sull'esempio degli antichi aedi.
E poi spiega, senza pedanteria, i grandi eventi della storia, come sa raccontarli un vecchio contadino nella stalla, al tepore delle mucche che agitano la coda. Le lotte contadine, l'avvento dello squadrismo, la sottile linea di discrimine che separa socialisti e fascisti, il biennio rosso, la marcia su Roma, le lotte interne tra i gerarchi, la conquista dell'impero, di tutto il narratore racconta, fino a perdersi nei particolari, come succede quando si chiacchiera per tirar tardi, poi tira le fila e procede nella storia.
Le paludi pontine non esistono più. Il sistema dei canali, la piantumazione degli eucalyptus, le opere di bonifica, hanno trasformato la “piscinara” in terreni fertili. Al termine della lettura mi sono chiesta quanto durerà tutto questo, se non verrà un giorno in cui le acque salmastre riconquisteranno il territorio e la zanzara anofele tornerà a regnare. E' il narratore stesso che semina il dubbio, quando dice che, con lo scioglimento dell'Opera Nazionale Combattenti, ciascun assegnatario dei poderi ha potuto fare di testa propria, e per prima cosa ha tagliato gli eucalyptus. In questo modo sono state eliminate le barriere frangivento e per questo devastanti trombe d'aria si abbattono periodicamente sulla pianura pontina. E' forse la prima avvisaglia di una controffensiva delle forze della natura.
Anche lo strano idioma dei coloni, un misto di veneto, ferrarese e friulano, scomparirà col tempo. Come nella poesia Filò di Andrea Zanzotto, solo gli uccelli resteranno a parlarlo, nell'ombra, sull'ultimo ramo. E solo le api di Armida resteranno a cantare l'epopea dei Peruzzi.

(…)
Ma ti vecio parlar, resisti. E si anca i òmi
te desmentegarà senzha inacòrderse,
ghén sarà osèi -
do tre osèi sói magari
dai sbari e dal mazhelo zoladi via -:
doman su l’ultima rama là in cao
in cao se zhiése e pra,
osèi che te à in parà da tant
te parlarà inte’l sol, inte l’onbria.

(…)
Ma tu vecchio parlare, persisti. E seppur gli uomini
ti dimenticheranno senza accorgersene,
ci saranno uccelli -
due tre uccelli soltanto magari
dagli spari e dal massacro volati via -:
domani sull’ultimo ramo là in fondo
in fondo a siepi e prati,
uccelli che ti hanno appreso da tanto tempo,
ti parleranno dentro il sole, nell’ombra.

Andrea Zanzotto, Filò.





(Rita Cavallari)








Antonio Pennacchi, Canale Mussolini, Mondadori, 2010 [ * ]









vedi quìquì, quì e  quì, quì e per il giudizio di Franco Cordelli quì

IL TEMA DELL'ACQUA IN WILLIAM SHAKESPEARE,THOMAS STEARN ELIOT, VIRGINIA WOOLF, MARGARET ATWOOD, MAXINE KUMIN
post pubblicato in Shakespeare, William, il 12 maggio 2010

 

 

 



 

 

 

 



 

“…non esiste una singola opera letteraria che non possa essere fatta oggetto di interpretazione ecocritica.” (Scott Slovic, 1999)

La Tempesta
, il canto del cigno del bardo di Avon, ci lascia dei messaggi distillati durante la lunga carriera drammaturgica shakespeariana. Certamente il grande scrittore non chiude gli occhi sulla malvagità umana, così come si incarna nel potere politico (un tema che gli era caro), ma finge di credere che tutto andrà a finire bene, attraverso l’omaggio reso all’innocenza e ingenuità di Mirando, o a quella dei giovani ai quali va lasciato in eredità il mondo.
L’uomo demiurgo, Prospero, governa le forze della natura positive (Ariel) e negative (Calibano), ma alla fine rinuncia alla sua onnipotenza e lascia la sua isola, ritorna alla civiltà, da dove l’aveva scacciato il tradimento di suo fratello, riprova a vivere nella società che l’aveva barbaramente esiliato. Ma, prima di tutto questo, ci troviamo su un’isola bagnata da un mare purificatore. La tempesta congegnata dal mago salva i villain Alonso ed Antonio dalla loro malvagità. E’ ancora il naufragio che porta Ferdinando e Mirando a conoscersi e li fa innamorare.
Come in Pericle la morte per acqua significa redenzione. La bellissima lirica che Ariel canta intriga Ferdinando naufragato sulle coste dell’isola e ignaro della sorte del padre:

