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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
EKUMENOPOLIS
post pubblicato in Diario, il 13 giugno 2013
  

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PICCOLA BIBLIOGRAFIA AD USO DI DIMISSIONI
post pubblicato in Diario, il 15 febbraio 2013
Un paio di titoli sovvengono spontanei, Roma senza papa di Guido Morselli [ * ], il Celestino V di L'avventura di un povero cristiano di Ignazio Silone e per il futuro forse Mysterium Iniquitatis di Sergio Quinzio [ * ]. Il trono vuoto è anche un simbolo dell'eresia ariana, come si può vedere nei mosaici di San Vitale a Ravenna.

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LA FORMA DELLA CITTA'
post pubblicato in Pasolini, Pier Paolo, il 31 dicembre 2012
 


 
la torre di Chia
stele funeraria o ultimo avamposto della cultura contadina

c'era un camposanto fin dalle fondamenta a destra e a sinistra della via, là dove sorgevano palazzi. La tagliata etrusca lasciava vedere il fondo, sopra svettava la stele della torre di Chia.


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I PALAZZI FEDERICI
post pubblicato in Diario, il 27 luglio 2011

"Il Municipio Roma III invita alla proiezione del film: “Una giornata particolare. Il cinema nell’architettura”. ll film sarà proiettato nel suo stesso set, domenica 26 giugno alle ore 20,30, ingresso libero, via E. Stevenson, 24. Il capolavoro di Ettore Scola, del 1977, viene riproposto nel cortile del palazzo dove fu interamente girato: le case convenzionate di Viale XXI Aprile, note come “Palazzi Federici” di Mario De Renzi, che nel film stesso assumono un ruolo da protagoniste. Gli abitanti dei Palazzi Federici sono pregati di portarsi le sedie da casa."

Per gli abitanti dei Palazzi Federici, che hanno organizzato l'evento (con qualche sostegno dal Municipio), sarà una festa. Hanno affittato le sedie, e altre ne porteremo da casa per dare posto a tutti; sgombreremo il cortile dalle auto (magari fosse per sempre...). Alcuni stanno preparando pacchi di popcorn, torte e opuscoli sulla storia e l'architettura di questo complesso. Alcuni ricordano ancora i giorni delle riprese, gli attori famosi visti da vicino...Venite?                                                                                                                                                                                    Marco De Bernardo

 

Caro Marco, io ho abitato lì per più di cinquanta anni e ci ero naturalmente molto affezionata. Sono stata mandata via da una persona che ha comprato l'appartamento in cui vivevo per cui mi sono vissuta molto male questa fase della mia vita. Ritornare lì mi farebbe un po' male. Comunque, anche se gli attori sono bravi e anche la storia del film è interessante, mio fratello, che ha quattordici anni più di me, mi ha detto che quelle scene in cui folle escono dalle scale del palazzo per andare ai raduni fascisti non sono veritiere, non c'era tanta gente proveniente dal palazzo Federici che andava ai raduni. Temo che lì Scola abbia decisamente esagerato. Nè erano gli abitanti del palazzo tutti fascisti. Noi infatti non lo eravamo. L'appartamento in cui ho vissuto era bello. Mi ha fatto impressione che il calabrese che lo ha comprato voleva abbattere una parete per fare un salone stile anni '60, sconvolgendo la planimetria di un appartamento nato con altri criteri, così come voleva rifare i pavimenti togliendo delle belle mattonelle!... Non ho niente contro i calabresi. Una mia bravissima bisnonna era calabrese. Ad ogni modo, buon weekend!                                                                                                                                                      Anna Maria Robustelli

 

Per chi vive qui, si è visto molto più di un bel film: è stata per molti motivi una vera nuova "giornata particolare", e una nuova  puntata del gioco di rifrazioni fra cinema, architettura e suoi abitanti, fra realtà e rappresentazione, storia e futuro, cortile e mondo, che caratterizza questi palazzi fin dalla loro nascita. Questa volta, l'iniziativa è partita dagli abitanti. Fra l'altro, ci ricorderemo l'effetto che faceva vedere la  folla  che si reca e poi rientra dal cupo evento storico rappresentato nel film, duplicata dalla folla che affluiva e defluiva per il nuovo evento, nello stesso scenario architettonico riprodotto sullo schermo, ma in un contesto speculare e opposto...
In questa proiezione comunitaria del grande film di Scola, il cinema  ha assunto un poco della funzione di ri/generazione comunitaria  che  svolgevano le rappresentazioni tragiche, sin dal teatro antico.  
E non si dica che esagero... :-)  
Molto altro da dire ci sarebbe sui protagonisti del gioco, il  luogo, il film, gli abitanti.
Mi piacerebbe se raccogliessimo insieme qualche riflessione in  merito. 
A presto,
Marco De Bernardo




E' stata creata una
pagina Facebook, il blog Visioni ne ha parlato. Tutto un groviglio di questioni si addensa intorno al complesso dei Palazzi Federici, utilizzato da Ettore Scola come quinta del suo "Una giornata particolare", su suggerimento di Maurizio Costanzo, cosceneggiatore del film. I Palazzi Federici furono progettati nel 1931 per essere portati a termine nel 1937 dall'architetto razionalista Mario De Renzi. Lo stile architettonico risentiva del futurismo e di una riscoperta dei valori del Cinquecento romano (vedi quì per un parallelo con l'architetto Giulio Gra, e quì per un quadro dell'architettura a Roma dal 1929 al 1939). Su De Renzi il testo di riferimento è Mario De Renzi. L'architettura come mestiere di Maria Luisa Neri [ * ]. I Palazzi Federici erano "case convenzionate". Gli appartamenti erano affittati per la durata di un quinquennio "a persone oneste e incensurate, di condizioni economiche non agiate, che, avendo stabile residenza a Roma da almeno cinque anni, e anche da più breve tempo quando si tratti di sfrattati per demolizione e per opere di Piano Regolatore, o di trasferimento per ragioni di pubblico ufficio e di pubblico servizio, ne faranno domanda" (cfr. Eva Masini, "Piazza Bologna", Franco Angeli [ * ], quì per una bibliografia sull'edilizia pubblica residenziale a Roma nel Novecento).  La trama del film è nota: nel giorno della visita di Hitler a Roma, 6 maggio 1938, i Palazzi Federici, svuotati dagli abitanti andati alla parata militare, rimangono deserti. Gli unici a rimanere sono la portinaia del palazzo, la casalinga Antonietta e l'annunciatore radiofonico licenziato perchè omosessuale Gabriele. Tra Antonietta e Gabriele si instaura un tenero rapporto che durerà lo spazio di una giornata. A sera tornerà dalla parata il marito di Antonietta con i figli e Gabriele verrà prelevato da due poliziotti per essere successivamente portato al confino. Un buon vademecum alla visione del film è la lettura di "Una giornata particolare : un film di Ettore Scola : incontrarsi e dirsi addio nella Roma del '38", a cura di Tullio Kezich, Alessandra Levantesi, Lindau, 2003 (contenente la sceneggiatura del film) [ * ].

In rete sI può trovare il documentario realizzato dall'Istituto Luce che copriva integralmente le varie fasi della visita (vedi quì, quì e quì per riprese UFA, per rare immagini a colori quì). I due dittatori vi appaiono tronfi, a loro si contrappongono i due protagonisti del film che si apre con sequenze tratte dal documentario, gli unici rimasti umani. Erano gli anni del terrorismo e il film di Scola preconizzava un ritorno al privato connotato di un'implicita virtù politica. Di quelle giornate del '38 è rimasto il ricordo, affidato al suo diario, dello storico dell'arte Ranuccio Bianchi Bandinelli, il quale fece da Cicerone alla delegazione tedesca in visita ai musei e ai monumenti romani [ * ]. Sulla condizione della donna durante il fascismo, relegata al ruolo di angelo del focolare in linea con la politica demografica del regime esiste una vasta bibliografia (si possono ricordare: Piero Meldini, "Sposa e madre esemplare : ideologia e politica della donna e della famiglia durante il fascismo", Guaraldi, 1975;  Maria Antonietta Macciocchi, "La donna nera", Feltrinelli, 1976; Miriam Mafai, "Pane nero", Mondadori, 1987; Victoria De Grazia, "Le donne nel regime fascista", Marsilio, 1993; Cecilia Dau Novelli, "Famiglia e modernizzazione in Italia fra le due guerre", Studium, 1994; Maria Rosa Cutrufelli, Elena Doni, Elena Gianini Belotti, Laura Lilli, Dacia Maraini, Cristiana di San Marzano, Mirella Serri, Chiara Valentini, "Piccole italiane", Anabasi, 1994; vedi quì, quì e quì). Per quanto riguarda il tema degli omosessuali sotto il fascismo c'è il bel libro di Gianfranco Goretti e Tommaso Giartosio, "La città e l'isola", Donzelli [ * ] che si concentra sul caso catanese, mentre un quadro completo anche dal punto di vista ideologico è quello offerto da "Il nemico dell'uomo nuovo" di Lorenzo Benadusi, Feltrinelli [ * ]. Nel codice Rocco non esisteva il reato di omosessualità, ma ciò non impediva che questa potesse cadere sotto sanzione amministrativa, come erano appunto il confino o l'ammonizione (vedi quì). Più in generale sul tema del confino è da vedere di Silverio Corvisieri, "La villeggiatura di Mussolini", Dalai [ * ]. La regista Gabriella Romano ha realizzato due documentari, sul tema delle donne e su quello degli omosessuali durante il fascismo [ * ].

