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COS'E' LA DECRESCITA FELICE
post pubblicato in Latouche, Serge, il 23 marzo 2013
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BREVE TRATTATO SULLA DECRESCITA SERENA
post pubblicato in Latouche, Serge, il 14 febbraio 2013
 

Slealmente, parto dalla fine, cioè dall’impressione che il pensiero di Serge Latouche lascia in un lettore prudentemente diffidente e mediamente intossicato dal consumismo (come io certamente sono). Di una insidiosa semplicità. Da una parte, è un pensiero cosiddetto debole, privo, anzi, quasi indifferente, a riferimenti metafisici ed alle categorie filosofiche tradizionali; dall’altra, gli si deve riconoscere una suggestiva e moderna sintesi dei grandi temi sociali. Una ricetta irresistibile per gli entusiasti, un involucro fin troppo fragile da smantellare per gli scettici. E, infatti, il pensiero della decrescita rischia, per molti aspetti, di risolversi in una moda irritante, da ricchi “convertiti”. Se ne vedono già, anche in televisione (e, qui, diffidare diventa indispensabile), i suoi non dichiarati adepti: dopo essersi ubriacati del lusso anni ottanta, aver comperato tutto l’high tech disponibile degli anni novanta e girato il mondo con i più assurdi mezzi di trasporto, ci insegnano a fare il pane in casa, a tenere l’orto, ad avere un solo paio di scarpe per volta. Eppure, nonostante questi temi provengano dalla filosofia della decrescita, essi non la esauriscono. Un metodo di indagine sempre valido è quello di cominciare dalle soluzioni semplici (che poi significa intellettualmente oneste, non facili da realizzare): il pensiero cosiddetto della decrescita ha questa impostazione.
Secondo Latouche “decrescita” è, innanzitutto, uno slogan, una parola rivoluzionaria... anche se, in verità, il temine non è coniato dall’autore e, secondo lo stesso, è impreciso: sarebbe meglio parlare di a-crescita, come si parla di a-teismo. E’ l’indipendenza (anche) morale della società dall’idea ossessiva che il progresso, il benessere (inteso nel senso dello star bene) dipendano dall’aumento del prodotto interno lordo. La parte più suggestiva, in questi tempi cupi di “Gomorra” e di economia della mafie e della finanza, è l’analisi impietosa e veritiera della composizione del P.I.L.: l’inquinamento, la cementificazione selvaggia, gli incidenti, le cure per le malattie causate dallo stesso “progresso”...tutto questo è P.I.l.
L’altro caposaldo della definizione è l’idea semplice ed antica che non si possano pretendere risorse infinite da un pianeta finito: la crescita si arresterà naturalmente all’esaurimento delle materie prime e dell’ambiente abitabile, causando, comunque e a maggior ragione in una società crescita-dipendente, il disastro finale.
Gli elementi determinanti di questo pensiero sono contenuti in tre passaggi progressivi: non si può crescere all’infinito, è possibile un modello alternativo, il modello alternativo non è una rinuncia, ma un miglioramento. E’ un pensiero che non ha bisogno di Dio (anche se fra i precursori citatissimi di Latouche c’è quell’Ivan Illich, non solo credente, ma addirittura sacerdote della chiesa cattolica) e neppure della politica: ha la pretesa di appartenere talmente alla verità del genere umano da non aver bisogno di queste distinzioni.
D’altra parte, secondo Latouche, il socialismo non si sottrae alla follia produttivista e, anzi, in alcuni casi, la propaga con maggiore violenza ed intransigenza dello stesso capitalismo.
Questo non fa che aumentare il potenziale seduttivo di questa filosofia, se così la possiamo chiamare: in una società disperatamente affamata di soluzioni umane e non politiche, che vengono percepite come sovrastrutture.
Tuttavia, si tratta di un pensiero radicale, sotto certi aspetti, che impone l’abbandono di qualsiasi via di mezzo, un pensiero, per intenderci, che non ha niente a che spartire con il PD veltroniano, con Obama, con la maggior parte delle onlus e delle organizzazioni terzomondiste...con molte delle cose, insomma, che rappresentano la speranza per le nostre menti progressiste. Lo sviluppo, così come lo intendiamo, in senso strettamente economico e, appunto, legato al fatidico PIL è finito. Lo sviluppo “sostenibile” non esiste: la stessa idea va combattuta come menzogna.
Qui si entra nel vivo del programma e nei passaggi concreti della sua attuazione. Un nucleo di proposte sono già affini alla nostra mentalità nuova, un po’ indotta dalle mode verdi, un po’ dai drammi dell’inquinamento. C’è l’idea della produzione locale (così non si trasportano le merci, non si specula sul lavoro poco tutelato, si controlla meglio la genuinità dei prodotti, si riscoprono le radici e le tradizioni), insomma, il tanto osannato “chilometro zero” che mette d’accordo le amministrazioni leghiste con quelle della sinistra radicale, i ristoranti di alta gastronomia e le mense scolastiche. C’è l’idea della politica locale, che rappresenta la vera partecipazione dei cittadini: essi si mettono a disposizione della collettività e del bene comune, non per professione, ma per senso di responsabilità e necessità. Ridurre, riutilizzare e riciclare sono anch’essi dei principi abbastanza condivisi: dalla riduzione degli imballaggi, al contrastare quei tipi di produzioni “programmate” per creare oggetti a tempo, che non possono essere riparati, per spingere a nuovi acquisti, l’idea di una politica dei rifiuti rigorosa che non migri verso le soluzioni tecnologiche (gli inceneritori) ma verso il recupero totale. Via via verso una condotta sempre più ascetica, volta all’essenziale, al compatibile con la natura, alla condivisione sociale. Ma una società della decrescita non si limita ad alcune scelte, si spinge, come detto, nella direzione di una rivoluzione culturale, di un cambiamento di rotta. Richiede secondo Latouche un uomo nuovo, un’adesione spontanea e attiva. Riconcettualizzare e rivalutare sono passaggi diversi dagli altri perché implicano un consolidamento della coscienza, non un semplice “fare”. E così “scegliere” la decrescita, e non subire la recessione, significa rinunciare ad essere ciò che si è. Per Latouche è una conquista: il tempo dell’affettività, della cultura, della solidarietà che si impone sui valori della produzione, della carriera e, quindi, del lavoro. Si deve lavorare poco (il meno possibile) e lavorare tutti; ci deve essere un limite alla possibilità di guadagnare... La spinta ai consumi deve essere contrastata e, quindi, nella società della decrescita, non c’è posto per la pubblicità, considerata una specie di male assoluto. Ma anche la cultura è qualcosa di radicalmente diverso rispetto a come l’abbiamo concepita sino ad oggi: il viaggio per piacere, considerato strumento di conoscenza e di crescita, rappresenta un aspetto consumistico, riprovevole come allestire la stanza da bagno con i rubinetti d’oro. Anzi, peggio...Pochi usano l’oro per rifarsi il bagno, mentre milioni di viaggiatori invadono il mondo con i voli low cost e last minute, non solo lo inquinano pesantemente, ma contribuiscono a diffondere modelli culturali dall’impatto devastante. Lo stesso uso della tecnologia, se da una parte evita gli spostamenti antiecologici, dall’altra, a causa della rapida evoluzione di questi mezzi, riempie la terra di scorie. Non è un mistero per nessuno che queste scorie finiscano nelle zone del mondo più disagiate, dove vengono recuperate da lavoratori che, invece di rovistare cibo e vestiti nella spazzatura, spesso, senza protezione per loro e senza tutela dell’ambiente, rimestano materiali pericolosi per la loro salute...Scegliere la decrescita è uno stile di vita personale (fino alla ‘paranoia’ di farsi lo yogurt da soli), è un programma politico insieme locale e mondiale. E qui il pensiero di Latouche si fa sostanzioso e impegnativo, suscitando, insieme, le maggiori perplessità, ma anche un sentimento di urgenza.
Anche se si dà grande enfasi all’atteggiamento personale, alla demolizione dell’immaginario consumista in favore di una nuova sobrietà, alla maggiore attenzione, quasi evangelica, di ciascuno per i propri simili anziché, come avviene ora, per i propri bisogni...date le implicazioni con l’industria, la finanza, l’economia, una società della decrescita ha bisogno di scelte politiche impegnative. Il primo cambiamento richiesto, infatti, è una strenua lotta all’inquinamento, il quale ultimo - è lo stesso Latouche a riconoscerlo - non rispetta i confini degli stati e quindi può essere affrontato solo a livello globale; il secondo è l’uscita dalla società lavorista, con una trasformazione del mondo del lavoro che, senza intaccare i livelli di occupazione, dovrebbe segnare l’abbandono dello sfruttamento del terzo mondo e delle produzioni inutili, inquinanti o superiori ai bisogni reali. Un sistema che vede il momento elettorale come un passaggio importante, ma non fondamentale: l’attuale politica politicante (così definita da Latouche) è fatta di “burocrati del sistema capitalistico”...Votare un partito piuttosto che un altro è importante (non si deve certo votare per lo sfruttamento selvaggio) ma non determina il cambiamento sociale. Un partito della decrescita finirebbe per imbastardire il progetto, offrirlo sul tavolo della mediazione; mentre l’abbandono del terreno democratico, pur con l’imposizione di misure strettamente ecologiche, potrebbe portare alla deriva dell’eco-fascismo.
Il pensiero di Latouche è necessariamente movimentista, affida alla pressione sociale sui politici e sulle industrie il cambiamento epocale che si propone.
Una trasformazione culturale ha bisogno di tempo e di un clima favorevole per “attecchire”: l’ambiente che ci circonda non lo è, nonostante lo spettro della crisi economica. I lavoratori sperano nell’aumento della produzione e nella salvaguardia delle loro competenze, sono preoccupati delle restrizioni del credito...Inoltre, Latouche semplifica la decostruzione dell’immaginario, quasi si trattasse di abbandonare il male per il bene (il che, già, non è semplice). Ma difficilmente una società è un male assoluto, quasi sempre esprime una sua etica (reale, non solo fittizia e indotta) e una sua estetica. In epoche crudeli, sono sorte piramidi, cattedrali, religioni e filosofie, scoperte scientifiche e miracoli di ogni sorta. La nostra non sfugge alla regola. Il progresso scientifico, l’acculturamento delle masse, anche attraverso strumenti deprecabili quali la televisione ed i viaggi economici, hanno spalancato prospettive a larghe masse: di curarsi la salute, di vestirsi bene, di imparare, di fare cose interessanti e nuove. Non solo, esiste un attaccamento alle proprie competenze (nella ricerca scientifica, nella moda, nella pubblicità, nel turismo) che, da una parte, non è neppure strettamente collegato alla ricchezza, ma ad una percezione del proprio valore anche come essere umano. Se non possiamo spazzare via questo inquinamento spirituale con la forza (né lo consiglia Latouche, certamente), davvero possiamo pensare che, nello spazio breve che la predazione della terra ci lascia, milioni di persone rinunceranno ad essere ciò che sono? Ai loro sogni, divertimenti, speranze? E non si tratta solo di fashion victims o di fanatici del lusso...Latouche ci dice che il sostegno americano al mercato dell’auto è sbagliato, che il lavoro delle organizzazioni terzomondiste è (spesso) sbagliato. E l’interdipendenza di fattori locali e globali? Persino le produzioni di nicchia (un concentrato di saperi locali, “buoni”) esistono e sopravvivono anche perché qualcuno, a Dubai o a Pechino (globalizzazione, “cattiva”), vuole consumare delicatezze della campagna francese o toscana. Applicare la decrescita spontaneamente e senza mediazioni significa smantellare la nostra identità. Sicuramente un’identità malata, nient’affatto inclusiva di alcune fasce della popolazione locale, per non parlare di quella mondiale, ma pur sempre un’identità. E ancora...ammesso che in alcune parti del mondo, cosiddette democratiche (con tutti i limiti di questa parola, di cui siamo drammaticamente coscienti), fosse possibile una tale applicazione, essa non ci renderebbe più fragili ed esposti rispetto a culture rese aggressive oltre che dalla comune mitologia del P.I.L. anche dalla repressione delle forme democratiche? Afferma Latouche che, inaspettatamente, l’India e la Cina si stanno rendendo conto dei rischi insiti nella predazione dell’ambiente e si stanno dimostrando più disponibili delle “plutocrazie” a sottoscrivere impegni e adottare nuove tecniche salva-pianeta. Purtroppo, questo non va di pari passo, però, con la libertà: ci saranno paesi dove sarà proibito inquinare, come lo è avere più di un figlio, tenere un cane o professare una certa religione. Davvero possiamo rallegrarci di questo? Non è questo l’ecofascismo che Latouche stesso paventa?
Latouche, in alcuni passaggi delle sue opere, definisce la decrescita come un’utopia. Può sembrare una contraddizione e, invece, può essere la chiave di lettura che lancia questo pensiero nella nostra società e gli permette di mietere frutti. Materiale di riflessione, provocazione, esame di coscienza. Apertura mentale a scelte alternative (invece di...forse posso anche) di fronte a problemi nuovi. Rivalutazione ed inclusione di culture differenti e diametralmente opposte alla nostra, senza che questo comporti una accettazione acritica. Un’utopia “umana” che, non avendo una divinità od una finalità di classe alla propria base, può essere elaborata, rimaneggiata, persino disattesa, se non funziona. A dispetto della sua intransigenza, è nella dimensione immanente e nella pragmaticità delle soluzioni che risiede l’appeal del pensiero di Latouche. Non c’è bisogno di “fanatismi” (ne abbiamo già abbastanza), ma di soluzioni nuove. Sotto questo profilo, il suo libretto (rosso, nell’edizione italiana, Bollati Boringhieri 2008) Breve trattato sulla decrescita serena ce ne offre a centinaia: buttarlo via sarebbe un errore, adottarlo come un dogma una sciocchezza. Ma leggerlo - prima di votare, di acquistare, di agire - leggerlo sì, può essere importante.



(Alessandra Roman)








Serge Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena, Bollati Boringhieri, 2008 [ * ]







(apparso su Poliscritture di febbraio 2009)
VERDI DELIZIE
post pubblicato in Campitelli, Alberta, il 8 gennaio 2013


Gli intenti. le motivazioni e l'oggetto di studio di questo prestigioso volume di vasto formato dedicato alle ville storiche di proprietà del comune di Roma, impreziosito da un ricco apparato fotografico e di piante topografiche, sono esplicitati dalla limpida introduzione di Alberta Campitelli, responsabile del Servizio Ville e Parchi storici capitolino. che traccia con grande competenza le linee storiche di sviluppo del patrimonio verde della città, non sempre apprezzato e rispettato da chi dovrebbe esserne accorto fruitore.
L’opera infatti descrive i complessi delle quarantuno ville storiche romane, realizzate in un arco temporale che va dal XV secolo alla metà del ‘900, di pertinenza del Comune di Roma, dislocate sia all’interno delle Mura Aureliane che lungo le vie consolari, la cui superficie complessiva assomma a quasi mille ettari, e liberamente aperte al pubblico.
Per limitarsi alle ville dell’asse Nomentano-Tiburtino, alle pagine 163-165 si segnala una sezione, ad opera di Alessandro Cremona, riservata a Villa Leopardi Dittajuti, che ospita attualmente la Biblioteca Comunale Villa Leopardi, presso la quale si riunisce periodicamente il Circolo di Ecocritica  di cui faccio parte. La scheda relativa a Villa Leopardi è precedente al restauro di recente effettuato e ne delinea la storia a partire dal 1886, data a partire dalla quale è attestata la proprietà di quest’area, che era essenzialmente una vigna come altri parchi pubblici e privati che si distendono oggi lungo la via Nomentana, alla famiglia Leopardi Dittajuti. Questa “vigna nomentana” perse progressivamente la sua vocazione agricola per divenire un’area verde residenziale. Il giardino si arricchì di edifici, ed in particolare del villino, i cui lavori di edificazione iniziarono nel 1905. Attorno al villino esisteva, esempio abbastanza raro nel panorama romano, un piccolo giardino in stile gardenesque, ovvero all’inglese, attualmente scomparso per l’ampliamento della via Nomentana. Permane, invece, “il parco, che si estende degradando sul retro del villino” e che “presentava un aspetto boscoso, dove prevalevano conifere e lecci, con inserimenti di palme, penetrato da sentieri curvilinei delimitati da lussureggianti bordure di iris selvatici.” . Dopo  l’esproprio del complesso nel 1975 da parte del Comune di Roma “il parco, depauperato nella vegetazione e nel disegno giardinistico, è stato oggetto agli inizi degli anni ’90 di un intervento di riarredo” che, però, non gli ha restituito il suo aspetto storico. Opportuno, quindi, il restauro da poco ultimato.
Interessanti, sempre nella sezione dedicata alle ville storiche dell’asse Nomentano-Tiburtino, oltre ovviamente all’ampia ed accurata descrizione di villa Torlonia (pp.133-157), a cura di Annapaola Agati e Maria Grazia Massafra, la scheda riservata a villa Alberoni-Paganini (pp.159-162), redatta da Annapaola Agati, che ricostruisce, arricchendola di nuovi dati, la vicenda dei passaggi di proprietà e le trasformazioni di quest’area verde acquisita nel 1934 dal Comune di Roma e destinata ad uso pubblico.
Nell’area Flaminia-Salaria, tra le ville di pertinenza del II Municipio, Sandro Santolini ripercorre l’iter complesso di Villa Ada–Savoia (pp.107-116), mentre Bianca Maria Santese (pp.120-121) ricostruisce le trasformazioni del Parco Nemorense o Virgiliano “realizzato nel 1930, su un’area verde di circa quattro ettari, compresa nella distrutta Villa Lancellotti, una delle tante Ville suburbane sacrificate alla febbre edilizia di Roma Capitale” ed oggi “parco “di quartiere” molto frequentato da piccoli e anziani”.
Il volume nel suo insieme motiva quanto affermato nella presentazione dall’allora sindaco Walter Veltroni che “Roma dispone di un patrimonio di verde storico che non ha eguali nelle grandi città” (p.6). E’ quindi utile conoscere meglio tale inestimabile ricchezza della capitale, anche al fine di fare apprezzare di più queste oasi  ed “indurre al rispetto di questo patrimonio troppo spesso oggetto di vandalismi gratuiti […] che è possibile prevenire solo con un maggior coinvolgimento e consapevolezza dei cittadini nei confronti di questi beni che appartengono a tutti e fanno parte della nostra storia”(p.7) come afferma nella sua presentazione Gianni Borgna, assessore nel 2005 alle Politiche Culturali del Comune di Roma.




(Adriana de Nichilo)








Alberta Campitelli, Verdi delizie, De Luca, 2012 [ * ] 

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LA FORMA DELLA CITTA'
post pubblicato in Pasolini, Pier Paolo, il 31 dicembre 2012
 


 
la torre di Chia
stele funeraria o ultimo avamposto della cultura contadina

c'era un camposanto fin dalle fondamenta a destra e a sinistra della via, là dove sorgevano palazzi. La tagliata etrusca lasciava vedere il fondo, sopra svettava la stele della torre di Chia.


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AI WEWEI PARLA
post pubblicato in Ai, Weiwei, il 10 dicembre 2012
                     

Hans Ulrich Obrist - Questa è una macchina fotografica digitale 
Ai Weiwei - Sì
Hans Ulrich Obrist - E' quella che usi per il tuo blog?
Ai Weiwei - Sì, il blog è davvero un nuovo territorio inesplorato. E' meraviglioso. Puoi parlare direttamente a persone che non conosci. Tu non conosci la loro storia e loro non conoscono la tua. E' un po' come scendere in strada e incontrare una donna ferma all'angolo. Le parli, ti rivolgi a lei direttamente. E poi magari si comincia a litigare, o a fare l'amore.
Hans Ulrich Obrist - Qualcosa di nuovo per te, dunque. Quando hai iniziato?
Ai Weiwei - E' stata una grande società internet a obbligarmi ad aprirlo. Mi hanno detto: "Ah, sei famoso, ti diamo un blog". Non avevo un computer e non avevo mai fatto nulla del genere. "Non ti preoccupare, puoi imparare. Mandiamo qualcuno a insegnarti", mi hanno detto. All'inizio pubblicavo i miei vecchi scritti e i miei lavori, poi ho cominciato a scrivere direttamente sul blog. Ne sono rimasto completamente affascinato. Ieri ho pubblicato dodici post, credo, dopo essere rientrato.
Hans Ulrich Obrist - Ieri sera ?
Ai Weiwei - Sì, dodici post. Si possono pubblicare cento fotografie in un solo post. Spesso mi dicono: "Quante foto in un solo giorno!". Le foto possono essere qualsiasi cosa, di qualsiasi cosa. Credo che di fatto siano informazione, un libero scambio, una soluzione esente da preoccupazioni e responsabilità che riflette molto bene la mia condizione.
Hans Ulrich Obrist - Quante persone visitano il tuo blog?
Ai Weiwei - Adesso un milione e qualche centinaio, più o meno. In un giorno ci sono centomila visitatori.
Hans Ulrich Obrist - Più che a qualsiasi mostra.
Ai Weiwei - Sì, non è mai successo prima. Posso inaugurare una mostra in ogni momento, se voglio. E questo per me è molto importante. Quando creo opere d'arte, faccio un progetto, poi la gente visita il sito per circa mezz'ora. Se sono fortunato realizzerò una bellissima installazione per qualcuno che non conosco in un luogo che non conosco, magari in Olanda, ad Amsterdam. Con il blog invece, nel momento in cui tocco la tastiera, chiunque, che si tratti di una ragazza, di un anziano signore o di un contadino, può leggere il mio post e dire: "Guarda quì, è davvero diverso, questo tipo è pazzesco":
Hans Ulrich Obrist - E' istantaneo?
Ai Weiwei - Sì
Hans Ulrich Obrist - Quindi con questa macchina scatti fotografie tutti i giorni, ovunque ti trovi.
Ai Weiwei - Sì, in qualsiasi situazione. Immagino che la mia fascinazione derivi dal fatto che sono cresciuto in un ambiente dove non esisteva alcuna possibilità di una qualsiasi forma di libertà di espressione. Addirittura, nei momenti peggiori, si poteva arrivare a denunciare il proprio padre o la propria madre se avessero detto qualcosa di sbagliato. Era una situazione molto, molto estrema. Perfino ora, la gente continua a dirmi che dovrei proteggermi, che non dovrei dire così tanto nel mio blog. Ma io credo che ognuno debba fare le cose a modo proprio. Finora, tutto è andato bene. Nel blog parlo spesso delle condizioni di vita della popolazione e di problemi sociali. Credo di essere l'unico a farlo.
Hans Ulrich Obrist - Possiamo vedere il tuo blog?
Ai Weiwei - Posso farti vedere qualche post. Nei blog la vita è reale perchè si tratta della vita di ognuno di noi. La vita consiste nell'utilizzare il tempo. Niente di più. Si tratta di scegliere come usarlo. Mentre uso un po' del mio tempo, ci sono queste altre centomila persone che leggono il mio blog. Ognuno di loro utilizza una piccola quantità del proprio tempo, come faccio io. Molti mi hanno detto: "Ehi, non puoi chiudere il blog. Però stai attento, se ti arrestano noi come facciamo?". E' tutto molto sentimentale: "Abbiamo bisogno di te, il tuo blog è diventato parte della nostra vita". Molto divertente.
Hans Ulrich Obrist - Quindi alla gente interessa davvero.
Ai Weiwei - La gente aspetta. Se non aggiorno il blog le persone aspettano tutta la notte per essere i primi a vedere i nuovi post. Utilizzano una parola particolare per indicare il primo commento: shafa. Il fatto di esserci significa essere un vero fan, e dimostrare di essere realmente interessati a ciò che dico. Quindi, per quanto tardi possa essere quando rientro la sera, pubblico sempre qualche parola.
Hans Ulrich Obrist - Lo fai tutti i giorni?
Ai Weiwei - Non so quando smetterò. forse saranno le autorità a farmi smettere. Una volta sono venuti degli agenti e mi hanno detto: "Ehi, vogliamo denunciare il tuo blog. E' materiale che scotta. Perchè non togli qualche pagina?".
Hans Ulrich Obrist - Lo hai fatto?
Ai Weiwei - Hanno cercato di farmi arrivare a un compromesso, ma in modo molto educato. Ho replicato: "Non vedete che è un gioco? Io faccio la mia parte, voi la vostra. Potete bloccarmi se volete, per voi è facile. Ma io non posso autocensurarmi, mi è stato dato un blog proprio perchè si voleva che mi esprimessi liberamente". Allora ci hanno pensato un po', poi mi hanno richiamato dicendomi: "Vista la situazione politica, abbiamo il massimo rispetto per ciò che stai facendo". Credo che la Cina stia attraversando un momento molto interessante. L'autorità centrale, la sua valenza universale, è scomparsa all'improvviso sotto la spinta di internet, della politica e dell'economia globale. Il web e le sue logiche sono diventati per l'umanità alcuni tra i principali strumenti di liberazione da vecchi valori e sistemi, una cosa che fino ad oggi non è mai stata possibile. Sono assolutamente convinto che la tecnologia abbia creato un nuovo mondo, poichè i nostri cervelli sono programmati, fin dall'inizio, per digerire e assorbire informazioni. E' così che funzioniamo, anche se, di fatto, tutto sta cambiando senza nemmeno che ce ne accorgiamo. La teoria arriva sempre dopo. Comunque questi sono tempi straordinari. 
Hans Ulrich Obrist - Proprio questi?
Ai Weiwei - Penso che questo sia il momento, proprio ora. E' l'inizio. Di che cosa sia il momento ancora non lo sappiamo, forse succederà qualcosa di ancora più incredibile. Però, davvero, vediamo il sole sorgere all'orizzonte. E' stato coperto dalle nuvole per quasi cent'anni. Abbiamo vissuto in condizioni estremamente tristi, eppure riusciamo ancora a sentire calore e i nostri corpi riescono ancora a percepire, nel profondo, un entusiasmo, anche se sappiamo che la morte ci aspetta. Dovremmo non tanto goderci il momento, quanto creare il momento.
Hans Ulrich Obrist - Produrre il momento?
Ai Weiwei - Sì, esattamente. Perchè siamo di fatto parte di una realtà e se non ce ne rendiamo conto siamo degli irresponsabili. Noi siamo una realtà produttiva. Siamo la realtà, una parte di realtà che spinge a produrre altra realtà.
Hans Ulrich Obrist - Forse il blog non rappresenta tanto la realtà, ma piuttosto la produce.
Ai Weiwei - E' vero. E' come un mostro, cresce. Sono convinto che, una volta guardato il mio blog, la gente cominci a vedere il mondo in modo diverso senza nemmeno rendersene conto. E' per questo che i comunisti, fin dall'inizio, hanno censurato praticamente tutto. Sono loro l'unica fonte di propaganda, o per lo meno sono riusciti a esserlo molto efficacemente durante gli ultimi cinquant'anni. Ma con l'apertura della Cina e lo sviluppo mondiale dell'economia non riusciranno a sopravvivere. Per sopravvivere devono, in qualche misura, concedere un certo grado di libertà, che, tuttavia, una volta concesso, sfugge al loro controllo.



Hans Ulrich Obrist - Ho sempre visto il tuo blog come una scultura sociale del ventunesimo secolo; ti vorrei quindi chiedere come hai cominciato, come lo gestisci quotidianamente e come ti pare stia funzionando nel momento attuale.
Ai Weiwei - Il mio blog non è molto diverso da quello di chiunque altro. Ciò che lo contraddistingue è forse la mia attenzione costante ad alcuni temi specifici, a cui io sono particolarmente interessato. Sono temi legati in prevalenza alla questione della libertà di espressione per gli artisti, e alle modalità di espressione dei diritti personali. In una società come quella cinese, qualunque discorso che tocchi i diritti e la libertà di espressione diventa politico, è inevitabile. Quindi, ovviamente, io stesso sono diventato una figura politica. Non ci vedo niente di male, ci è dato di vivere in un momento simile e dobbiamo affrontare i nostri problemi a viso aperto. La ragione precisa per cui il mio blog è sopravvissuto fino a oggi è qualcosa che non sono in grado di sapere. Credo che il pericolo provenga sempre da fonti a noi sconosciute, nel tempo e nello spazio. Dunque non posso fare nessuna ipotesi.
Hans Ulrich Obrist - Ci puoi fare qualche esempio di post recenti sul tuo blog? Mi ricordo che quando sono venuto in Cina l'ultima volta avevi protestato contro il fatto che il governo avesse ridipinto la porta della casa di tua madre, eri andato là e avevi rimesso su la vecchia porta. Sono curioso di sapere cosa stia succedendo ora.
Ai Weiwei - Possiamo prendere in considerazione un paio di esempi, brevemente. Quest'anno è stato, senza dubbio, il più ricco di avvenimenti della Cina. All'inizio dell'anno abbiamo avuto le tempeste di neve, le manifestazioni di Wengan, poi la protesta dei tibetani, il terremoto del Sichuan e infine le Olimpiadi. C'è poi un'altra vicenda che, ovviamente, ho seguito con particolare interesse, quella di Yang Jia. Grazie all'attenzione del blog, questo caso è diventato pubblico, facendo sì che molte persone si interessassero alla revisione critica del sistema giudiziario cinese e sollevassero dubbi sulla legittimità delle procedure. L'esito è stato infelice purtroppo, ma le attuali procedure non potevano che portare a questo risultato. Le ceneri di Yang Jia non sono state ancora rese a sua madre, ed è passato un mese dall'esecuzione. La polizia ha fatto sparire la madre in un istituto per malati mente, sostenendo che soffriva di disturbi psichici e assegnandole un nome falso, Liu Yalin. Tutto questo è successo a Pechino, durante e dopo le Olimpiadi. E' incredibile che un fatto del genere sia avvenuto in Cina. Abbiamo sempre pensato che il Partito comunista cinese fosse corretto, che in Cina non potessero accadere cose simili, ci sembrava semplicemente impossibile, Ma ormai ne ho sentite molte di storie come questa, di gente che fa appello ad autorità superiori o di dissidenti che vengono internati in manicomi. Non avrei mai osato immaginarlo. 
Hans Ulrich Obrist  - Più recentemente, ti sei rivolto a un altro pubblico, quello che ha subito i danni dello scandalo del latte contaminato, nel 2008; mi piacerebbe molto che ci parlassi dell'oggetto che hai portato quì per il Minimarathon Shop. Mi pare che abbia un significato particolare. 
Ai Weiwei - I responsabili dello spazio mi hanno detto che dovevo portare qualcosa. allora ho comprato su internet una confezione di latte in polvere Sanlu. L'ho presa su Taobao, un sito di vendita on-line, e sembra che sia un prodotto destinato agli adulti. Il proprietario lasciava intendere di averne solo dieci sacchetti, e che non poteva venderne più di quattro. Così il prezzo è schizzato: un tipo scaltro, questo venditore, sa fare affari; è molto interessante. E poi stamattina sulla prima pagina del Beijing News c'era scritto che i due presunti colpevoli sono stati processati nella città di Shijiazhuang. Uno di loro è un autista. E' perfino in un caso come questo, che ha colpito più di duecentomila bambini e che ha seriamente minato la credibilità dell'intera società, al governo non è stata attribuita alcuna responsabilità. La colpa ricade su un autista. C'è da morire dal ridere. 
Hans Ulrich Obrist - Tornando al tuo blog, nel nostro ultimo incontro, quando ti ho chiesto se fossi ottimista, mi hai risposto che l'esistenza di internet era la cosa migliore che potesse capitare perchè, in qualche modo, creava una rottura con il vecchio sistema di valori e, al tempo stesso, ne introduceva uno nuovo. 

