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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
ICONE ECOCRITICHE DI FABRICE MONTEIRO
post pubblicato in Diario, il 2 febbraio 2016
       


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JON SNOW'S TSUNAMI DIARY
post pubblicato in Diario, il 19 ottobre 2015

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MAZEN KERBAJ
post pubblicato in Diario, il 17 ottobre 2015
 

Una delle registrazioni sul campo più belle degli ultimi dieci anni è Notte stellata (Starry Nyght) di Mazen Kerbaj. Mazen è libanese e vive a Beirut. Egli descrive la registrazione come "un'improvvisazione minimalista eseguita da: Mazen Kerbaj / tromba, l'aviazione israeliana / bombe". Documenta i suoni sul balcone del suo appartamento nella notte del 15/16 luglio 2006 durante la guerra di Israele contro Hezbollah in Libano. La registrazione inizia con piccoli suoni sospirati tratti alla tromba. Sono tranquilli e sembrano molto vicini. Si ascoltano attentamente. Improvvisamente un'esplosione frantuma la quiete. Il suono si accende immediatamente sulla città, riverberandosi su edifici e colline, rivelando brevemente il panorama, come farebbe un lampo. Contemporaneamente si innescano allarmi di automobili e abbaiano i cani, rivelando le loro posizioni vicine e lontane, prima di svanire in una tranquillità tesa, in attesa del cadere della prossima bomba. E "una di quelle rare registrazioni in cui il suono esibisce la stessa potenza di illuminazione della luce". Intanto Mazen continua a suonare minimalisticamente la tromba, in silenzio creativo contro la violenza. La sua registrazione documenta non solo gli eventi che si svolgono, ma è un atto di sfida immaginativa di per sè. Per un ascoltatore l'impatto è potente. La prospettiva rivela la geografia della città, un aspetto importante del suo contesto politico e una risposta molto personale alla situazione. È la drammatica congiunzione di questi elementi all'interno di una singola registrazione che la rende così memorabile. [ * ]
Naturalmente questa registrazione è un unicum fatto in tempo di guerra. La maggior parte delle registrazioni sul campo ha oggetti molto più normali e quotidiani. Ma la potenza e gli elementi a strati di questa registrazione trasmettono vividamente la situazione. Si tratta di un esempio lampante di "giornalismo sonoro", giornalismo per l'orecchio, l'equivalente sonoro del fotogiornalismo.
Che cosa è il giornalismo sonoro? Alla radio nei notiziari, nei documenti di attualità e nei documentari sonori, come anche in televisione, nonostante l'importanza delle immagini, il predominio della parola parlata - reportage, interviste, commenti, discussioni - è indiscusso. Il giornalismo sonoro si basa sull'idea che tutti i suoni, inclusi quelli non vocali, forniscono informazioni su luoghi ed eventi e che l'ascolto fornisce interessanti indicazioni diverse, ma complementari, alle immagini visive e al linguaggio. Ciò non esclude la lingua parlata, ma riequilibra la bilancia verso la rilevanza di altri suoni. In pratica, le registrazioni sul campo diventano il mezzo per raggiungere questo obiettivo. Le registrazioni possono, naturalmente, essere utilizzate in molti modi. A mio avviso il giornalismo sonoro si realizza quando alle registrazioni sul campo sono concessi spazio e tempo sufficienti per essere ascoltate in sè stesse, quando il focus è sul loro contenuto fattuale ed emozionale originale, e quando sono valutate per quello che sono, piuttosto che come materiale di base per ulteriori lavori come è spesso il caso in sound art o in musica. Il giornalismo sonoro può essere creato appositamente oppure può fare riferimento a queste qualità nelle registrazioni originariamente fatte per scopi autonomi, come in Starry Night.
Che cosa offrono allora le registrazioni sul campo? La maggior parte, ovviamente, forniscono informazioni di base su luoghi ed eventi in virtù dei suoni, e sulle loro fonti, che identifichiamo. Anche lingua e immagini visive danno tali informazioni. In effetti si può sostenere che lo fanno in maniera un po' più esplicita rispetto al suono. L'interpretazione del suono certamente beneficia della conoscenza del contesto, nello stesso modo che didascalie e titoli accrescono il significato delle fotografie. Tuttavia le registrazioni sul campo comunicano molto di più dei fatti di base. Spettacolari o meno che siano, esse trasmettono anche un forte senso di spazialità, di atmosfera e di sincronicità. Ciò vale anche quando la qualità tecnica è scadente. Questi fattori sono fondamentali per la nostra percezione di luogo e di movimento e così aggiungono sostanzialmente degli elementi alla nostra comprensione di eventi e problemi. Danno un'impressione convincente di quello che può realmente essere, come se si fosse presenti. Il suono è il nostro primo approccio per un senso di spazialità a 360° e l'ascolto ci dà un punto focale. Ci permette di giudicare la nostra lontananza dagli eventi e di chiederci in che modo possiamo sentire e reagire alle circostanze. Certo, con le registrazioni e trasmissioni sappiamo che non siamo lì presenti, ma anche a questo livello ridotto c'è un impegno personale e una comprensione intuitiva che, a mio avviso, sono la forza speciale delle registrazioni sul campo. Tali elementi consentono al giornalismo sonoro un impatto significativo qualitativamente diverso dalle immagini visive o dal linguaggio.
Naturalmente i mezzi di informazione fanno già uso di registrazioni sul campo. Infatti vi è stato un aumento notevole di recente, in particolare sulla radio BBC. Ma si tratta quasi sempre di un "effetto sonoro" - una raffica di colpi di arma da fuoco in Afghanistan, un frammento di inno nazionale in una visita reale, una frase di una canzone di protesta in una piazza araba. Essi aggiungono un tocco di realtà, ma raramente durano più di qualche secondo, prima di essere sfumati a favore della voce dominante dello speaker. Il potere della registrazione di campo nell'atmosfera, nella spazialità e nella sincronicità sono riconosciuti con difficoltà. Questo è un peccato, come anche che le equipes inviate sono posizionate unicamente per catturare questo tipo di materiale, che tra l'altro è anche raramente trasmesso. Un esempio particolarmente toccante si verificò al 18' della trasmissione di Jon Snow Tsunami - Diario del Giappone, il 16 marzo 2011 (Channel 4 News). Tra le macerie dello tsunami, sorprendentemente, un altoparlante da sistema di diffusione di una città devastata funzionava ancora. Si stava trasmettendo la musica che segna alle h 17 la fine della giornata scolastica. Nonostante gli arrangiamenti elettronici il brano è facilmente riconoscibile. E' Yesterday - la più conosciuta canzone di Paul McCartney sull'amore perduto e sui sogni in frantumi - quasi un surreale commento sulla distruzione che vedevamo davanti a noi. La sound art, così come il giornalismo sonoro, possono imparare da questa clip. L'artista sonoro Christopher DeLaurenti ha regolarmente coperto eventi di attualità dal punto di vista del suono, in ciò che egli chiama "sinfonie di protesta", ad esempio, il suo Live in New York at the Republican National Convention Protest September 2 - August 28, 2004 N30: Live at the WTO.
Questi esempi rappresentano il giornalismo sonoro per l'ascoltatore. Altrettanto importanti sono i vantaggi per i ricercatori. I suoni sono grimaldelli molto potenti per la ricerca. Un ascolto attento sul posto è in grado di rivelare le direttrici sonore che attraversano le narrazioni e le questioni sotto esame e suggerire domande e direzioni inaspettate da seguire.
Visitando Chernobyl nel maggio 2006 per il progetto Sounds from dangerous places, la mia prima registrazione all'interno della zona di esclusione è stata una sorpresa. Il nostro autista si era fermato per una sigaretta e subito ho sentito il ronzio dell'energia elettrica. Avevamo parcheggiato accanto a un pilone e sopra i cavi crepitavano per il passaggio di energia. Un fringuello cantava nelle vicinanze e il vento soffiava tra i pini. 
Era un'accattivante combinazione sonora e così ho acceso il registratore. Tuttavia il suono mi ha sollevato una domanda. Tutti i reattori di Chernobyl erano stati chiusi, per cui da dove proveniva questa elettricità e per quale motivo? In seguito la nostra guida ha spiegato che Chernobyl richiede ancora grandi quantità di energia per mantenere i reattori nel loro stato di spegnimento, per proseguire le ancora incompiute operazioni di pulizia e per sostenere le migliaia di persone che continuano a vivere e lavorare in zona. Il suono registrato era quello dell'elettricità che scorreva nella direzione sbagliata, verso Chernobyl piuttosto che fuori, una manifestazione sonora del massiccio drenaggio di risorse per l'Ucraina che Chernobyl era diventato.
Ulteriori ricerche hanno portato a maggiori informazioni sull'interminabile pulizia di Chernobyl e, più in generale, su ciò che accade quando la durata della vita di un reattore nucleare finisce. Un reattore non può semplicemente essere spento. Anche se dismesso senza incidenti e il nocciolo nucleare rimosso, decenni devono passare prima che gli edifici e le immediate vicinanze siano radiologicamente al sicuro. Manutenzione e sicurezza sono essenziali per l'intero periodo.
Il reattore 4 esploso di Chernobyl  non può essere messo semplicemente fuori servizio. Ciò che resta del nucleo fuso si trova sotto tonnellate di cemento. Le riparazioni sono costanti e una soluzione a lungo termine è sempre più urgente. È stata proposta una nuova massiccia struttura di contenimento, ma gli argomenti internazionali rispetto al costo enorme restano irrisolti. La ricerca di queste informazioni mi ha preso tempo, ma è tutto partito dal sentire il ronzio inaspettato di energia elettrica. Resta nella mia mente ancora una chiave mnemonica quando ripenso a questi problemi. Seguire delle direttrici sonore è diventato un metodo di ricerca particolarmente efficace a Chernobyl. Un altro riguarda il significato del ricco folklore della regione, nel tentativo di apprezzare l'impatto del disastro sulla popolazione della campagna - la stragrande maggioranza delle persone colpite.
Mentre scrivo - aprile/maggio 2011, 25° anniversario di Chernobyl - l'ultimo disastro nucleare si sta svolgendo a Fukushima, in Giappone. Nessuno sa come andrà a finire, ma i reattori non producono più energia elettrica. Come a Chernobyl, ci saranno ora piloni giapponesi crepitanti di elettricità che fluisce nella direzione sbagliata, verso la piana colpita di Fukushima, piuttosto che a partire da essa.
Gli argomenti per il riconoscimento del giornalismo sonoro come una disciplina specifica non sono destinati a minimizzare qualsiasi altro medium. Lontano da ciò. I nostri sensi e i media che si rivolgono loro coprono diverse aree della percezione. Otteniamo un quadro molto più completo quando sono nel giusto equilibrio. Il suono da solo è incompleto così come le immagini visive e il linguaggio da soli. Il giornalismo sonoro dà al suono l'opportunità di contribuire su un piano di parità a partire dai suoi punti di forza. Come e in quali forme questo può realizzarsi? Le radio mainstream e la televisione saranno probabilmente lente ad innovarsi da questo punto di vista. Esse comunque non sono destinate ad essere il mezzo migliore, in quanto, a parte la loro inerzia, noi, l'audience, siamo ugualmente fissi nella loro interpretazione. Per me le nuove possibilità probabilmente proverranno dai nuovi media e dalla telefonia mobile, in particolare quando introducono tecnologie potenzialmente rilevanti come il GPS, la mappatura, le comunicazioni istantanee e la capacità di sperimentare contemporaneamente spazio virtuale e reale in conflitto.  [ * ]

Mazer Kerbaj oltre che musicista è anche disegnatore e fumettista. Nell'ottobre 2014 ha inaugurato in uno degli spazi espositivi della Mostra d’Oltremare di Napoli la sua prima personale italiana, Medio Occidente, dove il titolo sta a significare la tensione verso Oriente della città partenopea, che si rispecchia nella mediterraneità di Beirut. Mazer Kerbaj è uno dei fondatori della scena improvvisativa libanese ed uno degli organizzatori del festival Ijrtijal.

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ECOMUSICOLOGIA
post pubblicato in Grasso Caprioli, Leonella , il 15 ottobre 2015

Gli strumenti del realismo scientifico tendono a considerare i problemi dell’ambiente a prescindere dal loro contesto etico, storico e politico di riferimento. Al contrario, le discipline umanistiche, la filosofia, la letteratura, le arti visive, la musica, contribuiscono a sviluppare una conoscenza della natura alternativa a quella proposta dalle scienze naturali e, spesso, sconfinante i limiti imposti dal pensiero razionale e dal metodo empirico. Nuove prospettive d’analisi come l’ecocriticismo, e come altri ambiti emergenti d’indagine ad esso collegati quali l’ecomusicologia, si fondano sul presupposto che i problemi dell’ambiente, seppur analizzabili con il metro dell’indagine scientifica basata su dati concreti e prove evidenti, siano fondamentalmente generati da valori ed elementi di ordine etico, storico, culturale e politico espressi dalla civiltà che, abitandolo, modifica quel dato ambiente.
Sulla base di questi presupposti, la questione della musica sembrerebbe occupare un ruolo potenzialmente cruciale e di grande attualità nel quadro degli studi ecocritici, data la sua diffusione incontenibile in tempi di globalizzazione e consumo sconsiderato. La musica è inoltre uno strumento del conoscere unico nel suo genere per la sua capacità, inafferrabile ed osmotica, di assorbire e riflettere la realtà in cui essa prende forma e di plasmare culturalmente e socialmente gli ambienti in cui viene di fatto fruita.
È una condizione della vita quella di essere immersi in un mondo sonoro: i suoni, prima ancora delle lingue articolate, sono strumenti del comunicare che condividiamo con il resto delle specie animali in natura. L’esperienza sonora è un’esperienza di ricezione, di ascolto, di riconoscimento, di imitazione e produzione, in altre parole, un’esperienza di conoscenza che insegna a connettere tra loro, categorizzandoli, i vari livelli sonori, da quelli biologici (come il respiro, il battito cardiaco), a quelli meccanici (il ticchettio dell’orologio, lo stridio d’una frenata sull’asfalto), fino a quelli intenzionalmente comunicativi (un grido, una lingua, una composizione). L’idea di musica affonda le proprie radici nel senso del suono musicale, nel suo riconoscimento in mezzo alla moltitudine dei suoni che affollano le nostre giornate. Tre sono, fondamentalmente, le tematiche più generali implicate dall’idea di musica, di cui è opportuno ritornare sempre a discutere alla luce di nuove visuali d’analisi: a) la questione culturale, o meglio, la distinzione tra musica quale forma tecnicamente modellata e prodotto specifico d’una cultura ed attitudine musicale come espressione particolarmente viscerale e connaturata alla specie umana; b) la questione artistica, ovvero, il fatto che la musica intesa come forma estetica sia in occidente un elemento cruciale del rapporto con essa, cui si collega la costante dell’attribuzione d’un giudizio di valore; c) la questione dell’autonomia della musica (intesa più come atto che come oggetto, e quindi concettualmente scindibile dall’uso che se ne fa), ovvero della sua supposta originale indipendenza da vincoli di scopo sociale, religioso, commerciale, ecc. Quest’ultimo punto soprattutto, concetto intimamente romantico, è particolarmente controverso ed inconciliabile con i precedenti, tuttavia esso è anche profondamente radicato nell’opinione comune a dispetto della sua irriducibilità nei confronti di qualsiasi discorso sociologico sulla questione musicale.

Indubbiamente l’esperienza musicale produce cultura, ma il punto è che per operare in tal senso l’attività musicale si denota come a sua volta un prodotto specifico d’una identità culturale. In quanto produzione culturale, essa viene necessariamente caratterizzata da una funzione (da uno scopo d’utilità per il singolo e per la collettività): essendo poi tale scopo valido dal punto di vista del successo comunicativo solo quando lo è in due sensi, dai musicisti agli ascoltatori (e viceversa), il discorso slitta inevitabilmente sull’aspetto della produzione simbolica e della creatività artistica, particolarmente complesso in ambito musicale perché uno degli elementi distintivi di tale modalità espressiva, concepita ed attuata da simili avendo come destinatari propri simili, consiste proprio nella possibilità che i suoi prodotti vengano radicalmente dislocati ed astratti dal proprio contesto di appartenenza per essere fruiti da ascoltatori-consumatori con aspettative inesauribilmente disuguali. Tale inquadramento, che vede dispiegarsi il dibattito intorno alla musica sostanzialmente acquisendone in principio la valenza di arte, oltre che di disciplina, risale alle origini del pensiero classico ed ha caratterizzato, fino in tempi relativamente recenti, l’intera storia del pensiero occidentale.
L’obiettivo del presente intervento è quello di determinare prima di tutto la presenza attuale della neo-disciplina dell’ecomusicologia nel quadro internazionale degli studi di settore, mettendone in evidenza gli indirizzi prevalenti che, al momento, paiono manifestare un’accentuata tendenza etnomusicologica e sociologica. Secondariamente, si intende richiamare l’attenzione sull’opportunità di intensificare anche la prospettiva storico-filosofica che affronti il pensiero prodotto in occidente riguardo la ricerca di un fondamento naturale della musica, la cui tradizione va fatta risalire alla teoria sugli armonici di Pitagora (VI a.C.). In tal senso, al fine di potersi avvalere d’una chiave di lettura del complesso rapporto uomo-natura in occidente, si propone di iniziare a porre i fondamenti formali di un percorso interdisciplinare ed ecocritico applicato intenzionalmente alla musica eurocolta, quale espressione più che tipica d’una civiltà tesa a liberare la propria immaginazione artistica in conformità al progresso del proprio sapere scientifico.
Dal punto di vista della produzione artistica, la relazione tra suono ed ambiente ha rappresentato uno dei maggiori centri di attenzione della musica contemporanea di estrazione colta, come testimonia l’opera di autori quali John Cage, Oliver Messiaen, Bernie Krause, Brian Eno, Louis Andriessen, François Mâche - per citare solo alcuni tra i maggiormente noti - interessati ad attingere creativamente all’immenso patrimonio sonoro ‘extramusicale’ rappresentato dai suoni del mondo naturale ed urbanizzato. Sul versante della riflessione teorica, allo sviluppo generale dei soundstudies ha contribuito in maniera fondamentale il lavoro sul concetto di ‘paesaggio sonoro’ svolto fin dagli anni Settanta da R. Murray Schafer e collaboratori che, unendo visione artistica a cultural studies, sociologia, scienze cognitive, filosofia, antropologia e musicologia si sono posti l’obiettivo di indagare la vasta questione dell’impatto della presenza acustica nella vita dell’uomo (Schafer 1977 [ * ], Bull 2003 [ * ]).
In musicologia, l’interesse per un approccio responsabilmente ‘eco’ aveva iniziato a manifestarsi a partire dagli anni Settanta in coincidenza con l’interesse per gli studi sull’ambiente da parte delle scienze naturali e sociali, senza tuttavia fare mai presa veramente negli ambienti accademici. Di ‘ecomusicology’ come ambito disciplinare autonomo ed attivo si è finalmente iniziato a discutere con continuità solo intorno al 2000, soprattutto nelle università Nord Americane e Scandinave, rifacendosi per la sua definitiva messa a punto alle teorie olistiche di antropologia musicale proposte da Charles Seeger, e alla più recente filosofia dell’ecologia profonda di Arne Næss che pone l’accento sull’interrelazione vitale tra tutti gli organismi biologici e culturali di un medesimo ambiente (Allen 2012, Harley 1996).
L’ecomusicologia, attualmente considerata un hot-topic a livello mondiale (Rehding 2002: 305), si è quindi sviluppata a partire dagli Usa, dove ha trovato sostegno e riconoscimento nei circoli musicologici istituzionali. Prima di tutto, la SEM (Society for Ethnomusicology [ * ]) ha dedicato a questo nuovo tema due convegni annuali (2007 e 2010), inoltre l’American Musicological Society (AMS) [ * ], indubbiamente l’associazione musicologica più importante a livello mondiale, ha fondato nel 2007 al proprio interno un Ecocriticism Study Group (ESG) che promuove convegni (il primo nel 2011), mantiene un forum attivo, una bibliografia aggiornata e offre la consultazione di una serie di articoli di genere postati nel proprio sito http://www.ams-esg.org. Alcuni dei temi trattati in questi studi toccano la questione della localizzazione territoriale dell’ambiente e quale influenza abbia sulla musica, l’impatto forestale dovuto all’impiego di legni pregiati nella costruzione degli strumenti musicali, la simbologia di gender applicata alle composizioni musicali ispirate alla contemplazione di paesaggi naturali iconici, o altri temi più tradizionali come lo studio del canto degli uccelli, o l’analisi fenomenologica della musica pastorale nelle epoche più svariate. L’approccio va da quello storico all’interesse per la musica popolare, includendo i cross-cultural studies, gli opera studies, e la teoria musicale (Allen 2011).
Inoltre, volendo allargare la prospettiva di campo dell’ecomusicologia, vi si fanno afferire la zoomusicologia e la biomusicologia, scienze che studiano l’ambiente sonoro prodotto dai non-umani anche dal punto di vista delle interrelazioni con lo sviluppo della musica. La biomusicologia si fonda sullo scambio interdisciplinare tra studiosi di scienze cognitive, neurologi, antropologi, pedagogisti, biologi e artisti, la zoomusicologia studia la comunicazione sonora fra animali in prospettiva estetica, mentre l’ecologia acustica, che indaga il cosiddetto ‘paesaggio sonoro’, è l’ambito di maggiore collaborazione fra diversi approcci scientifici, umanistici e artistici (Taarasti 2002 [ * ], Martinelli 2008, Allen 2011, Gray 2011). In ambito europeo, gli studi di zoomusicologia in chiave semiotica promossi da Dario Martinelli dell’Università di Oslo, e quelli su significato musicale ed ‘ascolto ecologico’ dell’inglese Clarke si segnalano come alcuni fra i contributi recenti più originali di tipo ecomusicologico a livello internazionale.
Ampi settori della Musicologia presentano per attitudine una lunga tradizione di derivazione metodologica dagli studi letterari, maggiormente intensificatasi in tempi recenti di postmodernismo con il rinvio ai gender studies, e in particolare a quelli in chiave femminista (Abbate 2002). Attualmente, i punti di riferimento dell’ecomusicologia sono non a caso l’ecocriticismo e il criticismo ecologico, in ciò distinguendosi dalla ‘musicologia ecocritica’ che è normalmente più allacciata alle scienze empiriche come acustica, cognitivismo e neurofisiologia. L’ecomusicologia quindi, estrema novità di indirizzo nell’ampia area musicologica, si va sempre più formando secondo una tendenza tipicamente poststrutturalista: suoi elementi distintivi sono l’ampiezza del campo, la frammentazione, l’eterogeneità, e più in generale un approccio fortemente interdisciplinare che le dovrebbero permettere di guardare all’insegnamento dell’ecocriticismo letterario anche nel senso di un approccio politicamente impegnato, oltre che critico (Harley 1996, Colimberti 2004, Allen 2011).
Ciò in termini di intenzioni perché, a fronte dell’esistenza di un antico quanto smisurato 
 