 

"Una casa particolare”: la casa convenzionata di viale XXI Aprile, 21-29 a Roma 1931-1937)

Le “case convenzionate” nascono a Roma dopo lo sblocco degli affitti del giugno 1928, data l’improvvisa pressante grande richiesta di alloggi. Nei primi anni '30 si costruiscono ben 2000 alloggi in molta parte della città...Flaminio, Prenestino e la “nostra” zona di Piazza Bologna. Una urbanizzazione serrata di molti quartieri con importanti Imprese sul campo (INA, Immobiliare...etc). E, in particolare, l’Impresa Federici e questa casa convenzionata nel quadrilatero formato dalle attuali viale XXI Aprile, via Nardini, via Corvisieri, via Stevenson. Forse l’intervento più consistente di tutta la città: 15.400 mq, 5.800 mq coperti...circa il 38%...una percentuale significativa, 442 alloggi, 70 negozi, un garage, un cinema poi diventato supermercato. Un “grand ensemble”, una “cittadella” polifunzionale di residenze e servizi.
All’esterno: un’architettura con una linea di ricerca di sapore futurista (cfr. i disegni di Antonio Sant’Elia), un sapiente “fuori scala”, i balconi (parecchi) “avvolgenti”, i nodi scala “trasparenti”; all’interno: le piante degli alloggi che riecheggiano le “case romane” (le storiche cosiddette “insulae”)...uno spazio centrale su cui si affacciano tutte le stanze con l’eliminazione del “corridoio” di distribuzione interna. E questo spazio centrale non è di solo passaggio da-a...ma diventa spesso (dipende dai fruitori cioè dai residenti) di soggiorno e quindi di sosta ad esaltare l’ambito interno: insomma una sorta di living, soggiorno passante, soggiorno “all’americana”, senza alcun filtro. Quindi uno schema interno che direi limpido e razionale versus un aspetto esterno “esagerato” ma comunque perfettamente integrato sui quattro lati impegnati dalla costruzione (i nodi scala, vetrati nel loro intero sviluppo, sono collegati per la maggior parte tra di loro a livello del calpestìo di base).
Questo “impianto” è tuttora integro e, direi, seducente. Bensì si dovrebbe (e potrebbe, facilmente) eliminarne un difetto: la sosta e il transito delle automobili dei residenti e dei fornitori. E rendere il livello stradale del tutto pedonale con camminamenti di liaison, spazi attrezzati di sosta e giardini (ne varrebbe la pena anche per ridare lustro ad una fontana particolare ancora esistente).
Una ultima suggestione romantica (?): apprezzabile l’aspetto “notturno” del complesso all’interno del grande cortile...con i corpi scala perennemente illuminati e la miriade di finestre affacciate e accese ora sì ora no a dare un flash di colorazioni sempre in mutazione.

Il progettista della nostra “casa particolare” è MARIO DE RENZI, architetto, una personalità appassionata e attenta. Attenta ai tempi che cominciano (cominciavano allora) ad andare di corsa. Egli abbandona, nella sua ricerca personale, il cosiddetto “barocchetto” di rievocazione (direi...di un po’ bruta semplificazione)...seppure intrigante...e matura rapidamente e con intelligenza un suo linguaggio nel quale ci sono sì temi di derivazione classica (torno a ricordare le insulae romane ed ostiensi) ma che “annusa” il futurismo e di più esprime rispetto e interesse per le nuove tecnologie: verso il cemento armato in una ricerca atta ad ottenere risultati in cui le “ossature” abbiano, anche loro, una valenza figurativa.
Insomma: Mario De Renzi è curioso e confidente nelle nuove tecnologie come elemento di ordine ma altresì di decoro (cfr. anche l’importante complesso edilizio di via Andrea Doria 1-27 a Roma e la palazzina Furmanik - edilizia privata - sul lungotevere Flaminio).



(Niccolò De Sanctis, architetto, niccodes.ar@libero.it)



Bibliografia essenziale:

Gianni Accasto, Vanna Fraticelli, Renato Nicolini, L’architettura di Roma Capitale 1870-1970, Golem, 1971 [ * ]
Leonardo Benevolo, Roma oggi, Laterza, 1977
Ludovico Quaroni, Immagine di Roma, Laterza,1975
Piero Ostilio Rossi, Roma, Guida all’architettura moderna,1909-1984, Laterza, 1984

 

 Io e la casa

Di notte
io e la casa
viviamo quei chiarori
che vengono
da fuori.
Io abbracciata al piumino,
ma lei più verginale,
contenuta e un po’ astrale.
Le sue porte imbiancate
recingono lo scuro,
si staccano dal muro.
Arrivano da fuori rumori
di motori
di macchine insistenti
che  molestano i sensi.
La sveglia ticche tacca,
il comò si stiracchia.
Per un po’ il pensiero
si allunga sul viale,
insegue il viavai.
La casa resta uguale,
contiene le sue cose,
ritocca le sue pose,
sfodera i suoi colori
cremosi, delicati,
sempre disincantati.
Di notte
io e la casa
fissiamo quei chiarori
e il mondo scorre fuori.

(Anna Maria Robustelli)

 

Io e la casa in "Pensieri", a cura di Maria Teresa Carrozzo,  Edizione Pagine, 2003


 



 

ANCORA SU MINAMATA
post pubblicato in Diario, il 1 febbraio 2011

Ho fatto una breve ricerca sulle risorse documentarie e video online sul disastro di Minamata. In "Racconti crudeli di gioventù: nuovo cinema giapponese degli anni '60" di Dario Tomasi si parla del regista Tsuchimoto Noriaki. "Nel 1965 Tsuchimoto girò per la televisione un breve documentario sul cosidetto "caso Minamata", che tuttavia si rivelò un lavoro mediocre. Infatti esso si limita a descrizioni superficiali delle vittime, ritratte da un osservatore estraneo. Gli stessi intervistati si mostrano ostili di fronte alla presenza di terzi. Anni dopo, nel 1971, il regista tornò a Minamata. Questa volta le riprese durarono a lungo e il dialogo con i "pazienti" - come il regista stesso li chiama - fu ampio e profondo. Ne derivò un documentario di due ore e cinquantun minuti, Minamata. Kanjasan to sono sekai (Minamata. Le vittime e il loro mondo), che descrive con la massima precisione l'insorgere della malattia, il progressivo aggravarsi del problema, le sofferenze delle vittime e, ancora, la denuncia delle cause dell'inquinamento, le responsabilità della ditta Chisso che lo aveva provocato e le richieste di indennizzo. Il regista e lo staff si pongono totalmente dalla parte delle vittime. Questo atteggiamento appare evidente dal fatto che il film quasi ignora i fatti locali dove era più facile isolare la lotta delle vittime e le giustificazioni della ditta. L'enfasi delle descrizioni è volta a mettere a fuoco i sentimenti delle vittime e lo scopo è quello di scoprire una dignità umana nella vita di tutti i giorni di persone che, superando la disperazione, riprendono a vivere. Il film è costellato di scene dove gli intervistati, che agli occhi estranei sembrano solo disperati, rivelano un'insospettata ricchezza di sentimenti, elemento che fa di quest'opera un raro capolavoro. A tale scopo l'inchiesta sulla situazione locale e la risposta della Chisso non erano elementi necessari. In breve, è un film che rivela fiducia, amore e rispetto verso le vittime, che ci fanno conoscere, attraverso il superamento della disperazione, qualcosa di essenziale nella realtà contemporanea. Non è un documentario "obbiettivo", ma da un certo punto di vista è l'atto di fede del regista. In seguito Tsuchimoto ha continuato a dirigere film sul caso "Minamata", alcuni dei quali informano sul processo contro la ditta, svolgono inchieste sull'allargarsi del numero delle vittime, altri svolgono semplici ricerche sulla patologia della malattia. Ovviamente era un'attività basata su sacrifici personali che commercialmente non poteva produrre nulla e che sorpassava addirittura i limiti delle normali iniziative sociali. Infatti essa è percorsa da una speranza: che il problema non si esaurisca una volta raggiunto lo scopo immediato e contingente del processo e della condanna della ditta, e che ognuno possa fare propria la sofferenza delle vittime e le circostanze che l'hanno prodotta" [ * ]. Quì e quì è possibile vedere dei brevi filmati su Minamata. Due video su youtube sono quì e quì.