 

 per il video originale di PSY vedi quì

Hans Ulrich Obrist - E' affascinante quello che hai detto del blog, l'idea che possa essere paragonato all'atto di disegnare.
Ai Weiwei - Il blog è il disegno di oggi. Qualsiasi cosa io dica o scriva sul blog può essere considerata parte del mio lavoro. Fornisce la maggiore quantità possibile di informazioni: mostra interamente il mio ambiente.
Hans Ulrich Obrist - Non ti vedo mai senza la tua macchina fotografica, la usi di continuo per scattare le foto che quotidianamente pubblichi sul blog. Com'è cominciato il blog?

ai weiwei: interlacing at fotomuseum winterthur 

Ai Weiwei - Per caso. La Sina Corporation voleva aprire dei blog per un certo numero di persone. Ho detto loro che non avevo mai usato un computer e che non sapevo come funzionasse. Ma mi hanno risposto :"Ti possiamo insegnare noi". Allora ci ho riflettuto un po', mi sono reso conto che era il modo migliore per avere un contatto diretto con la realtà, oltre che per rendere pubblica la mia vita privata. Mi è parso qualcosa di inedito e quindi ho deciso di provare. Nei primi post ho dichiarato che l'obiettivo del blog era l'esperienza stessa, senza bisogno di uno scopo particolare. Ora che abbiamo questa tecnologia la si può usare direttamente, anche, fino a un certo punto, senza pensarci troppo, senza dovere necessariamente estrarre un significato. E' qualcosa che solo oggi è possibile. Se fosse avvenuto prima, non avremmo visto i disegni di Leonardo da Vinci o di Degas. Avrebbero avuto tutti la macchina fotografica. Credo che il mio blog sia il più ricco di immagini in assoluto; a livello internazionale, nessun altro pubblica così tante foto ogni giorno.

  

Hans Ulrich Obrist - Quante ne scatti?
Ai Weiwei – Da cento a cinquecento al giorno.
Hans Ulrich Obrist - Incredibile!
Ai Weiwei – Abbiamo scattato centinaia di migliaia di foto per il blog.
Hans Ulrich Obrist – Ti ricordi il tuo primo post?
Ai Weiwei – Sì era solo una frase, qualcosa del tipo: “Abbiamo uno scopo per esprimerci, ma la nostra espressione ha già in sé il suo scopo”.
Hans Ulrich Obrist - Quindi era solo questa frase, senza immagini?
Ai Weiwei – Il primo post non conteneva nessuna immagine. All'inizio si esita, si vaglia attentamente, si pensa.
Hans Ulrich Obrist - Quella prima frase è davvero importante, una specie di motto. Era scritta con caratteri grandi?
Ai Weiwei – Sì, si fa fatica a capire perchè si debba comunicare così con gli altri computer. Ci si domanda quale sia il modo migliore per rendere pubblica, attraverso le tecnologie cibernetiche, questa realtà virtuale. E' strano, all'inizio. E' come quando si getta qualcosa in un fiume. Pur sparendo immediatamente alla vista, continua a esistere nell'acqua, e il volume stesso del fiume subisce delle modifiche a seconda di quanti oggetti vi vengano lanciati dentro. Mi pare che il primo giorno del mio blog sia stato il 19 novembre, ormai quasi tre anni fa. Ho già pubblicato più di duecento articoli, interviste e scritti, recensioni e commenti sull'arte, la cultura, la politica, ritagli di giornale e così via. E' stato in assoluto il regalo più interessante che abbia mai ricevuto; per me, ma forse addirittura per la Cina, perchè viviamo in una società che non solo non incoraggia l'espressione delle proprie idee, ma spesso la punisce, come è successo a due generazioni di scrittori. La gente ha paura a mettere qualsiasi cosa per iscritto; qualsiasi parola scritta può venire utilizzata come prova di colpevolezza. Ecco perchè gli intellettuali cinesi sono così cauti ora.

  

Ai Weiwei - Molto tempo dopo, circa due tre anni fa, mi hanno affidato questo blog, che all'inizio non sapevo nemmeno come gestire. Poi mi sono accorto che ci potevo mettere le mie foto, quindi ci ho caricato quasi settantamila foto, almeno cento foto al giorno, che potevano essere condivise da migliaia di persone. Il blog ha già avuto più di quattromila visitatori. E' una cosa meravigliosa internet. Persone a me sconosciute hanno la possibilità di vedere nel dettaglio quello che faccio.
Hans Ulrich Obrist - Nel tuo blog, e nel tuo lavoro, rendi pubbliche molte cose. Hai qualche segreto? Qual è il segreto che custodisci più gelosamente?
Ai Weiwei – Ho la tendenza a svelare i misteri personali. Come ogni essere umano, credo che ci sia un lato segreto sia nella vita sia nella morte, e che sia forte la tentazione di svelare questo segreto, di ammettere che si ha bisogno di coraggio, o di comprensione, per affrontare la vita e la morte. Anche nel momento in cui si cercasse di svelare se stessi, di aprirsi completamente, si rimarrebbe inevitabilmente un mistero, perchè ogni uomo è un mistero. Non riusciremmo mai a capire ciò che siamo. Le nostre azioni, i nostri comportamenti sono fuorvianti, irrilevanti direi.


  Hans Ulrich Obrist, Ai Weiwei parla, Il Saggiatore, 2012 [ * ] [ * ]                                    Ai Weiwei, Il Blog, Johan & Levi, 2012 [ * ]  

            

 



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TORNADO SULL'ILVA
post pubblicato in Diario, il 6 dicembre 2012

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UNA OBBEDIENZA
post pubblicato in Fortini, Franco, il 6 novembre 2012
 


                                              

                                          L'intelletto delle erbe


                Prove per un approccio ecocritico ai versi di Fortini: Una obbedienza

 

il mio desiderio è un albero che supera il cielo


tutto da una conchiglia – Erasmus aveva

le sue ragioni – minuscole nel fango primordiale

di oceaniche grotte di perla poi vegetali essenze

dotate di respiro e pinne e ali e piedi (chissà

se Katherine pensava a Darwin quando scriveva

di conchiglie e grotte di perla)


lentamente viaggiare

serpeggiando da giovani piante per sentieri di radici

per riuscire a sentire quel che il seme capisce

inventare nuovi usi per vecchi

strumenti tenendo a mente i due millenni

che servirono ad un seme per far crescere

la più celeste delle imponenti sequoie


poi converrebbe chiedersi perché le piante

siano tanto fissate con il sesso, perché

si prendano la briga ogni volta di produrre semi

– come sessuati non essiccare, come asessuati

disseminarsi in spore e radicare: così le felci

si pensava rendessero invisibili

chi possedeva i loro invisibili semi

a mezzanotte raccolti sui piatti di peltro della notte

che tagliava la mezza estate –


nessuno rida delle invisibili

diluizioni che guariscono


nascosto nel cuore di una mela vive un frutteto   

                     

                                        (Marcella Corsi)


L' interesse che da sempre nutro per la vita vegetale è stato di recente stimolato – oltre che dal volume 
1) 
di Jonathan Silvertown da cui ho tratto spunto per i versi che precedono – dalla particolare ottica di lettura delle opere d'arte proposta dall'ecologia letteraria, disciplina cui ha introdotto il gruppo omonimo attivo presso la Biblioteca di Villa Leopardi.
L'ecologia letteraria è un metodo che si situa tra ermeneutica e attivismo, uno strumento con cui l'etica ambientale si esercita criticamente sui prodotti letterari, proponendo un'idea di cultura come strategia di sopravvivenza, motivata da precise esigenze di rifondazione culturale, in continuo esercizio di creatività. 
Sul versante storico-ermeneutico si tratta di un approccio volto ad acquisire consapevolezza dei valori ecologici – in senso affermativo o negativo – di cui un'opera, e un autore attraverso le sue opere, si fa portavoce. Da un punto di vista etico-pedagogico essa vede nel testo letterario, e più in generale nell'opera d'arte, anche uno strumento di alfabetizzazione ambientale volto ad orientare positivamente il modo con cui gli umani si rapportano al mondo non umano
 
2)
.  

Non di rado scorrendo versi di Fortini ero stata colpita dalla rilevante presenza in essi del mondo animale e di quello vegetale 
3)
. Ho voluto rileggere quei testi alla luce dell'ottica proposta dall'ecologia letteraria. Forse solo un modo per riproporre versi che mi avevano colpito.
Rimango per ora nel cerchio ristretto delle poesie raccolte nell'80 sotto il titolo di Una obbedienza, affrontando i testi per quello che, anche loro malgrado, sembrano dire e cercando di liberarmi dai condizionamenti che gli scritti di critica e di passione politica potrebbero esercitare.

Un'ora esiste conosciuta a molti

nera e rada. Che nella campagna

le bestiole abbandonano la cerca,

lenta è ogni persona, gli edifici sono chiusi.

Dico della notte di luglio se è tutta muta.

Hanno ripreso a tremare nella loro tana sparuta

le famiglie dei ricci, vittime sotto le stelle

di raggi ultraterreni o feroci veleni,

cieche alle alte cose che a noi paiono belle.

O rive smorte, incanti grigi, ire disseccate.

Capovolto il capo nei sonni ostinati

la generazione dei dormienti precipitando

sente che mai potrà destarsi.

(1975-'77)

Leggendo Una obbedienza, prezioso libretto a cura di Giorgio Devoto che ripropone 18 poesie del periodo tra il '69 e il '79 prefate da Andrea Zanzotto 
4)
, alcuni testi colpiscono per l'attenzione partecipe, quasi affettuosa, portata ai piccoli animali della campagna e per la precisione delle citazioni arboree. In questo Primo dei Cinque recitativi iniziali, entro l'irriducibile pedagogismo di taglio etico-apocalittico che spesso connota i versi del nostro, s'affacciano bestiole che a sera terminano la loro ricerca di cibo e materiali utili alla riproduzione della vita e si ricoverano nelle tane grandi appena quanto basta (ma l'aggettivo scelto richiama anche la paura che li fa tremare). 
Esse sono ‹‹cieche alle alte cose che a noi paiono belle›› e vittime dell'azione umana sull'ambiente naturale (a questo mi sembra rimandino i ‹‹raggi ultraterreni›› e i ‹‹feroci veleni››. Si badi a come l'autore, utilizzando il verbo parere, lasci aperta la possibilità – la suggerisca quasi – che quel che a noi sembra bello poi bello in realtà possa non essere. Per quanto affiancata all'immagine della cecità animale, questa messa in dubbio della percezione umana del reale mi sembra significativa.
Se quel noi avesse un riferimento più 'stretto', non all'umanità nel complesso ma agli uomini che sono in condizione di poter pensare al bello, allora quelle bestiole e quei ricci rimanderebbero allegoricamente ai molti umani che altro non possono che lavorare per riprodurre le condizioni della loro esistenza in vita (si capirebbe allora perché già alla prima lettura quegli animali avessero, conferito loro dal poeta, odore d'umana famiglia).
L'ipotesi pare confermata dai versi seguenti, dove natura, mondo culturale e sfera della bellezza in particolare, ed infine il proprio personale sguardo sulla realtà si presentano contraddittori o, come spesso in Fortini, in compresenza di contrari (‹‹rive smorte, incanti grigi, ire disseccate››). E soprattutto pare, negli ultimi tre versi, che la generazione consapevole della propria incapacità di destarsi anche in avvenire sia senza dubbio quella degli umani, anch'essi, in modo diverso da quello degli animali, ostinatamente dormienti.
E' però qui rilevabile, mi sembra, la percezione di una stretta interrelazione tra natura, animali e uomini, una compresenza che implica reciproci condizionamenti: non solo, come espresso nei versi, dall'azione umana al mondo vegetale e animale ma anche implicitamente all'inverso, dalla natura nel suo complesso sull'uomo, la sua vita, le sue convinzioni.
Incontriamo uno sguardo attento e partecipe sugli animali anche nel Quinto recitativo 
5)
, in Il nido 
6)
, in La nostra Regione 
7)
. Perfino in Two-Step, dove non ce lo aspetteremmo. Invece ecco rospi e altre bestiole che stupefatti vedono atterrare aerei, e abbài di cani da guardia e alla fine animali che… contemplano le stelle 
8)
.
Nel Terzo recitativo (e ricordiamo che i Cinque recitativi 
9)
 sono nel libretto in posizione preminente, iniziale) colpiscono i due versi in cui al ‹‹paese delle volpi parlanti›› viene accostata ‹‹l'impossibilità di capire definitiva››, questa degli umani, giacché pochi versi più sopra ‹‹lo spazio tra le persone del gruppo›› era diventato ‹‹come una pelliccia›› 
10)
.
Nel Quarto, che in prima persona plurale afferma la necessità di non sfuggire alle responsabilità sociali e soprattutto alla ricerca della verità, non passano inosservate un paio di domande e una finale osservazione: ‹‹E non guardate dove le stelle si riproducono? Non volete/ nemmeno osservare le piccole persone/ che stridono sotto le nostre scarpe?/ Come l'agonizzante diventa un sasso lo sapete››. 
Vi sono coinvolti stelle, sassi, insetti e umani agonizzanti, in una compresenza tragicamente interrelata, in una condivisione di condizione che tende significativamente al meticciato. Le stelle si riproducono come umani ed animali, sotto le scarpe non insetti stridono ma ‹‹piccole persone››, e l'umano agonizzante diventa sasso. E' la possibilità della metamorfosi che s'intravede nella mescolanza. E nella commistione la centralità umana sembra essere messa (finalmente) in discussione. Certo il poeta si rammarica che possa accadere il 'diventar sasso' di un uomo ma prende atto della 'verità' che questa ammissione contiene. Il valore dell'umano può dunque non prevalere sul resto del mondo. 
Un'obiezione: e se quelle piccole persone che stridono sotto le scarpe non fossero minuscoli viventi animali ma umani indifesi e oppressi? E' probabile che entrambi i significati siano presenti nei versi. Ma, qualora (cosa che non credo) si dovesse scegliere una sola tra le due interpretazioni, è improbabile che si possa escludere quella animale. Credo di poterlo dedurre dalla citazione con cui la poesia inizia: ‹‹Perché alla fine che cos'è/ tutto il genere umano a paragone/ della natura e della universalità delle cose?››. 

Un cenno merita, rilevabile nei versi, la precisione nel nominare le essenze arboree, che dice almeno di frequentazioni, di attenzione e competenza nello specifico. Non si incontrano alberi in Una obbedienza ma noci e aceri, pini e agrifogli, il gattice, il cipresso, le ginestre, l'elce, il leccio. E anche, o meglio, ‹‹lecci tenaci›› (in La nostra regione 
11)
), ‹‹larici spirituali›› (in New England 
12)
). E poi ‹‹prati acuti/ dove passa uno che non capisce›› (Per un sarcofago 
13)
). Così, mentre gli alberi – come d'altronde qui il mare – nella percezione del poeta acquistano vicinanza e quasi si umanizzano, viene il dubbio che l'acutezza di questi prati non possa essere solo questione di punte d'erbe o di steli spinosi…
1
4)


Quando fosse allegoria (come con tutta probabilità è), sarebbe comunque significativa la scelta dell'immagine naturale. Di ‹‹intelletto delle erbe›› Franco Fortini parlerà esplicitamente nella prima delle poesie della prima sezione di Composita solvantur, e più avanti (in La notte oppresse…) definirà la profondità dei fiumi come ‹‹il luogo dell'intelligenza››.
Così l'affermazione finale (‹‹quanto di me si consuma sarà cibo e bevanda di molti››) non sembra contenere paura o tristezza ma, entro un'idea di compresenza nel reale, recare conforto e pacificazione 
15)
Torna in mente l'augurio finale del Terzo recitativo (‹‹Il mancato piacere definitivo/ si mutasse in acquisita intelligenza./ E l'acquisita intelligenza si mutasse/ in lode della creazione.››) e la già citata citazione posta all'inizio del Quarto. Il fatto che quest'ultima sia, per esplicita dichiarazione dell'autore 
16)
, una citazione immaginaria la rende, credo, ancora più significativa.

Concluderei questa breve prova di lettura ecocritica preliminare con i versi iniziali e finali del Quinto recitativo, che per primi scorrendo il volumetto mi hanno affascinato.

La luce del gran nuvolo stupefacente

e gli agrifogli e i ghirigori! Ormai

anche i visitatori più assorti avranno compreso

quanto la sera è inevitabile.

L'uccello piangeva dalla vetta del gattice

i rapiti dal nido inconsolabile

[…]

visitatori pellegrini ospiti!

Infilate le maglie, perdete le ricche ginestre,

scendete verso le auto, non vogliate sostare

dove lo stagno detto delle libellule

è discarica assoluta, non chiedete

il doloroso segreto

del serpe mozzo, dell'opaca salamandra.

Furono, sì, sono, saranno; ma fiera la luna

è rapidissima lassù e possiamo, addio,

tra elce e leccio, tra cipresso e leccio

senza suono toglierci, senza pena

dalla complessiva immagine.

Nessun tentativo di rifugiarsi nella natura, nessun riposo dello sguardo. Stupore ammirato di fronte alla magnificenza e all'inevitabilità dei fenomeni naturali, consapevolezza delle contraddizioni che anche qui si mostrano più pesantemente umane che animali (pesantissimo quell'aggettivo assoluta attribuito alla discarica che lo stagno delle libellule è diventato, mentre lo sguardo accoglie partecipe il dolore inconsolabile dell'uccello privato dei piccoli), una residua possibilità di comprensione per chi sia disposto a guardare.
E nell'invito ai visitatori mi colpisce il verbo perdere riferito alle ginestre, ricche – credo – solo dei molti fiori e tuttavia chiaramente preziose. 
Erbe e animali nella loro partecipe, sapiente, preziosa (apparente) immobilità rimangono fermi, a sera, dove sono. Ci sono, ora come nel passato, ora come nel futuro. Nei secoli dei secoli, verrebbe di dire se non avessimo ora una consapevolezza diversa della fragilità degli ecosistemi. Al di la della differente percezione delle fragilità naturali propiziata da trent'anni di distanza tra i versi di Fortini e l'oggi, questo rimanere di piante, acque e animali dolenti promana forza, induce fascinazione. Si collega fermamente alla già sottolineata ‹‹tenacia dei lecci››, alla ‹‹spiritualità dei larici››.
Ma visitatori, ospiti o pellegrini possono approfittare del movimento rapidissimo della luna per muovere anch'essi, e perdere, non sostare, non chiedere.
‹‹Possiamo – ricompare il noi ad infiltrare (o forse ad attestare) l'autore tra i visitatori – senza suono toglierci, senza pena dalla complessiva immagine››. Non sarà così, non più, a mio parere, in Composita solvantur 
17)
.

E' probabile che una lettura intertestuale porterebbe anche qui ulteriori suggestioni. E certo sarebbe assai utile seguire alcuni temi della poesia del nostro autore (quello del sonno per esempio) presenti anche nei versi sopra riportati. A me però ora preme sottolineare una diversa possibilità di leggere il Fortini poeta, quella operata alla luce di un importante strumento interpretativo e 'formativo' quale mi sembra sia l'ecologia letteraria. E insieme segnalare l'interesse che i versi di Fortini possono avere per chi tale strumento padroneggi meglio di me.
Con tutta evidenza sarebbe opportuno concentrare l'attenzione su Composita solvantur, giacché, come notò Roversi 
18)
, ‹‹è quando si fa giusta attesa "la vergogna di vecchiezza" che il pubblico fustigatore, il sapiente senza livrea arriva a disporre dopo la lunga macerazione e per intero della propria parola poetica››. 
Forte stimolo in questa direzione deriva da poesie come Qualcuno è fermo…, Le piccole piante…, Sono nella stanza, Stanotte…, Saba, Compiendo settantacinque anni, Sopra questa pietra…, Ruotare su se stessi…, La notte oppresse
19)
. Noto qui parenteticamente che sette di nove delle poesie di Composita solvantur che mi sono sembrate le più significative ai fini di una lettura ecocritica sono state titolate con lo stesso criterio adottato per gli Otto recitativi, cioè non hanno titolo (condizione riservata in Una obbedienza ai soli Cinque recitativi).

Ritornando ai testi di Una obbedienza vorrei riprendere qui, per concludere, alcune delle deduzioni man mano emerse dalla lettura dei versi ed esplicitarne brevemente la rilevanza in termini ecocritici.
Significativa è sembrata nel Primo recitativo la messa in dubbio del valore assoluto della percezione del reale operata dal noi fortiniano, confermata dalla connotazione positiva attribuita a piante e animali riscontrabile in diverse delle poesie riportate. 
Ancora di più forse rileva quella condivisione di condizione quasi meticcia di astri, sassi, animali e umani notata nel Quarto recitativo (ma, a ben vedere, anche nel Primo), una compresenza interrelata che ha in sé la possibilità della metamorfosi e sembra mettere in crisi la centralità dell'umano entro il complesso della realtà dei viventi: il modello antropocentrico avviato a decostruzione.
Potevamo aspettarcelo fin dall'inizio che lo sguardo poetico di Fortini transitasse senza intoppi dall'attenzione convinta ai problemi dei deboli entro la società ad una considerazione partecipe anche della condizione dei deboli entro il mondo naturale. L'approccio etico ve lo predisponeva. La messa in discussione dell'io lirico per un noi civile da declinare nei più ampi modi non poteva non estendersi anche al complesso dei (nei più vari modi 20
)
) viventi entro l'ambiente naturale. 
Proprio però la messa in discussione, qui forse solo iniziale, della centralità dell'uomo entro le differenze presenti nell'universo dei viventi è insieme premessa indispensabile e sintomo importante di un atteggiamento ecologico, che fa cioè prevalere un discorso sull'oikos (casa, ambiente nel quale si vive) rispetto ad uno centrato sull'ego. D'altronde la consapevolezza delle contraddizioni dell'azione umana sulla natura è più d'una volta espressa nei versi citati in questo scritto. Ma qui mi sembra ci sia qualcosa che va oltre una generica denuncia dei guasti provocati dalla presunzione degli umani.
Quello che qui avvertiamo in modo non del tutto implicito in Fortini è un ‹‹umanesimo non antropocentrico›› 
21)
, capace di immaginare (o comunque cercare) strategie di sopravvivenza culturale in praesentia naturae: senza trascurare il legame stretto tra cultura degli uomini e sapienza della natura.
Anche la virile, quasi serena consapevolezza del finire ‹‹cibo e bevanda di molti›› assume una diversa sfumatura entro questa cornice. C'è, certo, ad aiutare la fiducia che solo quanto di sé si consuma debba finire a quel modo, ma c'è pure quella particolare sdrammatizzazione della morte che si guadagna spazio nella mente di chi si pone in una prospettiva ecologica.
Sentire la cultura come un percorso etico finalizzato alla creazione di un patrimonio comune, inclusivo, in continua autorevisone. Essere 'fedeli' ai figli più, od oltre, che ai padri. In alcune caratteristiche dell'umanesimo non antropocentrico che connota la cultura ambientale come strategia di sopravvivenza mi sembrano riconoscibili intenzioni e pratiche del poeta e dell'uomo Fortini. Riletta in quest'ottica, la sua poesia trova nuove direzioni di attualità.


1 Jonathan Silvertown, La vita segreta dei semi, Torino, Bollati Boringhieri, 2010 [ * ]. L'ultimo verso deriva direttamente da un proverbio gallese.
2 Serenella Jovino, Ecologia letteraria. Una strategia di sopravvivenza, Milano, Edizioni Ambiente, 2006 [ * ]. L'ecolologia letteraria può definirsi anche ecocritica (dall' inglese ecocriticism). Lo stimolo derivatomi dal gruppo di ecocritica di Villa Leopardi mi ha indotto, accogliendo l'invito di Avaaz, a proporre una petizione per "far crescere il verde di Roma", in prosecuzione del progetto per le scuole "Adotta un albero" (visibile sul sito di Poliscritture). Ne copio qui il link, perché una petizione ha bisogno d'essere firmata e condivisa:
http://www.avaaz.org/it/petition/Facciamo_crescere_il_verde_di_Roma/?launch
3 Sembra d'altronde che erba e animale siano tra i lemmi a più alta occorrenza in Fortini (Felice Rappazzo, Eredità e conflitto. Fortini Gadda Pagliarani Vittorini Zanzotto, Roma, Quodlibet, 2007, p.105 [ * ].
4 Franco Fortini, Una obbedienza, Genova, S. Marco dei Giustiniani, 2005 (I ed. 1980). In copertina il sottotitolo indica 18 poesie 1969–1997, ma è evidentemente un refuso per 1969–1979 (Fortini essendo morto nel '94). Lo conferma anche la lettera dell'autore al curatore riportata a premessa della pubblicazione, la cui prima edizione è appunto del 1980.
5 Del Quinto recitativo si tratta più avanti nel testo.
6 A metà marzo fra il il muro e il tetto/ certi uccelli di becco ostile giallo/ nervosi miseri fanno di stecchi un nido./ Quando è notte molto alta e non dormo/ so che stanno dietro il muro i loro nati./ […] Dentro il nido ignoranti esserini/ alla frenesia della madre tremeranno./ Griderà la fame e tutto insegnerà la madre./ Nell'aria inorridita voleranno/ e non sapranno nulla di più mai./ […]. La chiamata in luce che degli uccelli viene fatta in Il nido mi sembra davvero si configuri come una trasposizione allegorica di umane contraddizioni.
7 Lo spazio della nostra regione basta alle volpi/ che sono scarse e si cibano di piccoli uccelli/ dove al sole la discarica esprime/ della politica invernale i residui e si scorge/ il puntiglio dei passeri e l'incertezza dei gatti/ lo spazio prescritto percorrere./ […].
8 […] e fuor della sala fra poco/ saltellare lampadine/ perché presto disfatti/ i globi solenni dell'ovest/ e il canotto del guardiacoste a sussulti/ di lampi bianchi viola e i quadrigetti/ ansiosi sulla direttrice/ d'atterraggio a stupefare rospi/ e altre bestiole tra l'erbe./ […] Sera del sabato cena del sabato./ Tutto qui e i canili dei recinti e gli abbai dai depositi./ […] Ah ma noi vivremo/ creature umidi corpi vivremo sempre/ la polizia scherzava amore vivranno sempre/ gli aliti con noi dei motori verso i motel./ E il tic tac bianco viola del guardiacoste/ e le croci dei cieli che i nostri animali contemplano/ e dormiremo insieme/ nella notte del sabato sempre nella pia notte.
9 I Cinque recitativi con cui si apre il libretto diventano otto (vi si aggiungono La nostra Regione rinominata Lo spazio…, New England e un testo nuovo) e si posizionano al centro della raccolta quando vengono inseriti in Paesaggio con serpente (Torino, Einaudi 1984) [ * ] , che riprende tra le altre 16 delle 18 poesie di Una obbedienza. L'ordine dei cinque recitativi iniziali entro gli otto di Paesaggio con serpente è leggermente diverso (lo specifico nel caso qualcuno possedesse Paesaggio con serpente e non Una obbedienza): al primo posto viene posizionata quella che era La nostra Regione; al secondo e al terzo rispettivamente il Primo e il Secondo recitativo, rititolati a partire dalle prime parole del primo verso (operazione che viene effettuata su tutti i testi di questa sezione); Quello che era il Quarto recitativo occupa, con diverso titolo, il quarto posto degli otto; al quinto troviamo quello che era il Terzo di Una obbedienza; al sesto troviamo La luce del gran nuvolo…, che era in origine il Quinto recitativo; viene interposta una poesia non inclusa nel libretto del 1980, intitolata Come mai le foglie…; e da ultimo ritroviamo New England. Il titolo del librino del 1980 andrà a connotare l'ultima sezione della pubblicazione del 1984.
10 [..] Camminiamo fra i noci tutti gialli/ e gli aceri rossissimi./ Conoscendo i nostri vizi/ lo spazio tra le persone del gruppo/ diventa come una pelliccia./ [..] Verso Heathrow palpitazioni e luccichii,/ verso nord il paese delle volpi parlanti/ e l'impossibilità di capire definitiva./ [..].
11 [..] C'è chi dentro la mente si sente straziato/ perché è grave che il mare fiero, i lecci tenaci,/ il cigolio delle auto, il ragionare delle persone,/ tutto racconti di cose sparite/ che nessuno più attende./ C'è chi ne soffre sebbene soffrire non serva. I versi di La nostra regione finiscono sul tema del rapporto con il passato, o meglio con quanto del passato non è riuscito a diventare tradizione. Che fiero sia l'aggettivo scelto per definire il mare è però anch'esso particolare significativo nell'ottica che orienta questo scritto. Fierezza del mare, tenacia dei lecci.
12 Beninteso posso ancora guardare./ La finestra ha qualche lacrima. Il lume d'occidente/è alla vernice della parete. La sera/è la vertigine dei larici spirituali./ Dalla collina dei padri i pensieri già pensati/ mi guardano./ [..]. Aggiungo: certe volte non mi riesce di terminare la citazione dove sarebbe sufficiente: il verso successivo è così bello che non riesco a non copiarlo. Così qui. Dite: pur nella pochezza della mia analisi, non valeva la pena di rileggere questi versi?
13 [..] Ho l'età di mio padre e i sogni che rammento/ sono di errori rimediabili, consulti nei dizionari/ sono di dispute cavernose, di prati acuti/ dove passa uno che non capisce/ [..]. 
14 Devo dire che il seguito dei versi (…..), che ora rileggo, mi fa decisamente propendere per l'ipotesi della 'spinosità' di quei prati, ma ugualmente lascerei aperto uno spiraglio di possibilità all'altra…
15 Riporto i versi finali nella loro interezza: [..] Qualcosa mi è stato detto/ che debbo ricordare meglio: che/ quanto di me si consuma sarà cibo e bevanda di molti./ Non so se mette conto ritrovare tra le mie carte/ le precise parole della promessa.
16 Cfr. Franco Fortini, Versi scelti 1939–1989, Torino, Einaudi 1990, p. 448.
17 Questo scritto era, nelle intenzioni, premessa a un tentativo di lettura ecocritica dei testi di Composita solvantur. La chiusura in redazione del numero lo ha forzatamente autonomizzato, temo con risultati non particolarmente soddisfacenti.
18 Lo scritto di Roberto Roversi cui faccio riferimento, del 1998, è riportato in quest'ultimo numero della rivista Poliscritture, a conclusione della rubrica Letture d'autore.
19 In Composita solvantur, rispettivamente alla pagine 7, 8, 10, 13, 17, 26, 54, 58, 59.
20 L'accenno alla vita delle stelle nel Quarto recitativo non mi sembra trascurabile nella direzione di ipotizzare nel nostro una percezione della "vita inanimata" niente affatto inanimata e irrispettabile.
21 Riporto in nota una sintesi della definizione che di umanesimo non antropocentrico dà Serenella Iovino: ‹‹un tipo di umanesimo esteso, capace di stabilire relazioni di prossimità costruttiva [..] con altre specie e con l'ambiente naturale. [..] basato sulla costruzione di identità flessibili e, in quanto tali, democratiche e dialogiche [..] (che) inventano un'etica del futuro a partire dal presente, inteso come com–presenza non dualistica di umanità e natura›› (Ecologia letteraria. Una strategia di sopravvivenza, citato, p. 68).

