.
Annunci online

CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
UNA COSA COSI' LA DEVO AVERE ANCH'IO
post pubblicato in Diario, il 19 marzo 2016
 

Albert Mertz, Una cosa così la devo avere anch'io (So ein Ding muss ich auch haben), 1961 [ * ]

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. arte cinema

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 19/3/2016 alle 8:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
NEVER SORRY
post pubblicato in Ai, Weiwei, il 13 marzo 2016

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. arte cina

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 13/3/2016 alle 20:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CATERINA MARTIRE DI ALESSANDRIA
post pubblicato in Diario, il 6 febbraio 2016
 

L'ortodossia a Roma: la chiesa di Santa Caterina Martire (o Santa Caterina d'Alessandria) è una chiesa di Roma, parrocchia per i fedeli cristiani ortodossi della città, dipendente dal patriarcato di Mosca. Essa si trova all'interno del parco di Villa Abamelek, sede dell'ambasciata russa in Italia.
All'inizio degli anni Novanta, a seguito anche del cambio di regime politico in Russia, la comunità ortodossa si è organizzata per avere una chiesa ortodossa russa a Roma, ottenendo la benedizione del Patriarca di Mosca e di tutta la Russia Alessio II. Nell'ottobre del 1999 l'Ambasciata della Federazione Russa a Roma ha fatto formale richiesta al Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Italiana ed al Comune di Roma per ottenere la possibilità di costruire l'edificio.
Nel maggio 2000 al Comune di Roma è stato presentato il progetto della Chiesa di Santa Caterina Martire di Andrej Obolenskij, direttore del Centro di costruzioni artistiche «Archkram» del Patriarcato di Mosca, che prevedeva la costruzione della chiesa nel comprensorio in proprietà della Federazione Russa, adiacente alla residenza dell'Ambasciatore della Federazione Russa a Villa Abamelek, all'angolo di Via Lago Terrione e Via delle Fornaci. La chiesa era prevista alta 29 metri e con una superficie generale di 698,04 metri quadri per un volume generale di 5056,28 metri cubi.
Il 14 gennaio 2001 all'interno di Villa Abamelek, alla presenza dei Ministri degli Esteri italiano e russo, Igor Ivanov e Lamberto Dini si è svolta la cerimonia della posa della prima pietra, benedetta dall'arcivescovo di Korsun' Innokentij. A partire dal 2001, nei periodi di Pasqua, di Natale e nel giorno di Santa Caterina (25 novembre/7 dicembre) si celebrava messa sul luogo della futura chiesa.
Il 20 dicembre 2001 la Giunta Regionale di Lazio ha approvato la legge N 41, secondo la quale per le sedi di rappresentanza diplomatica e consolare "è consentita in deroga la costruzione di edifici autonomi da destinare ad attività di culto per soddisfacimento delle esigenze della comunità". Nel giugno 2002 grazie all'interessamento dell'ambasciata è stata ottenuta la licenza edilizia. Il 6 maggio 2003 a Villa Abamelek si è svolta una serata dedicata all'inizio dei lavori di costruzione, partiti nell'estate dello stesso anno. Il 19 maggio 2004 veniva fondata un'associazione (benedetta da Alessio II) il cui fine era raccogliere i mezzi per la costruzione della chiesa.
Il 19 maggio 2006 ha avuto luogo la minore consacrazione della chiesa, cerimonia a cui hanno partecipato tra gli altri il sindaco di Mosca Luzhkov, l'ambasciatore di Russia in Italia Alexey Meshkov ed il Capo del Dipartimento per gli Affari Esteri del Patriarcato di Mosca Sua Eminenza Metropolita Cirillo di Smolensk e Kaliningrad.
Nel dicembre 2007 vi è stata la consacrazione della cripta, dedicata ai santi Costantino ed Elena.
Sabato, 23 maggio 2009 è avvenuta la cerimonia di inaugurazione della nuova chiesa [ * ].

 
AYLAN
post pubblicato in Ai, Weiwei, il 5 febbraio 2016
 

vedi quì

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. arte cina migranti

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 5/2/2016 alle 8:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ICONE ECOCRITICHE DI FABRICE MONTEIRO
post pubblicato in Diario, il 2 febbraio 2016
       


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. arte fotografia ecocritica

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 2/2/2016 alle 13:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
HITLER
post pubblicato in Diario, il 24 gennaio 2016


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. arte burattini

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 24/1/2016 alle 12:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
I PALAZZI FEDERICI
post pubblicato in Diario, il 20 gennaio 2016

"Il Municipio Roma III invita alla proiezione del film: “Una giornata particolare. Il cinema nell’architettura”. ll film sarà proiettato nel suo stesso set, domenica 26 giugno alle ore 20,30, ingresso libero, via E. Stevenson, 24. Il capolavoro di Ettore Scola del 1977, viene riproposto nel cortile del palazzo dove fu interamente girato: le case convenzionate di Viale XXI Aprile, note come “Palazzi Federici” di Mario De Renzi, che nel film stesso assumono un ruolo da protagoniste. Gli abitanti dei Palazzi Federici sono pregati di portarsi le sedie da casa."

Per gli abitanti dei Palazzi Federici, che hanno organizzato l'evento (con qualche sostegno dal Municipio), sarà una festa. Hanno affittato le sedie, e altre ne porteremo da casa per dare posto a tutti; sgombreremo il cortile dalle auto (magari fosse per sempre...). Alcuni stanno preparando pacchi di popcorn, torte e opuscoli sulla storia e l'architettura di questo complesso. Alcuni ricordano ancora i giorni delle riprese, gli attori famosi visti da vicino...Venite?                                                                                                                                                                                    Marco De Bernardo

 

Caro Marco, io ho abitato lì per più di cinquanta anni e ci ero naturalmente molto affezionata. Sono stata mandata via da una persona che ha comprato l'appartamento in cui vivevo per cui mi sono vissuta molto male questa fase della mia vita. Ritornare lì mi farebbe un po' male. Comunque, anche se gli attori sono bravi e anche la storia del film è interessante, mio fratello, che ha quattordici anni più di me, mi ha detto che quelle scene in cui folle escono dalle scale del palazzo per andare ai raduni fascisti non sono veritiere, non c'era tanta gente proveniente dal palazzo Federici che andava ai raduni. Temo che lì Scola abbia decisamente esagerato. Nè erano gli abitanti del palazzo tutti fascisti. Noi infatti non lo eravamo. L'appartamento in cui ho vissuto era bello. Mi ha fatto impressione che il calabrese che lo ha comprato voleva abbattere una parete per fare un salone stile anni '60, sconvolgendo la planimetria di un appartamento nato con altri criteri, così come voleva rifare i pavimenti togliendo delle belle mattonelle!...Non ho niente contro i calabresi. Una mia bravissima bisnonna era calabrese. Ad ogni modo, buon weekend!                                                                                                                                                      Anna Maria Robustelli

 

Per chi vive qui, si è visto molto più di un bel film: è stata per molti motivi una vera nuova "giornata particolare", e una nuova  puntata del gioco di rifrazioni fra cinema, architettura e suoi abitanti, fra realtà e rappresentazione, storia e futuro, cortile e mondo, che caratterizza questi palazzi fin dalla loro nascita. Questa volta, l'iniziativa è partita dagli abitanti. Fra l'altro, ci ricorderemo l'effetto che faceva vedere la  folla  che si reca e poi rientra dal cupo evento storico rappresentato nel film, duplicata dalla folla che affluiva e defluiva per il nuovo evento, nello stesso scenario architettonico riprodotto sullo schermo, ma in un contesto speculare e opposto... 
In questa proiezione comunitaria del grande film di Scola, il cinema  ha assunto un poco della funzione di ri/generazione comunitaria  che  svolgevano le rappresentazioni tragiche, sin dal teatro antico.  
E non si dica che esagero... :-)  
Molto altro da dire ci sarebbe sui protagonisti del gioco, il  luogo, il film, gli abitanti.
Mi piacerebbe se raccogliessimo insieme qualche riflessione in  merito. 
A presto,
Marco De Bernardo