Full fathom five thy father lies;
Of his bones are coral made;
Those are pearls that were his eyes: 
Nothing of him that doth fade 
But doth suffer a sea-change 
Into something rich and strange, 
Sea-nymphs hourly ring his knell:
(A cinque intere tese giace tuo padre; / delle sue ossa sono fatti i coralli; / sono perle quelli che erano I suoi occhi: / non c’è niente di lui che perisca / che non subisca per opera del mare / una trasformazione in qualcosa di ricco e meraviglioso, / le Ninfe marine ad ogni ora suonano per lui a mortorio:)
Le effe del primo verso scavano una profondità nel mare e l’acqua – a livello fonico – si apre, si allarga e si richiude nelle dilatazioni vocaliche delle varie parole. Nella loro instancabile mobilità, dopo i tonfi cadenzati di full fathom five, le vocali si allargano in thy e lies. L’inversione ci mostra prima le perle e poi gli occhi (eyes), che si riaprono nel dittongo ai. Le dentali di Nothing/that/doth/fade seguite da but/doth sono intoppi che guidano alla metamorfosi sea-change/strange, bottino prezioso di bellezza che si dischiude all’occhio dello spettatore-uditore.
La musica di Ariel va incontro a Ferdinando abbagliandolo nella sua bellezza, più che nel messaggio di morte che falsamente reca.
Those are pearls that were his eyes riecheggia nella Terra desolata di T. S. Eliot nell’episodio riguardante Madame Sosostris:

…Temete la morte per acqua. 1)
Ma nella parte IV del poema, La morte per acqua, l’acqua è diventata un elemento di purificazione. Phlebas è il simbolo della civiltà moderna, fatta di commerci e scambi, in cui i popoli si spostano continuamente. Questa civiltà “arriva al culmine delle sue contraddizioni con lo scoppio della I Guerra Mondiale” 2).  La soluzione mistica è la sola “via di salvezza”. La morte del marinaio fenicio è per il Trigona 1. cristiana liberazione dalle pene terrene, dimenticanza de “il guadagno e la perdita”, 2. rituale religioso di morte-rinascita secondo i riti antichi di cui Eliot ha letto in Frazer e Weston 3) , 3. rito cristiano di liberazione dal peccato originale (il battesimo è morte del peccato per acqua). Il brano è di una rara sensibilità poetica. La consistenza palatale del corpo di Phlebas si scioglie nei cambiamenti vocalici del secondo verso (forgot the cry of gulls). La corrente sottomarina si sostanzia nelle sibilanti di whisper. Gli alti e bassi di rose e fell terminano nel turbinio onomatopoietico di whirlpool. Il tono di “Gentile o Giudeo / O tu che volgi la ruota e guardi nella direzione del vento” è il tono del predicatore che invita a cambiare vita 4).
Un’altra rappresentazione poetica dell’acqua del mare ci viene da un brano di Gita al faro di V. Woolf:

Andavano lì regolarmente ogni sera, quasi per una necessità. Pareva che l’acqua portasse al largo, facesse navigare sull’onde pensieri stagnanti in terraferma, dando così ai loro corpi una specie di fisico sollievo.
Dapprima il palpito del colore inondava la baia d’azzurro, e il cuore si dilatava con esso e il corpo sembrava fluttuare, ma solo per essere, subito dopo, respinto e raggelato dall’ispido nereggiare delle onde agitate. Poi dietro la gran roccia bruna, quasi ogni sera, sprizzava bizzarramente, così che stare a spiarne l’irrompere era delizia, una fontana d’acque bianche; e allora, nell’attesa, si poteva pur contemplare sul pallido semicerchio della riva la successione delle onde che vi si stendevano via via mollemente un velo di madreperla
5).
L’acqua qui, come sempre, ha una funzione dinamica, movimentando i pensieri stagnanti e conferendo piacere ai corpi. Attraverso il colore che immette l’azzurro nella baia il cuore si allarga e il corpo fluttua per poi raggelare per il nereggiare delle onde agitate. L’irrompere delle onde è descritto come un grande piacere, nella continua trasformazione che genera e a cui trascina l’anima.
Margareth Atwood nella poesia Frogless (Senza rane), tratta da Mattino nella casa bruciata 6), descrive un paesaggio di malattia in cui l’acqua è diventata alcool e gli animali nascono deformi:
The sore trees cast their leaves 
too early. Each twig pinching 
shut like a jabbed clam. 
Soon there will be a hot gauze of snow 