(Marcella Corsi)







Franco Fortini, Una obbedienza, San Marco dei Giustiniani, 2005 [ * ]


PROFONDO VERDE
post pubblicato in Borgna, Irene, il 16 ottobre 2012

 


L’interrogativo di apertura del testo, “Quale etica per l’ambiente?”, propone una domanda aperta alla società, alle istituzioni governative, all’economia ed ai singoli, in veste di pensatori, consumatori e produttori, a cui tutti si è chiamati se non per dare risposte immediate, per riflettere ed elaborare proposte innovative. Il testo stesso non contiene risposte, sostenendo la tesi della necessità di opinioni e proposte individuali e collettive, sollecitate e auspicate, a fronte delle attuali, gravi e pressanti problematiche ambientali che chiamano in causa il modello socio-economico dell’occidente, strutturato secondo criteri di espansione, sviluppo e sfruttamento intensivo di materie prime e risorse non rinnovabili.  
L’esposizione della storia delle idee ecologiche, del rapporto tra specie umana, non umana e natura nel pensiero filosofico dalle sue origini fino alla contemporaneità, includendovi il pensiero cristiano, permette al lettore di comprendere i nessi tra pensiero astratto, ricerca scientifica, processi produttivi, economia ed uso del sapere. Ne risulta in tutta evidenzia l’approccio antropocentrico che ha pervaso e permeato la cultura occidentale, con poche ed isolate voci dissidenti, che hanno gradualmente elaborato rapporti e visioni del mondo non antropocentriche, recuperando per se stessi stili di vita coerenti con il proprio pensiero. L’autrice procede nell’analisi della progressione del pensiero ecologico, citando scienziati, economisti e politici che hanno contribuito e contribuiscono allo studio delle problematiche ambientali, ed evidenzia, nel contempo, la scarsa consapevolezza che la maggioranza delle persone ha del proprio ambiente e della sua relazione con esso. Sintetici e chiari riferimenti alla concezione dell’uomo in culture aborigene, native ed orientali unitamente all’analisi dei contenuti e dei principi basilari dell’ecologia profonda e del concetto di decrescita offrono abbastanza elementi per una riflessione sia a carattere individuale che culturale, politico ed economico, prefigurando spazi per immaginare e pensare a qualcosa di nuovo.
Come dare risposte, quindi? Assumendosi in prima persona l’onere della responsabilità, dall’impegno alla conoscenza, alla partecipazione e alla condivisione, per capire se e come vorremo e potremo continuare a vivere come collettività, come specie e in quali rapporti tra specie umana, non umane e ambiente.



(Angela Grazia Ciusani)








Irene Borgna, Profondo verde, Mimesis, 2010 [ * ]








 


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 16/10/2012 alle 10:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
BREVE TRATTATO SULLA DECRESCITA SERENA
post pubblicato in Latouche, Serge, il 18 settembre 2012

 

Oltre che, forse, semplificare in fatto di decostruzione dell'immaginario, mi sembra che Latouche non riesca a trovare sufficiente incisività di proposta sui modi per ottenere lo scopo, non facile d'altronde da prefigurare. Ma in questa direzione la sua "mancanza" si costituisce come invito all'esplorazione, alla ricerca, all'immaginazione e all’invenzione culturale. 
Egli si rifà ancora a Cornelius Castoriadis (Une société à la dérive, Parigi 2005). A conclusione di La sfida di Minerva (2000) aveva, citandolo, affermato: "quel che è richiesto è una nuova creazione dell’immaginazione di un’importanza che non ha pari nel passato, una creazione che ponga al centro della vita umana significati diversi dall’espansione della produzione e del consumo, che proponga obiettivi di vita diversi, tali da essere riconosciuti dagli esseri umani come degni di sforzo". Qui ancora con le sue parole propone "l’autotrasformazione esplicita della società [...] l’ingresso della gran parte della comunità in una fase di attività politica, e cioè istituente. L’immaginario sociale si mette al lavoro e si impegna esplicitamente nella trasformazione delle istituzioni esistenti" (p. 81-82). Individua come mission quella di "far sentire un peso nel dibattito, influenzare le posizioni dei diversi attori politici, [...] contribuire a far evolvere le mentalità" (p.115). Afferma che "l’obiettivo della “buona vita” si declina in modi diversi, a seconda dei contesti" (p.78). Ammette che la realizzazione di proposte di decrescita (che egli avanza in modo sintetico ma dettagliato sia per il Sud del mondo che per il nostro Nord per altri versi in difficoltà) ha poche speranze di potersi concretizzare senza un sovvertimento totale dell’esistente che faccia perno sul cambiamento dell’immaginario (p.92-93). Ma sui modi per ottenere tale cambiamento…sembra promettere elaborazioni future. 
Va detto però che le idee espresse nei suoi scritti hanno trovato negli ultimi anni riscontri nella prassi sociale, in diverse nazioni: in Italia per es. il Centro Nuovo Modello di Sviluppo, le iniziative di Bilanci di Giustizia, le banche del tempo, le esperienze di consumo critico e solidale. Ed è possibile che l’aggravarsi dei problemi ecologici a livello planetario costringa in un futuro assai prossimo a prendere seriamente in considerazione il suo progetto politico.
Certo è difficile pensare che, nel breve spazio di tempo che la terra depredata potrà lasciarci, i moltissimi che hanno depredato o si accingono a farlo possano rinunciare alle loro pretese. Ma nemmeno si può rinunciare a tentare di proporre un mondo vivibile per le prossime generazioni. E la decrescita di Latouche si connota come una proposta di “ecologia profonda” (p.116). A partire da diversi indizi in tal senso nelle politiche degli stati, l’autore si rifà a quelle che sono le tradizioni culturali della Cina e dell’India per ipotizzare in un prossimo futuro una maggiore prudenza nell’utilizzo delle risorse non rinnovabili (p.80-81). Non è impossibile che questo accada. Certo l’ipotesi di decrescita andrebbe perseguita a tutti i livelli, con particolare attenzione a quello sovranazionale, in modo concertato e complementare (p.84). 
Né mi sembra che il progetto proposto dall’economista francese implichi necessariamente il rischio di uno smantellamento della propria identità storica e culturale. Diversi indizi inducono invece nella direzione di una "ristrutturazione" delle diverse identità collettive, facendo tesoro delle esperienze di adattamento che sono state nel tempo patrimonio sia della natura che di molte culture storicamente determinatesi: "si tratta di ricostruire/ritrovare delle nuove culture" (p.78).  I riferimenti a concrete proposte nei singoli settori di possibile intervento sono parecchi e precisi. Ma l’ipotesi di decrescita avanzata da Serge Latouche è soprattutto una promessa di vittoria sul “disincanto” del mondo odierno: "una sovrabbondanza artificiale sfrenata, che distrugge ogni capacità di meraviglia di fronte ai doni del “creatore” e alle abilità artigianali umane" (p.123-4). Da leggere, oltre a quest’ultimo volumetto uscito da Bollati-Boringhieri, anche La scommessa della decrescita (Feltrinelli 2007).    

 

 

 

 
(Marcella Corsi)       

 

 

 

 

 

 
Serge Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena, Bollati Boringhieri, 2008 [ * ]      

 

 

 

 

 

 

 

 
(apparso su Poliscritture di febbraio 2009)   

 
RELAZIONE PER UN'ACCADEMIA
post pubblicato in Kafka, Franz, il 12 luglio 2012

 

Eccellenti signori dell’accademia!
Voi mi fate l’onore di chiedermi per la vostra accademia una relazione sulla mia precedente vita di scimmia.
In questo senso purtroppo non posso adempiere all’invito. Quasi cinque anni mi dividono dalla condizione di scimmia, un tempo forse breve se misurato sul calendario, ma infinitamente lungo da attraversare al galoppo come ho fatto io, a tratti accompagnato da uomini eccellenti, da consigli, consensi e musica d’orchestra, eppure fondamentalmente solo, perché tutto l’accompagnamento si manteneva, per rimanere nell’immagine, lontano dalla barriera. Questo risultato sarebbe stato impossibile se mi fossi ostinato a voler rimanere attaccato alla mia origine e ai miei ricordi di gioventù. Una piena rinuncia a ogni ostinazione è stato il primo comandamento che mi sono imposto; io, che ero una scimmia libera, mi sono adattata a questo giogo. A loro volta, però, i ricordi in questo modo mi si rifiutavano sempre di più. Se in un primo momento il ritorno, quando fosse stato consentito dagli uomini, mi era aperto attraverso un portale alto quanto il cielo sulla terra, in seguito, parallelamente alla mia evoluzione che proseguiva a colpi di frusta, esso divenne sempre più basso e più stretto; nel mondo degli uomini mi sentivo sempre più a mio agio, sempre più compreso; la tempesta che soffiava dal mio passato si calmò; oggi è solo una corrente d’aria che mi rinfresca i calcagni; e quel buco lontano da cui questa corrente viene e attraverso il quale sono passato un tempo è diventato così piccolo che, anche se avessi forza e volontà sufficienti per correre a ritroso fin laggiù, dovrei scorticarmi tutta la pelliccia per passarci attraverso. Parlando chiaramente, benché io preferisca usare delle immagini per simili discorsi, tuttavia parlando chiaramente: la vostra natura di scimmia, signori, per quanto possiate averne una dietro di voi, non può esservi più lontana di quanto la mia lo è da me stesso. Tuttavia, un prurito al calcagno lo sente chiunque cammini sulla terra: il piccolo scimpanzé come il grande Achille.
Nel senso più limitato tuttavia posso rispondere alla vostra domanda, e lo faccio persino con gioia. La prima cosa che ho imparato è stata la stretta di mano; una stretta di mano dimostra franchezza; ora che sono al vertice della mia carriera, possa anche una parola franca raggiungere quella prima stretta di mano. Una tale parola non aggiungerà novità essenziali per l’Accademia, e rimarrà molto al di sotto di ciò che mi si richiedeva, ma deve mostrare quale sia la linea di sviluppo di chi, un tempo scimmia, è riuscito a entrare e a stabilirsi saldamente nella comunità umana. Non potrei tuttavia dire io stesso quel poco che seguirà se non fossi pienamente sicuro di me stesso e se la mia posizione su tutti i palcoscenici di varietà del mondo civilizzato non fosse ormai incrollabile.
Sono nato nella Costa d’Oro. Di questo sono stato informato da estranei dopo la mia cattura. Una spedizione di caccia della ditta Hagenbeck – con la sua guida fra l’altro ho poi vuotato diverse bottiglie di buon vino rosso – si era appostata nei cespugli sulla riva, quando la sera insieme al branco mi avvicinai di corsa per bere. Spararono; io fui l’unico a essere colpito; mi raggiunsero due colpi.
Uno nella guancia; questo era lieve; mi lasciò però una grossa cicatrice rossa spelacchiata, che mi è valsa il nome di Rotpeter, un nome che odio, del tutto inappropriato, che sembra proprio inventato da una scimmia, come se solo questa macchia rossa sulla guancia mi distinguesse da quella scimmia addomesticata che chiamano Peter, crepata di recente, famosa soltanto qua e là. Ma questo, sia detto di sfuggita.
Il secondo colpo mi raggiunse sotto l’anca. Questo era grave, è colpa sua se ancor oggi zoppico un poco. Ultimamente, nel lavoro di uno dei diecimila fanfaroni che straparlano di me sui giornali, ho letto che la mia natura di scimmia non sarebbe ancora del tutto soppressa, e lo dimostrerebbe il fatto che provo piacere a togliermi i pantaloni davanti ai visitatori per mostrare il foro d’entrata di quel colpo. A questo bel tomo bisognerebbe far saltare ogni singolo ditino della mano con cui scrive. Io, io posso togliermi i pantaloni davanti a chi mi pare; là sotto non troveranno altro che una pelliccia ben curata e una cicatrice dovuta a un – scegliamo qui per uno scopo definito una parola definita, che però non vuol essere equivocata – la cicatrice dovuta a un colpo scellerato. Tutto è alla luce del sole; non c’è niente da nascondere; quando un uomo di alti principi si avvicina alla verità mette da parte i modi raffinati. Se invece fosse quel giornalista a calare i pantaloni davanti ai visitatori, la cosa avrebbe un aspetto diverso e ammetterò che sarebbe ragionevole se non lo facesse. Ma allora che non rompa le scatole a me con le sue delicatezze!
Dopo quei colpi mi risvegliai – e qui cominciano pian piano i miei ricordi personali – in una gabbia, sul ponte mediano del vaporetto Hagenbeck. Non era una gabbia a quattro pareti; piuttosto si trattava di solo tre pareti saldamente appoggiate a un baule; il baule formava così la quarta parete. Il tutto era troppo basso per stare in piedi e troppo stretto per stare seduti. Perciò mi accoccolai sulle ginocchia piegate e un po’ tremanti e, poiché probabilmente in un primo tempo non volevo vedere nessuno ma preferire rimanermene al buio, mi voltai verso il baule, mentre dietro di me le sbarre della gabbia mi entravano nella carne. Custodire nei primi tempi in questo modo gli animali selvatici è considerato vantaggioso, e dopo la mia esperienza non posso negare che, in un senso umano, è proprio così.
Ma allora non ci pensavo. Per la prima volta nella mia vita non avevo vie d’uscita; per lo meno non ne avevo davanti a me; davanti a me c’era il baule, un’asse stretta contro l’altra. Fra le assi c’era sì un’apertura che le attraversava, e quando la scoprii la prima volta la salutai con l’urlo felice di chi non comprende, ma questa apertura era di gran lunga insufficiente anche per infilarci la coda, e tutta la forza di una scimmia non era sufficiente ad allargarla.
Come poi mi hanno detto, ero insolitamente poco rumoroso, e da questo se ne concluse che o sarei crepato presto oppure, se superavo il primo periodo critico, sarei stato molto adatto a essere addomesticato. Superai questo periodo. Un sordo singhiozzo, un doloroso spulciarsi, lo stanco leccare una noce di cocco, battere con la testa la parete del baule, mostrare la lingua all’avvicinarsi di qualcuno – ecco le prime occupazioni della mia nuova vita. Ma in tutto ciò un solo sentimento: nessuna via d’uscita. Naturalmente ciò che allora sentivo come scimmia posso descriverlo oggi solo con parole umane e perciò manco il bersaglio, ma anche se non posso più raggiungere l’antica verità di scimmia questa è per lo meno sulla linea della mia descrizione, su questo non ho dubbi.
Fino ad allora avevo avuto tante via d’uscita, e ora neppure una. Ero saldamente in trappola. Se mi avessero inchiodato, la mia libertà di movimento non sarebbe stata minore. E questo perché? Puoi anche grattarti la pelle fra le dita dei piedi, ma non troverai il perché. Non avevo vie d’uscita, dovevo però procurarmele, altrimenti non avrei potuto vivere. Sempre attaccato a questa parete di baule – sarei senza dubbio crepato. Ma da Hagenbeck le scimmie devono stare contro la parete del baule – e così smisi di essere una scimmia. Una linea di pensiero chiara e bella, che devo avere in qualche modo covato in pancia, dato che le scimmie pensano con la pancia.
Temo di non essere capito quando parlo di via d’uscita. Uso questo termine nel suo senso più completo e abituale. E’ con intenzione che non dico libertà. Non alludo a questo grande sentimento della libertà in tutte le direzioni. Come scimmia forse la conoscevo, e ho incontrato uomini che ambiscono ad essa. Ma per quanto mi riguarda, non desideravo la libertà allora come non la desidero oggi. Fra parentesi: parlando di libertà gli uomini si ingannano un po’ troppo spesso. E come la libertà va annoverata fra i sentimenti più sublimi, così anche il corrispondente inganno è dei più sublimi. Spesso nei varietà, prima del mio numero, ho visto qualche coppia di artisti darsi da fare lassù sotto il tendone sul trapezio. Si lanciavano, si altalenavano, saltavano, si libravano abbracciati, uno teneva l’altro per i capelli con i denti. “Anche questa è libertà umana”, pensavo, “un movimento padrone di sé.” O derisione della sacra natura! Non c’è costruzione che resterebbe in piedi per le risate delle scimmie di fronte a un tale spettacolo.
No, non era la libertà che volevo. Solo una via d’uscita; a destra, a sinistra, era lo stesso; non avevo altre pretese; la via d’uscita poteva anche essere un inganno; la pretesa era piccola, l’inganno non poteva essere più grande. Avanti, avanti! Pur di non restare fermo a braccia sollevate, schiacciato contro la parete di un baule.
Oggi vedo con chiarezza; senza la più grande tranquillità interiore non avrei mai potuto venirne fuori. E in effetti forse devo tutto ciò che sono diventato alla tranquillità che mi invase, là nella nave, dopo i primi giorni. Ma la tranquillità a sua volta la devo all’equipaggio della nave.
Sono brave persone, nonostante tutto. Ancora oggi ricordo volentieri il suono dei loro passi pesanti, che risuonavano allora nel mio dormiveglia. Avevano l’abitudine di prendere tutto con estrema lentezza. Se qualcuno voleva stropicciarsi gli occhi, alzava la mano come sollevando un peso. I loro scherzi erano grossolani, ma cordiali. Le loro risate erano sempre miste a una tosse che suonava pericolosa, e invece era insignificante. Avevano sempre in bocca qualcosa da sputare, e dove sputassero era per loro indifferente. Si lamentavano sempre di trovarsi addosso le mie pulci; ma non ce l’avevano mai seriamente con me; sapevano bene che nella mia pelliccia le pulci prosperavano e anche che le pulci sono buone saltatrici; e perciò si mettevano l’animo in pace. Quando non erano in servizio, a volte alcuni di loro si sedevano in semicerchio intorno a me; parlavano appena, ma si limitavano a tubare l’uno in direzione dell’altro; fumavano, sdraiati sul baule, la pipa; si davano botte sulle ginocchia appena facevo il più piccolo movimento; e ogni tanto uno prendeva un bastone e mi grattava là dove preferivo. Se oggi mi invitassero a fare un viaggio su una tale nave certo declinerei l’invito, ma è altrettanto certo che quando penso a quel ponte mediano non ho soltanto brutti ricordi.
La tranquillità che mi ero guadagnata fra questa gente mi trattenne innanzitutto da ogni tentativo di fuga. Ripensandoci oggi mi sembra che avevo almeno il presentimento che avrei dovuto prima o poi trovare una via d’uscita, se volevo vivere, ma che tale via d’uscita non si raggiungeva con la fuga. Non so più se una fuga era possibile, anche se credo di sì; a una scimmia la fuga dovrebbe sempre essere possibile. Con i miei denti di oggi devo stare attento anche quando rompo una semplice noce, ma allora con il tempo mi sarebbe certo riuscito di rompere a morsi la chiusura della gabbia. Non lo feci. Che cosa ci avrei guadagnato? Appena messa fuori la testa mi avrebbero subito ripreso e rinchiuso in una gabbia ancor peggiore; oppure senza rendermene conto sarei fuggito fra altri animali, magari in mezzo ai boa, e sarei soffocato nel loro abbraccio; o magari mi sarebbe riuscito di raggiungere il ponte e saltare fuori, così mi sarei dondolato per un poco sull’oceano e poi sarei affogato. Gesti disperati. Non calcolavo come un uomo, ma sotto l’influsso di chi mi circondava mi comportavo come se avessi calcolato.
Non calcolavo, ma osservavo in tutta tranquillità. Guardavo questi uomini andare su e giù, sempre le stesse facce, gli stessi movimenti, a volte mi sembrava che fosse sempre lo stesso uomo. Quest’uomo o questi uomini camminavano dunque indisturbati. Intravidi, come per ispirazione, un superiore obiettivo. Nessuno mi prometteva che la gabbia sarebbe stata aperta se fossi diventato come loro. Non si fanno simili promesse per imprese apparentemente irrealizzabili. Ma se le imprese vengono portate a termine, allora in seguito anche le promesse compaiono proprio là dove prima le si era cercate invano. Ora, in questi uomini di per sé non c’era nulla che mi attirasse molto. Se fossi un adepto di quella libertà di cui parlavo prima, avrei certo preferito l’oceano alla via d’uscita che mi si mostrava nel torbido sguardo di costoro. In ogni caso però io li osservavo già da molto tempo prima di pensare a queste cose, furono anzi solo le osservazioni accumulate a spingermi in quella definita direzione.
Era così facile imitare la gente. A sputare, imparai fin dai primi giorni. Ci sputavamo in faccia a vicenda; l’unica differenza era che dopo io mi leccavo la faccia per pulirla, loro no. Presto fumavo la pipa come un vecchio; se premevo il suo fornello con il pollice, tutto il ponte ne rideva; solo la differenza fra una pipa vuota e una carica mi rimase a lungo oscura.
La fatica maggiore me la procurò la bottiglia di grappa. L’odore mi ripugnava; mi costrinsi con tutte le forze; ma ci vollero settimane perché riuscissi a vincermi. Queste lotte interiori, sorprendentemente, furono dall’equipaggio prese sul serio più di ogni altra cosa. Ora non riesco più, nemmeno nel ricordo, a distinguere le persone, ma uno di loro tornava sempre, solo o in compagnia, di giorno o di notte, alle ore più diverse; mi si metteva davanti con la bottiglia e mi dava lezioni. Non mi capiva, voleva sciogliere l’enigma del mio essere. Stappava la bottiglia lentamente e mi guardava, come per vedere se avevo capito; confesso che lo osservavo sempre con un’attenzione selvatica e precipitosa; nessun insegnante umano troverebbe in tutto il mondo un allievo umano altrettanto diligente; stappata la bottiglia, la portava alla bocca; io lo seguivo con lo sguardo fino alla gola; contento di me, mi fa un cenno e porta la bottiglia alle labbra; io, affascinato dalla progressiva conoscenza, stridendo mi gratto per lungo e per largo dove capita; lui se ne rallegra, alza la bottiglia e beve un sorso; io, impaziente e disperato per la voglia di imitarlo, mi imbratto nella mia gabbia, cosa che di nuovo lo riempie di soddisfazione; ora allontana ampiamente da sé la bottiglia e di slancio la riavvicina, e, piegato esageratamente indietro per insegnarmi, la vuota in un sorso. Io, stanco per l’eccessivo desiderio, non posso più seguirlo e pendo debolmente dalle sbarre, mentre lui conclude la sua lezione di teoria grattandosi la pancia con un ghigno.
Solo ora comincia l’esercizio pratico. Non sono già esaurito dalla teoria? Sì, del tutto esaurito. Ciò fa parte del mio destino. Ciononostante, afferro meglio che posso la bottiglia che mi viene tesa; tremando la stappo; con questo successo ecco che pian piano acquisisco nuove forze; alzo la bottiglia, e in questo gesto sono ormai quasi indistinguibile dal mio modello; la porto alla bocca e – e la scaglio lontano con orrore, con orrore, benché sia vuota e piena solo dell’odore, la scaglio con orrore per terra. Questo è uno sconforto per il mio insegnante, e ancor maggiore per me; e non posso riconciliare né lui né me per il fatto che, gettata via la bottiglia, non dimentico di grattarmi la pancia e ghignare.
Fin troppe volte la lezione andava così. E, sia detto a onore del mio insegnante: non era cattivo con me; certo, ogni tanto mi appoggiava la pipa accesa sulla pelliccia, finché questa, dove arrivavo con difficoltà, cominciava a bruciare, ma allora lui stesso me la spegneva con la sua gigantesca mano piena di bontà; non era cattivo con me, capiva che entrambi lottavamo dalla stessa parte contro la natura di scimmia, e che a me toccava il compito più difficile.
Che vittoria fu allora per lui come per me, quando una sera, davanti a un grande pubblico – forse era una festa, un grammofono suonava, un ufficiale passeggiava fra la gente – quando in quella sera, a tutti inosservato, afferrai una bottiglia di grappa dimenticata per caso davanti alla mia gabbia, la stappai secondo i dettami della scuola sotto l’attenzione crescente degli astanti, la portai alla bocca e senza esitare, senza storcer la bocca, come un esperto bevitore, con gli occhi sbarrati, la gola traboccante, la vuotai letteralmente fino all’ultimo goccio; scagliai lontano la bottiglia non più con disperazione, ma da vero artista; certo, dimenticai di grattarmi la pancia; in compenso però, forse perché non potevo più trattenermi o perché i miei sensi erano preda dell’ebbrezza, esclamai un “Ehilà!” con timbro umano, con questo grido saltai nella comunità degli umani e percepii la loro eco: “Sentite, sta parlando!” come un bacio su tutto il mio corpo gocciolante di sudore.
Ripeto: non mi attirava imitare gli uomini; li imitavo solo perché cercavo una via d’uscita, nient’altro. Inoltre, con quella vittoria ancora avevo ottenuto poco. La voce mi sparì di nuovo subito dopo; solo dopo mesi riuscii a ritrovarla; la ripugnanza contro la bottiglia di grappa si ripresentò moltiplicata. Ma la strada era tracciata davanti a me una volta per sempre.
Quando fui consegnata ad Amburgo al primo domatore, compresi subito l’alternativa che mi si poneva: zoo o varietà. Non ebbi esitazioni. Mi dissi: cerca con tutte le tue forze di arrivare al varietà; questa è la via d’uscita; lo zoo è soltanto una nuova gabbia; se ci entri sei perduto.
E così, signori, ho imparato. Ah, si impara bene quando si è obbligati; si impara, quando si vuol trovare una via d’uscita; si impara senza riguardi per nessuno. Ci si sorveglia da soli con la frusta; e alla minima resistenza ci si strazia le carni. Come sparata fuori, la natura di scimmia uscì da me e sparì, tanto che il mio primo istruttore finì per diventare lui stesso simile a una scimmia, e presto dovette abbandonare la mia istruzione e ricoverarsi in clinica. Fortunatamente presto ne uscì.
Ma io dovevo logorare molti istruttori, spesso diversi istruttori allo stesso tempo. Quando fui più sicuro delle mie capacità, quando il pubblico cominciò a seguire i miei progressi e il futuro a farsi più luminoso, io stesso mi prendevo degli istruttori, li mettevo in cinque stanze consecutive e imparavo da tutti contemporaneamente saltando senza posa da una stanza all’altra.
Quali progressi! Come penetravano i raggi della scienza da ogni parte nel cervello che si risvegliava! Non lo nego: ciò mi rendeva felice. Ma confesso anche che allora come ora non sopravvalutavo tutto ciò. Con uno sforzo quale finora non si è ripresentato sulla terra, ho raggiunto il grado di istruzione medio di un europeo. Questo in sé sarebbe un nulla, ma è pur sempre qualcosa dato che mi ha liberato dalla gabbia e mi ha offerto questa particolare via d’uscita, questa via d’uscita umana. Nella vostra lingua esiste la bellissima espressione: “imboscarsi”; è proprio quello che ho fatto io, mi sono imboscato. Non c’erano altre vie, se si premette che non si poteva scegliere la libertà.
Se ora riconsidero la mia evoluzione e ciò che ho ottenuto finora, non posso lamentarmi né dichiararmi soddisfatto. Con le mani nei pantaloni, la bottiglia di vino sul tavolo, un po’ sto sdraiato, un po’ mi metto nella sedia a dondolo e guardo dalla finestra. Se viene una visita la ricevo come si conviene. Il mio impresario sta nell’anticamera; se suono, viene e ascolta cosa ho da dire. La sera c’è quasi sempre lo spettacolo, e ormai non potrei avere più successo di così. Se torno tardi dai banchetti, dalle società scientifiche o da una piacevole compagnia, mi aspetta a casa una piccola scimpanzé semiaddomesticata, e presso di lei me la spasso alla maniera delle scimmie. Di giorno però non la voglio vedere; ha negli occhi la follia dell’animale addestrato e confuso; solo io lo vedo e non riesco a sopportarlo.
Nel complesso, ad ogni modo, ho raggiunto quel che volevo raggiungere. Non si dica che non ne valeva la pena. Del resto non mi interessano i giudizi umani, io voglio solo diffondere la conoscenza, fare relazioni, e anche questa che ho presentato davanti a voi, eccellenti signori dell’Accademia, era soltanto una relazione.

 

 
Franz Kafka, Relazione per un'accademia [ * ]
ANIMALI
post pubblicato in Robustelli, Anna Maria, il 10 giugno 2012

                                              

Ancora noi e gli animali, noi umani così poco umani, noi che ci riteniamo superiori perchè pensiamo, parliamo e soffriamo. Ma soffrono anche gli animali. Di questo ci parla Tiziana Colusso in Agonia all'ora dell'aperitivo, in cui un piccione malridotto ma vivo viene sbrigativamente buttato in un sacchetto di spazzatura dai padroni di un caffè, preoccupati di rovinare la scena ai propri avventori. Chi parla si accorge della sofferenza del piccolo volatile perchè lei stessa è in quel momento portatrice di sofferenza e alla fine confessa che il suo stomaco è un sacco nero e chiuso, in fondo come quello in cui "il piccione che non è ancora nel regno degli oggetti" è stato scaraventato. Il tutto avviene nella "sorniona eterna indifferenza della città cristiana".

Di un'altra agonia, la vita infinitesimale dei tarli nel legno avvelenato dal petrolio, è testimone una poesia di Silvana Baroni (sarebbe ricomiciato, un incubo in Perdersi per mano, con postfazione di Ubaldo Giacomucci, Tracce, Pescara, 2012), capace di riverberare con lo scintillio di un linguaggio dovizioso "l'invisibile mattanza". Anche quì l'uomo è "felice" e festeggia "il ritrovato silenzio" e il mondo è sempre al servizio della sua tranquillità di signore dell'universo. La profusione di parole nel descrivere la vita dei tarli amplifica la tragedia di questi minuscoli animali e ce la rende tangibile.