E' stata creata una 
pagina Facebook, il blog Visioni ne ha parlato. Tutto un groviglio di questioni si addensa intorno al complesso dei Palazzi Federici, utilizzato da Ettore Scola come quinta del suo "Una giornata particolare", su suggerimento di Maurizio Costanzo, cosceneggiatore del film. I Palazzi Federici furono progettati nel 1931 per essere portati a termine nel 1937 dall'architetto razionalista Mario De Renzi. Lo stile architettonico risentiva del futurismo e di una riscoperta dei valori del Cinquecento romano (vedi quì per un parallelo con l'architetto Giulio Gra, e quì per un quadro dell'architettura a Roma dal 1929 al 1939). Su De Renzi il testo di riferimento è Mario De Renzi. L'architettura come mestiere di Maria Luisa Neri [ * ]. I Palazzi Federici erano "case convenzionate". Gli appartamenti erano affittati per la durata di un quinquennio "a persone oneste e incensurate, di condizioni economiche non agiate, che, avendo stabile residenza a Roma da almeno cinque anni, e anche da più breve tempo quando si tratti di sfrattati per demolizione e per opere di Piano Regolatore, o di trasferimento per ragioni di pubblico ufficio e di pubblico servizio, ne faranno domanda" (cfr. Eva Masini, "Piazza Bologna", Franco Angeli [ * ], quì per una bibliografia sull'edilizia pubblica residenziale a Roma nel Novecento).  La trama del film è nota: nel giorno della visita di Hitler a Roma, 6 maggio 1938, i Palazzi Federici, svuotati dagli abitanti andati alla parata militare, rimangono deserti. Gli unici a rimanere sono la portinaia del palazzo, la casalinga Antonietta e l'annunciatore radiofonico licenziato perchè omosessuale Gabriele. Tra Antonietta e Gabriele si instaura un tenero rapporto che durerà lo spazio di una giornata. A sera tornerà dalla parata il marito di Antonietta con i figli e Gabriele verrà prelevato da due poliziotti per essere successivamente portato al confino. Un buon vademecum alla visione del film è la lettura di "Una giornata particolare: un film di Ettore Scola: incontrarsi e dirsi addio nella Roma del '38", a cura di Tullio Kezich, Alessandra Levantesi, Lindau, 2003 (contenente la sceneggiatura del film) [ * ].

In rete sI può trovare il documentario realizzato dall'Istituto Luce che copriva integralmente le varie fasi della visita (vedi quìquì e quì per riprese UFA, per rare immagini a colori quì). I due dittatori vi appaiono tronfi, a loro si contrappongono i due protagonisti del film che si apre con sequenze tratte dal documentario, gli unici rimasti umani. Erano gli anni del terrorismo e il film di Scola preconizzava un ritorno al privato connotato di un'implicita virtù politica. Di quelle giornate del '38 è rimasto il ricordo, affidato al suo diario, dello storico dell'arte Ranuccio Bianchi Bandinelli, il quale fece da Cicerone alla delegazione tedesca in visita ai musei e ai monumenti romani [ * ]. Sulla condizione della donna durante il fascismo, relegata al ruolo di angelo del focolare in linea con la politica demografica del regime esiste una vasta bibliografia (si possono ricordare: Piero Meldini, "Sposa e madre esemplare: ideologia e politica della donna e della famiglia durante il fascismo", Guaraldi, 1975;  Maria Antonietta Macciocchi, "La donna nera", Feltrinelli, 1976; Miriam Mafai, "Pane nero", Mondadori, 1987; Victoria De Grazia, "Le donne nel regime fascista", Marsilio, 1993; Cecilia Dau Novelli, "Famiglia e modernizzazione in Italia fra le due guerre", Studium, 1994; Maria Rosa Cutrufelli, Elena Doni, Elena Gianini Belotti, Laura Lilli, Dacia Maraini, Cristiana di San Marzano, Mirella Serri, Chiara Valentini, "Piccole italiane", Anabasi, 1994; vedi quìquì e quì). Per quanto riguarda il tema degli omosessuali sotto il fascismo c'è il bel libro di Gianfranco Goretti e Tommaso Giartosio, "La città e l'isola", Donzelli [ * ] che si concentra sul caso catanese, mentre un quadro completo anche dal punto di vista ideologico è quello offerto da "Il nemico dell'uomo nuovo" di Lorenzo Benadusi, Feltrinelli [ * ]. Nel codice Rocco non esisteva il reato di omosessualità, ma ciò non impediva che questa potesse cadere sotto sanzione amministrativa, come erano appunto il confino o l'ammonizione (vedi quì). Più in generale sul tema del confino è da vedere di Silverio Corvisieri, "La villeggiatura di Mussolini", Dalai [ * ]. La regista Gabriella Romano ha realizzato due documentari, sul tema delle donne e su quello degli omosessuali durante il fascismo [ * ]. 

 

"Una casa particolare”: la casa convenzionata di viale XXI Aprile, 21-29 a Roma 1931-1937) 

Le “case convenzionate” nascono a Roma dopo lo sblocco degli affitti del giugno 1928, data l’improvvisa pressante grande richiesta di alloggi. Nei primi anni '30 si costruiscono ben 2000 alloggi in molta parte della città...Flaminio, Prenestino e la “nostra” zona di Piazza Bologna. Una urbanizzazione serrata di molti quartieri con importanti Imprese sul campo (INA, Immobiliare...etc). E, in particolare, l’Impresa Federici e questa casa convenzionata nel quadrilatero formato dalle attuali viale XXI Aprile, via Nardini, via Corvisieri, via Stevenson. Forse l’intervento più consistente di tutta la città: 15.400 mq, 5.800 mq coperti...circa il 38%...una percentuale significativa, 442 alloggi, 70 negozi, un garage, un cinema poi diventato supermercato. Un “grand ensemble”, una “cittadella” polifunzionale di residenze e servizi. 
All’esterno: un’architettura con una linea di ricerca di sapore futurista (cfr. i disegni di Antonio Sant’Elia), un sapiente “fuori scala”, i balconi (parecchi) “avvolgenti”, i nodi scala “trasparenti”; all’interno: le piante degli alloggi che riecheggiano le “case romane” (le storiche cosiddette “insulae”)...uno spazio centrale su cui si affacciano tutte le stanze con l’eliminazione del “corridoio” di distribuzione interna. E questo spazio centrale non è di solo passaggio da-a...ma diventa spesso (dipende dai fruitori cioè dai residenti) di soggiorno e quindi di sosta ad esaltare l’ambito interno: insomma una sorta di living, soggiorno passante, soggiorno “all’americana”, senza alcun filtro. Quindi uno schema interno che direi limpido e razionale versus un aspetto esterno “esagerato” ma comunque perfettamente integrato sui quattro lati impegnati dalla costruzione (i nodi scala, vetrati nel loro intero sviluppo, sono collegati per la maggior parte tra di loro a livello del calpestìo di base). 
Questo “impianto” è tuttora integro e, direi, seducente. Bensì si dovrebbe (e potrebbe, facilmente) eliminarne un difetto: la sosta e il transito delle automobili dei residenti e dei fornitori. E rendere il livello stradale del tutto pedonale con camminamenti di liaison, spazi attrezzati di sosta e giardini (ne varrebbe la pena anche per ridare lustro ad una fontana particolare ancora esistente). 
Una ultima suggestione romantica (?): apprezzabile l’aspetto “notturno” del complesso all’interno del grande cortile...con i corpi scala perennemente illuminati e la miriade di finestre affacciate e accese ora sì ora no a dare un flash di colorazioni sempre in mutazione. 

Il progettista della nostra “casa particolare” è MARIO DE RENZI, architetto, una personalità appassionata e attenta. Attenta ai tempi che cominciano (cominciavano allora) ad andare di corsa. Egli abbandona, nella sua ricerca personale, il cosiddetto “barocchetto” di rievocazione (direi...di un po’ bruta semplificazione)...seppure intrigante...e matura rapidamente e con intelligenza un suo linguaggio nel quale ci sono sì temi di derivazione classica (torno a ricordare le insulae romane ed ostiensi) ma che “annusa” il futurismo e di più esprime rispetto e interesse per le nuove tecnologie: verso il cemento armato in una ricerca atta ad ottenere risultati in cui le “ossature” abbiano, anche loro, una valenza figurativa. 
Insomma: Mario De Renzi è curioso e confidente nelle nuove tecnologie come elemento di ordine ma altresì di decoro (cfr. anche l’importante complesso edilizio di via Andrea Doria 1-27 a Roma e la palazzina Furmanik - edilizia privata - sul lungotevere Flaminio). 



(Niccolò De Sanctis, architetto, niccodes.ar@libero.it) 



Bibliografia essenziale: 

Gianni Accasto, Vanna Fraticelli, Renato Nicolini, L’architettura di Roma Capitale 1870-1970, Golem, 1971 [ * ] 
Leonardo Benevolo, Roma oggi, Laterza, 1977 
Ludovico Quaroni, Immagine di Roma, Laterza,1975 
Piero Ostilio Rossi, Roma, Guida all’architettura moderna,1909-1984, Laterza, 1984 

 

 Io e la casa

Di notte 
io e la casa
viviamo quei chiarori
che vengono 
da fuori.
Io abbracciata al piumino,
ma lei più verginale,
contenuta e un po’ astrale.
Le sue porte imbiancate
recingono lo scuro,
si staccano dal muro.
Arrivano da fuori rumori
di motori
di macchine insistenti
che  molestano i sensi.
La sveglia ticche tacca,
il comò si stiracchia.
Per un po’ il pensiero
si allunga sul viale,
insegue il viavai.
La casa resta uguale,
contiene le sue cose,
ritocca le sue pose,
sfodera i suoi colori
cremosi, delicati,
sempre disincantati.
Di notte
io e la casa
fissiamo quei chiarori
e il mondo scorre fuori.

