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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
LA CORSARA
post pubblicato in Petrignani, Sandra, il 24 luglio 2018
 

Questo libro, a detta dell’autrice scritto non per creare una biografia della scrittrice piemontese ma per darne un ritratto a tutto tondo, è un bellissimo esempio di quel che può essere un saggio critico.  E – a mio avviso – va al di là delle intenzioni dell’autrice, realizzando anche più di quanto intendesse. 
Nella mia gioventù ho amato molto gli scritti di Natalia Ginzburg, in particolare il suo “Lessico Famigliare”, forse il suo libro che ho letto con maggior attenzione. Ma era il periodo in cui studiavo, e la materia studiata non consentiva molte distrazioni. Così – a più di cinquant’anni da allora – non ricordo molto delle opere, neppure – proprio – di quel “Lessico famigliare” che ora ho citato. Ma quello che ricordo con lucidità era il modo di scrivere della Ginzburg, chiaro e semplice, che portava dritto al cuore di quello che l’autrice voleva dire.
Non penso che sia facile descrivere il libro della Petrignani a chi non l’ha ancora letto: debbo però convenire con l’autrice sul fatto che non viene raccontata la vita della Ginzburg, come in una biografia, piuttosto viene ampiamente descritto il tempo della Ginzburg e la vita culturale italiana di allora. Particolare attenzione per chi, come me, l’ha seguita, desta la descrizione della nascita delle edizioni Einaudi, e la figura di Giulio, fratello del presidente Luigi. Per Einaudi io avevo davvero una specie di “cotta”: in particolare, oltre alle opere della Ginzburg, ricordo molte delle opere più belle di Leonardo Sciascia. 
Non c’è parte di questo libro che non si legga volentieri. Ne emerge una figura maestra – quella, appunto, della Ginzburg corsara, protagonista indiscussa della scena letteraria del suo tempo – e i rapporti che Natalia ha avuto con Calvino, con Pavese e con Elsa Morante. Ma non solo. Appaiono a chiare tinte i pregi delle sue opere, e soprattutto l’importanza che la Ginzburg ha avuto nel panorama letterario. E' così che emergono le sue qualità di “direttrice letteraria” della Einaudi, in sostituzione di suo marito Leone, morto giovanissimo nel 1944, in carcere, appena sei anni dopo il matrimonio... E anche la sua conversione religiosa, da ebrea  – qual’era la sua famiglia (Giuseppe Levi, il padre, Lia Tanzi, la madre)  a cattolica, quando sposa (vedova di Leone Ginzburg) Gabriele Baldini.   
Il libro ripercorre per tappe la biografia della Ginzburg. Si tenga conto che la Ginzburg ha scritto, oltre che romanzi, poesie e opere teatrali. Di alcune di queste ha diretto la regia, con buon successo. Ed è proprio questa poliedricità ad emergere dal libro prezioso della Petrignani. La quale – come ho già detto all’inizio – riesce ad andare oltre quello che si era prefissa, e cioè a far emergere dal suo libro la figura a tutto tondo della Ginzburg, come donna e come letterata. 
Nel ritratto “vivente” che il libro ne dà, compaiono, oltre al suo essere letterata, anche le notevoli doti di organizzatrice: la casa editrice Einaudi, che prima della Ginzburg era affidata letterariamente a Cesare Pavese, col quale Natalia collabora a lungo, dopo la sua morte passa direttamente a lei, come direttrice editoriale. Il bellissimo rapporto con Giulio Einaudi è un altro dei caratteri della sua magnifica carriera letteraria. Agli esordi aveva lavorato per Einaudi non solo come scrittrice, ma come traduttrice di molti autori, tra cui Proust.  
E in molti altri aspetti la sua vita ha avuto a che fare con l’arte, in particolare la pittura, attraverso amicizie con pittori importanti, più o meno noti. Il libro testimonia in molte parti questo rapporto. E molti giudizi dei pittori da lei frequentati compaiono nel “Finale di Partita”, una grossa collezione di pareri sulla Ginzburg da parte di chi – come Sandra Petrignani – l’ha conosciuta. Anche il ritratto iniziale che la Petrignani ne dà nel primo capitolo è un modo brillante e originale di mettere il lettore di fronte alla personalità di Natalia. 
Ho dovuto leggere questo libro con molta fretta. E mi propongo presto di rileggerlo, per l’enorme impatto che ha avuto su quanto già conoscevo di Natalia Ginzburg, attraverso le sue opere lette in gioventù (oltre “Lessico famigliare”, ricordo di aver letto “Le piccole virtù”, e – forse – “Caro Michele”), e mi è venuta una gran voglia di avere la sua "Opera omnia" rappresentata da due “Meridiani”. Ne consiglio la lettura sia a chi conosce già la Ginzburg, sia a chi – ora giovane – forse non ne ha sentito neppure parlare: scoprirà che Natalia fa parte delle Italiane importanti, a tutti gli effetti. E grazie a Sandra Petrignani per l’opera paziente e precisa con la quale ha davvero dato un grosso contributo al riemergere della figura di Natalia.



(Lavinio Ricciardi)







Sandra Petrignani, La corsara, Neri Pozza, 2018 [ * ]
ANIME BALTICHE
post pubblicato in Brokken, Jan, il 16 ottobre 2015
 

“Cosa strana. La nostra è un’epoca in cui si parla tanto di storia. Ma se non fossimo capaci di ravvivarla con qualcosa di personale, la storia rimarrebbe sempre più o meno astratta, piena di scontri di forze anonime e di schemi. La generalizzazione, indispensabile per una visione d’insieme di un materiale immenso e caotico, uccide però i particolari, che sfuggono per definizione alle semplificazioni schematiche”. Fedele alle considerazioni di Czeslaw Milosz, che tratta alla stregua di un nume tutelare, lo scrittore e viaggiatore olandese Jan Brokken ricostruisce in Anime baltiche (ed. Iperborea, traduzione di Claudia Cozzi e Claudia di Palermo) le vicende dell’Europa nordorientale dando spazio proprio a quei particolari che, per ragioni di sintesi o per limitatezza di vedute, i manuali tendono a trascurare, preferendo ridurre la storia a una sequenza fredda e ordinata di date e dati.
Brokken segue un’impostazione diversa, partendo dal presupposto che battaglie, rivoluzioni, trattati di pace, diktat e ambiguità dei governanti hanno conseguenze dirette sulla quotidianità delle persone (che subiscono quei fatti, senza quasi mai potervi incidere) e sul loro futuro, sull’urbanistica, le lingue, le leggi. La storia influenza la geografia, la toponomastica, la letteratura, la religione e il diritto, e sposta i confini tra il bene e il male, tra ciò che si può fare e ciò che è vietato, con la stessa rapidità e arbitrarietà con cui, ad alcune latitudini più che altrove, ridefinisce frontiere e cittadinanze.
L’area baltica, da questo punto di vista, ha conosciuto una perenne instabilità: Vilnius, si legge nel capitolo dedicato a Romain Gary, “porta tanti nomi quanti sono i padroni che si sono avvicendati nella sua storia dolorosa”. Unico tratto comune ai vari dominatori, l’antisemitismo, che esponeva gli ebrei come Gary al rischio continuo di discriminazioni, pogrom, deportazioni. Per il resto, ogni nuovo regime portava con sé il proprio corredo ideologico di nazionalismi, insofferenze ed esclusioni: la rivoluzione bolscevica, ad esempio, segnò la fine dell’aristocrazia baltico-tedesca, a cui appartenevano Alexandra Wolff-Stomersee, moglie di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (che dalla decadenza della famiglia della moglie trasse ispirazione per Il Gattopardo) e lo scrittore Eduard von Keyserling, che per toni e atmosfere a Brokken ricorda Proust: “Era una vera anima baltica: un emarginato nel suo stesso mondo, uno sradicato che non voleva affatto esserlo, un mite derisore che cercava di nascondere quanto soffriva di essere rifiutato, e che al tempo stesso amava follemente il mondo in cui era cresciuto”.
Era un’anima baltica anche Hannah Arendt, cresciuta nella città di Kant, Königsberg (oggi Kaliningrad, nome in cui “risuona ancora l’eco della dittatura, lo stridore di una chiave infilata nella serratura di una cella”), nella continua consapevolezza che per i rivolgimenti della storia o per un dolore personale il mondo potesse cambiare da un giorno all’altro. Consapevolezza che riflette nelle opere di artisti, scrittori, filosofi che abbiano sperimentato questo destino su di sé: le opere di Hannah Arendt spingono il lettore a non dare niente per scontato, a riflettere, a farsi un’idea propria e, cosa più importante, ad assumersene le responsabilità. Come le opere del lettone Rothko, avventure sconosciute in mondi sconosciuti e quindi perfette metafore dello sradicamento.
Ma in Brokken la macrostoria ufficiale, quella che impariamo sbadigliando a scuola, non si intreccia solo con i destini di personaggi famosi, che nell’esilio hanno trovato la loro voce, ma anche con le microstorie individuali di gente comune. Mentre vediamo Hannah Arendt crescere, studiare, lottare contro l’ottusità dei suoi insegnanti, viaggiare, innamorarsi di Heidegger e confidarsi con Jaspers, seguiamo la presa di coscienza della sua giovane concittadina Darja Sviridova, spinta dalla lettura de Le origini del totalitarismo, Vita activa, La banalità del male a laurearsi in storia. Brokken la incontra in treno, ravvisandovi subito i segni di un’anima baltica: “è certamente una conseguenza della storia la loro abitudine di tenere a distanza gli estranei; ma è faticoso dover infrangere ogni volta un muro di diffidenza”.
E anche se Darja finirà con l’aprirsi, diserterà un appuntamento al ristorante. Lo sappiamo perché lo stesso Brokken è un altro personaggio fondamentale del libro: l’io narrante, l’esploratore che viaggia, incontra, si documenta, domanda, ascolta, e intanto ricompone i pezzi di un mosaico complicato senza mai sovrapporsi a ciò che racconta. In un’opera ricca di digressioni e di salti temporali, in cui niente appare fuori posto ed ogni elemento, come scrisse Calvino degli oggetti, “si carica di una forza speciale, diventa come il polo di un campo magnetico, un nodo di una rete di rapporti invisibili”, Brokken è una presenza costante e al contempo discreta, il compagno di viaggio ideale.



(Valerio Rosa)




Jan Brokken, Anime baltiche, Iperborea, 2014 [ * ]





(apparso su La stanza del riccio del 3 febbraio 2015)




* ] [ * ] [ * ] [ * ] [ * ]  
DAVANTI E DIETRO LA SCRITTURA
post pubblicato in Diario, il 23 luglio 2015
Davanti e dietro la scrittura
Donne e uomini alle prese con identità di genere, ruoli, gerarchie e riconoscimento pubblico 
a cura di Alessandra Sarchi e Annamaria Tagliavini.
"Lo scrittore inglese Ian Mc Ewan ha dichiarato che «fintanto che esisteranno le donne, esisterà il romanzo», e i dati di lettura sembrano dargli ragione, perché le lettrici sono più numerose dei lettori e leggono molto di più. 
Paradossalmente però alle scrittrici, alle editrici e alle donne che lavorano in ambito culturale manca il riconoscimento di una adeguata autorevolezza. L’espressione scrittura femminile evoca ancora il genere rosa, sentimentale e lacrimoso. 
Con questa giornata di studio ci si è voluti interrogare su quali leve culturali e antropologiche possano essere messe in atto per cambiare direzione. Non per tornare a un neutro indistinto ma per sottolineare la ricchezza delle differenze".
Sabato 18 aprile 2015 ore 10-18 
Aula Magna S. Cristina, 
Biblioteca Italiana delle donne, 
Via del Piombo 5 Bologna.
Introduzione ai lavori:
Annamaria Tagliavini, Il rapporto tra le donne e la lettura/scrittura: una lunga storia di divieti e felici trasgressioni.
I Sessione - modera Annamaria Tagliavini
Giulio Mozzi, La formazione della scrittrice / la formazione dello scrittore. Uno specimen sociologico. Con un’analisi di Luca Pareschi
Helena Janeczek, Donne nella letteratura straniera e in quella italiana
Luisa Finocchi e Roberta Mazzanti, Spunti per una indagine a più voci su scrittrici, editrici e professioniste del lavoro editoriale
Tiziana de Rogatis, Critica e Genere: Elena Ferrante e Alba de Cespedes
Pausa
II Sessione - modera Alessandra Sarchi
Gino Ruozzi, Carattere e temi di alcune scritture femminili
Daniela Brogi, Esiste la scrittura maschile?
Bia Sarasini, Epica maschile ed epica femminile
Con testimonianze di scrittrici e scrittori: Grazia Verasani, Rosella Postorino, Marcello Fois, Simona Vinci, Giampiero Rigosi, Marco Filoni.

In questo video interventi di Helena Janeczek e Gino Ruozzi:

In questo video interventi di Daniela Brogi e Giampiero Rigosi:

In questo video intervento di Tiziana De Rogatis e dibattito con il pubblico: 

In questo video interventi di Roberta Mazzanti e Luisa Finocchi:

In questo video intervento di Bia Sarasini (letto da Annamaria Tagliavini) e dibattito con il pubblico:



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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 23/7/2015 alle 6:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
LA TERRA, IL PAESAGGIO, LA LETTERATURA
post pubblicato in Ferracuti, Angelo, il 5 dicembre 2014

L'articolo che segue è apparso su Nazione Indiana il 5 dicembre scorso in occasione del World Soil Day. Lo si riporta in omaggio alla vocazione ecocritica che questo blog, dove sono stati raccolti i contributi del Circolo di Ecocritica Villa Leopardi, ha sempre avuto. Il Circolo dopo cinque anni ha cessato la sua attività. La riflessione nella letteratura del rapporto con la terra, con il paesaggio, con la memoria dei luoghi, è la tematica rimasta a livello individuale negli interessi dei partecipanti al Circolo. Sotto il segno della linea pedagogica indicata da Duccio Demetrio in "La religiosità della terra".   
Girando parecchio l’Italia, negli ultimi periodi mi sono reso ancora di più conto di come il paesaggio marchigiano, fermano, mi appartenga interiormente in modo molto forte per intima consonanza. Come questo condizioni il mio umore, un’idea estetica in generale, persino lo stile, la scrittura che adopero, l’organizzazione dello spazio, e come non riesco a staccarmene, nonostante poi la vita di provincia sia in realtà abbastanza claustrofobica e fisiologicamente noiosa.
Sono nato in una famiglia contadina, e di quel mondo ho ancora molta nostalgia. Quindi sono un assiduo frequentatore dei “luoghi persi” di cui parla il poeta Umberto Piersanti, amo molto la terra, la natura, gli alberi, e vado spesso in cerca di silenzio in un mondo frastornante, dove i rumori di sottofondo sono una parte del dominio, del caos, della confusione, e confondono le idee. Nelle nostre campagne ritrovo l’armonia, l’ordine e il disordine naturale, la quiete.
Quando vado in un’altra regione, la prima cosa che mi viene da fare è un paragone di paesaggi, e anche di abitudini, di riti quotidiani, quali sono le diversità tra il luogo di residenza, e quello dove sono arrivato. Spesso mi accorgo che il mio occhio si è in qualche modo allenato su queste colline marchigiane, sui paesi arroccati, nei piccoli luoghi, che basta spostarsi di pochissimi chilometri e si scorge oppure si arriva direttamente al mare. Almeno dalle mie parti. Certo nel nord delle Marche non è sempre così, se penso a Falconara, con quel Moloch orribile della raffineria dell’Eni, una città di mare dove il mare non si vede mai. Ma il paesaggio della Sardegna, per esempio, è più impegnativo da un punto di vista strettamente naturalistico, più selvatico e roccioso, a volte soffoca, la stessa cosa vale per quello abruzzese, tanto per fare degli esempi tangibili, mentre in Calabria in pochi chilometri si passa dall’alta montagna al mare, in modo molto netto, quasi violento, e le speculazioni edilizie, gli sfregi della ‘ndrangheta, hanno irreparabilmente violentato cittadine e costa, molti luoghi da quelle parti sono inguardabili.
Il nostro paesaggio è assolutamente conservato meglio, anche se sulla costa non c’è più un tratto di spiaggia libera, tutti i piccoli chalet degli anni ’60 dalle tinte pastello si sono quadruplicati di dimensioni, diventando spesso ristoranti, campi di calcio, luoghi del brutto, del cattivo gusto e del consumismo di massa in salsa spettacolar-televisiva, dove gli zombie saltellano nell’acqua. La costa marchigiana che si vede dal treno è spesso così, e non è un bello spettacolo.
Anche da noi ormai vince l’idea che il paesaggio non deve essere tutelato ma sfruttato come le persone, il consumo di suolo della nostra Regione è tra i più alti d’Italia, si cementifica molto. Sono tutt’altro che uno specialista di queste cose, ma nel 1998, in occasione del bicentenario leopardiano, proprio per onorare questo illustre antenato, scrissi un racconto che uscì in un libro (gli altri scrittori erano Gilberto Severini, Claudio Piersanti, Eraldo Affinati e Laura Pariani) al quale tengo molto e la dice lunga su come la penso. La letteratura può dire tutto ciò che in genere non si può dire, e resta una forma, una rappresentazione del mondo spesso avversa che si materializza rispetto a quella del potere. La letteratura mostra cose che possono esistere, che possono accadere, e anche i loro paradossi. E’ un altro modo di vedere il mondo, spesso di chi è stato sconfitto ma non ha perso la speranza di cambiare. In realtà nella società dell’eterno presente, dove l’esperienza di molte vite si gioca sull’attimo, così come suggerito dalle culture neoliberiste che con impeto necrofilo, una idea di distruzione, cavalcano il mito del consumo, credo che l’attenzione per il paesaggio, per lo sviluppo compatibile delle città, dei paesi, e dentro questo il recupero di una socialità, interessi davvero una minoranza di persone e venga percepito come qualcosa di anacronistico. La maggioranza vede ormai tutto come qualcosa da consumare, dal sesso a una gita in barca, annullando tutto quel sentimento del tempo che ci hanno insegnato gli antichi. Quindi, siccome lo spettacolo deve continuare, è questo che vuole il potere, tutto deve essere consumato, da una funzione religiosa a un film pieno di rapporti anali con protagonisti uomini e animali, la suora che canta il rock e il festival di musica sacra, la religione di questo tempo è non fermare “lo sviluppo”, “la crescita”. Ma nella foga avevo dimenticato il mio racconto, che si intitola “Un barbaro”, al quale sono molto legato, e l’antologia, “La città raccontata”, curata da Daniele Garbuglia. Ebbene a Recanati, nel natio borgo selvaggio, questo vecchio impazzisce, prende in mano lo schioppo, si barrica in casa e dal balcone comincia a sparare contro i manovali che stanno costruendo un palazzo di fronte alla sua casa colonica e stanno cancellando “la vista” dell’ermo colle. Arrivano i carabinieri, e il figlio, che vive in un comune vicino, avvertito da questi ultimi, e, nonostante da fuori tutti cerchino di convincerlo alla resa, il vecchio leopardiano continua a combattere finché non resta ucciso nel conflitto a fuoco con i militari. Ovviamente non è un invito ad imbracciare le armi, come dicevano una volta i cattivi maestri, ma a non smettere di lottare e di pensare con quelle pacifiche del pensiero, di cui anche la letteratura è parte.