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STORIA DELLA FOTOGRAFIA E DELLA CINEMATOGRAFIA SUBACQUEA ITALIANA
post pubblicato in Romeo, Alberto , il 30 novembre 2010



Quando si parla di cinematografia italiana si tende spesso da noi a sottovalutare quella produzione di terre e mari che a livello pionieristico ha gettato l’ancora a soluzioni tecniche e artistiche di molta produzione successiva non esclusivamente italiana, come non soltanto nel documentario e nella produzione nostrana di film di genere degli anni sessanta e settanta. Nello specifico la fotografia e cinematografia subacquea ricopre un ruolo importante in tal senso. Questo libro, denso di documentazione storica e fotografica, ha il grande merito di aver riportato alla memoria un mondo per troppo tempo bistrattato o relegato ai margini delle storie del cinema ufficiali, anche se molto materiale risulta inedito o frutto di testimonianze degli stessi protagonisti. Scorrendone le pagine compaiono i nomi di Marcellini, Cavara, Prosperi, Quilici, Mercanti, Vailati, per citarne solo alcuni: pionieri e cineasti alle loro prime esperienze, la cui importanza non è ristretta agli ambiti del localismo o delle produzioni periferiche nazionali. Lo ha scritto Alberto Romeo, medico, giornalista e collaboratore di importanti riviste a partire da Mondo sommerso, ma anche pioniere di seconda generazione.
I primi esempi foto-cinematografici sono prodotti dal “Giornale LUCE” e risalgono agli anni Trenta, girati in acquari o nell’ambito di esercitazioni in immersioni o risalite e hanno un carattere prettamente sperimentale o anche amatoriale come quelli immediatamente successivi degli anni quaranta. E’ il periodo dei film di Francesco de Robertis e della formazione di Roberto Rossellini, quando il cinema si mischiava all’avventura con le imprese della Marina, seppur legata alle esigenze della propaganda. Bisogna aspettare l’agosto del 1946, quando Francesco Alliata, nobile palermitano e i suoi ragazzi realizzeranno Cacciatori sottomarini, il primo vero documentario girato sotto i mari a livello mondiale che sarà selezionato per il Festival di Cannes. In quello stesso anno Alliata darà vita poi alla leggendaria Panaria film. Altri lavori seguiranno a valanga con l’emergere di altre personalità. Le vicende dei nostri antenati e scopritori si spingeranno dal Mediterraneo al Mar Rosso per approdare negli anni cinquanta ai mari dell’estremo oriente, con risultati che anticiperanno l’impresa di Sesto continente.
Una storia avvincente che prende in considerazione un cinquantennio (dagli anni trenta agli anni ottanta del Novecento) scritta con passione e rigore professionale, e un’occasione per riconsiderare con serietà una fetta importante della nostra fotografia e del nostro cinema di viaggi e d’avventura sotto i mari.




(Pietro Cavara)










Alberto Romeo, Storia della fotografia e cinematografia subacquea italiana, La Mandragora, 2009
 [ * ]


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CONVERSAZIONE CON LUIGI MAGNI
post pubblicato in Piccone, Marina, il 21 luglio 2010



Il libro è una lunga intervista – conversazione dell’autrice con il regista romano: “figlio e appassionato cantore (di Roma)” lo definisce Walter Veltroni, nella prefazione. Ed è bellissimo il Magni che le sue stesse parole delineano, come romano, prima di tutto, poi come splendido autore – cantore della Roma dei Papi. Un Magni splendidamente umano nel suo discutere di cinema, che tanta parte ha avuto nella sua vita, e che tanto si porta dietro di Roma e di attori romani o naturalizzati tali.
Tra le parole di Magni, il modo in cui parla di Nino Manfredi, splendido interprete della triade dei suoi film dedicata – appunto – alla Roma papalina (“Nell’anno del Signore”, “In Nome del Papa Re” e “In nome del popolo sovrano”), chiamandolo “mio fratello Nino”. Ma anche le parole con cui racconta di altri attori dei suoi film, che ne sottolineano l’umanità e il rapporto più fraterno e amicale, che non quello di un direttore cinematografico
Ancora splendidi i ricordi che di Roma ha il regista, negli anni della sua infanzia, e specie in quelli del dopoguerra (“in bianco e nero”, come li intitola la Piccone). Il libro è davvero prezioso, sia per conoscere Luigi Magni com’è, sia – per chi ne apprezza l’arte dei suoi film - per avere un’idea di quello che ne pensa l’autore, di quei film.
Nel leggere la sue parole, si ha davvero l’impressione di essere al cospetto di un vero “civis romanus”, ma quelle stesse parole fanno anche rivivere i tempi della Roma immediatamente post-bellica, e i mezzi di trasporto di allora, principalmente i tram, su certe linee come le circolari (rossa e nera). Tutto il racconto di Magni, molto libero, per merito dell’autrice che lo fa parlare come lui vuole, è un immenso tributo a Roma, ma anche un’ottima presentazione dei suoi film che può caratterizzarli ancora di più nel pensiero del loro autore. E’ una lettura piacevolissima che mi sento di consigliare a tutti, corredata da un indice completo dell’opera di Luigi Magni e da molte belle fotografie fatte dal suo fotografo di scena sul set di molti film, e non solo.



(Lavinio Ricciardi)








Marina Piccone, Conversazione con Luigi Magni, Effepi, 2008 [ * ]






vedi quì


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IL SENTIERO AMERICANO
post pubblicato in Belloni, Giovanna, il 21 luglio 2010

E’ un libro d'esordio, di un’autrice che si è occupata di cinema, come riporta ampiamente la biografia sia della quarta di copertina, sia presente sul sito dell’editore [ * ]. Ma la conoscenza dell’autrice e un po’ di conversazione con lei mi hanno dato una sensazione più completa del libro stesso, come è stato per il libro di Luciana Raggi (“Un bastimento carico di…” [ * ]).
Si tratta, in entrambi i casi, com’è per molte opere letterarie, di un diario autobiografico. Ma la bellezza del libro è che fa tornare molto bene il lettore alle sensazioni di una Gabriella ventenne, che parte sola soletta per la favolosa America, l’Eldorado di tutti i giovani. E questa freschezza si ritrova in tutto il libro, anche quando la Belloni parla di esperienze non proprio felici. 
Il diario, presentato in modo magistrale da Cinzia Leone, coordinatrice della collana, in apertura del libro stesso (con – a seguire – un commento di Eugenio Finardi), è molto completo, specie a livello di sensazioni, e di sogni realizzati dal viaggio che Gabriella compie – dopo il periodo newyorchese – alla volta delle terre degli indiani, sua grande passione (nella quale chissà quanti lettori, oltre a me,  si sentiranno trascinati e torneranno all’infanzia felice dei ricordi).
Nel libro si parla di questo viaggio che ha tre momenti: New York, terra di approdo all’America; il West, cioè la riserva indiana al confine tra quattro stati; e infine la California. Come mia abitudine, non voglio citare il testo, in questa breve recensione, ma solo presentare l’opera di Gabriella dal punto di vista di noi lettori.
La freschezza del racconto è unita alla drammaticità di alcune tra le esperienze descritte, con particolare riferimento al secondo e al terzo momento (riserva indiana e California). E proprio questa commistione rende il libro particolarmente “ben leggibile” dal punto di vista del lettore. Io vi ho ritrovato – oltre al sogno degli indiani, anche un altro sogno che mi accomuna a Gabriella senza averlo fatto diventare professionale: la fotografia. La Leica di Gaby è una co-protagonista assoluta del libro e, nelle parole dell’autrice, ha rappresentato il mezzo di sostentamento in extremis dei momenti difficili. E questo è ancor più da apprezzare, vista l’età alla quale il “sentiero americano” viene percorso.
Devo dire che il libro pur sintetico nel linguaggio, si distingue per la facilità di lettura, e per uno stile molto essenziale, ma quasi “fotografico” dei sentimenti dell’autrice. Le foto inserite nel libro ne arricchiscono la storia e i suoi momenti. E – bellissimo – in queste fotografie dei sentimenti, il momento della notizia della morte del padre. Insomma, Gabriella Belloni promette di diventare una solida scrittrice, se continuerà nella sua opera.

 

(Lavinio Ricciardi)



 

 

Gabriella Belloni, Il sentiero americano, Memori, 2005

 

 


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IL CINEMA DI PAOLO CAVARA
post pubblicato in Diario, il 18 novembre 2009



Da giovedì 26 novembre comincerà alla biblioteca  Villa Leopardi una piccola rassegna dedicata al cinema di Paolo Cavara [ * ]. L'idea è scaturita dall'amicizia che ci lega a Pietro, che ha permesso di avere i film e i materiali critici, essenziali per una conoscenza e una riscoperta critica dell'opera del padre, rivolta ad un pubblico più ampio.

"L'occhio selvaggio" (giovedì 26 novembre h 20.30) girato dopo "Mondo cane" e "La donna nel mondo" (insieme a Gualtiero Jacopetti) è una denuncia del successo diventato una specie di ossessione per tutti. Il successo inteso non come il raggiungimento di una piena maturità artistica, scientifica, ecc. ma come fine a sè stesso, come ricchezza da cui deriva il potere. "L'idea del film è nata dalla mia esperienza di documentarista e la novità consiste nell'inserimento di un personaggio nel documentario (Philippe Leroy), cioè il regista del documentario si fa protagonista, vive una drammatica vicenda. Egli è dietro la sua macchina da ripresa, ma un altro "occhio selvaggio", cioè un'altra camera, non lo perde mai di vista". E' un film sulla rappresentazione della violenza nei mass-media e sul dualismo realtà-finzione.