(Anna Maria Robustelli)

 

Io e la casa in "Pensieri", a cura di Maria Teresa Carrozzo,  Edizione Pagine, 2003


 



 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. roma arte cinema

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 20/1/2016 alle 13:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
LA MEDITAZIONE
post pubblicato in Diario, il 12 gennaio 2016
 

vedi quì

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. arte risorgimento

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 12/1/2016 alle 6:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ALFONSO AMORELLI
post pubblicato in Diario, il 22 dicembre 2015
 

Alfonso Amorelli, nato a Sambuca Zabut (Agrigento) nel 1898, morto a Palermo nel 1969, compie i suoi studi artistici all'Accademia di Belle Arti di Palermo. Suoi maestri sono Di Giovanni, Marchesi, Basile, De Maria Bergler. Dopo la prima guerra mondiale, che lo vede impegnato al fronte a Trieste, si trasferisce in Toscana, dove rimane per tre anni, ospite dello scultore Trentacoste, per poi tornare a Palermo (1930), presso la suddetta Accademia, stavolta come insegnante di pittura. Sposa nel 1934 Herta Schaeffer e sempre nello stesso anno è pubblicata la prima monografia su di lui. Ha ordinato numerose mostre personali e partecipato a moltissime rassegne  nazionali e internazionali tra le quali è stato invitato alle Biennali di Venezia negli anni '30,'32,'36,'40,'42 e alle Quadriennali di Roma nel '31,'35,'39,'43 e '51. Dal 1952 lavora per l'Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa come scenografo e grafico e nel 1957 esce una nuova monografia, edita da Zangara. Dal 1954 al 1967 presso I'ISA di Palermo insegna Disegno e Pittura. Nel 1970, a cura della nipote, viene pubblicato il suo diario per immagini "Il Tempo vola". [ * ] Affrescò chiese e delegazioni rurali, tra queste il Borgo Fazio nel trapanese, progettato da Luigi Epifanio.






Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. arte

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 22/12/2015 alle 6:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
VILLA GLORI
post pubblicato in Diario, il 1 ottobre 2015
 

Villa Glori, situata sulla collina che domina l’ansa del Tevere, immersa tra i due quartieri limitrofi Parioli e Flaminio, ha una configurazione particolarmente irregolare, di giardino naturale e persino un po’ selvaggio (dalla parte di viale Pilsudski), e di parco idealmente progettato secondo un tracciato regolare, scandito da vialetti ombrosi, immerso nel verde mediterraneo di pini, querce, ippocastani ed ulivi, puntigliosamente allineati a filari. Aperto al pubblico nel 1924 su progetto dell’architetto De Vico, venne dedicato, come evoca il nome “Parco della Rimembranza”, ai caduti della Prima Guerra Mondiale. Su iniziativa del Comune di Roma, nel 1997 sono state inserite nel parco alcune installazioni di artisti contemporanei, tra cui opere di Uncini, Canevari, Castagna, Dompè, Staccioli e Kounellis, che costituiscono un felice esempio di inserimento nella natura di opere d’arte.
Villa Glori, nata come Parco della Rimembranza, è stata poi riconsacrata a tutti i caduti romani per la patria (grande croce di ferro su piazzale di Villa Glori), e occupa una vasta area che va dal Tevere, all’altezza dell’Acqua Acetosa, fino alle pendici del quartiere Parioli, costeggiando ad est l’Auditorium. Una serie di viali, i cui nomi ricordano i protagonisti dello scontro del 23 ottobre 1867 tra le truppe pontificie e una settantina di uomini (viale dei Settanta) al comando dei fratelli Cairoli, attraversano la Villa e si incontrano a piazzale del Mandorlo dove si trovano il monumento in ricordo del sacrificio compiuto dai fratelli Cairoli per Roma, un piccolo manufatto in mattoni dove è inserito un ramo secco del mandorlo sotto al quale morì Enrico Cairoli e un cippo dedicato ai militari italiani caduti in tempo di pace.
Una piccola lapide dedicata ai carabinieri morti a Nassiryia nel 2003 è stata collocata nel terreno alle spalle del ramo di mandorlo.
Il 20 ottobre 1867 una settantina di volontari guidati da Enrico e Giovanni Cairoli penetrarono nel territorio pontificio per tentare un atto insurrezionale a Roma. La notte tra il 22 e il 23 si trincerarono in una vigna sul "Monte Cacciarello", una collina ai piedi dei Parioli dominante l'Acqua Acetosa e affacciata sul Tevere, dove vennero assaliti dagli zuavi pontifici e sopraffatti. Enrico cadde, mentre Giovanni, gravemente ferito, morì poco dopo. I superstiti raggiunsero Mentana e si unirono a Garibaldi. La vigna in cui ebbe luogo l'episodio era di proprietà di Vincenzo Glori ed era presidiata da un casale che alla fine del Seicento appariva “come castello che domina l’Acqua Acetosa”. Nei secoli successivi il presidio fortificato fu riadattato a casale agricolo.
L'idea di destinare a verde pubblico la collina cominciò a farsi strada con il Piano Regolatore del 1883. Iniziò così l'esproprio dei terreni e nel 1895, fu inaugurata un'antica colonna in marmo di Pietrasanta eretta a commemorazione dei patrioti caduti nel 1867. Tuttavia non fu intrapreso nessun lavoro di sistemazione a giardino e le aree furono affittate ad uso agricolo. Più tardi, il Comune, rientrato in possesso già nel 1905 di parte del parco, stabilì, con delibera del 23 ottobre 1923, di trasformare l'area in “Parco della Rimembranza” dedicato ai caduti della Grande Guerra. Il progetto del nuovo parco fu affidato a Raffaele de Vico, architetto del Servizio Giardini, che operò in pochissimo tempo: in soli otto mesi creò un giardino gradevole, per passeggiate immerse nel verde mediterraneo di pini, lecci, querce, lauri, aceri, cedri, ippocastani ed ulivi, tutti puntigliosamente allineati a filari.
Il parco fu inaugurato il 18 maggio 1924. Nel 1929 fu avviata la costruzione di tre padiglioni in legno, desinati ad ospitare una colonia estiva che, per la salubrità del luogo, era riservata ai bambini dalla salute precaria. Attualmente il complesso della "Colonia estiva", noto in passato come "Dispensario Marchiafava" ospita la "casa-famiglia" della Caritas, istituita per l'assistenza alle persone con Aids.
Nel 1997, su ideazione della critica d'arte Daniela Fonti, il Comune di Roma ha promosso la costituzione di un parco di scultura contemporanea con un'iniziativa di esposizione permanente intitolata Varcare la soglia, che voleva suggerire la possibilità di sperimentare l'integrazione tra arte e natura, tra luogo della sofferenza e luogo della ricreazione e del riposo. Sono state così collocate opere di Dompè (Meditazione), Mattiacci (Ordine), Mochetti (Arco-laser), Caruso (Portale mediterraneo), Castagna (Monadi), Kounellis (Installazione), Nunzio (Linea), Staccioli (Installazione), che si inseriscono tra i pini e gli spazi aperti della villa, fino a condurre il visitatore a varcare la soglia ed entrare nel "recinto" della struttura di assistenza. Il nucleo originario è stato ulteriormente ampliato nel 2000 con la realizzazione di due nuovi interventi, la Porta del Sole di Giuseppe Uncini e l'Uomo-erba di Paolo Canevari.