fronte di interesse verso la relazione suono/ambiente in occidente, fondamento teorico-filosofico del senso stesso di ‘musica’ fin dalla classicità, la neo-sottodisciplina dell’ecomusicologia parrebbe ancora in cerca di un suo definitivo statuto. Rispetto alla produzione scientifica sedicente ‘ecomusicologica’ fin qui concepita, piuttosto limitata a voler ben vedere, si evidenziano alcuni aspetti di indeterminatezza condivisi per certi versi con la più matura esperienza dell’ecocriticismo, nel cui solco l’ecomusicologia si intende inserire. 
A questo proposito, Buell fa notare come la definizione di ecocriticismo più citata sia anche quella più generica di Cheryll Glotfelty: the study of the relationship between literature and the physical environment. Tale cautela deriva, secondo Nirmal Selvamony, dal fatto che gli ecocritics are not agreed on what constitutes the basic principle in ecocriticism, whether it is bios, or nature or environment or place or earth or land. Since there is no consensus, there is no common definition, e secondo Ursula Heise, da una tendenza a perdere in specificità per voler aggregare in sé numerosi punti di vista: ecocriticism has imposed itself as convenient shorthand for what some critics prefer to call environmental criticism, [or] literary-environmental studies, [or] literary ecology, [or] literary environmentalism, [or] green cultural studies (cit. in Buell 2011: 88).
Inoltre, secondo l’opinione di Harley espressa con largo anticipo quasi vent’anni fa, un dilemma per l’ecomusicologia intesa come scienza postmoderna consiste proprio nella sua vocazione alla frammentarietà che andrebbe ad impedire una visione integrata dell’insieme, viceversa, quanto mai necessaria data la natura complessa dell’oggetto studiato: what the postmodern, "critical" approaches often miss is the vital connection of music to its sound material; what they often ignore is the sonorous presence of music in the world that makes music a part of the human environment (Harley 1996:1).
Come mette in evidenza lo stesso Aaron Allen, presidente dell’ESG ed ecomusicologo statunitense di punta, la definizione di approccio ecomusicologico solleva il problema di situarlo con precisione rispetto a tutti quei contributi che, seppur non ancora nominati come ecomusicologici, si riallacciano ad una tradizione profondamente radicata nell’occidente di visione naturale dell’espressione artistica (Allen 2011). Il problema è stato messo in evidenza ancora da Buell che, nell’ambito più generale dell’ecocriticismo, punta il dito contro l’impedimento posto dalla deriva poststrutturalista che utilizza come un proclama l’approccio biologico per legittimare ideologicamente studi tipicamente storici e culturali (Heise 2006). L’osservazione di Munk: critics and scholars who want to investigate the way ecologies—physical, perceptual, imagined—shape dramatic forms stand at the edge of a vast, open field of histories to be rewritten, styles to rediscuss, contexts to reperceive (cit. in May 2007) è particolarmente vera anche nel caso specifico della musica e del confronto con la sua complessa ed antica tradizione teorica, storica e comunicativa. Arte dell’organizzazione dei suoni, la musica è linguaggio formale incorporeo che si sostanzia nella propria dimensione fisica di materiale acustico: tale doppia valenza l’ha resa un ponte ideale tra osservazione scientifica e speculazione teorica, laboratorio tra i più attrezzati ove poter formulare ragionamenti e teorie sui modi del conoscere il mondo.
Secondo Latouche i due aspetti complementari della ragione rappresentati nel mito della progenie di Minerva in Logos (il numero) e Phronesis (il senno), hanno progressivamente perduto in occidente la loro simmetria a partire dal pensiero del XVI secolo che, attribuendo una supremazia al raziocinio calcolatore e formale ha gradualmente disappreso la prudenza. Il malessere dell’occidente deriva da questa incapacità di comprendere il mondo se non riducendolo a calcolo (economico), dispositivo di per sé inadatto ad afferrarne il senso se sprovvisto della mediazione della saggezza. L’errore va fatto risalire al Rinascimento e alla sua rappresentazione della cultura classica, non alla filosofia grecolatina, né al mondo medioevale (Latouche 1999, 2005). Nella convinzione che i codici mentali si sviluppano in stretta relazione a precedenti codici organici, e che la comprensione della vita non possa trascurare l’intendimento dei suoi codici, echeggia dalla biosemiotica (innovativo campo disciplinare che studia i sistemi segnici di comunicazione di ogni forma di vita ed espressione a partire dal codice organico di funzionamento cellulare fino agli artefatti come il linguaggio ed il pensiero simbolico) l’eco di un accorato appello: bisogna che l'uomo, al più presto — dati i rischi (per la semiosi e per la vita) inerenti all'attuale situazione storica — da animale razionale diventi animale ragionevole (Petrilli 2003: 153). Anche i fronti più avanzati della biologia paiono oggi riverberare la memoria di un antico pensiero mediterraneo.
Nel quadro generale, quindi, di oggettivo ritardo con cui gli studi ecocritici prendono 
 
piede in ambito accademico rispetto ad analoghi nuovi approcci di studio nati a partire dai movimenti sociali tra Sessanta e Settanta, l’ecomusicologia si evidenzia per aver sofferto di un’accresciuta difficoltà nel doversi collocare chiaramente rispetto ad una lunga tradizione di approccio ecocentrico all’introspezione del fenomeno musicale. 
Inoltre, nella tradizione d’arte occidentale è particolarmente difficile individuare e stabilire le connessioni tra musica e ambiente sonoro per via di una pervadenza ed abbondanza di storia, di varietà di trasmissione, di una cultura musicale autoreferenziale sviluppatasi nel tempo all’insegna del progresso, specificamente concentrata - a differenza di altre civiltà musicali - sui presupposti di distinzione fra ciò che è musicale (ovvero culturale) e ciò che non lo è all’interno di un ecoambiente sonoro. In particolare, la questione tutta occidentale dell’altezza intonata dei suoni e relativi intervalli, intorno alla quale ha ruotato per secoli l’intera idea di musica eurocolta tesa esteticamente ad esprimere in teoria e in pratica il principio che solo ciò che è precisamente intonato è musicale, mentre tutto il resto è rumore (Harley, 1996). Il concetto di intonazione esatta (e cioè di suono a frequenza ciclica periodica regolare, in grado di generare una serie semplice di armonici che ne caratterizzano il timbro, ovvero microsuoni simultanei superiori disposti secondo altezze progredenti verso l’acuto ad intervalli fra loro proporzionati) ha portato con sé l’intenso dibattito, trasversale a tutte le epoche della modernità sul rapporto tra artificiale e naturale, imitazione ed addomesticamento.
Da qui la maggiore sensibilità dimostrata dagli etnomusicologi per l’ecomusicologia, sia perché possono rivolgersi ad ambiti meno problematizzati dalla storia, affrontando ricerche su musiche etniche che sono espressione di civiltà assai più incorrotte dell’occidente nel loro rapporto con la natura, sia perché, essendo metodologicamente più vicini dei musicologi alla prospettiva della sociologia musicale, si occupano in tempi recenti anche di manifestazioni contemporanee popular, a prescindere dall’espressione d’un apprezzamento sul loro valore artistico-musicale perché valutate ultraesteticamente nella loro dimensione di comportamenti socio-culturali propri di un ambiente urbanizzato.
In occidente, speculazione scientifica e musicale si compenetrano fin da lontano: sul piano dell’osservazione oggettiva, intesa quale ricerca d’un fondamento fisico naturale delle relazioni ordinate fra i suoni, si muovono scienziati e teorici della musica a partire da Pitagora. Nelle teorie pitagoriche legate agli esperimenti sul monocordo, si mette a punto la base della scienza naturale, e cioè il convincimento che la percezione sensoriale risponda essa stessa a leggi proprie della natura esprimibili matematicamente. Dalle risoluzioni di Zarlino (fine 1500), l’occidente arriverà a giustificare la forzatura del temperamento equabile, per ottenerne in cambio la possibilità di sviluppo esponenziale di forme e varietà d’organici compositivi. Rameau (1722) ‘riscoprirà’ il fondamento naturale della musica in senso europeo, in cui melodia ed armonia non sono che la trasfigurazione operata dall'arte della materia acustica intrinseca ai suoni intonati, per rivelarlo ad un nuova civiltà illuminata e ingorda di autoaffermazioni ed evidenze empiriche. Lo scienziato von Helmholtz (1863) rinnoverà con le sue scoperte, secondo prospettive fino allora sconosciute, lo stretto nesso fra stimolo acustico e sua percezione. Tale testimone verrà poi raccolto e sviluppato da Stumpf (1890), a sostegno estetologico delle sue fondamentali teorie sulla psicologia del suono. L’armonicistica, le cui basi d’evidenza empirica sono impressionanti per abbondanza fenomenica, ma che a partire dal Seicento inesorabilmente scivola verso le soglie più marginali e ignorate del pensiero scientifico, presuppone che se la fisica e la psiche, rispettivamente quantità e qualità, sono reversibili e esprimibili attraverso i numeri, esiste un legame ambivalente ed indissolubile tra il mondo "esterno" e quello "interno", tra il numero e il valore, tra la dimensione fisica e quella psichica della realtà. (Kayser cit. in Fondi 2000: 65). Alla corrente del ‘pitagorismo armonicale’ si ascrivono scienziati come Copernico, Keplero e Leibniz. In particolare Keplero che, nell’”Harmonices mundi libri V” (1619), mirando ad unire i fondamenti musicali, geometrici, architettonici, psicologici, astronomici e metafisici arriva a formulare la ‘terza legge’ che permetterà a Newton di sviluppare le tesi sulla gravitazione. A partire dall’opera di ricostruzione filologica della sterminata letteratura sugli ipertoni armonici secondo gli epigoni di Pitagora, svolta dal filologo Albert F. von Thimus, si sviluppa nel Novecento l’opera del musicista Hans Kayser, allievo di Humperdinck e Schoenberg, fortemente ispirato dal simbolismo junghiano, che sviluppa matematicamente il lambdoma pitagorico trovando ulteriori connessioni tra le leggi acustiche basate sul fenomeno degli armonici e quelle della cristallografia e della quantistica (Riedweg 2007).
Il sistema tonale della musica occidentale, impianto espressivo di un’arte che prende l’abbrivio da tale fermento intellettuale originariamente teso ad un’armonica consonanza/risonanza dell’uomo con l’universo, viene formulato in teoria ed applicato nella pratica e corre parallelo al pensiero scientifico della propria civiltà, impregnandone la cultura, la mentalità e l’atteggiamento, sicuramente dei musicisti, ma altrettanto profondamente del popolo degli ascoltatori, acculturati ed educati a riconoscere uditivamente le leve del sistema in maniera tanto competente quanto inconsapevole. La musica occidentale diventa un giardino, curato da addetti tanto esperti da modellarne il principio vitale di natura coltivando ogni singola pianta, per quanto piccola, secondo un progetto unitario (ed armonico) di drammatizzazione sonora dello spazio abitato.
Un presupposto dell’ecomusicologia dovrebbe consistere nell’inquadrare la manifestazione musicale, all’atto della sua produzione (funzionalizzazione) e all’atto della sua fruizione (rifunzionalizzazione), nel proprio spazio di appartenenza contingente. La materia non è concepibile al di fuori delle categorie di spazio e tempo che includono i concetti di forma, proporzione, misura: elementi che dalla musica, linguaggio che presiede all’immateriale, travasano nella tangibilità dell’artefatto. Le entità fisiche di spazio e suono si saldano nella dimensione del sensibile, laddove l’organizzazione dei segnali acustici è arte del disegno nella temporalità, mentre la progettazione dei luoghi e degli strumenti è arte del disegno nello spazio. L’elemento incorporeo del sonoro, privo di diaframmi, è in grado di rendere qualsiasi spazio, anche quello aperto, uno spazio avvolgente. La visione lineare e frontale di cui siamo dotati (a cui ci ha abituato il teatro, perpetuata dal cinema, dalla televisione, dallo schermo del computer, celebrata durante la lettura di un libro), non ha corrispondenza nella percezione auditiva che è tridimensionale, pervasiva e persuasiva. Il sonoro si plasma nello spazio entro il quale siamo fisicamente collocati, suono e risonanza ci prendono di fronte, da sopra, alle spalle, e ad essi ci apriamo in attesa del loro penetrante abbraccio. 
La comprensione dello spazio circostante è sintetizzata nella capacità dell’ascolto: si conosce un determinato spazio, e se ne ha esperienza in senso ancestrale, perché se ne avverte il palpitare del suono che lo abita. L’interazione del suono con l’ambiente, e la capacità del primo di definire il secondo, dovrebbe diventare il presupposto programmatico della ricerca ecomusicologica.
La musica non solo occupa lo spazio abitato, ma è essa stessa uno spazio con valenza metaforica di movimento (sensazione di moto, partenza, arrivo, ritorno). La virtualità dello spazio sonoro non lo rende meno reale di quello ambientale: da qui la proposta di Clarke che insiste nell’evidenziare la prospettiva dell’ecologia percettiva applicata all’ambito musicale per mettere in luce the relationship between a perceiver and its environment (2005: 5). La connessione intima e a priori esistente tra spazio e suono, architettura e musica, può essere ripensata come virtualizzazione degli spazi sociali e naturali: part of what makes perceptual ecology so attractive is that it dramatically expands the range of experiences thought to play a role in the perception and interpretation of music … Treating music as a virtual environment has the potential to inform ecomusicological studies of how music negotiates the conceptual and material nexus where nature and culture meet. [] music has been caught in a continuous cycle of displacement and re-placement for as long as its history can be reconstructed. Music may even work to transform concrete places into more abstract spaces (Watkins 2011: 407-8).
La connessione tra spazio e suono percorre fin dall’antichità il pensiero filosofico occidentale. Secondo i neoplatonici, la confluenza delle arti che modellano tali dimensioni del sensibile, architettura e musica, rappresenta un principio organico ed unificante della vitalità universale, oltre che una forma di potere sul mondo. Secondo i neopitagorici, tale rapporto è matematico e viene a fondersi virtualmente nei concetti di equilibrio e proporzione come elementi di una ratio incorruttibile (che, nel contesto della interpretazione vitruviana dello spazio architettonico, significherà in seguito anche autorappresentazione). In tale visione cosmologica, ove ordine è bellezza, risiede il presupposto ideale dell’armonia, principio musicale occidentale co-essenziale a quello di consonanza che trova consistenza nel paradigma visivo, e che è anche progetto sociale e politico di conciliazione e di concordia umana.
La questione del suono intonato come elemento connotante la dimensione musicale in ambito occidentale si connette al principio della tetraktys pitagorica, chiave segreta di lettura del cosmo coincidente con la relazione numerica che lega le consonanze perfette di ottava, quarta e quinta fra loro in rapporto di 1:2:3:4, come da sezioni del monocordo che le produce acusticamente. La teoria viene ripresa nella tradizione pitagorica platonizzante, attraversa tutto il Medioevo, fino a rivivere nella peculiare rivisitazione che ne dà il Rinascimento. L’aspetto geometrico e la speculazione aritmetica all’interno della musica trovano poi ampio sviluppo nella teoria delle proporzioni da cui trae spunto il sistema tonale su cui si edifica l’intera produzione della musica barocca, classica e romantica. Il profilo lineare e spiccato d’una melodia in movimento da grado preciso a grado preciso secondo intervalli regolari e funzionalmente direzionati, produce nella modalità d’ascolto un comportamento indotto, tipico della cultura occidentale, consistente in una ricorrente fusione inconsapevole dei sensi della vista e dell’udito: non vi è solo l’intervallo intellettualizzato nel rapporto numerico, ma l’intervallo concretamente percepito che in nessun caso viene colto come un rapporto tra due numeri, ma piuttosto come una distanza tra due punti, forse anche come un vuoto tra
essi; oppure come un segmento che li collega o li separa. L’intervallo concretamente percepito è poi – come del resto la percezione in genere – ricco di immaginazione (Piana 2008: 17).
L’astrattezza della teoria si incontra con l’esattezza della percezione liberando l’immaginazione secondo una cifra occidentale, cioè lucidamente razionalizzante e interessata alla sofisticazione del talento musicale (un’inclinazione naturale che va coltivata), trovando in sé la propria ragion d’essere secondo la natura fisica delle leggi acustiche che regolano gli armonici dei suoni intonati, ad esclusione dell’universo sonoro del mondo naturale popolato di ritmi sconvolgenti dal metro irregolare, ma soprattutto di rumori non intonati dal timbro sfuocato e dallo spettro armonico complesso e indecifrabile, mancanti di punti di partenza e d’arrivo perché improduttivi d’intervalli regolari che, riconosciuti durante l’ascolto e solennizzati nella performance e nell’atto creativo, permettono di tracciare linee con la mente e disegnare contorni favolosi alle forme immateriali del suono. All’interno di tale sistema artificiale, si è sviluppato il nostro senso di musica intesa come strumento di comprensione del sensibile, di arte come cultura, di arte come cura, stimolo e consolazione dell’uomo civilizzato.
Un intero mondo di musica come figura e come narrazione va in pezzi, rovinosamente e per motu proprio, alle soglie del Novecento: la crisi del sistema tonale, del temperamento e della scala eptafonica che vi sono collegati, porterà alla ricerca di nuovi linguaggi musicali sperimentali, ma soprattutto ad una riappropriazione di tutti i suoni del mondo verso i quali la cultura occidentale aveva volto per secoli uno sguardo di estetico disincanto.
Se l’ecomusicologia si pone l’obiettivo di contribuire ad amplificare nell’uomo incivilito la sensibilità ecologica, ci parrebbe opportuno che essa affronti il vasto concetto di colonizzazione dell’ambiente, e conseguente sua devastazione, riannodando i capi della storia e ponendo come centrale ed attuale la questione dell’impatto che proprio l’uomo occidentale, il più inquinante di tutti, ha esercitato sulla dimensione sonora dello spazio vitale, e sulla sua radicale estetizzazione. Due domande soprattutto emergono sostanziali: perché la musica occidentale, metafora vivente della mimesi artistica del pensiero razionale, ha fallito nel suo compito di strumento chiave di comprensione del mondo senza riuscire nella sua lunga storia a salvare l’uomo da se stesso? Quando si è consumato il suo fallimento e perché? 
Intraprendendo tale percorso, varrebbe tra l’altro la pena di chiedersi fino a che punto lo studio della cultura musicale non si limiti necessariamente all’analisi diacronica e contestualizzata di singoli artefatti. La musica si produce in un atto performativo, essa takes place e contribuisce a modificare costantemente ed instabilmente il paesaggio nel quale trova spazio (Grimley, 2011). Gli uomini dipendono, nella propria autocostruzione culturale e fisica, dall’ambiente naturale col quale entrano in contatto: ogni artefatto che dalla loro immaginazione scaturisce riporta le tracce di questo incontro. L’innovazione tecnologica spinta allo stremo tramuta la natura stessa in un artefatto umano: rispetto ad un’etica ambientalista rigorosa, le due categorie si pongono ad un livello ontologico diverso, in quanto le cose della natura esistono in forma indipendente, mentre gli artefatti umani servono come strumenti del vivere quotidiano subordinatamente al procedere della storia (Keekok 1999).
Lasciando da parte il Novecento d’arte e la sua intensa sperimentazione tesa a superare i limiti imposti dal sistema precedente, va rilevato come il linguaggio storico tonale della civiltà musicale occidentale sia in realtà ben lungi dall’essere archiviato. Al contrario, esso sta più che mai attivamente operando una sua azione di colonizzazione della percezione, nelle maniere le più prosaiche e commerciabili proprie della comunicazione di massa a livello globale. In tale congiuntura la musica, nell’incontro con l’ascoltatore, si presenta come definitivamente oggettificata, e l’essenza dell’artefatto - rispetto all’uso che se ne fa - si rivela incapace di accendere un processo di conoscenza attivo sul piano etico, come la musica in senso classico era invece destinata a fare.
La questione dell’impegno politico è elemento dirimente rispetto allo statuto dell’ecomusicologia in rapporto al resto degli approcci ecointeressati. In effetti, sono gli artisti e gli ecologisti acustici, più dei critici, a porsi sul fronte avanzato dell’attivismo, includendo nei loro interessi di studio e di produzione argomenti quali l’interrelazione dell’uomo con il suono urbano, con l’inquinamento acustico, con le patologie dell’udito. 
Ma al di là di ciò, è un fatto che l’artista, nel compiere l’atto creativo e dando vita all’opera, si fa responsabile d’una scelta di tipo politico e di tale responsabilità il critico dovrebbe occuparsi. Sull’annosa questione della riluttanza, viceversa, della musicologia ad assumersi compiti di analisi contenutistica, specialmente politica, hanno dibattuto i musicologi Philip Bohlman, Philip Brett, Nancy Guy, Alex Rehding, etnomusicologi come van Buren, e gli esperti di ecocritica Greg Garrad e Johnatan Bate (Allen 2011: 17). In particolare Bohlman, mette in evidenza come, nonostante gli sforzi di molti, il discorso colto sull’elemento politico in musica difficilmente riesce ad andare oltre il descrittivismo, limitandosi a riflettere di musica e basta (Bohlman 1993). La necessità di impegnarsi direttamente nell’attivismo, con senso pratico, viene inoltre invocata esplicitamente da Rehding che chiede all’ecomusicologia di chiarire al più presto non solo le proprie linee guida, ma anche le proprie inclinazioni politiche (Rehding 2002): ecocriticism is sometimes compared to marxism and feminism, in that both describe fields of inquiry that go beyond the usual academic boundaries and encourage a political commitment (410, n. 3).
L’ecomusicologia è invero disciplina troppo giovane per essersi già compiutamente
 
determinata. Nell’articolo di coordinamento del gruppo di ricerca ESG, il presidente si sforza di fare il punto della situazione elencando una serie di grandi quesiti aperti, più o meno tutti derivati da una domanda di fondo: is musicology part of the problem or part of the solution? (Allen 2011: 392). Data l’intenzione dichiarata dall’ecomusicologia accademica di preferire l’approccio sociologico al fine di ottenere, pragmaticamente, risultati tangibili nell’opera di difesa dell’ambiente (e dare così segnali chiari circa la propria appartenenza ad un certo tipo di attivismo), l’elenco di Allen risulterebbe forse più completo se accresciuto con ulteriori, irrinunciabili, propositi preliminari intorno ai fenomeni attualissimi dell’inquinamento acustico e della sovraesposizione all’ascolto della musica, responsabili del rilascio d’una impronta sonora tra le più psichicamente devastanti mai conosciute nella storia dell’uomo. Inoltre, in controtendenza, auspichiamo che la visione stimolante di questa nuova disciplina conduca a sviluppare gli studi anche e soprattutto nel senso di un recupero della tradizione teoretico-filosofica ripartendo dalla quale, ecocriticamente, ci si ponga il problema di riflettere sul caso emblematico e vibrante del contributo della musica all’aspirazione di un compimento armonico dell’uomo nel suo habitat.



(Leonella Grasso Caprioli)






BIBLIOGRAFIA
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IN RICORDO DI ALEXANDER LANGER
post pubblicato in Langer, Alexander, il 21 luglio 2015


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IL BAGOLARO DI VILLA LEOPARDI
post pubblicato in Diario, il 14 maggio 2015
 

Adriana De Nichilo, donna entusiasta e transigente del Gruppo di Ecocritica della Biblioteca di Villa Leopardi, è purtroppo mancata l’ 8 marzo del 2014, a quasi 62 anni. 
Alcuni amici ed amiche del Gruppo il 18 marzo scorso hanno fatto mettere a dimora nel Parco della Villa un bagolaro (celtis australis) in Sua memoria. La data di piantumazione ha coinciso con quello che sarebbe stato il Suo 63° compleanno. 
E, domenica 12 aprile, si è svolta una raccolta cerimonia nella quale amici ed amiche, in Suo ricordo, hanno letto belle poesie e detto sincere parole in ricordo della sua ecumenicità. 
Grazie, Adriana, per quanto abbiamo condiviso insieme. 