(Angelo Ferracuti)








(apparso su Nazione Indiana del 5 dicembre 2014)

 




ALBERINVERSI. UN PERCORSO DI ECOCRITICA
post pubblicato in Robustelli, Anna Maria, il 29 novembre 2013

Ci interroghiamo spesso, in maniera sempre più pressante sul nostro rapporto con il pianeta Terra. Lo sfruttamento delle risorse di questo pianeta ha per secoli, per millenni logorato l'ambiente in cui siamo chiamati a vivere. Per un periodo molto lungo ci siamo considerati i padroni dell'Universo, superiori a tutto il creato, con il diritto di sfruttarne indiscriminatamente e illimitatamente i beni di cui ci troviamo a disporre. Stiamo capendo che questa visione del mondo dualistica (l'uomo opposto alla natura) e autoritaria è molto distruttiva. Lentamente capiamo che noi siamo una parte del creato e non i signori di esso e che il creato si può mantenere solo se i rapporti tra le forme viventi che lo popolano vengono mantenuti a discapito di nessuno.
  

Alla biblioteca comunale di Villa Leopardi a Roma trova accoglienza il Gruppo di Ecocritica Villa Leopardi, che ha avviato alcune iniziative volte ad approfondire la conoscenza degli alberi.
Per prima cosa il 18 aprile scorso si è svolto un percorso guidato tra poesia e storia degli alberi con lo storico degli alberi Antimo Palumbo e il Gruppo di Ecocritica Villa Leopardi. Ci si è spostati da albero a albero - sono stati "visitati" una robinia, un pino, una palma, un gelso, un cipresso, un olmo, un leccio e un acero - leggendo dei versi tratti da poesie di poeti contemporanei e non in cui venivano citati questi alberi. Un mese dopo, il 20 maggio, si è tenuto un incontro con alcuni poeti i cui testi erano stati letti in quella passeggiata, che hanno offerto altre poesie sugli alberi.
Si è esordito parlando di ecocriticism, la disciplina che, per usare le parole della ricercatrice americana Cheryll Glotfelty, studia la relazione tra la letteratura e l'ambiente fisico. Alcuni studiosi americani hanno scoperto che un modo sicuramente efficace per affrontare i problemi della biosfera è la letteratura, che da secoli è stata uno strumento estremamente valido per raccontare e trattare i problemi dell'individuo e della società. L'ecocritica analizza come ogni opera letteraria si pone nei confronti dei problemi dell'ambiente e in che modo orienta la visione che ognuno di noi ha di questi problemi.
In questo modo tende a far aumentare la consapevolezza verso queste problematiche per evitare catastrofi ecologiche sempre più distruttive e irreversibili. Al tempo stesso cerca di essere una forma di attivismo, cioè tenta di mettere in moto quelle molle che ci spingono a lottare per difendere qualcosa a cui teniamo (per es. gli alberi).
Di fatto la letteratura e, nel caso specifico la poesia, può mettere in campo un elemento irrazionale, il sentimento, che è un'energia di per sè trascinante, laddove la mera razionalità della scienza non riuscirebbe a coinvolgere la gente più di tanto. La letteratura, la poesia, quindi, permettono una narrazione, una discussione e un coinvolgimento estetico che costituiscono un forte propulsore necessario per determinare qualsiasi cambiamento.
Stiamo andando avanti con un'idea sbagliata di cultura. L'uomo non è l'animale più importante del creato. Dobbiamo abbandonare l'antropocentrismo in cui abbiamo creduto fin dal Rinascimento, ma anche prima (tradizione giudaica, la Bibbia). Intanto le rivoluzioni del secolo passato ci hanno insegnato che è scorretto dire uomo, che è una definizione di genere. E' corretto dire uomo e donna, ma poi abbiamo capito che anche l'altro (includendo in questa parola i bambini, i malati, gli handicappati, i popoli non occidentali, gli animali, le piante, il mondo minerale, ecc.) è ugualmente importante. Gli esseri umani non si devono più contrapporre alla natura considerandola loro proprietà, perchè essi sono una parte della natura e possono sopravvivere se imparano a restare in armonia con il resto del creato.
Barry Commoner, scienziato americano, nella prima legge dell'ecologia ci dice che "ogni cosa è connessa con ogni altra cosa". [ 1 ]
La prima poeta che ha letto le sue poesie è stata Maria Grazia Calandrone, di cui citiamo alcuni versi tratti dalla bella poesia in romanesco Arberi, che possiede una distinta qualità drammatica, intensificata dall'uso del dialetto [ 2 ]:

[...]
Tutti l'arberi - 'o vedi - toccano er cielo co' ste giravorte
de rami, che s'avviteno
su de sè
carmi carmi
puro se so' feriti
puro se stanno a bagno ner nerastro e nella cupitudine
de l'inverno: perciò
mettemose vicini
all'arberi
senza ruminà
male e vennetta, famose semplici
come cinghiali, come la tera: tera
se dovemo fa', sotto sti grandi macchinari da fiore. [ 3 ]

La voglia di vivere, di crescere, di produrre foglie e fiori spinge gli alberi avanti fino a toccare il cielo e la poeta alla fine invoca per noi umani la necessità di metterci vicini agli alberi con umiltà, di farci terra sotto di loro, rinunciando implicitamente alle nostre "manie di grandezza" inutili.
Fra altre poesie, Marcella Corsi ha letto questi versi:

Se hai parole dimmi gli occhi del mandorlo
le sue minuscole labbra marroni di terra
spediscimi a volo di tordo ciocche vive
i suoi capelli di foglia, ti renderò
affrancato di corteccia un pensiero
forte del suo fiorire (ma non tagliarli
troppo corti: sono così belli
e odorosi, lucenti i suoi capelli ricci... [ 4 ]

Si tratta di un felice incontro tra un albero che tende a diventare una persona e una persona che assume le forme di un albero per manifestarsi. Il linguaggio è sensuale, denso di suoni e immagini corporee: prevalgono il tatto e l'odorato. L'incalzare dei versi trascolora di immagine in immagine con un gusto quasi barocco. La mancanza di punteggiatura fonde il tutto in un magma sinuoso segnato dalle ripetute invocazioni sotto forma di imperativi che ravvicinano chi parla all'albero oggetto della poesia.
Un coinvolgimento nella matericità delle parole della poesia è presente anche in Pinus pinea di Tiziana Colusso. Ci colpiscono nella prima parte della poesia i numerosi suoni con la effe in cui la voce pare ripetutamente tuffarsi quasi per non ritrovare la luce. Non per nulla la poeta parla di affogo. Tiziana Colusso visita e mette insieme più culture: per esempio gli etruschi nella parte da me citata, rendendoci consapevoli di vivere in un mondo ricco di sedimentazioni e punto di confluenza di culture diverse. L'elemento del significante è spesso prevalente. Le parole sembrano scaturire le une dalle altre in impicci di allitterazioni che rivelano una grande sensibilità linguistica e un'attenzione che è passata per la sonorità delle avanguardie.

[...]
Pinus pinea di pinoli infantili da serci etruschi
bucce sparse sui tufi della necropoli, tra le isolette dei tumuli
fecondate dal seme dei secoli in fioriture stratificate

           - e da allora persa a vagare fluida e fluente
                                                                  L fino al naufragio ferale:
e con l'ultima foga a sollevarmi dall'affogo proprio un pinus
                                                                             L pinea m'appare,
[...] [ 5 ]

Ha la grazia di un haiku una delle poesie lette da Michele Colafato:

Gli occhi si alzano al cielo
grigio scuro terso dal diluvio -
in fila doppia gli alberi di Giuda
sono tutti in fiore [ 6 ]

La doppia schiera di alberi di Giuda si ergono contro un cielo ombroso a contrastare la diffusa mestizia del giorno.
In Nel bosco di Luciana Raggi entriamo in un intrico di alberi fitti, oscuri, in cui facciamo fatica a discernere le cose. Poi per improvviso incanto nel silenzio dei faggi si dischiudono le stelle del giorno. La bella strofa finale stabilisce un altro parallelismo tra i fenomeni del bosco e quelli umani, sintomo di una fratellanza che i poeti cercano per illuminare la realtà.

Nel fitto bosco
non vedo cielo
Un vedo e non vedo
assopisce in uniformità.

Poi per improvviso incanto,
fra i faggi silenziosi, son fiorite le stelle del giorno.
Così, per altro incantamento,
le tue parole ora
punteggiano il ricordo.
Ed esco al sole. [ 7 ]

L'ecocritica non è molto nota in Italia, anche se vanta una stimata studiosa, Serenella Iovino. [ 8 ]
Molto interessante è l'orizzonte teorico che la studiosa dischiude nel suo "Ecologia letteraria". Altrettanto illuminanti appaiono le quattro letture ecocritiche che la ricercatrice propone nella parte seconda del suo libro, dedicate ad Anna Maria Ortese, Claire Lispector, Pier Paolo Pasolini e Jean Giono.
Nella postfazione al libro della Iovino, Scott Slovic racconta di un raduno fra scrittori ecologisti nelle montagne dell'Oregon dove il poeta californiano Jerry Martien, che conduceva il dibattito, legge una poesia dedicata a un viaggio nel Glacier National Park in Montana. Lui e la sua compagna avevano preso un aereo e la macchina per arrivare al ghiacciaio che si stava ritirando e avevano capito di essere pellegrini devoti di quello spettacolo naturale e "distruttori di ciò che amavano". Ecco, questa è la nostra condizione; da quì dobbiamo partire. Comunicare questa contraddizione ad altri esseri viventi, condividerla è il primo passo per cominciare ad essere coscienti del problema.
Il nostro, tuttavia, non può essere che un percorso di speranza per acquisire un rapporto più equilibrato con la Terra e conservarla a noi stessi, agli altri esseri viventi e alle future generazioni.
[ 1 ] Barry Commoner, The Closing Circle: Nature, Man and Technology, Knopf, New York, 1971 (tr. it., Il cerchio da chiudere: la natura, l'uomo e la tecnologia, Garzanti, Milano, 1971 [ * ]
[ 2 ] Maria Grazia Calandrone, Romanesca. Voci e visioni di Roma, Il labirinto, Roma, 2011 
[ 3 ] vedi quì
[ 4 ] Marcella Corsi, Hanno un difetto i fiori, Amadeus, Cittadella (PD), 1994
[ 5 ] Pinus pinea, o della patria pineale,  poesia inedita

Pinus pinea di pinoli infantile sfratti da serci etruschi
bucce sparse sui tufi della necropoli, tra le isolette dei tumuli
fecondate dal seme dei secoli in fioriture stratificate

- e da allora persa a vagare fluida e fluente fino al naufragio ferale
e con l'ultima foga a sollevarmi dall'affogo proprio un pinus pinea m'appare,
tronco largo coperto di scaglie e insetti, scosceso come un plastico
montagnoso, odoroso di resina e pericolo per le pigne in testa:
che poi nell'età adulta hanno nomi di psicofarmaci,
ma nell'infanzia del mondo liberamente fin dentro la testa
germinavano in Terzo Occhio pineale, laddove Cartesio
poneva l'incontro tra Res Cogitans e Res Extensa,
unica parte non bivalve del cervello umano

Graal pineale, scolpito sullo scettro di Osiris, poi sacro agli Etruschi,
oriente domestico di domeniche sotto i pini a spinolare.
Vorrei ora una capanna in cima ai tronchi, rampante baronessina
salva dal fluttuare fluviale, per sempre istallata nella mia patria pineale,
in un focolare simbolico di zero metri quadri.

[ 6 ] Sotto il cielo, poesia inedita
[ 7 ] Nel bosco, poesia inedita
[ 8 ] Serenella Iovino, Ecologia letteraria. Una strategia di sopravvivenza, prefazione di Cheryll Glotfelty. Con uno scritto di Scott Slovic, Edizioni Ambiente, Milano, 2006 [ * ] 




(Anna Maria Robustelli)





(apparso su Le Voci della Luna, Quadrimestrale di Informazione e Cultura letteraria e Artistica, Sasso Marconi, N° 57, Novembre 2013 [ * ])


  
  








L'INVENZIONE DELLA NATURA SELVAGGIA
post pubblicato in Brevini, Franco, il 7 novembre 2013
   