(Miriam Comito)




Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. roma arte giardini

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 1/10/2015 alle 6:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
IL CANTO DEGLI ANGELI
post pubblicato in Diario, il 29 luglio 2015
  

Alexey Kondakov

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. arte

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 29/7/2015 alle 12:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SE VENEZIA MUORE
post pubblicato in Settis, Salvatore, il 20 gennaio 2015
  

Venezia senza memoria di sé, Venezia unica e molteplice, nuova Disneyland o luogo simbolo di una relazione uomo-città che sarà in grado di salvare il mondo. Il piccolo libro di Settis riesce nelle pagine di un breve saggio a porre mille interrogativi che, partendo da Venezia, si allargano al senso e alla prospettiva della realtà in cui viviamo. Rapporto tra uomo e natura, tra città e campagna, tra moderno e antico, tra conservazione e riuso, sono tutti temi che il libro pone e che ci restano come motivo di riflessione. 
Settis è anche una miniera di curiosità: apprendiamo che esistono negli Stati Uniti ventisette città col nome Venice, ventidue sono in Brasile e otto in Giappone, che Amburgo, Amsterdam, Stoccolma, Pietroburgo sono dette "Venezie del Nord" mentre non si contano le "Venezie d'Oriente", che Venezuela non vuol dir altro che "piccola Venezia”. La città è copiata, imitata, sognata: innumerevoli sono le ricostruzioni di canali, ponti di Rialto, campanili di San Marco in alberghi, resort, parchi di divertimento in tutto il mondo. Abbiamo il Viaport Venezia ad Istanbul - uno specchio d'acqua con canali, ponticelli e qualche gondola circondato da cinque grattacieli -, finte Venezie nel Qatar e a Dubai, mentre nuove sterminate città della Cina sono progettate e costruite replicando immagini di Venezia. 
Sarà un vantaggio per la città? La sua unicità risulterà vincente ed anzi arricchita dalla molteplicità delle copie che invano tentano di replicare l'originale senza mai riuscirci? Oppure Venezia si perderà dimenticando se stessa, diventerà un fondale svuotato di senso e sarà circondata da una corona di grattacieli, diventando a sua volta emula di Dubai, Istanbul e Hangzhou? 
Settis cita a questo proposito il progetto Aqualta 2060, presentato alla biennale di qualche anno fa dall’architetto belga Julien De Smedt, che prevede una corona di grattacieli su isole artificiali che circondano la città. Possiamo considerare Aqualta 2060 solo una provocazione, ma ben più inquietante è il progetto Palais Lumière, che prevede la costruzione a Marghera di un grattacielo alto 250 metri (150 metri più del campanile di San Marco) che stravolgerebbe lo skyline di Venezia e dell’intera laguna. 
Il progetto Palais Lumière è momentaneamente accantonato, ma le iniziative che brutalmente fanno violenza, giorno dopo giorno, all’ambiente in cui la Serenissima vive non si contano. Emblema di tutte è l’invadenza in laguna delle maxinavi da crociera che solcano il bacino di San Marco a pochi metri dalla riva degli Schiavoni. 
L’ultima biennale ha presentato sull’isola di San Giorgio l’installazione The Sky OverNine Columns di Heinz Mack, nove alti pilastri ricoperti di mosaico d’oro slanciati verso il cielo. Tra un pilastro e l’altro si intravedono il campanile di San Marco, palazzo Ducale e le cupole della basilica marciana. I pilastri dorati richiamano i grattacieli e ne rivendicano la carica innovativa, vogliono dialogare con i mosaici di San Marco, evocano le suggestioni dell’oriente a cui Venezia è legata.
E’ questo dunque che ci aspetta? Le maxinavi continueranno a navigare lungo il canale della Giudecca e avremo grattacieli che svettano dalla laguna? Quando questo avverrà vorrà dire che Venezia ha perso l’enorme ricchezza che ne fa una città senza uguali ed è divenuta straniera a se stessa. Senza neanche accorgersene è morta. 




(Rita Cavallari)









Salvatore Settis, Se Venezia muore, Einaudi, 2014 [ * ]




L'ENIGMA DEI FRARI
post pubblicato in Capalbo, Caterina, il 8 luglio 2014

   


Un libro originalissimo, particolare, che mi ha tanto colpito, nel mio ruolo di lettore con preferenze noir e di cui non posso, per non togliervi la sorpresa, raccontare più del dovuto. Un thriller ambientato in un futuro prossimo, con lo sfondo di una città da favola, Venezia, e una delle sue più belle chiese, la basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari, centro dell’intera vicenda. 
All’inizio non mi aspettavo uno sviluppo della storia così intrigante: man mano che si legge, “L’enigma dei Frari” diventa sempre più avvincente, come un romanzo di uno dei più famosi giallisti (Follett, Christie, Chandler), mantenendo ovviamente le differenze di linguaggio che una vicenda a sfondo artistico conserva rispetto alle trame di questi.
La storia, molto inconsueta, si basa su un fenomeno noto al grande pubblico, e cioè sui sequestri di opere d’arte come bottino di guerra. I vincitori, quando il popolo sottomesso era incapace di reagire, hanno manomesso tesori di arte ricchissimi. Solo in rare occasioni, e per fenomeni quasi casuali, le opere sono tornate al popolo al quale erano state trafugate.
Fin qui la realtà. Ma la fantasia di Caterina Capalbo arriva a concepire altre destinazioni che non sono altrettanto note, ma hanno riscontri reali e quindi i trafugamenti non hanno bisogno di aver luogo in contesti bellici…
Siamo in un’Italia divisa in due parti (oggi si direbbe “macroregioni”), uno stato del Nord (che realizza il sogno della Padania leghista) e uno del Sud, ovviamente dominato da interessi e poteri mafiosi. Lo scenario della storia si sviluppa a partire da tre luoghi: la chiesa dei Frari a Venezia, e il suo parroco don Carlo, costretto a prendere i voti dopo una vicenda che gli aveva spezzato il cuore; un’abbazia del nord Italia, il cui priore, don Saverio, è un altro dei protagonisti; e infine un convento di monache del territorio campano. E anche una villa palladiana che accoglierà un vertice di potenti del malaffare politico. Questi luoghi sono scenario di fatti che costituiranno lo sviluppo dell’intera storia.
I personaggi, positivi e negativi, sono diversi e ben tratteggiati. Non solo i religiosi, operanti nei tre luoghi citati e le figure sbiadite e afflitte del popolo ma anche la gente di potere e i capi mafia. E proprio la figlia di un crudele boss mafioso, Nina, studiosa di arte, viene a contatto con don Carlo nella parte finale della storia, e possiamo considerarla l’eroina del romanzo. Nel suo ruolo di studiosa contribuisce al ritrovamento finale di un grande tesoro individuato nella basilica dei Frari (e da dove, per puro caso e sempre sotto gli occhi di tutti non si è mai mosso!). Intanto oltreoceano si commissionano furti d’arte pari a bottini di guerra, vista l’inerzia e lo svilimento dell’Italia dopo decenni di scelte politiche insensate.
A lettura ultimata mi restano molte curiosità, che certo – a breve termine – costituiranno occasione per una rilettura più attenta. Il libro vale oltre che per l’originalità della storia per tante altre particolarità: l’aver immaginato un’Italia divisa (come in effetti il fenomeno padano-veneto sta producendo); l’aver dedicato l’intero romanzo ad un aspetto – quello del patrimonio artistico italiano – che non pare esser mai stato oggetto di attenzioni narrative e romanzesche; e inoltre una serie di sfumature che si colgono qua e là su come ci si aspetta che sia la vita di un’Italia prossima ventura.
Il libro è già stato presentato nelle biblioteche romane e ne consiglio caldamente a tutti (non solo a coloro che hanno sempre destinato una parte dei propri pensieri alle opere d’arte) la lettura.
Su mio suggerimento, l’autrice, insegnante di storia dell’arte in un prestigioso liceo romano, nella versione e-book ha inserito un’introduzione che spiega le motivazioni narrative e aiuta il lettore a comprendere meglio l’ingranaggio del racconto e le opere d’arte di cui si parla e contiene l’elenco dei personaggi in ordine di apparizione, il che serve a ricordare (e riflettere!).
Vi auguro buona lettura!



(Lavinio Ricciardi)






Caterina Capalbo, L'enigma dei frari, Prospettiva Editrice, 2012 [ * ]


 

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. arte letteratura italiana

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 8/7/2014 alle 10:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
LOG ART
post pubblicato in Angelone, Maria, il 3 febbraio 2014

  

Log-Art è una forma d’arte che – a detta della sua artefice, la napoletana Mariolina Angelone - unisce logos, piacere estetico, ed emozione. Ricetta antica, cuore e intelletto moderno. Ma Log-Art è anche un programma per la vita, per ricominciare a osservare il mondo con occhi diversi attraverso l’arte e la filosofia, il pensiero e l’azione etica. Ancor più: richiamando all’esperienza il rapporto tra matematica e spirito. Una forma complessa che trova traduzione in pensieri, parole e opere d’arte rette da costrutti matematici, oggetti di perfezione dalla natura simbolica, soluzioni umoristiche. Un’esperienza che nella musica ha trovato forse la più viva traduzione nell’opera di Gyorgy Ligeti. Nella fuga dallo sterile razionalismo per contemplare una realtà viva in cui la sfera irrazionale si fonde, nel segno del paradosso e dell’ambiguità, con la perfezione della geometria, molti percepiscono ancora quella fondamentale armonia degli opposti dove la costruzione e decostruzione delle particelle della vita si ricompongono per poi nuovamente dissociarsi. Il non essere dell’Essere comunica un’essenza al di là del contingente che può concepirsi come anima del mondo, o riflesso di un’identità perduta che appartiene all’artista e che ci appartiene. Si percepisce quasi la volontà di aderire ad un’armonia tra le arti, la matematica e la geometria che fu un contrassegno della scienza medievale e poi dell’esoterismo rinascimentale, pur nella consapevolezza antica che in nome dell’aristotelismo prediligeva la superiorità della poesia alla storia. Potrebbe forse tutto ciò apparentarsi a una passione mistica nel senso insieme materiale e spirituale della ricerca dell’Essenza (e che trovò espressione nella sintesi tra Tauler e Lutero, nella filosofia di Jakob Bohme)?