(Niccolò De Sanctis) 

 

PER ADRIANA
post pubblicato in Calandrone, Maria Grazia, il 7 maggio 2015
 

"Arberi" di Maria Grazia Calandrone viene dedicata alla memoria di Adriana De Nichilo (1952 - 2014)
IL DILEMMA DELL'ONNIVORO
post pubblicato in Pollan, Michael, il 19 marzo 2015

  


Cosa c’è dietro quello che mangiamo? Come scegliere una corretta alimentazione? Michael Pollan, uno dei massimi esperti in materia, indaga sulle varie catene alimentari per scoprire da dove viene la bistecca che ci troviamo nel piatto, come è vissuto l’animale da cui deriva, di quali alimenti si è nutrito, quali farmaci ha ingerito. E capire anche, dal campo alla foglia al sacchetto preconfezionato, cosa nasconde una confezione d’insalata.
Inizia così un’appassionante viaggio tra piccole fattorie e produzioni industriali, fast food e supermercati, fabbriche e impianti di macellazione. Per concludere con orrore che quello che mangiamo, in molti casi, è in buona percentuale petrolio.
Il libro si riferisce specificatamente alla realtà degli Stati Uniti, diversa da quella europea, ma il messaggio è universale: dobbiamo tutti avere la consapevolezza di ciò che mangiamo, perché è a tavola che tuteliamo la nostra salute.
Dunque la prima domanda è: chi mangia cosa? In che consiste una catena alimentare? Quali sono le principali catene alimentari che interessano l’uomo? L’autore ne esamina tre: la catena industriale del mais, la catena pastorale dell’erba, la catena fai-da-te del bosco.
Seguire l’ascesa di Zea mays, cioè del granturco, è affascinante quanto una spy-story. Senza questo cereale i coloni del nuovo mondo non sarebbero mai stati in grado di costruire una potente nazione. L’unione tra mais e americani è indissolubile: gli uomini dipendevano da questa pianta e il mais dal canto suo senza i coloni si sarebbe probabilmente estinto. Il mais è divenuto l’elemento centrale dell’industria alimentare, del consumismo, del 
capitalismo, dei supermercati e dei fast food. E’ una pianta flessibile e versatile che, nutrita da concimi di origine petrolchimica, raggiunge la densità di 75.000 piante per ettaro. Si presta anche alla creazione di ibridi sterili brevettabili, fattore basilare nelle imprese agroalimentari. Incrementata da congrue sovvenzioni statali la coltivazione del mais si è estesa negli Stati Uniti Uniti senza incontrare barriere. Dove un tempo esistevano fattorie, 
pascoli, boschi, piccoli allevamenti di bestiame e tutto un paesaggio agrario complesso, ora si estende la monocultura del mais, nutrito dal petrolio. Gli allevamenti industriali di bovini usano mangimi a base di mais. Ma i bovini sono erbivori, il loro stomaco non è fatto per digerire granaglie. Si ammalano. Di conseguenza il protocollo nutritivo prevede massicce dosi di antibiotici, che si fissano nelle nostre bistecche. Potrebbe andar meglio con i polli, per i quali il mais è compatibile, ma i sistemi di 
pollicoltura industriale descritti nel libro fanno paura.
Dal mais si ricavano anche i dolcificanti, gli addensanti, le farine che sono alla base di tutti i prodotti che troviamo nei banchi del supermercato, ad esempio biscotti e merendine. E il consumatore, nella catena alimentare che parte dal mais, ingerisce quotidianamente la sua dose di petrolio e di antibiotici.
Partendo dall’erba la situazione è diversa. Nelle fattorie che hanno come base l’utilizzo del pascolo un sapiente uso della rotazione degli animali su uno stesso appezzamento crea un ecosistema che si alimenta da sé, senza utilizzo di concimi e di antibiotici. Su una porzione di pascolo si alternano bovini e polli (che si nutrono, oltre che di erba, anche di larve e parassiti presenti nelle feci dei bovini), 
che assicurano la concimazione del terreno senza dover ricorrete ad additivi chimici.
La catena del bosco è quella del cacciatore e del raccoglitore di funghi. Difficile da praticare per la maggior parte degli umani.
Il pranzo acquistato da McDonald’s (pranzo a basso costo basato sulla monocoltura del mais) e quello del cacciatore-raccoglitore stanno agli estremi dello spettro alimentare umano. Vanno considerati entrambi come alternative irrealistiche e non sostenibili, dice l’autore. Sarebbe però importante scegliere il cibo chiedendoci cosa stiamo mangiando, da dove viene, come è arrivato sul nostro piatto, quanto costa in termini reali. Negli Stati Uniti l’hanno dimenticato. Cerchiamo almeno di ricordarci che qui 
da noi, nella patria dello slow-food, la ricchezza alimentare e la biodiversità sono un’incomparabile patrimonio. Ricordiamoci anche che proprio il fatto di avere una alimentazione 
variata ha stimolato la nostra crescita cerebrale. Se ci fossimo abituati a mangiare un solo tipo di cibo avremmo un cervello piccolo come quello dei koala. Essere onnivori, come i topi e i maiali, ci rende più intelligenti.




(Rita Cavallari)







Michael Pollan, Il dilemma dell'onnivoro, Adelphi, 2008 [ * ]

 
LA TERRA, IL PAESAGGIO, LA LETTERATURA
post pubblicato in Ferracuti, Angelo, il 5 dicembre 2014

L'articolo che segue è apparso su Nazione Indiana il 5 dicembre scorso in occasione del World Soil Day. Lo si riporta in omaggio alla vocazione ecocritica che questo blog, dove sono stati raccolti i contributi del Circolo di Ecocritica Villa Leopardi, ha sempre avuto. Il Circolo dopo cinque anni ha cessato la sua attività. La riflessione nella letteratura del rapporto con la terra, con il paesaggio, con la memoria dei luoghi, è la tematica rimasta a livello individuale negli interessi dei partecipanti al Circolo. Sotto il segno della linea pedagogica indicata da Duccio Demetrio in "La religiosità della terra".   
Girando parecchio l’Italia, negli ultimi periodi mi sono reso ancora di più conto di come il paesaggio marchigiano, fermano, mi appartenga interiormente in modo molto forte per intima consonanza. Come questo condizioni il mio umore, un’idea estetica in generale, persino lo stile, la scrittura che adopero, l’organizzazione dello spazio, e come non riesco a staccarmene, nonostante poi la vita di provincia sia in realtà abbastanza claustrofobica e fisiologicamente noiosa.
Sono nato in una famiglia contadina, e di quel mondo ho ancora molta nostalgia. Quindi sono un assiduo frequentatore dei “luoghi persi” di cui parla il poeta Umberto Piersanti, amo molto la terra, la natura, gli alberi, e vado spesso in cerca di silenzio in un mondo frastornante, dove i rumori di sottofondo sono una parte del dominio, del caos, della confusione, e confondono le idee. Nelle nostre campagne ritrovo l’armonia, l’ordine e il disordine naturale, la quiete.
Quando vado in un’altra regione, la prima cosa che mi viene da fare è un paragone di paesaggi, e anche di abitudini, di riti quotidiani, quali sono le diversità tra il luogo di residenza, e quello dove sono arrivato. Spesso mi accorgo che il mio occhio si è in qualche modo allenato su queste colline marchigiane, sui paesi arroccati, nei piccoli luoghi, che basta spostarsi di pochissimi chilometri e si scorge oppure si arriva direttamente al mare. Almeno dalle mie parti. Certo nel nord delle Marche non è sempre così, se penso a Falconara, con quel Moloch orribile della raffineria dell’Eni, una città di mare dove il mare non si vede mai. Ma il paesaggio della Sardegna, per esempio, è più impegnativo da un punto di vista strettamente naturalistico, più selvatico e roccioso, a volte soffoca, la stessa cosa vale per quello abruzzese, tanto per fare degli esempi tangibili, mentre in Calabria in pochi chilometri si passa dall’alta montagna al mare, in modo molto netto, quasi violento, e le speculazioni edilizie, gli sfregi della ‘ndrangheta, hanno irreparabilmente violentato cittadine e costa, molti luoghi da quelle parti sono inguardabili.
Il nostro paesaggio è assolutamente conservato meglio, anche se sulla costa non c’è più un tratto di spiaggia libera, tutti i piccoli chalet degli anni ’60 dalle tinte pastello si sono quadruplicati di dimensioni, diventando spesso ristoranti, campi di calcio, luoghi del brutto, del cattivo gusto e del consumismo di massa in salsa spettacolar-televisiva, dove gli zombie saltellano nell’acqua. La costa marchigiana che si vede dal treno è spesso così, e non è un bello spettacolo.
Anche da noi ormai vince l’idea che il paesaggio non deve essere tutelato ma sfruttato come le persone, il consumo di suolo della nostra Regione è tra i più alti d’Italia, si cementifica molto. Sono tutt’altro che uno specialista di queste cose, ma nel 1998, in occasione del bicentenario leopardiano, proprio per onorare questo illustre antenato, scrissi un racconto che uscì in un libro (gli altri scrittori erano Gilberto Severini, Claudio Piersanti, Eraldo Affinati e Laura Pariani) al quale tengo molto e la dice lunga su come la penso. La letteratura può dire tutto ciò che in genere non si può dire, e resta una forma, una rappresentazione del mondo spesso avversa che si materializza rispetto a quella del potere. La letteratura mostra cose che possono esistere, che possono accadere, e anche i loro paradossi. E’ un altro modo di vedere il mondo, spesso di chi è stato sconfitto ma non ha perso la speranza di cambiare. In realtà nella società dell’eterno presente, dove l’esperienza di molte vite si gioca sull’attimo, così come suggerito dalle culture neoliberiste che con impeto necrofilo, una idea di distruzione, cavalcano il mito del consumo, credo che l’attenzione per il paesaggio, per lo sviluppo compatibile delle città, dei paesi, e dentro questo il recupero di una socialità, interessi davvero una minoranza di persone e venga percepito come qualcosa di anacronistico. La maggioranza vede ormai tutto come qualcosa da consumare, dal sesso a una gita in barca, annullando tutto quel sentimento del tempo che ci hanno insegnato gli antichi. Quindi, siccome lo spettacolo deve continuare, è questo che vuole il potere, tutto deve essere consumato, da una funzione religiosa a un film pieno di rapporti anali con protagonisti uomini e animali, la suora che canta il rock e il festival di musica sacra, la religione di questo tempo è non fermare “lo sviluppo”, “la crescita”. Ma nella foga avevo dimenticato il mio racconto, che si intitola “Un barbaro”, al quale sono molto legato, e l’antologia, “La città raccontata”, curata da Daniele Garbuglia. Ebbene a Recanati, nel natio borgo selvaggio, questo vecchio impazzisce, prende in mano lo schioppo, si barrica in casa e dal balcone comincia a sparare contro i manovali che stanno costruendo un palazzo di fronte alla sua casa colonica e stanno cancellando “la vista” dell’ermo colle. Arrivano i carabinieri, e il figlio, che vive in un comune vicino, avvertito da questi ultimi, e, nonostante da fuori tutti cerchino di convincerlo alla resa, il vecchio leopardiano continua a combattere finché non resta ucciso nel conflitto a fuoco con i militari. Ovviamente non è un invito ad imbracciare le armi, come dicevano una volta i cattivi maestri, ma a non smettere di lottare e di pensare con quelle pacifiche del pensiero, di cui anche la letteratura è parte.



(Angelo Ferracuti)








(apparso su Nazione Indiana del 5 dicembre 2014)

 




WATCHTOWER OF TURKEY + GEZI PARK
post pubblicato in Diario, il 20 ottobre 2014

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MICHAEL OPPITZ
post pubblicato in Gargani, Aldo Giorgio, il 4 settembre 2014
  

Nell'Accademia delle Scienze e delle Arti di Berlino salendo la scala che portava dalla mia stanza da lavoro, dal mio Arbeitszimmer, alla cucina, o viceversa scendendo dalla cucina diretto verso la mia stanza da lavoro, incontravo quasi ogni giorno l'etnologo Michael Oppitz, che anche lui scendeva dalla cucina verso la sua stanza o dalla stanza saliva in cucina, e al primo incontro al mattino guten Morgen risuonava lungo la scala, ma poi si presentavano altre numerose occasioni nel corso della giornata di incontrare Michael Oppitz, questo geniale etnologo tedesco, su quella scala - oltre al guten Morgen che risuonava per lo più di primo mattino, oltre ai miei innumerevoli colloqui deliberati con Michael Oppitz il più geniale etnologo tedesco della Germania Federale, non sufficientemente riconosciuto come il più geniale etnologo tedesco, che gli Stati Uniti, la Francia e l'Inghilterra invidiano alla Repubblica Federale Tedesca, il tedesco più critico verso i tedeschi che io abbia mai conosciuto e il tedesco che più di ogni altro ama la lingua tedesca, secondo a nessuno tedesco nel suo culto della lingua tedesca - e non c'è mai stata occasione nei nostri incontri su quella scala per la durata di undici mesi nella quale Michael Oppitz non mi abbia rivolto una breve frase che si riferiva esclusivamente alla circostanza precisa del nostro incontro, che non si riferiva mai a quello che era già accaduto o che sarebbe accaduto o che accadeva lontano da quella scala, e che era sempre una frase molto semplice, ma che solo la genialità di Oppitz rendeva possibile e che non era destinata a comunicare qualcosa o a mettere in guardia da qualcosa o a prevedere qualcosa, ma semplicemente ad accompagnare la circostanza stessa che noi ci incontravamo, per completare con il linguaggio la circostanza che noi ci incontravamo. E questa era la frase di Oppitz. Oppitz non sa e forse non saprà mai cosa vuol dire la frase di Oppitz, e in questo risiede precisamente la chiave della frase di Oppitz, che Oppitz ha detto ogni volta la sua frase come se lui non sapesse di dire la sua frase, perchè piuttosto Oppitz è la sua frase, e se Oppitz avesse la cognizione della sua frase, Oppitz non sarebbe più Oppitz e nemmeno la frase di Oppitz sarebbe più la frase di Oppitz. Se un amico o un'amica o una donna innamorata di Oppitz o anche semplicemente un conoscente di Oppitz dovessero spiegargli il significato della sua frase per ammirazione, per stima, per affetto o anche per gratitudine, Oppitz sarebbe rovinato per sempre; questa era stata la mia convinzione dall'esatto momento nel quale io avevo fatto la sua conoscenza, che se io o un altro per stima o ammirazione o gratitudine avessimo spiegato a Oppitz anche semplicemente l'effetto della sua frase su di noi, noi avremmo guastato Oppitz una volta per tutte. La frase che Oppitz mi rivolgeva di volta in volta, durante i nostri traffici quotidiani sulla scala, non era proferita per avanzare una spiegazione o un'ipotesi o una definizione, come per lo più facciamo nelle circostanze più ordinarie della vita anche se non ci accorgiamo proprio in quelle circostanze di avanzare continuamente definizioni, ipotesi e spiegazioni - senza sosta in realtà noi non facciamo altro che avanzare definizioni, spiegazioni e ipotesi - perchè la frase di Oppitz era il gesto di un'esistenza, era un'esistenza, e lui ogni volta costruiva  la sua frase così come doveva aver visto sulle montagne del Nepal piantare pali e costruire capanne; sulle montagne del Nepal per nove anni consecutivi nel medesimo villaggio senza rimettere piede nella Germania Federale aveva visto piantare pali e costruire capanne, aveva visto la vita innalzarsi mentre venivano alzate le capanne, e tutto questo doveva aver costituito il presupposto della sua frase che lui proferiva sulla scala che portava dagli Arbeitszimmern alla cucina dell'Accademia delle Scienze e delle Arti di Berlino. Oppitz era ritornato nella Repubblica Federale Tedesca dopo nove anni trascorsi consecutivamente nel Nepal e naturalmente aveva incontrato numerose difficoltà nel suo processo di acclimatizzazione, nei primi tre anni nonostante la sua corporatura eccezionalmente robusta si era trascinato da un'influenza ad un'altra, e il suo processo di adattamento non era certo riuscito subito al primo tentativo, aveva dovuto compiere almeno decine di tentativi prima di riuscire ad acclimatizzarsi ad un'esistenza divenuta per lui irriconoscibile, ma in ogni caso non gli era più riuscito di abitare e di vivere in un appartamento europeo; qualunque soluzione abitativa, come si suol dire, purchè non fosse un appartamento europeo; meglio l'Accademia delle Scienze e delle Arti di Berlino dove la vita era meno pratica che in un appartamento europeo, piuttosto che in un appartamento europeo. All'Accademia delle Scienze e delle Arti di Berlino Oppitz non si era messo a teorizzare sul villaggio del Nepal dove aveva passato nove anni di seguito, piuttosto lui mostrava, senza averne l'intenzione, di aver abitato nove anni consecutivi in un villaggio del Nepal; per questo quando nel corso di undici mesi io l'avevo incontrato sulla scala dell'Accademia delle Scienze e delle Arti di Berlino, lui non era stato il profeta della sua frase, ma era stato la sua semplice frase e basta, quella che tutti noi, che abbiamo avuto il privilegio di conoscerlo, abbiamo chiamato la frase di Oppitz.  

"Dacchè sono all'Accademia non mi interessano più i miei sciamani" mi aveva detto una sera Michael Oppitz; tutti all'Accademia delle Scienze e delle Arti di Berlino invidiavano Michael Oppitz perchè era stato sulle montagne del Nepal per nove anni consecutivi in compagnia dei suoi sciamani e ora a lui non interessavano più i suoi sciamani, lui aveva tenuto la conferenza più bella la conferenza più apprezzata di ogni altra all'Accademia sui suoi sciamani e ora lui non si sentiva più interessato ai suoi sciamani dacchè era entrato all'Accademia delle Scienze e delle Arti di Berlino, perchè non voleva, aveva detto, "diventare un impiegato dello Stato grazie agli sciamani". "Io non so se lei in Italia sia un impiegato dello Stato", Oppitz mi aveva detto, "ma uno non può studiare Wittgenstein, uno non può studiare gli sciamani e poi diventare un impiegato dello Stato perchè è la cosa più ripugnante che vi sia diventare impiegati di quello Stato che in realtà è uno Stato che bisognerebbe semplicemente distruggere, e la verità è invece che uno fa una ricerca la scrive la batte a macchina o al computer, la pubblica, e poi diventa un impiegato dello Stato". Tutti invidiavano Oppitz perchè aveva tenuto la conferenza che senza dubbio era stata la conferenza più bella e più convincente tenuta all'Accademia. Forse la conferenza più bella e più convincente tenuta all'Accademia dall'anno della sua fondazione, e tutti erano diventati gelosi della conferenza di Oppitz. "Come si fa a tenere una conferenza dopo quella di Oppitz!" risuonava per tutta l'Accademia. Non più tardi di tre settimane dopo la sua conferenza una sera Oppitz al termine di una partita di tennis, mi aveva detto che non lo interessavano più i suoi sciamani; la signora Granger, dopo la partita mi aveva detto: "Lei giuoca con la testa" toccandosi con il dito la fronte "lui", indicando Oppitz, "lui giuoca come uno sciamano". "A me interessano altre cose", Oppitz aveva detto, "per esempio, come si vestono quì le persone, quale abito indossano a seconda delle occasioni, mi interessa quale vestito indossa la signora Granger o il prof. Neumann in occasione di un ricevimento quì all'Accademia delle Scienze e delle Arti, come muovono le mani, come gestiscono, questa è l'unica cosa che attualmente mi interessa; il prof. Neumann, non lo ha notato?, quando parla stende le braccia in avanti, poi le allarga verso i lati aprendo contemporaneamente le dita delle mani e alla fine le ritrae verso il petto in un gesto di ricomposizione, come se imitasse la simmetria che lui spera esista nell'universo, tutte le volte che parla lo fa". "Il fatto è che quì sono tutti impiegati dello Stato e noi invece dovremmo distruggere lo Stato invece di diventare impiegati dello Stato, e poi questi scienziati che sono impiegati dello Stato sono anche avari", e dopo una breve pausa aveva aggiunto: "e anche il nostro amico Dieter Kessler è avaro, l'avarizia veda è fondamentale, loro reagiscono a questa accusa dicendo di essere non avari ma parsimoniosi e invece sono avari; dicono che hanno famiglia e devono 'stare attenti' e invece non sono attenti, sono semplicemente avari. Il prof. Neumann mi ha invitato una sera a cena e per tutto il tempo non ha fatto quasi altro che parlare con sua moglie di quanto gli sarebbe costata una coppia di amici invitati per la settimana successiva. Me presente, capisce?", aveva detto Oppitz, sottolineando le parole "me presente". "Quì sono tutti avari o quasi tutti avari, perfino il nostro amico Kessler è avaro. Poi quando ero negli Stati Uniti avevo chiesto un appuntamento a Peter Jameson, il famoso antropologo, che mi aveva finalmente ricevuto una mattina nel suo studio di New York e creda non è di antropologia che abbiamo parlato, di tutto fuorchè di antropologia abbiamo parlato; io gli avevo chiesto di rilasciarmi un'intervista per la "Zeitschrift fur Soziologie und soziale Anthropologie", e lui mi aveva cominciato a dire che se io volevo che parlasse dell'organizzazione tribale degli indiani Hopi, lui allora esigeva perlomeno 800 dollari che potevano scendere a 500 dollari se io mi limitavo a porgli domande strettamente concernenti le cerimonie nuziali degli indiani Hopi ma che qualora io avessi circoscritto il mio questionario a 'problemi e riflessioni sul mestiere dell'antropologo', capisce?, qualcosa di generale, Jameson mi aveva detto, allora avremmo potuto metterci d'accordo anche per 350 dollari, purchè io non scantonassi con le mie domande che dovevano rimanere metodologiche, diversamente la somma pattuita sarebbe ritornata in discussione. Alla fine non ne abbiamo fatto nulla. Non è fantastico?". Dopo una pausa aveva ripreso a dire: "Lei non crede che anche quì all'Accademia delle Scienze e delle Arti siano tutti avari, o quasi tutti avari, loro dicono di essere parsimoniosi e invece sono avari, loro dicono di essere parsimoniosi e invece sono anali, l'avarizia creda è il loro dato fondamentale", aveva concluso con un sospiro. "Non prendo mai caffè" - aveva ripreso dopo una pausa - "perchè mi fa venire i battiti al cuore, fumo una sigaretta dopo l'altra alla sera dopo cena bevo il vino ma non prendo mai caffè, non perchè mi impedisca di dormire, non lo prendo mai nemmeno la mattina perchè mi fa venire i battiti al cuore. Non ero mai riuscito a spiegarmelo prima, poi la ragione è emersa nell'analisi. Sono dovuto entrare in analisi al mio ritorno in Germania dal Nepal, dopo nove anni consecutivi nel Nepal non riuscivo ad acclimatizzarmi in Germania, non riuscivo nemmeno a vivere in Germania questa è la verità, e così sono entrato in analisi. E' stato nel corso dell'analisi che è emersa la faccenda dei battiti del cuore dovuti apparentemente al caffè ma che in realtà, come ha mostrato il mio analista, non dipendevano minimamente dal caffè; i battiti del cuore mi venivano soltanto dopo aver bevuto il caffè ma il caffè che bevevo non aveva nulla a che fare con questi battiti che mi portavano certe volte allo stordimento e alle vertigini. E' emerso con il mio psicoanalista un episodio che avevo completamente dimenticato, rimosso come si suol dire, la storia risale a quand'ero bambino nelle notti a Koln quando io dormivo nella medesima stanza con mia madre e lei la notte si svegliava per andare a prepararsi una tazza di caffè in cucina. Le serviva per riaddormentarsi. Io mi svegliavo ogni volta che lei si alzava e andava in cucina e quando lei tornava, dopo aver bevuto il caffè, lei si addormentava subito, mentre io non mi addormentavo più". Erano le due del mattino e Oppitz mi guardava con gli occhi lucenti come quelli dello sciamano il quale nel film-documentario girato da Oppitz nel villaggio del Nepal, proibito dal governo del Nepal, proiettato nella grande sala per le conferenze dell'Accademia delle Scienze e delle Arti di Berlino, aveva profetizzato la sua morte, "prevedo di morire il prossimo anno, l'anno prossimo io sarò morto". Con il suo corpo Oppitz era già presso di noi all'Accademia delle Scienze e delle Arti di Berlino, ma la sua mente era rimasta lassù nel villaggio del Nepal nel quale, secondo il resoconto di Oppitz, esisteva una società senza potere, nella quale nessuno era investito di un potere sugli altri ed esisteva semplicemente una forma di vita collettiva che gli abitanti del villaggio condividevano su un piede di parità. Il film girato da Oppitz e poi proiettato all'Accademia era stato proibito dal governo del Nepal sotto l'accusa di separatismo, e Oppitz era stato perfino arrestato per via del suo film dalla polizia nepalese. Molti, quasi tutti i membri dell'Accademia il giorno dopo la conferenza di Oppitz erano gelosi e turbati allo stesso tempo da quello che avevano udito e visto nel corso della conferenza al punto che l'indomani, insieme alle manifestazioni della più sconfinata ammirazione, avevano contestato a Oppitz l'idea stessa di una società o di una comunità nella quale non esista un potere politico istituzionalizzato, spinti più che da ragioni di carattere scientifico soprattutto dalla gelosia nei confronti di Oppitz da un lato per quello che lui era riuscito a scoprire e dall'altro nei confronti di una società nella quale non esistevano impiegati dello Stato, nella quale dunque essi non sarebbero nemmeno esistiti o nella quale essi eran già tutti morti. Gli uomini infatti fisicamente muoiono una sola volta ma nei loro pensieri sono innumerevoli volte già tutti morti. Come ci sono modi differenti di vivere, così vi sono modi differenti di morire che dipendono dal modo nel quale si è vissuto, la qualità della morte dipende in realtà dalla profondità del dolore attraversato nella vita e dalla qualità del dolore che si attraversa nella vita. Da bambini specialmente ci si sente morire continuamente; nessuno come un bambino si trova continuamente faccia a faccia con la morte; il dolore dei bambini è il più grande dolore che ci si possa immaginare perchè a differenza di quello degli adulti, che ordinariamente si mantiene entro i confini della vita senza uscire dai limiti dell'esistenza comune, il dolore dei bambini è il dolore infinito che si scontra immediatamente con la sensazione dell'irreversibilità del male e del pericolo, la quale è la prima rappresentazione della morte davanti agli occhi dei bambini. I bambini si sentono morire decine di volte ogni giorno; la parola 'morte' e il suo significato lo apprenderanno magari molto più tardi, ma molto prima intanto loro si sentiranno continuamente morire, i bambini mediante i loro desideri struggenti e la sensazione dell'irreversibilità della loro delusione si trovano ogni giorno faccia a faccia con la morte. I membri dell'Accademia delle Scienze e delle Arti di Berlino erano gelosi della conferenza di Oppitz e al tempo stesso allarmati dalla conferenza di Oppitz, il quale era l'unico ospite dell'Accademia senza una posizione all'Università e senza in realtà una posizione qualsiasi, erano gelosi della conferenza di Oppitz per via di quella comunità senza potere che Oppitz aveva illustrato obiettivamente e senza idealizzare, ma che era responsabile della felicità che era rimasta impressa come un bagliore sulla faccia di Oppitz, al quale l'indomani i membri dell'Accademia avevano contestato la possibilità stessa di una società senza il potere istituzionalizzato dello Stato, nella quale loro si aspettavano che gli uomini si avventassero gli uni contro gli altri come lupi sulla base del concetto di 'stato di natura' che avevano appreso dai loro libri, nonostante che nel film proiettato da Oppitz avessero visto soltanto le facce serene dei nepalesi che sorridevano senza sapere di essere seguiti da una cinepresa. Tutti all'Accademia erano diventati gelosi della faccia di Oppitz perchè al termine della proiezione del documentario sul villaggio del Nepal e della conferenza di Oppitz erano riusciti finalmente ad afferrare la ragione della faccia di Oppitz.
Non si sarebbe potuto immaginare una differenza più grande di quella tra la conferenza di Oppitz e quella tenuta una settimana dopo da un noto sociologo americano che in preda ad un forte raffreddore aveva delineato un modello teorico di società nella quale gli uomini potrebbero realizzare l'ottimizzazione delle utilità sulla base di un'appropriata politica di allocazione delle risorse fondata sul principio di una filosofia statuale della solidarietà e dell'eguale ripartizione delle opportunità fra i membri della collettività. Tutti i membri dell'Accademia, ad eccezione di Oppitz che non aveva partecipato alla conferenza perchè era andato ad accompagnare all'ufficio di polizia un turco, al quale era stato negato il permesso di residenza a Berlino, che non sapeva parlare il tedesco e non era perciò in grado di spiegare le sue ragioni, che non avendo mai trovato lavoro era rimasto per lo più chiuso in casa vivendo del denaro ricavato dai lavori occasionali della moglie che incontrando la gente aveva imparato un po' di tedesco e che si era in precedenza presentata, al posto del marito, all'ufficio di polizia dal quale era stata però respinta in quanto dichiarata "membro non sufficientemente rappresentativo del nucleo familiare in oggetto". Tutti all'Accademia avevano tirato un sospiro di sollievo al termine della conferenza del sociologo americano che aveva "sviscerato", come era stato sottolineato, i problemi più urgenti di una società in corso di sviluppo, "rivisitandoli" come era stato sottolineato da cima a fondo ma che poi li aveva anche rimessi al loro giusto posto e in realtà esattamente dove si trovavano già prima che lui parlasse, ricollocandoli nello Stato che esisteva prima della conferenza, il quale era stato sospeso durante la conferenza, provvisoriamente sospeso per ragioni euristiche (come si suol dire) ma che alla fine della conferenza era ancora lo Stato del quale tutti i presenti erano gli impiegati, lo Stato riconfermato e riordinato mediante la dottrina della solidarietà e dell'equa distribuzione delle opportunità sociali, la quale aveva strappato un sorriso di compiacimento ai presenti e un caldo applauso rivolto al conferenziere.