Piera Mattei scopre con un sacro sentimento di stupore "nidi scontrosi di passeri" (s'annidano), antichi vasi che contengono "acqua benedetta" bevuta da una colomba e una pianta che fa capolino "dall' umide pietre". La scelta dei vocaboli antica / scontrosa / brivido / benedetta / d'oro veicola una meraviglia che è sentimento religioso di fronte a queste esitanti e intense forme di vita da rispettare che illuminano il cortile "dell'antica madrasa". In un'altra poesia Insetti (entrambe contenute in L'equazione e la nuvola, Manni, San Cesario in Lecce, 2009), mentre è in volo con la figlia, la poetessa sente di avere somiglianze con vari ordini di animali: come gli insetti loro due volano intorno a una realtà / umida [...] che ci costringe / a nutrirci là / dove posiamo / e riposiamo. Con i mammiferi condividono altre comunanze e degli insetti hanno la propensione verso l'alto.

Nel racconto Il gibbone (Melanconia animale, Manni, San Cesario in Lecce, 2008), tuttavia, Piera Mattei sfodera una cifra surreale capace di ribaltare il tradizionale rapporto di superiorità nei confronti della natura dell'uomo occidentale: "Devo ammetterlo. La cosa che più mi piace a questo mondo è considerata da molti superlativamente indecente. A me piace rimanere indisturbata a guardare". Il narratore confessa il piacere che prova nel guardare gli altri sfrontatamente. Nelle spiegazioni - quasi scuse - che fornisce, si riverberano echi della narrativa russa dei primissimi del Novecento, che so del Cechov di Fa male il tabacco. Per soddisfare questo piacere il narratore va ad osservare un gibbone allo zoo, poichè gli umani non sopportano la qualità perentoria di quello sguardo. Lì, seduto su una panchina di pietra, si diverte a guardare le evoluzioni di questo animale e con un registratore su cui ha precedentemenete registrato la voce dell'animale stesso lo provoca. Credendo di rispondere ad un altro gibbone questi replica con altre urla possenti ed evoluzioni acrobatiche. L'osservatore gode di fronte a tutto questo e non si sazia di quello spettacolo, ma improvvisamente accade qualcosa che lo spiazza: "Vorrei un'ulteriore evoluzione. Ma lui si è fermato e mi fissa a sua volta. Pretenderebbe, ne sono certa, gli dimostrassi a parole il mio entusiasmo. però non si incupisce se, come mi piace, rimango in silenzio. Lo guardo e mi guarda".  

 


(Anna Maria Robustelli)

IL GIBBONE
post pubblicato in Mattei, Piera, il 10 giugno 2012

Devo ammetterlo. La cosa che più mi piace a questo mondo è considerata da molti superlativamente indecente.
A me piace rimanere indisturbata a guardare. Non esattamente una natura immobile. Al contrario individui viventi nella manifestazione della loro vitalità. Mi piace poggiare lo sguardo a lungo, senza intenzioni. Mi piace che mentre osservo l'oggetto non sia in grado di sottrarsi alla mia vista.
Ripeto che il mio guardare è vuoto di qualsiasi intenzionalità e incapace di profonda penetrazione. Mi fermo alla pelle, al puro involucro sensoriale, perchè le interpretazioni acute non mi tentano e persino mi disturbano. 
Eppure, nonostante questa liquida superficialità, - sarà forse la durata che quello sguardo pretende - non c'è essere umano che sia in grado di tollerarlo. La gente sembra credere - tutti senza distinzione alcuna - che uno sguardo prolungato, anche se non intenso, porti via la bellezza, ottunda l'intelligenza, strappi brandelli d'anima e di vita.
Sono priva di difese di fronte a un simile sospetto, che mi offende al punto da fare allontanare i miei sguardi dalla specie degli uomini. I miei sguardi si ritraggono umidi, come le piccole corna di una lenta lumaca.
Per sopravvivere, visto che il soddisfacimento di questo piacere mi è vitale, mi sono messa alla ricerca di individui - umani esclusi - che facciano al mio caso.
Si incontrano tempi e luoghi adatti a ogni libertà ed ogni gusto finisce per trovare la sua corrispondenza. Finalmente anch'io ho trovato.
Da quando ho fatto la mia scoperta - se soltanto potessi permettermelo, se non avessi pesanti impegni da rispettare ogni giorno - quotidianamente mi dedicherei al mio piacere che invece sono costretta a circoscrivere a particolari giornate quando, pagato il modico prezzo di un biglietto d'entrata e superata la corta barriera d'ingresso, m'introduco nello zoo. Quello spazio, nato per istituzionalizzare lo sguardo su individui viventi, legittima la ricerca di quel piacere altrimenti impossibile e insieme mi scioglie dai lacci di giudizi e congetture, che solo gli umani impongono.
Oggi, come sempre nelle giornate che scelgo, lo zoo è verosimilmente tutto per me. Pochi guardiani in tuta verde sfamano gli enormi orsi polari con misere pere Williams (mi chiedo quante ce ne vorranno) e i leoni con quarti di animali in precedenza macellati, sottraendo in tal modo ai felini il sapore di preda che maggiormente apprezzerebbero.
Osservo e vado oltre perchè non è certo per loro che vengo allo zoo. E' per il mio gibbone. In questa mattina d'inverno tiepida e asciutta - lo so - lui sarà disposto a farsi guardare. Io starò senza distogliere la vista, a lungo quanto voglio e senza pentirmi, senza arrossire.
La sua gabbia si trova un po' separata dalle altre, presso recinti stracolmi di pollame dal piumaggio rossiccio. Vicino al gibbone non c'è altro. Gli altri primati si trovano presso l'ingresso principale, nello spazio delle grandi attrazioni. E' per questo che,  con grande soddisfazione del mio esclusorio desiderio, anche questa mattina gli scarsi visitatori dello zoo dimenticheranno il gibbone.
Eccolo! Somiglia ad un piccolo uomo agilissimo. Non ha un filo di grasso, non una piega sgraziata della pelle. Il tipo che piace a me, a differenza di altri gibboni, non ha sulla testa quel ciuffo di colore differenziato che viene chiamato cappuccio. Il mio gibbone ha un'apparenza nuda e casta, come i veri atleti.
Di fronte alla gabbia, a giusta distanza, è collocata una panchina di pietra. Mi siedo lì, proprio davanti al trapezio che scorgo tra alberi alti e arbusti verdeggianti, da dove il gibbone che mi ha subito notata, mi rivolge due o tre silenziosi volteggi. Resta quindi accovacciato sul trapezio, le lunghe braccia avvolte alle corde laterali.
Nel vederlo così pronto a compiacermi decido di utilizzare l'ingenuo tranello di una piccolissima provocazione. Ho già pronto nella borsa un nastro dove - l'ultima volta che sono venuta a trovarlo - ho inciso la sua voce. Con discrezione, restando quasi immobile, a occhi semichiusi, accendo il registratore.
Lo provoco così con brevi urli cadenzati che sono i suoi stessi urli. Ma poichè provengono da me, lui è convinto che quella voce sia la mia. E quella voce, la voce mia-sua, lo esalta. E mi risponde, mi risponde!
La voce del gibbone somiglia a un canto. Affannoso in principio come un rullio acceleratissimo cresce di ritmo e di forza fino a frantumarsi in un gorgheggio vittorioso.
E' un richiamo potente. Ogni volta mi fa venire la pelle d'oca e mi stringe un nodo alla gola, oggi più che mai per quel sospetto di risposta, di corrispondenza che così leggermente ho provocato. L'urlo però non è tutto. se insieme io non tenessi gli occhi aperti su di lui che si muove, l'urlo non produrrebbe su di me il pervadente piacere che provoca. Come l'urlo esce pulito e netto, senza fatica, così il corpo del gibbone si lancia in evoluzioni acrobatiche in cui la mancanza di sforzo e di artificio mi incanta. I suoi salti al trapezio terminano in un gesto orgoglioso, il braccio destro alto sulla corda, il sinistro sul fianco.
Vorrei un'ulteriore evoluzione. Ma lui s'è fermato e mi fissa a sua volta. Pretenderebbe, ne sono certa, gli dimostrassi a parole il mio entusiasmo. Però non s'incupisce se, come mi piace, rimango in silenzio.
Lo guardo e mi guarda.



(Piera Mattei)






Il gibbone in Piera Mattei, Malinconia animale, Manni, 2008 [ * ] [ * ]
 
INSETTI
post pubblicato in Mattei, Piera, il 8 giugno 2012

                                                                                                     Alitalia volo AZ 702
                                                                                                     14 miglia lontana la Terra

D'evidenza mi colpisce che tu
- figlia mia - e io
siamo insetti che succhiando
nettare voliamo intorno a una realtà
umida - fiore verde dal cuore
succolento - che ci costringe
a nutrirci là
dove posiamo
e riposiamo.

Lo so - lo sai, siamo tuttavia
mammiferi, nel cuore affetto
di cane, eleganza di capra
disegnata sulla pelle, animali che non 
amano, detestano volare.
Appoggiamo, anche con levità ditigrada
le zampe fiduciose alla terra.

Ti guardo nel profilo disegnato
da sopracciglia serie e lo vedo
che siamo che sei uccello
sul ramo più alto a chiamare,
la testa e il collo protesi.



(Piera Mattei)





Insetti in Piera Mattei, L'equazione e la nuvola, Manni, 2009 [ * ]

SAREBBE RICOMINCIATO, UN INCUBO
post pubblicato in Baroni, Silvana, il 8 giugno 2012

 

sarebbe ricominciato, un incubo
tutto quel cigolio del legno a lungo dietro
la pendola, tutto quel picchiettare d'antennine
quel fornicare ossuto trapanante, quel ritmo
da becco infisso, fesso, affranto, seppellito
nell'antro retro delle orecchie

nella busta della stanza l'invisibile mattanza
carezzava con zampette a spremitura, a usura
unghiate dai pori del tavolo salivano fino al tetto
ghermivano le travi, scendevano in sfrigolii
giù sui pomi d'ebano del letto, recalcitravano
in crampi, arabescavano cornici, trafiggevano
schienali traforando zampe di sedie e divani

poi il culmine toccò l'abisso, e lì a terra
nella stagnola in guazza nera di petrolio
ecco in galleggio il tarlo, o meglio a dire 
quel che restava della minima bestiola

felice l'uomo festeggiò il ritrovato silenzio
con acute note di festa ipotizzando con tecnica
di scienza di brevettarne l'uso di quel corpo
in poltiglia, farne un riciclo del legname
per qualche municipio d'Africa che ha fame



(Silvana Baroni)










sarebbe ricominciato, un incubo, in Silvana Baroni, Perdersi per mano, Tracce, 2012 [ * ]






vedi quì

AGONIA ALL'ORA DELL'APERITIVO
post pubblicato in Colusso, Tiziana, il 7 giugno 2012

 

Bollicine all'ora dell'aperitivo tra il sole-ombra di una mattinata già estiva, sfaccendati di lusso guardano sfrecciare i bus di chi ha fretta, di chi ha doveri. Ottima scenografia per nascondere le ferite irritate dal sale di un ennesimo rifiuto, ovattato come sempre, come sempre irrevocabile. Nell'angolo più lontano della rerrazza caffè, in un'ansa di muro mai toccata dalla luce, anche un piccione è alle prese con le sue ferite, la testa ingigantita da una protuberanza rossa. Cerca di sparire tra i propri escrementi, tra le ali ormai cadute, con lo sguardo ostinatamente fisso all'angolo di novanta gradi tra due pareti del muro perimetrale. I padroni del caffè si accorgono dell'angolo immondo di sangue, escrementi e dolore, incongruo con le spensierate conversazioni ai tavoli, con la pause de midi di cineasti sovvenzionati, maestri ammaestrati, aspiranti disposti ad aspirare tutti quanti i calici amari ed altro ancora. Ingiungono agli inservienti debitamente terzomondisti di ripulire lo schifo, di sgomberare la scena dai detriti. Un ragazzo pakistano, guanti alle mani e sacco nero, non ha il coraggio di far notare che il piccione non è ancora nel regno degli oggetti, respira ancora, si muove ossessivo da una zampa all'altra, forse impazzito di dolore. Tutto finisce nel sacco, e catartiche secchiate d'acqua e candeggina battezzano un nuovo spazio impeccabile per l'aperitivo. Io barcollo in una nausea collosa ed impotente, il mio stomaco è un sacco nero e chiuso, nonostante il sole, nonostante il frizzante bicchiere intoccato, nonostante le olive lucide, nonostante la sorniona eterna indifferenza della città cristiana.


 

(Tiziana Colusso)

 

 

STORIA DELL'AMBIENTALISMO IN ITALIA
post pubblicato in Della Valentina, Gianluigi, il 2 maggio 2012


Quale migliore occasione  per seguire in modo informato il vertice mondiale ONU sulla sostenibilità RIO+20  che si terrà il prossimo giugno a Rio de Janeiro ci viene offerta se non dalla lettura di un testo che, intrecciando dati storico-geografici, politico-economici, socio-culturali, ci accompagna attraverso un percorso di informazione, conoscenza e analisi di eventi e temi che hanno strutturato la storia del nostro paese, offrendo una lettura coesa di accadimenti noti, tutti riletti alla luce del senso di responsabilità dell’uomo, come singolo e parte della comunità, privato cittadino e membro della società civile, includendo leggi dello Stato e posizioni delle gerarchie cattoliche a fronte degli argomenti trattati.
I riferimenti agli studi scientifici sull’ecologia svolti da studiosi di diverse nazionalità confluiscono in un’esplorazione e definizione del concetto di ecologia, reso in modo chiaro e comprensibile per chi non possiede una conoscenza specifica in ambiti specialistici della fisica, chimica e biologia, rendendo esplicito il rigore di una disciplina che si costruisce attraverso  apporti ed interrelazioni multidisciplinari, in cui il nesso tra ecosistemi e sistemi  economico-sociali costituisce un punto fondamentale della stessa.
In modo altrettanto interdisciplinare si svolge la narrazione sul nascere della sensibilità ambientale in Italia espressa attraverso le diverse forme di associazionismo, le cui storie e caratteristiche sono contestualizzate nelle vicende sociali, economiche e culturali in cui hanno preso forma, fino alla comparsa di “partiti verdi”; con ampi riferimenti agli accadimenti omologhi in Europa e USA.
Questo excursus interdisciplinare include un forte aspetto umanistico dato che il rapporto uomo-natura, considerato attraverso riferimenti filosofici, letterari ed artistici,  viene letto come un percorso di ricerca di senso dell’essere e dell’agire umano, una riflessione seria che rimette in discussione i rapporti tra uomini e la relazione uomo-ambiente, ponendo al lettore la sfida di una scelta di responsabilità fattiva sul futuro di tali rapporti.



(Angela Grazia Ciusani)





Gianluigi Della Valentina, Storia dell'ambientalismo in Italia, Bruno Mondadori, 2010 [ * ]

NON SPRECARE
post pubblicato in Galdo, Antonio, il 21 marzo 2012

Il cibo. La vita. La morte. Il corpo. La salute. I consumi. Le risorse naturali. I rifiuti. I soldi pubblici. Le parole e il tempo. Il talento. Le occasioni… Tutte ricchezze da non sprecare, secondo Antonio Galdo, autore di questo persuasivo saggio, di cui le voci sopra elencate sono i titoli di altrettanti vitali “capitoli”. In essi si affollano testimonianze e suggerimenti, riflessioni ed interviste che formano un coro polifonico, sul quale intonare un nuovo stile di vita. Non all’insegna di un improbabile ritorno al passato, né, tanto meno, della rassegnazione di fronte ad un futuro già prevedibile, di fatto un’assenza di futuro, ma del possibile, del praticabile, di quello che è alla portata di tutti con minimo sforzo, di una filosofia dell’uso dei beni che, senza farci ricadere in una sorta di spiacevole preistoria, ci consentirebbe di proiettarci con più ottimismo in un domani vivibile e ridente, se solo si rispettasse “l’undicesimo comandamento”: non sprecare. 
Infatti  Antonio Galdo non ci propone di rinunciare senza risarcimento, di regredire, ma di usare bene, preferibilmente di riusare, comunque di non sottovalutare ciò che si ha e che può essere la vera risorsa di un pianeta sempre più sfruttato e depauperato, di un genere umano scarsamente conscio di ciò che butta via, in ogni ambito, in tutti i settori.
Parliamo, ad esempio, del talento. In una conversazione con Claudio Abbado affiora il tema dello spreco delle capacità, delle potenzialità dei giovani: quarantamila ragazzi italiani sono iscritti ad università all’estero perché mirano a non tornare in Italia. "Sono statistiche desolanti, numeri che segnalano il declino di un Paese dove un tempo si mandava la gente al confino e adesso si costringono i giovani a lavorare all’estero. Non per scelta, ma per necessità. Abbiamo i talenti, ma ci mancano l’organizzazione e la trasparenza, così non riusciamo nemmeno a riconoscerli. Lo ripeto spesso ai più giovani: «La raccomandazione non serve. Il valore professionale di una persona, quando c’è, prima o poi viene fuori». In Italia, inoltre, non selezioniamo gli interventi pubblici, non sosteniamo le cose veramente importanti, sprechiamo risorse, e siamo soffocati da una televisione che trascura troppo la cultura. Così rischiamo di diventare un enorme museo all’aperto, ricco di tesori culturali unici al mondo e prosciugato nelle sue risorse umane", dichiara il Maestro.
Oppure lo spreco di parole. Sotto l’egida di Blaise Pascal (“Il dramma degli uomini è non trovare mezz’ora di silenzio al giorno”) si propone alla riflessione la scelta radicale di don Bernardino, monaco camaldolese che ha optato per la vita cenobitica perché “…il silenzio è la sua risposta quotidiana allo spreco di parole”, una sovraesposizione che ha spinto molti di noi a divenire over-information-aholic ovvero a consumare come ubriachi informazioni. Sì, anche di quelle si può divenire utenti consumistici compulsivi, con gravissime conseguenze specialmente per i più piccoli, come sottolinea il neuropsichiatra Giovanni Bollea.
Di tutto si dovrebbe avere cura, nulla dovrebbe essere sprecato, ogni rifiuto dovrebbe essere riciclato: con gli scarti dei supermercati si potrebbero sfamare gli indigenti, con i rifiuti si riuscirebbe ad illuminare le città, come accade a Brescia, con politiche accorte si salverebbero molte vite.
Galdo ci propone un’ecologia della mente, delle abitudini, delle scelte, che agevolmene ognuno di noi potrebbe mettere in pratica, con giovamento sicuro per ciascuno di noi, per il genere umano, per la Terra e, soprattutto, per le future generazioni.  




(Adriana de Nichilo)








Antonio Galdo, Non sprecare, Einaudi, 2012 [ * ]







vedi quì e quì

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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 21/3/2012 alle 17:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CHIARE, FRESCHE E DOLCI ACQUE
post pubblicato in Robustelli, Anna Maria, il 17 marzo 2012



laudato sì, mi Signore, per sora acqua,
la quale è multo utile er humele et pretiosa et casta[1]
 
… un rumore simile a quello dell’acqua veniva dalle cime delle montagne: era il vento della foresta. Infine, cosa ancora più sorprendente, udii il vero rumore dell’acqua scrosciante in una vasca. Vidi che avevano costruito una fontana; l’acqua vi era abbondante e, ciò che soprattutto mi commosse, vidi che vicino ad essa avevano piantato un tiglio di forse quattro anni, già rigoglioso, simbolo incontestabile di una resurrezione[2] 
 
S’i fosse acqua i’ l’annegharei... [3]  

 

La Corte Costituzionale ha ammesso due quesiti referendari proposti dai movimenti per l’acqua. A primavera gli italiani e le italiane voteranno su questo bene essenziale.               
Un’amica mi fa sapere della lotta dei Boscimani del Botswana per l’acqua. Qui non si tratta di scegliere tra acqua pubblica o privata, ma di ottenere il permesso di usare l’unico pozzo della Central Kalahari Game Reserve da cui questo popolo dipende per l’acqua negata dal proprio governo. Sembra che agli inizi degli anni ’80 siano stati scoperti i diamanti nella riserva e subito dopo il governo abbia deciso di mandare via i Boscimani a causa dei giacimenti. Tout court! Nel 1997 sono stati effettuati i primi spostamenti forzati. Le loro case sono state distrutte, le loro scuole e i loro presidi medici sono stati chiusi, il loro pozzo è stato cementato. Ora vivono in campi di re-insediamento e ricevono razioni di cibo principalmente dal governo. Non possono cacciare. Come si può immaginare l’alcolismo, la depressione e malattie come la tubercolosi e l’HIV/AIDS prosperano. Legalmente hanno ottenuto il diritto di tornare nella loro terra nel dicembre 2006, dopo una lunga vertenza, ma di fatto il governo impedisce loro di usare il pozzo. Sono ora in attesa della sentenza del ricorso in appello di un nuovo caso legale intrapreso nel giugno 2010. Negli ultimi giorni, da che ho cominciato a scrivere questo articolo, la sentenza è stata emessa dalla Corte di Appello del Botswana (gennaio 2011) che ha annullato la precedente sentenza della Corte Suprema: i Boscimani potranno continuare ad attingere acqua dal loro pozzo ancestrale. Aspettiamo di vedere se questa volta le autorità non si opporranno di fatto a questa sentenza. [ * ][ * ]

L’annientamento dei popoli tribali che hanno una cultura millenaria può avvenire tutto sommato in una situazione di ignoranza e di indifferenza. Anche in questo caso l’ONU avrà emesso la sua dichiarazione, ma le cose vanno avanti a dispetto della legalità e della giustizia.
L’acqua è una delle risorse fondamentali per il nascere e il propagarsi della vita e sempre più va delineandosi come il bene supremo da salvaguardare. Così come da anni si va dicendo che le foreste della terra e in particolare la foresta amazzonica sono il polmone del pianeta e vanno preservate come fonte di innumerevoli specie vegetali e animali, alcune ancora da scoprire. Ma in tutte e due i casi si tratta di elementi naturali che hanno interagito con la cultura umana e hanno lasciato tracce ingenti nell’immaginario collettivo. 
Capire in quali modi ci siamo relazionati con l’acqua in quella disciplina che chiamiamo letteratura e che riguarda l’ergersi e lo strutturarsi delle nostre parole di fronte alle esperienze della vita può rendere più sfaccettato e complesso il senso di preoccupazione nei confronti della perdita che ci minaccia, arricchendoci di una consapevolezza che deve diventare sempre più limpida.

Tra le elegie anglosassoni spicca The Seafarer, tradotta in inglese moderno da Ezra Pound. Si tratta di un componimento poetico che viene in generale fatto risalire al X secolo d.C. e che è stato trovato nell' Exeter Book, una delle quattro raccolte di poesia anglosassone. Gli studiosi ritengono inoltre che la seconda parte –stilisticamente e tematicamente molto diversa dalla prima – sia il frutto di un’interpolazione cristiana e infatti Pound non la tradusse.
Il narratore descrive la sofferta vita in mare del marinaio nordico in toni di grande realismo espressivo:

This tale is true, and mine. It tells
How the sea took me, swept me back
And forth in sorrow and fear and pain
Showed me suffering in a hundred ships
In a thousand ports, and in me. It tells
Of smashing surf when I sweated in the cold
Of an anxious watch, perched in the bow
As it dashed under cliffs. My feet were cast
In incy bands, bound with frost,
With frozen chains, and hardship groaned
Around my heart. Hunger tore
At my sea-weary soul. No man sheltered
On the quiet fairness of earth can feel
How wretched I was, drifting through winter
On an ice-cold sea, whirled in sorrow,
Alone in a world blown clear of love,
Hung with icicles. The hailstorms flew
The only sound was the roaring sea,
The freezing waves. The song of the swan
Might serve for pleasure, the cry of the sea-fowl
The death-noise of birds instead of laughter,
The mewing of gulls instead of mead.
Storms beat on the rocky cliffs and where echoed
By icy-feathered terns and eagle's screams;
No kinsman could offer comfort there,
to a soul left drowning in desolation.
And who could believe, knowing but
the passion of cities, swelled proud with wine
And no taste of misfortune, how often, how wearily,
I put myself back on the paths of the sea.
Night would blacken, It would snow fronm the north;
Frost bound the earth and hail would fall,
The coldest seeds....


Questo racconto è vero e mio. Racconta
di come il mare mi prese, mi sbatté
avanti e indietro nel dolore, nella paura e nella pena,
mi mostrò la sofferenza in cento navi,
in mille porti e in me. Racconta
di schiuma che si schiantava quando io sudavo al freddo
di un’ansiosa guardia, appollaiato sulla prua
che si infrangeva sotto alle scogliere. I piedi erano stretti
in morse di ghiaccio, legati con il gelo,
con catene di ghiaccio e le difficoltà gemevano
intorno al mio cuore. La fame rodeva
l’anima stanca di mare. Nessun uomo al riparo
della tranquilla bellezza della terra può capire
quanto ero infelice, trascinato attraverso l’inverno
su un mare freddo come il ghiaccio, avvolto nel dolore
solo in un mondo in cui l’amore era stato spazzato via,
e decorato di ghiaccioli. Le tempeste di grandine svettavano
L’unico suono era il mare ruggente,
le onde gelide. Il canto del cigno
poteva dar piacere, le grida degli uccelli marini,
il rumore di morte degli uccelli al posto delle risa,
il miagolio dei gabbiani al posto dell’idromele.
Tempeste battevano le scogliere rocciose ed erano echeggiate
da rondini di mare dalle ali ghiacciate e dalle grida dell’aquila;
nessun parente poteva essere lì ad offrire conforto,
a un’anima lasciata ad affogare nella  desolazione.
E chi potrebbe credere, conoscendo solo
le passioni di città inorgoglite di vino
senza gusto per le traversie, quante volte gonfio distanchezza
mi sia rimesso sui sentieri del mare.
La notte diventava sempre più nera; nevicava a cominciare dal nord;
il ghiaccio legava la terra e la grandine cadeva,
i grani più freddi... [4]



Ci colpisce la presenza di una voce narrativa che parla in prima persona, senza essere un eroe come Beowulf (peraltro in quel poema epico l’eroe è designato con la terza persona), il che ci porta quasi istantaneamente a identificarci con questo marinaio e a stupirci di fronte al piglio moderno di questo poema. La descrizione dei mari nordici, caratterizzata da condizioni inclementi, va di pari passo con quella dei sentimenti di disagio e solitudine del narratore, temperata solo dai versi degli uccelli che abitano quei lidi remoti. Ma la sua anima lasciata ad affogare nella desolazione narra come, pur gonfio di stanchezza, si sia rimesso sui sentieri del mare come un novello Odisseo e
 

...And how my heart
Would begin to beat, knowing once more
The salt waves tossing and towering sea!
The time for journeys would come and my soul
Called me eagerly out, sent me over
the horizon, seeking foreigners' homes.


… E come il mio cuore
cominciava a battere, conoscendo ancora una volta
le onde salate che si agitano e il mare torreggiante!
Veniva il tempo dei viaggi e l’anima mia
mi chiamava con insistenza, mi mandava al di là
dell’orizzonte, in cerca di case estranee.

Le espressioni metaforiche usate per descrivere lo stato di sconforto totale sono incisive e efficaci (morse di ghiaccio / catene di ghiaccio / le difficoltà gemevano intorno al mio cuore / la fame rodeva… / il miagolio dei gabbiani / l’anima lasciata ad affogare nella desolazione, dove la parola tipicamente connessa con l’acqua, “affogare”, è usata per descrivere una condizione interiore). E’sorprendente anche l’espressione trascinato attraverso l’inverno che suggerisce uno spostamento spaziale, ma al tempo stesso, nominando una stagione dell’anno, scandisce il passare del tempo.
L’inquietudine del marinaio lo spinge a ripartire. Gli ultimi versi della citazione colpiscono per il modo sintetico ma poetico con cui questa sete di viaggi viene raffigurata. Così l’alternarsi di sofferenza e desiderio si rivela la cifra portante di questo bellissimo poema dalle strane rifrangenze moderne che si chiude con questi versi
:

And yet my heart wanders away,
My soul roams with the sea, the wales
Home, wandering t the widest corners
Of the world, returning ravenous with desire,
flying solitary, screaming, exciting me
To the open ocean, breaking oaths


Eppure il mio cuore vaga lontano,
la mia anima vaga con il mare, casa
delle balene, spingendosi fino agli angoli più remoti
del mondo, ritornando avida di desiderio,
in volo solitario, gridando, incitandomi
verso l’oceano aperto, infrangendo giuramenti
sulla curva di un’onda.                                                                                      



All’inizio del capitolo intitolato Verso Pamplona de L’antropologia dell’acqua di Anne Carson [5] si
legge:

"Alcune acque ci annegano. Altre no. Il suono dell’acqua nella borraccia sulla schiena mi tiene compagnia mentre cammino. Pozze di pensieri vagano qua e là dentro di me. Socrate, dopo il bagno, tornò alla sua prigione senza fretta e bevve la cicuta. Gli altri piansero. I cigni nuotarono intorno a lui, sfiorandolo. Iniziò a parlare del viaggio a venire, in un posto sconosciuto, lontano da lacrime di cui non capiva la ragione. Le parole capiscono davvero poco l’una dell’altra". [6]

Queste annotazioni accostate quasi con effetto modernistico, hanno di fatto sottili legami associativi che le tengono insieme. Dalla lapidarietà e inconfutabilità della prima affermazione alla scelta consolatoria del rumore d’acqua nella borraccia. Una volta insediatasi all’interno della mente l’acqua produce pozze di pensieri che fluiscono lievi. Il bagno di Socrate, il fatto che bevve la cicuta attorniato dalla lieve presenza dei cigni. L’acqua delle lacrime di quelli che lo amavano e non volevano separarsi da lui. Tutta questa tirata ha il piglio morbido e fluido dell’acqua; è come se questo elemento si trasmettesse al pensiero o come se il pensiero ne fosse 
sostanziato

L’acqua è spesso metafora esistenziale nella scrittura letteraria. Basti pensare al Canto degli spiriti sulle acque di Johann Wolfgang Goethe [ * ]:

Simile all’acqua

è l’anima dell’uomo.