"La cattura" (lunedì 30 novembre h 20.30), quinto film del regista, seguito a "I Malamondo", interpretato da Nicoletta Machiavelli e David McCallum, narra una storia d'amore ambientata durante l'inverno 1942-43 sullo sfondo della guerra. I protagonisti sono un soldato tedesco e una partigiana che vicendevolmente si danno la caccia in una gola nevosa. Quando il tedesco riesce a catturare la ragazza la guerra è ormai passata oltre. I due si trovano allora in questo deserto di neve senza avere più motivi per essere nemici e con la possibilità di conoscersi a fondo. "Il film è soprattutto una denuncia contro la violenza in genere. Il massacro compiuto dalla guerra nazista è dato per scontato. La vicenda si svolge in un ambiente volutamente impreciso perchè la violenza alligna dovunque; la guerra simboleggia quella violenza che non ha avuto termine con la caduta del nazismo, ma che tuttora aleggia nel mondo portando gli uomini ad armarsi l'uno contro l'altro".

"Il lumacone" (giovedì 3 dicembre h 20.30) è la storia di un cuoco siciliano di mezza età, abbandonato dalla moglie, che vive miseramente in uno scantinato romano sognando di realizzare i soldi per acquistare un vagone ferroviario e trasformarlo in ristorante alla moda.


"Atsalut, pader" (Ti saluto, padre) (lunedì 7 dicembre h 20.30) è la storia, gaia e patetica, tenera e drammatica insieme, di un bizzarro padre, Lino da Parma, realmente vissuto tra la fine dell'Ottocento e l'anno 1924, il cui ricordo è rimasto vivo nella memoria popolare delle sue zone come quello di un giullare di Dio sempre pronto a prendere dai ricchi per dare ai poveri e a proteggere gli oppressi contro gli oppressori: ciò che inevitabilmente doveva, negli ultimi tempi, renderlo inviso ai fascisti, impegnati proprio in quel di Parma a reprimere le ultime resistenze armate contro il regime. "Atsalut, pader" è un film d'amore in senso lato, un amore universale e non tra due esseri umani.

Facciamo seguire un contributo di Pietro, ripreso dal sito che ha dedicato a suo padre [
* ]