Il Presidente mi aveva parlato per undici mesi, quasi ogni giorno eccetto naturalmente che nei fine settimana dei programmi di ricerca dell'Accademia delle Scienze e delle Arti e io mi sentivo già morto, perchè il presidente dell'Accademia non era ancora nato, mentre mio padre, che era nato effettivamente, era già morto. "Sono come un clandestino", avevo detto una volta in sala dell'Accademia a Michael Oppitz, alle tre del mattino, perchè dovrei scrivere un libro sulla simmetria nella filosofia delle scienze naturali e invece sto scrivendo un libro su mio padre, e Oppitz aveva esclamato: "toll!", "magnifico, Giorgio!"; era la prima volta che mi chiamava Giorgio, anzichè rivolgersi con il Sie, Lei, e poi avrebbe continuato da allora ad alternare il lei e il tu a seconda se parlavo o no del libro che scrivevo su mio padre; "ma la verità è che tu non mi parli ancora abbastanza di tuo padre" lui aveva continuato, mentre arrivava l'alba dalle finestre della sala dell'Accademia delle Scienze e delle Arti di Berlino, Oppitz mi parlava su mio padre sul fondamento delle esperienze attraversate nel villaggio sulle montagne del Nepal, e che ora dilagavano su di noi come un fiume che sale sugli alberi; uno va nel Nepal, avevo pensato allora, e sta con gli abitanti di un villaggio per nove anni, sta con gli sciamani, parla e fuma con gli sciamani di un villaggio del Nepal per nove anni consecutivi, e poi, io avevo pensato, mi parla di mio padre a Genova preso per una vita a calci nel sedere. Ma non c'è bisogno di spiegare, avevo pensato allora senza che mi venisse in mente nemmeno di dirlo, che non c'è alcun bisogno di spiegare; perchè si spiega soltanto quando non si comprende, quindi si spiega quando ormai non c'è più speranza di comprendere; mio padre, l'alba, Oppitz, il Presidente dell'Accademia che in quel momento dormiva, avevo pensato, avevo inteso senza spiegare; certi uomini nel corso della loro vita vengon presi a calci e poi loro restituiscono arte e poesia, l'amore per la vita che è l'unica salvezza, non la vita stessa; mio padre dipingeva la gioia di vivere mentre dipingeva in un quadro una piazza di Genova dove era stato preso a calci, per una vita mio padre non aveva fatto altro che ricevere calci e insulti e per una vita non si era stancato di dipingere la gioia di vivere mentre dipingeva Genova, si alzava alle cinque del mattino per dipingere, ogni giorno, Genova.

Noi incontriamo le persone più diverse, udiamo le vicende più diverse della gente e poi quando risaliamo indietro nella loro storia troviamo prima o poi l'avarizia. "E anche il nostro caro amico Dieter Kessler è avaro" aveva detto con amarezza quella notte Michael Oppitz, e io ero rimasto sbalordito all'idea che Dieter Kessler fosse avaro, ma mi ero reso conto che lo era nell'attimo stesso nel quale Michel Oppitz aveva detto con amarezza "anche il nostro amico Dieter Kessler è avaro"; come si dice ordinariamente che nell'istante prima della morte tutta la vita passa davanti agli occhi, a me erano passate davanti una dopo l'altra le persone da me conosciute che erano risultate avare e nello stesso momento per la prima volta mi erano anche apparse completamente diverse come mai le avevo viste sino a quel momento, solo la compagna della mia vita Paola Palareti, mio figlio Marco e Carlo Ginzburg non sono avari, avevo pensato allora, soltanto loro non sono mai stati avari, avevo pensato, mi ricordo, nemmeno una volta avari. Michel Oppitz non era avaro, era andato in un villaggio del Nepal nel quale aveva trascorso nove anni consecutivi per sfuggire ai tedeschi che sono normalmente avari, per i quali l'avarizia è una Prinzipienfrage. Alcuni membri dell'Accademia delle Scienze e delle Arti di Berlino  incontravano la loro principale difficoltà nel fatto di essere tedeschi e approfittando della circostanza che nell'Accademia vi erano molti ospiti inglesi, americani e francesi si erano messi a parlare in inglese o in francese, qualcuno di questi membri tedeschi aveva perfino tenuto in inglese la sua conferenza, alcuni avevano rinunciato a suonare il violino o il pianoforte per non essere identificati nell'educazione musicale tedesca che come si sa non è seconda a nessuna. "I tedeschi" mi aveva detto Oppitz che non aveva rinunciato alla lingua tedesca la quale anzi aveva dichiarato di amare, "sono gross, laut und anal in psychoanalytischen Sinne", grossolani, stentorei e anali in senso psicoanalitico; proprio perchè l'avarizia è uno strato così profondo della nostra mente noi stentiamo a riconoscere i fenomeni che non esisterebbero se non esistesse l'avarizia, poi una volta scoperta l'avarizia noi afferriamo allora un'infinità di cose che fino allora ci sembravano casuali e inspiegabili e che invece una volta scoperta l'avarizia risultano fenomeni scientifici dell'esistenza umana. L'avarizia: cioè passare la vita assaporando il risparmio del denaro che si possiede, fisicamente; passare la vita assaporando l'astinenza d'essere, idealmente. Michael Oppitz, che non era uno psichiatra, poteva aiutare e di fatto aiutava le persone, poteva perfino in certi casi guarire le persone in quanto lui conosceva il potere dell'avarizia e non era avaro, mentre lo psicoanalista di Tubingen il quale conosceva oltre al potere dell'avarizia anche l'eziologia dell'avarizia sulla quale teneva conferenze e pubblici dibattiti, sulla quale parlava con una competenza che tutti gli altri psicoanalisti gli invidiavano, ma che era avaro, vedeva morire i suoi pazienti che si suicidavano per via della sua avarizia, che era l'unica causa che gli sfuggiva - ma che era la causa dell'interferenza che gli impediva di vedere e di comprendere i suoi pazienti, parte dei quali era votata al suicidio - che gli sfuggiva come sempre del resto ci sfugge l'essere stesso che noi siamo e che proietta sè nei nostri pensieri senza che i nostri pensieri ce lo rivelino ed è alla fine l'attore silenzioso delle nostre azioni.



(in Aldo Giorgio Gargani, Sguardo e destino, Laterza, 1998 [ * ])







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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 4/9/2014 alle 11:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SCIAMANI DEL PAESE DEI CIECHI
post pubblicato in Oppitz, Michael, il 25 luglio 2014

   

 
Sciamani del paese dei ciechi è un documentario del 1981 sui guaritori di una remota regione del nord-ovest del Nepal. Il film mostra lo sciamanesimo dei Magar in tutta la sua varietà. Si segue il faticoso processo di iniziazione che ogni adepto deve passare prima di poter entrare nella corporazione dei guaritori. Egli partecipa a molti riti e sedute spiritiche che gli sciamani eseguono per curare le malattie dei loro pazienti e per proteggerli dalla sfortuna. Tutte le sfaccettature di questa religione sono presentate in un linguaggio visivo secondo la prospettiva Magar, trascurando tutte le speculazioni teoriche che di solito proliferano su questo tipo di soggetto. 
La prima parte del documentario consente di visualizzare una serie di rituali di guarigione effettuata dagli sciamani della regione del Dhaulagiri. La seconda parte si concentra sulla trasmissione della conoscenza dello sciamano da maestro ad allievo. E' una trasmissione orale, dove tutto succede durante delle sedute spiritiche, dove è richiesto alla pupilla dell'allievo di guardare e imitare le prestazioni del maestro. Questo comporta anche produrre gli utensili e gli accessori necessari al rito, preparare un luogo sacro ed un altare, eseguire le operazioni nel giusto ordine, e soprattutto imparare i canti mitici, le storie originarie e i canti ausiliari, ripetendo la linea del maestro al suono del tamburo. [ * ]

"In questo film ho cercato di esprimere tre peculiarità dello sciamanesimo: la natura epica dei rituali sciamanici; il colore mitico della vita quotidiana; l'aura trascendentale del paesaggio odierno di una società particolare dell'Himalaya. Solo dagli ultimi trent'anni del XX secolo i ricercatori hanno avuto la posssibilità di guardare allo sciamanesimo con occhi nuovi come ad un'esperienza viva di una remota regione montuosa dell'Himalaya. Ho colto quest'opportunità ed ho cominciato a metà degli anni '70 a concentrarmi su una variante locale di questo fenomeno: i guaritori dei Magar del nord vicino al massiccio del Dhaulagiri, nel Nepal nord-occidentale. Nel corso di un campo-studio di 18 mesi e poi in tre successive spedizioni con una piccola troupe ho potuto documentare in parole e immagini una delle numerose forme locali di sciamanesimo. Sciamani del paese dei ciechi è il risultato più conosciuto di questa ricerca. (Rifacendosi ai loro miti i Magar chiamano il loro spazio vitale "paese dei ciechi", sarcasticamente considerandolo impestato dalla cecità).
Il film, della durata di circa quattro ore, mostra lo sciamanesimo dei Magar in tutte le sue sfaccettature nell'attività di locali guaritori che rispondono alla loro chiamata soprannaturale attraverso un lungo processo di iniziazione. Senza pregiudizi teorici il film mostra vividamente molti aspetti di questa pratica religiosa dal punto di vista dei Magar: come si diventa sciamani? a quali prove ci si deve sottoporre e quali conoscenze e pratiche si devono imparare per diventarlo? quali parafernali devono essere prodotti e usati? quale visione del mondo e quali idee cosmologiche guidano l'azione del guaritore? quali rituali notturni sono eseguiti per comunicare con le potenze soprannaturali e quali miti, musiche e danze sono inscenati? come sono integrate nella vita presente le mitiche storie rappresentate nel rituale e come sono intrecciate alla vita quotidiana le attività degli sciamani? quanto è profano il sacro e quanto è sacro il profano?
Fin dalla sua prima scrittura, l'ampio spettro del film Sciamani del paese dei ciechi rapidamente lo ha portato ad essere considerato come il più chiaro e completo riconoscimento della pratica sciamanica in un medium moderno e come una testimonianza visuale di una concezione del mondo che permea tutte le aree della vita ma che è in via di sparizione. Ma lo sciamanesimo non è l'unica cosa la cui esistenza è minacciata in tutto il mondo (e perfino nel remoto Himalaya, dove sta sparendo sotto l'azione delle moderne tecnologie, media e modi di vita); perciò questo documento è riconosciuto come importante anche davanti a questa prospettiva di estinzione. Il suo obiettivo dichiarato è quello di scongiurare questo destino".

Presso artisti di vario orientamento il film trovò grande risonanza, ammirazione, fonte di stimolo e ispirazione. Alcuni celebri nomi ne forniscono esempio nella loro diversità: Joseph Beuys e Sigmar Polke nelle arti visive; nella musica John Cage, Pauline Oliveros e Dieter Schnebel; presso performers e teorici come Richard Schechner e Joan Jonas; presso gli scrittori Bruce Chatwin e William Burroughs (che prestò la sua voce di narratore nella versione inglese del film); presso cineasti sperimentali come David Larcher, Harun Faroki e Jack Smith, e Robert Gardner per il documentario. [ * ]

Michael Oppitz, autore del documentario, è nato nel 1942 ad Arnsdorf, nel sud-ovest della Polonia. Ha studiato antropologia, sociologia e sinologia a Berkeley, Bonn e Colonia. Ottenne il suo dottorato nel 1974 con una tesi sull'antropologia strutturale. Visiting professor in Inghilterra, Francia e Stati Uniti, ebbe la cattedra di antropologia all'università di Zurigo e fu direttore del locale Museo etnografico dal 1978 al suo pensionamento nel 2008. Risale al 1965 il suo primo viaggio in Nepal. Svolse dei campi-studio in Himalaya con gli Sherpa (1965) e con i Magar (1977-1984), nella provincia dello Yunnan con i Naxi (1995-1996), nel Sichuan con i Qiang (2000-2001). E' autore di numerose pubblicazioni su soggetti di antropologia ed etnografia. E' del 2011 il suo nuovo film-documentario "Il viaggio rituale degli sciamani". 
vedi quì e quì

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UNA BIBLIOGRAFIA SUL MEDITERRANEO
post pubblicato in Diario, il 11 febbraio 2014

A partire dalle molteplici suggestioni contenute nel saggio di Serenella Iovino Mediterranean Ecocriticism, or, A Blueprint for Cultural Amphibians, abbiamo come Circolo di Ecocritica espresso l'intenzione di farne una lettura "applicata". In questo senso le tematiche possibili che si intersecano tra i flutti del Mediterraneo sono innumerevoli. Come tendenzialmente illimitata è la bibliografia. Provo a raccogliere qualche spunto emerso nel nostro ultimo incontro. 
Il pensiero del Mediterraneo fa subito pensare all'attualità: il tema dei migranti, il mare come cimitero di chi tenta la traversata su zattere della disperazione, la strage dell'ottobre scorso, ultimo episodio di una serie interminabile. Lo strumento più aggiornato per seguire questo stillicidio è Fortress Europe, il sito del giornalista free-lance Gabriele Del Grande, autore di due libri sull'argomento, Mamadou va a morire, Infinito, 2007 e Il Mare di Mezzo, Infinito, 2010. Per il Maggio dei Libri del 2012 Gabriele Del Grande è venuto a Villa Leopardi per parlare della sua esperienza. Sulla rivista Internazionale è possibile seguire il suo reportage sulla guerra civile in Siria. 
Per l'attualità affacciarsi sull'altra sponda del Mediterraneo vuol dire anche interrogarsi sul significato e sull'evoluzione delle primavere arabe [ * ]. Di particolare interesse è l'evoluzione della Tunisia, paese dove è nato il movimento rivoluzionario, che dopo una battuta d'arresto ora sembra rimettersi in marcia con la nuova costituzione [ * ] [ * ]. Un libro sul ruolo delle donne nei nuovi movimenti del nord-Africa è di Anna Vanzan, Primavere rosa.
Il tema del Mediterraneo può essere affrontato storiograficamente. E' il caso di David Abulafia con Il grande mare. Storia del Mediterraneo, un libro edito nel 2013. Un libro intramontabile è di Fernand Braudel Civiltà e imperi nel Mediterraneo nell'età di Filippo II. A cavallo con la letteratura è il già classico Breviario mediterraneo di Predrag Matvejevic, autore del quale è presente in biblioteca Il Mediterraneo e l'Europa, una serie di lezioni tenute al College de France. 
Sull'approccio filosofico è basato Filosofie della natura. Naturalismo mediterraneo e pensiero moderno di Mario Alcaro, dove si propone un'alternativa sulla base del pensiero premoderno in area mediterranea all'attuale crisi ecologica. L'approccio geofilosofico è invece presente in Geofilosofia del Mediterraneo di Caterina Resta.
L'editore Mesogea di Messina ha un catalogo in cui molto presente è la tematica mediterranea. Mi provo ad elencare qualche titolo: Città mediterranee e deriva liberista a cura di Salvatore Palidda, Lo sguardo azzurro. Costanti e varianti dell'immaginario mediterraneo. Atti del convegno (Lugano, 23-24 novembre 2006)Marsiglia. Bazar del Mediterraneo di Michel Peraldi, Un sogno mediterraneo. Intellettuali e utopia del mare di pace di Emile Temime, I porti della peste. Epidemie mediterranee fra Sette e Ottocento di Giuseppe Restifo, Ispirazioni mediterranee di Jean Grenier, il maestro di Camus, Gli ideali del Mediterraneo a cura di Geoges Duby, Venature mediterranee. Dialogo con scrittori di oggi di Costanza Ferrini, la rivista Mesogea. Segni e voci dal Mediterraneo e poi la serie Rappresentare il MediterraneoLo sguardo egiziano di Edouard Al-kharrat e Mohamed Afifi, Lo sguardo tunisino di Emna Yahia Belhaj e Sadok Boubaker, Lo sguardo greco di Takis Theodoropoulos e Rania Polycandrioti, Lo sguardo libanese di Elias Khuri e Ahmad Beydoun, Lo sguardo marocchino di Muhammad Barrada e 'Abd al Majid Qaddun, Lo sguardo spagnolo di Manuel Vazquez Montalban e Eduardo Calleja Gonzalez, Lo sguardo tedesco di Wolfgang Storch e Gregor Meiering, Lo sguardo turco di Feride Cicekoglu e Edhem Eldem, Lo sguardo francese di Jean-Claude Izzo e Thierry Fabre, Lo sguardo italiano di Vincenzo Consolo e Franco Cassano.
Anche il sociologo Franco Cassano ha riflettuto sul Mediterraneo con Il pensiero meridiano e insieme a Danilo Zolo in L'alternativa mediterranea. Danilo Zolo ha anche pubblicato con Ferhat Horciani Mediterraneo. Un dialogo fra le due sponde.   
A tutto ciò è da aggiungere la letteratura dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo dall'Odissea ad oggi.
Molte sono le associazioni che si occupano in vario modo di Mediterraneo, ad es. l'IMED, che ci è vicina di sede.



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ECOLOGIA DELLA CREAZIONE
post pubblicato in Iovino, Serenella, il 15 dicembre 2013

  

vedi quì


 


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CHE COSA SONO LE NUVOLE
post pubblicato in Pasolini, Pier Paolo, il 9 dicembre 2013

 

"Le carcasse di legno dei due burattini potranno giacere nella discarica, perchè le loro anime si sono già librate, come il sorriso dei loro volti lascia intendere. Per tale motivo Pasolini può parlare di quella discarica come del loro paradiso (queste due marionette vengono gettate da un immondezzaro in un orribile immondezzaio; ma lì, in questo immondezzaio, scoprono il mondo, che sarebbe il loro paradiso)."



(da Tomaso Subini, La necessità di morire, Ente dello Spettacolo, 2007 [ * ] [ * ])

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A LITERATURE OF PLACE
post pubblicato in Lopez, Barry, il 5 dicembre 2013



Trovo questo articolo di Barry Lopez stranamente avvincente per la sua proprietà di far capire quale dovrebbe essere il rapporto giusto con l’ambiente che ci circonda e, in questo caso particolare, quello con cui abbiamo un’affinità geografica sedimentata nel tempo. Quando ci dice che “gli indigeni tendono ad occupare lo stesso universo morale del paesaggio che percepiscono” ci rende consapevoli della scissione in cui viviamo: noi abbiamo espropriato “l’altro” dallo spazio che abitiamo e così facendo siamo diventati padroni di un universo virtuale che ci rende infelici.