L’ampio saggio di Franco Brevini, docente universitario e collaboratore del “Corriere della Sera”, offre anche più di quanto il titolo prometta: è, infatti, un’ articolata ricognizione della nascita, dell’evoluzione, dell’uso e dell’abuso, dell’applicazione ad ambiti assai vari dell’idea di wilderness, che spazia tra letteratura, filosofia, etica e concrete esperienze di esplorazione di luoghi selvaggi compiute nei secoli da arditi viaggiatori e in prima persona dall’autore stesso. È un’opera, dunque, che si presta a varie fruizioni e che propone disparati spunti di riflessione a chi è sensibile alle tematiche in senso lato ecologiche, spinto da motivazioni anche molto diverse tra loro. Due i cardini principali intorno ai quali ruotano le molteplici considerazioni dell’autore: in primo luogo, appunto, la nascita dell’idea di natura selvaggia che, ignota alla cultura classica, si affaccia nel Nord Europa, a metà del ‘700, in concomitanza con l’avvio della rivoluzione industriale in Inghilterra come reazione alla violazione della verginità della natura conseguente al “progresso”, come risposta al deterioramento del paesaggio che l’attività manifatturiera operata attraverso le macchine e lo sfruttamento delle risorse energetiche arrecavano all’ambiente. In secondo luogo la scoperta della wilderness viene da Brevini connessa alla crisi della visione antropocentrica: “dopo essersi sentito per secoli qualcosa di unico e speciale, diverso da tutto quello che lo circonda, l’uomo avverte oggi sempre più ciò che lo accomuna alla biosfera” (p. 13).  
In altri termini per scoprire la natura l’uomo ha dovuto prenderne coscienza, percepire consapevolmente il proprio abuso su di essa, imparare a conoscerla ed esplorarla, spingendosi nei luoghi più inospitali del pianeta dove quella natura fosse dominante, incontaminata, minacciosa, fonte di “an agreeable kind of horror”, per servirsi delle parole di Addison (p.165), ovvero dell’estetica del sublime naturale. A quest’ultima tematica Brevini dedica una vasta sezione del suo saggio articolandola in più capitoli, ricchi di citazioni e dati bibliografici. 
La Scozia, i laghi inglesi, le montagne svizzere, le Alpi, di cui già Rousseau e Goethe avevano esaltato l’orrida bellezza, il Monte Bianco ed in particolare La Mer des Glaces, l’Artico e l’Antartico, ma anche i deserti e la foresta pluviale diventano la nuova frontiera di esplorazione dell’ homo viator che si lancia alla scoperta di un mondo sconosciuto che attrae e ripugna contemporaneamente. Tuttavia è solo intorno alla metà del XIX secolo che “il consolidarsi della società industriale e borghese e il dilagare ormai inarrestabile dei suoi modelli disumanizzanti fanno sì che, da feconda opportunità di rinnovamento, come era potuto apparire nel secolo precedente, il mito della natura finisce per caricarsi di un intento scopertamente antagonistico.” (p.261)  
Non tarderanno di conseguenza ad affacciarsi delle dottrine, incardinate su presupposti etici, che ridisegnano i rapporti tra uomo e natura, muovendo, a metà Ottocento, da Thoreau che, con le sue stesse scelte di vita, crea nuovi modelli esemplari, passando per Aldo Leopold, il forestale americano di inizio ‘900 considerato il fondatore dell’ambientalismo, fino al primo corso universitario di environmental ethics di John Baird Callicott (1971), allo specismo di Richard Ryde (1970), alla animal liberation di Peter Singer, all’ecofemminismo, termine coniato nel 1974 da Françoise d’Eaubonne, alla deep ecology di Næss, autore insieme a Sessions nel 1984 della Eight Points Platform, riportata a pagina 51. A questi temi l’autore dedica in particolare un capitolo intitolato Etiche per l’ambiente.
Brevini non tralascia di mettere in guardia dagli eccessi cui certi approcci alla wilderness possono portare, diffondendosi sulla drammatica esperienza del grizzly man, Timothy Treadwell, divenuto incapace di riconoscere la natura ferina e molto aggressiva di questa specie di orsi, o sulla barbarie del turismo di massa o dell’alpinismo praticato su vasta scala, fenomeni propri dei nostri tempi. 
Nelle ultime pagine del suo saggio Brevini racconta di essersi dovuto spingere fino all’ inlandsis della Groenlandia per trovare finalmente la natura selvaggia e se stesso, per reperire un luogo in cui non ci fossero più né ore né distanze, ma solo l’ “andare nel cuore di una lontananza” (p. 405), senza voler sapere dove egli sarebbe arrivato.
Il lettore potrà dunque dilettarsi con la narrazione di queste esperienze dirette, grazie alla quale il saggio sconfina nel racconto, oppure con le numerose pagine dedicate all’alpinismo, specialmente pionieristico, o confrontarsi con le riflessioni di tipo filosofico, oppure ancora godere della messe di citazioni letterarie di autori di ogni tradizione e provenienza che abbiano affrontato criticamente il rapporto con la natura. Nell’ultimo inquietante capitolo, opportunamente intitolato Cuori di tenebra, Brevini ci conduce nelle zone più oscure dell’animo umano, prendendo Freud per guida, per fare affiorare le contraddizioni profonde della psiche che, mossa dalla ricerca del piacere e dalla volontà di potenza di ascendenza nietzschiana, adotta comportamenti ambigui nei confronti della natura e della propria natura animale, come appare evidente nella vicenda di Gregor Samsa, protagonista della Metamorfosi di Kafka, che prova ripugnanza per la sua nuova condizione di insetto e, al tempo stesso, la scopre riposante, rilassante rispetto alla vera ferocia belluina che si annida nella sua famiglia, che lo nasconde e lo schifa.
“La crisi dei modelli antropocentrici ha imposto di ridisegnare i rapporti tra umano e non umano, ripensando complessivamente i debiti accesi dall’uomo verso quella alterità, che la cultura umanistica per secoli aveva voluto rappresentare in termini tanto esasperatamente antinomici. L’atteggiamento oppositivo che isolava l’uomo dal resto dell’universo, la sottolineatura di quanto distingue l’umano dal non umano, l’idea che la realtà esterna non offra alla nostra specie niente di più che una serie di strumenti, tutte queste posizioni, che fanno riferimento a una visione sostanzialista dell’uomo, appaiono oggi sempre meno sostenibili. “ (p. 397). 
Visto che il cyborg, ovvero l’ibrido, il mutante (D.J. Haraway, A Cyborg Manifesto. Science,Technology and socialist-Feminism in the Late Twentieth Century, 1985) è in agguato, scandagliare le ambiguità e contraddizioni del rapporto umano-non umano appare sempre più urgente, se vogliamo pervenire ad una maggiore consapevolezza del nostro legame conflittuale con l’ambiente di cui siamo una parte e di certo non la più innocente ed innocua. Il saggio di Franco Brevini, con la sua ampia ed accurata appendice bibliografica, può certamente guidarci in questa non più rinviabile indagine.



(Adriana de Nichilo)






Franco Brevini, L'invenzione della natura selvaggia, Bollati Boringhieri, 2013 [ * ]

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L'INVENZIONE DELLA NATURA SELVAGGIA
post pubblicato in Brevini, Franco, il 18 aprile 2013
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Quella di natura selvaggia è un’idea tutt’altro che “naturale”. È un prodotto culturale, un’invenzione. 
Ancor prima di quella fisica, la geografia cui partecipa è quella della mente. È stata la civiltà a creare la wilderness. Nella cultura dell’ancien régime l’idea di natura selvaggia era assente. Nella modernità è quanto mai presente, ma solo per testimoniare la propria tendenziale e inarrestabile cancellazione. L’idea di wilderness si 
afferma, non a caso, a partire dalla rivoluzione industriale. La cultura occidentale ha cercato di piegare la natura alle sue necessità, ma il risultato è stato segare l’albero su cui era seduta. 
È la contrapposizione di homo sapiens alla natura che è profondamente sbagliata. Noi siamo 
natura: ecco tutto. La wilderness è stato uno degli anticorpi che la cultura ha prodotto per difendersi dai suoi stessi eccessi. Viaggiando in zone remote, ho spesso notato la naturalezza con cui 
le popolazioni locali hanno di solito risolto le questioni ambientali. Ma nel contempo 
proprio quelle felici 
soluzioni, espressioni 
di modelli di sviluppo 
lontanissimi dai nostri, hanno finito per 
condannare quei popoli e civiltà, sempre 
più assediati ed anacronistici. Incapace di 
uscire da questa contraddizione, l’umanità sta andando diritta verso l’autodistruzione. Il primo risultato nel nostro immaginario della sistematica distruzione della natura è l’ecologia. 
La modernità ha segnato la definitiva acquisizione a livello di 
massa di una nozione inizialmente diffusa solo tra le classi 
colte: l’importanza della natura 
per la vita spirituale dell’uomo. 
Di più: mai come negli ultimi decenni l’allarme ecologico ha diffuso la consapevolezza di una comunanza di destino tra l’umanità e il pianeta. Il secolo decisivo per gli incontri straordinari con i “selvaggi” 
fu il XVIII, quando alcuni fortunati libri di viaggio, come quelli 
di Louis Antoine de Bougainville e di James Cook, fecero circolare l’idea che negli arcipelaghi 
dei mari del Sud sopravvivessero popoli consegnati a una felice 
condizione edenica. Ormai logoro e bisognoso di rinnovamento, 
il mito dell’Arcadia aveva trovato due inedite rilocalizzazioni: da 
una parte nelle mitologie legate 
all’idealizzazione dei tropici, dall’altra nelle Alpi, isola di arcaica 
semplicità sopravvissuta nel 
cuore dell’Europa. Ma ci sono 
anche risvolti più inquietanti. Le 
cronache del XIX secolo testimoniano frequenti riconversioni dei nativi extraeuropei in attrazioni da fiera. L’uomo contemporaneo avverte che il contatto con la natura 
selvaggia può dischiudere un 
varco verso gli strati profondi 
della sua identità biologica, che 
troppo a lungo la cultura ha seppellito sotto le proprie incrostazioni. Nasce forse di qui il fascino 
dei confini del mondo, dove ancora occhieggia l’intrico primordiale, dove l’informe selvaggio, 
altrove esorcizzato, chiede all’uomo civilizzato di mettersi in 
gioco senza la protezione di troppe protesi.
 
* ]
È una sensazione che qualche volta ho provato durante le traversate nella natura selvaggia: ricordarmi da dove vengo, tornare a sentirmi parte di quel mondo in cui pure è inscritta la mia vita biologica, avvertire che qualcosa si sta sgretolando e crolla a terra come un astuccio disseccato, facendomi sentire più libero e vivo. La wilderness come forza generatrice indifferente all'umano e l'immersione in essa come anamnesi verso le sorgenti della vita è una delle esperienze più sconvolgenti che personalmente ho vissuto inoltrandomi negli ambienti selvaggi. Ancora prima che sui testi del criticismo ecologico, è stato nelle giornate trascorse nella wilderness che, insieme a un nuovo senso di me stesso, ho incontrato una visione diversa della natura. Le due scoperte avvenivano contemporaneamente. Là in mezzo mi sentivo fragile e indifeso: davvero finitudine e nullità. Ogni protervia antropocentrica crollava miseramente di fronte a quelle sconvolgenti apparizioni di primordialità naturale. Proprietà dell'uomo, materiale grezzo da plasmare, dominio del logos tecnocratico? Come potevamo esserci tanto allontanati da un rapporto organico con la natura, al punto da non sentirci più ospiti della terra, parti di un tutto? Proprio in quelle occasioni mi rendevo conto che era il senso del nostro esistere sulla Terra a dovere essere riformulato. La giungla, il deserto, la montagna, la banchisa erano lì, potevo toccarli, vi ero immerso, aggrappato, avviluppato. Ma esistevano indipendentemente da me, rivelavano anzi la loro temibile alterità, quando non la loro minacciosa ostilità. Eppure sentivo che in quel grumo imperscrutabile di repulsione e di attrazione stava la chiave per scoprire l'essenza dell'umano e per dare una risposta all'ombra della morte che lo avviluppa. In quegli sconfinati vuoti o in quegli intrichi brulicanti di presenze invisibili potevo avventurarmi al massimo in punta di piedi, minuscolo frammento di un tutto vivente, che mi travalicava a ogni passo. Forse solo allora ho capito davvero cosa intendesse dire Aldo Leopold nel famoso saggio Thinking like a mountain, «pensare come una montagna». È una mattina di giugno e il mondo è spartito in due: il blu del cielo e il bianco del ghiacciaio. Dopo che per giorni i cordini di traino fissati all'imbragatura mi hanno torturato le reni, salire senza la pulka stipata di tenda e viveri mi dà una sensazione di leggerezza. All'imbragatura oggi è legata solo la corda da nove millimetri che mi collega alla mia compagna, un cordone ombelicale arancione incaricato di salvarmi dall'eventuale caduta in uno degli infiniti crepacci celati dalla neve, che si diramano insidiosi in questo tratto dell'altipiano. Sotto i miei sci sono ammassati tremila metri di ghiaccio, una meticolosa banca dati di quanto è accaduto sulla terra negli ultimi cinquecentomila anni. Tutto è assoluto e rarefatto qui sull'Inlandsis della Groenlandia, l'ultimo residuo delle calotte glaciali che rivestivano la Terra nel Quaternario. L'orizzonte è una linea bianca, un cerchio implacabilmente perfetto che corre intorno a noi, minuscoli puntini arrancanti in questo nulla nevoso. Lungo 3000 chilometri, largo 500, profondo 3000 metri, l'Ice Cap è così pesante che ha schiacciato la superficie terrestre sottostante, spingendola sotto il livello del mare. Se questi due milioni di chilometri cubici si sciogliessero, i mari del pianeta si alzerebbero di sei metri, cancellando intere regioni, e ogni abitante disporrebbe di un miliardo di litri d'acqua dolce. [...] Oggi non arriveremo da nessuna parte. Semplicemente fra qualche ora ci fermeremo e mangeremo dei biscotti seduti sulla neve, scrutando nuove lontananze glaciali, che si spalancheranno senza fine con il variare del sole e delle nubi. Ma ora che avanzo, spingendo ritmicamente gli sci, mi sento tutt'uno con il movimento regolare dello scarpone, il fruscio della pelle di foca, il ritmo della respirazione: una scheggia di vita che freme in questa gelata dismisura. «La meta è dentro di te» mi ha confidato ieri sera in tenda Robert Peroni, che ha attraversato l'Inlandsis due volte. È vero, qui sul ghiacciaio continentale la meta non è una vetta come nell'alpinismo. Muta a ogni passo, arretra, sei sempre arrivato e non arrivi mai. Ma proprio questa situazione mi aiuta a capire che ogni meta, qui come altrove, non sta fuori, ma dentro. La meta più vera, mi ritrovo a pensare nello stato di ebbrezza che mi dà questo luogo metafisico, è la riappropriazione di un io soffocato dall'abitudine, la discesa in ciò che giace dentro ciascuno di noi, verso quel fondo primordiale e struggente, che già nei giorni scorsi sentivo liberarsi a ogni passo con cui mi allontanavo dalla costa. Quanta parte della mia esistenza si era svolta nell'insensibilità verso i moti di una natura, che pure avevo continuamente ricercato e che tante volte mi aveva inquietato e anche terrorizzato? Sapevo che mi apparteneva, ma poche volte avevo sentito che anch'io appartenevo a lei. Ora, senza alcuna protesi, mi trovavo qui, sopra questa ciclopica massa di ghiaccio, che scivolava incessantemente verso le acque dell'oceano. Non avevo che gli sci, qualche capo di abbigliamento e una manciata di viveri, ma mi sentivo tutt'uno con il mio corpo che pulsava nella luce del ghiacciaio. Lo sguardo scrutava la neve e, prima ancora di riconoscerne gli indizi, un oscuro istinto mi faceva indovinare la caverna ombrosa del crepaccio spalancata davanti agli sci. Gudrun, la sciamana di Sermiligaq, mi aveva raccontato un giorno dell'anima di uno sciamano, che, trasformata in aquila, aveva volato per giorni sopra il grande ghiacciaio. Non avevo capito allora cosa volesse dire, ma adesso cominciavo a intuire qualcosa di quell'immedesimazione con le forze elementari del paesaggio, di quella partecipazione alla grande liturgia cosmica, che la cultura inuit aveva saputo esprimere. Le appartate solitudini di quel gigantesco specchio scintillante sopra l'alto Atlantico mi stavano riconsegnando alla mia memoria biologica. Quello che stava accadendo lassù era un risveglio: una gioiosa, calma riappropriazione di me stesso. Non c'erano più ore, né distanze: c'era solo quell'andare nel cuore di una lontananza. E non volevo sapere dove sarei arrivato. [ * ]


(Franco Brevini) 







Franco Brevini, L'invenzione della natura selvaggia, Bollati Boringhieri, 2013 [ * ]






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INTERVISTA SU AMELIE NOTHOMB
post pubblicato in Nothomb, Amelie, il 29 gennaio 2013
 

Luciana Raggi - Amélie Nothomb è certamente un’autrice originale, sia per lo stile che per le storie che racconta, in particolare perché sono ricorrenti alcune problematiche che potremmo anche chiamare “ossessioni”. Nel suo libro (Domenico Treccozzi, Amélie Nothomb o il corpo espiatorio, ed. Zona, 2011 [ * ]) ha rilevato, con argomentazioni a mio parere convincenti, la stretta connessione fra le esperienze vissute dall’autrice nell’infanzia e nell’età adolescenziale e queste ossessioni. Ha inoltre rilevato l’altrettanto interessante connessione fra le stesse ossessioni e il suo stile di scrittura. Vuole parlarcene?