searing the roots.
Booze in the spring runoff, 
pure antifreeze; 
the stream worms drunk and burning. 
Tadpoles wrecked in the puddles.
Here comes an eel with a dead eye 
grown from its cheek. 
Would you cook it? 
You would if. 
The people eat sick fish 
because there are no others.
Then they get born wrong. 
This is not sport, sir. 
This is not good weather. 
This is not blue and green. 
This is home.
Travel anywhere in the year, five years, 
and you’ll end up here.
(Gli alberi dolenti perdono le foglie
/  troppo presto. Ogni rametto si chiude / di colpo come una vongola stuzzicata. / Presto arriverà una calda garza di neve / a cauterizzare le radici. / Alcool nel disgelo della primavera, / puro antigelo; / l’acqua serpeggia ubriaca e rovente. / I girini naufraghi nelle pozze.Ecco l’anguilla con l’occhio morto / spuntato su una guancia. / La cucineresti? / Casomai... / La gente mangia pesci malati / perché non ce ne sono altri.  Poi nascono sbagliati. / Questo non è divertente, signore. / Questo non è bel tempo. / Questo non è tutto verde e azzurro.  Questo è casa tua. / Viaggia dove vuoi in un anno, in cinque anni, / poi è qui che ti ritrovi)
Nel suo tipico stile realistico la scrittrice canadese non lascia illusioni a chi la segue. La consapevolezza che questo territorio contaminato è il posto in cui tutti noi viviamo penetra nelle nostre ossa senza che possiamo fare niente per dimenticarcene.
La poetessa statunitense Maxine Kumin ci ha dato un esempio efficace del suo rapporto con l’acqua nella bellissima poesia Morning swim (Nuotata mattutina) 7), che offre la rappresentazione di un corpo femminile solitario - in una mattina nebbiosa - che si tuffa e realizza la sua fusione perfetta con l’elemento acquatico:
Into my empty head there come 
a cotton beach, a dock wherefrom
I set out, oily and nude 
through mist, in chilly solitude. 
There was no line, no roof or floor 
to tell the water from the air. 
Night fog thick as terry cloth 
closed me in its fuzzy growth. 
I hung my bathrobe on two pegs. 
I took the lake between my legs. 
Invaded and invader,  I
went overhand on that flat sky. 
Fish twitched beneath me, quick and tame. 
In their green zone they sang my name
and in the rhythm of the swim 
I hummed a two-four-time slow hymn. 
I hummed “Abide With Me.” The beat Mormoravo : 
rose in the fine thrash of my feet, 
rose in the bubbles I put out 
slantwise, trailing through my mouth. 
My bones drank water; water fell 
trough all my doors, I was the well
that fed the lake that met my sea 
in which I sang “Abide With Me.” 

(Nella mia testa sgombra si profila / una spiaggia di cotone, una banchina da cui partii, unta e denudata / tra la foschia, in solitudine gelata. / Linea non c’era, soffitto o fondale / A distinguere l’acqua dall’aere.La nebbia della notte densa come un telo / racchiuse me nel suo spugnoso ordito. / A due gancetti l’accappatoio appesi, / fra le mie gambe il lago presi. IInvasore ad invasa, procedevo / a bracciate dentro quel piatto cielo. Pesci rapidi e miti sotto di me a guizzare. / Dentro quel verde spazio il mio nome a cantare / e intonavo nel ritmo della bracciata / a due quarti una lenta ballata. Mormoravo : “Assecondami”. La toccata / saliva dai miei piedi all’elegante falcata, saliva fra le bolle che sgorgavano / di lato, dalla mia bocca spalancata. Le ossa bevvero acqua, acqua cadente  / da ogni porta. Io ero la sorgente / che nutriva il lago, che incontrava il mio mare / nel quale “Assecondami” cantavo.) (traduzione di Loredana Magazzeni)
La protagonista non solo si tuffa in un ambiente acquatico che è un tutt’uno di terra e cielo, ma con il ritmo delle proprie bracciate stabilisce un ritmo che è in armonia con l’acqua in cui si muove. Alla fine diventerà acqua lei stessa poiché da tutte le sue “porte”si riversa acqua a nutrire l’altra acqua in cui procede. La poesia trasmette un gran senso di libertà e di armonia fra la nuotatrice e l’acqua.

1) T.S. Eliot, La Terra Desolata, traduzione di Mario Praz, Giulio Einaudi, Torino, 1965, per gentile concessione dell’editore Valentino Bompiani.
2) Prospero Trigona, Saggio su The Waste Land, Guida Editori, Napoli, 1973
.
3) Frazer, The Golden Bough Jessie L. Weston, From Ritual to Romance
4) IV
Death by water 
Phlebas the Phoenician, a fortnight dead, 
Forgot the cry of gulls, and the deep sea swell 
And the profit and loss.
A current under sea 
Picked his bones in whispers. As he rose and fell 
He passed the stages of his age and youth 
Entering the whirpool. 
Gentile or Jew 
O you who turn the wheel and look to windward, 
Consider Phlebas, who was once handsome and tall Pensa a Fleba, 
as you. 

La morte per acqua 
Fleba, il Fenicio, morto da quindici giorni, 
Dimenticò il grido del gabbiano,e il flutto profondo del mare 
E il guadagno e la perdita. 
Una corrente sottomarina 
Gli spolpò le ossa in sussurri. Mentre affiorava e affondava 
Traversò gli stadi della maturità e della gioventù 
Entrando nei gorghi. 
Gentile o Giudeo 
O tu che volgi la ruota e guardi nella direzione del vento, 
Pensa a Fleba, che un tempo è stato bello e ben fatto al pari 
di te.
Op. Cit. 
5) V. Woolf, Gita al Faro,Trad. dall’inglese di Giulia Celensa. Aldo Garzanti Editore, 1974.
6) a cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti. Le Lettere, Firenze, 2007

7) in Corporea, il corpo nella poesia femminile contemporanea, a cura di Loredana Magazzini, Fiorenza Mormile, Brenda Poster, Anna Maria Robustelli. Le Voci della Luna, Sasso Marconi 2009, pp.20-21