Anna Maria Robustelli


Negli Stati Uniti in anni recenti, un tipo di scrittura chiamata più o meno “nature writing” o “landscape writing” ha cominciato a ricevere attenzione critica, portando alcuni a supporre che questo è un tipo di lavoro relativamente nuovo. In realtà, scrivere di questo tipo di letteratura prende in considerazione che l’impatto che natura e luogo hanno sulla cultura è uno degli argomenti più vecchi – e forse più singolari – della letteratura americana. Herman Melville in Moby Dick, Henry David Thoreau, naturalmente, e romanzieri come Willa Cather, John Steinbeck e William Faulkner vengono in mente subito e, più recentemente, Peter Matthiessen, Wendell Berry, Wallace Stegner, e i poeti W. S. Merwin, Amy Clampitt e Gary Snyder.
Se c’è qualcosa di diverso in questa area della scrittura nordamericana – e io credo che ci sia – è il tono speranzoso che spesso colpisce in un’epoca di distacco cinico e il punto di vista dichiaratamente scettico sul progresso tecnologico e persino sul capitalismo.
Il vero argomento d’attualità del nature writing, penso, non è la natura ma la struttura in via d’evoluzione delle comunità da cui la natura è stata rimossa, spesso come conseguenza dello sviluppo economico moderno. (Un convegno recente alla Library of Congress di Washington, “Watershed: Writers, Nature and Community,” si è concentrato su questo tipo di scrittura. E’ stato il convegno letterario più grande mai tenuto nella Biblioteca. Gli sponsors, oltre alla Biblioteca, sono stati il Poeta Laureato Robert Hass e The Orion Society of Great Barrington, Massachusetts.) Si tratta di scrittura che ha a che vedere inoltre con il destino biologico e spirituale di quelle comunità. Ipotizza anche che il destino dell’umanità e della natura siano inseparabili. Nature writing negli Stati Uniti si mescola qui, penso, con altri tipi di scrittura post-coloniale, particolarmente quella trovata nei paesi del Commonwealth. In diversi saggi nature writing tratta il problema del collasso spirituale in Occidente, e come le letterature post-coloniali è in cerca di un’identità umana moderna che si trova al di là del nazionalismo e della ricchezza materiale.
Questo è un argomento enorme, per non dire ingombrante, e diversi scrittori lo trattano in modi molto diversi. La lotta classica degli scrittori per separare la verità e l’illusione, per distinguere tra strade per il cielo e deviazioni per l’inferno conosce solo la continuazione, non la fine o la soluzione. Ma io ora colgo collettivamente nello scrivere negli Stati Uniti l’emergere di una preoccupazione per il mondo fuori del sé. E’ come se qualcuno avesse aperto la porta a una stanza che sa di rinchiuso e dove si è studiato troppo e ci avesse mostrato un grande orizzonte dove una volta c’erano state solo pareti.
Voglio concentrarmi su un aspetto singolo di questo fenomeno – la geografia – ma nel farlo spero di attenermi a una linea di pensiero più estesa. Voglio parlare della geografia come una forza modellante, non una materia. Un altro modo in cui i critici descrivono nature writing è di chiamarlo “the literature of place.” Un ambiente specifico e particolare per l’esperienza e gli sforzi umani è, infatti, centrale al lavoro di molti scrittori della natura. Direi che il senso del luogo è anche critico nei confronti dello sviluppo di un senso di moralità e d’identità umana.
Dopo aver dato l’avvio ad alcuni pensieri sul luogo, vorrei dire qualcosa su me stesso come uno scrittore che ritorna continuamente alla geografia, come gli scrittori di un’altra generazione una volta ritornavano ripetutamente a Freud e alla psicoanalisi. Credo che l’immaginazione umana è foggiata dalle architetture che incontra in uno stadio precoce. Il paesaggio visivo, naturalmente, o la profondità, l’altezza e le tinte di un paesaggio cittadino giocano una parte qui, come fa il modo in cui la luce del sole dappertutto incide linee per accentuare le forme. Ma il modo in cui immaginiamo è anche influenzato dalle correnti di profumi che fluiscono deboli o vivide negli oceani più grandi dell’aria; da quello che il compositore John Luther Adams chiama il paesaggio sonoro e dalla consapevolezza di come la temperatura e l’umidità salgono e scendono in un luogo nell’arco di un anno.
La mia immaginazione è stata foggiata dalla natura esotica dell’acqua in una valle secca della California; dal suono del vento nelle volte degli eucalyptus; dalla sensazione tattile della terra lucente, trasformata in solchi da un aratro polivomere; da banchi di nuvole color zafferano, mogano e scarlatto ammucchiate al di sopra di un campo di erba medica al crepuscolo; dall’incontrare il muschio in fioriture arancione sull’orlo di un orto; dai postumi di una tempesta del Pacifico che si è infranta su una spiaggia calda e piatta.
Aggiunte allo stimolo di queste sensazioni vi erano la consapevolezza e la vastità del cielo e la consapevolezza della geometria e della forza del vento. Ambedue le percezioni si sono sviluppate direttamente dai miei sforzi di allevare piccioni e dal timore reverenziale che ho provato davanti a loro mentre si destreggiavano nell’aria. Mi hanno dato in maniera permanente il senso della componente verticale della vita. Sono diventato intimo con gli elementi di quel particolare universo. Mi hanno foggiato, e io ritorno a loro regolarmente nei saggi e nelle storie per chiarire o spiegare astrazioni o per mettere in evidenza contrasti. Trovo la miriade di relazioni in quell’universo confortanti, e capaci di dare forma a una “coerenza” di cui una volta ero parte.
Se dovessi cercare di spiegare il processo per diventare uno scrittore, potrei cominciare dicendo che l’intimità confortante che ho conosciuto in quella valle della California ha fatto sorgere in me un tipo di storia che ho voluto raccontare, un modello che ho voluto invocare in modi innumerevoli. E aggiungerei a questo le due cose che sono state più di tutto magiche per me da ragazzo: gli animali e il linguaggio. E’ facile vedere perché gli animali potrebbero sembrare magici. I ragni e gli uccelli sono condizionati in modo diverso da noi dalla gravità. Molte creature selvatiche viaggiano infallibilmente attraverso l’oscurità. E gli animali rispondono regolarmente a ciò che noi, persino nei momenti di massima attenzione, non possiamo discernere.
 E’ più difficile dire perché il linguaggio mi sia sembrato magico, ma posso essere preciso riguardo a ciò. Il primo libro che ho letto è stato Le avventure di Tom Sawyer. Sottolineate in esso a penna sono le prime parole che sapevo riconoscere: the, a, stop, to go, to see. Posso prendere in mano il libro oggi e ricordare i primi sentimenti come una detonazione lenta e silenziosa: parole che ho sentito pronunciare dalle persone ero ora in grado di percepire come segni su una pagina. Io stesso stavo imparando a scrivere questi stessi segni sulla carta a righe. Sembrava meraviglioso e misterioso come un rapido stormo di piccioni che sfruttano il vento invisibile.
 Posso vedere la mia vita prefigurata in quei due tipi di magia: le misteriose vite di creature diverse da me (e, più tardi, di culture diverse dalla mia) e i desideri abbinati di andare, di vedere. Sono diventato uno scrittore che viaggia e uno che si concentra più di tutto, per essere succinti, su ciò che i positivisti logici mettono da parte.
I miei viaggi sono spesso in posti remoti – l’Antartide, il deserto di Tanami nell’Australia centrale, il Kenya del nord. In questi posti dipendo dalle mie facoltà mentali e dalle mie risorse ma conto molto e altrettanto spesso sulle conoscenze degli interpreti: archeologi, scienziati sul campo, antropologi. Tra queste persone che aiutano pongo in alto grado gli indigeni, e posso rapidamente darvi tre ragioni per la mia dipendenza dalle loro intuizioni. Di regola, gli indigeni danno molta meno attenzione alle sfumature nel mondo fisico. Essi vedono di più, e dalla scarsezza di indizi, osservati nella loro completezza, possono dedurre di più. In secondo luogo, la loro storia in un luogo, sia tribale che personale, è tipicamente profonda. Queste storie creano una dimensione temporale in quello che è altrimenti solo un paesaggio spaziale. In terzo luogo, gli indigeni tendono a occupare lo stesso universo morale del paesaggio che percepiscono.
Con il tempo sono arrivato a pensare a queste tre qualità – attenzione intima; un rapporto con il luogo intessuto di storie piuttosto che la consapevolezza di esso puramente sensoriale; e vivere in un qualche tipo di unità etica con un luogo – come difesa fondamentale e umana contro la solitudine. Se siete intimi con un luogo, un luogo di cui conoscete la storia, e stabilite una conversazione etica con esso, l’implicazione che segue è questa: il luogo sa che voi siete là. Vi sente. Non sarete dimenticato, tagliato fuori, abbandonato.
Come scrittore voglio chiedermi: come puoi ottenere questo? Come puoi occupare un luogo e fare in modo che lui occupi te? Come puoi trovare una tale reciprocità? La chiave, penso, è diventare vulnerabile a un luogo. Se tu ti apri, puoi costruire intimità. Da questa intimità ne verrà un senso di appartenenza, il senso di non essere isolato nell’universo.
La mia domanda – come garantire questo – non è oziosa. Voglio essere concreto su come veramente entrare in una geografia locale. (Spesso sogniamo ad occhi aperti, penso, sul fatto di entrare in paesaggi dell’infanzia che scacciano la nostra ansia. Corteggiamo questi sentimenti per alcuni momenti in un parco talvolta o durante un pomeriggio nei boschi.) Mantenendoci semplici e pratici, il mio primo suggerimento sarebbe di rimanere in silenzio. Mettete da parte il libro degli uccelli, un forma mentis analitica, qualsiasi pulsione a identificarvi, e sedetevi senza muovervi. Concentratevi invece sul sentire un luogo, o usate il senso della percezione di sé. Dove in questo volume di spazio siete situati? Quello che è sparso dietro di voi è importante tanto quanto ciò che vedete davanti a voi. Ciò che giace sotto di voi è importante quanto ciò che sta sull’orizzonte. Usate attivamente le vostre orecchie per immaginare lo spazio acustico che occupate. Come si ramificano i canti degli uccelli qui? Attraverso quale aria si stanno muovendo? Concentratevi sugli odori nella fiducia che possiate odorare acqua e pietra. Usate le vostre mani per cogliere la parte principale e il carattere di un luogo – la forza di tensione in un ramo di salice, l’umidità in un pizzico di suolo, la diversa peluria delle foglie. Aprite la linea verticale di questo luogo indirizzando in modo consapevole il colore e la forma del cielo a quello che vedete sul terreno. Guardate lontano da ciò che volete indagare per ottenere il senso della scala e della proporzione. Siate cauti nei confronti di qualsiasi ovvia spiegazione dell’esistenza di un colore o di un movimento. Coltivate il senso della complessità, il senso che un altro paesaggio esiste al di là di quello che voi sottoponete ad analisi.
Lo scopo di questa attenzione è ottenere intimità, liberarsi dalla presunzione. Dovrebbe essere come una conversazione con qualcuno dal quale siete attratti, una persona che non volete mandare via tenendo se stessi in troppa considerazione. Questa conversazione, naturalmente, può aver luogo simultaneamente su vari livelli. Ed essi possono facilmente essere spinti da più che la mera curiosità. Il desiderio dominante, come nella conversazione umana, può essere per un rapporto che nutre e che informa. Un modo succinto di descrivere la forma mentis che si dovrebbe avere con un paesaggio è dire che poggia sulla distinzione tra imporre e proporre i propri punti di vista. Con una sincera proposta sperate di realizzare un rapporto intimo, reciproco che vi nutrirà in qualche modo. Imporre i vostri punti di vista sin dall’inizio è troncare una tale possibilità, precludere la comprensione. Molti di noi, penso, desiderano diventare compagni di un luogo, non l’organismo di controllo pubblico, né il suo proprietario. E questo mi porta a chiudere. Forse vi chiedete, come faccio io, perché negli ultimissimi decenni la gente nei paesi occidentali è diventata tanto ansiosa per il destino della terra allo stato primitivo e preoccupata di perdere l’intelligenza della gente che ha mantenuto rapporti intimi con quei posti. Non so dove tutto il vostro pensare vi ha portato, ma credo che questa curiosità sui buoni rapporti con una particolare estensione di terra è direttamente correlato all’ipotesi che può essere più importante per la sopravvivenza umana ora essere innamorati che essere in una posizione di potere. Può essere più importante ora entrare in un rapporto etico e reciproco con tutto quello che sta intorno a noi piuttosto che continuare a lavorare verso un tipo di controllo del mondo fisico verso il quale, fino a poco tempo fa, abbiamo aspirato.
La semplice questione della nostra plausibilità biologica, la nostra possibilità di sopravvivenza biologica, è diventata una domanda così precaria, così fondamentale, che trovare una via di uscita dalla situazione difficile - … - è imperativo. Fa appello alle nostre immaginazioni collettive con una urgenza che non abbiamo mai conosciuto prima. Abbiamo bisogno non solo di un altro tipo di logica, un altro tipo di conoscenza, ma di una sensibilità filosofica radicalmente diversa.
Quando ero un ragazzo, che correva attraverso i boschetti di aranci nella California meridionale, osserva il vento turbinare in un boschetto di eucalipto blu e nuotava beatamente nella schiuma dei frangenti del Pacifico, non avevo pensieri come questi imperativi. Ero contento di osservare una coppia di piccioni volare attraverso un cielo azzurro, ruotare su un’asse che fino ad oggi non penso potrei disegnare. Il mio conforto, il mio senso di inclusione nel piccolo universo che abitavo, veniva dall’apprezzare e partecipare di tutto quello che vedevo, odoravo, gustavo e udivo. Quel senso di inclusione non solo alleviava il mio senso di solitudine come bambino ma confermava anche la mia immaginazione. Ed è quella singola cosa, il potere della immaginazione umana di estrapolare da una strana manciata di cose – un lieve movimento in una macchia di alberi, un battito di vento, il freddo umido delle pietre dei campi di notte – di ricavare da tutto questo un modello – l’abilità umana di fare una storia, che hanno fissato in me un senso di speranza.

traduzione di Anna Maria Robustelli







(Barry Lopez)
 

Barry Lopez è uno scrittore e saggista che si è specializzato in scritti di storia naturale. E’ l’autore di diversi volumi di racconti, inclusa la trilogia Desert Notes/ River Notes/ Field Notes, come pure opere di non fiction come Of Wolves and Men e il libro che ha vinto il National Book Award Arctic Dreams. Vive lungo un fiume nella parte rurale dell’Oregon.




(apparso su American Studies Journal, Number 40, Summer 1997) [ * ] [ * ]


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ALBERINVERSI. UN PERCORSO DI ECOCRITICA
post pubblicato in Robustelli, Anna Maria, il 29 novembre 2013

Ci interroghiamo spesso, in maniera sempre più pressante sul nostro rapporto con il pianeta Terra. Lo sfruttamento delle risorse di questo pianeta ha per secoli, per millenni logorato l'ambiente in cui siamo chiamati a vivere. Per un periodo molto lungo ci siamo considerati i padroni dell'Universo, superiori a tutto il creato, con il diritto di sfruttarne indiscriminatamente e illimitatamente i beni di cui ci troviamo a disporre. Stiamo capendo che questa visione del mondo dualistica (l'uomo opposto alla natura) e autoritaria è molto distruttiva. Lentamente capiamo che noi siamo una parte del creato e non i signori di esso e che il creato si può mantenere solo se i rapporti tra le forme viventi che lo popolano vengono mantenuti a discapito di nessuno.
  

Alla biblioteca comunale di Villa Leopardi a Roma trova accoglienza il Gruppo di Ecocritica Villa Leopardi, che ha avviato alcune iniziative volte ad approfondire la conoscenza degli alberi.
Per prima cosa il 18 aprile scorso si è svolto un percorso guidato tra poesia e storia degli alberi con lo storico degli alberi Antimo Palumbo e il Gruppo di Ecocritica Villa Leopardi. Ci si è spostati da albero a albero - sono stati "visitati" una robinia, un pino, una palma, un gelso, un cipresso, un olmo, un leccio e un acero - leggendo dei versi tratti da poesie di poeti contemporanei e non in cui venivano citati questi alberi. Un mese dopo, il 20 maggio, si è tenuto un incontro con alcuni poeti i cui testi erano stati letti in quella passeggiata, che hanno offerto altre poesie sugli alberi.
Si è esordito parlando di ecocriticism, la disciplina che, per usare le parole della ricercatrice americana Cheryll Glotfelty, studia la relazione tra la letteratura e l'ambiente fisico. Alcuni studiosi americani hanno scoperto che un modo sicuramente efficace per affrontare i problemi della biosfera è la letteratura, che da secoli è stata uno strumento estremamente valido per raccontare e trattare i problemi dell'individuo e della società. L'ecocritica analizza come ogni opera letteraria si pone nei confronti dei problemi dell'ambiente e in che modo orienta la visione che ognuno di noi ha di questi problemi.
In questo modo tende a far aumentare la consapevolezza verso queste problematiche per evitare catastrofi ecologiche sempre più distruttive e irreversibili. Al tempo stesso cerca di essere una forma di attivismo, cioè tenta di mettere in moto quelle molle che ci spingono a lottare per difendere qualcosa a cui teniamo (per es. gli alberi).
Di fatto la letteratura e, nel caso specifico la poesia, può mettere in campo un elemento irrazionale, il sentimento, che è un'energia di per sè trascinante, laddove la mera razionalità della scienza non riuscirebbe a coinvolgere la gente più di tanto. La letteratura, la poesia, quindi, permettono una narrazione, una discussione e un coinvolgimento estetico che costituiscono un forte propulsore necessario per determinare qualsiasi cambiamento.
Stiamo andando avanti con un'idea sbagliata di cultura. L'uomo non è l'animale più importante del creato. Dobbiamo abbandonare l'antropocentrismo in cui abbiamo creduto fin dal Rinascimento, ma anche prima (tradizione giudaica, la Bibbia). Intanto le rivoluzioni del secolo passato ci hanno insegnato che è scorretto dire uomo, che è una definizione di genere. E' corretto dire uomo e donna, ma poi abbiamo capito che anche l'altro (includendo in questa parola i bambini, i malati, gli handicappati, i popoli non occidentali, gli animali, le piante, il mondo minerale, ecc.) è ugualmente importante. Gli esseri umani non si devono più contrapporre alla natura considerandola loro proprietà, perchè essi sono una parte della natura e possono sopravvivere se imparano a restare in armonia con il resto del creato.
Barry Commoner, scienziato americano, nella prima legge dell'ecologia ci dice che "ogni cosa è connessa con ogni altra cosa". [ 1 ]
La prima poeta che ha letto le sue poesie è stata Maria Grazia Calandrone, di cui citiamo alcuni versi tratti dalla bella poesia in romanesco Arberi, che possiede una distinta qualità drammatica, intensificata dall'uso del dialetto [ 2 ]:

[...]
Tutti l'arberi - 'o vedi - toccano er cielo co' ste giravorte
de rami, che s'avviteno
su de sè
carmi carmi
puro se so' feriti
puro se stanno a bagno ner nerastro e nella cupitudine
de l'inverno: perciò
mettemose vicini
all'arberi
senza ruminà
male e vennetta, famose semplici
come cinghiali, come la tera: tera
se dovemo fa', sotto sti grandi macchinari da fiore. [ 3 ]

La voglia di vivere, di crescere, di produrre foglie e fiori spinge gli alberi avanti fino a toccare il cielo e la poeta alla fine invoca per noi umani la necessità di metterci vicini agli alberi con umiltà, di farci terra sotto di loro, rinunciando implicitamente alle nostre "manie di grandezza" inutili.
Fra altre poesie, Marcella Corsi ha letto questi versi:

Se hai parole dimmi gli occhi del mandorlo
le sue minuscole labbra marroni di terra
spediscimi a volo di tordo ciocche vive
i suoi capelli di foglia, ti renderò
affrancato di corteccia un pensiero
forte del suo fiorire (ma non tagliarli
troppo corti: sono così belli
e odorosi, lucenti i suoi capelli ricci... [ 4 ]

Si tratta di un felice incontro tra un albero che tende a diventare una persona e una persona che assume le forme di un albero per manifestarsi. Il linguaggio è sensuale, denso di suoni e immagini corporee: prevalgono il tatto e l'odorato. L'incalzare dei versi trascolora di immagine in immagine con un gusto quasi barocco. La mancanza di punteggiatura fonde il tutto in un magma sinuoso segnato dalle ripetute invocazioni sotto forma di imperativi che ravvicinano chi parla all'albero oggetto della poesia.
Un coinvolgimento nella matericità delle parole della poesia è presente anche in Pinus pinea di Tiziana Colusso. Ci colpiscono nella prima parte della poesia i numerosi suoni con la effe in cui la voce pare ripetutamente tuffarsi quasi per non ritrovare la luce. Non per nulla la poeta parla di affogo. Tiziana Colusso visita e mette insieme più culture: per esempio gli etruschi nella parte da me citata, rendendoci consapevoli di vivere in un mondo ricco di sedimentazioni e punto di confluenza di culture diverse. L'elemento del significante è spesso prevalente. Le parole sembrano scaturire le une dalle altre in impicci di allitterazioni che rivelano una grande sensibilità linguistica e un'attenzione che è passata per la sonorità delle avanguardie.

[...]
Pinus pinea di pinoli infantili da serci etruschi
bucce sparse sui tufi della necropoli, tra le isolette dei tumuli
fecondate dal seme dei secoli in fioriture stratificate

           - e da allora persa a vagare fluida e fluente
                                                                  L fino al naufragio ferale:
e con l'ultima foga a sollevarmi dall'affogo proprio un pinus
                                                                             L pinea m'appare,
[...] [ 5 ]

Ha la grazia di un haiku una delle poesie lette da Michele Colafato:

Gli occhi si alzano al cielo
grigio scuro terso dal diluvio -
in fila doppia gli alberi di Giuda
sono tutti in fiore [ 6 ]

La doppia schiera di alberi di Giuda si ergono contro un cielo ombroso a contrastare la diffusa mestizia del giorno.
In Nel bosco di Luciana Raggi entriamo in un intrico di alberi fitti, oscuri, in cui facciamo fatica a discernere le cose. Poi per improvviso incanto nel silenzio dei faggi si dischiudono le stelle del giorno. La bella strofa finale stabilisce un altro parallelismo tra i fenomeni del bosco e quelli umani, sintomo di una fratellanza che i poeti cercano per illuminare la realtà.

Nel fitto bosco
non vedo cielo
Un vedo e non vedo
assopisce in uniformità.

Poi per improvviso incanto,
fra i faggi silenziosi, son fiorite le stelle del giorno.
Così, per altro incantamento,
le tue parole ora
punteggiano il ricordo.
Ed esco al sole. [ 7 ]

L'ecocritica non è molto nota in Italia, anche se vanta una stimata studiosa, Serenella Iovino. [ 8 ]
Molto interessante è l'orizzonte teorico che la studiosa dischiude nel suo "Ecologia letteraria". Altrettanto illuminanti appaiono le quattro letture ecocritiche che la ricercatrice propone nella parte seconda del suo libro, dedicate ad Anna Maria Ortese, Claire Lispector, Pier Paolo Pasolini e Jean Giono.
Nella postfazione al libro della Iovino, Scott Slovic racconta di un raduno fra scrittori ecologisti nelle montagne dell'Oregon dove il poeta californiano Jerry Martien, che conduceva il dibattito, legge una poesia dedicata a un viaggio nel Glacier National Park in Montana. Lui e la sua compagna avevano preso un aereo e la macchina per arrivare al ghiacciaio che si stava ritirando e avevano capito di essere pellegrini devoti di quello spettacolo naturale e "distruttori di ciò che amavano". Ecco, questa è la nostra condizione; da quì dobbiamo partire. Comunicare questa contraddizione ad altri esseri viventi, condividerla è il primo passo per cominciare ad essere coscienti del problema.
Il nostro, tuttavia, non può essere che un percorso di speranza per acquisire un rapporto più equilibrato con la Terra e conservarla a noi stessi, agli altri esseri viventi e alle future generazioni.
[ 1 ] Barry Commoner, The Closing Circle: Nature, Man and Technology, Knopf, New York, 1971 (tr. it., Il cerchio da chiudere: la natura, l'uomo e la tecnologia, Garzanti, Milano, 1971 [ * ]
[ 2 ] Maria Grazia Calandrone, Romanesca. Voci e visioni di Roma, Il labirinto, Roma, 2011 
[ 3 ] vedi quì
[ 4 ] Marcella Corsi, Hanno un difetto i fiori, Amadeus, Cittadella (PD), 1994
[ 5 ] Pinus pinea, o della patria pineale,  poesia inedita

Pinus pinea di pinoli infantile sfratti da serci etruschi
bucce sparse sui tufi della necropoli, tra le isolette dei tumuli
fecondate dal seme dei secoli in fioriture stratificate

- e da allora persa a vagare fluida e fluente fino al naufragio ferale
e con l'ultima foga a sollevarmi dall'affogo proprio un pinus pinea m'appare,
tronco largo coperto di scaglie e insetti, scosceso come un plastico
montagnoso, odoroso di resina e pericolo per le pigne in testa:
che poi nell'età adulta hanno nomi di psicofarmaci,
ma nell'infanzia del mondo liberamente fin dentro la testa
germinavano in Terzo Occhio pineale, laddove Cartesio
poneva l'incontro tra Res Cogitans e Res Extensa,
unica parte non bivalve del cervello umano

Graal pineale, scolpito sullo scettro di Osiris, poi sacro agli Etruschi,
oriente domestico di domeniche sotto i pini a spinolare.
Vorrei ora una capanna in cima ai tronchi, rampante baronessina
salva dal fluttuare fluviale, per sempre istallata nella mia patria pineale,
in un focolare simbolico di zero metri quadri.