Fin dagli studi in Filosofia Mariolina Angelone si è dedicata alla creazione di opere che hanno rappresentato uno sforzo deciso in direzione di questa forma di arte. Ha prodotto tante opere, lavorato nel silenzio, creduto fermamente nel suo talento. La passione da lei confessata per Velazquez riporta al fascino della visione in bilico tra realtà e virtualità, espressione filosofica e politica della rappresentazione nell’epoca barocca. Ma ci dice anche quanto sia importante per noi oggi cogliere il “non visto” dietro strutture apparentemente chiare e definite. Da qualche tempo ha deciso di rendere note le sue opere dopo anni di silenzio. Un libro, scritto in collaborazione con Giuseppe Savarese può essere di introduzione al tema.



(Pietro Cavara)

 

Mariolina Angelone, Giuseppe Savarese, Log Art, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, 2009





vedi quìquì e quì



Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. arte filosofia

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 3/2/2014 alle 15:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
LA FINESTRA SULL'ABBAZIA
post pubblicato in Limiti, Ezio, il 15 novembre 2013

 


Un libro pieno di fascino e di immagini, degno della professionalità di chi l’ha scritto, un pittore recentemente scomparso; pittore non solo, anche storico e appassionato di letteratura.
Una lettura particolare, di un libro che già all’inizio si rivela come una magica fiaba contemporanea, ambientata negli anni del ‘900, e che si conclude poco dopo la fine dell’ultima guerra mondiale. Lo stile dell’autore ha molto del fiabesco: è affabulante e scorrevole, tanto che il libro si legge con facilità e partecipazione, specie per i lettori che più o meno hanno vissuto quelle vicende storiche.
La storia è un po’ complessa e centrata su tre donne, Dolores, Carmela e Savina, che nel corso degli anni si perdono e si ritrovano piuttosto spesso. Ciascuna delle donne ha una storia e formerà una famiglia, non sempre “regolare”: ma è solo la storia, questa. Ciò che per me è l’asse portante del romanzo è il carattere delle protagoniste, carattere che le porta a gesti non sempre accettabili. Non vado oltre nel raccontare.
Il libro, nel titolo e nella copertina, insiste sul Lazio centro-meridionale, la zona di Priverno e dell’abbazia di Fossanova. La copertina rappresenta uno dei quadri che Artemio, uno dei personaggi, ha dipinto nella sua attività: lo studio di Artemio dava sull’Abbazia di Fossanova, che è sempre al centro dell’azione dei personaggi principali.
Le azioni del libro seguono il corso della Storia, che – ovviamente – influenza abbastanza le vicende dei protagonisti maschili, e di conseguenza anche delle tre donne. Entrano tra queste vicende la guerra civile di Spagna, l’insorgere del Fascismo, la Resistenza e la cacciata dei Tedeschi, l’arrivo delle forze alleate di liberazione.
Ma il romanzo è essenzialmente storia di persone, delle loro vite, delle alternanze di sentimenti ed emozioni che le sconvolgono. Il tutto – come ho detto prima – condito da un’aura fiabesca, e anche, debbo sottolinearlo, da un’ottima resa del “clima” che si avvertiva a quei tempi, sotto l’influsso della guerra e di quanto, ad essa legato, rendeva il vivere di tutti confuso e precario. Tanti episodi raccontati mi hanno ricordato analoghe situazioni della mia vita. 
Il libro è provvisto di una prefazione di Lina Peddio e di una introduzione a cura dell’editore. Entrambe le premesse introducono nel corso del romanzo, ma – a mio avviso – la lettura del libro non traspare in queste due paginette. Un testo che merita proprio l’attenzione di molti lettori, stuzzicandone progressivamente la curiosità con i dettagli della vita dei vari personaggi. Una magica fiaba contemporanea che farà rivivere, a chi si è trovato in situazioni simili, le emozioni personali attraverso quelle dei personaggi.
 



(Lavinio Ricciardi)






Ezio Limiti, La finestra sull'abbazia, Progetto Cultura, 2007 [ * ]





Ezio Limiti, pittore, dal 1936 al 1940 compie gli studi a Roma, presso il Liceo Artistico di Via Ripetta e successivamente frequenta la scuola di nudo all’Accademia di Belle Arti. L’anno dopo s’iscrive alla facoltà di Architettura e, attratto dalle materie umanistiche, segue le lezioni universitarie di Giovanni Gentile e Mario Rivosecchi. Si abilita all’insegnamento di disegno architettonico e di storia dell’arte. Studioso e appassionato di letteratura, soprattutto francese, ha pubblicato nel 2004 con Edizioni Progetto Cultura "Il romanzo di Cyrano" [ * ], trasposizione in forma narrativa della commedia in versi "Cyrano de Bergerac" di Edmond Rostand.

vedi quì

 

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. arte letteratura italiana

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 15/11/2013 alle 8:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
THE ARTIST IS PRESENT
post pubblicato in Diario, il 20 giugno 2013
 

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. arte

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 20/6/2013 alle 16:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L'UOMO IN PIEDI
post pubblicato in Diario, il 19 giugno 2013

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. politica arte turchia

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 19/6/2013 alle 13:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CANI NELLA NOTTE
post pubblicato in Diario, il 14 giugno 2013
 

Renato Guttuso, Cani nella notte, 1973

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. arte cani animali

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 14/6/2013 alle 7:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
THE REFUSAL OF TIME
post pubblicato in Diario, il 13 aprile 2013

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. arte

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 13/4/2013 alle 5:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
UN DISASTRO DIMENTICATO
post pubblicato in Consani, Michelangelo, il 3 aprile 2013

 

L’11 aprile 1991, alle 12.30 circa, davanti al porto petroli di Genova, si verifica un'esplosione a bordo della superpetroliera Amoco Mildford Haven durante un'operazione di travaso di greggio. Tra i trentasei componenti dell'equipaggio si contano cinque morti. Più di 140.000 tonnellate di idrocarburi vengono liberate nell'ambiente: è il più grave disastro ambientale mai avvenuto nel Mediterraneo. Oggi il relitto giace sul fondale marino ad un miglio e mezzo dal porto di Arenzano ad una profondità di 80 metri. * ] [ * ] .
Michelangelo Consani, artista impegnato sui temi ambientali, ha realizzato nel 2011 la mostra "Ancora Ancora la nave in porto – Amoco Milford Haven files", sul disastro della petroliera. Nel 2012 è uscita la monografia "The Caspian Depression. A One Straw Revolution" , con un saggio introduttivo di Serge Latouche, che nasce dalla riflessione sulle tre personali di Consani (oltre ad "Ancora ancora la nave in porto", "La festa è finita", presso lo Spazio Tiboni di Bologna e  "M.H.G. Three Personalities For A New Ecological Memory", presso la Kunstraum Muenchen di Monaco di Baviera). Sulla copertina del libro la curva di Hubbert, che descrive l'esaurimento della fonte energetica fossile del petrolio [ * ].  
 

 


 
vedi quì e quì

 

 

 

 

 
Michelangelo Consani, Matteo Lucchetti (a cura di ), The Caspian Depression. A One Straw Revolution, Kunstverein Publishing, 2012 [ * ]


 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. politica arte economia ecocritica

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 3/4/2013 alle 14:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
PICCOLA BIBLIOGRAFIA AD USO DI DIMISSIONI
post pubblicato in Diario, il 15 febbraio 2013
Un paio di titoli sovvengono spontanei, Roma senza papa di Guido Morselli [ * ], il Celestino V di L'avventura di un povero cristiano di Ignazio Silone e per il futuro forse Mysterium Iniquitatis di Sergio Quinzio [ * ]. Il trono vuoto è anche un simbolo dell'eresia ariana, come si può vedere nei mosaici di San Vitale a Ravenna.