(Anna Maria Robustelli) 











 

IL TEMA DELL' ACQUA: LA BATTAGLIA AL FIUME NELL' ILIADE, STORIE DI MARE E DI TERRA NELLE ARGONAUTICHE
post pubblicato in Omero, il 8 aprile 2010

       

Questo scritto vuole essere una riflessione su quanto il pensiero ecologico possa giovarsi del pensiero antico, su quanto una lettura dei testi letterari della classicità possa indicarci la strada di una riflessione etica e culturale che ponga al proprio centro il rapporto tra uomo e natura.
Il pensiero ecologico nasce in epoca moderna. Ne troviamo le prime formulazioni nell'età dell'illuminismo e diviene poi, nell'ottocento, un tema fondamentale della cultura romantica. In epoca contemporanea si approfondisce la riflessione sui confini dell'intervento umano sulla natura e nasce la consapevolezza che l'idea di un progresso fondato sull'indiscutibile centralità dell'uomo non è più proponibile.
La mia riflessione si muove in un'epoca in cui l'uomo non era la misura delle cose, la natura non era una risorsa, relazioni multiformi e articolate legavano insieme il cielo e la terra, i venti e il mare, le selve, gli animali gli uomini e gli dei.
Intendo parlare dell'antica Grecia e del rapporto tra l'uomo e la natura, e a tal fine utilizzo alcune pagine di due opere letterarie: la prima, l'Iliade, è in qualche diversa misura universalmente nota, e molti ne hanno letto almeno qualche brano; la seconda, le Argonautiche  di Apollonio Rodio, è generalmente conosciuta solo nella trama e viene letta solo dai cultori della letteratura greca di età ellenistica.
Le pagine che ho scelto hanno come filo conduttore il tema dell'acqua, che è l'argomento trattato venerdì 9 aprile nel laboratorio “Leggere il bosco”, letture al tempo della crisi ecologica, presso la biblioteca comunale Villa Leopardi di Roma.
I punti dell'Iliade a cui farò riferimento sono presi dal canto XXI, in cui si descrive la battaglia sulle rive del fiume.
Dopo la morte di Patroclo Achille torna a combattere e si lancia contro i nemici con la furia di una belva. Abbandonato l'accampamento, lasciata alle spalle la flotta di navi tirate in secca sulla spiaggia e difese dal muro e dal fossato, Achille, simile a un leone, uccide senza tregua i guerrieri troiani. Il teatro delle sue gesta è uno spazio delimitato da due fiumi, lo Scamandro e il Simoenta, dalla città di Troia con le sue alte mura, dalla riva del mare protetta dal muro costruito dai greci. Alle spalle di Troia si intuisce la presenza di boschi e lungo le rive dei fiumi è presente una vegetazione arbustiva con qualche albero di alto fusto. Al centro c'è il campo di battaglia, un'ampia spianata di pietre e sassi funzionale ai combattimenti dei guerrieri, alle sortite dell'una e dell'alta parte, alle rapide incursioni dei carri. Dall'alto delle mura, alle porte Scee, i troiani assistono agli scontri. Dalla cima dell'Olimpo gli dei controllano il divenire delle cose e decidono come e quando intervenire.
Tutto contribuisce alla creazione di un ambiente in cui i vari elementi, umani, naturali e divini, sono tra loro legati da un complesso gioco di relazioni regolate da pesi e contrappesi, in cui ogni attore ha la sua parte e fa sentire la sua voce. Gli dei dell'Olimpo, pur gerarchicamente superiori, non sono comunque  onnipotenti e devono chinare il capo di fronte al destino. Gli elementi naturali sono intessuti di connotati divini. Gli uomini agiscono avendo ben presente il mondo olimpico e le divinità della terra e del mare. Colpisce, nella narrazione, la precisione e la definizione dello scenario di riferimento, sia dal punto di vista fisico (il campo di battaglia), sia dal punto di vista delle energie in gioco.
La concretezza della descrizione mi ha portato alla mente una similitudine. Ho pensato all'ambiente di Walden. Thoreau lo definisce con bussola, compasso, carte topografiche e scandaglio, lo qualifica citando con precisione gli esseri viventi che lo popolano e anche le opere dell'uomo presenti nel territorio, come la ferrovia e le fattorie, e riesce in tal modo a farne l'emblema di una filosofia di vita. E mi ha fatto anche pensare che, nella sua capanna, Thoreau aveva con sé l'Iliade, citata più volte in Walden. 
Ma torniamo ad Achille che combatte. E' presso la riva del fiume Scamandro e sta per uccidere Licaone, che inginocchiato di fronte a lui chiede pietà. Ma
Achille sguainò la spada affilata e lo colpì alla clavicola, vicino al collo, tutta dentro si immerse l'arma a doppio taglio; sulla terra, bocconi, egli giacque disteso, scorreva il sangue nero e bagnava la terra. Achille lo afferrò per un piede e lo scagliò nel fiume, poi trionfante gli disse queste parole: Vai a giacere tra i pesci che, indifferenti, ti leccheranno il sangue dalla ferita.....Morirete tutti.....Non vi difenderà il fiume dalle belle acque e dai gorghi d'argento, al quale tanti tori spesso immolate, e vivi gettate tra le onde i cavalli dai solidi zoccoli.... Così disse, si adirò il fiume in cuor suo e tra sé meditava come fermare Achille ...
Poi Achille uccide Asteropeo, e Tersiloco, Midone, Astipilo, Mneso, Trasio, Enio, Ofeleste. Ma,
in preda all'ira, il fiume dai gorghi profondi, assunte umane sembianze grida dal fondo dell'acqua: “Achille, sei il più forte, ma le più empie azioni commetti; e gli dei ti difendono sempre. Se ti ha concesso il figlio di Crono di sterminare tutti i troiani, spingili nella pianura e lontano da me va a compiere i tuoi misfatti; si ammucchiano i corpi nelle mie acque bellissime, non posso più riversarle nel mare divino, sono pieno di morti e tu fai orrendo massacro. Fermati, dunque: l'orrore mi agghiaccia, signore di eserciti.”
I morti inquinano il fiume e il fiume si ribella. Il fiume è un soggetto portatore di diritti (l'integrità e la purezza delle sue acque) e li rivendica con forza. Ma Achille continua il massacro.
Gonfiò le acque, il fiume, furente, sollevò le onde sconvolte, respinse i cadaveri che vi giacevano a mucchi, i guerrieri uccisi da Achille, li scagliò sulla riva, muggendo come un toro; i vivi invece li salvò nelle acque bellissime, celandoli nei suoi gorghi profondi. Un'onda si levò intorno ad Achille, paurosa, sullo scudo si rovesciava l'acqua, premendo; ed egli non poteva star saldo sui piedi; afferrò con le mani un olmo, grande, fiorente: ma quello crollò con le radici trascinando tutta la sponda, coi fitti rami arrestò la bella corrente e formò un argine, precipitando nel fiume. Balzò fuori dall'acqua l'eroe e si lanciò a volo nella pianura, atterrito: ma non si arrestò il grande iddio che si gettò su di lui ribollendo, voleva fermare Achille glorioso e allontanare dai Teucri il disastro.