Viene dal cielo,

risale al cielo, di nuovo scendere
deve alla Terra,
in perpetua vicenda.
Il getto limpido
sgorga dall’arduo
precipite dirupo;
sul sasso liscio si
frange in belle nuvole
di pulviscolo;
ondeggia accolto
in dolce grembo,
tra veli e murmuri,
al basso via scorrendo.
Scogli si rizzano
contro il suo empito;
egli spumeggia iroso
di gradino in gradino
verso l’abisso.
Indi per lento letto
di prati volgesi, e fa
specchio di lago,
dove il loro viso miran
tutte le stelle.
Ma dolce amante
dell’onda è il vento;
e talvolta dal fondo
flutti spumanti suscita.
O anima dell’uomo
come all’acqua somigli!
O destino dell’uomo
come somigli al vento! [7]

Qui è l’anima ad essere assimilata all’acqua che viene dal cielo / risale al cielo, di nuovo scendere / deve alla Terra…”. Da torrente impetuoso finisce per diventare lago dove il loro viso miran / tutte le stelle. La bellezza e la scontrosità dell’acqua sono messe in evidenza e anche il vento viene coinvolto per rappresentare l’andamento dell’anima dell’uomo.
Anche Henry David Thoreau annoterà nel suo diario nel 1852:

L’acqua dorme con stelle nel suo grembo
. [8]

Qui il tono è meno aulico e più sensuale. Sembra rispecchiare un sincero stupore di fronte a uno spettacolo di bellezza naturale che procura conforto all’anima.



Il Torrente
di Giani Stuparich assomiglia all’acqua di Goethe, se non fosse che il primo sembra meno emblematico e più reale, considerato nella sua spettacolarità, nei suoi muschi e nelle sue spume. Il poeta è curioso di esplorarlo a ritroso per scoprirne il corso e l’origine. Nel risalire alla sorgente, è a volte costretto ad allontanarsi dalle sue rive, dapprima costeggiate di larici, poi di pini. Lo scrittore friulano raggiunge il punto in cui il corso d’acqua scende da un’incassatura nella roccia come un lungo filo di diamanti. Rimaniamo sorpresi dalla sua meraviglia e dal suo piacere davanti al mistero e alla bellezza che questa forza della natura rappresenta.

Ho lasciato lassù, sotto i ghiacciai delle Venoste, / un torrente che non posso dimenticare. /  Mai avevo visto l’acqua splendere, correre e cantare così, veniva giù dritta, / incassata in un letto muscoso, tutta un candore di spume: faceva luce. / A balzi, a spruzzi, a capriole l’acqua scendeva, stretta nel suo letto, / coprendolo perfettamente senza sbavature né pentimenti. / Tornai più volte al torrente. / E ogni volta scoprivo in esso o intorno ad esso una bellezza nuova. / Una mattina volli seguire in senso inverso il suo corso. /  Mi allettava scoprire il suo misterioso viaggio e il segreto delle sue origini. / M’arrampicavo tenendomi quanto più potevo vicino ad esso. / Qualche volta ero costretto a scostarmi / e allora lo vedevo occhieggiare fra i tronchi, / mandare degli spruzzi argentei quasi per incoraggiarmi nel cammino. / I larici andavano diradandosi, lasciavano il posto ai pini giganti. / A un tratto mi si scoprì, fra i costoni di roccia brulla, / una ripida incassatura nuda che s’innalzava fin sotto a una vetta. / Di là il torrente, scendeva allo scoperto, in pieno sole, / splendendo come un lungo filo di diamanti. [9]

Il desiderio di percorrere un corso d’acqua per esplorarne la bellezza e scovarne la purezza è presente anche nel Marcovaldo di Italo Calvino:

Le giornate cominciavano ad allungarsi: col suo ciclomotore, dopo il lavoro Marcovaldo si spingeva a esplorare il fiume nel suo corso a monte della città, e i fiumicelli suoi affluenti. Lo interessavano soprattutto i tratti in cui l’acqua scorreva più discosta dalla strada asfaltata. Prendeva per i sentieri, tra le macchie di salici, sul suo motociclo finché poteva, poi – lasciatolo in un cespuglio – a piedi, finché arrivava al corso d’acqua. Una volta si smarrì: girava per ripe cespugliose e scoscese, e non trovava più alcun sentiero, né sapeva più da che parte fosse il fiume: a un tratto, spostando certi rami, vide, a poche braccia sotto di sé, l’acqua silenziosa – era uno slargo del fiume, quasi un piccolo calmo bacino -, d’un colore azzurro che pareva un laghetto di montagna. [10]

Ma in realtà il fiume si rivelerà inquinato da una fabbrica di vernici. Però per pochi istanti il protagonista del libro si illude di aver trovato un territorio felice, un piccolo eden lontano dalla città in cui gli sia consentita un tipo di vita più consona alle sue aspirazioni più profonde.
A volte l’acqua scorre calma, è quasi ferma, ma induce a pensare. La sua superficie non è come quella di una strada, di un campo. Sappiamo che è più profonda, nasconde un letto, tutte le sue sedimentazioni e il lieve scorrere porta i pensieri lontano, non solo nello spazio, ma anche nel tempo.
Ricordo che quando ero bambina, andavo a Rocca di Mezzo, in Abruzzo d’estate. A circa un chilometro dal paese scorreva un ruscello che poi fluiva incanalato sotto un filare di vecchie case fin nel centro del paese. All’inizio, sotto un ponte, si vedevano sanguisughe nere che io osservavo incuriosita e impaurita. Poi l’acqua si veniva a trovare come in un canale placido sotto le finestre di queste vecchie case, riempiendosi di canne e di piante acquatiche con infiorescenze lilla. Rammento che pensavo a quelli che si erano affacciati dalle finestre di quelle antiche abitazioni, quelli che avevano passato la loro vita lì in secoli più lenti dei nostri e il peso dei loro pensieri  protesi sull’acqua, mi trasportava lontano nel tempo. Ora hanno cementato il ruscello e non so neanche se le case che stanno in quel posto siano le stesse di quando ero piccola, perché da anni il paese è preda di un fervore edilizio causato dai romani che si recano lì a sciare. Anche quei pensieri, densi di preoccupazioni e di dolore – qualche volta forse anche di gioia - , che si soffermavano sul corso d’acqua dall’alto – non ci sono più, se non forse nel ricordo di qualcuno.
Il legame tra l’acqua e il pensare è vivo in molti autori. Quel grande osservatore della natura che è stato Thoreau ci dice:

Se uno vuole riflettere, lasciate che si imbarchi in un placido corso d’acqua e che galleggi con la corrente. Non può resistere alla Musa. Man mano che risaliamo la corrente, dandoci da fare con la pagaia con tutte le nostre forze, pensieri fugaci e impetuosi scorrono nel cervello. Sogniamo di conflitti, potere e grandiosità. Ma volgete la prua verso la foce e le rocce, gli alberi, le mucche, le collinette, assumendo posizioni nuove e varie, mentre il vento e l’acqua spostano la scena, favoriscono l’abbandono liquido del pensiero, di vasta estensione e sublime, ma sempre calmo e ondulante in modo gentile. [11]

In questo brano lo scrittore trascendentalista americano distingue tra i pensieri di conflitto e forza che sorgono quando si va controcorrente e l’abbandono liquido del pensiero che avviene quando la barca va verso la foce.
Anche Shakespeare usa un’ immagine imperniata sull’acqua per parlare del tempo che erode rapidamente la vita:

Come i flutti s’affrettano verso la riva ghiaiosa,
così precipitano i nostri minuti verso la loro fine,
e sottentrando ciascuno al precedente,
in un seguito affannato si spingono tutti innanzi.[12]

 

In fondo lo stesso processo di dentificazione con l’acqua è attivo anche in Virginia Woolf in questo brano tratto da Gita al faro:

Andavano lì regolarmente ogni sera, quasi per una necessità. Pareva che l’acqua portasse al largo, facesse navigare sull’onde pensie ristagnanti in terraferma, dando così ai loro corpi una specie di fisico sollievo. Dapprima il palpito del colore inondava la baia d’azzurro, e il cuore si dilatava con esso e il corpo sembrava fluttuare, ma solo per essere, subito dopo, respinto e raggelato dall’ispido nereggiare delle onde agitate. Poi dietro la gran roccia bruna, quasi ogni sera, sprizzava bizzarramente, così che stare a spiarne l’irrompere era delizia, una fontana d’acque bianche; e allora, nell’attesa, si poteva pur contemplare sul pallido semicerchio della riva la successione delle onde che vi si stendevano via via mollemente un velo di madreperla. [13]

Il movimento dell’acqua porta al largo pensieri stagnanti, dando una sorta di fisico sollievo, perché li sposta lontano da sé. La luce conferisce un senso di dilatazione, ma poi subentra un processo inverso, provocato dall’ispido nereggiare delle onde agitate. L’acqua si muove continuamente sugli scogli ed è piacevole vedere la fontana d’acque bianche o, sulla riva, il velo di madreperla. L’irrompere delle onde sulla costa è descritto come un grande piacere, nella continua trasformazione che genera e a cui trascina l’anima.
La presenza dell’acqua nell’immaginario letterario angloamericano è ricca di esempi illustri.
La Tempesta, il canto del cigno del bardo di Avon, ci lascia dei messaggi distillati durante la lunga carriera drammaturgica shakespeariana. Certamente il grande scrittore non chiude gli occhi sulla malvagità umana, così come si incarna nel potere politico (un tema che gli era caro), ma finge di credere che tutto andrà a finire bene, attraverso l’omaggio reso all’innocenza e ingenuità di Miranda o a quella dei giovani ai quali va lasciato in eredità il mondo.
L’uomo demiurgo, Prospero, governa le forze della natura positive (Ariel) e negative (Calibano), ma alla fine rinuncia alla sua onnipotenza e lascia la sua isola, ritorna alla civiltà, da dove l’aveva scacciato il tradimento di suo fratello, riprova a vivere nella società che l’aveva barbaramente esiliato. Ma, prima di tutto questo, ci troviamo su un’isola bagnata da un mare purificatore. La tempesta congegnata dal mago salva i villain Alonso ed Antonio dalla loro malvagità. E’ ancora il naufragio che porta Ferdinando e Miranda a conoscersi e li fa innamorare. Come in Pericle la morte per acqua significa redenzione. La bellissima lirica che Ariel canta intriga Ferdinando naufragato sulle coste dell’isola e ignaro della sorte del padre: 

Full fathom f ive thy father lies;
Of his bones are coral made;
Those are pearls that were his eyes:
Nothing of him that doth fade
But doth suffer a sea-change
Into something rich and strange.
Sea-nymphs hourly ring his knell:

 
A cinque intiere tese giace tuo padre,
e le sue ossa son diventati corallo.
Quelli che erano i suoi occhi ora son perle;
non c’è di lui nessuna parte destinata a perire
che non subisca per opera del mare
una trasformazione in qualche cosa di ricco e di meraviglioso.
Le Ninfe marine ad ogni ora suonano per lui a mortorio. [14]
 
Le effe del primo verso scavano una profondità nel mare e l’acqua – a livello fonico – si apre, si allarga e si richiude nelle dilatazioni vocaliche delle varie parole. Nella loro instancabile mobilità, dopo i tonfi cadenzati di full fathom five, le vocali si allargano in thy e lies. L’inversione ci mostra prima le perle e poi gli occhi (eyes), che si riaprono nel dittongo ai. Le dentali di nothing/that/doth/fade seguite da but/doth sono intoppi che guidano alle metamorfosi sea-change/strange, bottino prezioso di bellezza che si dischiude all’occhio dello spettatore-uditore.
La musica di Ariel va incontro a Ferdinando abbagliandolo nella sua bellezza, più che nel messaggio di morte che falsamente reca.


 

Those are pearls that were his eyes riecheggia nella Terra desolata di Thomas Stearn Eliot nell’episodio riguardante Madame Sosostris:

…Temete la morte per acqua
[15]

Ma nella parte IV del poema, La morte per acqua, l’acqua è divenuta un elemento di purificazione. Phlebas è il simbolo della civiltà moderna, fatta di commerci e scambi, in cui i popoli si spostano continuamente. Questa civiltà “arriva al culmine delle sue contraddizioni con lo scoppio della I Guerra Mondiale”. [16] La soluzione mistica è la sola “via di salvezza”. La morte del marinaio fenicio è per il Trigona 1) cristiana liberazione dalle pene terrene, dimenticanza de “il guadagno e la perdita”; 2) rituale religioso di morte-rinascita secondo i riti antichi di cui Eliot ha letto in Frazer e Weston; 3) rito cristiano di liberazione dal peccato originale (il battesimo è morte dal peccato per acqua). Il brano è di una rara sensibilità poetica. La consistenza palatale del corpo di Phlebas si scioglie nei cambiamenti vocalici del secondo verso (forgot the cry of gulls). La corrente sottomarina si sostanzia nelle sibilanti di bonese whisper. Gli alti e bassi di rose e fell terminano nel turbinio onomatopoietico di whirpool. Il tono di Gentile o Giudeo / O tu che volgi la ruota e guardi nella direzione del vento è il tono del predicatore che invita a cambiare vita.



Margareth Atwood nella poesia Frogless (Senza rane), tratta da Mattino nella casa bruciata [17], descrive un paesaggio di malattia in cui l’acqua è diventata alcool e gli animali nascono deformi:

The sore trees cast their leaves
too early. Each twig pinching
shut like a jabbed clam.
Soon there will be a hot gauze of snowsearing the roots.

Booze in the spring  runoff,
pure antifreeze;
the stream worms drunk and burning.
Tadpoles wrecked in the puddles.

Here comes an eel with a dead eye
grown from its cheek.
Would you cook it?
You would if.

The people eat sick fish
because there are no others.Then they get born wrong.

This is not sport, sir.
This is not good weather.
This is not blue and green.

This is home.
Travel anywhere in the year, five years,
and you’ll end up here.

Gli alberi dolenti perdono le foglie
troppo presto. Ogni rametto si chiude
di colpo come una vongola stuzzicata.
Presto arriverà una calda garza di neve

a cauterizzare le radici. 
Alcool nel disgelo della primavera,
puro antigelo;
l’acqua serpeggia ubriaca e rovente,
I girini naufraghi nelle pozze. 

Ecco l’anguilla con l’occhio morto
spuntato su una guancia.
La cucineresti?
Caso mai…

La gente mangia pesci malati
perché non ce ne sono altri.

Poi nascono sbagliati. 
Questo non è divertente, signore.
Questo non è bel tempo.
Questo non è tutto verde e azzurro.

Questo è casa tua.
Viaggia dove vuoi in un anno, in cinque anni,
poi è qui che ti ritrovi.  

Nel suo tipico stile realistico la scrittrice canadese non lascia illusioni a chi la segue. La consapevolezza che questo territorio contaminato è il posto in cui tutti noi viviamo penetra nelle nostre ossa senza che possiamo fare niente per dimenticarcene. Forse proprio per questo ci troviamo a non avere altre scelte se non quella di combattere tutto questo deterioramento, così come combattiamo le malattie che giungono sulla soglia della nostra casa.



Altre volte gli scrittori ci offrono esempi di rapporti appaganti con l’acqua. La poetessa statunitense Maxime Kuminci ha dato un esempio efficace del suo confondersi con l’acqua nella bellissima poesia Morning Swim (Nuotata mattutina) [18], che offre la rappresentazione di un corpo femminile solitario – in una mattina nebbiosa –che si tuffa e realizza la sua fusione perfetta con l’elemento acquatico:

Into my empty head there come
a cotton beach, a dock wherefrom
 
I set out, oily and nude
through mist, in chilly solitude.
 
There was no line, no roof or floor
to tell the water from the air.
 
Night fog thick as terry cloth
closed me in  its fuzzy growth.
 
I hung my bathrobe on two pegs.
I took the lake between my legs.
 
Invader and invaded, I
went overhand on that flat sky.
 
Fish twitched beneath me, quick and tame.
In their green zone they sang my name
 
and in the rhythm of the swim
I hummed two-four-time slow hymn.
 
I hummed “Abide With Me.” The beat
rose the fine thrash of my feet,
 
rose in the bubbles I put out
slantwise, trailing through my mouth.
 
My bones drank water; water fell
through all my doors, I was the well
 
that fed the lake that met my sea
in which I sang “Abide With Me.”

 
Nella mia testa sgombra si profila
una spiaggia di cotone, una banchina
 
da cui partii, unta e denudata
tra la foschia, in solitudine gelata.
 
Linea non c’era, soffitto o fondale
a distinguere l’acqua dall’aere.
 
La nebbia della notte densa come un telo
racchiuse me nel suo spugnoso ordito.
 
A due gancetti l’accappatoio appesi,
fra le mie gambe il lago presi.
 
Invasore ed invasa, procedevo
a bracciate dentro quel piatto cielo.
 
Pesci rapidi e miti sotto di me a guizzare.
Dentro quel verde spazio il mio nome a cantare
 
e intonavo nel ritmo della bracciata
a due quarti una lenta ballata.
 
Mormoravo: “Assecondami”. La toccata
saliva dai miei piedi all’elegante falcata,
 
saliva fra le bolle che sgorgavano
di lato, dalla mia bocca spalancata.
 
Le ossa bevvero acqua, acqua cadente
da ogni porta. Io ero la sorgente
 
che nutriva il lago, che incontrava il mio mare
nel quale “Assecondami” cantavo.
 
La protagonista non solo si tuffa in un ambiente acquatico che è tutt’uno con la terra e il cielo, ma con il ritmo delle proprie bracciate stabilisce un ritmo che è in armonia con l’acqua in cui si muove. Alla fine diventerà acqua lei stessa poiché da tutte le sue “porte” si riversa acqua a nutrire l’altra acqua in cui procede. La poesia trasmette un gran senso di libertà e di armonia fra la nuotatrice e l’acqua.

Sulla stessa linea, anche se il tono diventa giocoso, si trova Sandro Penna in questi versi:

Ecco il fanciullo acquatico e felice.
Ecco il fanciullo gravido di luce,
più limpido del verso che lo dice.
Dolce stagione di silenzio e sole
e questa festa di parole in me
.[19]

E come non ricordare la limpidezza  e l’armonia de La pioggia nel pineto [20] del nostro Gabriele D’Annunzio come esempio della partecipazione panica al mondo naturale e “acqueo” del bosco?

Non la riporteremo per intero perché si tratta di una poesia ben nota, ma è opportuno ripercorrerla per interpretarne le sottili allusioni poetiche. Il poeta si rivolge a qualcuno – Ermione -, poiché la poesia comincia con l’imperativo Taci, che impone silenzio e l’apertura verso qualcosa che si sta schiudendo. Le parole successive ci pongono ai margini del bosco: Su le soglie / del bosco non odo / parole che dici / umane. L’uso sapiente dell’enjambement accresce il senso del mistero. Si scopre così che le parole sono umane perché il poeta vuole ascoltare un linguaggio diverso che si sprigiona dal cadere delle gocce sulle foglie del bosco. Dopo alcuni versi ancora un imperativo: ascolta. E’ l’invito ad ascoltare il linguaggio della pioggia che si deposita sulle varie piante del bosco, tutte nominate, e sui volti le mani, i vestimenti e i freschi pensieri delle due persone che stanno nel bosco.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade
.

E’ tutta un’orchestrazione che si dispiega nel bosco e a cui partecipa il canto delle cicale. Ogni pianta ha il suo suono (pino, mirto, ginepro, altro ancora) e anche i due attori umani di questo scenario sono imbevuti della pioggia che cosparge il bosco:

Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
 


Il canto della rana si mesce a quello delle cicale, proveniente dall’umida ombra remota, dall’ombra più fonda. Accanto al sentimento di fusione con il tutto vegetale e animale, sorge e si accresce una sottile sensualità in questo contatto intimo con il bosco indotto dalla onnipresenza della pioggia:

E piove su le tue ciglia,
Ermione 
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pèsca
intatta,

Qui si palesa anche un senso di purificazione che  viene attribuito all’acqua. Si parla de l’argentea pioggia che monda e più in giù si osserva che la vita è in noi fresca / aulente, / il cuor nel petto è come pèsca / intatta.
Negli ultimi versi che ripetono quasi alla lettera alcuni versi già pronunciati, la cadenza della reiterazione si salda e si illanguidisce nella partecipazione cosmica alla rinascita del bosco, alla sua metamorfosi in atto.
L’acqua spesso ha una qualità catartica, perché ha la possibilità di lavare e quindi di determinare un cambiamento sostanziale in chi vi si immerga, basti pensare al significato del battesimo. Nel recente film La donna che canta il figlio e la figlia della donna nuotano in una piscina, dopo aver appreso che hanno un altro fratello che – a suo tempo – ha stuprato in una prigione la loro madre. Evidente è il desiderio di togliersi di dosso questo peso ingombrante.
Identica appare la funzione di un bagno in una piscina napoletana in un film meno recente, L’amore molesto, in cui la protagonista, che per tutta la durata del film è alla ricerca di verità scomode su sua madre, si concede insieme a un suo vecchio amico d’infanzia.



Ritroviamo nella modernità di una giovane poetessa italiana, Laura Fusco, la presenza inquietante dell’acqua che circola fluida in tutta la narrazione poetica:

E’ trascorsa un’altra strana giornata.
Hai messo l’acqua a bollire.
Hai preparato la tisana.
Hai detto a te stessa: devo cercare di dormire.
Oppure non è andata così.
Magari non hai messo l’acqua a bollire ma ci hai solopensato.
Magari hai detto, anche se non ha nessun senso:
devo cercare di non dormire e aspettarlo
oppure: no,
lascio il pensiero passare oltre il muro come un rumoredell’anima, una febbre,
inondare la casa da una stanza all’altra o accendere le luciin cima alle colline,
attraversare una soglia e partire,
fare ordine in cucina prima che arrivi.
Fuori
la notte dell’acqua.
Dentro una lampadina fioca
che sta per fulminarsi
e una tazza di caffè per stare sveglia
[21]

L’acqua è una presenza materiale, serve a preparare una tisana ma, complice di una sua congenita fluidità, genera incertezze che contaminano il pensiero il quale poi percorre la casa o insegue le colline. L’acqua è anche un paesaggio che incombe sulla notte e sulla vita di tutti. Altrove diventa l’elemento scatenante di un incontro e la presenza attiva che si snoda durante tutto il racconto dell’esperienza:

Su un ponte da Nouvelle Vague,
su una bici che ti lascia a piedi  in mezzo al temporale,
con il sacco rotto della spesa che semina girasoli in mezzoal traffico,
tu.
E invece lui,
nell’appartamento gelato e messo a soqquadro
per cercare la fuga di Annie e
il giorno dopo del gas.
O del gas
e il giorno dopo
di Annie.
Ti sei rifugiata nelle scale buie per strizzarti l’acqua daivestiti senza sospettare
che poi saresti salita da lui,
a portargli tutta quell’acqua sulle losanghe azzurre e neredel pavimento,
tutto quel tuo respiro rappreso di freddo.
Lui invece
ti aspettava,
attratto dai girasoli,
attratto dalla pioggia,
attratto dall’idea di non pensare più a Annie.
Hai sgocciolato sui suoi libri,
sparsi come guadi sul pavimento,
camminando fino a dove
ti ha passato una vestaglia,
ti ha passato un asciugamano,
ti ha passato il contatto della sua mano.
Quello delle tue labbra sul bordo del bicchiere
l’avete fatto tintinnare facendovi spazio a fatica
tra i quadri e le tende di velluto.
Anche lui aveva una bici.
Ti sei appoggiata al cerchione.
Lo hai sentito entrarti tra le scapole e le vertebre.
Spostandoti hai messo una mano in una felce come se fossi inun prato
e non al Marais.
Ti ha chiesto
se volevi che scendesse a raccogliere i tuoi girasoli,
se volevi che ti desse una sua camicia per scendere araccoglierli insieme,
incuranti del traffico in tilt
e dei mulinelli d’acqua e di foglie.
Ti sei messa la sua camicia
ma non vi siete mossi,
finché i gesti e le voci hanno cominciato a asciugarsi e ascaldarsi.
L’ascensore si è fermato e ha rovesciato una luce improvvisa
sui tuoi capelli.

[…] [22]

Anche qui l’acqua tende ad identificarsi col pensiero, a generare e liquidare forme nel tempo della narrazione. Informa il racconto, scompaginando propositi e riassemblando immagini. Si muove nelle pieghe del narrare, da lei condizionato, narrare di piccoli accadimenti esterni e di tutte le sensazioni del corpo che fanno parte dell’evento e vengono accuratamente registrate. E’ interessante notare come il narratore colga una miriade di impressioni secondarie che fanno parte tutte di uno stesso scenario, ponendosi, per così dire, nella posizione di un osservatore esterno. In questo contesto l’acqua apre anse e slarghi inaspettati, è un’incursione e un dischiudersi di mondi nuovi e finisce la sua funzione quando la voce narrante informa che i gesti e le voci hanno cominciato a asciugarsi e scaldarsi. Impone anche una presenza naturale a una vicenda cittadina perché è capace come nessun altro elemento di mantenere una sua verginità anche in paesaggi modificati dalla convivenza sociale.
Elemento affine alla cultura sommersa delle donne, l’acqua emerge epifanicamente anche in una poesia di Annamaria Ferramosca, tradotta in inglese da Anamarìa Crowe Serrano:

Sorveglio l’acqua
Sorveglio l’acqua. Imparo
come si evapora,
come si abbandona l’esuvie.
In un angolo il mucchio:
il sale della vita (l’acqua è ironica)
 
Il dio dell’acqua saggio
ondulava in serpente
allevando le spighe
e insieme i pesci
E ignaro,  in petto, anche l’uomo.
Tecnica, che solo un dio padroneggia,
ma che esclude
perversioni di plastica.
 
La sapienza dell’acqua
quando imperla
la fronte per timore,
prima di commettere,
prima di parlare.
 
 
I watch water
I watch water. I learn
how to evaporate
how exuviae are abandoned.
The pile lies in a corner:
the salt of the earth (water is ironic)
 
The wise god of water
was undulating like a snake
nurturing the reeds
together with the fish
And man too, unawares, was leeching off him.
It’s a technique that only a god can master,
but which leaves no room
for plastic perversions.
 
How knowledgeable water is
when it covers the forehead
in beads of fear,
before we commit,
before we speak. 
[23]


E’ una poesia intrisa di leggerezza e, come dice la poetessa stessa, di ironia. Poche molecole esistenziali del nostro rapporto denso e speciale con l’acqua che ci stupisce sempre. 




Ed è sul motivo della leggerezza che vorrei finire questa breve disamina sui 
modi che alcuni scrittori e alcune scrittrici hanno di raffrontarsi con l’acqua, facendola entrare nella loro vita, proponendo un famoso frammento da Saffo e un esempio di filastrocca nonsense di Edward Lear [ * ]. Nel primo l’oscurità dell’Oltretomba si stempera in uno squarcio di freschezza naturalistica dalla levità orientale:                                               

Io voglio morire:
voglio vedere la riva d’Acheronte
fiorita di loto fresca di rugiada. [24]

Nel secondo, come al solito, la rima nonsensical impone un senso di incongruità al breve componimento poetico. L’acqua può essere anche questo. 

There was an old person of Sheen,
Whose expression was calm and serene;
He sate in the water, and drank bottled porter,
That placid old person of Sheen
[25]

C'era un vecchio di Sheen
Il cui modo di epsrimersi era calmo e sereno;
stava seduto nell'acqua, e beveva birra scura imbottigliata
Quel placido vecchio di Sheen.




 

 

[1] San Francesco D’Assisi, Cantico di frate Sole [ * ]

[3] Cecco Angiolieri, Sonetto LXXXVI [ * ] [ * ]
[4] Il testo in inglese, qui tradotto da Anna Maria Robustelli, è stato tratto da "Only Connect A History and Anthology of English Literature 1", a cura di Marina Spiazzi e Marina Tavella, Second Edition, Zanichelli, 2004
[5] Anne Carson, Antropologia dell’acqua. Riflessioni sulla natura liquida del linguaggio a cura di Antonella Anedda, Elisa Biagini, Emmanuela Tandello, Roma, Donzelli, 2010 [ * ]
[6] Il corsivo di alcune parole che hanno a che fare con l’acqua è mio
[7] traduzione di Diego Valeri
[8] Henry David Thoreau, The Journal of Henry D. Thoreau, edited by Bradford Torrey and Francis H. Allen, New York, Dover Publications, Inc.,1962.
[9] In http://leonardodavinci.csa.fi.it/osservatorio/infea/html/poesie/poesia-9.htm
[10] Italo Calvino, Marcovaldo,Torino, Einaudi, 1963
[11] Henry David Thoreau, op.cit.
[12] William Shakespeare, Sonnet LX, in Sonetti, edizione integrale a cura di Gabriele Baldini e traduzione di Lucifero Darchini [ * ], Milano, Feltrinelli, 1965. (Prima edizione della traduzione di L. Darchini nella Biblioteca Universale Sonzogno: 1909)
[13] Virginia Woolf, Gita al faro,Garzanti, 1974 [ * ]
[14] William Shakespeare, La Tempesta, traduzione di G. S. Gargano introduzione e note di Guido Ferrando. Firenze, G. C. Sansoni Editore,  1952
[15] T. S. Eliot, La terra desolata, traduzione di Mario Praz, Torino, Giulio Einaudi, 1965, per gentile concessione dell’editore Valentino Bompiani
[16] Prospero Trigona, Saggio su The Waste Land,  Napoli, Guida Editori,  1973
[17] Acura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti, Firenze, Le Lettere,  2007.
[18] In Corporea, il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese, a cura di Loredana Magazzeni, Fiorenza Mormile, Brenda Porster, Anna Maria Robustelli, Sasso Marconi, Le Voci della Luna,  2009, pp.20-21 [ * ]. La poesia in questione è stata tradotta da Loredana Magazzeni.
[19] Sandro Penna, Tutte le poesie, Milano, Garzanti, 1979 [ * ]
[20] Enzo Palmieri, Crestomazia dellaLetteratura Italiana Tomo III Ottocento e Novecento, Palermo, Palumbo,1957.
[21] Laura Fusco, Sangue & rossetto a cura di Camilla Torre, Le Voci della Luna. Numero 47 – Luglio 2010 [ * ] [ * ]
[22] Ibidem.
[23] A Selection of Poems 1990-2009 Annamaria Ferramosca Translations and Introduction Anamarìa Crowe Serrano, NewYork, Chelsea Editions, 2009.
[24] Lirici greci tradotti da Salvatore Quasimodo con un saggio di Luciano Anceschi. Arnoldo Mondadori Editore, 1951 [ * ]         [25] The Complete Nonsense of Edward Lear collectedand introduced by Holbrook Jackson, New York, Dover Publications, Inc., 1951 [Ho fornito la traduzione a semplice titolo esplicativo, dato che è molto difficile tradurre questo tipo di poesia, basata sull’inconsistenza della rima]

 

 


 




(Anna Maria Robustelli - gennaio 2011) 










(apparso nei Quaderni del Liceo Orazio N.1 Anno Scolastico 2010/2011 Roma, a cura di Mario Carini)







 


 


 

 

[2] Jean Giono,  L’uomo che piantava gli alberi, Milano, Salani, 1996 [ * ] (ed. or.1980, L’homme qui plantait des arbres, Gallimard, Paris)
L'UOMO CHE DIALOGAVA CON IL COYOTE
post pubblicato in Nicoletti, Martino, il 10 marzo 2012


 
E' in corso a Perugia al Museo civico di Palazzo della Penna fino al 9 aprile la mostra "Beuys e lo sciamano: estasi, rito e arte". Sono esposte le sei lavagne su cui, aiutandosi con disegni, Beuys esplicitò il 4 aprile 1980 durante l'incontro alla Rocca Paolina "Beuys vs Burri" la sua teoria politica. Accompagnano le lavagne dei pannelli esplicativi curati da Martino Nicoletti, la cui interpretazione, affidata più compiutamente al libro di cui stiamo trattando, risulta quanto mai pertinente. Nicoletti è un antropologo, studioso dello sciamanismo, che ha approfondito nel corso di viaggi in Estremo Oriente, in particolare in Nepal. Il racconto autobiografico di come Beuys, abbattuto nei cieli della seconda guerra mondiale, venisse raccolto e curato dai tartari secondo metodi tradizionali entrando in rapporto con la loro cultura, deve essere approssimativo per difetto se, come mostra Nicoletti, già nei disegni della fine degli anni '40 e dei primi anni '50 appare del tutto chiara una conoscenza approfondita della simbologia e della modalità dei rituali sciamanici. Forse Beuys vi era giunto autonomamente, se negli anni '80 sosteneva con l'antropologo Michael Oppitz (autore del documentario "Sciamani del paese dei ciechi") di essere uno "sciamano rovesciato" e che gli sciamani "avevano preso da me tutto". Brevi affermazioni politiche, essenziali come slogan, affiancano e intersecano figure umane e animali, fragili come quelle delle grotte preistoriche, inserite in un tracciato grafico di simboli e linee che ricapitolano, come mostra persuasivamente Nicoletti, la cosmologia e il rituale sciamanico. 