[ 6 ] Sotto il cielo, poesia inedita
[ 7 ] Nel bosco, poesia inedita
[ 8 ] Serenella Iovino, Ecologia letteraria. Una strategia di sopravvivenza, prefazione di Cheryll Glotfelty. Con uno scritto di Scott Slovic, Edizioni Ambiente, Milano, 2006 [ * ] 




(Anna Maria Robustelli)





(apparso su Le Voci della Luna, Quadrimestrale di Informazione e Cultura letteraria e Artistica, Sasso Marconi, N° 57, Novembre 2013 [ * ])


  
  








L'INVENZIONE DELLA NATURA SELVAGGIA
post pubblicato in Brevini, Franco, il 7 novembre 2013
   

L’ampio saggio di Franco Brevini, docente universitario e collaboratore del “Corriere della Sera”, offre anche più di quanto il titolo prometta: è, infatti, un’ articolata ricognizione della nascita, dell’evoluzione, dell’uso e dell’abuso, dell’applicazione ad ambiti assai vari dell’idea di wilderness, che spazia tra letteratura, filosofia, etica e concrete esperienze di esplorazione di luoghi selvaggi compiute nei secoli da arditi viaggiatori e in prima persona dall’autore stesso. È un’opera, dunque, che si presta a varie fruizioni e che propone disparati spunti di riflessione a chi è sensibile alle tematiche in senso lato ecologiche, spinto da motivazioni anche molto diverse tra loro. Due i cardini principali intorno ai quali ruotano le molteplici considerazioni dell’autore: in primo luogo, appunto, la nascita dell’idea di natura selvaggia che, ignota alla cultura classica, si affaccia nel Nord Europa, a metà del ‘700, in concomitanza con l’avvio della rivoluzione industriale in Inghilterra come reazione alla violazione della verginità della natura conseguente al “progresso”, come risposta al deterioramento del paesaggio che l’attività manifatturiera operata attraverso le macchine e lo sfruttamento delle risorse energetiche arrecavano all’ambiente. In secondo luogo la scoperta della wilderness viene da Brevini connessa alla crisi della visione antropocentrica: “dopo essersi sentito per secoli qualcosa di unico e speciale, diverso da tutto quello che lo circonda, l’uomo avverte oggi sempre più ciò che lo accomuna alla biosfera” (p. 13).  
In altri termini per scoprire la natura l’uomo ha dovuto prenderne coscienza, percepire consapevolmente il proprio abuso su di essa, imparare a conoscerla ed esplorarla, spingendosi nei luoghi più inospitali del pianeta dove quella natura fosse dominante, incontaminata, minacciosa, fonte di “an agreeable kind of horror”, per servirsi delle parole di Addison (p.165), ovvero dell’estetica del sublime naturale. A quest’ultima tematica Brevini dedica una vasta sezione del suo saggio articolandola in più capitoli, ricchi di citazioni e dati bibliografici. 
La Scozia, i laghi inglesi, le montagne svizzere, le Alpi, di cui già Rousseau e Goethe avevano esaltato l’orrida bellezza, il Monte Bianco ed in particolare La Mer des Glaces, l’Artico e l’Antartico, ma anche i deserti e la foresta pluviale diventano la nuova frontiera di esplorazione dell’ homo viator che si lancia alla scoperta di un mondo sconosciuto che attrae e ripugna contemporaneamente. Tuttavia è solo intorno alla metà del XIX secolo che “il consolidarsi della società industriale e borghese e il dilagare ormai inarrestabile dei suoi modelli disumanizzanti fanno sì che, da feconda opportunità di rinnovamento, come era potuto apparire nel secolo precedente, il mito della natura finisce per caricarsi di un intento scopertamente antagonistico.” (p.261)  
Non tarderanno di conseguenza ad affacciarsi delle dottrine, incardinate su presupposti etici, che ridisegnano i rapporti tra uomo e natura, muovendo, a metà Ottocento, da Thoreau che, con le sue stesse scelte di vita, crea nuovi modelli esemplari, passando per Aldo Leopold, il forestale americano di inizio ‘900 considerato il fondatore dell’ambientalismo, fino al primo corso universitario di environmental ethics di John Baird Callicott (1971), allo specismo di Richard Ryde (1970), alla animal liberation di Peter Singer, all’ecofemminismo, termine coniato nel 1974 da Françoise d’Eaubonne, alla deep ecology di Næss, autore insieme a Sessions nel 1984 della Eight Points Platform, riportata a pagina 51. A questi temi l’autore dedica in particolare un capitolo intitolato Etiche per l’ambiente.
Brevini non tralascia di mettere in guardia dagli eccessi cui certi approcci alla wilderness possono portare, diffondendosi sulla drammatica esperienza del grizzly man, Timothy Treadwell, divenuto incapace di riconoscere la natura ferina e molto aggressiva di questa specie di orsi, o sulla barbarie del turismo di massa o dell’alpinismo praticato su vasta scala, fenomeni propri dei nostri tempi. 
Nelle ultime pagine del suo saggio Brevini racconta di essersi dovuto spingere fino all’ inlandsis della Groenlandia per trovare finalmente la natura selvaggia e se stesso, per reperire un luogo in cui non ci fossero più né ore né distanze, ma solo l’ “andare nel cuore di una lontananza” (p. 405), senza voler sapere dove egli sarebbe arrivato.
Il lettore potrà dunque dilettarsi con la narrazione di queste esperienze dirette, grazie alla quale il saggio sconfina nel racconto, oppure con le numerose pagine dedicate all’alpinismo, specialmente pionieristico, o confrontarsi con le riflessioni di tipo filosofico, oppure ancora godere della messe di citazioni letterarie di autori di ogni tradizione e provenienza che abbiano affrontato criticamente il rapporto con la natura. Nell’ultimo inquietante capitolo, opportunamente intitolato Cuori di tenebra, Brevini ci conduce nelle zone più oscure dell’animo umano, prendendo Freud per guida, per fare affiorare le contraddizioni profonde della psiche che, mossa dalla ricerca del piacere e dalla volontà di potenza di ascendenza nietzschiana, adotta comportamenti ambigui nei confronti della natura e della propria natura animale, come appare evidente nella vicenda di Gregor Samsa, protagonista della Metamorfosi di Kafka, che prova ripugnanza per la sua nuova condizione di insetto e, al tempo stesso, la scopre riposante, rilassante rispetto alla vera ferocia belluina che si annida nella sua famiglia, che lo nasconde e lo schifa.
“La crisi dei modelli antropocentrici ha imposto di ridisegnare i rapporti tra umano e non umano, ripensando complessivamente i debiti accesi dall’uomo verso quella alterità, che la cultura umanistica per secoli aveva voluto rappresentare in termini tanto esasperatamente antinomici. L’atteggiamento oppositivo che isolava l’uomo dal resto dell’universo, la sottolineatura di quanto distingue l’umano dal non umano, l’idea che la realtà esterna non offra alla nostra specie niente di più che una serie di strumenti, tutte queste posizioni, che fanno riferimento a una visione sostanzialista dell’uomo, appaiono oggi sempre meno sostenibili. “ (p. 397). 
Visto che il cyborg, ovvero l’ibrido, il mutante (D.J. Haraway, A Cyborg Manifesto. Science,Technology and socialist-Feminism in the Late Twentieth Century, 1985) è in agguato, scandagliare le ambiguità e contraddizioni del rapporto umano-non umano appare sempre più urgente, se vogliamo pervenire ad una maggiore consapevolezza del nostro legame conflittuale con l’ambiente di cui siamo una parte e di certo non la più innocente ed innocua. Il saggio di Franco Brevini, con la sua ampia ed accurata appendice bibliografica, può certamente guidarci in questa non più rinviabile indagine.



(Adriana de Nichilo)






Franco Brevini, L'invenzione della natura selvaggia, Bollati Boringhieri, 2013 [ * ]

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LA MIA FAMIGLIA E ALTRI ANIMALI
post pubblicato in Durrell, Gerald, il 6 agosto 2013


Non è certo una novità editoriale quella che, in queste brevi note, si propone alla lettura di chi è interessato all’intersezione tra ecologia, studio della natura e letteratura. Si tratta di un romanzo sui generis in chiave autobiografica di Gerard Durrell intitolato My family and other animals (La mia famiglia ed altri animali) apparso per la prima volta nel 1956 e più volte ripubblicato in Italia da Adelphi nella traduzione di Adriana Motti.
Nel romanzo Durrell ripercorre gli anni della sua infanzia trascorsi con la sua famiglia nell’isola di Corfù tra il 1935 ed il 1939. Come l’autore stesso afferma nelle righe introduttive dell’opera: “Questa è la storia dei cinque anni che ho trascorso con la mia famiglia nell’isola greca di Corfù. In origine doveva essere un resoconto blandamente nostalgico della storia naturale dell’isola, ma ho commesso il grave errore di infilare la mia famiglia nel primo capitolo del libro. Non appena si sono trovati sulla pagina, non ne hanno più voluto sapere di levarsi di torno, e hanno persino invitato vari amici a dividere i capitoli con loro. Soltanto con immensa fatica, e usando una notevole astuzia, sono riuscito a salvare alcune pagine sparse che ho dedicate esclusivamente agli animali.” (p.11). Ecologia umana e scienze naturali si intrecciano in un nodo indissolubile nel fluire della narrazione in cui scene esilaranti di vita familiare e quotidiana si alternano a minuziose, accuratissime descrizioni degli animali e dei loro comportamenti nell’habitat incontaminato dell’isola greca.
Il romanzo di Durrell, pagina dopo pagina, assume la forma di un protrettico indirizzato a chi voglia osservare con la lente d’ingrandimento il mondo animale e non, a chi desideri tendere lo sguardo su baie solitarie ed ombrosi clivi coperti di ulivi, o sia semplicemente attratto dalle dinamiche familiari descritte dall’autore con anglosassone distacco e sovrana ironia. L’effetto sarà rasserenante e più volte l’autore riuscirà a strapparci un sorriso o una bella risata. Spassosa, per esempio, la narrazione del bagno della madre Louisa, pudicamente avvolta in un costume assai antiquato, pieno di gale e merletti che si gonfiano a contatto con l’acqua, assumendo l’aspetto di un mostro insidioso che il cane Roger addenta solerte per garantire l’incolumità dell’amata ed amabile padrona (pp.182-183).
La famiglia, composta da quattro elementi oltre all’autore, la madre Louisa, il fratello maggiore Larry, l’altro fratello Leslie e la sorella Margot, viene raffigurata attraverso i suoi stereotipi, i suoi hobby, che diventano chiave di lettura di comportamenti e relazioni. Intorno all’autore-narratore ed alla sua famiglia ruotano altri personaggi descritti a loro volta tramite i loro comportamenti ricorrenti ed anche per mezzo di forme espressive fortemente connotate: Spiro, il dottor Theodore, i precettori Peter e Kralefsky, la lamentosa domestica Lougaretzia e molti altri ancora.
Non meno tipizzati sono i numerosi animali che vivono con la famiglia; in primo luogo il cane Roger, compagno di scorribande e di avventure di Gerald, poi i cuccioli Pipì e Vomito ed infine Dodo una femmina di razza Dandy Dinmont caratterizzata da “zampe sottili e arcuate, enormi occhi sporgenti e lunghe orecchie pendule” (p.289) che conquista il tenero cuore della mamma e poi di Margot, ma provoca lo sconforto di Larry e Leslie. Hanno un nome ed una spiccata personalità anche tutte le altre creature che Gerald, spinto dalla sua insaziabile curiosità per il mondo animale, porta in una delle case successivamente abitate dai suoi parenti, suscitando in genere sdegnate reazioni da parte dei fratelli e benevola accoglienza da parte della madre. Così diventano progressivamente parte della famiglia Achille, la tartaruga, Quasimodo, il piccione, Ulisse, il gufo, le Garze, due gazze, la Vecchia Tònfete, un’anziana ed astuta tartaruga, ed infine Alecko, un terribile gabbiano albanese. Per citare solo i principali.
Non minore attenzione riscuotono, infatti, gli “abitanti” transitori ed occasionali di una delle tre case occupate dai Durrell, quella rosa fragola, quella giallo narciso ed infine quella bianca come la neve. Tra questi ospiti pro tempore, l’eroico geco Geronimo, che ingaggia una battaglia impari e formidabile con la temibile mantide Cerfoglio, senza esclusione di colpi: “si gettarono di nuovo l’uno contro l’altro. Stavolta Geronimo fu più furbo e strinse tra le mandibole una delle aguzze braccia di Cerfoglio. Lei gli rese la pariglia serrandogli l’altro braccio intorno al collo. […] Lottarono sbattendosi da una parte all’altra del letto, poi cominciarono a spostarsi verso il cuscino. Ormai erano ridotti entrambi a mal partito: Cerfoglio aveva un’ala tutta lacera e cincischiata e una zampa rotta e fuori uso, mentre Geronimo aveva il dorso e il collo pieni di graffi sanguinanti prodotti dalle braccia aguzze di Cerfoglio” (p.242). Avvincente come un duello omerico…tanto che non si svelerà il nome del vincitore.
Se non si è appassionati di animali (anche se Gerard Durrell ve li farà apprezzare) ci si potrà perdere con la fantasia nei panorami da fiaba dell’isola ionica, colta nelle varie ore del giorno, nell’alternarsi delle stagioni, nei suoi innumerevoli scorci. Incantato appare il lago dei gigli: Antiniotissa. “La curva levigata della duna che si stendeva tra la baia e il lago era l’unico punto dell’isola dove crescessero questi gigli, strani bulbi deformi sepolti nella sabbia, che una volta all’anno facevano spuntare sulla superficie un ammasso di foglie verdi e carnose e di fiori bianchi, così che la duna si trasformava in un ghiacciaio di fiori”. (p.296-297).
In noi rimane dopo la lettura del libro una rinnovata curiosità per il mondo animale con il quale condividiamo l’esistenza (e la sopravvivenza) sul Pianeta, spesso indifferenti ai nostri “coinquilini” ai quali invece il giovane narratore protagonista dedica tutte le sue cure ed attenzioni. Indubbiamente rimane anche in noi una legittima, seppur bonaria, invidia per questa famiglia d’oltre Manica che ha potuto trascorrere ben cinque anni in tale dorato paradiso, dedicando il suo tempo alle proprie passioni, ai propri hobby, circondata da amici umani e non, il cui affetto è ricompensato con gite avventurose e pantagrueliche merende, l’ultima delle quali assume connotati tragicomici a causa delle prodezze di Alecko, della Vecchia Tònfete e di Dodo che, in una sorta di nemesi, mettono a soqquadro tavole imbandite e stanze da bagno. Fino al mesto ritorno nella madrepatria su di un treno sferragliante e la tribù animale al completo, allo scoppio della seconda guerra mondiale: fine di un’epoca, fine di un sogno.

 


(Adriana de Nichilo)

 

 

 

 

Gerald Durrell, La mia famiglia e altri animali, Adelphi, 1990 [ * ]

 

TERRA VERGINE
post pubblicato in D'Annunzio, Gabriele, il 5 agosto 2013



Nel racconto “Cincinnato”, contenuto nella raccolta "Terra vergine", il primo libro pubblicato da D'Annunzio nel 1882, lo scrittore giovanissimo compare come personaggio. Egli fa amicizia col matto del paese, Cincinnato. Quest'ultimo sembra perso dietro qualche sua problematica interiore fuori controllo. Se ne esce spesso in frasi frammentarie che sono quasi un'eco allucinata della realtà. “[...] Voltò il capo dall'altra parte, verso le barche. - La vela!... - disse pensieroso – Sono due: una sopra e una sotto, nell'acqua...”, “I passeri volarono via come saette. - Vola! Vola! - esclamava egli seguendoli con l'occhio nel cielo di perla e ridendo forte. - Vola! Vola!...”, “Una foglia di papavero cadde nel fiume. La seguì con lo sguardo fin che potè. - Quella va lontano lontano lontano!... - disse malinconicamente […] ”.
Ma Cincinnato non è altro che un fauno, una creatura ferina e deforme di una realtà integralmente naturale in cui il tredicenne D'Annunzio è immerso, senza alcuna crepa. Le descrizioni naturali della marina pescarese appaiono incredibili come solo un adolescente può farle, in un mondo naturale follemente immacolato, che ormai solo una sfrenata nostalgia può cogliere. “Una sera di sabato stavo solo sul ponte a veder rientrar le barche pescherecce. Era un magnifico tramonto di luglio, pieno di nuvole scarlatte e dorate; il fiume verso il mare aveva dei lampeggiamenti e dei tremoli vivissimi; dalla parte dei colli le rive lo facevano verde gettandovi entro i loro alberi: selvette di canne, mucchi di giunchi, tende di pioppi altissimi le cui cime parevano dormire nell'aria infocata. Le barche si avanzavano alla foce lentamente con le grandi vele arance, rosse, a strisce, a rabeschi neri; due erano già ancorate e scaricavano la pesca; giungevano a buffi un vocio di marinai e un odor fresco di scoglio”, “Si voltò dalla parte opposta dove il cielo era diventato di berillo, purissimo”, “Un'altra volta, sugli ultimi di agosto, stavamo seduti tutti e due in fondo al viale, e il sole era già morto dietro i monti. Per la vasta campagna addormentata si sentivano a tratti delle voci lontane lontane, dei rumori indistinti; verso il mare si stendeva il lembo cupo della pineta; la luna color di rame saliva nel cielo fra le nubi fantastiche, lentamente”, ”Il sole tramontava limpidamente dietro i monti; il fiume era pieno di riflessi”, “Un bel pomeriggio di settembre andammo al mare. L'acqua infinita d'un azzurro carico staccava magnificamente sull'orizzonte opalino aggraziato da un po' di lacca; le barche pescherecce andavano a coppie; parevano grandi uccelli ignoti, dalle ali gialle e vermiglie. Poi dietro a noi e lungo la riva le dune fulve; poi, in fondo, la macchia glauca del saliceto”.
Ma è Cincinnato ad essere insicuro di questa integrità naturale, ad inserire degli spasimi di riflessione, proprio nelle ripetizioni con cui ha bisogno quasi di certificare una natura che teme possa svanire. “I papaveri sono rossi e stanno in mezzo al grano giallo, lì nel campo; e io li ho visti, e li ho presi, e te li ho portati, e tu hai detto: Belli !...E Cincinnato li ha presi nel campo...e c'era il sole, c'era...come il foco...” “La luna!...Ha gli occhi e il naso e la bocca come un cristiano; e ci guarda, e chi sa che pensa, chi sa...”.
Cincinnato entra in crisi quando vede passare il treno. Siamo nel 1876 e i treni sono una novità. “In lontananza si vedevano avvicinare rapidamente i due fanali del vapore, nell'ombra, come due grandi pupille sbarrate di un mostro. Il treno passò rumoreggiando e fumando; si udì il fischio acutissimo sul ponte di ferro; poi la calma tornò nella immensa campagna scura. Cincinnato s'era alzato da sedere. - Va va va – esclamò – lontano lontano, nero, lungo come il drago, e ha il fuoco dentro che ce lo ha messo il demonio, ce l'ha messo!...” (ho sempre vivo nella fantasia l'atteggiamento della sua persona in quell'istante. L'apparizione improvvisa del vapore in quel silenzio profondo della natura lo aveva colpito. Restò pensieroso per tutta la via, commenta il suo giovane amico). E sotto il treno Cincinnato finirà i suoi giorni vittima di una crisi definitiva. “Povero Cincinnato! Non si riconosceva più. Era diventato cupo, diffidente, rabbioso. Lo vedevo qualche volta, la sera, scantonare lesto lesto, come un mastino, per certe viuzze sudice e buie. Poi, una bella mattina di ottobre, piena di cobalto e di sole, lo trovarono sul binario vicino al ponte, sfracellato che pareva un mucchio di carname sanguinoso. Una gamba tagliata di netto era stata trascinata dalle ruote della locomotiva venti passi più in là; la testa senza mento, con il sangue aggrumato ne' capelli, aveva i due occhi verdastri sbarrati che facevano paura. Povero Cincinnato! Aveva voluto veder più da vicino il mostro che va va va – diceva lui – lontano lontano, nero, lungo come il drago, e ha il fuoco dentro che ce l'ha messo il demonio”.



(Carlo Verducci)







Gabriele D'Annunzio, Terra vergine, Ianieri, 2013 [ * ]


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GEZI PARK
post pubblicato in Corsi, Marcella, il 19 giugno 2013

 

I
una fuga d'alberi alti – andante come musica
un inoltrarsi nel folto delle proprie contraddizioni
uno spavento fecondo di gnomi di streghe d'elfi

che sia beffardo e nero ramo invernale o trina
primaverile di subitanea infiorescenza rosata
questo serve alla vita questo basta forse alla vita

anche degli uomini dimentichi della notte, arresi
invano ad una scienza presuntuosa e scomposta
dispersi, ormai perennemente illuminati a giorno


II
che alberi ci saranno nel bosco di Istambul?
tigli ed acacie come da noi, e querce ed aceri
oppure paulonie magnifiche e ficus dalle alte
aeree radici? o i castagni e i ciliegi e gli alberi
di Giuda dalle fitte infiorescenze rosa?sangue?

ora hanno compagnia ogni notte tutta la notte
ascoltano più canzoni in giorni di quante in mesi
ma soffrono luci improvvise rumori acuti troppo
vicini, nei nidi a stento si addormentano all'alba:
Erdogan dice che li taglia gli alberi di Gezi park

gli servon minareti alti da superare il cielo
gli serve un centro di scambio di merci denaro
potere favori grandeur ma fammi il piacere
direbbe il principe del nostri comici, dai fammi
il discorso – che non chiami alla guerra civile

quello giusto per convincere chi vuole respirare
ossigeno e ascoltare il linguaggio delle foglie
chi vuole riconoscere il verso di usignoli e merli
e sdraiarsi al fresco nell'agosto e rispettare
le scelte di chi quei tronchi annosi ha rispettato

dai convincici: magari un tribunale ti darà ragione
(noi resteremo, negli occhi fughe d'alberi alti
a confondere il sole

 

 
Un grande parco cittadino contribuisce a migliorare la qualità della vita dei residenti. Verrebbe da dire: il bosco più bello è quello in città. Perché se ne sente il bisogno più che altrove, per non perdere il senso del proprio essere esseri viventi entro una comunità di viventi non solo umani.
La vicenda del Gezi park di Istambul porta in primo piano però anche la consapevolezza di quanto le politiche di ‘modernizzazione’ che perseguono obiettivi di grandeur (e di arricchimento personale?) non rispettino la volontà dei cittadini, le loro esigenze.
C’è molto di questa vicenda turca che colpisce. Anche “Bella ciao” cantata in corteo, come in Grecia, come in Campidoglio.
Vogliamo rifletterci sopra? Vogliamo parlarne? Vogliamo contribuire con altri versi?
 

 
(Marcella Corsi)

 

 
vedi quì

 

 

 


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LEGGERE CELINE PENSANDO A BUCK
post pubblicato in Celine, Louis-Ferdinand, il 15 giugno 2013



si era distesa in direzione del ricordo
il muso rivolto al nord da cui veniva
fedele ai suoi boschi alle giovani fughe

allungata dolcemente sui sassi, è morta
oh molto discretamente senza lamenti
una postura assai bella, slanciata, in fuga
però su di un fianco, stremata. Ne ho viste
di agonie ma nessuna così bella, discreta
fedele

(quel che danneggia l’agonia degli uomini
è il palcoscenico



I versi mi sono derivati dalla lettura di un brano dell’opera di Celine Da un castello all’altro e sottolineano, a partire dalla sensibilità e dall’arte di un osservatore privilegiato, la semplicità, la naturalezza, l’autenticità presenti nell’agire animale anche nei momenti più difficili.
Chiunque abbia avuto la fortuna di avere un rapporto vero, direi paritario, con un animale domestico o selvatico sa quanto gli umani abbiano da imparare in questo senso da loro. Noi così condizionati dall’immagine, dalla vetrina, oggi ancora più che per il passato…
La vitalità, la trasparenza delle reazioni di un animale, pur domestico, non di rado aiuta chi vi si relaziona con qualche purezza di cuore a capire qualcosa in più anche di sé. E lo riconcilia con la parte più profonda del suo essere vivente, in una sorta di "etica animale" che accomuna uomini e animali delle più varie specie, ognuno a suo modo in relazione con gli altri.
Eppure gli umani molto spesso non ripagano gli animali della stessa moneta. Ovvero la moneta con cui hanno saputo pagare finora ha un valore che per la natura è spesso un disvalore.
Non sono riuscita a leggere un libro di Tiziano Terzani che mi è stato regalato perché, aprendolo come sempre in un punto qualsiasi per un assaggio, son capitata sulla descrizione di un pranzo in un ristorante orientale: al centro della sala da pranzo è posizionata una gabbia che racchiude gli animali a disposizione dei commensali (anche nei nostri ristoranti talora si possono scegliere, tanto per fare un esempio, i pesci dentro un acquario), uno sceglie di farsi cucinare i palmi delle mani di una scimmia, mangia la sua gustosa bistecca, la scimmia continua ad essere lì nella gabbia e urla tutte le volte che qualcuno si avvicina…In larghe zone del mondo abitato dagli umani anche i cani sono inclusi nel menù.
Sì, uno dei nodi culturali che sento in modo maggiormente critico è quello del cibo animale, del cibo cioè che per essere mangiato richiede morte o sofferenza di animali. E un allevamento industriale dimostra oggi come l'impulso economicista alla base del capitalismo porti nel tempo ad erodere le basi morali della società. Becchi mozzati, code strappate, impianti in cui si macellano 400 vitelli all’ora...Le condizioni imposte dagli allevamenti industriali vanno messe in discussione, in nome di quell' etica "naturale" che per millenni ha orientato la vita dei giusti sulla terra. A partire dalla convinzione che il discrimine tra umano e inumano sia la sensibilità verso chi è inerme e "senza voce".
Quasi nessuna voce hanno ancora anche nel nostro mondo culturale gli animali da lavoro che invecchiano. Perché meravigliarsene in un mondo nel quale non si riescono a tutelare nemmeno gli uomini e le donne che invecchiano dopo una vita di lavoro?
Infatti non ci meravigliammo quando lo trovammo nel bosco, con il collare a strangolo, denutrito da far paura, con due zampe fratturate e gli occhi di una tristezza senza speranza, il segugio di pelo riccio. E' invecchiato con noi. E' un bel cane zoppo che talvolta sembra sorrida.
Non so se sia per questo, più probabilmente qualcosa nel linguaggio usato mi ha toccato, ma non mi è riuscito di leggere e passar oltre. Dunque leggete per favore anche voi quel che scrivono Isabella e Mizzy di Buck (quì), ribattezzato sir Duke (anche solo per apprezzarne l'appassionata partecipazione). Perché, se per i grandi problemi quel che ognuno di noi può fare non è molto, la soluzione di qualche situazione problematica individuale potrebbe essere alla nostra portata.