Achille fugge incalzato dal fiume che lo insegue con grande frastuono. L'onda dello Scamandro si rovescia sulle sue spalle, gli piega le gambe, gli toglie da sotto i piedi la terra. La pianura è tutta inondata dall'acqua e l'onda scura del fiume divino travolge Achille.
Il fiume Scamandro si allea col fiume Simoenta ed insieme combattono Achille. Quando Achille sta per soccombere alla furia dalle acque interviene Era, che si rivolge ad Efesto dicendo:
“Lungo le rive dello Scamandro tu brucia gli alberi e da' fuoco anche al fiume.”
Efesto suscita un prodigioso incendio, divampa il fuoco e la pianura si dissecca.
Bruciavano gli olmi, i salici e i tamerischi, bruciava il loto e il giunco e il cipero che crescevano fitti lungo le belle acque del fiume; soffrivano anguille e pesci, guizzavano da ogni parte stremati dal soffio di Efesto ingegnoso.
Il fiume, disperato, si rivolge a Efesto, perché faccia cessare l'incendio, e poi a Era, promettendole che non combatterà più contro Achille se le fiamme saranno spente. Efesto spegne l'incendio e il fiume si ritira, rifluendo nel suo corso. Achille è salvo. L'incendio ha bruciato i cadaveri e ha purificato le acque contaminate. Gli eventi riprendono il loro corso.
In Omero l'elemento naturale è dio. Venti, tempeste, fiumi, boschi sono divinità, e sono a loro volta popolati da creature che hanno il carattere del sacro. Ogni sorgente è la casa di una naiade, ogni selva è popolata da driadi, ogni profondità marina è percorsa da nereidi e oceanine. Il rapporto tra l'uomo greco e la natura è ricco di connotazioni religiose. Questo non vuol dire che sia sempre sereno e idilliaco, perché il sentimento di fronte ai fenomeni naturali può essere di timore, paura, o anche di conflittualità, come nel caso della lotta tra Achille e il fiume. Vuol dire però che il fiume può a buon diritto ribellarsi di fronte all'inquinamento provocato dai cadaveri dei guerrieri uccisi, che la purezza delle acque è una sua prerogativa accettata e riconosciuta. Nel consesso degli dei e nel mondo degli uomini lo Scamandro ha una sua contrattualità che può usare per difendere se stesso. Il mondo greco è unitario, fitto di legami tra le cose. Non esiste ancora la divisione tra l'io e tutto ciò che lo circonda, l'uomo greco sa di essere una parte legata e interconnessa ad un tutto, ed in questo “tutto” ogni elemento ha il suo valore.
Vediamo le Argonautiche. Il poema di Apollonio Rodio è intessuto di immagini che ci rimandano al tema dell'acqua, immagini di grande eleganza e suggestione, come si conviene a un testo scritto nel periodo ellenistico. Il tema è il viaggio della nave Argo, che, dopo la conquista del vello d'oro, intraprende un lungo viaggio di ritorno dalla Colchide alla Grecia. Le imprese di Giasone, la passione di Medea, il lungo girovagare della nave dal mar Nero attraverso il Danubio, il Po e il Rodano, fino al mar Tirreno, non sono argomento di questo scritto. Mi limito a riportare alcuni episodi, tratti dal libro IV, che a mio parere possono ben illustrare il rapporto tra l'uomo e gli elementi naturali, come li descrive Apollonio Rodio.
Il primo episodio narra l'attraversamento dello stretto di Messina, tratto di mare popolato da mostri e disseminato di rocce erranti (le Plancte).
Da una parte incombeva
la liscia rupe di Scilla, e dall'altra Cariddi tra i rigurgiti
urlava incessantemente. Più oltre ruggivano le Plancte
La nave Argo è in pericolo, ma ecco giungere, dal mare stesso, un aiuto.
Lì accorsero in loro aiuto da ogni parte le giovani
Nereidi, e Teti divina afferrò, postasi a poppa, la pala
del timone, per guidare la nave tra le rocce erranti.
Come i delfini affiorano dal mare nel sereno
e volteggiano in branco attorno a una nave
in movimento, mostrandosi ora davanti, ora dietro
e ora ai lati, per la gioia dei marinai; così le Nereidi
rincorrendosi a vicenda volteggiavano insieme
intorno alla nave Argo, mentre Teti la teneva in rotta.
Quando già stava per urtare contro le Plancte,
alzarono le vesti sulle bianche ginocchia e saltarono
sulle stesse rupi e in cima alle onde.
[...] come ragazze che su una spiaggia sabbiosa,
con le vesti avvolte ai fianchi, giocano a lanciarsi
la palla divise in due squadre – la ricevono l'una
dall'altra, e la sfera vola in alto fino al cielo senza mai
toccar terra -, allo stesso modo le Nereidi, lanciandosi
a turno l'una all'altra la nave che procedeva rapida,
la tenevano alta sulle onde e sempre lontana dalla rocce,
mentre l'acqua intorno ribolliva mugghiando.
La nave Argo, sfuggita ai pericoli delle rocce erranti grazie all'intervento delle Nereidi, prosegue la navigazione, ma si incaglia nei banchi di sabbia del golfo della Sirte. Gli Argonauti decidono di attraversare il deserto libico portando la nave sulle spalle. Assetati ed esausti giungono ad una pianura riarsa e desolata ove sorprendono le ninfe Esperidi, che, al sopraggiungere degli eroi, si tramutano in sabbia e terra. Orfeo, che fa parte della spedizione, chiede loro aiuto:
Voi, o ninfe, che siete della stirpe del divino Oceano,
fatevi vedere, venite incontro alla nostra speranza, o dee,
e mostrateci uno zampillo di roccia o una fonte divina
sgorgante da terra
Le ninfe hanno pietà degli Argonauti assetati.
Dapprima
sul terreno fecero nascere l'erba, poi dall'erba crebbero
verso il cielo lunghi virgulti, e infine giovani alberi
verdeggianti innalzarono il loro fusto molto al di sopra
del suolo: Espera si trasformò in un pioppo, Eriteide
in un olmo, Egle nel tronco sacro di un salice
.
Dopo essersi ristorati, gli Argonauti giungono ad un lago e lì incontrano Tritone, divinità marina.
Ed ecco venne loro incontro, con l'aspetto di un giovane,
il possente Tritone: sollevò da terra una zolla e disse,
porgendola agli eroi come dono ospitale:
Prendetela, amici: qui ora non ho nulla di meglio
da donare a chi mi fa visita.
Tritone, figlio del dio del mare Poseidone, sulla riva di un lago nei pressi delle paludi costiere della Sirte, in vista del deserto sabbioso che si estende sterminato, offre una zolla di terra, a significare il legame profondo degli elementi che fanno parte dell'ambiente naturale. Il dono di una semplice zolla sottolinea quanto la terra sia un bene prezioso.
Mi sembra un'immagine emblematica e con questa concludo la mia riflessione. 
   