.
LA SPIAGGIA
post pubblicato in Diario, il 14 febbraio 2013
 


Renato Guttuso, 1955

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. arte

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 14/2/2013 alle 14:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
DUE RAGAZZE CHE LEGGONO
post pubblicato in Diario, il 26 gennaio 2013
 


Pablo Picasso, 1934

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. arte

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 26/1/2013 alle 13:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
DONNA SDRAIATA CHE LEGGE
post pubblicato in Diario, il 16 gennaio 2013
 

Pablo Picasso, 1939

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. arte

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 16/1/2013 alle 15:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
LA LETTURA
post pubblicato in Diario, il 10 gennaio 2013
 

Pablo Picasso, 1932




Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. arte

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 10/1/2013 alle 10:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
LA FORMA DELLA CITTA'
post pubblicato in Pasolini, Pier Paolo, il 31 dicembre 2012
 


 
la torre di Chia
stele funeraria o ultimo avamposto della cultura contadina

c'era un camposanto fin dalle fondamenta a destra e a sinistra della via, là dove sorgevano palazzi. La tagliata etrusca lasciava vedere il fondo, sopra svettava la stele della torre di Chia.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. arte cinemadue ecocriticadue

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 31/12/2012 alle 12:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
AI WEWEI PARLA
post pubblicato in Ai, Weiwei, il 10 dicembre 2012
                     

Hans Ulrich Obrist - Questa è una macchina fotografica digitale 
Ai Weiwei - Sì
Hans Ulrich Obrist - E' quella che usi per il tuo blog?
Ai Weiwei - Sì, il blog è davvero un nuovo territorio inesplorato. E' meraviglioso. Puoi parlare direttamente a persone che non conosci. Tu non conosci la loro storia e loro non conoscono la tua. E' un po' come scendere in strada e incontrare una donna ferma all'angolo. Le parli, ti rivolgi a lei direttamente. E poi magari si comincia a litigare, o a fare l'amore.
Hans Ulrich Obrist - Qualcosa di nuovo per te, dunque. Quando hai iniziato?
Ai Weiwei - E' stata una grande società internet a obbligarmi ad aprirlo. Mi hanno detto: "Ah, sei famoso, ti diamo un blog". Non avevo un computer e non avevo mai fatto nulla del genere. "Non ti preoccupare, puoi imparare. Mandiamo qualcuno a insegnarti", mi hanno detto. All'inizio pubblicavo i miei vecchi scritti e i miei lavori, poi ho cominciato a scrivere direttamente sul blog. Ne sono rimasto completamente affascinato. Ieri ho pubblicato dodici post, credo, dopo essere rientrato.
Hans Ulrich Obrist - Ieri sera ?
Ai Weiwei - Sì, dodici post. Si possono pubblicare cento fotografie in un solo post. Spesso mi dicono: "Quante foto in un solo giorno!". Le foto possono essere qualsiasi cosa, di qualsiasi cosa. Credo che di fatto siano informazione, un libero scambio, una soluzione esente da preoccupazioni e responsabilità che riflette molto bene la mia condizione.
Hans Ulrich Obrist - Quante persone visitano il tuo blog?
Ai Weiwei - Adesso un milione e qualche centinaio, più o meno. In un giorno ci sono centomila visitatori.
Hans Ulrich Obrist - Più che a qualsiasi mostra.
Ai Weiwei - Sì, non è mai successo prima. Posso inaugurare una mostra in ogni momento, se voglio. E questo per me è molto importante. Quando creo opere d'arte, faccio un progetto, poi la gente visita il sito per circa mezz'ora. Se sono fortunato realizzerò una bellissima installazione per qualcuno che non conosco in un luogo che non conosco, magari in Olanda, ad Amsterdam. Con il blog invece, nel momento in cui tocco la tastiera, chiunque, che si tratti di una ragazza, di un anziano signore o di un contadino, può leggere il mio post e dire: "Guarda quì, è davvero diverso, questo tipo è pazzesco":
Hans Ulrich Obrist - E' istantaneo?
Ai Weiwei - Sì
Hans Ulrich Obrist - Quindi con questa macchina scatti fotografie tutti i giorni, ovunque ti trovi.
Ai Weiwei - Sì, in qualsiasi situazione. Immagino che la mia fascinazione derivi dal fatto che sono cresciuto in un ambiente dove non esisteva alcuna possibilità di una qualsiasi forma di libertà di espressione. Addirittura, nei momenti peggiori, si poteva arrivare a denunciare il proprio padre o la propria madre se avessero detto qualcosa di sbagliato. Era una situazione molto, molto estrema. Perfino ora, la gente continua a dirmi che dovrei proteggermi, che non dovrei dire così tanto nel mio blog. Ma io credo che ognuno debba fare le cose a modo proprio. Finora, tutto è andato bene. Nel blog parlo spesso delle condizioni di vita della popolazione e di problemi sociali. Credo di essere l'unico a farlo.
Hans Ulrich Obrist - Possiamo vedere il tuo blog?
Ai Weiwei - Posso farti vedere qualche post. Nei blog la vita è reale perchè si tratta della vita di ognuno di noi. La vita consiste nell'utilizzare il tempo. Niente di più. Si tratta di scegliere come usarlo. Mentre uso un po' del mio tempo, ci sono queste altre centomila persone che leggono il mio blog. Ognuno di loro utilizza una piccola quantità del proprio tempo, come faccio io. Molti mi hanno detto: "Ehi, non puoi chiudere il blog. Però stai attento, se ti arrestano noi come facciamo?". E' tutto molto sentimentale: "Abbiamo bisogno di te, il tuo blog è diventato parte della nostra vita". Molto divertente.
Hans Ulrich Obrist - Quindi alla gente interessa davvero.
Ai Weiwei - La gente aspetta. Se non aggiorno il blog le persone aspettano tutta la notte per essere i primi a vedere i nuovi post. Utilizzano una parola particolare per indicare il primo commento: shafa. Il fatto di esserci significa essere un vero fan, e dimostrare di essere realmente interessati a ciò che dico. Quindi, per quanto tardi possa essere quando rientro la sera, pubblico sempre qualche parola.
Hans Ulrich Obrist - Lo fai tutti i giorni?
Ai Weiwei - Non so quando smetterò. forse saranno le autorità a farmi smettere. Una volta sono venuti degli agenti e mi hanno detto: "Ehi, vogliamo denunciare il tuo blog. E' materiale che scotta. Perchè non togli qualche pagina?".
Hans Ulrich Obrist - Lo hai fatto?
Ai Weiwei - Hanno cercato di farmi arrivare a un compromesso, ma in modo molto educato. Ho replicato: "Non vedete che è un gioco? Io faccio la mia parte, voi la vostra. Potete bloccarmi se volete, per voi è facile. Ma io non posso autocensurarmi, mi è stato dato un blog proprio perchè si voleva che mi esprimessi liberamente". Allora ci hanno pensato un po', poi mi hanno richiamato dicendomi: "Vista la situazione politica, abbiamo il massimo rispetto per ciò che stai facendo". Credo che la Cina stia attraversando un momento molto interessante. L'autorità centrale, la sua valenza universale, è scomparsa all'improvviso sotto la spinta di internet, della politica e dell'economia globale. Il web e le sue logiche sono diventati per l'umanità alcuni tra i principali strumenti di liberazione da vecchi valori e sistemi, una cosa che fino ad oggi non è mai stata possibile. Sono assolutamente convinto che la tecnologia abbia creato un nuovo mondo, poichè i nostri cervelli sono programmati, fin dall'inizio, per digerire e assorbire informazioni. E' così che funzioniamo, anche se, di fatto, tutto sta cambiando senza nemmeno che ce ne accorgiamo. La teoria arriva sempre dopo. Comunque questi sono tempi straordinari. 
Hans Ulrich Obrist - Proprio questi?
Ai Weiwei - Penso che questo sia il momento, proprio ora. E' l'inizio. Di che cosa sia il momento ancora non lo sappiamo, forse succederà qualcosa di ancora più incredibile. Però, davvero, vediamo il sole sorgere all'orizzonte. E' stato coperto dalle nuvole per quasi cent'anni. Abbiamo vissuto in condizioni estremamente tristi, eppure riusciamo ancora a sentire calore e i nostri corpi riescono ancora a percepire, nel profondo, un entusiasmo, anche se sappiamo che la morte ci aspetta. Dovremmo non tanto goderci il momento, quanto creare il momento.
Hans Ulrich Obrist - Produrre il momento?
Ai Weiwei - Sì, esattamente. Perchè siamo di fatto parte di una realtà e se non ce ne rendiamo conto siamo degli irresponsabili. Noi siamo una realtà produttiva. Siamo la realtà, una parte di realtà che spinge a produrre altra realtà.
Hans Ulrich Obrist - Forse il blog non rappresenta tanto la realtà, ma piuttosto la produce.
Ai Weiwei - E' vero. E' come un mostro, cresce. Sono convinto che, una volta guardato il mio blog, la gente cominci a vedere il mondo in modo diverso senza nemmeno rendersene conto. E' per questo che i comunisti, fin dall'inizio, hanno censurato praticamente tutto. Sono loro l'unica fonte di propaganda, o per lo meno sono riusciti a esserlo molto efficacemente durante gli ultimi cinquant'anni. Ma con l'apertura della Cina e lo sviluppo mondiale dell'economia non riusciranno a sopravvivere. Per sopravvivere devono, in qualche misura, concedere un certo grado di libertà, che, tuttavia, una volta concesso, sfugge al loro controllo.