Si hanno figure animali come la lepre, il cigno, il cervo, simboli cosmici come la caldaia (cfr. l'uovo cosmico in Mircea Eliade), il cubo (che rappresenta la società), il cerchio solare, la corda, il bastone pastorale, la leva, la slitta (tramite per l'aldilà). C'è il maschile e il femminile, il recto e l'inverso delle figure come in un riflesso. C'è, immancabile in Beuys, l'elemento energetico, conduttore di calore, vita, elettricità. Sono tutti simboli che richiamano il mondo degli sciamani. Lo sciamano deve poter "morire" per rinascere come tale con dei poteri accresciuti. Lo sciamano vede nell'animale l'incarnazione di uno spirito e tenta di adeguarsi a parlare con esso. La lepre, in rapporto con il tema della nascita, scava gallerie in terra, come l'artista e lo sciamano ne scavano nella mente. Il cigno è simbolo della vita immortale. Il cervo è tramite con le sue corna di metamorfosi. L'inseparabile cappello di feltro ricorda le ferite alla testa protette dal feltro ma anche l'esperienza di morte iniziatica ed è quindi simbolo di elezione. Allude ad un'umanità più evoluta che racchiude quanto di più ancestrale è nell'uomo. Il pensiero politico di Beuys (un appello alla democrazia diretta, alla solidarietà, alla protezione dei valori della vita, alla democratizzazione politico-fiscale del denaro contro il suo monopolio, alla discussione permanente), in rapporto ai primi movimenti verdi, trova quindi base e appoggio più solidi in una prospettiva ancestrale e auratica, che ricomincia dai fondamenti stessi della civilizzazione umana, in cui sempre è presente in una situazione di estrema fragilità una dimensione autoprotettiva.

  
  
(Carlo Verducci)






Martino Nicoletti, L'uomo che dialogava con il coyote, Exorma, 2011 [ * ]







vedi quì

JOSEPH BEUYS (I LIKE AMERICA AND AMERICA LIKES ME)
post pubblicato in Diario, il 28 febbraio 2012

Joseph Beuys vuole riproporci in questa azione la scena primaria di quando l’uomo stabilì una vicinanza col cane ancora selvaggio, finendo con l’addomesticarlo. L’uomo è un pastore, figura archetipica per il cane, che resta coinvolto nella sua fascinazione. Il pastore è quasi una divinità, intabarrato nel feltro, col suo lungo bastone euroasiatico. La simbiosi con l’animale è una cura per l’uomo, che infatti arriva al luogo della coabitazione coatta come un ammalato in autoambulanza. Ne emerge il ritratto dell’artista come sciamano, impegnato col coyote in un mutuo rituale di sopravvivenza. Beuys durante il viaggio per andare dal coyote fa il morto avvolto nel feltro. La valenza apotropaica di questo rituale si accompagna al coyote quale trickster, funzionale per una performance in una galleria d’arte. Il coyote è il compagno di giochi infantile, uscito dalla fantasia di una fiaba. L'azione, l'happening erano una caratteristica del movimento Fluxus, di cui Beuys faceva parte. La performance durava una settimana, il video quaranta minuti...

Finita l'azione, con la stessa autoambulanza con cui è venuto, Beuys torna in Europa. 


(Carlo Verducci)



Francesco Pelizzi, Periferie del corpo artistico: l'incontro col coyote, in Mario Perniola (a cura di ), Il pensiero neo-antico: tecniche e possessione nell'arte e nel sapere del mondo contemporaneo, Mimesis, 1995 [ * ]
Caroline Tisdall, Joseph Beuys: Coyote, Schirmer/Mosel, 2008 [ * ]
Martino Nicoletti, L'uomo che dialogava con il coyote, Exorma, 2011 [ * ]





vedi quì e quì


 


 

LO SGUARDO EMPATICO NELLA POESIA DI HIKMET
post pubblicato in Hikmet, Nazim, il 29 settembre 2011



La poesia, il cui materiale è il linguaggio, è forse la più umana e la meno mondana delle arti, la sola in cui il prodotto finale rimane prossimo al pensiero che lo ispirò.

(Hannah Arendt, The Human Condition)


Aprendo le pagine poetiche di Nazim Hikmet (Salonicco 1902 - Mosca 1963) riesce impossibile non amare i suoi versi. I suoi affezionati lettori conoscono a memoria questi versi splenditi: “Ti amo come se mangiassi il pane spruzzandolo di sale [...] ti amo come se dicessi Dio sia lodato son vivo” (1959). Hikmet in questi versi portò alla luce una dolcezza che oserei chiamare globale, anche se appare legata al pensiero, al sentire, balcanico ed orientale. Attraverso l’essenzialità del sale che dà sapore al cibo e alla vita nella stessa maniera in qualunque parte del mondo, il poeta dice ti amo alla sua amata. E rende il sale dolce più del miele.
Questa dolcezza intensa che sprigiona la sua opera poetica è il prezioso ricamo delle sue sillabe magiche. Sillabe che ti aprono gli occhi…versi liberi, espressivi che sanno essere altro…metafore che diventano tele dipinte di orizzonti vivi…orizzonti poetici che aggrediscono per coinvolgerti con la realtà. A volte dolcemente, a volte tortuosamente per raccontarti quel che spesso sfugge al pensiero, al ricordo e alla memoria. Proprio come la Arendt scrisse sulla poesia: “il suo carattere “memorabile” determinerà inevitabilmente la sua durata, cioè la sua probabilità di rimanere perennemente fissata nella memoria dell’umanità”. Così la poesia di Hikmet fondata sul tangibile ha acquisito l’atemporalità.
Egli nacque a Salonicco che in quegli anni era la rappresentazione del caleidoscopio balcanico. Visse ad Aleppo una parte della sua infanzia come lui stesso ricordò nella poesia Autobiografia (1962) [ * ], e proseguì gli studi liceali ad Istanbul. Luoghi di colori, profumi, identità e religioni diverse. Anche l’ambiente famigliare offrì ad Hikmet due visioni differenti di vivere e di pensare: l’Oriente e l’Occidente. E’ forse proprio questa diversità culturale la base in cui si forgiò la futura grandezza di Hikmet.
Entrò dentro varie realtà e verità del mondo in cui visse, raccontando in versi gli accadimenti. I suoi versi di struggente semplicità smuovono sentimenti profondi. E naturalmente condivido il pensiero della scrittrice turca, Elif Shafak che: “credere nella poesia equivale a credere nell’amore.” (Latte nero, 2007 [
* ]).
Era un uomo che con la sua lirica partecipava agli eventi, osservava il proprio tempo senza connotare la sua poesia alle ideologie (nazionalistiche o politiche). Seppe prendere ferme posizioni (genocidio degli armeni), anche quando quelle prese di posizione significavano privarsi della libertà e rinunciare agli affetti più cari per l’amore verso l’umanità. La fisionomia della sua lirica.
Nel 1956 scrisse, a mio avviso, una delle sue più belle poesie esprimendo un altro valore della lirica ed una diversa “missione del poeta”. Questa poesia s’intitola Japon balikçisi / Il pescatore giapponese.
Trovo nei suoi versi tutta la forza poetica di Hikmet, la sua grandezza di pensiero, la sua denuncia poetica che gli ha permesso di entrare così di diritto tra i grandi poeti del Novecento. Poesie come Japon balikçisi lo hanno elevato come il poeta che sopravvive alla sua generazione. Diventa il poeta di tutte le generazioni. E nonostante la palese connotazione geografica del titolo, è comunque una poesia che non ha un'unica appartenenza nazionale, supera i confini territoriali. E quel termine chiamato “nazionalità” è inappropriato per essa. La sua lirica delicata e sublime affronta un tema universale con echi che risuonano attuali a decenni di distanza. Usò elementi semplici ricorrenti spesso nella sua poesia come il mare, il sale e il vocativo “mia rosa” con intensità empatica per far riflettere il lettore. Il poeta scrisse questa poesia prendendo spunto dai test nucleari perpetuati negli anni cinquanta del Novecento nell’Oceano Pacifico e dagli effetti imposti dall’uomo alla natura e alla vita di altri uomini. Hikmet descrisse in modo incredibile il dramma esistenziale di un pescatore ammalato dall’esposizione alle radiazioni atomiche di un esperimento militare del 1952:

Il pescatore giapponese 
(traduzione dall’inglese in italiano di Thony Sorano)

Il pescatore giapponese ucciso da una nuvola
Non era che un giovane mentre navigava nella sua rada.
Ho sentito questa canzone cantata a bassa voce dai suoi amici,
Mentre la luce gialla andava verso l’Oceano Pacifico


Pescammo un pesce, colui che lo mangia muore,
Chi tocca la mia mano, di quello muore.
Questa, la nostra barca, è una fredda bara
Chi sale a bordo, imbarcandosi muore.

I versi che aprono la poesia raccontano di un giovane pescatore ucciso da una “nuvola”, mentre navigava nell’Oceano Pacifico. Una nuvola avvolge la sua barca e la trasforma in una fredda bara. Hikmet non lo dice esplicitamente, ma si comprende che quella nuvola non fu un evento meteorologico, anche se a volte in quella parte del mondo la natura sa essere veramente distruttiva. Mentre i versi di Hikmet continuano a diventare sillabe penetranti:

Pescammo il pesce che uccide chi lo mangia,
Non tutto in una volta, ma poco a poco,
La sua carne diventa nera, apre piaghe e imputridisce
Pescammo un pesce, colui che lo mangia muore.

Chi tocca la mia mano, di quello muore.
Questa mano che una volta così bene lavorava per me,
Bagnata nel sale e sana nel sole.

Chi tocca la mia mano, di quello muore,
Non tutto in una volta, ma poco a poco,
La sua carne diventa nera, apre piaghe e imputridisce…
Chi tocca la mia mano, di quello muore.

Gli effetti di quella nuvola non uccidono immediatamente: “Non tutto in una volta, ma poco a poco / La sua carne diventa nera, apre piaghe e imputridisce…”. Questi versi sono immagini vivide, immagini crude e dolorose. Il pescatore è un morto vivo e chi tocca la sua mano muore. Quella stessa mano che bagnata dal sale, un elemento di vita e d’amore per Hikmet, una volta era sana nel mare inondato dal sole. Una mano che lavorava, pescava e dava vita, oramai solo con un gesto, un tocco contagia la morte nera. Il pescatore è giovane. E’ un uomo innamorato e ricambiato dagli occhi a mandorla. Un innamorato che prega la sua amata non di amarlo come tutti gli innamorati, ma di dimenticarlo. Sceglie l’oblio in nome dell’amore con la dignità unica della cultura nipponica.
Ed Hikmet con la delicatezza che lo contraddistingue nei versi seguenti descrive una vita alla quale sono tagliate per sempre le ali del futuro, diventando il canto amaro di un amore tenero distrutto da forze oscure:

Dimenticami, amore con gli occhi a mandorla
Questa, la nostra barca, è una fredda bara.
Chi sale a bordo, imbarcandosi muore…
La nuvola è passata e ha portato la nostra rovina.

Dimenticami, amore con gli occhi a mandorla,
Mia rosa, non devi baciare le mie labbra,
La morte, si sposterebbe da me a te,
Dimenticami, amore con gli occhi a mandorla,

Questa, la nostra barca, è una fredda bara,
Dimenticami, amore con gli occhi a mandorla,
Il bambino che potresti avere da me,
Marcirebbe dentro, un uovo marcio.


Il giovane continua a supplicare con la morte nel cuore la sua amata di non baciare le sue labbra e la chiama “Mia rosa” mentre le chiede questo sacrifico d’amore. Sceglie la solitudine, non vuole che la morte che porta dentro sé si sposti da lui alla sua rosa, al suo amore. Questi sono i versi più struggenti che ho mai letto. La sua barca da mezzo per la sopravvivenza si trasforma in fredda bara. Diventa morte. Sentiero senza luce. E i versi diventano ancor più struggenti, diventano un coltello nel cuore. Suscitano lo sguardo dell’empatia mentre il giovane pescatore chiede al suo amore ancora una volta di dimenticarlo. Il loro sentimento non potrà mai essere vissuto pienamente, perché da quell’atto d’amore non potrebbe nascere un bambino sano: “Il bambino che potresti avere da me / Marcirebbe dentro, un uovo marcio”. Sono versi in cui tragicamente alla vita viene chiuso il sipario della vera bellezza, quell’armonioso e magnifico concerto in pentagrammi che è la rinascita attraverso un'altra vita.
Come sono lontani questi versi da un'altra sua poesia che mentre scrivo mi viene in mente: “Il più bello dei mari / è quello che non navigammo. / Il più bello dei nostri figli / non è ancora cresciuto. / Il più bello dei nostri giorni / non lo abbiamo ancora vissuto. / E quello / che vorrei dirti di più bello / non te l’ho ancora detto.” (1942) (trad. di Joyce Lussu, Mondadori [
* ]).*
E’ un’eco di versi meravigliosi scritti durante la prigionia di Hikmet, che evocano nell’orizzonte un futuro, la visione di un amore, una vita senza fine… Radicalmente in contrasto con i versi della poesia dedicata al pescatore giapponese nella quale si può toccare con mano la fine. La profezia compiuta delle tenebre. Vedi con gli occhi dell’anima la tragedia umana causata da una nuvola radioattiva. Nella chiusura della poesia la natura che magicamente è parte integrante dei suoi versi rappresentata dal mare è morta. Il mare blu si veste di nero (è morto ecologicamente) e nelle sue acque non naviga una barca inondata dal sole, ma la fredda bara delle tenebre. E negli ultimi versi il pescatore (l’etica dell’uomo poeta) rivolge un’eco di dolore e una domanda che ancora oggi aspetta una risposta:

Questa, la nostra barca, è una fredda bara,
Il mare che navighiamo è un mare morto.
Oh umanità, dove sei,
Dove sei?



(Rezarta Cuko)




 

 

PIPERITO
post pubblicato in Cavallari, Rita, il 6 agosto 2011



Il nuovo romanzo di Rita Cavallari abbandona il terreno della memoria di matrice autobiografica per narrare la storia di un pappagallo, Piperito, strappato al suo habitat, la lussureggiante foresta brasiliana, e costretto ad adattarsi alla vita in una gabbia dorata nella nostra caotica capitale, Roma, dove è oggetto delle cure di una bambina che gli dà un nuovo nome: Violetto.
Lo sradicamento, la perdita di identità è già in questo apparentemente insignificante dettaglio, perché il parrocchetto continuerà a “gridare”: “ Io sono Piperito. Mi chiamo Piperito. Piperito. Piperito.”.
A questo destino il pappagallo non si rassegna e preferisce la libertà piena di insidie, la compagnia dei suoi simili, al cibo assicurato, fino a conseguire un inimmaginabile esito positivo dei suoi sforzi tenaci.
Come nelle favole di Fedro il mondo animale appare saggio e dignitoso, degno di rispetto, di quel rispetto che spesso neghiamo ai nostri più prossimi coinquilini del pianeta.
Con questo suo piacevole, scorrevole, accattivante romanzo breve Rita Cavallari conferma con creatività il suo impegno nell’ambito dell’ecocritica, ed induce con levità a riflettere sulle nostre azioni quotidiane, sul modo distratto con cui ci muoviamo nei luoghi, anche quelli più familiari, perché impariamo a guardarli con occhi nuovi e vigili, attenti a scoprire in essi una palpitante vita segreta.
Rita Cavallari ci sollecita anche a meditare sui nostri comportamenti nei riguardi dell’ambiente che ci circonda, spesso non percepiti come forme di egoismo e di prepotenza.
Al termine del racconto di certo nessuno sarà più lo stesso di prima.
 
 
(Adriana de Nichilo)

 

 

Rita Cavallari, Piperito, ilmiolibro.it, 2011 [ * ]

 

 

vedi quì 

"Vivo in una foresta, tra alberi altissimi, fiori variopinti, liane, muschi e rami intrecciati. Mi chiamo Piperito. Mi sveglio quando il cielo incomincia a schiarire e tra le sagome scure delle foglie si fanno largo i raggi di luce. Veramente mi sveglio un po' prima che faccia giorno, perché è ancora notte quando la foresta si riempie di squittii, pigolii, brontolii, grida. Anche se è buio tutti all'improvviso hanno qualcosa da dire, o devono chiamare qualcuno, o battibeccano tra loro. I fringuelli gialli e blu cinguettano zampettando tra i rami, gli uccellini pigliamosche fischiettano andando a caccia di moscerini, le rane gracidano tra le felci, le scimmie urlano rincorrendosi da un albero all'altro. Io non ho ancora capito se apro gli occhi per la confusione o se nel silenzio mi sveglierei lo stesso. Forse il sonno è amico della notte e vogliono stare insieme, così quando la notte sta per volar via dà una sgrullata al sonno, lo prende e lo porta con sé. Anche il mio amico Cocorimbo mi dà una sgrullata e mi butta fuori dal nido. È bellissimo il nostro nido, da fuori sembra un enorme groviglio di sterpi e rami secchi, ma dentro è rivestito di foglie e muschio, e c'è spazio per tutti, perché noi siamo una grande famiglia e ci piace vivere in una grande casa. L'abbiamo costruita noi, è il nostro nido. Insieme, io e Cocorimbo andiamo a beccare qualche seme e ci guardiamo in giro. Saltiamo qua e là, svolazzando, e nel frattempo arrivano i raggi del sole.
Anche gli altri si affacciano dal nido. Siamo tanti, tutti verdi, ma sul petto e sulla gola abbiamo le piume grigie. Anche sulla fronte le piume sono grigie, ma quando apriamo le ali si vedono le nostre bellissime penne blu, blu come quelle della coda. Io però sono diverso dagli altri. Ho una cosa in più. Una macchia viola sulla sulla schiena. Solo io ho la macchia viola, gli altri no.
 Ho fame. La foresta è piena di cose buone. Arboscelli germogliati da poco, frutta, bacche, semi. Arriva il mio amico Chirichillo svolazzando come fa quando deve dire qualcosa d'importante e vuole che tutti lo stiano a sentire.
 - I frutti dell'albero vicino al fiume sono maturi! Griok! Griok! Ci alziamo in volo tutti insieme, come una nuvola colorata, e ci precipitiamo verso il fiume. Quell'albero è già un po' che lo teniamo d'occhio, sta vicino alla distesa di felci, dove l'acqua entra in mezzo alla vegetazione e forma i laghetti dove gli uccelli dal becco lungo si fermano a riposare. Bisogna stare attenti con gli alberi, non si sa mai quando fioriscono - anche i fiori sono buoni da mangiare - e i frutti maturano all'improvviso. Dobbiamo far presto, perché se le scimmie arrivano prima di noi mangiano tutto. L'albero è carico di frutti dalla scorza verde che nasconde una polpa morbida e bianca, piena di piccoli semi. Che scorpacciata!
Andiamo a guardare il fiume, dice Chirichillo, e prende il volo. Lo seguiamo, di ramo in ramo, fino alla riva, e ci poggiamo su un albero che affonda le sue radici nel fango. L'acqua è coperta di nebbia e si mescola col cielo. Non sono mai stato dall'altra parte del fiume, ma è come da noi, uguale. L'ho sentito dire dagli uccelli col becco lungo che al tramonto, in mezzo alle erbe acquatiche, vanno a caccia di rane. Passano di qua ogni tanto, si posano sulla riva del fiume, poi ripartono. Vengono da lontano, quando nel loro paese arriva il freddo, così dicevano, questa parola, freddo. Io non so cosa vuol dire. Noi siamo uccelli migratori, dicevano. Uccelli migratori sono quelli che fanno lunghi voli, giorni e giorni, fermandosi solo per riposare e mangiare qualche rana. A noi invece non ci va di volare lontano, stiamo bene a casa nostra.
Chirichillo si ferma su un ramo che sporge sull'acqua, e noi tutti dietro, perché lui è il nostro capo. Dal fiume si avvicina una barca. Sopra ci sono degli animali che assomigliano alle scimmie. Sono uomini. Si chiamano così, uomini, e le femmine si chiamano donne. Da lontano sembrano piccoli come formiche. La barca viene verso riva, portata dalla corrente, senza far rumore, scivolando sul pelo dell'acqua. Stiamo tutti fermi, tratteniamo il respiro, siamo curiosi di vederli da vicino. La barca si accosta a riva e gli uomini scendono.
 - Sono feroci - sussurra Chirichillo. Incomincio a tremare, le mie piume si arruffano, le ali vibrano, sollevo una zampa dal ramo, sto per prendere il volo.
[...]"





Per la lettura integrale del testo di Piperito vedi quì
 
 
 
SERPENTI E ALTRI ANIMALI
post pubblicato in Robustelli, Anna Maria, il 1 agosto 2011

Ci portiamo dietro idee a volte giustificate ma altre volte strane sugli esseri viventi: niente mosche perché la loro presenza non è igienica; niente zanzare perché pizzicano e portano malattie, niente scarafaggi perché anche loro non sono tanto igienici e poi sono obiettivamente schifosi, niente formiche perché vanno in cerca di cibo… ma poi se un geco ci entra inaspettatamente (anche per lui)  in casa, perché ucciderlo? Si può cercare di mandarlo via o convivere con lui per un po’. Una volta nella mia vecchia scuola ho visto una mia collega uccidere un millepiedi:  mi ha fatto impressione. Poteva semplicemente attirarlo su un pezzo di carta e ributtarlo nel giardino da cui proveniva.  A volte, sulle pareti, si può bloccare un insetto o un piccolo animale come un geco con un bicchiere o un piatto di carta e poi far scivolare un foglio di carta a mo’ di coperchio finché,  arrivati sul luogo dove è possibile liberarlo, lo si lascia libero. Questo metodo mi è stato insegnato da Lea, la mia carissima cugina che amava molto gli animali. Certo con i serpenti è un po’ diverso, non è così facile prenderli e rimandarli nel loro habitat. Scontiamo con loro un problema di conoscenza. Non distinguiamo quelli velenosi da quelli che non lo sono e poi grava su di loro una lunga tradizione negativa che collega il serpente alla perdita del Paradiso Terrestre. Ho notato che anche persone che vivono in ambienti frequentati da questi rettili hanno a volte delle idee sbagliate, forse perché le leggende si mischiano alle conoscenze scientifiche. E’ pur vero che è difficile che un brasiliano abbia la stessa paura panica di questi rettili che abbiamo noi. Sono abituati a convivere con una più vasta gamma di questi animali che noi e ho notato che li conoscono meglio di noi. E’ un po’ come la nostra conoscenza dei gatti, sappiamo che ogni tanto se ne trova uno forastico, ma in generale coabitiamo con loro molto bene.  Comunque, possiamo anche noi modificare le nostre idee sui serpenti, facendoci aiutare da testimonianze su di loro che ci vengono dalla letteratura.

La prima ci viene da Stephen Crane ed è un classico del nostro rapporto con questi animali. L’incontro con il serpente è uno scontro, una battaglia condotta fino all’ultimo respiro. Si intuisce che è un serpente a sonagli, quindi velenoso, e che l’unica alternativa è di ucciderlo, anche se, onestamente, chi scrive riconosce negli occhi dell’uomo c’erano odio e paura.  E poi negli occhi del serpente c’erano odio e paura.
Si evince una notevole empatia nei confronti del serpente: non conosceva i sentieri; non ebbe la prontezza di sgattaiolare senza far rumore tra i cespugli. Il testo inoltre è consapevole del fatto che l’antica inimicizia tra uomo e serpente è nata nel corso di una lunga tradizione e nel mito. Pure,  chi scrive non può fare a meno di descrivere una lotta, un’inimicizia inevitabile, scontata, combattuta con coraggio e destrezza da tutte e due le parti. L’implicito onore attribuito al serpente è quello che si deve a un combattente che ci è pari.

Parla di onore anche lo scrittore David Herbert Lawrence nella poesia The Snake  ma qui la contraddizione tra la tendenza ad uccidere il serpente e la riverenza del poeta alla vista di questo spettacolo della natura è più marcata e dichiarata: Fu umiltà il sentirmi tanto onorato?
Fin dall’inizio il poeta accetta di dover aspettare il suo turno per bere alla vasca, mentre guarda affascinato il serpente che beve: E dovetti aspettare, dovetti sostare e aspettare, perché egli era lì alla vasca prima di me(...)Qualcuno era giunto prima di me alla mia vasca, / E io, da secondo arrivato, attendevo. Ma lentamente si insinua nella sua testa la voce della sua civiltà che gli intima di ucciderlo: Se tu fossi un uomo / Prenderesti un bastone e gli spezzeresti la schiena, ora, e lo spacceresti. In realtà al poeta piace il serpente ed è felice che sia venuto come un ospite in tutta pace  a bere alla sua vasca e ribadisce:
Fu codardia ch’io non osassi ucciderlo?
Fu perversione ch’io desiderassi di parlargli?
Fu umiltà il sentirmi tanto onorato?
Mi sentivo tanto onorato
.
Tuttavia, quando il serpente accenna a rientrare nella sua tana, il poeta afferra un ceppo e lo scaglia contro la vasca. Può darsi che alla fine abbia ascoltato le voci della sua civiltà, ma indubbiamente l’atto ha radici più complesse perché il foro in cui il serpente sta rientrando è descritto come orrido e Lawrence sottolinea come lui venga preso da  Una sorta d’orrore, una sorta di protesta contro quel suo ritrarsi entro l’orrido foro nero, / Quel suo deliberato ritorno nella tenebra, e quel  lento trainarsi dietro tutto il suo corpo. Quindi il vero motivo per cui lo scrittore desidera fermare il serpente potrebbe essere il suo desiderio di continuare a vederlo, di continuare a condividere con questo re in esilio un’esperienza irripetibile. D’altra parte, si possono ventilare anche interpretazioni più articolate. L’orrido foro in cui il serpente si ritira potrebbe essere assimilato a un utero, luogo che spesso risveglia nell’immaginario sentimenti di repulsa, perché oscuro e di non facile accesso, per non parlare del fatto che è la fornace che produce la vita. Il serpente è animale collegato con i miti della Grande Madre sia per il suo ritornare periodicamente nella terra, sia per la perdita annuale della pelle, quindi animale di vita, di morte e di rinascita.  Ad ogni modo Lawrence sottolinea che si pentii per il suo gesto meschino e pensò all’albatro. Ci sono precedenti di questa infelice risoluzione di  rapporto tra uomo e  animale e il poeta va a pensare a The Rhyme of the Ancient Mariner di S.T.Coleridge.  La conclusione è mesta:
E così perdetti la mia ora con uno dei signori
Della vita.
E ho qualcosa da espiare:
Una piccineria.

Nell’ultimo brano sui serpenti, tratto dal meraviglioso libro del naturalista inglese W. H. Hudson (naturalista, che bella parola! Perché non la usiamo più?) Un mondo lontano, che lui pubblicò nel 1918, a testimonianza della sua vita nelle pampas argentine, il rapporto con questi animali è vissuto nella pienezza dei desideri che, pur deformati da pregiudizi umani, si liberano poi nel fervore dell’esperienza a contatto con la natura. Attraverso la descrizione dei suoi incontri ravvicinati con questi rettili impariamo che non è necessario uccidere i serpenti ad ogni costo. La donna inglese che ne salva uno capitato in una compagnia di umani, come al solito poco benevoli, è uno di quei personaggi umili, ma importanti che forse discendono dalla famosa Elegy Written in a Country Churchyard di Thomas Gray. Come sottolinea Hudson:
… la sua immagine nella mia memoria è tutt’altro che sgradevole, e la sua voce nel coro invisibile ha un suono assai dolce.
Per il resto assistiamo all’infittirsi nell’immaginario di un ragazzo di esperienze connesse con i serpenti:
D’inverno […] io rimanevo sveglio e li ascoltavo per ore. Perché anche se la cosa può essere nuova per qualche ofiologo da tavolino, i serpenti non sono affatto muti come li crediamo noi.
Finché un giorno:
…dimenticai la mia delusione, dimenticai il serpente, ed ero così assorto a contemplare il pipistrello che pur avvertendo una sensazione strana sul collo del piede – come un dolore sordo, un qualcosa che premeva – non ci badai. Poi quella pressione si fece più forte ed era molto strana, come se avessi sul piede un oggetto pesante, qualcosa come una leva, tanto che alla fine mi decisi ad abbassare lo sguardo e rimasi stupefatto e pieno di terrore nel vedere il grande serpente nero che con estrema lentezza trascinava il suo lungo corpo sul mio piede! Non osando muovermi, rimasi a fissarlo, affascinato da quel nero  e lustro corpo tubolare che mi strisciava così lentamente sul piede.