 

Per l'episodio della battaglia del fiume ho utilizzato l'Iliade tradotta da Maria Grazia Ciani e commentata da Elisa Evazzù, ed. Marsilio 2005. I brani sull'impresa degli Argonauti sono tratti da Argonautiche, a cura di Alberto Borgogno, ed. Mondadori 2005)  

  



(Rita Cavallari)


 






Omero, Iliade, Marsilio, 2005 [ * ]
Apollonio Rodio, Le Argonautiche, Mondadori, 2005 [
* ]
Henry David Thoreau, Walden ovvero vita nei boschi, Rizzoli, 1988 [
* ]

 









vedi l'intervento di Daniele Guastini sul rapporto tra filosofia antica e pensiero ecologico al convegno su Ecocriticism, retorica e immaginario dell'ambiente nel canone letterario occidentale [ *  ]

 

                          

 


 

 

AI WEIWEI
post pubblicato in Ai, Weiwei, il 15 gennaio 2010


Un recente viaggio a Monaco di Baviera ci ha fatto conoscere l'artista cinese Ai Weiwei. All' Haus der Kunst è in corso fino al 17 gennaio la mostra "So sorry" [ * ]. L'artista cinese è l'autore dello stadio di Pechino a nido d'uccello realizzato per le ultime olimpiadi [ * ]. Ai Wei Wei non si considera un artista politico ma un artista che vuole parlare degli aspetti fondamentali della vita. Attualmente in Cina si tratta di trent'anni di sfrenato materialismo cha ha intaccato il passato millenario del paese portando la popolazione ad un continuo cambiamento, ad una continua riproposizione di valori e prospettive.