Le due opposte realtà del cinema di Paolo Cavara, mio padre



C'è un momento in cui la macchina da presa può trasformarsi in uno strumento di mistificazione della realtà. E spesso l' occhio" di chi la guida subisce il fascino di questa sottile violenza, al punto da non potersi tirare indietro nel "costruire bugie spacciandole per verità". Verità sacrificata alle esigenze dello spettacolo.
Durante la sua lunga professione di documentarista in giro per il mondo alla ricerca dell'insolito, e poi in veste di regista di Mondo Cane e de I Malamondo, mio padre si pose il problema della falsificazione o dell'uso strumentale della realtà, al fine di realizzare uno spettacolo (problema che lo porterà ad abbandonare il documentario, rivolgendo lo sguardo al "mondo" del protagonista del film, nell'esigenza di cogliere il fondo dell'animo umano).
Il rischio di dare un'immagine distorta o ad "effetto" di mondi irrazionali, con situazioni spesso riprodotte, non poteva peraltro completamente dissociarsi dalla sua visione personale del film e della realtà. "In anni di attività in qualità di documentarista ho riscontrato come la realtà, a seconda del modo come io potevo vederla o pensarla, poteva risultare influenzata e quindi diversa. Allorché, infatti, si vuol tradurre un documentario in spettacolo, anziché farne una trattazione didattica, è chiaro che bisogna scegliere una tematica, e ciò porta ad una visione personale della realtà."(il corsivo è mio) (al Corriere della sera, 15 febbraio 1967).
Molti anni dopo, quando Mondo Cane e film del genere verranno etichettati come "sensazionalistici", sosterrà che "il documentario ha senso se fatto alla maniera di Flaherty, ma perde ogni significato se è un mezzo per strumentalizzare le persone."(intervista a Il Giorno 1974) Il pericolo della mistificazione della natura e dell'identità degli uomini, il pericolo di questa violenza, lo aveva condotto alla riflessione: "Si può mercificare l'intelligenza, l'anima, i sentimenti?"
Nasce così L'occhio selvaggio. Il film proviene da quella tormentata esperienza personale. Paolo, il protagonista, è uno spietato cineoperatore su cui si proiettano i timori di una scongiurata identificazione quasi autobiografica (mio padre negò recisamente di essere il protagonista del film. In Giornale d'Italia, 22 settembre 1966). Il suo cinismo raggiunge il limite della disumanità: "fabbrica emozioni, sensazioni, brividi: li fabbrica per venderli." Questo è il suo mestiere. "Se la realtà è banale non esita ad alterarla rischiando la sua vita e la vita altrui."(intervista a Espresso sera, Catania, 6 gennaio 1967).
La violenza genera terrore ma anche il fascino della sua simulazione, o di una pericolosa trasgressione al suo interno. In questo senso l'interprete dell'Occhio selvaggio incarna quel fascino provocante, e "anche le stesse persone che lo circondano diventano per una forma di feticismo suoi complici." Il "mondo in peggio" che egli trasferisce in immagini è il risultato di una violazione strumentale della realtà, tutto sommato traducibile "in una nuova forma di colonialismo, anche se non subito avvertibile e non così codificata." (intervista a L'Unità, 21 settembre 1966).
Violenza fisica e morale: espressione di un mondo. Il timore di questa presenza continua, al passo coi tempi, è una costante di molti film di mio padre. Egli vi contrappone il mondo proibito dei sentimenti, o la trasgressione (in alcuni casi impura o fascinosamente ambigua, come in Paolo) di eccentrici personaggi. Aspirazione a trasgredire, che talvolta prende corpo nell'evasione giocosa, come nel teatro "in movimento" della maturità, comunque in forme di cinema realmente alternativo (che ne fa per certi versi un regista scomodo e presto dimenticato), tanto più oggi in cui la violenza è miseramente celebrata.
Trasgressivi, oltre misura, appaiono i giovani europei de I Malamondo, una specie "di analisi clinica" di comportamenti e stili di vita. "Colti nel loro saltuario esplodere ci fanno capire l'angoscia o la solitudine, il coraggio o le assurdità di giovani che, nel rifiutare le tradizioni e la società d'oggi, acquistano la forza del monito." Indolenti, iconoclasti, o fermati nel tempo, alla ricerca del dialogo. (intervista a Voce di Calabria, 26,1,1964) Un film polemico, insomma, ma anche eccezionalmente ottimista sulla possibilità di questa gioventù di ritrovare l'equilibrio in un modello di società futura, in un avvenire all'insegna "delle sfumature, delle variazioni, dei molti aspetti dell'animo umano." (al Corriere d'informazione, gennaio, 1964)
Ne La Cattura il tema della violenza è sempre sullo sfondo e l'alternativa è ancora una volta rivolta ai giovani. Scriveva allora: "La guerra è vista come simbolo di quella violenza che tuttora aleggia nel mondo portando gli uomini ad armarsi l'uno contro l'altro."(in Film spettacolo 10, 5, 1969). Se L'occhio selvaggio disegnava l'immagine di un regista prigioniero e stregato dalla violenza, al punto da provocarla lui stesso ad uso del suo film, in questo lavoro immediatamente successivo essa "retrocede", facendosi sentire nel dominio della società sui singoli. Dominio che "non permette agli uomini appartenenti alla stessa società di avere vite private e iniziative private (...) [tutti] hanno il dovere di comportarsi da automi." (intervista a Il Tempo, 26,4,1969). Ma anche qui, come nel film precedente "non vi sono autentici motivi ideologici che danno senso alla violenza, ma dei pretesti travestiti di idealità." La violenza come costante storica è segno della modernità che avanza. Nel film fa da contrasto la ricerca disperata di una vita effimera, l'amore impossibile tra un uomo e una donna, tra soldati nemici in rotta con le convenzioni. "L'uomo è fondamentalmente diverso da quello che si incontra sui campi di battaglia e anche il soldato educato ad uccidere, quando meno se lo aspetta, rivela l'uomo che è sul fondo. E' l'amore a riscattare l'uomo." (Ibid.)
Irrinunciabile sul piano tematico la violenza riesplode nella forma del film quando la prospettiva di una continuità autoriale rimane interrotta. E' il caso de La tarantola dal ventre nero. Giallo pieno di suspense, basato sulla scarica emotiva dei colpi di scena, un divertimento attraverso "un itinerario della paura". Il risultato è ottenuto facendo ricorso "al taglio concreto del documentario, con ritmo serrato, (...) senza divagazioni."; ovvero con la stessa tecnica di Mondo Cane, con la stessa "violenza" di quel film (a Momento sera, 1971).
Questa esposizione formale della violenza la ritroviamo come sottofondo nel western Los Amigos. Alla ritorsione assassina dei nemici si contrappone la storia d'amicizia di due eccentrici salvatori della patria. "L'amicizia è il modo in cui tentiamo di uscire dalla solitudine...una solidarietà nella lotta, nell'esistenza." E uno dei salvatori, ispirato a un eroe storico della guerra del Messico, soffre di una solitudine tremenda, essendo sordomuto dalla nascita. "Per questo è diventato un eroe, per esprimersi potentemente in una dimensione ad oltranza come nell'impresa raccontata dal film."(dalla note di copertina della colonna sonora).
Dopo l'amicizia l'alternativa è ancora l'amore. In Virilità, che solo esteriormente si riallaccia al filone classico della commedia siciliana degli anni Settanta, compare l'esaltazione di un amore proibito e, più in generale, dell'erotismo sentito come "follia" dell'uomo. "Ma l'erotismo è soltanto una componente.(...) I due elementi fondamentali (del film) sono la farsa e le convenzioni in lotta fra loro, nell'ambito delle apparenze, con il loro reciproco rapporto che man mano si fa teso ed intenso fino a divorarsi vicendevolmente."(a Il Messaggero, 17 ottobre 1973)
Il rifiuto della violenza ritorna nel poliziesco E tanta paura. Film centrato attorno al personaggio del commisario Lomenzo, una sorta di negazione in persona del Giustiziere della notte, come ebbe a precisare. In lotta contro l'individualismo sfrenato, la polizia privata al servizio dei ricchi, la spietata legge del taglione, egli appartiene agli idealisti che hanno in orrore il crimine in tutte le sue forme. Facile l'accusa di moralismo. Eppure il film è qualcosa di più complesso di un'apologia della non violenza. "Non farò né retorica, né politica. Il mio commissario non pretende di risolvere i problemi, ma di denunciarli." (intervista a Il Resto del Carlino 3 febbraio 1976).
Ma l'opposizione con le armi del sentimento alla prevaricazione e allo sfruttamento degli uomini raggiunge il suo apice in Atsalut Pader (Ti saluto padre). E' la storia di Padre Lino da Parma, altro perdente legato a un mondo di valori ripudiato dallo spirito di sopraffazione della modernità. Un francescano che ha il vizio di essere troppo umano, al fianco dei poveri, il suo esercito disarmato, nella dura e infausta lotta contro "la violenza al potere" sul filo del codice penale. Serio o talvolta grottesco, ispirato o peccatore, la sua personalità trascende lo standard del santo tutto d'un pezzo, come i facili accostamenti a figure di rivoluzionari famosi, per quanto rivoluzionario lo fu in senso "involontario." Ciò che incarna è scandalo della carità, un autentico atto di amore al prossimo in un mondo che nega ogni legittimità al sentimento, come al recupero di un senso più profondo dell'idea di civiltà, nella semplicità del messaggio cristiano. "Attraverso la carità Padre Lino si prefiggeva di arrivare all'uomo. Del resto la fede era per lui "moltiplicazione di amore".(alla Gazzetta di Parma, 27 gennaio 1977).
Battaglie solitarie quelle condotte dai protagonisti dei suoi film. "Io più che dalle storie sono attratto dai personaggi", confessò al Resto del Carlino durante la lavorazione di Atsalut pader: personaggi "ribelli", veri ed eccentrici, perdenti senza scampo, o "invasati" sicuri della "vittoria". Ma con La locandiera ha voluto fare un film assolutamente diverso dai precedenti. Un film dove regna la gioia di vivere, dove il dramma si risolve nella felicità della commedia, la pesantezza dell'esistenza sfocia nella dimensione del teatro, l'unica sfera dove la realtà si confonde e la violenza si estingue: nel palcoscenico, dove tutto è possibile. Il teatro è il sogno del regista, il suo approdo desiderato, quello dove ha la meglio la sua profonda semplicità espressiva. "Ho sempre amato la commedia. La commedia, per me, è un modo di vedere le cose della vita. Quando posso mi piace divertire e divertirmi, trovare il risvolto comico anche nelle situazioni drammatiche." (dalla presentazione del progetto di Sarto per signora). Non sopportava l'invariabilità dei contorni, il continuum di situazioni tra loro simili, scontate, pretestuosamente intellettualistiche, l'acclamato cinema noioso.
Di una relativa "serenità nascosta" ci sono esempi precedenti: nei suoi brevi ma fascinosi ritratti femminili del documentario La donna nel mondo (a margine dell'assolutamente diverso Mondo cane, di cui resta un'appendice): "La donna sceglie una strada differente per arrivare al successo nella sua battaglia contro la superiorità dell'uomo. E talvolta vince". (tradotto da Isle women to play role in italian film document; dal mio archivio personale); in una commedia a lieto fine, Il lumacone, la storia del riscatto psicologico di un siciliano antimoderno, donchisciottesco (per l'esito effimero della vittoria); e qua e là in alcuni "folli" e catartici momenti di Virilità. Storie queste ultime di affermazione della personalità in situazioni anomale, originali, negate dalla ritualità corrente.
Votati alla recitazione naturale i suoi personaggi alternativi riescono ad esibirsi veramente solo quando si trovano sul loro palcoscenico. Non recita forse Padre Lino la sua sofferenza, "non vive la città come teatro della sua carità, lui, nato da un'attrice?" Ma Padre Lino è ancora vittima dell'opposizione al mondo. Come continuano ad esserlo, seppur su un piano di rivalsa personale Gianni ne Il lumacone e don Vito in Virilità. Lo sono assai meno il cavalier di Ripafratta (ne La locandiera), i personaggi di Feydeau (in Sarto per Signora) e Leopoldo Fregoli, che recitano su palcoscenici veri o fittizi dove "non muoiono mai".
A proposito di Fregoli così disse: "Non si tratta di uno sceneggiato tipico, ma di un vero e proprio racconto teatrale, forse persino realizzabile sulla scena." La vita e la professione del protagonista si mescolano come in un unico spettacolo, al punto da non distinguersi l'una dall'altra in un susseguirsi di "successi e insuccessi, di amori e di amicizie." (intervista a Sorrisi e canzoni, n.16. 1981).
Il rischio che il gioco della trasformazione si isterilisca, che il quotidiano riesploda con la sua carica di violenza è talmente forte che lo stesso Fregoli è costretto anzitempo a dimettersi dalle scene. Lo fa per prevenire il disastro, l'insuccesso di una seppur straordinaria finzione.
Il teatro come capovolgimento della realtà: una possibilità negata dalla carica distruttrice dei tempi odierni che condannano alla disperazione i sentimenti degli uomini. Lontano dall'esperienza delle origini, dagli scenari "forti" dei documentari, dalle tematiche del cinismo, della sofferenza e degli ideali infranti di alcuni film a soggetto, forse mio padre ha visto realizzarsi l'altra sua natura, il suo mondo "nascosto", negli ultimi lavori. Un mondo fantastico e antitragico, nella ripresa del palcoscenico reale e fittizio della commedia, dove è ancora possibile sorridere e trasgredire.

(Pietro Cavara) 




(Articolo pubblicato nel n. 12 di "Nocturno Cinema" (marzo 2000))




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ILLUMINAZIONE
post pubblicato in Diario, il 23 aprile 2009