Hans Ulrich Obrist - Ho sempre visto il tuo blog come una scultura sociale del ventunesimo secolo; ti vorrei quindi chiedere come hai cominciato, come lo gestisci quotidianamente e come ti pare stia funzionando nel momento attuale.
Ai Weiwei - Il mio blog non è molto diverso da quello di chiunque altro. Ciò che lo contraddistingue è forse la mia attenzione costante ad alcuni temi specifici, a cui io sono particolarmente interessato. Sono temi legati in prevalenza alla questione della libertà di espressione per gli artisti, e alle modalità di espressione dei diritti personali. In una società come quella cinese, qualunque discorso che tocchi i diritti e la libertà di espressione diventa politico, è inevitabile. Quindi, ovviamente, io stesso sono diventato una figura politica. Non ci vedo niente di male, ci è dato di vivere in un momento simile e dobbiamo affrontare i nostri problemi a viso aperto. La ragione precisa per cui il mio blog è sopravvissuto fino a oggi è qualcosa che non sono in grado di sapere. Credo che il pericolo provenga sempre da fonti a noi sconosciute, nel tempo e nello spazio. Dunque non posso fare nessuna ipotesi.
Hans Ulrich Obrist - Ci puoi fare qualche esempio di post recenti sul tuo blog? Mi ricordo che quando sono venuto in Cina l'ultima volta avevi protestato contro il fatto che il governo avesse ridipinto la porta della casa di tua madre, eri andato là e avevi rimesso su la vecchia porta. Sono curioso di sapere cosa stia succedendo ora.
Ai Weiwei - Possiamo prendere in considerazione un paio di esempi, brevemente. Quest'anno è stato, senza dubbio, il più ricco di avvenimenti della Cina. All'inizio dell'anno abbiamo avuto le tempeste di neve, le manifestazioni di Wengan, poi la protesta dei tibetani, il terremoto del Sichuan e infine le Olimpiadi. C'è poi un'altra vicenda che, ovviamente, ho seguito con particolare interesse, quella di Yang Jia. Grazie all'attenzione del blog, questo caso è diventato pubblico, facendo sì che molte persone si interessassero alla revisione critica del sistema giudiziario cinese e sollevassero dubbi sulla legittimità delle procedure. L'esito è stato infelice purtroppo, ma le attuali procedure non potevano che portare a questo risultato. Le ceneri di Yang Jia non sono state ancora rese a sua madre, ed è passato un mese dall'esecuzione. La polizia ha fatto sparire la madre in un istituto per malati mente, sostenendo che soffriva di disturbi psichici e assegnandole un nome falso, Liu Yalin. Tutto questo è successo a Pechino, durante e dopo le Olimpiadi. E' incredibile che un fatto del genere sia avvenuto in Cina. Abbiamo sempre pensato che il Partito comunista cinese fosse corretto, che in Cina non potessero accadere cose simili, ci sembrava semplicemente impossibile, Ma ormai ne ho sentite molte di storie come questa, di gente che fa appello ad autorità superiori o di dissidenti che vengono internati in manicomi. Non avrei mai osato immaginarlo. 
Hans Ulrich Obrist  - Più recentemente, ti sei rivolto a un altro pubblico, quello che ha subito i danni dello scandalo del latte contaminato, nel 2008; mi piacerebbe molto che ci parlassi dell'oggetto che hai portato quì per il Minimarathon Shop. Mi pare che abbia un significato particolare. 
Ai Weiwei - I responsabili dello spazio mi hanno detto che dovevo portare qualcosa. allora ho comprato su internet una confezione di latte in polvere Sanlu. L'ho presa su Taobao, un sito di vendita on-line, e sembra che sia un prodotto destinato agli adulti. Il proprietario lasciava intendere di averne solo dieci sacchetti, e che non poteva venderne più di quattro. Così il prezzo è schizzato: un tipo scaltro, questo venditore, sa fare affari; è molto interessante. E poi stamattina sulla prima pagina del Beijing News c'era scritto che i due presunti colpevoli sono stati processati nella città di Shijiazhuang. Uno di loro è un autista. E' perfino in un caso come questo, che ha colpito più di duecentomila bambini e che ha seriamente minato la credibilità dell'intera società, al governo non è stata attribuita alcuna responsabilità. La colpa ricade su un autista. C'è da morire dal ridere. 
Hans Ulrich Obrist - Tornando al tuo blog, nel nostro ultimo incontro, quando ti ho chiesto se fossi ottimista, mi hai risposto che l'esistenza di internet era la cosa migliore che potesse capitare perchè, in qualche modo, creava una rottura con il vecchio sistema di valori e, al tempo stesso, ne introduceva uno nuovo. 

 

 per il video originale di PSY vedi quì

Hans Ulrich Obrist - E' affascinante quello che hai detto del blog, l'idea che possa essere paragonato all'atto di disegnare.
Ai Weiwei - Il blog è il disegno di oggi. Qualsiasi cosa io dica o scriva sul blog può essere considerata parte del mio lavoro. Fornisce la maggiore quantità possibile di informazioni: mostra interamente il mio ambiente.
Hans Ulrich Obrist - Non ti vedo mai senza la tua macchina fotografica, la usi di continuo per scattare le foto che quotidianamente pubblichi sul blog. Com'è cominciato il blog?

ai weiwei: interlacing at fotomuseum winterthur 

Ai Weiwei - Per caso. La Sina Corporation voleva aprire dei blog per un certo numero di persone. Ho detto loro che non avevo mai usato un computer e che non sapevo come funzionasse. Ma mi hanno risposto :"Ti possiamo insegnare noi". Allora ci ho riflettuto un po', mi sono reso conto che era il modo migliore per avere un contatto diretto con la realtà, oltre che per rendere pubblica la mia vita privata. Mi è parso qualcosa di inedito e quindi ho deciso di provare. Nei primi post ho dichiarato che l'obiettivo del blog era l'esperienza stessa, senza bisogno di uno scopo particolare. Ora che abbiamo questa tecnologia la si può usare direttamente, anche, fino a un certo punto, senza pensarci troppo, senza dovere necessariamente estrarre un significato. E' qualcosa che solo oggi è possibile. Se fosse avvenuto prima, non avremmo visto i disegni di Leonardo da Vinci o di Degas. Avrebbero avuto tutti la macchina fotografica. Credo che il mio blog sia il più ricco di immagini in assoluto; a livello internazionale, nessun altro pubblica così tante foto ogni giorno.

  

Hans Ulrich Obrist - Quante ne scatti?
Ai Weiwei – Da cento a cinquecento al giorno.
Hans Ulrich Obrist - Incredibile!
Ai Weiwei – Abbiamo scattato centinaia di migliaia di foto per il blog.
Hans Ulrich Obrist – Ti ricordi il tuo primo post?
Ai Weiwei – Sì era solo una frase, qualcosa del tipo: “Abbiamo uno scopo per esprimerci, ma la nostra espressione ha già in sé il suo scopo”.
Hans Ulrich Obrist - Quindi era solo questa frase, senza immagini?
Ai Weiwei – Il primo post non conteneva nessuna immagine. All'inizio si esita, si vaglia attentamente, si pensa.
Hans Ulrich Obrist - Quella prima frase è davvero importante, una specie di motto. Era scritta con caratteri grandi?
Ai Weiwei – Sì, si fa fatica a capire perchè si debba comunicare così con gli altri computer. Ci si domanda quale sia il modo migliore per rendere pubblica, attraverso le tecnologie cibernetiche, questa realtà virtuale. E' strano, all'inizio. E' come quando si getta qualcosa in un fiume. Pur sparendo immediatamente alla vista, continua a esistere nell'acqua, e il volume stesso del fiume subisce delle modifiche a seconda di quanti oggetti vi vengano lanciati dentro. Mi pare che il primo giorno del mio blog sia stato il 19 novembre, ormai quasi tre anni fa. Ho già pubblicato più di duecento articoli, interviste e scritti, recensioni e commenti sull'arte, la cultura, la politica, ritagli di giornale e così via. E' stato in assoluto il regalo più interessante che abbia mai ricevuto; per me, ma forse addirittura per la Cina, perchè viviamo in una società che non solo non incoraggia l'espressione delle proprie idee, ma spesso la punisce, come è successo a due generazioni di scrittori. La gente ha paura a mettere qualsiasi cosa per iscritto; qualsiasi parola scritta può venire utilizzata come prova di colpevolezza. Ecco perchè gli intellettuali cinesi sono così cauti ora.