 
1) Louis-Ferdinand Céline è lo pseudonimo (Céline era il nome della nonna materna) dello scrittore francese Louis Ferdinand August Destouches, conosciuto soprattutto per l'opera Viaggio al termine della notte.
2) E' quanto ho dedotto dalla lettura di Il dilemma dell'onnivoro di Michael Pollan, il quale offre una terza possibilità al dilemma che invita a rifiutare la carne o a far finta di non vedere il macello: che le mura dell’industria della carne diventino trasparenti, in modo reale (grandi pannelli di vetro a contenere i macelli) e anche metaforico. La sfida per chi voglia mangiar carne sarebbe allora esser capaci di di uccidere in modo più veloce e meno doloroso di quanto potrebbe avvenire in natura.
3) Lo fa in modo molto efficace Jonathan Safran Foer in Se niente importa perché mangiamo gli animali?, Parma, Guanda 2010

 
(Marcella Corsi)
.
vedi quì


   


 
Louis-Ferdinand Celine, Da un castello all'altro, Einaudi, 2008 [ * ]
PARLA UN ALBERO DI FUKUSHIMA, 11.03.2011
post pubblicato in Calandrone, Maria Grazia, il 6 giugno 2013
 

Non esiste nessuno da accusare. Nessuno contro
la paura per questo incomprensibile
male. Siamo così esposti. Così inermi. Invisibili come radiazioni.
Transatlantici e aerei da guerra
nella ipnosi nera
delle onde. Stavolta
è stato il mare. Ed è stata la terra. Tutto
oltrepassa la soglia della sua incandescenza. Nessuna madre
risalita dal fondo del mare – ci consola.

Terra benevola e terra tremenda
che mi sollevi. Le barre dei reattori sono esposte
ed è esposta la crudeltà del mare, esumata la solida amarezza
della madre. Nomi comuni di cose sconosciute. Ora la vedi
la morte sempre inclusa come un dubbio
nell’amore terreno. Ora lo vedi tutto l’abbandono.

Capelli neri come la montagna e colonne di suoni da attraversare.
Tieni alta la carne come uno stridere di freni. Sono
una cosa che ha sempre sperato. Una fiducia ottusa
nella bontà degli uomini e della natura. Solo per questo, solo per fiducia
nella bontà degli uomini e della natura mi è rimasto nel cuore
tanto amore. Ripercussioni. Scorie. Combustione stabile. Ma io sarò per te il cuneo nel cuore. Il filamento nero di carbonio. Faticherai a distinguere le parti molli, ciò che di noi l’amore lascia vivo.

O corpi refrattari come favi – corpi-densi
gomitoli di luce
tra i sorrisi-àncora dei figli – la radiazione
del tutto libera da impurità.
Il cuore è un materiale sovraumano
ci spinge nel torace come un favo di miele.
Che l’amore sia questa creatura – e che sia !,
più feroce del sole.




(Maria Grazia Calandrone)
MUJO
post pubblicato in Murakami, Haruki, il 5 giugno 2013

L’ultima volta che venni a Barcellona fu nella primavera di due anni fa. Fu per firmare i miei libri e fui sorpreso dal gran numero di lettori che facevano la fila in attesa del mio autografo. Mi ci volle più di un’ora e mezza per firmare tutti i libri, poiché molte delle mie lettrici volevano baciarmi. Tutto questo richiese un bel po’ di tempo.
Ho preso parte a eventi di questo tipo in molte altre città del mondo, ma soltanto a Barcellona c’erano donne che volevano baciarmi. Fosse solo per questo, fui colpito dalla bellezza della città di Barcellona. Sono davvero contento di essere ritornato in questa città dalla ricca storia e dalla cultura meravigliosa.
Ma mi dispiace ch’io oggi debba parlarvi di qualcosa di più serio dei baci.
Come saprete, alle 14 e 46 dell’11 marzo un forte terremoto ha colpito l’area nordorientale del Giappone. La potenza di questo terremoto è stata tale che la Terra ha girato più velocemente sul suo asse e il giorno si è ridotto di 1.8 microsecondi. Il danno causato dal terremoto in sé è stato notevole, ma lo tsunami scatenato dal terremoto ha provocato devastazioni ben maggiori. In alcuni posti l’onda dello tsunami ha raggiunto un’altezza di 39 metri. Di fronte a un’ondata così enorme nemmeno il decimo piano degli edifici era in grado offrire rifugio a chi si trovava sulla sua traiettoria. Chi viveva vicino alla costa non aveva modo di sfuggirle e quasi 24.000 persone sono morte e circa 9.000 di esse sono ancora dichiarate disperse. La grande ondata le ha portate via e non siamo ancora riusciti a ritrovare i loro corpi. Molti sono scomparsi nel mare ghiacciato. Quando mi fermo a riflettere su questo e cerco di immaginare che cosa si provi a subire un destino così tragico, mi si stringe il petto. Molti sopravvissuti hanno perso la famiglia, gli amici, la casa, le proprietà, le comunità e le basi stesse della loro vita. Interi villaggi sono stati completamente distrutti. Molti hanno perso ogni speranza di vita.
Essere giapponesi significa convivere con le calamità naturali. I tifoni attraversano gran parte del Giappone dall’estate all’autunno. Ogni anno provocano enormi danni e molte persone perdono la vita. Ci sono molti vulcani attivi in ogni regione. E ovviamente ci sono molti terremoti. Il Giappone poggia pericolosamente sulle quattro enormi placche tettoniche nell’estremità orientale del continente asiatico. Si dice che viviamo proprio sul nido dei terremoti.
Possiamo predire in una certa misura l’ora e la traiettoria dei tifoni, ma non possiamo predire quando avrà luogo un terremoto. Tutto ciò che sappiamo è che questo non è stato l’ultimo grande terremoto e che ce ne sarà un altro nel prossimo futuro. Molti esperti predicono che un terremoto di magnitudo 8 colpirà l’area di Tokyo entro i prossimi venti o trenta anni. Potrebbe accadere tra dieci anni o domani pomeriggio. Nessuno può dire con certezza quale sarà l’entità del danno se un terremoto interno dovesse colpire una città così densamente popolata come Tokyo.
Nonostante ciò soltanto nell’area di Tokyo ci sono 13 milioni di persone che conducono vite “normali”. Prendono affollati treni per pendolari per recarsi in ufficio e lavorano all’interno di grattacieli. Persino dopo questo terremoto non mi è mai giunta voce che la popolazione di Tokyo sia diminuita.
Perché? Potreste domandarmi. Com’è possibile che così tante persone vivano la propria esistenza quotidiana in un posto così terribile? Non impazziscono dalla paura?
In giapponese abbiamo la parola “mujo”. Significa che tutto è effimero. Tutto ciò che nasce in questo mondo cambia e alla fine scomparirà. Non vi è nulla di eterno o di immutabile su cui possiamo fare affidamento. Questa visione del mondo proviene dal buddismo, ma l’idea di “mujo” è stata impressa a fuoco nello spirito del popolo giapponese e ha messo radici nella coscienza etnica comune.
L’idea che “tutto se n’è semplicemente andato” esprime rassegnazione. Crediamo che non serva a nulla opporsi alla natura, ma il popolo giapponese ha scoperto positive espressioni di bellezza in questa rassegnazione. Se per esempio pensiamo alla natura, noi adoriamo i fiori di ciliegio a primavera, le lucciole in estate e le foglie rosse in autunno. Per noi è naturale osservare tutto questo appassionatamente, collettivamente e per tradizione. Può risultare difficile fare una prenotazione alberghiera vicino ai celebri luoghi dei boccioli di ciliegio, delle farfalle e delle foglie rosse nelle rispettive stagioni, poiché sono posti invariabilmente gremiti di visitatori.
Perché?
I fiori di ciliegio, le lucciole e le foglie rosse perdono la loro bellezza in un tempo molto breve. Ci spingiamo molto lontano per assistere al momento glorioso. E siamo alquanto sollevati quando possiamo confermare che non sono semplicemente splendidi, ma cominciano già a cadere, a perdere le loro piccole luci e la loro bellezza vivida. Il fatto che la loro bellezza ha raggiunto l’apice e comincia già a svanire ci assicura la pace dell’animo.
Non so se le calamità naturali abbiano influenzato una tale mentalità, ma sono sicuro che in un certo senso in virtù di questa mentalità abbiamo superato collettivamente calamità naturali consecutive e accettato cose che non potevamo evitare. Forse queste esperienze plasmano la nostra estetica naturale.
La grande maggioranza dei giapponesi è stato profondamente traumatizzata da questo terremoto. Per quanto possiamo essere abituati ai terremoti, ancora non siamo riusciti a farci una ragione delle dimensioni del danno. Ci sentiamo impotenti e siamo in ansia per il futuro di questo Paese.
Alla fine rivitalizzeremo la nostra mente, ci alzeremo e ricostruiremo. Non ho vere paure in questo senso.
È così che siamo sopravvissuti nel corso di tutta la nostra lunga storia. Non possiamo essere di alcun aiuto se restiamo immobili e sopraffatti dallo choc. Le case demolite possono essere ricostruite e le strade distrutte possono essere riparate.
In breve, abbiamo in affitto una camera sul pianeta Terra senza alcun permesso. Il pianeta Terra non ci chiede mai di vivere su di esso. Se trema un po’ non possiamo lamentarcene, poiché tremare di tanto in tanto è una delle caratteristiche della terra. Che ci piaccia o no dobbiamo convivere con la natura.
Ciò di cui voglio parlare qui non è qualcosa come edifici o strade, che possono essere ricostruiti, ma piuttosto cose che non possono essere ricostruite facilmente, cose come etica o valori. Sono cose che non possiedono una forma fisica. Una volta distrutte è difficile ripararle, perché non possiamo farlo con macchine, lavoro e materiali.
Ciò di cui sto parlando in concreto sono gli impianti nucleari di Fukushima.
Come saprete, almeno tre dei sei impianti nucleari danneggiati dal terremoto e dallo tsunami non sono ancora stati riparati e continuano a perdere radioattività intorno a loro. È avvenuta la fusione e il terreno circostante è stato contaminato. L’acqua contaminata dalla radioattività è stata riversata nel vicino oceano. Il vento diffonde la radioattività in aree più estese.
Centinaia di migliaia di persone hanno dovuto lasciare la propria casa. Fattorie, aziende agricole, fabbriche e porti sono stati abbandonati da tutti. Chi viveva lì potrebbe non essere più in grado di farvi ritorno. Mi addolora affermare che il danno prodotto da questo incidente non interessa soltanto il Giappone ma va diffondendosi nei Paesi vicini.
Il motivo per cui un incidente così tragico ha avuto luogo è più o meno chiaro. Le persone che hanno costruito questi impianti nucleari non avevano immaginato che uno tsumani di tali dimensioni li avrebbe colpiti. Alcuni esperti avevano fatto notare che tsunami di dimensioni simili avevano già colpito queste regioni e avevano fatto pressione affinché i parametri di sicurezza venissero rivisti, ma le compagnie elettriche li avevano ignorati, poiché le compagnie elettriche, in quanto imprese commerciali, non avevano alcuna intenzione di investire in modo significativo in vista di uno tsunami che potrebbe abbattersi una volta ogni cento anni.
Il governo, che dovrebbe garantire la sicurezza degli impianti nucleari con rigide regolamentazioni, pare che abbia abbassato i parametri di sicurezza per promuovere lo sviluppo dell’energia nucleare. Dovremmo indagare queste motivazioni e se vi troviamo degli errori dobbiamo correggerli. Centinaia di migliaia di persone sono state costrette a lasciare la propria terra ritrovandosi con la propria vita sconvolta. È giusto indignarsi al riguardo.
Non so perché i giapponesi si indignino così di rado. Sono bravi a essere pazienti, ma non lo sono altrettanto a indignarsi. Sotto questo aspetto siamo sicuramente differenti dai cittadini di Barcellona. Ma questa volta persino i giapponesi si sono indignati sul serio.
Allo stesso tempo dobbiamo essere critici verso noi stessi, noi che abbiamo permesso o tollerato questi sistemi alterati.
Questo incidente è in relazione con la nostra etica e i nostri valori.
Come saprete, noi, il popolo giapponese, abbiamo vissuto l’esperienza degli attacchi nucleari. Nell’agosto del 1945 bombardieri statunitensi hanno sganciato bombe sulle due principali città di Hiroshima e Nagasaki, provocando la morte di oltre 200.000 persone. Le vittime erano in massima parte persone inermi, gente comune. Tuttavia non è questo per me il momento di stabilire i torti o le ragioni di ciò che accadde.
Ciò che qui voglio sottolineare è non soltanto che 200.000 persone morirono per le conseguenze immediate del bombardamento atomico, ma anche che molti sopravvissuti sarebbero morti successivamente in seguito agli effetti delle radiazioni in un periodo di tempo prolungato. Dalle vittime delle bombe nucleari abbiamo imparato quale terribile distruzione la radioattività ha causato al mondo e alla gente comune.
Dopo la seconda guerra mondiale abbiamo seguito due politiche fondamentali. Una era la ripresa economica, l’altra la rinuncia alla guerra. Avremmo rinunciato all’uso delle forze armate, saremmo diventati più prosperi e avremmo perseguito la pace. Queste idee divennero le nuove politiche del Giappone del dopoguerra.
Le parole che seguono sono scolpite sul monumento alle vittime della bomba atomica di Hiroshima. 
“Riposate in pace. Non faremo mai più lo stesso errore”.
Sono parole altisonanti. Queste parole significano che siamo vittime e assalitori allo stesso tempo. Di fronte all’energia nucleare siamo vittime e assalitori. Poiché siamo minacciati dalla potenza dell’energia nucleare, siamo tutti vittime. Poiché la usiamo e non riusciremmo a evitare di usarla, siamo anche tutti assalitori.
Sessantasei anni dopo il bombardamento atomico gli impianti nucleari di Fukushima Dai-ichi diffondono radioattività da tre mesi, contaminando il suolo, l’oceano e l’aria intorno a loro. Nessuno sa come e quando riusciremo a fermarli. È la seconda fonte di devastazione operata dall’energia nucleare in Giappone, ma questa volta nessuno ha sganciato una bomba atomica. Noi, il popolo giapponese, abbiamo commesso i nostri propri errori, abbiamo contribuito a distruggere le nostre terre e le nostre vite.
Perché è accaduto? Che cosa ne è stato del nostro rifiuto dell’energia nucleare dopo la seconda guerra mondiale? Che cosa ha guastato la nostra società pacifica e benestante, che con tale costanza abbiamo perseguito?
Il motivo è semplice. La ragione è l’“efficienza”.
Le compagnie elettriche hanno insistito che gli impianti nucleari offrivano un sistema di sviluppo energetico efficiente. Era il sistema dal quale potevano trarre profitto. E soprattutto in seguito alla crisi petrolifera il governo giapponese dubitò della stabilità dei rifornimenti di petrolio e promosse lo sviluppo dell’energia nucleare come politica nazionale. Le compagnie elettriche avevano speso enormi somme di denaro in pubblicità per indurre i media a dare al popolo giapponese l’illusione che lo sviluppo dell’energia nucleare fosse completamente sicuro.
E così scoprimmo che il 30% dell’elettricità proveniva dall’energia nucleare. Il Giappone, che è una piccola nazione insulare colpita di frequente da terremoti, divenne il terzo dei principali produttori di energia nucleare, senza che il popolo giapponese nemmeno lo notasse.
Avevamo superato il punto di non ritorno. Ormai era fatta. A coloro che avevano paura dell’energia nucleare veniva posta la domanda intimidatoria: “Saresti favorevole alla penuria di energia?” Il popolo giapponese cominciò a pensare che fosse inevitabile fare affidamento sull’energia nucleare. È quasi una tortura vivere senza aria condizionata nella torrida e umida estate giapponese. Coloro che avevano dubbi riguardo all’energia nucleare furono etichettati come “sognatori irrealistici”.
E così arrivammo dove siamo oggi. Impianti nucleari che dovrebbero essere efficienti ci offrono una visione dell’inferno. Questa è la realtà.
La cosiddetta “realtà”, su cui insistevano coloro che promuovevano lo sviluppo dell’energia nucleare, non è per nulla la realtà, ma soltanto “comodità” superficiale. Hanno sostituito la realtà con la loro “realtà” e la loro logica difettosa.
Questo è il crollo del mito della “tecnologia”, di cui il popolo giapponese era orgoglioso, e la disfatta dell’etica e dei valori di noi giapponesi, che abbiamo permesso un tale inganno. Accusiamo le compagnie elettriche e il governo giapponese. Questo è giusto e necessario, ma allo stesso tempo dovremmo accusare noi stessi. Siamo vittime e assalitori allo stesso tempo. Dobbiamo considerare seriamente il fatto. Se non lo facciamo commetteremo di nuovo il medesimo errore.
“Riposate in pace. Non commetteremo mai più lo stesso errore”.

Dobbiamo prendere a cuore queste parole.
Il Dr Robert Oppenheimer, uno dei principali artefici dello sviluppo della bomba atomica, fu tremendamente colpito dalla spaventosa situazione di Hiroshima e di Nagasaki dopo gli attacchi atomici. Disse al presidente Truman: “Abbiamo le mani insanguinate”.
Truman prese un fazzoletto immacolato dalla sua tasca e disse: “Si pulisca le mani con questo fazzoletto”.
Ma ovviamente non c’è al mondo fazzoletto pulito grande abbastanza da ripulire così tanto sangue.
Noi, i giapponesi, avremmo dovuto dire: “No” all’energia nucleare. È questa la mia opinione.
Avremmo dovuto sviluppare fonti di energia alternative per sostituire l’energia nucleare a livello nazionale, mettendo insieme tutte le tecnologie, le conoscenze e il capitale sociale. Anche se tutto il mondo ci avesse riso in faccia dicendo: “L’energia nucleare è il sistema di produzione di energia più efficace e i giapponesi sono così sciocchi da non usarlo”, avremmo dovuto conservare l’allergia nei confronti dell’energia nucleare che la nostra esperienza delle armi nucleari aveva prodotto in noi. Dopo la seconda guerra mondiale avremmo dovuto dare la massima priorità a una politica di sviluppo delle energie non nucleari.
Avremmo dovuto fare dello sviluppo della produzione di energia non nucleare il fondamento della nostra politica dopo la seconda guerra mondiale. Sarebbe dovuto essere questo il modo di assumerci la nostra responsabilità collettiva per le vittime di Hiroshima e Nagasaki. In Giappone avevamo bisogno di un’etica forte, di valori forti e di inviare un messaggio forte che per i giapponesi sarebbe stato una possibilità di dare un autentico contributo al mondo. Ma abbiamo trascurato di imboccare questa strada importante, preferendole quella facile dell’“efficienza” a sostegno del nostro rapido sviluppo economico.
Come ho affermato, possiamo superare il danno causato dalle calamità naturali, per quanto spaventoso e esteso esso possa essere. E a volte il processo del superamento rende le nostre menti più forti e più profonde. Questo possiamo ottenerlo.
È compito degli esperti ricostruire strade e edifici distrutti, ma è dovere di tutti noi ristabilire etica e principi danneggiati. Cominciamo piangendo coloro che sono morti, prendendoci cura delle vittime del disastro e con il desiderio naturale di non permettere che la loro sofferenza e le loro ferite siano vane. Ciò assumerà la forma di un’opera ingegnosa e silenziosa che richiederà notevole pazienza. A questo scopo dobbiamo unire le nostre forze, così come l’intera popolazione di un villaggio va fuori insieme a coltivare i campi e a seminare in un’assolata mattina di primavera. Ognuno facendo quello che può, tutti insieme.
Noi, scrittori professionisti, versati nell’uso delle parole, possiamo contribuire positivamente a questa missione collettiva su larga scala. Dovremmo connettere etica e principi nuovi a parole nuove e creare e costruire storie nuove e stimolanti. Saremo in grado di condividere queste storie. Avranno un ritmo che incoraggerà le persone, proprio come le canzoni che gli agricoltori intonano quando seminano. Abbiamo ricostruito il Giappone che era stato completamente distrutto dalla seconda guerra mondiale. Dobbiamo ritornare a questo punto di partenza.
Come ho affermato all’inizio di questo discorso, viviamo in un mondo mutevole e transitorio, “mujo”. Ogni vita cambia e alla fine svanirà. Gli esseri umani non hanno potere di fronte alle più grandi forze della natura. Riconoscere l’effimero è uno dei concetti di base della cultura giapponese. Sebbene rispettiamo il fatto che tutte le cose sono transitorie e sappiamo di vivere in un mondo fragile e pieno di pericoli, a un certo punto siamo permeati di una tacita volontà di vivere e di menti positive.
Sono orgoglioso della grande considerazione che le mie opere riscuotono presso il popolo catalano e di essere stato insignito di un premio così grande. Abitiamo a notevole distanza tra di noi e parliamo lingue differenti. Abbiamo culture differenti. Ma allo stesso tempo siamo cittadini del mondo che condividono gli stessi problemi, la stessa gioia e la stessa tristezza. Storie scritte da autori giapponesi sono state tradotte in lingua catalana e il popolo catalano le ha fatte sue. Sono contento di poter condividere le stesse storie con voi. Sognare è il compito quotidiano dei romanzieri, ma condividere i sogni è un lavoro ancora più importante per noi. Non possiamo essere romanzieri senza la sensazione di condividere qualcosa.
So che il popolo catalano ha superato molte difficoltà, ha vissuto la vita pienamente e ha conservato una ricca cultura nella propria storia. Sono sicuramente tante le cose che condividiamo.
Sarebbe davvero meraviglioso se noi e voi potessimo diventare “sognatori irrealistici” in Giappone e in Catalogna e plasmare una “comunità morale”, aperta ad ogni Paese e cultura. Penso che sia il punto di inizio della nostra rinascita, poichè in tempi recenti abbiamo sperimentato molte calamità naturali e crudeli atti di terrorismo. Non dobbiamo aver paura di sognare. Non dobbiamo mai permettere ai cani impazziti chiamati “efficienza” o “comodità” di raggiungerci. Dobbiamo essere “sognatori irrealistici” che procedono con vigore. Gli esseri umani moriranno e svaniranno, ma l’umanità trionferà e si rigenererà per sempre. Al di sopra di tutto dobbiamo credere in questa potenza.
Farò dono dell’ammontare del premio alle vittime del terremoto e dell’incidente all’impianto nucleare. Sono profondamente grato al popolo catalano e alla Generalitat de Cataluña per avermi offerto questo premio e questa opportunità. Permettetemi anche di esprimere la mia più profonda solidarietà alle vittime del recente terremoto a Lorca.