E’ sempre il contatto diretto, mediato proprio dal tatto, l’esperienza più conturbante, come ci racconta anche Jane van Lavick-Goodall ne L’ombra dell’uomo , quando finalmente riesce a stabilire un contatto con lo scimpanzé David:
In quei giorni passavo molto tempo sola con David. Lo seguivo per ore attraverso la foresta, sedendomi e osservandolo quando mangiava o si fermava, cercando di tenergli dietro se si perdeva in un intrico di liane. Talvolta, sono certa, rimase ad aspettarmi – come avrebbe aspettato Goliath o William. Tanto è vero che quando comparivo, ansimante e punta dalle spine del sottobosco, lo trovavo spesso seduto a guardare nella direzione da cui arrivavo. Una volta raggiuntolo si alzava e continuava il cammino.
Un giorno, mentre stavo seduta accanto a lui ai bordi di una minuscola pozza di acqua cristallina, vidi una matura e rossa noce di palma per terra. La raccolsi e la porsi a lui sul palmo della mano. Egli volse altrove il capo ma quando portai la mano un po’ più vicino a lui la guardò poi guardò me e infine prese il frutto tenendo la mia mano saldamente ma delicatamente con la sua. Io rimasi seduta, immobile, ed  egli lasciò la mia mano, guardò la noce e la fece cadere per terra. In quel momento non vi era certo bisogno di una conoscenza scientifica per capire il suo gesto comunicativo di rassicurazione. La soffice pressione delle sue dita mi parlarono non attraverso l’intelletto ma attraverso un canale emotivo più primitivo: la barriera di innumeri secoli che era andata crescendo nell’evoluzione divergente dell’uomo e dello scimpanzé fu, per quei pochi secondi, abbattuta.
Dobbiamo stare attenti, perché il nostro agire dissennato, questa smania di uccidere, come se in questo modo ripulissimo il mondo dal male, ci potrebbe privare di queste esperienze sublimi, irripetibili.

(Anna Maria Robustelli)

 

 The Snake    di Stephen Crane (1896)

 L'uomo e il serpente

Dove il sentiero proseguiva oltre la cresta, i cespugli di mirtillo e le dolci felci si raggruppavano in due onde arricciate fino a dove diventavano una semplice linea sinuosa tracciata attraverso i grovigli. Non c'era traccia di nubi, e siccome i raggi del sole cadevano proprio sulla cresta, richiamavano a gran voce innumerevoli insetti che salmodiavano la calura della giornata estiva in cori regolari, pulsanti, interminabili.
Un uomo e un cane venivano dai boschetti di lauri della valle dove il bianco ruscello si azzuffava con le rocce. seguivano la linea profonda del sentuiero lungo la crsta. Il cane - un grande setter bianco - camminava, quietamente pensieroso, vicino ai talloni del suo padrone.
Improvvisamente da un qualche luogo sconosciuto ma vicino giunse un secco, penetrante sonaglio fischiante che provocò un movimento istantaneo alle membra dell'uomo e del cane. Come ledita di una morte improvvisa, questo suono sembrò toccare l'uomo alla nuca, in cima alla spina dorsale, e lo mutò, veloce come il pensiero in una statua, tesa nell'ascolto, di terrore, sorpresa, rabbia. Anche il cane provò quella sensazione - la stessa mano ghiacciata era posta sopra di lui, e lui stava accovaciato e tremante , la mascella cadente, una bava di terrore sulle labbra, la luce dell'odio nei suoi occhi.
lentamente l'uomo mosse le mani verso i cespugli, ma il suo sguardo non si ditolse dal posto reso sinistro dal sonaglio minaccioso. Le sue dita, alla cieca, cerarono un bastone pesante e resistente. Subito si chiusero su uno che sembrava adatto, e tenendo quest'arma sollevata di fronte a sè l'uomo si mosse leggermente in avanti, con uno sguardo minaccioso. Il cane con le sue narici nervose che vibravano leggermente, si mosse cautamente, un passo alla volta, dietro il padrone.
Ma quando l'uomo si avvicinò al serpente, il suo corpo subì uno shock come per una rivelazione, come se gli fosse stato teso un agguato. Con una faccia pallidissima, spiccò un salto in avanti e il suo respiro divenne affannoso, con il toraceche ansimava come se fosse sottoposto ad una prova di incredibile sforzo muscolare. Il braccio con il bastone fece uno spasmodico gesto di difesa.
Il serpente stava apparentemente attraversando il sentiero in qualche viaggio mistico quando ai suoi sensi pervenne la percezione dell'arrivo dei suoi nemici. Lo informò forse la leggera vibrazione e lui scagliò il suo corpo per fronteggiare il pericolo. non conosceva i sentieri; non ebbe la prontezza di sgattaiolare senza far rumore tra i cespugli. sapeva che i suoi implacabili nemici si stvano avvicinando; senza dubbio lo stavano cercando, lo stavano cacciando. E così pianse il suo pianto, uno stridere incredibilmente veloce di piccole campane, pieno di pathos come il martellare su antichi cimbali di una cinese in guerra - perchjè, infatti, di solito era la sua musica di morte.
"Attenzione! Attenzione! Attenzione!"
L'uomo e il serpente si affrontarono l'un l'altro. Negli occhi dell'uomo c'erano odio e paura. Quei nemicci si mossero, ognuno preparandosi ad uccidere. doveva essere una battaglia senza pietà. Nessuno dei due conosceva la pietà in una tale situazione. Nell'uomo c'era tutta la forza selvaggia del terrore dei suoi predecessori, della sua razza, della sua specie. una repulsione mortale era passata di uomo in uomo attraverso lunghi secoli oscuri. Questo era un altro dettaglio dio una guerra che era sicuramente cominciata quando all'inizio c'erano uomini e serpenti. Coloro che non partecipano a questi scontri attirano le indagini degli scienziati. un tempo c'erano un uomo e un serpente che erano amici, e alla fine, l'uomo giacque mortocon i segnio della carezza del serpente proprio sopra il suo cuore d'orientale. Nella costruzione di congegni, odiosi e orribili, la Natura ha raggiunto il suo punto supremo nel fare il serpente, così che i sacerdoti che dipingono l'inferno veramente bene lo riempionoi sdi serpenti invece che di fiamme. Le forme curve, quelle colorazioni scintillanti suscitano subito, a prima vista, un'animosityà spietata maggioredi quanto ne suscitano le tribù barbariche. Nacere aserpente vuol dire essere lanciato in un luogo brulicante di nemici spaventosi. Per farvene un'idea, guardate l'inferno come lo dipingono i sacerdoti che sono veramente esperti.
per quanto riguarda questo serpente sul sentiero, c'era una doppia curva qualche pollice dietro la sua testa, che, solamente per la persona delle sue linee, fece sentire all'uomo con una eloquenza decupla il tocco delle dita della morte alla nuca. La testa del rettile ondeggiava lentamente da un lato all'altro e i suoi occhi roventi balenavano come piccole luci assassine. Nell'aria c'era sempre il secco, penetrante fischio dei rettili.
"Attenzione! Attenzione! Attenzione!"
L'uomo fece una finta preliminare con il suo bastone. Immediatamente la pesante testa e il collo del serpente si curvarono indietro sulla doppia curva e immediatamente il corpo del serpente si gettò in avanti con un basso, stretto, deciso slancio. L'uomo saltò con un fremito convulso e roteò il bastone. Il suo veloce colpo alla cieca cadde sopra la testra del serpente e lo scagliò in alto così che le placche del colore dell'acciaio per un momento furono sopra di lui. Ma lui si riprese velocemente, agilmente, e ancora la testa e il collo si piegarono indietro sulla doppia curva e la sua bocca fum,ante e spalancata fece lo sforzo disperato di raggiungere il nemico. Questo attacco, era evidente, era disperato, ma era tuttavia impetuoso, coraggioso, feroce, simile all'attacco del capo solitario quando un muro di facce bianche si chiudeva davanti a lui sulle montagne. Il bastone vibrò ancora con precisione, e il serpente, mutilato, squarciato, si rigirò in un'ultima spirale.
Ed ora l'uomo divenne come una furia per le emozioni dei suoi antenati e le sue. Si avvicinò. impyugnò il bastone a due mani e lo abbattè velocemente. Il serpente, rotolando nell'angoscia della disperazione finale, combattè, morse, si slanciò contro il bastone che stava prendendo la sua vita.
Alla fine, l'uomo afferrò il bastone e stette a guardare in silenzio. Ilò cane venne piano e con interminabili precauzioni allungò il naso in avanti, annusando. il pelo sul collo e sulla schiena si mosse e si arruffò come se stesse soffiando un vento tagliente, gli ultimi spasimi muscolari del serpente stavano ancora facendo suonare al rettile il suo acuto canto, il penetrante, risonante canto di guerra e inno della tomba di chi frionteggia in una sola volta nemici innumerevoli, implacabili e superiori.
"Bene, Rover", dissem l'uomo, girandosi verso il cane con una smorfia di vittoria, "porteremo il Signor Serpente a casa per mostrarlo alle ragazze".
Le sue mani tremavano ancora per la tensione dello scontro, ma lui mise il bastoner sotto il corpo del serpente e vi issò la cosa floscia.- riprese la sua marcia lungo il sentiero, e il cane camminò quietamnte pensiweroso, vicino ai talloni del suo padrone.

 

 Snake       di David Herbert Lawrence

A snake came to my water-trough
On a hot, hot day, and I in pyjamas for the heat,
To drink there.

In a deep, strange-scented shade of the great dark carob-tree
I came down the steps with my pitcher
And must wait, must stand and wait, for there he was at the trough before me.

He reached down from a fissure in the earth-wall in the gloom
And trailed his yellow-brown slackness soft-bellied down, over the edge of the stone trough
And rested his throat upon the stone bottom,
And where the water had dripped from the tap, in a small clearness,
He sipped with his straight mouth,
Softly drank through his straight gums, into his slack long body,
Silently.

Someone was before me at my water-trough,
And I, like a second comer, waiting.

He lifted his head from his drinking, as cattle do,
And looked at me vaguely, as drinking cattle do,
And flickered his two-forked tongue from his lips, and mused a moment,
And stopped and drank a little more,
Being earth-brown, earth-golden from the burning bowels of the earth
On the day of Sicilian July, with Etna smoking.

The voice of my education said to me
He must be killed,
For in Sicily the black, black snakes are innocent, the gold are venomous.
And voices in me said, If you were a man
You would take a stick and break him now, and finish him off.

But must I confess how I liked him,
How glad I was he had come like a guest in quiet, to drink at my water-trough
And depart peaceful, pacified, and thankless,
Into the burning bowels of this earth?

Was it cowardice, that I dared not kill him?
Was it perversity, that I longed to talk to him?
Was it humility, to feel so honoured?
I felt so honoured.

And yet those voices:
If you were not afraid, you would kill him!
And truly I was afraid, I was most afraid,
But even so, honoured still more
That he should seek my hospitality
From out dark door of the secret earth.

He drank enough
And lifted his head, dreamily, as one who has drunken,
And flickered his tongue like a forked night on the air, so black,
Seeming to lick his lips,
And looked around like a god, unseeing, into the air,
And slowly turned his head,
And slowly, vey slowly, as if thrice adream,

Proceeded to draw his slow lenght curving round
And climb again the broken bank of my wall-face.
And as he put his head into that dreadful hole,
And as he slowly drew up, snake-easing his shoulders, and entered farther,
A sort of horror, a sort of protest against his withdrawing into that horrid black hole,
Deliberately going into the blackness, and slowly drawing himself after,
Overcame me now his back was turned.
I looked round, I put down my pitcher,
I picked up a chumsy log
And threw it at the water-through with a clatter.

I think it did not hit him,
But suddenly that part of him that was left behind convulsed in undignified haste,
Writhed like lightning, and was gone
Into the black hole, the earth-lipped fissure in the wall-front,
At which, in the intense still noon, I stared with fascination.

And immediately I regretted it.
I thought how paltry, how vulgar, what a men act!
I despised myself and the voices of my accursed human education.

And I thought of the albatross,
And I wished he would come back, my snake.

For he seemed to me again like a king,
Like a king in exile, uncrowned in the underworld,
Now due to be crowned again.

Ando so, I missed my chanche with one of the lords
Of life.
And I have something to explate;
A pettiness.

 

Un serpente venne alla mia vasca di pietra
Un giorno di canicola, e io in pigiama nell'afa,
Per bere.

Dove l'ombra stranamente profumata del grande carrubo scuro era più fonda
Scesi i gradini con la mia brocca
E dovetti aspettare, dovetti sostare e aspettare, perchè egli era lì alla vasca prima di me.

Si spenzolò giù da una crepa nel muro di terra nell'ombra
E scivolò giù portando la giallo-bruna mollezza dal soffice ventre sopra l'orlo della vasca di pietra,
E posò la gola sul fondo di pietra,
E dove l'acqua era gocciolata dal rubinetto, in una piccola pozza chiara,
Prese a sorseggiare con la bocca diritta,
Pian piano a bere attraverso le gengive diritte colando l'acqua entro il lento corpo molle,
Silenziosamente.

Qualcuno era giunto prima di me alla mia vasca,
E io, da secondo arrivato, attendevo.

Egli levò il capo dal beveraggio, come fanno gli armenti,
E mi guardò vago, come fanno gli armenti che s'abbeverano.
E fece vibrare di tra le labbra la lingua bifida, e riflettè un momento,
E si chinò e bevve un altro poco,
Bruno come la zolla, dorato come la zolla, uscito dalle viscere infocate della terra
Nel giorno del luglio siciliano, con l'Etna che fumava.

La voce della mia civiltà mi disse
Che doveva essere ucciso,
Perchè in Sicilia i serpenti tutti tutti neri sono innocui, i dorati, i velenosi.
E voci dicevano in me: Se tu fossi un uomo
Prenderesti un bastone e gli spezzeresti la schiena, ora, e lo spacceresti.

Ma devo confessare quanto mi piacesse,
Quant'ero felice ch'egli fosse venuto come un ospite in tutta pace a bere nella mia vasca
E ritornarsene tranquillo, appagato e ingrato,
Entro le viscere infocate di quella terra?

Fu codardia ch'io non osassi ucciderlo?
Fu perversione ch'io desiderassi di parlargli?
Fu umiltà il sentirmi tanto onorato?
Mi sentivo tanto onorato.

E quelle voci, ancora:
Se non avessi paura, l'uccideresti!
E in verità avevo paura, tanta paura,
Ma onorato ancor più, tuttavia,
Ch'egli avesse cercato la mia ospitalità
Dalla porta oscura della terra segreta.

Bevve a sua posta
E levò il capo, trasognato, come colui che ha bevuto,
E fece vibrare la lingua come una bifida notte nell'aria, così nera,
E parve si leccasse le labbra,
E si guardò intorno come un dio, senza vedere, nell'aria,
E lentamente volse il capo,
E lentamente, molto lentamente, come tre volte trasognato
Si mise a strisciare in tutta la sua lenta lunghezza ad arco di cerchio
E a risalire la parete screpolata del mio muro. 

E mentre infilava il capo in quell'orrido foro,
E mentre lentamente saliva, insinuava le spalle serpigne e penetrava più addentro,
Una sorta d'orrore, una sorta di protesta contro quel suo ritirarsi entro l'orrido foro nero,
Quel suo deliberato ritorno nella tenebra, e quel lento trainarsi dietro tutto il suo corpo,
Mi sopraffece, ora che mi voltava il dorso.
Mi guardai intorno, posai la mia brocca,
Raccolsi un grosso ceppo informe
E lo scagliai contro la vasca fragoroso.

Credo che non lo colpisse,
Ma subitamente quella parte di lui che ancora rimaneva fuori fu presa da un convulso d'indecorosa precipitazione,
Guizzò come un baleno, e sparì
Nel foro nero, nella crepa dalle labbra di terra,
E nell'intenso meriggio immoto, io rimasi a fissare il muro, affascinato.

E immediatamente mi pentii.
Pensai quanto miserabile, volgare, meschino il mio gesto!
Disprezzai me stesso e le voci della mia dannata civiltà umana.

E pensai all'albatro,
E desiderai che ritornasse, il mio serpente.

Perchè egli mi parve nuovamente simile a un re,
A un re in esilio, senza corona nel mondo sotterraneo,
Nè speranza di cingerla mai più.


E così perdetti la mia ora con uno dei signori
Della Vita.
E ho qualche cosa da espiare:
Una piccineria.

 

Serpenti e bambini           di William H. Hudson (da "Un mondo lontano", Adelphi, 1974)

Non è insolito, credo, che un bambino o un ragazzo rimanga impressionato e colpito da un serpente più che da qualsiasi altro animale.[…]
Ma nel rettile c’era qualcosa che colpiva la mente in modo molto diverso e più forte di quanto riuscisse a colpirla un uccello o un mammifero o qualunque altro animale. Vederne uno era sempre sgomentante, e anche se li si vedeva spesso si provava sempre un senso di stupore e di paura insieme. Questa sensazione l’avevamo senza dubbio acquisita dai grandi. Per loro i serpenti erano creature letali, e da bambino io non sapevo che erano quasi tutti innocui, e che ucciderli era insensato proprio come uccidere i meravigliosi e innocui uccellini. Mi avevano detto che quando vedevo un serpente dovevo cercare scampo nella fuga, almeno finché ero tanto piccolo; quando fossi stato più grande, avrei dovuto armarmi di un lungo bastone e ucciderlo; e per giunta mi inculcarono l’idea che uccidere un serpente è difficilissimo, al punto che molte persone sono convinte che un serpente non muoia mai del tutto prima del tramonto, e che perciò, quando ne uccidevo uno, per metterlo nell’impossibilità di far del male da quel momento sino al calar del sole, dovevo ridurlo in poltiglia a furia di bastonate.
Con queste prediche, non è poi tanto strano che fin da piccolo perseguitassi i serpenti.
Questi erano piuttosto diffusi dalle nostre parti; serpenti di sette o otto specie diverse, verdi nell’erba verde, gialli e maculati di scuro nei luoghi asciutti e sterili e tra la vegetazione secca, tanto che era difficile scorgerli. Qualche volta si infilavano nelle stanze, e in tutte le stagioni c’era un nido o una colonia di serpenti nelle spesse fondamenta della casa e sotto il pavimento. D’inverno ibernavano là, senza dubbio tutti avviluppati tra loro; e nelle notti d’estate, quando se ne stavano tranquilli nella loro dimora tutti ravvolti su se stessi  o scivolavano come spettri per i loro appartamenti sotterranei, io rimanevo sveglio e li ascoltavo per ore. Perché anche se la cosa può essere nuova per qualche ofiologo da tavolino, i serpenti non sono affatto muti come li crediamo noi. In ogni caso questa specie, il Philodryas aestivus – un bel serpente del tutto innocuo, lungo poco meno di un metro, col corpo color verde brillante tutto chiazzato di macchie d’un nero inchiostro – quando se ne stava indisturbato nella sua tana non soltanto emetteva un suono, ma se era in compagnia la conversazione diventava generale e pareva interminabile, perché di solito io mi addormentavo prima che fosse finita. Una conversazione sibilante, questo è vero, ma non priva di modulazioni e notevolmente varia; dopo un lungo sibilo si udivano distintamente dei suoni ticchettanti, come il ticchettio velato di un orologio, e dopo dieci, venti o trenta ticchettii un altro sibilo che sembrava un lungo sospiro,talvolta con una vibrazione come quando si sente tremare al vento una foglia secca. Non appena taceva l’uno, cominciava l’altro; e così di seguito, domanda e risposta, strofa e antistrofa; e a intervalli parecchie voci si univano in una specie di basso coro misterioso, fatto di ticchettii, battiti e sibili; mentre io, sveglio nel mio letto, ascoltavo e tremavo. La stanza era al buio, e per la mia immaginazione incontrollata i serpenti non stavano più sotto il pavimento ma sopra, e strisciavano di qua e di là, con le teste ritte, in una sorta di mistica danza; e spesso rabbrividivo al solo pensiero di quello che i miei piedi nudi avrebbero potuto toccare se appena appena avessi lasciato penzolare una gamba fuori dal letto. […]
Quando ebbi forza e coraggio sufficienti, va da sé che cominciai anch’io a partecipare alla persecuzione dei serpenti; e difatti, non appartenevo io pure alla stirpe di Eva? Né saprei dire quando cominciarono a cambiare i miei sentimenti verso il nostro torturato nemico. Ma un episodio al quale assistetti a quel tempo, quando avevo circa otto anni, credo che abbia avuto su di me una notevole influenza. In tutti i casi mi fece riflettere su un argomento che sino allora non mi era sembrato degno di riflessione. Ero nel frutteto, e seguivo a poca distanza un gruppo di persone adulte, per lo più amici che erano venuti a trovarci; a un tratto, fra quelli che camminavano più avanti, ci furono delle grida, gesti di paura e una fuga precipitosa: sul sentiero c’era un serpente e loro per poco non lo avevano calpestato. Uno degli uomini, il primo che trovò un bastone o forse il più coraggioso, accorse sul posto, e proprio quando stava per assestare un colpo mortale una delle signore gli afferrò il braccio e lo fermò. Poi si chinò rapidamente, prese il rettile con le mani, e dopo essersi allontanata un poco dagli altri, lo lasciò libero nell’alta erba verde, verde come la pelle lustra del serpente e altrettanto fredda al tocco. Per quanto sia passato tanto tempo, quest’episodio è vivido nella mia mente come se fosse accaduto ieri. Mi pare ancora di vedere quella donna che tornava verso di noi attraverso gli alberi del frutteto, col viso raggiante di gioia perché aveva salvato il rettile dalla morte imminente, e che alle esclamazioni di orrore e di meraviglia con cui gli altri la accoglievano si limitava a rispondere con una piccola risata e la domanda: “Perché dovreste ucciderlo?”.  Ma perché era contenta, candidamente contenta, mi sembrava, come se avesse fatto un’azione meritoria e non una cosa cattiva? La mia giovane mente rimase turbata da questa domanda, e non trovò alcuna risposta. Credo però che questo episodio abbia dato i suoi frutti più tardi, insegnandomi a riflettere se non fosse meglio salvare la vita anziché distruggerla; meglio, non soltanto per l’animale risparmiato, ma per l’anima.

Un serpente misterioso

Cominciai ad apprezzare la bellezza unica del serpente e la sua singolarità soltanto dopo l’episodio che ho narrato nell’ultimo capitolo e la scoperta che un rettile non era necessariamente una creature pericolosa per gli esseri umani, al punto di doverla distruggere a vista e ridurla in poltiglia per tema che sopravvivesse e fuggisse prima del tramonto. Poi, un poco più tardi, mi capitò un’avventura che fece nascere in me un sentimento nuovo, quella sensazione che nel serpente ci sia qualcosa di soprannaturale che, a quanto sembra, tutti i popoli a uno stadio primitivo di cultura hanno condiviso e che ancora sopravvive in alcuni paesi barbari o semi barbari, e anche in altri, come l’Indostan, che hanno ereditato un’antica civiltà.[…]
Un caldo giorno di dicembre, mentre me ne stavo da qualche minuto perfettamente immobile tra le erbe aride, tutt’a un tratto sentii un lieve fruscio che veniva dal suolo accanto ai miei piedi, e abbassato lo sguardo vidi la testa e il collo di un grosso serpente nero che mi passava lentamente vicino. […]
Avevo visto la mia meravigliosa creatura, il mio serpente nero diverso da tutti gli altri serpenti della terra, e l’emozione che mi aveva travolto dopo il primo brivido di terrore non mi aveva ancora abbandonato, ma sentivo che era un’emozione tutta percorsa da un senso di piacere, e ormai non avrei più potuto decidere di star lontano da quel posto.[…]
Guardando quel pipistrello sospeso sotto una grossa foglia verde, avvolto nelle sue ali nere e marroni come in un manto, dimenticai la mia delusione, dimenticai il serpente, ed ero così assorto a contemplare il pipistrello che pur avvertendo una sensazione strana sul collo del piede – come un dolore sordo, un qualcosa che premeva – non ci badai. Poi quella pressione si fece più forte ed era molto strana, come se avessi sul piede un oggetto pesante, qualcosa come una leva, tanto che alla fine mi decisi ad abbassare lo sguardo e rimasi stupefatto e pieno di terrore nel vedere il grande serpente nero che con estrema lentezza trascinava il suo lungo corpo sul mio piede! Non osando muovermi, rimasi a fissarlo, affascinato da quel nero e lustro corpo tubolare che mi strisciava così lentamente sul piede. Era uscito dal fossato, che lungo gli argini era fitto di covi, e con ogni probabilità stava andando a caccia di ratti quando il mio girovagare là intorno lo aveva disturbato, spingendolo a tornare nella sua tana; e mentre vi tornava, procedendo in linea retta com’era sua abitudine, si era imbattuto nel mio piede, e invece di scansarlo vi era passato sopra. Dopo il primo brivido di terrore capii che non correvo alcun pericolo, che se fossi rimasto immobile lui non mi avrebbe aggredito, e ben presto sarebbe scomparso. E quella fu l’ultima volta che lo vidi; per molti giorni di seguito, continuai inutilmente a sorvegliare quel luogo in attesa che lui ricomparisse; ma quell’ultimo incontro mi aveva lasciato l’impressione che fosse un essere misterioso, talvolta pericoloso se veniva aggredito o insultato, e in certi casi anche capace di uccidere con un colpo subitaneo, ma innocuo e perfino amico e benevolo con chi lo trattava con gentilezza anziché con odio. Questo è in parte lo stesso sentimento che l’indù prova verso il cobra che abita in casa con lui e un giorno può casualmente provocare la sua morte, ma non deve essere perseguitato.

 

 

WANGARI MAATHAI
post pubblicato in Maathai, Wangari , il 10 giugno 2011



Wangari Muta Maathai è nata a Nyeri in Kenya nel 1940 [ * ]. E' stata la prima donna dell'Africa centrale ed orientale ad ottenere un dottorato di ricerca universitario. Wangari Maathai si è laureata in scienze biologiche presso il Mount St. Scholastica College in Atchison, Kansas nel 1964 [ * ] [ * ]. Ha successivamente conseguito un Master of Science presso l'Università di Pittsburgh nel 1966 [ * ]. Ha continuato gli studi di dottorato in Germania e presso l'Università di Nairobi [ * ] [ * ], dove ha ottenuto un dottorato di ricerca nel 1971 e dove ha anche insegnato anatomia veterinaria. Divenne preside del Dipartimento di anatomia veterinaria e professore associato nel 1976 e 1977. In entrambi i casi, è stata la prima donna a raggiungere quelle posizioni nella regione. Wangari Maathai è stata attiva in seno al Consiglio Nazionale delle Donne del Kenya nel 1976-1987 e ne è stata presidente nel 1981-1987. E' stato mentre lavorava nel Consiglio nazionale delle donne che ha introdotto nel 1976 l'idea di un movimento di base per piantare alberi. Negli anni seguenti ha continuato a sviluppare largamente quest'organizzazione di gruppi di donne il cui principale obiettivo è la messa a dimora di alberi al fine di conservare l'ambiente e migliorare la qualità della vita. Tuttavia, è con il Green Belt Movement [ * ] che ha aiutato le donne a piantare oltre 20 milioni di alberi nelle loro aziende, nelle loro scuole e chiese [ * ].
Nel 1986, il Movimento ha istituito Pan African Green Belt, una rete che ha coinvolto più di quaranta persone provenienti da altri paesi africani. Alcuni di loro hanno istituito simili iniziative di piantagione di alberi nei loro paesi, utilizzando alcuni dei metodi del Green Belt Movement per migliorare i loro sforzi. Finora alcuni paesi hanno avviato con successo tali iniziative in Africa (Tanzania, Uganda, Malawi, Lesotho, Etiopia, Zimbabwe, ecc.). Nel settembre 1998, ha lanciato una campagna nell'ambito della Coalizione del Giubileo del 2000. Ha intrapreso nuove sfide, giocando un ruolo di leader a livello mondiale come co-presidente del Giubileo del 2000-Campagna Africa, mirando alla cancellazione del debito arretrato non pagabile dei paesi poveri in Africa entro il 2000 [ * ] [ * ]. La sua campagna contro la deforestazione e l'assegnazione arbitraria di terreni forestali è stata al centro dell'attenzione pubblica nel recente passato.
Wangari Maathai è riconosciuta internazionalmente per la sua persistente lotta per la democrazia, i diritti umani e la conservazione ambientale. E' stata alle Nazioni Unite in diverse occasioni e ha parlato a nome delle donne in sessioni speciali dell'Assemblea Generale per la revisione quinquennale del Vertice sulla Terra [
* ] [ * ]. Ha fatto parte della Commissione per la governance globale e della Commissione sul futuro. Lei e il Green Belt Movement hanno ricevuto numerosi premi [ * ], in particolare il Premio Nobel per la Pace 2004.  Nel giugno 1997, Wangari è stata eletta da Earth Times come una delle cento persone nel mondo che hanno fatto la differenza in campo ambientale.  ll Green Belt Movement e la professoressa Wangari Maathai sono presenti in diverse pubblicazioni  tra cui "The Green Belt Movement: Sharing the Approach and the Experience" (Wangari Maathai, 2002 [ * ]), "Speak Truth to Power: Human Rights Defenders Who are Changing Our World" (Kerry Kennedy Cuomo, 2000 [  * ]), "Women Pioneers For The Environment" (Mary Joy Breton, 1998 [  * ]), "Hope's Edge: The Next Diet for a Small Planet " (Frances Moore Lappé e Anna Lappé, 2002 [  * ]), "Una Sola terra: Despres de la Cimera de Rio. Dona i desenvolupament sostenible" (Brice Lalonde et al, 1998 [ * ]), "Land ist Leben: Bedrohte Volker im Kampf gegen die Zerstorung der Umwelt" (Volker Bedrohte, 1993 [ * ]).
La professoressa Maathai è stata  membro dell’Advisory Board del Segretario Generale delle Nazioni Unite per gli Affari del Disarmo,
fa parte del consigli di amministrazione di diverse organizzazioni tra cui  The Jane Goodall Institute [ * ] [ * ], l'Organizzazione delle donne per l'ambiente e lo sviluppo (WEDO) [ * ], il World Learning for International Development [ * ], il Green Cross International [ * ] [ * ], l'Environment Liaison Center International [ * ], la WorldWIDE Network of Women in Environmental Work and National Council of Women of Kenya.
Nel dicembre 2002, la professoressa Maathai è stata eletta al parlamento con uno schiacciante 98% dei voti. E' stata in seguito nominata dal presidente come Assistente del Ministro per l'Ambiente, risorse naturali e della fauna selvatica nel nono parlamento del Kenya [ 
* ].
"Negli oltre trent'anni che ho dedicato all'ambientalismo e alle campagne per uno spazio democratico mi è stato spesso chiesto se la spiritualità, le diverse tradizioni religiose e la Bibbia in particolare siano state per me fonte di ispirazione e abbiano influenzato il mio attivismo e il lavoro svolto dal Green Belt Movement (GBM). Quante volte mi sono sentita domandare se ho concepito la tutela dell'ambiente e l'autopotenziamento delle persone comuni come una sorta di esperienza o di vocazione religiosa; e se ci sono delle lezioni spirituali da imparare e da applicare all'impegno per la salvaguardia dell'ambiente o alla vita in generale.
Nel 1977, quando cominciai questo lavoro, non ero spinta dalla fede o dalla religione, pensavo solo a come risolvere concretamente i problemi. Desideravo aiutare la popolazione rurale del mio Paese, il Kenya, e soprattutto le donne, a soddisfare quei bisogni primari che mi descrivevano durante i seminari e gli incontri, quando mi raccontavano di non avere acqua potabile, cibo a sufficienza, le energie necessarie per cucinare e scaldarsi, e nemmeno un reddito.
Così, a quei tempi, alle domande sulle motivazioni rispondevo che scavare buche e mobilitare le comunità per proteggere o rigenerare gli alberi, le foreste, i bacini idrici, il suolo o gli habitat degli animali selvatici non è un lavoro spirituale o quantomeno attinente alla religione.
Personalmente, tuttavia, non ho mai fatto alcuna differenza tra le attività che potrebbero essere definite "spirituali" e quelle che invece potrebbero essere chiamate "secolari". Dopo alcuni anni mi sono resa conto che i nostri sforzi non consistevano solo nel piantare alberi, ma erano volti anche a spargere semi di un altro tipo: quelli necessari a curare le ferite inflitte alle comunità, depredate della loro autostima e della consapevolezza di sé.
Era chiaro che gli individui che ne facevano parte dovevano riscoprire la loro vera voce e parlare schiettamente in nome dei propri diritti (umani, ambientali, civili e politici). Il nostro compito divenne quindi anche quello di allargare lo spazio democratico in cui cittadini comuni potevano prendere decisioni autonomamente, per giovare a se stessi, alla loro comunità, al loro Paese e all'ambiente che li sosteneva.
In questo contesto cominciai a capire che, nel corso degli anni, c'era stato qualcosa che aveva ispirato e sostenuto il GBM e i suoi attivisti, molti dei quali ne volevano condividere l'approccio e l'esperienza pur giungendo da comunità e regioni diverse. Con il tempo mi sono quindi resa conto che il lavoro del GBM non era guidato solo dalla passione e dalla lungimiranza, ma anche da qualche intangibile principio fondamentale. In particolare, ne ho individuati quattro.
I quattro principi fondamentali del Green Belt Movement sono: 1) Amore per l'ambiente; 2) Gratitudine e rispetto per le risorse della Terra; 3) Autopotenziamento e automiglioramento. E' il desiderio di migliorare la propria esistenza e le proprie condizioni di vita attraverso la forza della fiducia in sé, senza aspettare che sia qualcun altro a farlo per noi; 4) Spirito di servizio e volontariato.
Lo spirito profondo, i valori più autentici del GBM, sono racchiusi in questi principi, senza i quali sono convinta che l'organizzazione non sarebbe sopravvissuta né avrebbe prosperato, perché nessuna iniziativa è mai stata intrapresa per denaro, fama o ambizioni di carriera né di certo con l'aspettativa di ricevere un giorno il premio Nobel per la Pace! Si tratta in realtà di valori universali, inestimabili. Definiscono la nostra stessa umanità e come tali non fanno parte solo di certe tradizioni religiose, non riguardano unicamente chi professa una fede, ma appartengono alla nostra natura, costituiscono una ricchezza del genere umano. Dove tali valori sono ignorati, subentrano vizi come l'egoismo, la corruzione, l'avidità e lo sfruttamento, che possono persino portare alla morte.
L'esperienza e l'osservazione mi hanno fatto capire che la distruzione fisica della Terra si estende anche all'umanità: se viviamo in un ambiente ferito, nel quale l'acqua è inquinata, l'aria è satura di smog ed esalazioni, il cibo è contaminato da metalli pesanti e residui di plastica o il suolo è ridotto a polvere, subiamo ferite fisiche, psicologiche e spirituali.
Degradare l'ambiente significa degradare noi stessi e tutto il genere umano. Possiamo amare noi stessi, amando la Terra; essere grati per ciò che siamo, proprio come siamo grati per la generosità della Terra; migliorare noi stessi proprio come ci autopotenziamo per migliorare la Terra; rendere un servizio a noi stessi, proprio come facciamo volontariato per la Terra" [
* ].