L'impressione immediata che si ricava dalla visione di alcuni film del regista polacco Krzysztof Zanussi, come Spirale, La struttura del cristallo, Illuminazione è quella di una volontà di cogliere l'eterno, di liberarsi dal vincolo per raggiungere Dio; la ripercussione del vincolo stesso non eluso con l'immobilità dei rapporti personali, la chiusura "a cristallo" di individualità non emerse, la cristallizzazione a loro volta di storie senza percorso, insomma la percezione di un cinema bloccato.
Difficilmente lo stile di un artista - e Zanussi lo è a pieno titolo - diventa il limite stesso della sua creatività. Il suo cinema è un attacco al modernismo isterico riemergente nella sfera del materialismo nichilista. Ma egli sembra contrastare le conseguenze dell'evoluzionismo tecnologico parlando lo stesso linguaggio dimostrativo e scientifico di quel mondo contestato. Metodologicamente la posizione stilistica di Zanussi è quella neotomista senza San Tommaso o meglio in opposizione ad esso. I suoi film sono intricati ossimori che avvolgono storie-limite con il mantello del nemico ma con l'illusione di potere e di dovere disfarsene.
Zanussi non conosce l'abbandono mistico, e neppure la riscoperta di Dio dopo la sua perdita nelle metropoli infernali che parlano di un mondo lontano e abbrutito, lontano dalla spiritualità, seppure necessariamente evocata con la sua pietistica "mancanza" dei film di Kieslowski, quel mondo in cui la presenza dello spirito, la presenza di Dio può manifestarsi allusivamente nella penombra di un appartamento disabitato o nell'illuminazione di un monitor...Il cinema di Zanussi ha invece quel distacco e quella freddezza di una ragione disincantata ma ancora accesa.
Illuminazione è forse il suo apice. Quì il limite, l'aspetto scientifico dimostrativo raggiunge livelli parossistici. Come in un impeto di sfrontata ironia questa frammentata autobiografia che vorrebbe dimostrare l'incapacità della scienza a cogliere la verità, se non a rendere vuota l'esistenza, è argomentata fino allo spasimo con rigide e circoscritte soluzioni scientifico-teoretiche che ingabbiano l'esistenza, vorrebbero sollevare il protagonista dalla sua vita bloccata e lo ricacciano nell'ipotesi di salvezza come principio cardine della spiegazione che si oppone al principio primo dell' ex-stasi.  
E' un cinema che riafferma ciò che vorrebbe negare: l'ipotesi cristiana antropologica-evoluzionista della scienza e della ragione, con l'epilogo nichilista e il vuoto del relativismo. A quel Dio cartesiano pare aggrapparsi, proprio nella misura in cui la poetica si svolge contro di essa. Ogni affermazione è un'ipotesi, la premessa di un teorema. Cosa ci aspetta dopo la morte? Non è la visione della merda in cui sui tramuta il corpo? E' l'imprecazione del protagonista pazzo perchè "sconosciuto dentro di sè" di Spirale. Non c'è liberazione, dunque, ma persistenza dei contrari. Sospensione accettata che diventa realtà senza resurrezione, radiografia di un malessere individuale, dimostrativamente manifesto, esistenzialmente inconcluso per la ragione stessa a cui fa affidamento nel ricercare la verità, la speranza di un barlume di anti-ragione.
Al fondo rimane la consapevolezza che la scienza non può dimostrare, che la ragione è insufficiente a richiamare uno spiraglio della presenza di Dio, ma sembra che ad esse siamo incatenati non potendo immaginare altro che noi stessi nell'unica dimensione che ci è concessa. Perlustrazione nel profondo della conoscenza, consapevolezza dell'inutilità di essa, ex-stasi mancata. Ogni esposizione che vada oltre il conosciuto è scientificamente riassunta nel dubbio della non conoscenza. Sembrerebbe quasi che sia esclusa la prospettiva della doppia verità, e ogni mancato quesito è un abbassamento verso l'inquietudine, lo spasimo, il suicidio. Il giovane studioso rinchiuso nella sua reggia invernale nei boschi (La struttura del cristallo), estraneo  a contatti umani che non siano quelli della sua donna, di un amico scienziato (guarda caso) venuto a trovarlo per ricondurlo alla vita (la professione, i riconoscimenti, la soddisfazione del tempo fruttato...) acquisisce il significato di una larva che guarda il mondo dalla sua protezione-prigione (la metafora del cristallo dalle sfaccettature sempre diverse ma ineludibilmente monotone), il suo stesso sguardo è dimostrativamente indirizzato a non comprendere ciò che è fuori dalla sua portata, dal suo mondo conosciuto.
La situazione è chiusa, volta a "spirale" (è il titolo anche del suo film), gira su sè stessa. E se in questa chiusura  non c'è respiro per il protagonista della sofferenza, non c'è superamento neppure nella forma che metodologicamente racchiude il conosciuto in ambiti e situazioni fin troppo scontate dell'essere e di ambienti squadrati, a corpo di anime inquiete.


(Pietro Cavara)





Krzysztof Zanussi, Illuminazione 





vedi quìquì e quì


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UN GIORNO PERFETTO
post pubblicato in Mazzucco, Melania, il 11 settembre 2008



In occasione dell'uscita del film "Un giorno perfetto", tratto dal romanzo di Melania Mazzucco, è parso opportuno riportare l'analisi che Luciana fece del libro in occasione della sua partecipazione al Premio.


Melania Mazzucco con il suo ultimo libro “Un giorno perfetto” ci ha sorpreso ancora una volta. Cambiano, come era avvenuto in passato rispetto ad ognuno dei libri precedenti della stessa autrice, le situazioni, i personaggi e l’ambientazione.
“Un giorno perfetto” parla della realtà contemporanea, di modelli di comportamento che nell’ambiente specifico descritto sono possibili e plausibili, fatta eccezione per qualche esagerazione. La città dove si svolgono i fatti è proprio Roma, con i suoi colori e odori, i suoi rumori, le sue opere d’arte, le periferie. Una città ritratta con affetto ma senza gentili concessioni. Il tempo della storia è limitato alle ventiquattro ore di un giorno preciso, il quattro maggio.
A ogni ora corrisponde un capitolo, di lunghezza variabile, da un minimo di quattro ad un massimo di trenta pagine. Con linearità cronologica, quindi, sono narrati eventi significativi per l’autrice che riguardano per ogni ora uno o più personaggi le cui vite intrecciandosi o sfiorandosi si definiscono sempre meglio, producendo suspance e creando ambiguità d’interpretazione attraverso i diversi punti di vista espressi. In alcuni capitoli, per effetto della coincidenza fra il tempo occupato dalla storia e il tempo impiegato per raccontare, sembra di assistere direttamente allo svolgersi degli eventi come avviene in uno spettacolo teatrale. Anche quando il racconto è lento non ci si annoia mai, grazie allo stile usato e al linguaggio moderno che trascina ed emoziona.
Quello che non cambia mai nei libri della Mazzucco è la bella scrittura, chiara e coinvolgente, che s’avvale di descrizioni dettagliate per farci “vedere” e “sentire”, per darci l’illusione di “toccare” le cose, di “esserci” e provare le emozioni dei protagonisti. La costruzione sapiente del racconto e un intreccio complesso fra le storie e i personaggi rendono il libro particolarmente interessante. I personaggi sono inseriti in un sistema organicamente strutturato, legati da simmetrie e correlazioni più o meno palesi. I protagonisti, e non solo quelli principali, prendono vita e consistenza reale oltre che per le proprie caratteristiche peculiari, ben evidenziate attraverso i dialoghi e le descrizioni dell’aspetto fisico e dei comportamenti, anche per le connessioni, i contrasti e le antitesi fra loro. Sono tutti insoddisfatti e in difficoltà. Si tratta di realtà umane differenti e vere, dove vizi e virtù si assomigliano ma variano per dosaggi eccessivi o troppo scarsi, dove situazioni diverse ma parallele, condizionano pesantemente comportamenti e pensieri. Di mano in mano che si procede nella lettura cresce la curiosità e il coinvolgimento: piano piano si costruiscono le premesse al dramma finale e il lettore viene lentamente preparato alla conclusione tragica. La storia è crudele e commovente.

Segue la descrizione dei personaggi e il loro confronto, a coppie, per evidenziare analogie e differenze, riconducibili a codici socio–culturali diversi e coesistenti nella realtà contemporanea.

I PROTAGONISTI:

Famiglia

Maschio/ marito

Donna / moglie

Figlio

Figlia

BUONOCORE

Antonio

Emma

Kevin

(bambino)

Valentina

(adolescente)

FIORAVANTI

Elio

Maja

Zero

(adolescente)

Camilla

(bambina)

ANTONIO BUONOCORE
Agente scelto di Pubblica Sicurezza, caposcorta dell’onorevole Fioravanti. Nel suo lavoro è bravo, volenteroso, sollecito, discreto ed affidabile. Ha spalle larghe, collo taurino, braccia solide, capelli rasati quasi a zero.
La moglie l’ha lasciato e ha portato con sé i due figli. Dopo la separazione è rimasto solo, con i ricordi pieni di lei, ossessionato dal desiderio di ritornare con lei, nervoso e arrabbiato.
Per rabbia riduce in coriandoli il nastro magnetico, perché ”vorrebbe distruggere le loro vacanze, il loro passato, il loro destino. Pensa a Emma e dice fra sé e sé : 'Maledetta zoccola spergiura', ma non accetta che lei non lo voglia più. Ha nostalgia di lei, ne sente la mancanza in modo esagerato, maniacale, vorrebbe liberarsi di lei e del suo ricordo, invece non fa altro che desiderarla". “Io la conosco, la capisco, la perdono” (pag. 38)…“lei può ancora salvarsi, salvarci, salvarmi”. Vorrebbe ”essere l’accappatoio per indossarla, essere il letto per accoglierla, l’autobus che la trasporta, il sole che la tocca.” Vorrebbe sentire “la sua voce, densa e calda con una velatura roca…”. Era geloso e il suo amore per Emma era ed è fanatico, asfissiante, possessivo. Alla fine l’odio e l’amore per lei si mischiano e determinano scelte drammatiche.
Lei l’aveva trovato bello nella sua divisa blu, ma poi si era accorta che era permaloso e attaccabrighe. A volte era stato con lei premuroso e appassionato, altre volte violento e aggressivo.
Quando Antonio viveva con Emma era scontento, diceva che entrare a casa era come entrare in frigorifero. Ora che non può più stare con lei pensa che quei giorni erano bellissimi.
Valentina, la figlia, l’ha idealizzato, lo crede un “giusto”, uno che combatte contro la criminalità.