Domenico Treccozzi  - La cosa che innanzi tutto cerco sempre di chiarire, quando parlo dei romanzi della Nothomb, è che bisogna leggerli come parti di un piano generale che potremmo chiamare la sua grande favola personale. Nel mio libro ho cercato di evidenziare come ogni romanzo possa essere letto nella versione di un particolare modo di sentire dell’autrice. Ossia, qualcosa che sta al posto di qualcos’altro e che, seguendo l’indicazione della psicoanalista Louise J. Kaplan, ho perciò chiamato «autobiografia come feticcio» (sebbene in Falsi idoli la Kaplan parli di «biografie come feticcio»). Questa sensibilità dolorante funziona da motivo d’ispirazione e conferisce alla scrittrice un certo non so che di particolare da cui deriva la sua fascinazione. Abbiamo ad esempio il trauma del regno perduto dell’infanzia e quello del primo ciclo mestruale, lo shock pulsionale riferito al desiderio di natura sessuale per il giovane inglese, il turbamento riferito al cambiamento del corpo nell’adolescenza e l’insidioso antagonista della coscienza. Ed è per questo che il doppio non è semplicemente il nemico in quanto altro, ma appartiene ad una costellazione in cui transitano molte parti di sé. Potremmo anzi dire che i suoi romanzi prendono corpo proprio da queste ossessioni – materiale grezzo, vale a dire non completamente elaborato – di cui Amélie si serve per le sue sinistre creazioni. Pertanto, quando Amélie dice che l’io non è solo un altro ma molti altri, dobbiamo pensare a questi altri come ai persecutori che perciò stesso sono puntualmente messi a morte nel finale. Quanto invece alle connessioni tra quello che ho chiamato il suo stile minimalista di scrittura e le ossessioni, è tutto in linea con quello che si può dire il copione anoressico. La tensione interiore, conseguente al perturbante che alberga dentro di sé dev’essere eliminata e questo avviene attraverso un meccanismo che gli psicologi chiamano acting out, un modo di pervenire alla purificazione del proprio essere dalla contaminazione, stabilendo la supremazia dell’ideale, etereo e immateriale su tutto il resto. Questo significa la liquidazione della parte maledetta nel giro di appena cento pagine. La distanza che c’è tra l’inizio e la fine è talmente breve da lasciar pensare che la tendenziale corsa verso la conclusione possa avere una relazione con il desiderio di quiete che Freud ha chiamato istinto di morte.

Luciana Raggi - L’autrice è abbastanza giovane ma sono usciti più di venti suoi libri e sicuramente continuerà a pubblicarne uno all’anno, frutto dell’assiduo lavoro di scrittura che, a digiuno, affronta per quattro ore ogni mattina. Pensa che la grafomania della Nothomb sia causata da altre motivazioni oltre a quella, indiscutibile, del guadagno economico assicurato dalla sua fama?

Domenico Treccozzi - Quando si può dire che uno scrittore è grafomane? Per quanto ne sappiamo, Amélie dice di scrivere tre libri all’anno, di cui però uno soltanto sarà il candidato, scelto per esserepubblicato. Ma facciamo un calcolo. Se consideriamo all’incirca le cento pagine di ogni romanzo e le sommiamo per tre (i romanzi che dice di scrivere in un anno), abbiamo circa trecento pagine in totale. E trecento pagine in un anno non sono un indicatore sufficiente per poter dire che abbiamo di fronte una grafomane. Ma c’è dell’altro. Il tempo che Amélie dedica alla scrittura è di quattro ore al giorno. Dopo una tazza di tè kenyota dice di scrivere in preda ad un’ispirata eccitazione, al termine della quale il testo non ha bisogno di revisioni. Ora, se a quello che abbiamo già detto sommiamo una scrittura di getto e il fatto che l’autrice non rivede niente di quello che ha scritto, Amélie non è una scrittrice prolifica, così come si dice per fare scalpore, ma una scrittrice che, per quanto tempo dedichi alla scrittura, produce fin troppo poco. Quanto poi al fattore guadagno, eccoci di fronte allo scandalo affascinante, offerto a piene mani per la meraviglia di tutti. Siamo già in un campo che è quello dell’immagine e di operazioni di marketing. Siamo nell’epoca delle confessioni e il mercato del desiderio prevede che quanto più le storie di vita privata sono dilaniate tanto più sono destinate a suscitare commozione melodrammatica e ad essere divinizzate. 

Luciana Raggi - Amélie Nothomb è amata come una pop star, è un fenomeno. Dalla lettura del suo libro mi pare di aver capito che secondo lei è un personaggio molto costruito. Vuol spiegarci perché pensa questo?

Domenico Treccozzi - Qui abbiamo a che fare innanzitutto con l’estetica, una tendenza che oggi sembra puntare sempre più all’estremo. La cosmetica è il trucco che si usa quando si vuol mettere un prodotto sul mercato perché sia venduto. Ed ecco entrare in ballo Daniela Di Sora – l’editor della Voland, la casa editrice che in Italia pubblica Amélie Nothomb – che in un’intervista ci tiene a lasciarci immaginare le prodezze dell’artista della fame quando si nutre di cibi in via di decomposizione. Questo serve ad avvolgere il personaggio in questione di un certo gusto per il morboso, riscuotendo il successo sulla base di un fremito avido di sensazioni. La religiosità popolare, l’ingenuità e la credulità fanno ancora parte di noi e della modernità. Ma io ci terrei davvero a vedere Amélie che mangia alimenti non più buoni, andati a male, guasti, marci o in putrefazione, tanto per usare un termine caro a questo milieu culturale alla ricerca dell’estremo. Se Amélie Nothomb ha riscosso successo credo che sia per via del suo modo di parlarci di sé in maniera umoristica e autoderisoria. Questo fa di lei una vittima. Bisogna infatti collocarsi dal punto di vista di chi recita la propria sconfitta – come fa il clown – per far ridere di sé. È per questo che tutti si identificano con la sua storia! Perché tutti, almeno una volta nella vita, siamo stati vittime di qualcuno o di qualcosa. E poi come si fa a non prendere a cuore la sua confessata debolezza esistenziale? Il motivo della vittima è rilanciato a più riprese ma senza indugiare troppo sugli aspetti più agghiaccianti e macabri della sostanza. Insomma, Amélie non fa altro che parlarci di sé e non c’è un solo romanzo in cui non abbia messo in scena un’operazione di questo tipo. Neanche Acido solforico, un romanzo che si sarebbe portati a pensare centrato più sul versante della critica alla società spettacolare, sfugge a questo desiderio di sé della civetta. In questo romanzo, la persistenza dell’interesse autoreferenziale, dice tutta la malafede della pretesa onestà sentimentale dell’autrice. Un aspetto che non poteva neanche essere messo a fuoco da un critico come Francesco Muzzioli che, in La catastrofe della modernità, la modernità della catastrofe * ], annovera a torto questo romanzo nella serie di scrittori che hanno trattato il genere della distopia in letteratura. Il motivo per cui non credo che Acido solforico possa rientrare a pieno in questa sua antologia è che in questo romanzo non si prefigura uno scenario da fine del mondo né quello della fine della società dello spettacolo, ma è l’ennesima messa in scena della vittima con cui Amélie si è identificata per non dover dichiarare altro. Non ricordo dove ma da qualche parte Nietzsche ha detto che scrivere può anche essere un modo per non dire l’essenziale. E l’essenziale in Acido solforico è, secondo me, il fatto che Amélie cerca di camuffare l’invidia segreta per i protagonisti dei reality e il risentimento nei confronti degli spettatori, che sicuramente non sono i migliori candidati a leggere i suoi romanzi, grazie ai quali però ha giocato la sua rivincita. Viceversa, se si pensa ad Acido solforico come ad un romanzo davvero staccato dall’interesse personale della scrittrice, si sfugge e si fa sfuggire di vista il fatto, semplice ma sostanziale, che i deportati di pace, nella realtà dei reality, sono volontari, persone che mettono in scena il proprio esibizionismo. Ma nel romanzo noi leggiamo che i telespettatori sono più colpevoli delle vittime. Perché? Nessuno se lo chiede. Eppure le vittime di Concentramento sono nella realtà colpevoli di esibizionismo quanto i telespettatori lo sono di voyeurismo! Questo dovrebbe farci capire che la scrittrice ha usato una metafora storica per ridare corpo al suo orgoglio, ferito per il fatto di dover fare qualcosa come scrivere al fine di conquistarsi quei favori che altri – i protagonisti dei reality – si sono accreditati con poca spesa.

Luciana Raggi - Amélie Nothomb nella vita pubblica e privata ha comportamenti bizzarri. Quanto, secondo lei, questi aspetti, non legati strettamente alla scrittura, hanno condizionato e condizionano il suo successo?

Domenico Treccozzi - Anche in questo caso io vorrei vederci un po’ meglio. Se nel mio libro non ho pensato di inserire un’intervista all’autrice in questione, è perché a me non interessava altro che quello che potevo leggere direttamente dai suoi romanzi. I testi e nient’altro che i testi stessi sono stati la bussola che mi ha orientato in questa specie di “giallo psicologico”. A dire la verità, non trovo che la vita privata di Amélie sia poi così trasgressiva come lei dice. Non c’è infatti nessuna rivendicazione lesbica, così come sembra ammiccare timidamente in alcuni romanzi; e non c’è neanche una rivendicazione della sessualità in generale – né etero, né omosessuale – o del piacere in particolare. Questi aspetti sono appena accennati, sfiorati e accarezzati secondo lo stile, a quanto pare, di una ragazza per bene, da cui trapela una certa sessuofobia e un’ascesi letteraria il cui ideale è di tipo ereticale. Atteggiamenti che fanno parte del copione anoressico e che, in quanto hanno la funzione di impressionare, costituiscono al tempo stesso quell’esca sentimentale a cui i fan tendono ad abboccare. La mia opinione è che nei suoi romanzi non ci sia niente di veramente trasgressivo. L’erotismo è letteralmente espurgato e fatto oggetto di persecuzione. Cosmetica del nemico è in questo senso un romanzo emblematicamente dedicato ad un’operazione di purificazione. Dunque, come si può vedere, l’immaginario della Nothomb è puritano, autarchico, claustrofobico. Insomma, abbiamo a che fare con un’adolescente che, mettendo in gioco il suo mondo interiore, si compiace di lasciarsi guardare mentre gioca a guardia e ladri con i suoi persecutori. Quanto al modo di vestire, al cappellaccio, al rossetto e al biancore cadaverico…quello che posso dire è che nel mio libro ho tenuto a debita distanza questo genere di cose – di cui, tra l’altro, si è sufficientemente occupata la stampa. Sulle riviste, sui giornali o nelle interviste non si parla d’altro. Ma non solo. Quello che è ancor più incredibile è che non vi sia alcun interesse di andare a fondo per cercare di capire cosa c’è sotto. È incredibile ma è così. Il mio libro è perciò destinato sin dall’inizio a quello che si può dire un successo catastrofico. In primo luogo perché in Italia non c’è un particolare interesse per la critica letteraria; poi perché costringe il lettore e la lettrice occasionali a fare i conti con un testo che, a differenza dei romanzi della Nothomb, non si lascia liquidare facilmente; e in terzo luogo perché l’argomento in questione – il desiderio – ha implicazioni fortemente personali. Anche se questo è un problema che entra in gioco solo una volta che ci si sia familiarizzati col testo.

Luciana Raggi - Qual è, secondo lei, il libro migliore e quale il peggiore di Amelie Nothomb?

Domenico Treccozzi - Sicuramente Igiene dell’assassino. Intanto perché è quello più fitto, poi perché contiene tutta la metafora della favola noir della scrittrice e infine perché ha la coerenza micidiale di certi killer seriali che in un modo o nell’altro lasciano tracce che mettono sulla propria pista al fine di essere scoperti. Igiene dell’assassino si offre dunque come un “giallo psicologico”, romanzo in cui Amélie si denuncia apertamente, senza che nessuno, fin qui, sia stato capace di rendersene conto. Il romanzo più deludente invece è indubbiamente Uccidere il padre. A parte la citazione di Huxley e lo stesso titolo, è quello che vola più basso di tutti. La citazione di Huxley in quest’ultimo romanzo, secondo cui le persone davvero morte sono gli ostinati, ci invita a scandagliare più in profondità. Amélie sta dichiarando a chiare lettere di essere dunque morta perché ostinata. Il sospetto della messa a morte del Dio-padre ci deriva dal fatto che, l’unica volta in cui Amélie ce lo presenta, ce lo fa vedere non a caso de-caduto in una fogna. Inoltre, si veda l’equivalenza tra il ministro che in Diario di Rondine Urbano deve uccidere e quella del diplomatico Patrick Nothomb; e poi si veda l’ambiguità della figura del professore in Libri da ardere – sola pièce teatrale non a caso dedicata al padre –, per metà figura di precettore, tuttavia carica di lascivia sessuale; e per finire si veda anche il ruolo del Capitano Loncours, a cui è attribuita l’immagine del serpente, simbolo di seduzione e intelligenza e il rapporto di tipo cerebrale che Amélie dice di avere con suo padre in Biografia della fame. È questa ostinazione, che nel mio libro ho tradotto nella versione dell’eterno ritorno dell’identico, ad essere in relazione con l’assassinio fondatore, perché il padre è il primo nemico. L’espressione corpo espiatorio usata per il mio libro trova qui un livello più profondo di spiegazione. A fronte della fantastica infrazione del tabù originario (il parricidio), l’enormità della trasgressione si rovescia in un sistematico meccanismo di autodistruzione. Così, una volta posto che l’io e l’altro, nella dimensione interiore, sono sempre la stessa cosa, il conflitto che non può essere agito nella realtà può solo implodere in maniera sacrificale, vale a dire nel martirio di sé. Insomma, la problematica adolescenziale relativa all’individuazione, non è del tutto superata e impegna ancora Amélie a combattere con i suoi mostri.

Luciana Raggi - Ed ora vuol spiegarci appunto il titolo del suo libro: Amélie Nothomb o il corpo espiatorio e la relazione tra questo e il cibo, il sesso, gli altri, la religione, la morte?

Domenico Treccozzi - È evidente, dalle domande, che la sua conoscenza dei romanzi della Nothombè pressoché completa. Questo ci aiuta a capire meglio ciò di cui stiamo parlando. La prima cosa che mi viene da pensare è che ogni romanzo, come lei ha ben osservato, è una specie di emanazione dello spirito dell’autrice. È per questo che la stessa Amélie può parlare dei suoi libri-feticcio come di figli-fantoccio, che partorisce ogni anno dopo un’idea che l’ha ingravidata. Il titolo del libro riprende l’evidente motivo del capro espiatorio. Il riferimento, in particolare, va a René Girard – critico letterario, antropologo, filosofo e storico delle religioni [ * ]. Nell’ottica girardiana, la violenza è il risultato con cui tutti noi, prima o poi, siamo costretti a fare i conti. Tuttavia, poiché l’interdizione della stessa violenza ingenera il risentimento – vale a dire quell’affezione dell’essere che non può ottenere soddisfazione nella vendetta – la forma autoinflitta nei termini della vittima espiatoria si configura come il risultato dell’inospitalità radicale dell’io. Se diamo uno sguardo ai romanzi di Amélie ci accorgiamo che la concezione dell’amore ha più a che fare con l’esaltazione del proprio modo di amare – e dunque con un amore di tipo narcisistico – che con l’amore dell’altro. Le immagini dell’odio e della morte opposte come ostacolo agli occhi dell’altro inducono così quel sacro timore e tremore che la divinità tragica spera di suscitare. Il tentato suicidio a soli tre anni, i sabotaggi d’amore, Tach, Palamède, Pompei come metafora del corpo distrutta sotto la cenere e la lava del Vesuvio, il doppio mostruoso e persecutorio nella vicenda Angust/Texel, Ethel, Loncours, tutti i gli attori di teatro di Libri da ardere, il preteso Innocenzo di Diario di Rondine o la stessa Amélie nella scena finale di Dizionario dei nomi propri si presentano come le parti di sé – tra cui il fantasma del padre – messe a morte nei romanzi. Un dispositivo, caricato della negazione dell’altro corporeo, sembra avere ripercussioni anche nei sentimenti di odio nei confronti dell’altro percepito come persecutorio. Il sistema della persecuzione prevede infatti che quanto più si odia tanto più ci si condanna ad essere perseguitati. La sconfitta che Blanche infligge a Christa fa sì che una volta sparita dalla scena esteriore, questa ritorni ad abbattersi dentro di sé, facendo girare l’intero “romanzo personale” della Nothomb come un sofisticato sistema di persecuzioni e contropersecuzioni. Ecco quindi la rappresaglia dell’io psichico e la controrappresaglia del corpo, quella della coscienza e del suo doppio e quella dell’io e dell’altro avvitarsi fino all’espulsione di una o di tutte le parti in scena, come succede ad esempio in Libri da ardere. È per questo che la formula migliore per rappresentare la dimensione interiore della Nothomb – così come lei stessa dice in Sabotaggio d’amore – è quella dell’Io che vive nella guerra. È in questo senso che si può trovare un’equivalenza tra lo stile minimalista in letteratura e l’estetica anoressica nella vita, perché in entrambi i casi l’imperativo categorico è quello di un essere che annuncia il suo ultimo desiderio, lasciandosi contemplare nell’esibizione di un rifiuto capace di essere pieno di vuoto. Se la letteratura è il luogo privilegiato in cui si ritira l’energia spirituale, incarnare la particolarità assoluta significa allora superare la concorrenza rivale. Questo significa puntare sulla passione della differenza, sulla ricerca della distinzione e sul pathos della distanza che funzionano come l’epifania, l’incarnazione di un essere a parte. Un essere unico, esclusivo, che annuncia il proprio non-essere come orgoglio più estremo. È per questo che i temi della religione e della morte, presenti nei romanzi della Nothomb, sono l’espressione di un atteggiamento che è al tempo stesso mistico e apocalittico. Quanto alla questione del corpo, è molto antica. Nella nostra concezione il corpo è legato alla materia e al peccato, a ciò che deperisce e non può essere trasceso che con uno slancio dell’anima. È per questo che l’eterno conflitto, messo ripetutamente in scena nei romanzi della Nothomb, richiama in causa una specie di visione manicheista ancora preponderante nel nostro immaginario moderno. Si spiega così il fatto che se i personaggi dei romanzi non accettano il proprio corpo è perché sono il riflesso della propria madre. È Amélie infatti a non accettare se stessa, il suo corpo, il suo aspetto, condannandosi al risentimento per l’invidia patita nei confronti della vera bellezza. Si pensi ad esempio alla posa anticonformista giocata in Attentato o a quella presente nella novella dal titolo Leggenda forse un po’ cinese. Ora, se in entrambi i casi è il gusto del brutto ad avere la meglio è perché siamo di fronte ad una strategia dell’orgoglio, che cova nel risentimento e parla apposta contro il desiderio della bellezza perché non riesce a capitalizzarla. È per questo che se nei suoi romanzi Amélie appare condannata a desiderare, lo fa adottando l’umiliazione masochista, come può essere nel caso di Antichrista o nel caso di Sabotaggio d’amore e di Stupore e tremori oppure all’insegna del risentimento e della vendetta, come nel caso di Attentato, Diario di Rondine e Viaggio d’inverno, tanto per fare qualche riferimento. Grazie a questa operazione di trasfigurazione dei valori Amélie può mascherare la sua rivolta e superare l’ordine terreno della materia attraverso l’investimento ideale della scrittura che le restituisce un surplus di vita inestimabile. Quanto alle colpe che Amélie si compiace di espiare nella sua personalissima via crucis teatrale…sono sotto gli occhi di tutti, stampate nero su bianco e ormai in diverse lingue. Basti pensare all’universo interiore di tipo depressivo, conseguente alla perdita del regno dell’infanzia. Non dobbiamo dimenticare che la nostra “piccola peste” ha invidiato da morire le bambine che in Giappone venivano trattate come divinità e che a questo obiettivo ha dedicato tutti i suoi sforzi futuri. E poi c’è il torto della madre che rifiuta di darle tanto più amore, l’umiliazione e la derisione masochistica a cui si espone agli occhi di Elena, di Christa e di Fubuki, fino al disprezzo del proprio corpo nella prima adolescenza. Sono queste le colpe da espiare sulla carta per trionfare sugli altri con una vittoria a rovescio. Una rivincita letteraria che, in Metafisica dei tubi, si può riassumere nell’atteggiamento degli assediati di Okinawa, i quali preferiscono gettarsi nel vuoto piuttosto che arrendersi al nemico. La stessa cosa che fa il Capitano Loncours, offeso e vilipeso dalla divina intraprendenza dell’infermiera Françoise che è stata capace di usurpargli il posto di persecutore. È in questi termini che vediamo transitare da una parte all’altra certi motivi di romanzo: dalle voci, al «buco», al «foro interiore», al «vuoto che attanaglia», fino alle tre carpe ricevute in regalo per il suo terzo compleanno, ai tre gatti di Textor e a certe figure che incarnano la magrezza sublime dell’anoressica, come nel caso di Hazel, di Marina, di Blanche e di Plectrude. Anzi, quando sembra di leggere la fine di un romanzo e poi lo si vede ricominciare da un’altra parte, è come se ognuno di essi fosse parte di un tutto, il “romanzo personale” che è poi l’intera «autobiografia come feticcio» di Amélie Nothomb.