Ai Weiwei lavora materiali "antichi" come il legno, spesso riutilizzando oggetti in legno di uso comune. Ecco allora l'artista  riutilizzare sedie, tavoli e imposte in legno di vecchie case tradizionali distrutte per far posto a moderni grattacieli.

Oppure  Weiwei riutilizza vecchie biciclette, mezzo di trasporto ormai in disuso, per farne delle composizioni.
 
Weiwei rivaluta l'elemento naturale come nella foresta ricostruita in museo con tronchi d'albero circondati da foto di donne e uomini cinesi attuali.

Oppure rappresenta l'elemento consumistico come un miraggio dorato e luccicante.

La parete esterna dell'Haus der Kunst è stata ricoperta da 9.000 zainetti colorati di quelli che portano i bambini quando vanno a scuola, per ricordare le migliaia di bambini morti nel terremoto del 2008 in Cina. La causa dell'alta percentuale di morti di bambini è stata imputata alla cattiva qualità delle costruzioni delle scuole nella provincia cinese colpita. Si è avanzata l'accusa di corruzione delle autorità amministrative. Ai Weiwei è stato picchiato dagli agenti durante una manifestazione che chiedeva un accertamento delle responsabilità. A Monaco è stato operato d'urgenza per le conseguenze dell'ematoma cerebrale che gli era stato procurato

In conclusione i temi ecologici dell'attuale situazione del mondo si affiancano nell'artista alla denuncia e ad un'aggravata riflessione sullo stato del mondo e dell'uomo in esso. 

 

(Carlo Verducci)


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UNA SCELTA DIFFICILE TRA CULTURA E NATURA IN "SURFACING" DI MARGARET ATWOOD
post pubblicato in Atwood, Margaret, il 7 settembre 2009