(Murakami Haruki, discorso tenuto il 9 giugno 2011 a Barcellona, in occasione dell’assegnazione del Premi Internacional Catalunya.)

 


MINAMISANRIKU
post pubblicato in Diario, il 1 giugno 2013

Potrebbe essere uno stagno che si sta prosciugando, percorso da odori adesivi, usato come discarica. Invece si calpesta Minamisanriku e non si vorrebbe, temendo di far male a qualcuno. Pochi soccorritori sono arrivati quì e la prima volta se ne sono andati, convinti che il porto peschereccio abitato fino a venerdì da diciassettemila persone si trovasse altrove. Sono tornati oggi, spinti dai sopravvissuti del posto e dal Gps e adesso non hanno dubbi. Questo deserto coperto ora dai gabbiani, da cui affiora una gamba piegata, si apre dall'oceano verso l'interno per nove chilometri. 
ll livello del Pacifico che si è trasferito sopra la costa nord-est dell'isola di Honshu, resta alto per almeno due chilometri. Non una barca si è salvata, la spiaggia è attraversata da sabbie mobili e nessuno va a recuperare quell'arto, divenuto il segnale della catastrofe. Quì sorgevano migliaia di edifici, la darsena, strade, scuole e un piccolo ospedale. Se davvero Minamisanriku è questo, non c'è speranza. Da tre giorni non c'è traccia di almeno metà della popolazione. Diecimila abitanti sono scomparsi in pochi minuti, travolti dalla prima, grande onda scatenata dal sisma.

 

Dopo 72 ore si possono trovare persone vive sotto le macerie di un terremoto, non sotto il fango di uno tsunami. Chi si è salvato nei quartieri in collina, è accampato per strada e guarda l'impressionante scia orizzontale, simile a quella verticale aperta da una valanga.  Il livello del terreno si è abbassato e l'impressione è che ora sia inferiore a quello del mare. E' per questo che Minamisanriku è stata spazzata via e che gli aiuti non sono ancora arrivati. Le strade sono interrotte, tutto deve essere portato a mano. Manca cibo, non c'è acqua potabile, la corrente elettrica è sospesa. Non si può nemmeno fuggire: le pompe, tre chilometri all'interno, non funzionano e il carburante è esaurito. Questa città inghiottita è l'ultimo simbolo della catastrofe che s'è abbattuta sulle prefetture orientali di Miyagi, Iwate e Fukushima, a nord di Tokyo. Si comincia però a prendere atto con orrore che è solo una delle tante, uno tra i centinaia di luoghi del Giappone che non c'è più. Dopo un giorno in viaggio lungo la costa inghiottita dall'oceano, ormai deserta e muta, non ha senso tentare di contare i morti e i dispersi.
Diecimila? il doppio? La popolazione sostiene che anche trentamila risulteranno pochi. Più rapido contare i superstiti e i feriti e sperare che molti siano riusciti a scappare all'interno e che non riescano ora a dare l'annuncio della loro salvezza. "Quando è finita la grande scossa - dice Natsuo Kawabata, avvocato a Minamisanriku - mi sono precipitato verso casa. Ho visto una trentina di auto in colonna, che acceleravano sulla strada. Una dopo l'altra, in mezzo minuto, sono state inghiottite tutte. Nella quarta c'erano mia moglie e mio figlio Hojo di sette anni. Era al telefono con me e gridava "è fatta, siamo salvi"". Se una parte dell'Honshu non esiste più lo si deve anche alla straordinaria qualità delle costruzioni antisismiche, che hanno tradito gli abitanti. Dopo la scossa delle 14.46, l'assenza di crolli ha indotto la gente a illudersi di aver subito un evento straordinario, ma non distruttivo. L'allarme tsunami è stato lanciato nove minuti più tardi, diciannove prima che l'oceano si alzasse di venti metri sopra la costa.

 

L'onda si è abbattuta su una popolazione riversa per strada, che stava cercando di capire cosa fosse successo, nell'impossibilità di seguire gli appelli alla fuga lanciati in tivù, spenta dall'interruzione della corrente elettrica.  La maggioranza ha ignorato il pericolo del Pacifico, o ne ha sottovalutato la velocità, venendo strappata via con l'elmetto d'emergenza sul capo. E' questo eccesso di sicurezza nella tecnologia, l'abitudine alla compagnia di una terra quì in costante movimento, ad aver potenziato l'effetto del peggior terremoto della storia nazionale. Percorrendo i quattrocento chilometri  della costa inabissata, rimasti in gran parte privi di soccorsi a causa dell'emergenza radioattiva della centrale di Fukushima, ci si rende conto che il peggio potrebbe non essere ancora scoperto. Sendai, il capoluogo della prefettura di Miyagi, oltre un milione di abitanti, resta sommerso dall'acqua ancora per metà. Sono migliaia gli edifici distrutti, gli evacuati da tre giorni non mangiano e non bevono, l'aria della notte scende a quattro gradi sotto zero e solo pochi possono ripararsi con una coperta asciutta. "Ci mancano farmaci essenziali e sangue - dice Mikiko Dotsu, capo squadra di Medici senza frontiere - e l'assenza di energia impedisce di operare. centinaia di persone, in particolare i bambini e i vecchi, devono essere portate via di quì al più presto, con gli elicotteri o sulle navi". La scuola elementare di Natori è adibita a obitorio: all'interno, non coperti da lenzuoli, centinaia di corpi, forse mille. In un angolo vengono riposte le salme irriconoscibili, i resti considerati umani. Più si risale a nord, dal cuore dell'epicentro, e più lo scenario assume realmente il profilo di una non narrabile apocalisse. Anche la città marinara di Matsushima aveva diciassettemila residenti. E' ridotta ad un villaggio di poche case naviganti nel mare e del grande mercato del pesce non c'è traccia. Gli abitanti, sotto shock, raccontano che lo tsunami del'11 marzo passerà però alla storia per aver sottratto al mondo l'arcipelago di Matsushima Kaigan. Erano 260 piccole isole, decine di penisole verdi tuffate nel Pacifico, tra gli scenari naturali più stupefacenti del Giappone. Rocce nere, torri di tufo, sabbia come neve, sorgenti di acqua bollente, borghi antichi e una miriade di templi buddisti e scintoisti invasi dalla pace. Dalla costa oltre Sendai occorreva un'ora di barca per entrare nel paradiso delle scimmie e dei cervi, popolato di oltre duecentomila persone. Dalla terraferma non si scorgono più isole e i pescatori assicurano che l'arcipelago è stato sommerso. A Ishinomaki, sull'isola di Miyato, abitano centosessantaseimila persone, di cui non si ha notizia. Metà della città risulta distrutta. I pescatori dell'isola di Kinkazan, il "fiore d'oro" dell'Honshu, non trovano più decine di altre isole, rimaste sotto il livello del mare. Il censimento del disastro è ostacolato dalla distruzione dei porti e di migliaia di imbarcazioni. L'arcipelago di Matsushima è totalmente isolato da venerdì e anche il laboratorio marino dell'università di Tuhoku, nella città di Onagawa, non dà segni di vita. Di certo la penisola di Ojika, l'isola di Oshima e Fukuura, si trovano oggi sotto il livello dell'acqua ed è impossibile sapere quanti siano riusciti a mettersi in salvo, come abbiamo potuto riuscirci. Le isole hanno fatto da frangiflutti contro la forza del mare, proteggendo un tratto di terraferma, ma autocondannandosi a scomparire. Lungo la costa, che si presenta oggi come un luogo naturale totalmente cambiato e irriconoscibile, sono però migliaia gli edifici crollati anche a Shiogama, cinquantanovemila residenti e il più grande mercato del pesce della prefettura di Miyagi. Centinaia di persone mancano a Iwanuma, dove la gente resta accampata sui tetti. A Rikuzentakata, nella prefettura di Iwate, sabato si segnalavano quattrocento corpi restituiti dallo tsunami. Le squadre di soccorritori, giunte da Taiwan, affermano che nella spianata di fango ce ne potrebbero essere altrettanti. A Rikuzen Takata, cittadina di ventottomila persone, gli edifici demoliti dallo tsunami sono oltre ottomila. Centinaia più a sud, a Minami Soma. La realtà che un Giappone stremato non vuole ancora accettare è l'uscita dallo tsunami con una mutilazione profonda e lacerante. Tra la capitale e Kesennuma, apice nord estremo della devastazione, centinaia di centri abitati non esistono più. I porti distrutti sono decine, migliaia di imbarcazioni bruciate e affondate. La pesca rappresenta il 15% del pil nazionale e i danni economici si profilano immensi. In questa fascia di terra scossa, in gran parte impercorribile in auto e non raggiunta dalla macchina dei soccorsi, si aggirano oltre trecentomila sfollati, alla disperata ricerca di un numero imprecisato di morti e dispersi. La maggioranza della popolazione, poco meno di tre milioni di individui, ha perduto tutto e lotta per trovare acqua, cibo e qualcosa con cui difendersi dal freddo. Gli aiuti sono lenti e insufficienti: centomila uomini si perdono in un deserto di macerie e rischiano di trasformarsi a loro volta in profughi.
Solo oggi iniziano a delinearsi i contorni di una tragedia che nelle prime ore, dopo la scossa da 9 gradi della scala Richter, era sembrata miracolosamente scongiurata. Si è detto che il Giappone poteva resistere ad un simile squasso: stiamo scoprendo che non è andata così, che nemmeno il Sol Levante è stato più forte di una natura che si illudeva di aver sottomesso. "L'onda saliva - dice Yukio Hokusai, sopravvissuto di Rikuzen Takata - e il primo piano di casa è stato allagato. Siamo usciti sul tetto e anche i nostri vicini, nell'edificio a fianco, erano lassù. Un cantiere impediva al fango di scorrere e la montagna di melma saliva. Ho visto la famiglia Endo sparire in un gorgo nero, mentre il figlio più piccolo si aggrappava all'antenna satellitare". Di tutto questo, assieme al dolore, nel Nordest del Giappone resta solo la paura: di un'altra, definitiva scossa, di una contaminazione nucleare più alta di quattrocento volte rispetto al normale, dell'abbandono, di essere rimasti senza futuro. Nel pomeriggio al largo di Ebina ha attraccato la portaerei USA "Ronald Reagan". I marines che distribuiscono razioni di pane e di riso a chi si prepara per la terza notte all'addiaccio, hanno la maschera sul viso. I sopravvissuti si inchinano, ringraziano e subito si coprono la bocca con la mano.





(Giampaolo Visetti, da "La Repubblica" di lunedì 14 marzo 2011)        




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E' STATA CREATA LA PAGINA FACEBOOK
post pubblicato in Diario, il 28 maggio 2013
 

            E' stata creata la pagina Facebook del Circolo di Ecocritica di Villa Leopardi







                                       



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ALBERINVERSI
post pubblicato in Diario, il 18 maggio 2013


alberinversi

sfumature di verde


 

 

Il Gruppo di ecocritica del Circolo dei lettori invita ad un

incontro con i poeti

Maria Grazia Calandrone, Fabio Ciriachi,    Michele Colafato, Tiziana Colusso,          Marcella Corsi, Luciana Raggi


 

il 20 maggio 2013 alle 19,30

          presso la Biblioteca di Villa Leopardi            (via Makallé)


 

introducono Adriana De Nichilo 

Anna Maria Robustelli


intermezzi musicali di Alessandra Ciccaglioni 

LA TORTORA E IL SILIQUASTRO
post pubblicato in Colafato, Michele, il 17 maggio 2013

  

L'albero magico che rallegra il Palatino
fiorisce nelle rughe e sul tronco a primavera
le bocche di leone ruggiscono
tra le crepe del muro e il ciuffo di ciclamini viola
si offre al sole. La porta dove bussavi
è stata sempre aperta e la tortora
rimanda il richiamo: ho imparato
ho imparato, anch’io che mi ripeto
qualcosa ho imparato.

 



(Michele Colafato)







"La tortora e il siliquastro" in Michele Colafato, Tieni aperto, Il Labirinto, 2012 [ * ]









vedi quì per una descrizione naturalistica dell'albero sul Palatino, l'"albero di Giuda"







  

Lungo la via di San Gregorio al Celio, dietro la grande cancellata che s’apre al Palatino, nei giorni di primavera piange lacrime di sangue un albero antico che non ti aspetteresti di vedere lì dov'è e per questo puoi finire per non vederlo. Egli è noto ai botanici come il Siliquastro e tra il popolo di Roma l'ho sentito chiamare Re degli alberi di Giuda. E benché pianga, fiorendo, la sua vista che ravviva le pendici del colle, mette allegria, non tristezza, e meraviglia chi viene ad ammirarlo da paesi lontani. * ]


 

 

 


 
 
L'INVENZIONE DELLA NATURA SELVAGGIA
post pubblicato in Brevini, Franco, il 18 aprile 2013
brevini 1 001

Quella di natura selvaggia è un’idea tutt’altro che “naturale”. È un prodotto culturale, un’invenzione. 
Ancor prima di quella fisica, la geografia cui partecipa è quella della mente. È stata la civiltà a creare la wilderness. Nella cultura dell’ancien régime l’idea di natura selvaggia era assente. Nella modernità è quanto mai presente, ma solo per testimoniare la propria tendenziale e inarrestabile cancellazione. L’idea di wilderness si 
afferma, non a caso, a partire dalla rivoluzione industriale. La cultura occidentale ha cercato di piegare la natura alle sue necessità, ma il risultato è stato segare l’albero su cui era seduta. 
È la contrapposizione di homo sapiens alla natura che è profondamente sbagliata. Noi siamo 
natura: ecco tutto. La wilderness è stato uno degli anticorpi che la cultura ha prodotto per difendersi dai suoi stessi eccessi. Viaggiando in zone remote, ho spesso notato la naturalezza con cui 
le popolazioni locali hanno di solito risolto le questioni ambientali. Ma nel contempo 
proprio quelle felici 
soluzioni, espressioni 
di modelli di sviluppo 
lontanissimi dai nostri, hanno finito per 
condannare quei popoli e civiltà, sempre 
più assediati ed anacronistici. Incapace di 
uscire da questa contraddizione, l’umanità sta andando diritta verso l’autodistruzione. Il primo risultato nel nostro immaginario della sistematica distruzione della natura è l’ecologia. 
La modernità ha segnato la definitiva acquisizione a livello di 
massa di una nozione inizialmente diffusa solo tra le classi 
colte: l’importanza della natura 
per la vita spirituale dell’uomo. 
Di più: mai come negli ultimi decenni l’allarme ecologico ha diffuso la consapevolezza di una comunanza di destino tra l’umanità e il pianeta. Il secolo decisivo per gli incontri straordinari con i “selvaggi” 
fu il XVIII, quando alcuni fortunati libri di viaggio, come quelli 
di Louis Antoine de Bougainville e di James Cook, fecero circolare l’idea che negli arcipelaghi 
dei mari del Sud sopravvivessero popoli consegnati a una felice 
condizione edenica. Ormai logoro e bisognoso di rinnovamento, 
il mito dell’Arcadia aveva trovato due inedite rilocalizzazioni: da 
una parte nelle mitologie legate 
all’idealizzazione dei tropici, dall’altra nelle Alpi, isola di arcaica 
semplicità sopravvissuta nel 
cuore dell’Europa. Ma ci sono 
anche risvolti più inquietanti. Le 
cronache del XIX secolo testimoniano frequenti riconversioni dei nativi extraeuropei in attrazioni da fiera. L’uomo contemporaneo avverte che il contatto con la natura 
selvaggia può dischiudere un 
varco verso gli strati profondi 
della sua identità biologica, che 
troppo a lungo la cultura ha seppellito sotto le proprie incrostazioni. Nasce forse di qui il fascino 
dei confini del mondo, dove ancora occhieggia l’intrico primordiale, dove l’informe selvaggio, 
altrove esorcizzato, chiede all’uomo civilizzato di mettersi in 
gioco senza la protezione di troppe protesi.
 
* ]
È una sensazione che qualche volta ho provato durante le traversate nella natura selvaggia: ricordarmi da dove vengo, tornare a sentirmi parte di quel mondo in cui pure è inscritta la mia vita biologica, avvertire che qualcosa si sta sgretolando e crolla a terra come un astuccio disseccato, facendomi sentire più libero e vivo. La wilderness come forza generatrice indifferente all'umano e l'immersione in essa come anamnesi verso le sorgenti della vita è una delle esperienze più sconvolgenti che personalmente ho vissuto inoltrandomi negli ambienti selvaggi. Ancora prima che sui testi del criticismo ecologico, è stato nelle giornate trascorse nella wilderness che, insieme a un nuovo senso di me stesso, ho incontrato una visione diversa della natura. Le due scoperte avvenivano contemporaneamente. Là in mezzo mi sentivo fragile e indifeso: davvero finitudine e nullità. Ogni protervia antropocentrica crollava miseramente di fronte a quelle sconvolgenti apparizioni di primordialità naturale. Proprietà dell'uomo, materiale grezzo da plasmare, dominio del logos tecnocratico? Come potevamo esserci tanto allontanati da un rapporto organico con la natura, al punto da non sentirci più ospiti della terra, parti di un tutto? Proprio in quelle occasioni mi rendevo conto che era il senso del nostro esistere sulla Terra a dovere essere riformulato. La giungla, il deserto, la montagna, la banchisa erano lì, potevo toccarli, vi ero immerso, aggrappato, avviluppato. Ma esistevano indipendentemente da me, rivelavano anzi la loro temibile alterità, quando non la loro minacciosa ostilità. Eppure sentivo che in quel grumo imperscrutabile di repulsione e di attrazione stava la chiave per scoprire l'essenza dell'umano e per dare una risposta all'ombra della morte che lo avviluppa. In quegli sconfinati vuoti o in quegli intrichi brulicanti di presenze invisibili potevo avventurarmi al massimo in punta di piedi, minuscolo frammento di un tutto vivente, che mi travalicava a ogni passo. Forse solo allora ho capito davvero cosa intendesse dire Aldo Leopold nel famoso saggio Thinking like a mountain, «pensare come una montagna». È una mattina di giugno e il mondo è spartito in due: il blu del cielo e il bianco del ghiacciaio. Dopo che per giorni i cordini di traino fissati all'imbragatura mi hanno torturato le reni, salire senza la pulka stipata di tenda e viveri mi dà una sensazione di leggerezza. All'imbragatura oggi è legata solo la corda da nove millimetri che mi collega alla mia compagna, un cordone ombelicale arancione incaricato di salvarmi dall'eventuale caduta in uno degli infiniti crepacci celati dalla neve, che si diramano insidiosi in questo tratto dell'altipiano. Sotto i miei sci sono ammassati tremila metri di ghiaccio, una meticolosa banca dati di quanto è accaduto sulla terra negli ultimi cinquecentomila anni. Tutto è assoluto e rarefatto qui sull'Inlandsis della Groenlandia, l'ultimo residuo delle calotte glaciali che rivestivano la Terra nel Quaternario. L'orizzonte è una linea bianca, un cerchio implacabilmente perfetto che corre intorno a noi, minuscoli puntini arrancanti in questo nulla nevoso. Lungo 3000 chilometri, largo 500, profondo 3000 metri, l'Ice Cap è così pesante che ha schiacciato la superficie terrestre sottostante, spingendola sotto il livello del mare. Se questi due milioni di chilometri cubici si sciogliessero, i mari del pianeta si alzerebbero di sei metri, cancellando intere regioni, e ogni abitante disporrebbe di un miliardo di litri d'acqua dolce. [...] Oggi non arriveremo da nessuna parte. Semplicemente fra qualche ora ci fermeremo e mangeremo dei biscotti seduti sulla neve, scrutando nuove lontananze glaciali, che si spalancheranno senza fine con il variare del sole e delle nubi. Ma ora che avanzo, spingendo ritmicamente gli sci, mi sento tutt'uno con il movimento regolare dello scarpone, il fruscio della pelle di foca, il ritmo della respirazione: una scheggia di vita che freme in questa gelata dismisura. «La meta è dentro di te» mi ha confidato ieri sera in tenda Robert Peroni, che ha attraversato l'Inlandsis due volte. È vero, qui sul ghiacciaio continentale la meta non è una vetta come nell'alpinismo. Muta a ogni passo, arretra, sei sempre arrivato e non arrivi mai. Ma proprio questa situazione mi aiuta a capire che ogni meta, qui come altrove, non sta fuori, ma dentro. La meta più vera, mi ritrovo a pensare nello stato di ebbrezza che mi dà questo luogo metafisico, è la riappropriazione di un io soffocato dall'abitudine, la discesa in ciò che giace dentro ciascuno di noi, verso quel fondo primordiale e struggente, che già nei giorni scorsi sentivo liberarsi a ogni passo con cui mi allontanavo dalla costa. Quanta parte della mia esistenza si era svolta nell'insensibilità verso i moti di una natura, che pure avevo continuamente ricercato e che tante volte mi aveva inquietato e anche terrorizzato? Sapevo che mi apparteneva, ma poche volte avevo sentito che anch'io appartenevo a lei. Ora, senza alcuna protesi, mi trovavo qui, sopra questa ciclopica massa di ghiaccio, che scivolava incessantemente verso le acque dell'oceano. Non avevo che gli sci, qualche capo di abbigliamento e una manciata di viveri, ma mi sentivo tutt'uno con il mio corpo che pulsava nella luce del ghiacciaio. Lo sguardo scrutava la neve e, prima ancora di riconoscerne gli indizi, un oscuro istinto mi faceva indovinare la caverna ombrosa del crepaccio spalancata davanti agli sci. Gudrun, la sciamana di Sermiligaq, mi aveva raccontato un giorno dell'anima di uno sciamano, che, trasformata in aquila, aveva volato per giorni sopra il grande ghiacciaio. Non avevo capito allora cosa volesse dire, ma adesso cominciavo a intuire qualcosa di quell'immedesimazione con le forze elementari del paesaggio, di quella partecipazione alla grande liturgia cosmica, che la cultura inuit aveva saputo esprimere. Le appartate solitudini di quel gigantesco specchio scintillante sopra l'alto Atlantico mi stavano riconsegnando alla mia memoria biologica. Quello che stava accadendo lassù era un risveglio: una gioiosa, calma riappropriazione di me stesso. Non c'erano più ore, né distanze: c'era solo quell'andare nel cuore di una lontananza. E non volevo sapere dove sarei arrivato. [ * ]


(Franco Brevini) 







Franco Brevini, L'invenzione della natura selvaggia, Bollati Boringhieri, 2013 [ * ]






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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 18/4/2013 alle 7:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
UN DISASTRO DIMENTICATO
post pubblicato in Consani, Michelangelo, il 3 aprile 2013

 

L’11 aprile 1991, alle 12.30 circa, davanti al porto petroli di Genova, si verifica un'esplosione a bordo della superpetroliera Amoco Mildford Haven durante un'operazione di travaso di greggio. Tra i trentasei componenti dell'equipaggio si contano cinque morti. Più di 140.000 tonnellate di idrocarburi vengono liberate nell'ambiente: è il più grave disastro ambientale mai avvenuto nel Mediterraneo. Oggi il relitto giace sul fondale marino ad un miglio e mezzo dal porto di Arenzano ad una profondità di 80 metri. * ] [ * ] .
Michelangelo Consani, artista impegnato sui temi ambientali, ha realizzato nel 2011 la mostra "Ancora Ancora la nave in porto – Amoco Milford Haven files", sul disastro della petroliera. Nel 2012 è uscita la monografia "The Caspian Depression. A One Straw Revolution" , con un saggio introduttivo di Serge Latouche, che nasce dalla riflessione sulle tre personali di Consani (oltre ad "Ancora ancora la nave in porto", "La festa è finita", presso lo Spazio Tiboni di Bologna e  "M.H.G. Three Personalities For A New Ecological Memory", presso la Kunstraum Muenchen di Monaco di Baviera). Sulla copertina del libro la curva di Hubbert, che descrive l'esaurimento della fonte energetica fossile del petrolio [ * ].  
 

 


 
vedi quì e quì

 

 

 

 

 
Michelangelo Consani, Matteo Lucchetti (a cura di ), The Caspian Depression. A One Straw Revolution, Kunstverein Publishing, 2012 [ * ]


 


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 3/4/2013 alle 14:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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