Wangari Maathai, La religione della terra. Amare la natura per salvare noi stessi, Sperling & Kupfer, 2011 [
* ]
Wangari Maathai, La sfida per l'Africa, Nuovi Mondi, 2010 [ * ]
Wangari Maathai, Solo il vento mi piegherà, Sperling & Kupfer, 2007 [ * ]







vedi quì









 


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L'ALLEGRA APOCALISSE
post pubblicato in Paasilinna, Arto, il 26 maggio 2011



Scoppia una centrale nucleare a San Pietroburgo, Manhattan scompare sotto montagne di spazzatura, un terribile tsunami sommerge Parigi. È la fine del mondo, l'apocalisse.
Chi legge questo libro non può non pensare ai terribili avvenimenti del Giappone, ai rifiuti che sommergono le grandi città del mondo industrializzato e stravolgono intere zone dei paesi meno avanzati, agli equilibri spezzati che mettono a rischio la civiltà costruita nei secoli, da quando l'uomo di Neandertal costruì un cerchio di pietre intorno a un fuoco e l'uomo di Cro-Magnon stampò l'impronta della sua mano su una parete rocciosa.
Ma occhi curiosi ammiccano dal folto dei boschi finlandesi. Orsi? Cutrettole? Bambini? Un popolo di creature diverse vive in armonia con la natura, intreccia legami, inventa forme di sussistenza, crea i suoi riti e costruisce i suoi luoghi di culto.
Ho seguito col sorriso sulle labbra le vicissitudini di questa bizzarra congrega che nei boschi di Kainuu erige una cattedrale con tecniche tramandate dal medio evo, consacra un cimitero, coltiva erbe aromatiche, si ubriaca e si diverte, dandosi sue proprie regole di vita.
Il mondo intorno a loro cerca, ovviamente, di rimetterli nei ranghi, e per far questo usa gli strumenti di cui dispone, in primis quello fiscale, con cui cerca di strangolare la piccola comunità appena nata. Ma gli allegri abitanti dei boschi riescono a sfuggire alle pastoie burocratiche, ed anche all'attacco di loschi figuri che credono di potersi far gioco della loro apparente "semplicità".
L'interesse del libro, a mio parere, sta nell'ottica in cui si pone per rappresentare le vicissitudini della popolazione boschiva che si sviluppa intorno a un cimitero e a una cattedrale fatta di tronchi d'albero. Si tratta di un punto di vista che mette al centro della narrazione la relazione tra le cose, in una molteplicità di angolature che riesce a dar vita ad un mondo composito e inusuale.
Si tratta qui di un approccio di tipo ecologico alla realtà in cui viviamo.
Nata nella seconda metà dell'Ottocento, l'ecologia si è oggi letteralmente evoluta, fino a diventare la metafora di un modo di vedere, un vero e proprio paradigma culturale. Se infatti la definizione di Ernst Heinrich Haeckel nel 1866 la voleva come la «scienza comprensiva delle relazioni tra l'organismo e il suo ambiente», per la cultura contemporanea «ecologia» è, in generale, il pensiero dell'interconnessione dei fenomeni sullo sfondo di un ambiente. Questi fenomeni possono essere organismi viventi, ma anche contesti sociali, idee, forme dell'immaginario. Lo «sguardo ecologico» non isola questi elementi, ma li vede nel loro continuo rapporto reciproco, con una interazione ininterrotta.
Credo che "L'allegra apocalisse" ben rappresenti questo modo di vedere.



(Rita Cavallari)







Arto Paasilinna, L'allegra apocalisse, Iperborea, 2010 [ * ]

LENZ
post pubblicato in Buchner, Georg, il 11 maggio 2011


 

Lenz è la storia dell'esplosione di uno stato di follia. Il racconto rispecchia una storia vera: l'aggravarsi definitivo delle condizioni psichiche dello scrittore Reinhold Lenz durante un soggiorno nello Steinthal, una valle alsaziana nei monti Vosgi. Lenz aveva già dato segni più che altro di disagio sociale, ma non era una cosa insolita per dei giovani intellettuali negli anni poco prima della Rivoluzione francese, che non si riconoscevano più nelle regole e nei valori del mondo borghese. Gli amici stessi gli avevano consigliato di prendersi un periodo di riposo da Strasburgo, dove abitava, presso la comunità rurale affidata al pastore protestante Oberlin, noto per la sua rettitudine morale. Il racconto comincia dunque con la camminata che Lenz intraprende nei monti Vosgi per arrivare allo Steinthal, e che dura una giornata, arrivando in vista delle case a sera. La descrizione dell'ambiente montano si accompagna all'espandersi della patologia di Lenz. Lo scrittore perde il senso delle proporzioni, i punti di riferimento: "Cime e alti pianori innevati, pietraglia grigia lungo i pendii, distese verdi, massi e abeti. Era freddo e umido, l'acqua grondava giù per le rupi e rimbalzava oltre il sentiero. I rami degli abeti pendevano grevi nell'aria umida. Nel cielo scorrevano nuvole grigie, così dense e impermeabili, poi dal basso sopraggiungeva la nebbia, che si spandeva con vapori umidi e grevi fino agli arbusti, così pigra, così goffa. [...] Da principio avvertiva come una stretta al petto quando al suo passaggio il pietrisco schizzava via in quel modo, quando il bosco grigio s'agitava sotto di lui e la nebbia a tratti ingoiava ogni forma, a tratti svelava a metà le membra possenti; qualcosa urgeva in lui, egli inseguiva qualcosa, come dei sogni perduti, ma non trovava niente. Tutto era per lui talmente piccino, talmente prossimo, talmente bagnato; avrebbe voluto mettere il mondo intero ad asciugare dietro la stufa, non capiva come mai gli occorrese tutto quel tempo per discendere un pendio, per raggiungere un punto remoto; era convinto di poter misurare ogni cosa facendo soltanto qualche passo. Solo a volte, quando la bufera rovesciava le nubi giù nelle valli e dal bosco salivano vapori, e le voci delle rocce si destavano, ora simili a remoti echi di tuoni e poi avvicinandosi con violento fragore, come volessero cantare con letizia sfrenata le lodi della terra, e le nuvole galoppavano come cavalli selvaggi nitrenti, e la luce del sole le trapassava, fendendo la sua spada scintillante lungo le zone innevate, così che un chiaro bagliore accecante fendeva obliquamente vette e valli; oppure quando la tempesta spingeva le nubi verso il basso e le squarciava formandovi un lago d'un azzurro lucente, e poi il vento si affievoliva e giù in fondo, dalle gole e dalle cime degli abeti, salivano come sussurrando una ninna nanna e un tintinnio di campane, e nell'azzurro cupo si diffondeva una tenue tinta rossastra, e piccole nubi passavano su ali d'argento e le cime dei monti, nitide e salde, si stagliavano con bagliori scintillanti sull'intero paesaggio - allora sentiva come uno strappo nel petto, restava immobile, ansante, il corpo proteso in avanti, occhi e bocca spalancati, gli pareva di dover attirare la tempesta dentro di sè, accogliere tutto in sè, si stendeva e restava disteso sopra la terra, si sprofondava nel Tutto, ed era un godimento che gli faceva male; oppure se ne stava silenzioso e appoggiava il capo sul muschio socchiudendo gli occhi, e allora tutto s'allontanava da lui, la terra cedeva sotto di lui, diventava piccola come una stella errabonda e si immergeva in un torrente fragoroso che scorreva con le sue onde chiare sotto di lui".
Le sue manifestazioni di follia trovano in lui sempre una giustificazione e un apparentamento naturali: "Raccontò in tutta calma a Oberlin che sua madre gli era apparsa durante la notte: era emersa in una candida veste dal muro scuro del cimitero e aveva al petto una rosa bianca e una rossa; poi era sprofondata in un angolo, e poi le rose erano germogliate a poco a poco sopra di lei, sicuramente era morta; ne era intimamente convinto".
In tutto c'è un'eziologia naturale: "La natura più semplice e pura è intimamente connessa con quella degli elementi [...] pensava che dovesse essere un sentimento infinito di beatitudine il venir toccati così dalla vita particolare di ogni forma, avere un'anima per le pietre, i metalli, l'acqua e le piante, accogliere in sè come in sogno ogni essere della natura allo stesso modo in cui i fiori accolgono l'aria al crescere e al calare della luna". 
Non ha bisogno di ragioni: "Ieri, risalendo per la valle, ho visto due ragazze sedute su un masso, una si annodava i capelli, l'altra l'aiutava; la sua chioma d'oro fluente, un pallido viso grave eppur così giovane, e il costume nero e l'altra così premurosa [...] poi si allontanarono, il bel gruppo non c'era più; ma come discesero, fra le rocce s'era nuovamente composto un altro quadro. Le immagini più belle, i suoni più intensi si raggruppano e si dissolvono. Resta un'unica cosa: una bellezza infinita, che da una forma si trasferisce in un'altra, in un perenne dischiudersi e tramutarsi".
Oberlin si reca in Svizzera, Lenz lo accompagna per un tratto, poi torna indietro da solo e si smarrisce di nuovo: "Errò per la montagna in varie direzioni, ampi pianori scendevano giù nelle vallate, scarsi erano gli alberi, nient'altro che profili maestosi e, più remota, la vasta pianura fumosa, nell'aria un aleggiare impetuoso, nessuna traccia di esseri umani se non, qua e là, una capanna abbandonata in cui i pastori trascorrevano l'estate, a ridosso dei pendii. Lui divenne calmo, quasi come sognasse, tutto si fondeva per lui in un'unica linea, simile a un'onda che saliva e scendeva, fra cielo e terra, gli pareva d'essere disteso in riva a un mare infinito che ondeggiasse dolcemente. A volte si fermava e si sedeva, poi riprendeva il cammino, ma lentamente, come in sogno. Non cercava un sentiero preciso".
La quiete estatica è a volte interrotta da momenti di panico: "Qualcosa lo spinse a rialzarsi e a fuggire, come braccato su per la montagna. A gran velocità le nuvole scorrevano dinanzi alla luna; a momenti, tutto era immerso nell'oscurità, a momenti invece esse lasciavano intravedere al chiarore lunare il paesaggio che svaniva nella nebbia. Lui correva in su e in giù".
Le stranezze di Lenz si susseguono: fa il bagno nella fontana della piazza in piena notte, viene sentito gemere come un bambino nella sua stanza, si autoaccusa con Oberlin della morte della madre e della fidanzata chiedendogli di percuoterlo per questo con un bastone, alla notizia della morte di una ragazza in un paese vicino si affretta ad andarvi convinto di poterla resuscitare.
La situazione precipita, Lenz tenta il suicidio gettandosi dalla finestra della sua stanza. Rimane ferito. Oberlin decide di farlo riportare a Strasburgo in carrozza sorvegliato da due uomini: "Si allontanavano gradatamente dai monti, che s'ergevano ora, nel tramonto, come un'onda turchina di cristallo sulla cui calda cresta giocavano i raggi purpurei della sera; sopra la pianura, ai piedi della montagna, si stendeva una trama scintillante e turchina [...] Lenz guardava fuori fisso, calmo, non un presentimento, non un impulso". 



(Carlo Verducci)







Georg Buchner, Lenz, Marsilio, 2008  [
* ]


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LA COSCIENZA ECOLOGICA DI UN DOCUMENTARISTA DI TALENTO
post pubblicato in Diario, il 24 febbraio 2011

“Centinaia e centinaia di gigantesche testuggini marine stanno morendo sulla spiaggia di un’isola; è un’isola lontanissima dell’atollo di Bikini, ma che risente delle radiazioni atomiche, conseguenza delle recenti esplosioni.
Le grandi tartarughe sono state mortalmente colpite dalla lebbra atomica e vengono sulla spiaggia per compiere l’ultimo atto dettato dall’istinto di conservazione: la deposizione delle uova. Poi muoiono sfinite nel vano tentativo di tornare al mare.
La stessa sorte attende le migliaia di uccelli marini viventi in isole assai più lontane da Bikini ma ugualmente infette.
I loro pulcini appena nati periscono e il suolo è coperto di piccoli corpi.
Intorno a Bikini, gli arcipelaghi e gli atolli corallini sparsi su una superficie pari a quella territoriale italiana, sono stati definiti zona atomica. Le isole del sogno, visitate da Stevenson, sono l’obiettivo dei razzi balistici a esplosione nucleare, cancellate dalla carta geografica, ci suggeriscono l’idea di un Mondo popolato da mostri.
(…)
”.

(Paolo Cavara: dal soggetto di Mondo Cane, pp.20-22)

 

In consonanza con le tematiche degli esistenzialisti francesi, con un certo anticonformismo che all’epoca era polemica vissuta, rigetto - pur con tutte le contraddizioni assunte personalmente - della rassicurante quotidianità borghese, che rivelava costantemente il disordine procurato dalla “falsa coscienza” di un itinerario di libertà compressa o irrealizzata, la questione ecologica non è mai del tutto apparsa consuetudine modaiola passata velocemente all’archeologia. Fatto sta che tale questione è uno dei temi continuamente risorgenti nella coscienza artistica di mio padre. 

Lo è fin dagli inizi della sua carriera di regista sensibile ai cambiamenti del proprio tempo, fin da quando diresse Mondo cane (1961), dove esplicitamente vi compare. Si dipana qua e là nel soggetto L’ultima isola (1964-…), ambientato a Bali (la fuga dall’inquinamento congiunto al tema dell’affrancamento dalla morale repressiva della civiltà industriale, nella ricerca di un ambiguo piacere estatico e senza coscienza - per usare le sue parole - racchiuso nella presenza dell’isola simile a un grembo materno, capace di ammaliare e poi di distruggere).
Prende forma in un progetto di tredici documentari (poi ridotti a sette) ambientati nel delta del Danubio, della durata di mezz’ora circa ciascuno e realizzati per la Rai agli inizi degli anni Settanta. Il loro fulcro generatore è un racconto di Massimo Felisatti, “Pensa se esistesse il mare”.
Con quest’ultimo mio padre elaborò il progetto: “…
riteniamo che si possa ricavare una “favola” in cui l’elemento fantascientifico pone in realtà il rapporto dell’uomo con la natura. I due protagonisti (che a differenza del racconto dovrebbero essere un ragazzo e una ragazza sui 10-12 anni) escono all’avventurosa scoperta dell’al di là - il mondo oltre la cupola dentro la quale in un clima senza mutazioni, una primavera eterna ma senza cielo, l’umanità si è ridotta a vivere, dopo avere inquinato e resa inabitabile la terra. Qui riscoprono quella natura di cui avevano sentito parlare solo nei libri, il cielo, il mare, gli uccelli, i pesci, così lontani e favolosi da essere ormai creduti dei miti.
Nel paesaggio incantevole del delta del Danubio, fra il mare e la trama dei corsi d’acqua, con una flora e una fauna da primo giorno della creazione, i due ragazzi del futuro rivivono, come Robinson Crusoe, la scoperta e la conquista delle cose semplici: accendere un fuoco, costruirsi una capanna e una piroga, pescare, raccogliere cibo, bagnarsi al mare, scaldarsi al sole, guardare le stelle: fino al loro ritorno dentro la cupola, dove, grazie alla loro avventura, la vita non potrà essere più quella di prima
.”

Il film della sua vita, L’uomo A (The Ego Trip nella versione per l’estero), come ebbe a precisare nel 1976, avrebbe dovuto incentrarsi sull’inquinamento ecologico e umano: aspetti interconnessi, realtà parallele. Ciò che gli fece dire in proposito: “Se uno aprisse di più gli occhi sulle cose che incontra nella vita, il nostro comportamento sarebbe diverso. Invece noi respiriamo inquinamento, ne siamo condizionati, ci comportiamo da inquinati, ma siamo talmente mitridatizzati che non ce ne accorgiamo nemmeno.” (Il Tempo, giovedì 22 gennaio 1976).
“E’ la storia di due amici, uno italiano e l’altro americano, i quali girano il mondo per realizzare un documentario ecologico - riassumeva il giornalista che lo intervistò. Parallelamente all’inquinamento dell’ambiente naturale, il film scoprirà anche un inquinamento umano di cui è preda, pur senza saperlo, l’americano. Il rapporto tra i due finirà non perché terminerà l’amicizia o verranno a mancare i motivi di lavoro che li hanno tenuti vicini, ma perché essi scopriranno di non essere più «parallelamente inquinati»” (Ibid.).
Il tema dell’inquinamento reciprocamente umano ed ecologico era peraltro qualcosa almeno in parte in nuce ne L’ultima isola - del resto tra i possibili titoli alternativi al film, oltre a Viaggio di non amore, Il viaggio nudo… - e in altri suoi racconti di quel periodo.
Il film avrebbe dovuto girarsi negli Stati Uniti, in Costa d’Avorio, in Egitto, in Nord Africa, in Giappone, in Nuova Guinea. Luoghi intensamente vissuti, almeno alcuni, dei suoi primi viaggi di quand’era ragazzo, poi dei suoi lontani piccoli e grandi documentari a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta.
Mio padre scomparve nel 1982 a soli cinquantasei anni, quando si apprestava a realizzarlo per un produttore americano. Sentiva che le forze non lo aiutavano, che forse quell’impegno sarebbe rimasto solo sulla carta. Il pensiero lo disturbava, avendo avuto alle spalle un’esistenza piena e felice, pur con i suoi contrasti, alle volte assai duri. Non voleva retrocedere perché amava terribilmente la vita. Di quel lavoro “estremo” resta comunque la sceneggiatura elaborata a otto mani con Lucia Demby, Jerome Max e Alberto Silvestri.

Ma soggetti “inquinati” sono altrettanti personaggi dei suoi film a soggetto realizzati, come il cineoperatore giramondo che percorre la strada della perdizione trasportato emotivamente dall’inquinante “occhio selvaggio” della sua macchina da presa, lo strumento che viola l’identità dell’altro spettacolarizzandola, nel film dal titolo omonimo; o come l’uomo e la donna, soldati nemici, in La cattura che riscoprendo l’amore, la loro concreta umanità, fuggono l’asservimento che il codice della guerra prescrive ai loro simili riducendoli ad oggetti senz’anima.



(Pietro Cavara)






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PICCOLA BIBLIOGRAFIA
post pubblicato in Diario, il 16 febbraio 2011



Alla ricerca di testi letterari rilevanti per un’analisi ecocritica si è incontrato il sito Global Environmental Literature, blog del Young Harris College, dove gli allievi della classe di letteratura ambientale leggono libri di una bibliografia selezionata e ne fanno una lettura ecocritica che è riportata nel sito. In italiano esistono le edizioni tradotte dei seguenti libri: Amitav Ghosh, "Il paese delle maree", Neri Pozza, 2005 [ * ], Christa Wolf, "Guasto. Notizie di un giorno", e/o, 1997 [ * ], Jamaica Kincaid, "Un posto piccolo", Adelphi, 2000 [ * ], Jiang Rong, "Il totem del lupo", Mondatori, 2007 [ * ], Luis Sepúlveda, "Il vecchio che leggeva romanzi d’amore", Guanda, 2003 [ * ], Nadine Gordimer, "Il conservatore", Feltrinelli, 2009 [ * ], Niyi Osundare, "L’occhio della terra", Le Lettere, 2006 [ * ] [ * ]. Questo è il sito dello scrittore Mark Tredinnick, non tradotto in italiano. Sul disastro di Chernobyl, oltre al libro di Christa Wolf si conosceva di Svetlana Aleksievic, “Preghiera per Cernobyl”, e/o, 2002 [ * ] [ * ].
Un autore spesso citato negli articoli e nelle bibliografie sugli scrittori italiani di interesse per l’ecocritica è Francesco Biamonti. Di lui la biblioteca ha acquisito tre romanzi, “L’angelo di Avrigue” [ * ], “Attesa sul mare” [ * ], “Vento largo”  [ * ], integrati dallo studio critico di Giorgio Bertone “Il confine del paesaggio: lettura di Francesco Biamonti”, Interlinea, 2006 [ * ]. Giorgio Bertone è autore di studi sui rapporti tra paesaggio e letteratura, tra cui “Lo sguardo escluso: l'idea di paesaggio nella letteratura occidentale”, Interlinea, 2000 [ * ]. Un altro studioso del paesaggio è Paolo D’Angelo, di cui si è acquisito “Estetica della natura: bellezza naturale, paesaggio, arte ambientale”, Laterza, 2008 [ * ]. Paolo D’Angelo è anche autore di “Estetica e paesaggio”, il Mulino, 2009 [ * ] e “Filosofia del paesaggio”, Quodlibet, 2010 [ * ].
Una recensione ha portato la nostra attenzione su un non recente libro di Arto Paasilinna, ora pubblicato da Iperborea, “L’allegra apocalisse” [ * ], dove con toni umoristici si affronta l’argomento di un certo fondamentalismo ambientalista. 
E' stata poi acquisita l’unica storia a nostra conoscenza dell’ambientalismo italiano, “La difesa dell'ambiente in Italia: storia e cultura del movimento ecologista” di Roberto Della Seta, Franco Angeli, un libro del 2000 [ * ].
Ha infine attirato l'attenzione la presenza sui banchi della libreria di un libro appena uscito, "Animal loquens"  a cura di Stefano Gensini e Maria Fusco sul tema del linguaggio degli animali [ * ].

 





vedi quì, quì e quì


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ISHIMURE MICHIKO
post pubblicato in Ishimure, Michiko, il 4 febbraio 2011

Per quasi mezzo secolo Ishimure Michiko, nata nel 1927, è stata una voce importante nella letteratura giapponese ambientale. Si è imposta per la prima volta all'attenzione del pubblico giapponese per i suoi scritti sul disastro ambientale di Minamata, causato dal mercurio metile e da altri rifiuti industriali tossici scaricati dalla Corporation Chisso nel mare antistante il porto della città. La sindrome neurologica invalidante ha cominciato a comparire a metà degli anni '50, ma ha visto un'attenzione diffusa solo nel 1960, grazie agli sforzi di residenti locali e attivisti. Ishimure col libro del 1969  "Kugai ja fare: Waga Minamatabya" (Il paradiso nel mare del dolore: la nostra malattia di Minamata) [ * ] ha svolto un ruolo importante nell'avvertire il pubblico del disastro e delle sue conseguenze terribili. L'opera intreccia racconti personali di incontri con le vittime della malattia, citazioni da relazioni scientifiche, evocazioni poetiche del paesaggio, e ricostruzioni folcloriche di una cultura locale devastata dalla modernità industriale. Ishimure successivamente ha ampliato "Kugai ja fare", e nel 2004 il lavoro è stato finalmente pubblicato nella sua forma completa come una trilogia. Ishimure ha formato la coscienza di una generazione di scrittori politicamente ed ecologicamente consapevoli e di attivisti ambientalisti. Oltre alla sua prosa di denuncia, Ishimure si è dedicata alla poesia e alla narrativa e al teatro Noh. Ha anche ottenuto vari riconoscimenti, tra cui quello per il suo romanzo del 1997 "Tenko" (Il lago del Cielo) [ * ] [ * ]. Continua ad essere coinvolta nella lotta per i diritti delle vittime di Minamata e delle altre vittime del pregiudizio e dello sviluppo industriale. Al centro della sua scrittura e del suo lavoro è il tentativo di giungere ad una rinascita del periodo "kotodama", lo spirito del linguaggio che è stato al centro delle arti e della cultura tradizionale in Giappone [ * ] [ * ].







vedi quì, quì e quì ancora per le fotografie di Smith, quì per una conferenza di Scott Slovic sul tema "Asia Environmental Challenges"

ANCORA SU MINAMATA
post pubblicato in Diario, il 1 febbraio 2011

Ho fatto una breve ricerca sulle risorse documentarie e video online sul disastro di Minamata. In "Racconti crudeli di gioventù: nuovo cinema giapponese degli anni '60" di Dario Tomasi si parla del regista Tsuchimoto Noriaki. "Nel 1965 Tsuchimoto girò per la televisione un breve documentario sul cosidetto "caso Minamata", che tuttavia si rivelò un lavoro mediocre. Infatti esso si limita a descrizioni superficiali delle vittime, ritratte da un osservatore estraneo. Gli stessi intervistati si mostrano ostili di fronte alla presenza di terzi. Anni dopo, nel 1971, il regista tornò a Minamata. Questa volta le riprese durarono a lungo e il dialogo con i "pazienti" - come il regista stesso li chiama - fu ampio e profondo. Ne derivò un documentario di due ore e cinquantun minuti, Minamata. Kanjasan to sono sekai (Minamata. Le vittime e il loro mondo), che descrive con la massima precisione l'insorgere della malattia, il progressivo aggravarsi del problema, le sofferenze delle vittime e, ancora, la denuncia delle cause dell'inquinamento, le responsabilità della ditta Chisso che lo aveva provocato e le richieste di indennizzo. Il regista e lo staff si pongono totalmente dalla parte delle vittime. Questo atteggiamento appare evidente dal fatto che il film quasi ignora i fatti locali dove era più facile isolare la lotta delle vittime e le giustificazioni della ditta. L'enfasi delle descrizioni è volta a mettere a fuoco i sentimenti delle vittime e lo scopo è quello di scoprire una dignità umana nella vita di tutti i giorni di persone che, superando la disperazione, riprendono a vivere. Il film è costellato di scene dove gli intervistati, che agli occhi estranei sembrano solo disperati, rivelano un'insospettata ricchezza di sentimenti, elemento che fa di quest'opera un raro capolavoro. A tale scopo l'inchiesta sulla situazione locale e la risposta della Chisso non erano elementi necessari. In breve, è un film che rivela fiducia, amore e rispetto verso le vittime, che ci fanno conoscere, attraverso il superamento della disperazione, qualcosa di essenziale nella realtà contemporanea. Non è un documentario "obbiettivo", ma da un certo punto di vista è l'atto di fede del regista. In seguito Tsuchimoto ha continuato a dirigere film sul caso "Minamata", alcuni dei quali informano sul processo contro la ditta, svolgono inchieste sull'allargarsi del numero delle vittime, altri svolgono semplici ricerche sulla patologia della malattia. Ovviamente era un'attività basata su sacrifici personali che commercialmente non poteva produrre nulla e che sorpassava addirittura i limiti delle normali iniziative sociali. Infatti essa è percorsa da una speranza: che il problema non si esaurisca una volta raggiunto lo scopo immediato e contingente del processo e della condanna della ditta, e che ognuno possa fare propria la sofferenza delle vittime e le circostanze che l'hanno prodotta" [ * ]. Quì e quì è possibile vedere dei brevi filmati su Minamata. Due video su youtube sono quì e quì.


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 1/2/2011 alle 10:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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