EMMA
Ha quaranta anni, veste in modo appariscente. E’ desiderabile e desiderata, sensuale (tette traboccanti, natiche sode…). E’ una persona spontanea e autentica; fiera e semplice come la Madonna dei Pellegrini del Caravaggio.
Lavora in un call-center e come infermiera. E’ stressata, non ne può più, vorrebbe annientarsi, volare via, eppure fa tutto ciò che deve e si mostra sempre sorridente.
Per lei la vita è ”una collana sconnessa di momenti che non significano niente”. Si sente in trappola nella casa della madre, troppo stretta, in quella stanza troppo stretta, in una vita troppo stretta…. ma ha imparato a galleggiare senza lamentarsi e senza chiedere aiuto a nessuno, perché ”la vita è una cloaca e nessuno ti aiuterà se non ti aiuti tu.”
”Ripigliatelo, è tuo dovere di madre” le dice Olimpia, sua madre. Emma non vuole, sente che non ha il diritto né il desiderio di perdonare Antonio. E’ stata vittima della sua rabbia e della sua aggressività, quattro volte è andata in ospedale a causa dei suoi maltrattamenti.

KEVIN
Ha sette anni, porta gli occhiali, ha un nome che è “cafonissimo”. Maja lo trova goffo e sgraziato.
A Camilla invece piace. E’ capro espiatorio, vittima di dispetti e scherzi crudeli da parte dei compagni. È pauroso, fa pipì addosso e teme di perdere la madre.
Antonio sa che il bambino è la cosa più importante per Emma “la sua vita, la sua speranza”.
E’ stato “fabbricato” per salvare il matrimonio che era già in crisi. Viene considerato dal padre come sua proprietà e alla fine viene “sacrificato”, usato per punire Emma.

VALENTINA
Ha quattordici anni, un’età difficile, di grandi cambiamenti. Si sente un’emarginata.
E’ “troppo magra, troppo alta“, ”troppo normale, troppo suora”. ”I maschi non se la filavano, non aveva mai baciato un ragazzo.” E’ seria, saggia, ostile ma ubbidiente. Non c’è colloquio fra lei e la madre, anzi si vergogna dei lavori umili di Emma, considera sbagliato tutto quello che fa e litiga con lei per ogni motivo. E’ gelosa del fratello. Ha idealizzato il padre. Lo teme ma lo giustifica.
Non dà importanza all’andamento scolastico e pensa che la madre invece si interessi solo a quello...

ELIO FIORAVANTI
Cinquantuno anni, laureato in giurisprudenza, onorevole. E’ un opportunista, sempre alla ricerca di consensi per ottenere successo e notorietà, per salire nella carriera (è soprannominato “ascensore”).
Dorme poco (per non perdere tempo, per non perdere eventuali occasioni). Il suo sonno è inquieto, pieno di incubi, teme di perdere il potere, che equivarrebbe a perdere ricchezza, feste, amici e forse anche Maja (non è affatto sicuro dell’amore della moglie). Pensa che la vita sia una concatenazione di eventi banali e casuali e perfino privi di senso, le cui conseguenze sono imprevedibili, a volte sproporzionate.
“Raccontava le menzogne con una tale convinzione che alla fine si era persuaso che fossero preferibili alla verità.”
E’ un calcolatore “ uno che metteva il prezzemolo in tutti i campi potenzialmente fertili”.
E’ un “leone da foro”, “a Elio le parole sgorgavano sulle labbra come l’acqua dalle fontanelle di Roma, in continuazione, gratis, sempre. L’ onorevole non era capace di ascoltare gli altri, perché si occupava solo di se stesso”. E’ così preso dalle sue preoccupazioni che non si accorge della situazione particolare in cui si trova l’agente che gli vive praticamente sempre accanto, è talmente cieco da pensare che Antonio sia “un bravo uomo, solido come una roccia”.
E’ solo, anche se è sempre circondato da gente. Con Aris, il figlio avuto dal precedente matrimonio, ha un pessimo rapporto e anche con Maja e Camilla non va per niente bene”. "Si era levato fra lui e le sue donne un muro di incomprensione e rancore, sfiducia e indifferenza.. e non sapeva come rimediare.”

MAJA
Trenta anni, raffinata, graziosa, minuta, fragile.
Come accade spesso alle donne di oggi, si sente sempre in colpa”, quando stava con Camilla perché trascurava la carriera, quando lavorava, perché trascurava Camilla.”
E’ molto “costruita”, deve mantenere una certa immagine (“Si ricordò di appiccicarsi un sorriso in faccia"). Kevin la vede come un personaggio di una soap opera.
E’ una madre affettuosa ed è orgogliosa della grazia della figlia, della sua sensibilità. Cerca di autoconvincersi che è felice, in realtà è insoddisfatta soprattutto del rapporto col marito: non si sente al centro dei suoi interessi e delle sue attenzioni, non si sente compresa. Non gode a letto. Il suo compito è ascoltarlo senza aspettarsi di essere ascoltata.

ZERO
Ha ventitre anni, è, suo malgrado, il primogenito dell’onorevole Fioravanti. Il suo vero nome è Aris, ma si fa chiamare così perché non vuole avere niente per non essere borghese ed essere libero da compromessi. Ha dentro di sé una rabbia e una malinconia infinita. E’ coraggioso, utopista, intransigente, ”se solo restasse così com’è, se il tempo non lo rendesse un individuo arido meschino e deluso come tutti gli altri!” Porta i capelli viola, con le trecce spinose, l’anello al naso. Vuole dare un senso alla sua vita e per non sentirsi inutile e sprecato mette bombe …, vuole a tutti i costi “essere qualcuno nella squallida opacità del mondo”. Ha scelto ”di essere padrone di niente e servo di nessuno”, crede in un mondo dove non ci saranno né oppressi né oppressori, perciò vuole dedicarsi “alla lotta di classe, al sabotaggio, al danneggiamento della proprietà e alla disobbedienza civile.” E’ idealista, dinamico, energico.

CAMILLA
Bambina sensibile, innocente. Ha paura del buio. E’ delicata e soffre di asma.
Difende i topi, amati da Madre Teresa, perché ogni animale ha diritto di essere protetto.
Le piace Kevin, anche se è bruttino, grassottello, un po’ sgraziato. Il quattro maggio è il giorno del suo compleanno e lei programma il suo “matrimonio" con Kevin. E’ la più piccola ma è l’unica che capisce il pericolo reale. Dimostra di aver compreso la personalità di Antonio più lei del padre che vive con lui a stretto contatto, infatti chiede se è possibile che uno sia contemporaneamente “bravo e cattivo”.

RAPPORTI FRA I PERSONAGGI:

Antonio / Emma -  Una ex-coppia. Il loro matrimonio era durato dodici anni, poi ….“si era trasformato in un processo e poi in una continua pena inflitta, da Antonio a Emma, e da Emma a Antonio- ognuno escogitando, forse senza saperlo, il modo più raffinato e doloroso di torturare l’altro.” Durante la loro vita insieme erano stati numerosi i litigi, gli insulti, le umiliazioni per Emma; per questo lei se ne era andata con i figli. Antonio non l’aveva accettato e “il tempo, invece di cicatrizzare la ferita, la mandava in cancrena” . Lui vorrebbe rimettere a posto le cose ma Emma non vuole, non sa più che farsene di quell’amore possessivo e asfissiante. Ognuno pensa di essere stato impedito dall’altro nel diventare ciò che voleva (lui nella sua carriera, lei cantante).

Emma / Kevin -
  Madre e figlio sono molto uniti, hanno fra loro anche un buon rapporto fisico (lei gli mordicchia l’orecchio, lo tiene in braccio). Il bambino riesce a razionalizzare il proprio desiderio di rimanere piccolo per non doversi staccare dalla madre. Dice di non voler mangiare per non crescere e non vuole crescere perché collega questa idea al distacco, a quello peggiore e drammatico determinato dalla morte: ”Non voglio crescere perché non voglio che tu muori”. La mamma è per lui l’unica persona che lo capisce e lo difende sempre.

Emma / Valentina -  Un rapporto conflittuale. La mamma è espansiva, turbolenta, vivace, impulsiva, incauta. Valentina non la sopporta e, quasi volesse bilanciare la situazione, è riservata, silenziosa, riflessiva, seria, saggia e prudente.

EMMA / VALENTINA:
Espansiva / Riservata
Vivace / Silenziosa
Sorridente / Severa
Impulsiva / Riflessiva
Incauta / Prudente
Look appariscente / Look antiquato
Vitale / Dimessa

Antonio / Elio - Trascorrono molto tempo insieme ma i loro ruoli sono del tutto diversi. Antonio lavora per Elio; hanno due figli ciascuno e i due minori, Kevin e Camilla, frequentano la stessa classe.
Antonio pensa che l’onorevole non debba chiedere nulla a Dio, avendo già tutto ciò che si può desiderare: soldi, salute, successo, moglie, amanti. Pensa di lui che è “un manichino capelluto vanitoso ed egoista” ma lo tratta sempre con deferenza e con una devozione che nasce dal senso del dovere.
Elio cerca di mantenere una giusta distanza dal suo agente, e lo tratta con una benevola confidenza. E’ per lui una presenza rassicurante, il suo talismano. E’la persona che lo conosce meglio perché sa tutto di lui, spostamenti, impegni, segreti, bugie. Non s’accorge del dramma che sta preparandosi.
Sono entrambi un po’ “narcisi”, uomini che vogliono essere al centro dell’attenzione e non accettano pareri altrui, sentendosi tutt'altro che mediocri.