La natura c’entra, eccome, nel romanzo Surfacing (1) di Margaret Atwood.
All’inizio i protagonisti della vicenda sono impegnati in un viaggio di ‘ritorno’ all’isola del Canada settentrionale dove la narratrice ha passato la sua infanzia e adolescenza con la famiglia, il cui padre, entomologo, come quello della stessa scrittrice, girava la wilderness per monitorare gli alberi e le altre piante.
Come è stato notato da alcuni critici, il viaggio assume la connotazione di un graduale inoltrarsi nel ‘cuore di tenebra’ del mondo naturale canadese. Mai come a questa narrazione aderiscono queste due parole, perché è nel cuore di tenebra della narratrice che siamo sin da subito proiettati e lo spazio in cui tutti si muovono con maggiore o minore consapevolezza è il gigante ermetico e silenzioso dei laghi, delle paludi e delle foreste di questo preistorico territorio sconfinato.
Siamo nell’ambito di alcuni dei temi più cari alla scrittrice nordamericana: la società addomesticata dalle rigide regole vetero-borghesi delle città e lo spazio profanato o ancora intoccato della wilderness. Ma in entrambi i casi nessuna idealizzazione: non i lumi di una civiltà urbana raffinata, non l’illusione di una natura rivitalizzante, alla Wordsworth, o trasmettitrice di bellezza, pur nell’orrore della sua grandiosità e pericolosità, com’è proprio del sublime. I due opposti si avvicinano nel personaggio della protagonista che, man mano che si inoltra nelle profondità del percorso, perde la misura umana della relazione con gli altri, sprofonda nel bisogno di silenzio, che soli la possono apparentemente purificare e far rinascere.
L’inautenticità con cui lei ha vissuto la sua vita si affaccia con insistenza. Joe, il suo attuale compagno, le chiede di sposarlo, ma la protagonista ha già conosciuto la delusione delle relazioni, delle parole usate senza che corrispondano a qualcosa di autentico e quindi non se ne fida, evade dalla prigione degli stereotipi sociali su cui esiste un consenso diffuso. Rammenta la sua precedente relazione fallimentare: He said he loved me, the magic word, it was supposed to make everything light up, I’ll never trust that word again (2). Rimonta la vita vissuta dai suoi genitori, specialmente quella di suo padre, scomparso senza lasciare traccia e che lei teme sia impazzito o bushed. Ha conosciuto la violenza di un aborto eseguito in un ospedale, l’innaturalità delle macchine e delle varie categorie degli addetti ai lavori che hanno liquidato la vita dentro di lei e non vuole più provare niente di simile, un altro aspetto della società civile che la annichilisce.
Ha anche conosciuto l’emarginazione perpetrata su di lei nelle scuole di città in cui, durante gli inverni, la sua famiglia soggiornava, luoghi in cui i coetanei la respingevano e deridevano:
Being socially retarded is like being mentally retarded, it arouses in others disgust and pity and the desire to torment and to reform (3).
Ora, nei paraggi dell’isola dove sorge la casa dei genitori si confronta con altre crudeltà: un airone ucciso e appeso a un albero: Why had they strung it up like a lynch victim, why didn’t they just throw it away like the trash? To prove they could do it, they had the power to kill. Otherwise it was valueless: beautiful from a distance but it couldn’t be tamed or cooked or trained to talk, the only relation they could have to a thing like that was to destroy it (4).
Capisce che anche pescare è un’inutile crudeltà:
I had no right to. We didn’t need it, our proper food was tin cans (5).
Arriva alla tragica conclusione che:
Anything we could do to the animals we could do to each other: we practised on them first (6).
Anche la coppia con cui la narratrice condivide il viaggio, David e Anna, dapprima quasi invidiata, rivela le sue profonde magagne: si tratta di due persone che non solo non sanno amarsi ma che, anzi, passano il tempo a farsi, a scambiarsi il male, come se questo fosse il solo rapporto possibile per loro, per schermarsi dal nulla.
Come in Heart of Darkness di J. Conrad, nel suo viaggio a ritroso nel tempo, la protagonista arriva a farsi questa domanda lasciata senza punto interrogativo, come problema aperto:
How did we get bad (7).
Alla fine lei getterà nel lago la pellicola del film che David sta girando, perché lui si è divertito a riprendere nuda la sua compagna davanti a tutti contro la volontà di lei, a riprendere l’airone morto per un suo gusto perverso, vorrebbe proseguire nella sua attività corruttrice anche con la narratrice e continua ad esercitare una crudeltà gratuita a cui Anna non si oppone veramente mai.
Il personaggio dell’io narrante si allontanerà sempre di più dai suoi compagni fino a nascondersi e a vederli salire sulla barca del ritorno senza di lei. Al tempo stesso diventerà sempre più ’naturale’, rifiuterà i vestiti se si eccettua una vecchia coperta per proteggersi dal freddo, mangerà bacche e quello che è sopravvissuto dell’orto di suo padre. E’ come se si stesse inabissando nel mondo naturale mai modificato dal male dell’uomo. Si allontana anche dalla sé stessa ‘civilizzata’ che ha accettato troppi compromessi con la società umana.
Non si tratta veramente di un viaggio iniziatico, culminante in una catarsi. La Atwood diffida dei miti abusati, delle parole consunte. Questo confondersi con la natura però serve a far capire quanto la protagonista stessa del racconto si era allontanata da quello che sentiva vero. E’ un processo graduale, lungo, che la estranea da tutti e anche da una sé stessa poco vigile, troppo rassegnata nei confronti di una società che spinge verso comportamenti inautentici, malati.
Ma divenire più consapevoli aiuta a porre dei limiti e la natura è il luogo di questa consapevolezza, anche se il riscatto è una strada da percorrere che spetta a ognuno di noi. Ed è evidente che la compromissione con quella società esiste sempre, è inestricabile.
Ci sono altre soluzioni?
Come al solito, la Atwood lascia al lettore la risposta, forse perché molte risposte sono possibili o sono comunque da ricercare.
Nelle ultime parole del libro c’è la sibillina risposta della scrittrice: The lake is quiet, the trees surround me, asking and giving nothing.

 

1 Tradotto in italiano con Tornare a Galla [ma devo dire che preferisco “Affiorare”suggerito da Daniela come traduzione in uno dei nostri primi incontri], Baldini Castaldi Dalai, 2002.
2 Diceva di amarmi, la parola magica, doveva illuminare tutto, mai più mi fiderò di quella parola. (Traduzione mia, perché non avevo a disposizione il libro in italiano).
3 Essere socialmente ritardati è come essere mentalmente ritardati, suscita negli altri disgusto e pietà e il desiderio di tormentare e riformare.
4 Perché l’avevano appeso come la vittima di un linciaggio, perché non si erano limitati a gettarlo via come la spazzatura? Per dimostrare che potevano farlo, avevano il potere di uccidere. Altrimenti non valeva niente: bello da lontano ma non si poteva addomesticare o cucinare o addestrare a parlare, l’unico rapporto che potevano avere con una cosa come quella era di distruggerla.
5 Non ne avevo il diritto. Non ne avevamo bisogno, il cibo che ci era congeniale erano barattoli.
6 Qualunque cosa abbiamo potuto fare agli animali l’abbiamo potuta fare gli uni agli altri: prima di tutto ci siamo esercitati su di loro.
7 Come siamo diventati cattivi.







(Anna Maria Robustelli)






Margaret Atwood, Tornare a galla, Baldini Castoldi Dalai, 2007 [
* ]





 

 

 

 

 

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