Luciana Raggi - Perché pensa che nei romanzi di Nothomb la seduzione sia sempre ispirata al principio del male e ad un tipo di logica perversa?

Domenico Treccozzi - Sì, credo che nell’intero “romanzo personale” della Nothomb ci sia una rivincita ispirata all’ironia sadica conseguente a un deliberato decadimento masochista. Se scrivere equivale a rivolgere agli altri il proprio appello, questo è quello che è costretta a fare anche Amélie. Non fosse altro che per riscuotere quell’ammirazione di cui è sempre andata a caccia. L’esca sentimentale e il ricatto in amore, propri del copione anoressico, sono infatti una strategia per non dover desiderare. Da qui l’intelligenza sofisticata con cui Amélie ha sedotto alla sua scrittura, la simpatia per il male e una logica perversa non soltanto di pensiero ma anche del desiderio. Dopo aver ricominciato a mangiare, Amélie si ripromettere di recuperare la sua rivincita spirituale e di vivere a partire da un corpo destinato ad essere distrutto. La scrittura è l’arma formidabile fatta apposta per un impresa di questo tipo: vivere a patto di distruggere il corpo sulla carta. Scrive quindi il suo romanzo d’esordio Igiene dell’assassino, che è la continuazione della stessa impresa che a dodici anni ha intrapreso con la sorella Juliette e, ispirata alla coscienza indignata, spinge più a fondo la volontà di farla finita. L’estetica anoressica entra in scena come sfida in cui non è più il corpo in carne ed ossa ad essere messo in gioco ma un sostituto di cartapesta. Il mio interesse è stato quello di prendere in considerazione i romanzi della Nothomb come modello rappresentativo per spiegare una tendenza più generale: lo snobismo, spinto fino alla tragedia dell’orgoglio. Una tendenza all’estremo che ha già preso forma nella sensibilità contemporanea sotto forma di distruzione del desiderio. Quello che ho tentato di fare, in conclusione, è stato solo accennare alcuni aspetti a cui, finora, nessuno aveva ancora dedicato sufficiente attenzione – almeno in Italia. In fondo, Amélie Nothomb o il corpo espiatorio non è che una lettura personale, il mio modo di leggere i suoi romanzi. Una lettura che è sì di tipo investigativo ma che rimane pur sempre e soltanto un’ipotesi interpretativa.

 

Luciana Raggi, nata a Sogliano al Rubicone in Romagna, è autrice di volumi di poesia e narrativa. Nel 2011 ha pubblicato la raccolta di racconti autobiografici "Un bastimento carico di..." ( ilmiolibro.it [ * ]), e la raccolta di poesie "Sorsi di sole" (ilmiolibro.it [ * ], vedi quì). Vincitrice di premi letterari per le sue poesie è animatrice del circolo dei lettori che si riunisce presso la biblioteca Villa Leopardi in Roma.

Domenico Treccozzi, psicologo di formazione, con "Amelie Nothomb o del corpo espiatorio" è al suo primo libro. L'opera, il primo ed unico studio critico completo sulla scrittrice francese finora apparso in Italia, ha avuto numerose presentazioni, tra cui quella alla biblioteca Villa Leopardi in Roma il 13 giugno 2012. Attualmente sta lavorando ad un saggio sulle ultime tendenze sul corpo, dalla body art alle modificazioni corporee (tatuaggi, piercing, scarificazioni, branding, protesi sottocutanee, bagelheads ecc.). Il libro che invece lo vedrà impegnato costantemente almeno per i prossimi quattro anni è un volume che ricapitolerà l'opera e la figura di Georges Bataille, dal titolo provvisorio Georges Bataille, l'eterno adolescente.   
AMELIE NOTHOMB
post pubblicato in Nothomb, Amelie, il 12 giugno 2012

 

Domani, mercoledì 13 giugno h 19,30, verrà presentato a Villa Leopardi, con l'introduzione di Luciana Raggi, il primo libro di critica letteraria sulla scrittrice belga apparso in Italia, "Amelie Nothomb o il corpo espiatorio" di Domenico Treccozzi [ * ], con la presenza dell'autore. Il libro affronta con gli strumenti della psicoanalisi e avvalendosi di un costante riferimento ad autori quali Renè GirardGeorges BatailleMaurice Blanchot e Friedrich Nietzsche le tematiche peculiari che trascorrono nei romanzi della scrittrice. Sarà l'occasione per fare il punto su un'autrice che vede sempre più aumentare il novero dei suoi estimatori.
ANIMALI
post pubblicato in Robustelli, Anna Maria, il 10 giugno 2012

                                              

Ancora noi e gli animali, noi umani così poco umani, noi che ci riteniamo superiori perchè pensiamo, parliamo e soffriamo. Ma soffrono anche gli animali. Di questo ci parla Tiziana Colusso in Agonia all'ora dell'aperitivo, in cui un piccione malridotto ma vivo viene sbrigativamente buttato in un sacchetto di spazzatura dai padroni di un caffè, preoccupati di rovinare la scena ai propri avventori. Chi parla si accorge della sofferenza del piccolo volatile perchè lei stessa è in quel momento portatrice di sofferenza e alla fine confessa che il suo stomaco è un sacco nero e chiuso, in fondo come quello in cui "il piccione che non è ancora nel regno degli oggetti" è stato scaraventato. Il tutto avviene nella "sorniona eterna indifferenza della città cristiana".

Di un'altra agonia, la vita infinitesimale dei tarli nel legno avvelenato dal petrolio, è testimone una poesia di Silvana Baroni (sarebbe ricomiciato, un incubo in Perdersi per mano, con postfazione di Ubaldo Giacomucci, Tracce, Pescara, 2012), capace di riverberare con lo scintillio di un linguaggio dovizioso "l'invisibile mattanza". Anche quì l'uomo è "felice" e festeggia "il ritrovato silenzio" e il mondo è sempre al servizio della sua tranquillità di signore dell'universo. La profusione di parole nel descrivere la vita dei tarli amplifica la tragedia di questi minuscoli animali e ce la rende tangibile.

Piera Mattei scopre con un sacro sentimento di stupore "nidi scontrosi di passeri" (s'annidano), antichi vasi che contengono "acqua benedetta" bevuta da una colomba e una pianta che fa capolino "dall' umide pietre". La scelta dei vocaboli antica / scontrosa / brivido / benedetta / d'oro veicola una meraviglia che è sentimento religioso di fronte a queste esitanti e intense forme di vita da rispettare che illuminano il cortile "dell'antica madrasa". In un'altra poesia Insetti (entrambe contenute in L'equazione e la nuvola, Manni, San Cesario in Lecce, 2009), mentre è in volo con la figlia, la poetessa sente di avere somiglianze con vari ordini di animali: come gli insetti loro due volano intorno a una realtà / umida [...] che ci costringe / a nutrirci là / dove posiamo / e riposiamo. Con i mammiferi condividono altre comunanze e degli insetti hanno la propensione verso l'alto.

Nel racconto Il gibbone (Melanconia animale, Manni, San Cesario in Lecce, 2008), tuttavia, Piera Mattei sfodera una cifra surreale capace di ribaltare il tradizionale rapporto di superiorità nei confronti della natura dell'uomo occidentale: "Devo ammetterlo. La cosa che più mi piace a questo mondo è considerata da molti superlativamente indecente. A me piace rimanere indisturbata a guardare". Il narratore confessa il piacere che prova nel guardare gli altri sfrontatamente. Nelle spiegazioni - quasi scuse - che fornisce, si riverberano echi della narrativa russa dei primissimi del Novecento, che so del Cechov di Fa male il tabacco. Per soddisfare questo piacere il narratore va ad osservare un gibbone allo zoo, poichè gli umani non sopportano la qualità perentoria di quello sguardo. Lì, seduto su una panchina di pietra, si diverte a guardare le evoluzioni di questo animale e con un registratore su cui ha precedentemenete registrato la voce dell'animale stesso lo provoca. Credendo di rispondere ad un altro gibbone questi replica con altre urla possenti ed evoluzioni acrobatiche. L'osservatore gode di fronte a tutto questo e non si sazia di quello spettacolo, ma improvvisamente accade qualcosa che lo spiazza: "Vorrei un'ulteriore evoluzione. Ma lui si è fermato e mi fissa a sua volta. Pretenderebbe, ne sono certa, gli dimostrassi a parole il mio entusiasmo. però non si incupisce se, come mi piace, rimango in silenzio. Lo guardo e mi guarda".  

 


(Anna Maria Robustelli)

IDENTITA' E DIFFERENZE
post pubblicato in Sapegno, Maria Serena, il 17 aprile 2012

       

Il libro della Sapegno è una sorta di bussola per orientarsi nel campo del movimento femminista, dalla Rivoluzione francese ai giorni nostri, con particolare attenzione a fatti ed esperienze del nostro paese. È in realtà un testo universitario, scritto per un corso sulle tematiche di genere, ma a mio parere è utile a chiunque voglia approfondire la cultura delle donne nel suo relazionarsi al pensiero politico dell'età moderna e allo sviluppo della democrazia nel mondo occidentale.
Il movimento delle donne è stato spesso definito "fenomeno carsico", perché è discontinuo come un corso d'acqua che improvvisamente scompare inghiottito dal suolo e sembra non lasciare tracce, ma poi riappare e scorre di nuovo. Così il femminismo procede in modo spesso ondivago e discontinuo, portando avanti richieste sempre più articolate e reclamando porzioni di spazio sempre maggiori.
Per secoli le donne non hanno avuto diritto di cittadinanza, al pari di schiavi e stranieri. In Italia solo dal 1946 le donne possono votare, mentre lunga e difficile, e ancora tutta in salita, è la strada della parità sostanziale.
Il libro racconta la storia della progressiva conquista dei diritti civili ed illustra lo svolgersi del pensiero che ne è stato alla base. Parte dalla lotta per l'uguaglianza morale ai tempi dell'Illuminismo, con la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, poi tratta dei rapporti di genere nella società borghese dell'Ottocento, e giunge fino ai giorni nostri, approfondendo concetti come emancipazione, accesso alla cittadinanza, liberazione, autocoscienza come pratica politica, teoria della differenza sessuale, studi di genere. In ogni capitolo alla trattazione teorica segue una parte antologica, in cui sono riportati brani di scrittrici e scrittori particolarmente significativi nella costruzione della teoria femminista (da Olympe de Gouges a Luce Irigaray, attraverso Anna Maria Mozzoni, Anna Kuliscioff, Virginia Wolf e Simone de Beauvoir).


(Rita Cavallari)


 

 

Maria Serena Sapegno (a cura di), Identità e differenze. Introduzione agli studi delle donne e di genere, Mondadori, 2011 [ * ]  




vedi quì, quì e quì

CHIARE, FRESCHE E DOLCI ACQUE
post pubblicato in Robustelli, Anna Maria, il 17 marzo 2012



laudato sì, mi Signore, per sora acqua,
la quale è multo utile er humele et pretiosa et casta[1]
 
… un rumore simile a quello dell’acqua veniva dalle cime delle montagne: era il vento della foresta. Infine, cosa ancora più sorprendente, udii il vero rumore dell’acqua scrosciante in una vasca. Vidi che avevano costruito una fontana; l’acqua vi era abbondante e, ciò che soprattutto mi commosse, vidi che vicino ad essa avevano piantato un tiglio di forse quattro anni, già rigoglioso, simbolo incontestabile di una resurrezione[2] 
 
S’i fosse acqua i’ l’annegharei... [3]  

 

La Corte Costituzionale ha ammesso due quesiti referendari proposti dai movimenti per l’acqua. A primavera gli italiani e le italiane voteranno su questo bene essenziale.               
Un’amica mi fa sapere della lotta dei Boscimani del Botswana per l’acqua. Qui non si tratta di scegliere tra acqua pubblica o privata, ma di ottenere il permesso di usare l’unico pozzo della Central Kalahari Game Reserve da cui questo popolo dipende per l’acqua negata dal proprio governo. Sembra che agli inizi degli anni ’80 siano stati scoperti i diamanti nella riserva e subito dopo il governo abbia deciso di mandare via i Boscimani a causa dei giacimenti. Tout court! Nel 1997 sono stati effettuati i primi spostamenti forzati. Le loro case sono state distrutte, le loro scuole e i loro presidi medici sono stati chiusi, il loro pozzo è stato cementato. Ora vivono in campi di re-insediamento e ricevono razioni di cibo principalmente dal governo. Non possono cacciare. Come si può immaginare l’alcolismo, la depressione e malattie come la tubercolosi e l’HIV/AIDS prosperano. Legalmente hanno ottenuto il diritto di tornare nella loro terra nel dicembre 2006, dopo una lunga vertenza, ma di fatto il governo impedisce loro di usare il pozzo. Sono ora in attesa della sentenza del ricorso in appello di un nuovo caso legale intrapreso nel giugno 2010. Negli ultimi giorni, da che ho cominciato a scrivere questo articolo, la sentenza è stata emessa dalla Corte di Appello del Botswana (gennaio 2011) che ha annullato la precedente sentenza della Corte Suprema: i Boscimani potranno continuare ad attingere acqua dal loro pozzo ancestrale. Aspettiamo di vedere se questa volta le autorità non si opporranno di fatto a questa sentenza. [ * ][ * ]

L’annientamento dei popoli tribali che hanno una cultura millenaria può avvenire tutto sommato in una situazione di ignoranza e di indifferenza. Anche in questo caso l’ONU avrà emesso la sua dichiarazione, ma le cose vanno avanti a dispetto della legalità e della giustizia.
L’acqua è una delle risorse fondamentali per il nascere e il propagarsi della vita e sempre più va delineandosi come il bene supremo da salvaguardare. Così come da anni si va dicendo che le foreste della terra e in particolare la foresta amazzonica sono il polmone del pianeta e vanno preservate come fonte di innumerevoli specie vegetali e animali, alcune ancora da scoprire. Ma in tutte e due i casi si tratta di elementi naturali che hanno interagito con la cultura umana e hanno lasciato tracce ingenti nell’immaginario collettivo. 
Capire in quali modi ci siamo relazionati con l’acqua in quella disciplina che chiamiamo letteratura e che riguarda l’ergersi e lo strutturarsi delle nostre parole di fronte alle esperienze della vita può rendere più sfaccettato e complesso il senso di preoccupazione nei confronti della perdita che ci minaccia, arricchendoci di una consapevolezza che deve diventare sempre più limpida.