ANTONIO / ELIO:
Povero / Ricco
Ossessionato da Emma / Ossessionato dal timore di perdere il potere ( e con esso gli amici e Maja..)
Cortese / Cortese
Laconico / Logorroico
Nel lavoro s’impegna / Nel lavoro s’impegna
Sollecito, affidabile, discreto / Furbo, senza scrupoli
Leccapiedi / Leccapiedi
Conduce una vita semplice e monotona / Conduce una vita mondana

Emma / Maja -  Nonostante l’appartenenza a due classi sociali diverse, sono due donne che hanno in comune l’insoddisfazione per il rapporto con l’uomo che hanno sposato e anche un grande affetto per i figli.
Maja trova Emma volgare, per il modo di fare e per quei suoi abiti troppo appariscenti, ”da pescivendola”. Emma è ferita dalle allusioni alla sua inadeguatezza, non le piace la “freddezza” di Maja.

EMMA / MAJA:
Povera / Ricca
Ha due lavori / Non lavora
Volgare / Raffinata
Veste da "pescivendola" / Veste abiti firmati
Espansiva / Gelida
Semplice / Cerebrale
Spontanea / Costruita
Insoddisfatta / Fa smorfie amabili, sorrisi artificiali
Madre affettuosa / Madre affettuosa

Kevin / Camilla -
 Due compagni di scuola, provengono da famiglie appartenenti a classi sociali diverse. Entrambi hanno molte paure. Provano simpatia l’un per l’altro. A Camilla piace Kevin ed è contenta quando lui si arrampica sulla statua di San Pietro per lei.

KEVIN / CAMILLA:
Strabico / Asmatica
T
imido / Timida
Fragile / Fragile
Strano / Strana
Goffo / Disinvolta
Impacciato / Saputella
Bruttino / Carina
Sgraziato / Graziosa
Disordinato / Ordinata e profumata

Valentina / Zero - I due giovani, pur essendo diversi ed essendo provenienti da classi sociali diverse hanno molte caratteristiche in comune. Sono gli unici due personaggi che non hanno rapporti fra loro.
“Zero si ripeteva che non si possono scegliere i genitori. Si viene recapitati a loro come un regalo o una fregatura. Tutt’al più si può evitare di assomigliargli, si può evitarli.”

VALENTINA / ZERO:
Non sopporta i genitori / Non sopporta i genitori
Si vergogna della madre / Si vergogna del padre
Non le importa della scuola / Non gli importa dell’università

Elio / Zero - Un rapporto conflittuale, dovuto a idee e comportamenti completamente all’opposto. Il figlio è un idealista che vuole lottare per un mondo migliore, il padre un opportunista che cerca il successo personale. Zero appartiene a una tribù che ha dichiarato guerra allo stato, Elio ne è un rappresentante. Entrambi accettano compromessi. “Zero si ripeteva che non si possono scegliere i genitori. Si viene recapitati a loro come un regalo o una fregatura. Tutt’al più si può evitare di assomigliargli, si può evitarli.” Tuttavia accetta dal padre l’assegno mensile e accetta all’esame un voto “regalato” solo perché è figlio dell’Onorevole.

ELIO / ZERO:
Trasgressivo / Tradizionalista
Rivoluzionario / Reazionario
Cerca la sfida / Cerca il consenso

Maja / Zero – La compostezza civile esibita in pubblico da Maja si contrappone ai comportamenti trasgressivi e volutamente inadeguati di Aris. Eppure stanno bene insieme e si sentono attratti l’uno dall’altro.
Entrambi hanno accettato compromessi ma non vorrebbero farlo più in futuro. Entrambi s’illudono che ci sia una via d’uscita. “Maja voleva lasciarsi dietro spiegazioni e promesse… voleva raggiungere, al di là di tutto quanto in lei cambia, ciò che è permanente e vero. Raggiungere il centro, il segreto di se stessa.”
Maja è attratta dagli idealismi e dalle illusioni del giovane figliastro, dalla sua vitalità. Si baciano ma in realtà più che un giovane amante lei cerca un amico al di fuori del mondo pieno di falsità in cui vive.
 

(Luciana Raggi)




Melania Mazzucco, Un giorno perfetto, Rizzoli, 2008 [ * ]
Ferzan Ozpetek, Un giorno perfetto, 2008


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 11/9/2008 alle 13:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ANNA MAGNANI, UNA DONNA FRA PASSIONE E VERITA'
post pubblicato in Governi, Giancarlo, il 15 luglio 2008



Scrivere una biografia non è così semplice, come un lettore sprovveduto e un recensore luogocomunista e disattento potrebbero pensare. Raccontare la vita di un personaggio famoso risolve in un sol colpo due problemi di non poco conto per un narratore: quale storia raccontare e quale protagonista scegliere. Ma al biografo occorrono metodo, obiettività e talento: l'esistenza del personaggio va conosciuta a fondo e va narrata col gusto affabulatorio e le qualità letterarie di un romanziere, mantenendo inoltre quel distacco che, da un lato, mette in luce le qualità senza l'atteggiamento di venerazione tipico del fan e, dall'altro, dia il giusto spazio ai lati oscuri, senza per questo cedere alla spietatezza del cacciatore di scoop. 
La scelta degli episodi da raccontare non deve soddisfare i bassi istinti del pettegolezzo, ma rispondere all'esigenza di rendere compiutamente la complessità di un personaggio eccezionale.
Anzi, di dipingerne il ritratto, termine non casuale se associato all'opera di uno specialista in materia come Giancarlo Governi, che con "Nannarella. Il romanzo di Anna Magnani" (Minimum Fax, 231 pagine, 16 euro), celebra il centenario della nascita della più grande attrice italiana. Fedele a un'aurea regola, troppo spesso disattesa dai narratori delle ultime generazioni, secondo la quale è meglio mostrare le caratteristiche di un personaggio piuttosto che dirle ("Show, don't tell"), Governi costruisce la biografia della Magnani dando ampio spazio alle testimonianze di chi l'ha conosciuta bene. La passione e la verità con cui interpretava i ruoli cinematografici e teatrali, dall'indimenticabile Teresa Gullace di "Roma città aperta" alla "Lupa", sotto la regia di Zeffirelli, erano le stesse con cui viveva i rapporti umani, tra slanci irrefrenabili, liti clamorose, delusioni insostenibili e laceranti sofferenze. Dalle litigate furibonde, clamorose e spettacolari, con il suo grande amore Roberto Rossellini, che la lasciò per Ingrid Bergman, alla rottura dell'amicizia con Luchino Visconti, colpevole di non averle assegnato, da presidente della giuria, il Leone d'oro come migliore attrice protagonista (in "Suor Letizia", di Mauro Camerini) al Festival del cinema di Venezia, emerge una donna dal carattere non facile, poco incline ai compromessi, insofferente oltre ogni limite verso qualsiasi atteggiamento percepibile, a torto o a ragione, come una mancanza di rispetto.
Ma anche un'attrice profondamente legata alla sua città e al pubblico romano, che la adorava e la sentiva sua, un'artista le cui interpretazioni fecero gridare al miracolo la stampa nordamericana, con parole che, mutati i tempi e i contesti, suonano ancora attuali: "Tutte le nostre dive in confronto ad Anna Magnani sono come manichini di cera in confronto a un essere umano".



(Valerio Rosa)



(apparso su l' "Avanti!" dell' 11 luglio 2008)




Giancarlo Governi, Nannarella, Minimum Fax, 2008 [ * ]





vedi quì e quì


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 15/7/2008 alle 14:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
OKUNCHIRAN
post pubblicato in Diario, il 23 ottobre 2006


"Okunchiran Emergency in Cambogia" di Emanuele Scaringi e Claudio Rubino, proiettato alla Festa Intenazionale del Cinema di Roma, è un' immagine della Cambogia odierna, a partire dall' ospedale di Emergency a Battanbang.  La Cambogia è uno dei paesi più poveri al mondo, afflitto dalle mine e dall' aids. E' frequente vedere pick-up strapieni di persone che vanno al confine della Thailandia per trovare un lavoro come braccianti agricoli. Vauro si aggrega su uno di questi alla ricerca della moglie di un uomo ricoverato nell' ospedale di Emergency per le ferite riportate dallo scoppio di una mina.
Ne emerge un paese poverissimo, in cui le condizioni delle strade, che provocano frequenti incidenti, le mine, piagano una popolazione che stoicamente resiste. Rimane nella memoria l' immagine dell' uomo amputato nell' ospedale di Battanbang, che riacquista fiducia e calore nel riabbracciare la moglie e i figli piccoli.
Nelle parole di Vauro: "La Cambogia è un paese afflitto dal dopoguerra". 


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permalink | inviato da il 23/10/2006 alle 17:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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