Tra le elegie anglosassoni spicca The Seafarer, tradotta in inglese moderno da Ezra Pound. Si tratta di un componimento poetico che viene in generale fatto risalire al X secolo d.C. e che è stato trovato nell' Exeter Book, una delle quattro raccolte di poesia anglosassone. Gli studiosi ritengono inoltre che la seconda parte –stilisticamente e tematicamente molto diversa dalla prima – sia il frutto di un’interpolazione cristiana e infatti Pound non la tradusse.
Il narratore descrive la sofferta vita in mare del marinaio nordico in toni di grande realismo espressivo:

This tale is true, and mine. It tells
How the sea took me, swept me back
And forth in sorrow and fear and pain
Showed me suffering in a hundred ships
In a thousand ports, and in me. It tells
Of smashing surf when I sweated in the cold
Of an anxious watch, perched in the bow
As it dashed under cliffs. My feet were cast
In incy bands, bound with frost,
With frozen chains, and hardship groaned
Around my heart. Hunger tore
At my sea-weary soul. No man sheltered
On the quiet fairness of earth can feel
How wretched I was, drifting through winter
On an ice-cold sea, whirled in sorrow,
Alone in a world blown clear of love,
Hung with icicles. The hailstorms flew
The only sound was the roaring sea,
The freezing waves. The song of the swan
Might serve for pleasure, the cry of the sea-fowl
The death-noise of birds instead of laughter,
The mewing of gulls instead of mead.
Storms beat on the rocky cliffs and where echoed
By icy-feathered terns and eagle's screams;
No kinsman could offer comfort there,
to a soul left drowning in desolation.
And who could believe, knowing but
the passion of cities, swelled proud with wine
And no taste of misfortune, how often, how wearily,
I put myself back on the paths of the sea.
Night would blacken, It would snow fronm the north;
Frost bound the earth and hail would fall,
The coldest seeds....


Questo racconto è vero e mio. Racconta
di come il mare mi prese, mi sbatté
avanti e indietro nel dolore, nella paura e nella pena,
mi mostrò la sofferenza in cento navi,
in mille porti e in me. Racconta
di schiuma che si schiantava quando io sudavo al freddo
di un’ansiosa guardia, appollaiato sulla prua
che si infrangeva sotto alle scogliere. I piedi erano stretti
in morse di ghiaccio, legati con il gelo,
con catene di ghiaccio e le difficoltà gemevano
intorno al mio cuore. La fame rodeva
l’anima stanca di mare. Nessun uomo al riparo
della tranquilla bellezza della terra può capire
quanto ero infelice, trascinato attraverso l’inverno
su un mare freddo come il ghiaccio, avvolto nel dolore
solo in un mondo in cui l’amore era stato spazzato via,
e decorato di ghiaccioli. Le tempeste di grandine svettavano
L’unico suono era il mare ruggente,
le onde gelide. Il canto del cigno
poteva dar piacere, le grida degli uccelli marini,
il rumore di morte degli uccelli al posto delle risa,
il miagolio dei gabbiani al posto dell’idromele.
Tempeste battevano le scogliere rocciose ed erano echeggiate
da rondini di mare dalle ali ghiacciate e dalle grida dell’aquila;
nessun parente poteva essere lì ad offrire conforto,
a un’anima lasciata ad affogare nella  desolazione.
E chi potrebbe credere, conoscendo solo
le passioni di città inorgoglite di vino
senza gusto per le traversie, quante volte gonfio distanchezza
mi sia rimesso sui sentieri del mare.
La notte diventava sempre più nera; nevicava a cominciare dal nord;
il ghiaccio legava la terra e la grandine cadeva,
i grani più freddi... [4]



Ci colpisce la presenza di una voce narrativa che parla in prima persona, senza essere un eroe come Beowulf (peraltro in quel poema epico l’eroe è designato con la terza persona), il che ci porta quasi istantaneamente a identificarci con questo marinaio e a stupirci di fronte al piglio moderno di questo poema. La descrizione dei mari nordici, caratterizzata da condizioni inclementi, va di pari passo con quella dei sentimenti di disagio e solitudine del narratore, temperata solo dai versi degli uccelli che abitano quei lidi remoti. Ma la sua anima lasciata ad affogare nella desolazione narra come, pur gonfio di stanchezza, si sia rimesso sui sentieri del mare come un novello Odisseo e
 

...And how my heart
Would begin to beat, knowing once more
The salt waves tossing and towering sea!
The time for journeys would come and my soul
Called me eagerly out, sent me over
the horizon, seeking foreigners' homes.


… E come il mio cuore
cominciava a battere, conoscendo ancora una volta
le onde salate che si agitano e il mare torreggiante!
Veniva il tempo dei viaggi e l’anima mia
mi chiamava con insistenza, mi mandava al di là
dell’orizzonte, in cerca di case estranee.

Le espressioni metaforiche usate per descrivere lo stato di sconforto totale sono incisive e efficaci (morse di ghiaccio / catene di ghiaccio / le difficoltà gemevano intorno al mio cuore / la fame rodeva… / il miagolio dei gabbiani / l’anima lasciata ad affogare nella desolazione, dove la parola tipicamente connessa con l’acqua, “affogare”, è usata per descrivere una condizione interiore). E’sorprendente anche l’espressione trascinato attraverso l’inverno che suggerisce uno spostamento spaziale, ma al tempo stesso, nominando una stagione dell’anno, scandisce il passare del tempo.
L’inquietudine del marinaio lo spinge a ripartire. Gli ultimi versi della citazione colpiscono per il modo sintetico ma poetico con cui questa sete di viaggi viene raffigurata. Così l’alternarsi di sofferenza e desiderio si rivela la cifra portante di questo bellissimo poema dalle strane rifrangenze moderne che si chiude con questi versi
:

And yet my heart wanders away,
My soul roams with the sea, the wales
Home, wandering t the widest corners
Of the world, returning ravenous with desire,
flying solitary, screaming, exciting me
To the open ocean, breaking oaths


Eppure il mio cuore vaga lontano,
la mia anima vaga con il mare, casa
delle balene, spingendosi fino agli angoli più remoti
del mondo, ritornando avida di desiderio,
in volo solitario, gridando, incitandomi
verso l’oceano aperto, infrangendo giuramenti
sulla curva di un’onda.                                                                                      



All’inizio del capitolo intitolato Verso Pamplona de L’antropologia dell’acqua di Anne Carson [5] si
legge:

"Alcune acque ci annegano. Altre no. Il suono dell’acqua nella borraccia sulla schiena mi tiene compagnia mentre cammino. Pozze di pensieri vagano qua e là dentro di me. Socrate, dopo il bagno, tornò alla sua prigione senza fretta e bevve la cicuta. Gli altri piansero. I cigni nuotarono intorno a lui, sfiorandolo. Iniziò a parlare del viaggio a venire, in un posto sconosciuto, lontano da lacrime di cui non capiva la ragione. Le parole capiscono davvero poco l’una dell’altra". [6]

Queste annotazioni accostate quasi con effetto modernistico, hanno di fatto sottili legami associativi che le tengono insieme. Dalla lapidarietà e inconfutabilità della prima affermazione alla scelta consolatoria del rumore d’acqua nella borraccia. Una volta insediatasi all’interno della mente l’acqua produce pozze di pensieri che fluiscono lievi. Il bagno di Socrate, il fatto che bevve la cicuta attorniato dalla lieve presenza dei cigni. L’acqua delle lacrime di quelli che lo amavano e non volevano separarsi da lui. Tutta questa tirata ha il piglio morbido e fluido dell’acqua; è come se questo elemento si trasmettesse al pensiero o come se il pensiero ne fosse 
sostanziato

L’acqua è spesso metafora esistenziale nella scrittura letteraria. Basti pensare al Canto degli spiriti sulle acque di Johann Wolfgang Goethe [ * ]:

Simile all’acqua

è l’anima dell’uomo.

Viene dal cielo,

risale al cielo, di nuovo scendere
deve alla Terra,
in perpetua vicenda.
Il getto limpido
sgorga dall’arduo
precipite dirupo;
sul sasso liscio si
frange in belle nuvole
di pulviscolo;
ondeggia accolto
in dolce grembo,
tra veli e murmuri,
al basso via scorrendo.
Scogli si rizzano
contro il suo empito;
egli spumeggia iroso
di gradino in gradino
verso l’abisso.
Indi per lento letto
di prati volgesi, e fa
specchio di lago,
dove il loro viso miran
tutte le stelle.
Ma dolce amante
dell’onda è il vento;
e talvolta dal fondo
flutti spumanti suscita.
O anima dell’uomo
come all’acqua somigli!
O destino dell’uomo
come somigli al vento! [7]

Qui è l’anima ad essere assimilata all’acqua che viene dal cielo / risale al cielo, di nuovo scendere / deve alla Terra…”. Da torrente impetuoso finisce per diventare lago dove il loro viso miran / tutte le stelle. La bellezza e la scontrosità dell’acqua sono messe in evidenza e anche il vento viene coinvolto per rappresentare l’andamento dell’anima dell’uomo.
Anche Henry David Thoreau annoterà nel suo diario nel 1852:

L’acqua dorme con stelle nel suo grembo
. [8]

Qui il tono è meno aulico e più sensuale. Sembra rispecchiare un sincero stupore di fronte a uno spettacolo di bellezza naturale che procura conforto all’anima.



Il Torrente
di Giani Stuparich assomiglia all’acqua di Goethe, se non fosse che il primo sembra meno emblematico e più reale, considerato nella sua spettacolarità, nei suoi muschi e nelle sue spume. Il poeta è curioso di esplorarlo a ritroso per scoprirne il corso e l’origine. Nel risalire alla sorgente, è a volte costretto ad allontanarsi dalle sue rive, dapprima costeggiate di larici, poi di pini. Lo scrittore friulano raggiunge il punto in cui il corso d’acqua scende da un’incassatura nella roccia come un lungo filo di diamanti. Rimaniamo sorpresi dalla sua meraviglia e dal suo piacere davanti al mistero e alla bellezza che questa forza della natura rappresenta.

Ho lasciato lassù, sotto i ghiacciai delle Venoste, / un torrente che non posso dimenticare. /  Mai avevo visto l’acqua splendere, correre e cantare così, veniva giù dritta, / incassata in un letto muscoso, tutta un candore di spume: faceva luce. / A balzi, a spruzzi, a capriole l’acqua scendeva, stretta nel suo letto, / coprendolo perfettamente senza sbavature né pentimenti. / Tornai più volte al torrente. / E ogni volta scoprivo in esso o intorno ad esso una bellezza nuova. / Una mattina volli seguire in senso inverso il suo corso. /  Mi allettava scoprire il suo misterioso viaggio e il segreto delle sue origini. / M’arrampicavo tenendomi quanto più potevo vicino ad esso. / Qualche volta ero costretto a scostarmi / e allora lo vedevo occhieggiare fra i tronchi, / mandare degli spruzzi argentei quasi per incoraggiarmi nel cammino. / I larici andavano diradandosi, lasciavano il posto ai pini giganti. / A un tratto mi si scoprì, fra i costoni di roccia brulla, / una ripida incassatura nuda che s’innalzava fin sotto a una vetta. / Di là il torrente, scendeva allo scoperto, in pieno sole, / splendendo come un lungo filo di diamanti. [9]

Il desiderio di percorrere un corso d’acqua per esplorarne la bellezza e scovarne la purezza è presente anche nel Marcovaldo di Italo Calvino:

Le giornate cominciavano ad allungarsi: col suo ciclomotore, dopo il lavoro Marcovaldo si spingeva a esplorare il fiume nel suo corso a monte della città, e i fiumicelli suoi affluenti. Lo interessavano soprattutto i tratti in cui l’acqua scorreva più discosta dalla strada asfaltata. Prendeva per i sentieri, tra le macchie di salici, sul suo motociclo finché poteva, poi – lasciatolo in un cespuglio – a piedi, finché arrivava al corso d’acqua. Una volta si smarrì: girava per ripe cespugliose e scoscese, e non trovava più alcun sentiero, né sapeva più da che parte fosse il fiume: a un tratto, spostando certi rami, vide, a poche braccia sotto di sé, l’acqua silenziosa – era uno slargo del fiume, quasi un piccolo calmo bacino -, d’un colore azzurro che pareva un laghetto di montagna. [10]

Ma in realtà il fiume si rivelerà inquinato da una fabbrica di vernici. Però per pochi istanti il protagonista del libro si illude di aver trovato un territorio felice, un piccolo eden lontano dalla città in cui gli sia consentita un tipo di vita più consona alle sue aspirazioni più profonde.
A volte l’acqua scorre calma, è quasi ferma, ma induce a pensare. La sua superficie non è come quella di una strada, di un campo. Sappiamo che è più profonda, nasconde un letto, tutte le sue sedimentazioni e il lieve scorrere porta i pensieri lontano, non solo nello spazio, ma anche nel tempo.
Ricordo che quando ero bambina, andavo a Rocca di Mezzo, in Abruzzo d’estate. A circa un chilometro dal paese scorreva un ruscello che poi fluiva incanalato sotto un filare di vecchie case fin nel centro del paese. All’inizio, sotto un ponte, si vedevano sanguisughe nere che io osservavo incuriosita e impaurita. Poi l’acqua si veniva a trovare come in un canale placido sotto le finestre di queste vecchie case, riempiendosi di canne e di piante acquatiche con infiorescenze lilla. Rammento che pensavo a quelli che si erano affacciati dalle finestre di quelle antiche abitazioni, quelli che avevano passato la loro vita lì in secoli più lenti dei nostri e il peso dei loro pensieri  protesi sull’acqua, mi trasportava lontano nel tempo. Ora hanno cementato il ruscello e non so neanche se le case che stanno in quel posto siano le stesse di quando ero piccola, perché da anni il paese è preda di un fervore edilizio causato dai romani che si recano lì a sciare. Anche quei pensieri, densi di preoccupazioni e di dolore – qualche volta forse anche di gioia - , che si soffermavano sul corso d’acqua dall’alto – non ci sono più, se non forse nel ricordo di qualcuno.
Il legame tra l’acqua e il pensare è vivo in molti autori. Quel grande osservatore della natura che è stato Thoreau ci dice:

Se uno vuole riflettere, lasciate che si imbarchi in un placido corso d’acqua e che galleggi con la corrente. Non può resistere alla Musa. Man mano che risaliamo la corrente, dandoci da fare con la pagaia con tutte le nostre forze, pensieri fugaci e impetuosi scorrono nel cervello. Sogniamo di conflitti, potere e grandiosità. Ma volgete la prua verso la foce e le rocce, gli alberi, le mucche, le collinette, assumendo posizioni nuove e varie, mentre il vento e l’acqua spostano la scena, favoriscono l’abbandono liquido del pensiero, di vasta estensione e sublime, ma sempre calmo e ondulante in modo gentile. [11]

In questo brano lo scrittore trascendentalista americano distingue tra i pensieri di conflitto e forza che sorgono quando si va controcorrente e l’abbandono liquido del pensiero che avviene quando la barca va verso la foce.
Anche Shakespeare usa un’ immagine imperniata sull’acqua per parlare del tempo che erode rapidamente la vita:

Come i flutti s’affrettano verso la riva ghiaiosa,
così precipitano i nostri minuti verso la loro fine,
e sottentrando ciascuno al precedente,
in un seguito affannato si spingono tutti innanzi.[12]

 

In fondo lo stesso processo di dentificazione con l’acqua è attivo anche in Virginia Woolf in questo brano tratto da Gita al faro:

Andavano lì regolarmente ogni sera, quasi per una necessità. Pareva che l’acqua portasse al largo, facesse navigare sull’onde pensie ristagnanti in terraferma, dando così ai loro corpi una specie di fisico sollievo. Dapprima il palpito del colore inondava la baia d’azzurro, e il cuore si dilatava con esso e il corpo sembrava fluttuare, ma solo per essere, subito dopo, respinto e raggelato dall’ispido nereggiare delle onde agitate. Poi dietro la gran roccia bruna, quasi ogni sera, sprizzava bizzarramente, così che stare a spiarne l’irrompere era delizia, una fontana d’acque bianche; e allora, nell’attesa, si poteva pur contemplare sul pallido semicerchio della riva la successione delle onde che vi si stendevano via via mollemente un velo di madreperla. [13]

Il movimento dell’acqua porta al largo pensieri stagnanti, dando una sorta di fisico sollievo, perché li sposta lontano da sé. La luce conferisce un senso di dilatazione, ma poi subentra un processo inverso, provocato dall’ispido nereggiare delle onde agitate. L’acqua si muove continuamente sugli scogli ed è piacevole vedere la fontana d’acque bianche o, sulla riva, il velo di madreperla. L’irrompere delle onde sulla costa è descritto come un grande piacere, nella continua trasformazione che genera e a cui trascina l’anima.
La presenza dell’acqua nell’immaginario letterario angloamericano è ricca di esempi illustri.
La Tempesta, il canto del cigno del bardo di Avon, ci lascia dei messaggi distillati durante la lunga carriera drammaturgica shakespeariana. Certamente il grande scrittore non chiude gli occhi sulla malvagità umana, così come si incarna nel potere politico (un tema che gli era caro), ma finge di credere che tutto andrà a finire bene, attraverso l’omaggio reso all’innocenza e ingenuità di Miranda o a quella dei giovani ai quali va lasciato in eredità il mondo.
L’uomo demiurgo, Prospero, governa le forze della natura positive (Ariel) e negative (Calibano), ma alla fine rinuncia alla sua onnipotenza e lascia la sua isola, ritorna alla civiltà, da dove l’aveva scacciato il tradimento di suo fratello, riprova a vivere nella società che l’aveva barbaramente esiliato. Ma, prima di tutto questo, ci troviamo su un’isola bagnata da un mare purificatore. La tempesta congegnata dal mago salva i villain Alonso ed Antonio dalla loro malvagità. E’ ancora il naufragio che porta Ferdinando e Miranda a conoscersi e li fa innamorare. Come in Pericle la morte per acqua significa redenzione. La bellissima lirica che Ariel canta intriga Ferdinando naufragato sulle coste dell’isola e ignaro della sorte del padre: 

Full fathom f ive thy father lies;
Of his bones are coral made;
Those are pearls that were his eyes:
Nothing of him that doth fade
But doth suffer a sea-change
Into something rich and strange.
Sea-nymphs hourly ring his knell:

 
A cinque intiere tese giace tuo padre,
e le sue ossa son diventati corallo.
Quelli che erano i suoi occhi ora son perle;
non c’è di lui nessuna parte destinata a perire
che non subisca per opera del mare
una trasformazione in qualche cosa di ricco e di meraviglioso.
Le Ninfe marine ad ogni ora suonano per lui a mortorio. [14]
 
Le effe del primo verso scavano una profondità nel mare e l’acqua – a livello fonico – si apre, si allarga e si richiude nelle dilatazioni vocaliche delle varie parole. Nella loro instancabile mobilità, dopo i tonfi cadenzati di full fathom five, le vocali si allargano in thy e lies. L’inversione ci mostra prima le perle e poi gli occhi (eyes), che si riaprono nel dittongo ai. Le dentali di nothing/that/doth/fade seguite da but/doth sono intoppi che guidano alle metamorfosi sea-change/strange, bottino prezioso di bellezza che si dischiude all’occhio dello spettatore-uditore.
La musica di Ariel va incontro a Ferdinando abbagliandolo nella sua bellezza, più che nel messaggio di morte che falsamente reca.


 

Those are pearls that were his eyes riecheggia nella Terra desolata di Thomas Stearn Eliot nell’episodio riguardante Madame Sosostris:

…Temete la morte per acqua
[15]

Ma nella parte IV del poema, La morte per acqua, l’acqua è divenuta un elemento di purificazione. Phlebas è il simbolo della civiltà moderna, fatta di commerci e scambi, in cui i popoli si spostano continuamente. Questa civiltà “arriva al culmine delle sue contraddizioni con lo scoppio della I Guerra Mondiale”. [16] La soluzione mistica è la sola “via di salvezza”. La morte del marinaio fenicio è per il Trigona 1) cristiana liberazione dalle pene terrene, dimenticanza de “il guadagno e la perdita”; 2) rituale religioso di morte-rinascita secondo i riti antichi di cui Eliot ha letto in Frazer e Weston; 3) rito cristiano di liberazione dal peccato originale (il battesimo è morte dal peccato per acqua). Il brano è di una rara sensibilità poetica. La consistenza palatale del corpo di Phlebas si scioglie nei cambiamenti vocalici del secondo verso (forgot the cry of gulls). La corrente sottomarina si sostanzia nelle sibilanti di bonese whisper. Gli alti e bassi di rose e fell terminano nel turbinio onomatopoietico di whirpool. Il tono di Gentile o Giudeo / O tu che volgi la ruota e guardi nella direzione del vento è il tono del predicatore che invita a cambiare vita.



Margareth Atwood nella poesia Frogless (Senza rane), tratta da Mattino nella casa bruciata [17], descrive un paesaggio di malattia in cui l’acqua è diventata alcool e gli animali nascono deformi:

The sore trees cast their leaves
too early. Each twig pinching
shut like a jabbed clam.
Soon there will be a hot gauze of snowsearing the roots.

Booze in the spring  runoff,
pure antifreeze;
the stream worms drunk and burning.
Tadpoles wrecked in the puddles.

Here comes an eel with a dead eye
grown from its cheek.
Would you cook it?
You would if.

The people eat sick fish
because there are no others.Then they get born wrong.

This is not sport, sir.
This is not good weather.
This is not blue and green.

This is home.
Travel anywhere in the year, five years,
and you’ll end up here.

Gli alberi dolenti perdono le foglie
troppo presto. Ogni rametto si chiude
di colpo come una vongola stuzzicata.
Presto arriverà una calda garza di neve

a cauterizzare le radici. 
Alcool nel disgelo della primavera,
puro antigelo;
l’acqua serpeggia ubriaca e rovente,
I girini naufraghi nelle pozze. 

Ecco l’anguilla con l’occhio morto
spuntato su una guancia.
La cucineresti?
Caso mai…

La gente mangia pesci malati
perché non ce ne sono altri.

Poi nascono sbagliati. 
Questo non è divertente, signore.
Questo non è bel tempo.
Questo non è tutto verde e azzurro.

Questo è casa tua.
Viaggia dove vuoi in un anno, in cinque anni,
poi è qui che ti ritrovi.  

Nel suo tipico stile realistico la scrittrice canadese non lascia illusioni a chi la segue. La consapevolezza che questo territorio contaminato è il posto in cui tutti noi viviamo penetra nelle nostre ossa senza che possiamo fare niente per dimenticarcene. Forse proprio per questo ci troviamo a non avere altre scelte se non quella di combattere tutto questo deterioramento, così come combattiamo le malattie che giungono sulla soglia della nostra casa.



Altre volte gli scrittori ci offrono esempi di rapporti appaganti con l’acqua. La poetessa statunitense Maxime Kuminci ha dato un esempio efficace del suo confondersi con l’acqua nella bellissima poesia Morning Swim (Nuotata mattutina) [18], che offre la rappresentazione di un corpo femminile solitario – in una mattina nebbiosa –che si tuffa e realizza la sua fusione perfetta con l’elemento acquatico:

Into my empty head there come
a cotton beach, a dock wherefrom
 
I set out, oily and nude
through mist, in chilly solitude.
 
There was no line, no roof or floor
to tell the water from the air.
 
Night fog thick as terry cloth
closed me in  its fuzzy growth.
 
I hung my bathrobe on two pegs.
I took the lake between my legs.
 
Invader and invaded, I
went overhand on that flat sky.
 
Fish twitched beneath me, quick and tame.
In their green zone they sang my name
 
and in the rhythm of the swim
I hummed two-four-time slow hymn.
 
I hummed “Abide With Me.” The beat
rose the fine thrash of my feet,
 
rose in the bubbles I put out
slantwise, trailing through my mouth.
 
My bones drank water; water fell
through all my doors, I was the well
 
that fed the lake that met my sea
in which I sang “Abide With Me.”

 
Nella mia testa sgombra si profila
una spiaggia di cotone, una banchina
 
da cui partii, unta e denudata
tra la foschia, in solitudine gelata.
 
Linea non c’era, soffitto o fondale
a distinguere l’acqua dall’aere.
 
La nebbia della notte densa come un telo
racchiuse me nel suo spugnoso ordito.
 
A due gancetti l’accappatoio appesi,
fra le mie gambe il lago presi.
 
Invasore ed invasa, procedevo
a bracciate dentro quel piatto cielo.
 
Pesci rapidi e miti sotto di me a guizzare.
Dentro quel verde spazio il mio nome a cantare
 
e intonavo nel ritmo della bracciata
a due quarti una lenta ballata.
 
Mormoravo: “Assecondami”. La toccata
saliva dai miei piedi all’elegante falcata,
 
saliva fra le bolle che sgorgavano
di lato, dalla mia bocca spalancata.
 
Le ossa bevvero acqua, acqua cadente
da ogni porta. Io ero la sorgente
 
che nutriva il lago, che incontrava il mio mare
nel quale “Assecondami” cantavo.
 
La protagonista non solo si tuffa in un ambiente acquatico che è tutt’uno con la terra e il cielo, ma con il ritmo delle proprie bracciate stabilisce un ritmo che è in armonia con l’acqua in cui si muove. Alla fine diventerà acqua lei stessa poiché da tutte le sue “porte” si riversa acqua a nutrire l’altra acqua in cui procede. La poesia trasmette un gran senso di libertà e di armonia fra la nuotatrice e l’acqua.

Sulla stessa linea, anche se il tono diventa giocoso, si trova Sandro Penna in questi versi:

Ecco il fanciullo acquatico e felice.
Ecco il fanciullo gravido di luce,
più limpido del verso che lo dice.
Dolce stagione di silenzio e sole
e questa festa di parole in me
.[19]

E come non ricordare la limpidezza  e l’armonia de La pioggia nel pineto [20] del nostro Gabriele D’Annunzio come esempio della partecipazione panica al mondo naturale e “acqueo” del bosco?

Non la riporteremo per intero perché si tratta di una poesia ben nota, ma è opportuno ripercorrerla per interpretarne le sottili allusioni poetiche. Il poeta si rivolge a qualcuno – Ermione -, poiché la poesia comincia con l’imperativo Taci, che impone silenzio e l’apertura verso qualcosa che si sta schiudendo. Le parole successive ci pongono ai margini del bosco: Su le soglie / del bosco non odo / parole che dici / umane. L’uso sapiente dell’enjambement accresce il senso del mistero. Si scopre così che le parole sono umane perché il poeta vuole ascoltare un linguaggio diverso che si sprigiona dal cadere delle gocce sulle foglie del bosco. Dopo alcuni versi ancora un imperativo: ascolta. E’ l’invito ad ascoltare il linguaggio della pioggia che si deposita sulle varie piante del bosco, tutte nominate, e sui volti le mani, i vestimenti e i freschi pensieri delle due persone che stanno nel bosco.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade
.

E’ tutta un’orchestrazione che si dispiega nel bosco e a cui partecipa il canto delle cicale. Ogni pianta ha il suo suono (pino, mirto, ginepro, altro ancora) e anche i due attori umani di questo scenario sono imbevuti della pioggia che cosparge il bosco:

Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
 


Il canto della rana si mesce a quello delle cicale, proveniente dall’umida ombra remota, dall’ombra più fonda. Accanto al sentimento di fusione con il tutto vegetale e animale, sorge e si accresce una sottile sensualità in questo contatto intimo con il bosco indotto dalla onnipresenza della pioggia:

E piove su le tue ciglia,
Ermione 
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pèsca
intatta,

Qui si palesa anche un senso di purificazione che  viene attribuito all’acqua. Si parla de l’argentea pioggia che monda e più in giù si osserva che la vita è in noi fresca / aulente, / il cuor nel petto è come pèsca / intatta.
Negli ultimi versi che ripetono quasi alla lettera alcuni versi già pronunciati, la cadenza della reiterazione si salda e si illanguidisce nella partecipazione cosmica alla rinascita del bosco, alla sua metamorfosi in atto.
L’acqua spesso ha una qualità catartica, perché ha la possibilità di lavare e quindi di determinare un cambiamento sostanziale in chi vi si immerga, basti pensare al significato del battesimo. Nel recente film La donna che canta il figlio e la figlia della donna nuotano in una piscina, dopo aver appreso che hanno un altro fratello che – a suo tempo – ha stuprato in una prigione la loro madre. Evidente è il desiderio di togliersi di dosso questo peso ingombrante.
Identica appare la funzione di un bagno in una piscina napoletana in un film meno recente, L’amore molesto, in cui la protagonista, che per tutta la durata del film è alla ricerca di verità scomode su sua madre, si concede insieme a un suo vecchio amico d’infanzia.



Ritroviamo nella modernità di una giovane poetessa italiana, Laura Fusco, la presenza inquietante dell’acqua che circola fluida in tutta la narrazione poetica:

E’ trascorsa un’altra strana giornata.
Hai messo l’acqua a bollire.
Hai preparato la tisana.
Hai detto a te stessa: devo cercare di dormire.
Oppure non è andata così.
Magari non hai messo l’acqua a bollire ma ci hai solopensato.
Magari hai detto, anche se non ha nessun senso:
devo cercare di non dormire e aspettarlo
oppure: no,
lascio il pensiero passare oltre il muro come un rumoredell’anima, una febbre,
inondare la casa da una stanza all’altra o accendere le luciin cima alle colline,
attraversare una soglia e partire,
fare ordine in cucina prima che arrivi.
Fuori
la notte dell’acqua.
Dentro una lampadina fioca
che sta per fulminarsi
e una tazza di caffè per stare sveglia
[21]

L’acqua è una presenza materiale, serve a preparare una tisana ma, complice di una sua congenita fluidità, genera incertezze che contaminano il pensiero il quale poi percorre la casa o insegue le colline. L’acqua è anche un paesaggio che incombe sulla notte e sulla vita di tutti. Altrove diventa l’elemento scatenante di un incontro e la presenza attiva che si snoda durante tutto il racconto dell’esperienza:

Su un ponte da Nouvelle Vague,
su una bici che ti lascia a piedi  in mezzo al temporale,
con il sacco rotto della spesa che semina girasoli in mezzoal traffico,
tu.
E invece lui,
nell’appartamento gelato e messo a soqquadro
per cercare la fuga di Annie e
il giorno dopo del gas.
O del gas
e il giorno dopo
di Annie.
Ti sei rifugiata nelle scale buie per strizzarti l’acqua daivestiti senza sospettare
che poi saresti salita da lui,
a portargli tutta quell’acqua sulle losanghe azzurre e neredel pavimento,
tutto quel tuo respiro rappreso di freddo.
Lui invece
ti aspettava,
attratto dai girasoli,
attratto dalla pioggia,
attratto dall’idea di non pensare più a Annie.
Hai sgocciolato sui suoi libri,
sparsi come guadi sul pavimento,
camminando fino a dove
ti ha passato una vestaglia,
ti ha passato un asciugamano,
ti ha passato il contatto della sua mano.
Quello delle tue labbra sul bordo del bicchiere
l’avete fatto tintinnare facendovi spazio a fatica
tra i quadri e le tende di velluto.
Anche lui aveva una bici.
Ti sei appoggiata al cerchione.
Lo hai sentito entrarti tra le scapole e le vertebre.
Spostandoti hai messo una mano in una felce come se fossi inun prato
e non al Marais.
Ti ha chiesto
se volevi che scendesse a raccogliere i tuoi girasoli,
se volevi che ti desse una sua camicia per scendere araccoglierli insieme,
incuranti del traffico in tilt
e dei mulinelli d’acqua e di foglie.
Ti sei messa la sua camicia
ma non vi siete mossi,
finché i gesti e le voci hanno cominciato a asciugarsi e ascaldarsi.
L’ascensore si è fermato e ha rovesciato una luce improvvisa
sui tuoi capelli.

[…] [22]

Anche qui l’acqua tende ad identificarsi col pensiero, a generare e liquidare forme nel tempo della narrazione. Informa il racconto, scompaginando propositi e riassemblando immagini. Si muove nelle pieghe del narrare, da lei condizionato, narrare di piccoli accadimenti esterni e di tutte le sensazioni del corpo che fanno parte dell’evento e vengono accuratamente registrate. E’ interessante notare come il narratore colga una miriade di impressioni secondarie che fanno parte tutte di uno stesso scenario, ponendosi, per così dire, nella posizione di un osservatore esterno. In questo contesto l’acqua apre anse e slarghi inaspettati, è un’incursione e un dischiudersi di mondi nuovi e finisce la sua funzione quando la voce narrante informa che i gesti e le voci hanno cominciato a asciugarsi e scaldarsi. Impone anche una presenza naturale a una vicenda cittadina perché è capace come nessun altro elemento di mantenere una sua verginità anche in paesaggi modificati dalla convivenza sociale.
Elemento affine alla cultura sommersa delle donne, l’acqua emerge epifanicamente anche in una poesia di Annamaria Ferramosca, tradotta in inglese da Anamarìa Crowe Serrano:

Sorveglio l’acqua
Sorveglio l’acqua. Imparo
come si evapora,
come si abbandona l’esuvie.
In un angolo il mucchio:
il sale della vita (l’acqua è ironica)
 
Il dio dell’acqua saggio
ondulava in serpente
allevando le spighe
e insieme i pesci
E ignaro,  in petto, anche l’uomo.
Tecnica, che solo un dio padroneggia,
ma che esclude
perversioni di plastica.
 
La sapienza dell’acqua
quando imperla
la fronte per timore,
prima di commettere,
prima di parlare.
 
 
I watch water
I watch water. I learn
how to evaporate
how exuviae are abandoned.
The pile lies in a corner:
the salt of the earth (water is ironic)
 
The wise god of water
was undulating like a snake
nurturing the reeds
together with the fish
And man too, unawares, was leeching off him.
It’s a technique that only a god can master,
but which leaves no room
for plastic perversions.
 
How knowledgeable water is
when it covers the forehead
in beads of fear,
before we commit,
before we speak. 
[23]


E’ una poesia intrisa di leggerezza e, come dice la poetessa stessa, di ironia. Poche molecole esistenziali del nostro rapporto denso e speciale con l’acqua che ci stupisce sempre. 




Ed è sul motivo della leggerezza che vorrei finire questa breve disamina sui 
modi che alcuni scrittori e alcune scrittrici hanno di raffrontarsi con l’acqua, facendola entrare nella loro vita, proponendo un famoso frammento da Saffo e un esempio di filastrocca nonsense di Edward Lear [ * ]. Nel primo l’oscurità dell’Oltretomba si stempera in uno squarcio di freschezza naturalistica dalla levità orientale:                                               

Io voglio morire:
voglio vedere la riva d’Acheronte
fiorita di loto fresca di rugiada. [24]

Nel secondo, come al solito, la rima nonsensical impone un senso di incongruità al breve componimento poetico. L’acqua può essere anche questo. 

There was an old person of Sheen,
Whose expression was calm and serene;
He sate in the water, and drank bottled porter,
That placid old person of Sheen
[25]

C'era un vecchio di Sheen
Il cui modo di epsrimersi era calmo e sereno;
stava seduto nell'acqua, e beveva birra scura imbottigliata
Quel placido vecchio di Sheen.




 

 

[1] San Francesco D’Assisi, Cantico di frate Sole [ * ]

[3] Cecco Angiolieri, Sonetto LXXXVI [ * ] [ * ]
[4] Il testo in inglese, qui tradotto da Anna Maria Robustelli, è stato tratto da "Only Connect A History and Anthology of English Literature 1", a cura di Marina Spiazzi e Marina Tavella, Second Edition, Zanichelli, 2004
[5] Anne Carson, Antropologia dell’acqua. Riflessioni sulla natura liquida del linguaggio a cura di Antonella Anedda, Elisa Biagini, Emmanuela Tandello, Roma, Donzelli, 2010 [ * ]
[6] Il corsivo di alcune parole che hanno a che fare con l’acqua è mio
[7] traduzione di Diego Valeri
[8] Henry David Thoreau, The Journal of Henry D. Thoreau, edited by Bradford Torrey and Francis H. Allen, New York, Dover Publications, Inc.,1962.
[9] In http://leonardodavinci.csa.fi.it/osservatorio/infea/html/poesie/poesia-9.htm
[10] Italo Calvino, Marcovaldo,Torino, Einaudi, 1963
[11] Henry David Thoreau, op.cit.
[12] William Shakespeare, Sonnet LX, in Sonetti, edizione integrale a cura di Gabriele Baldini e traduzione di Lucifero Darchini [ * ], Milano, Feltrinelli, 1965. (Prima edizione della traduzione di L. Darchini nella Biblioteca Universale Sonzogno: 1909)
[13] Virginia Woolf, Gita al faro,Garzanti, 1974 [ * ]
[14] William Shakespeare, La Tempesta, traduzione di G. S. Gargano introduzione e note di Guido Ferrando. Firenze, G. C. Sansoni Editore,  1952
[15] T. S. Eliot, La terra desolata, traduzione di Mario Praz, Torino, Giulio Einaudi, 1965, per gentile concessione dell’editore Valentino Bompiani
[16] Prospero Trigona, Saggio su The Waste Land,  Napoli, Guida Editori,  1973
[17] Acura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti, Firenze, Le Lettere,  2007.
[18] In Corporea, il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese, a cura di Loredana Magazzeni, Fiorenza Mormile, Brenda Porster, Anna Maria Robustelli, Sasso Marconi, Le Voci della Luna,  2009, pp.20-21 [ * ]. La poesia in questione è stata tradotta da Loredana Magazzeni.
[19] Sandro Penna, Tutte le poesie, Milano, Garzanti, 1979 [ * ]
[20] Enzo Palmieri, Crestomazia dellaLetteratura Italiana Tomo III Ottocento e Novecento, Palermo, Palumbo,1957.
[21] Laura Fusco, Sangue & rossetto a cura di Camilla Torre, Le Voci della Luna. Numero 47 – Luglio 2010 [ * ] [ * ]
[22] Ibidem.
[23] A Selection of Poems 1990-2009 Annamaria Ferramosca Translations and Introduction Anamarìa Crowe Serrano, NewYork, Chelsea Editions, 2009.
[24] Lirici greci tradotti da Salvatore Quasimodo con un saggio di Luciano Anceschi. Arnoldo Mondadori Editore, 1951 [ * ]         [25] The Complete Nonsense of Edward Lear collectedand introduced by Holbrook Jackson, New York, Dover Publications, Inc., 1951 [Ho fornito la traduzione a semplice titolo esplicativo, dato che è molto difficile tradurre questo tipo di poesia, basata sull’inconsistenza della rima]

 

 


 




(Anna Maria Robustelli - gennaio 2011) 










(apparso nei Quaderni del Liceo Orazio N.1 Anno Scolastico 2010/2011 Roma, a cura di Mario Carini)







 


 


 

 

[2] Jean Giono,  L’uomo che piantava gli alberi, Milano, Salani, 1996 [ * ] (ed. or.1980, L’homme qui plantait des arbres, Gallimard, Paris)
LE NOZZE DI CADMO E ARMONIA
post pubblicato in Calasso, Roberto, il 13 aprile 2011

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Ci sono dèi antichissimi e dimenticati. Sappiamo solo i loro nomi, elencati nelle tavolette del lineare B.
Ci sono dèi terribili e remoti, che vengono dal Caos primordiale. Sono la Terra e il Cielo, il Tempo che dà ordine al mondo, il Giorno e la Notte, Tifone che incute terrore e la mostruosa Echidna. Questi dèi, gli uomini li sentono vicini come presenze vive, ogni volta che spira un filo di brezza e una stella scintilla nel cielo. Sono dèi che nutrono e danno la vita, ma in egual modo sconvolgono, distruggono e generano paura. Le loro storie vengono prima dei miti.
Ci sono dèi che vivono sopra le nubi, invisibili, che a volte amano apparire agli uomini e mescolarsi con loro. Di questi dèi, dei loro amori, delle lotte e delle passioni che li agitarono e degli uomini e delle donne che con loro risero o piansero, di loro narra Calasso, attingendo alle narrazioni dei poeti. Molto tempo fa, esseri divini ed umani potevano sedere a tavola insieme e mangiare lo stesso cibo, perchè gli dèi partecipavano ai banchetti degli uomini e gli uomini erano invitati a quelli degli dèi. Successe per le nozze di Teti, una dea, col mortale Peleo, per quelle di Armonia, figlia di Afrodite, con Cadmo il fenicio, e nei banchetti offerti da Licaone e da Tantalo. Da questi inviti nacquero guerre, distruzioni e lutti. Ma, come dice Calasso, invitare gli dèi rovina i rapporti con loro, ma mette in moto la storia. Una vita dove gli dèi non sono invitati non vale la pena di essere vissuta. Sarà più tranquilla, ma senza storia. E si può pensare che quell'invito pericoloso sia ogni volta ordito dagli dèi stessi, che si annoiano degli uomini che non hanno storia. Ed è proprio Cadmo, l'ultimo a sedere a tavola con gli dèi, che reca in dono ai greci l'alfabeto. Nasce così la narrazione scritta, che ha consentito alle storie di uomini e dèi di giungere fino a noi.
Zeus che si infiamma d'amore per Io e la trasforma in una candida giovenca, il ratto di Europa, le metamorfosi che, con lo svolgersi del tempo, diventano rare e difficili, a confermare il carattere fatale della realtà. L'età degli eroi, con Teseo che trasforma in un vezzo umano l'abitudine divina a rapire fanciulle, Ercole che serve la regina Onfale, la piccola Erigone che si impicca e crea una macabra catena di emulazione, Dioniso e le sue multiformi avventure, e così via, in un'unica narrazione, simile ad un albero dai molti rami che stende sotto terra radici profonde. Nelle pagine del libro prendono vita i miti che, come una linfa invisibile, innervano la storia degli uomini. Calasso costruisce i suoi personaggi - perché di veri e propri personaggi si tratta, che già conosciamo per averli visti agire in altre occasioni o per averne ammirate le fattezze in innumerevoli dipinti - scavando nei testi testi antichi e ricucendo lacerti di autori distanti tra loro centinaia d'anni. L'affresco che ne esce è come un bosco: una volta entrati non troviamo facilmente l'uscita. Restiamo irretiti nel senso del divino che pervade i miti e ci chiediamo se ancora ci appartiene. In realtà vorremmo continuare ad andare sempre più a fondo, piangendo e ridendo con le storie di uomini e dèi, vorremmo guardare le stelle e saper leggere i miti nella volta del cielo. Al termine della lettura comprendiamo che queste cose non avvennero mai, ma sono sempre.



(Rita Cavallari)








Roberto Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia, Adelphi, 1991 [ * ] 






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LETTERATURA, IDENTITA', NAZIONE
post pubblicato in Di Gesù, Matteo, il 9 novembre 2010

L’Italia sembra ben lontana dal raccogliere le speranze di un nuovo sentire comune, di una cultura che rifletta l’animo, seppur complesso e contraddittorio, della nazione. L’esperienza risorgimentale è lontana, e al suo posto scissionismi oltranzisti ed egoismi leghisti percorrono l’intera penisola, a cui si affiancano mentalità retrive volte a confezionare un’idea etnocentrica di sapore cattolico ed esclusivista, espressione del nuovo conformismo governativo. 
Quale identità ricercare, dunque, quale letteratura può aiutare a leggere il Bel Paese? E’ l’obiettivo che si propongono con prospettive diverse gli autori di questo bel libro curato dal prof. Di Gesù. Un’identità che non può essere più quella dell’onore, del sacrificio, o del nazionalismo di centocinquant’anni orsono. Oggi mille letterature disegnano un quadro verosimilmente globale e postmoderno che più da identità nella differenza (aspirazione benignamente riassumibile quasi come asse portante di questa raccolta), sa da identità senza nazione.
Del resto, già il vangelo risorgimentale canonizzato da De Sanctis, nel voler cogliere la sintesi di questo processo hegeliano, espunge lingue e narrazioni di altra natura (percorsi alternativi già ben visibili nella storia e geografia antiorganica della letteratura italiana del Dionisotti [ * ]), o, maldestramente (lo mettono ben in rilievo i saggi di Jossa e di  Dalmas), tenta di imporsi ricercando nascite, rinascite o fondazioni di una italianità che non è mai veramente esistita (valga per tutti, il culto progressista e nazionale di Dante e della Commedia), o ancora, fonda una letteratura politica che si oppone a qualsiasi altro genere letterario, che fa dell’opera d’arte una questione obbligata di storia patria. Ma il risultato è infelice, sa, per riprendere Ceronetti, da terribile artifizio.
Da qui lo sforzo, come testimonia tutta la seconda parte del libro, di cogliere la realtà di letterature ai margini, ridotte al silenzio da una vulgata soffocante. Ci sono esempi eccellenti. E’ il caso dell’anti italianità leopardiana del Discorso [ * ], dell’omosessualità censurata nei Neoplatonici di Settembrini [ * ], degli ossimori saviniani che non si lasciano esplicare alla luce del sole.
In bilico se riproporre, come fece Raul Mordenti alcuni anni fa [ * ], un nuovo canone identitario della letteratura che sostituisca quello risorgimentale, o se lanciarsi nell’analisi del caos delle storie e dei linguaggi che raccontano soggettività eterogenee, messaggi etnici e culturali disparati, senza alcuna pretesa di strutturazione fondazionista, questo libro apre scenari inaspettati e offre ricerche e analisi testuali fuori dall’oggettiva pretesa identitaria di un canone obbligato.

 

(Pietro Cavara)

 

 

 

Matteo Di Gesù (a cura di ), Letteratura, identità, nazione, :due punti, 2010  [ * ]

 

 

DOSTOEVSKIJ LEGGE HEGEL IN SIBERIA E SCOPPIA A PIANGERE
post pubblicato in Foldenyi, Laszlo, il 8 luglio 2010



Mio padre morì prima di riuscire a prendere la laurea in Filosofia. Sarebbe stata comunque solo una laurea in Filosofia marxista-leninista, perché negli anni '60 in Ungheria non esisteva altro. I suoi libri di filosofia accompagnarono la mia infanzia, ne aveva almeno uno sempre con sé per approfittare degli attimi liberi concessi dalla sua professione molto impegnativa di medico ospedaliero. Era particolarmente attratto dalla filosofia di Hegel. Il mio autore ungherese preferito di saggi è László F. Földényi, i suoi scritti sono stati elogiati da lettori autorevoli come Cees Nooteboom, Alberto Manguel e Rüdiger Safranski. Grazie ad uno spirito di osservazione brillante e originale, Földényi si accosta all’arte, alla letteratura, e alla cultura in genere osservandone, da angolazioni filosofiche penetranti e innovative, i legami più intensi e sottili. Fui molto contenta, infatti, quando il direttore editoriale de Il Melangolo mi propose la traduzione di un suo breve saggio dal titolo intrigante: “Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere”, che era stato recensito da Albert Manguel nel 2007 come “Il libro più interessante che ho letto quest’anno”.
Dopo quattro anni di lavori forzati, nella primavera del 1854 Dostoevskij viene trasferito a Semipalatinsk, nella Siberia meridionale, dove rimane quasi dieci anni. Scrive le “Memorie di una casa morta” e insieme a un giovane procuratore del posto, un tale Vrangel, studia Hegel. Probabilmente i due leggono le “Lezioni sulla filosofia della storia”, l’opera di Hegel che mio padre apprezzava di più. Dostoevskij entra in contatto con il sistema hegeliano della tesi, antitesi e sintesi, dell’essere, non essere e divenire, insomma dei tre passaggi per comprendere il mondo, la natura, le leggi, la politica, che costituiscono un sistema di fiducia smisurata nella possibilità di comprendere tutto solo pensandolo. Nel mondo degli esclusi, degli umiliati, Dostoevskij vede però che questo sistema funziona alla perfezione solo a patto di lasciare fuori tutto quello che non corrisponde a canoni prestabiliti, come la sofferenza, l’ingiustizia, il dolore. Mentre per lui più l’uomo precipita nell’inferno del dolore, più riesce, poi, a volare alto. Secondo lo scrittore russo la grigia razionalità del professor Hegel è paradossalmente l’inferno vero, quello terribile perché privo di redenzione.
Non so come mio padre avrebbe commentato questo saggio, io però mi sono riavvicinata a lui a distanza di tanti anni dalla sua morte e ho capito di più della sua visione del mondo. Questo legame tra lui e il lavoro di Földényi ha reso il mio compito di traduttrice ancora più interessante, stimolante e di grande soddisfazione. I riscontri positivi non sono mancati: l’editore ha approvato la mia traduzione praticamente senza una correzione e questo esile libretto è stato lodato e recensito fra gli altri da Adriano Sofri, Pietrangelo Buttafuoco, Dario Olivero e Stefano Ciavatta.



(Andrea Renyi)







László F. Földényi, Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere, Il Melangolo, 2009 [ * ]







(apparso sul blog "Editdomjan" [ * ])







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