  

Ai Weiwei - Molto tempo dopo, circa due tre anni fa, mi hanno affidato questo blog, che all'inizio non sapevo nemmeno come gestire. Poi mi sono accorto che ci potevo mettere le mie foto, quindi ci ho caricato quasi settantamila foto, almeno cento foto al giorno, che potevano essere condivise da migliaia di persone. Il blog ha già avuto più di quattromila visitatori. E' una cosa meravigliosa internet. Persone a me sconosciute hanno la possibilità di vedere nel dettaglio quello che faccio.
Hans Ulrich Obrist - Nel tuo blog, e nel tuo lavoro, rendi pubbliche molte cose. Hai qualche segreto? Qual è il segreto che custodisci più gelosamente?
Ai Weiwei – Ho la tendenza a svelare i misteri personali. Come ogni essere umano, credo che ci sia un lato segreto sia nella vita sia nella morte, e che sia forte la tentazione di svelare questo segreto, di ammettere che si ha bisogno di coraggio, o di comprensione, per affrontare la vita e la morte. Anche nel momento in cui si cercasse di svelare se stessi, di aprirsi completamente, si rimarrebbe inevitabilmente un mistero, perchè ogni uomo è un mistero. Non riusciremmo mai a capire ciò che siamo. Le nostre azioni, i nostri comportamenti sono fuorvianti, irrilevanti direi.


  Hans Ulrich Obrist, Ai Weiwei parla, Il Saggiatore, 2012 [ * ] [ * ]                                    Ai Weiwei, Il Blog, Johan & Levi, 2012 [ * ]  

            

 



Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. politica arte cina ecocriticadue

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 10/12/2012 alle 14:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L'UOMO CHE DIALOGAVA CON IL COYOTE
post pubblicato in Nicoletti, Martino, il 10 marzo 2012


 
E' in corso a Perugia al Museo civico di Palazzo della Penna fino al 9 aprile la mostra "Beuys e lo sciamano: estasi, rito e arte". Sono esposte le sei lavagne su cui, aiutandosi con disegni, Beuys esplicitò il 4 aprile 1980 durante l'incontro alla Rocca Paolina "Beuys vs Burri" la sua teoria politica. Accompagnano le lavagne dei pannelli esplicativi curati da Martino Nicoletti, la cui interpretazione, affidata più compiutamente al libro di cui stiamo trattando, risulta quanto mai pertinente. Nicoletti è un antropologo, studioso dello sciamanismo, che ha approfondito nel corso di viaggi in Estremo Oriente, in particolare in Nepal. Il racconto autobiografico di come Beuys, abbattuto nei cieli della seconda guerra mondiale, venisse raccolto e curato dai tartari secondo metodi tradizionali entrando in rapporto con la loro cultura, deve essere approssimativo per difetto se, come mostra Nicoletti, già nei disegni della fine degli anni '40 e dei primi anni '50 appare del tutto chiara una conoscenza approfondita della simbologia e della modalità dei rituali sciamanici. Forse Beuys vi era giunto autonomamente, se negli anni '80 sosteneva con l'antropologo Michael Oppitz (autore del documentario "Sciamani del paese dei ciechi") di essere uno "sciamano rovesciato" e che gli sciamani "avevano preso da me tutto". Brevi affermazioni politiche, essenziali come slogan, affiancano e intersecano figure umane e animali, fragili come quelle delle grotte preistoriche, inserite in un tracciato grafico di simboli e linee che ricapitolano, come mostra persuasivamente Nicoletti, la cosmologia e il rituale sciamanico. 

Si hanno figure animali come la lepre, il cigno, il cervo, simboli cosmici come la caldaia (cfr. l'uovo cosmico in Mircea Eliade), il cubo (che rappresenta la società), il cerchio solare, la corda, il bastone pastorale, la leva, la slitta (tramite per l'aldilà). C'è il maschile e il femminile, il recto e l'inverso delle figure come in un riflesso. C'è, immancabile in Beuys, l'elemento energetico, conduttore di calore, vita, elettricità. Sono tutti simboli che richiamano il mondo degli sciamani. Lo sciamano deve poter "morire" per rinascere come tale con dei poteri accresciuti. Lo sciamano vede nell'animale l'incarnazione di uno spirito e tenta di adeguarsi a parlare con esso. La lepre, in rapporto con il tema della nascita, scava gallerie in terra, come l'artista e lo sciamano ne scavano nella mente. Il cigno è simbolo della vita immortale. Il cervo è tramite con le sue corna di metamorfosi. L'inseparabile cappello di feltro ricorda le ferite alla testa protette dal feltro ma anche l'esperienza di morte iniziatica ed è quindi simbolo di elezione. Allude ad un'umanità più evoluta che racchiude quanto di più ancestrale è nell'uomo. Il pensiero politico di Beuys (un appello alla democrazia diretta, alla solidarietà, alla protezione dei valori della vita, alla democratizzazione politico-fiscale del denaro contro il suo monopolio, alla discussione permanente), in rapporto ai primi movimenti verdi, trova quindi base e appoggio più solidi in una prospettiva ancestrale e auratica, che ricomincia dai fondamenti stessi della civilizzazione umana, in cui sempre è presente in una situazione di estrema fragilità una dimensione autoprotettiva.

  
  
(Carlo Verducci)






Martino Nicoletti, L'uomo che dialogava con il coyote, Exorma, 2011 [ * ]







vedi quì

UN'EREDITA' DI AVORIO E AMBRA
post pubblicato in De Waal, Edmund, il 7 marzo 2012

                                                                                                            

The Hare with Amber Eyes. A Hidden Inheritance. E' il titolo originale di questo libro. Una lepre con gli occhi di ambra. Un'eredità nascosta.
Al centro del racconto che c'è una collezione di netsuke, sculture giapponesi così piccole da poterle tenere in mano, con due fori per il passaggio di un cordoncino, usate per fermare astucci o portaoggetti alla cintura del kimono, che è privo di tasche.
Bottoni, dunque, ma bottoni scolpiti da artisti e artigiani in materiali preziosi, bottoni intarsiati, lisciati e rifiniti con la cura che i giapponesi dedicano agli oggetti d'uso d'ogni giorno. Sono 264, collezionati a Parigi da un lontano prozio dell'autore negli anni tra il 1870 e la fine del XIX secolo. Era l'epoca delle giapponeserie, dei paraventi a disegni orientali, dei vasi cinesi a ornamento delle ricche case borghesi. Le piccole sculture destano curiosità e meraviglia. Alcune rappresentano scene di vita quotidiana: l'uomo che intaglia una zucca, la fanciulla che fa il bagno nella vasca, il bottaio che realizza un barile, il monaco con il viso nella ciotola. Poi ci sono gli animali: topi dalla coda sinuosa, la lepre con gli occhi di ambra, la cicala, il polipo, i mitili. Oppure elementi del mondo vegetale: fiori, foglie, frutti. Il netsuke preferito dell'autore è una nespola matura, scolpita in legno di castagno alla fine del '700. La patinatura dà una sensazione di morbidezza, fa piacere stringerla in mano e scorrerla tra le dita, l'autore la porta in tasca con sé come un amuleto nella ricerca di luoghi, carte, ricordi che daranno vita al libro.
Dalla casa del prozio amante dell'arte e amico di Renoir e Degas, la collezione si sposta a Vienna, come dono di nozze, in una vetrinetta di lacca nera. Sarà sistemata nello spogliatoio di Emmy, la trisnonna dell'autore, al piano nobile del palazzo di famiglia, sul Ring, al centro della città.
Siamo agli inizi del Novecento, gli anni della Belle Epoque, nel cuore dell'impero austro- ungarico, sotto lo sguardo paterno dell'imperatore Francesco Giuseppe. Poi l'attentato di Sarajevo, la guerra, il crollo di un mondo, la crisi economica, l'arrivo del nazismo. Il palazzo sul Ring è requisito, gli oggetti preziosi che contiene sono confiscati. I proprietari riescono a fuggire, si disperdono in varie parti del mondo, ed è una fortuna. Altri finirono ad Auschwitz e Mauthausen.
La collezione di netsuke sfugge alla razzia, una cameriera riesce a nasconderla nella sua stanza da letto, all'interno del materasso. La restituirà, al termine della guerra, alla figlia di Emmy. Sono gli unici oggetti rimasti del palazzo sul Ring.
Per un caso del destino le piccole sculture tornano in Giappone, e finiscono poi in Inghilterra, a casa del bisnipote di Emmy.
Al centro del racconto c'è la ricca famiglia Ephrussi, banchieri ebrei originari di Odessa, che hanno costruito la loro ricchezza sul commercio del grano e l'hanno poi radicata nelle grandi metropoli europee, allo stesso modo dei Rothschild, a cui li legano vincoli di parentela.
Al centro del racconto c'è la storia europea dall'Ottocento ai giorni nostri, vista dagli occhi di un ebreo che vive a Odessa, a Parigi, a Vienna. Scorrono sulle pagine del libro i pogrom della Russia zarista, l'affare Dreyfus, la politica di assimilazione portata avanti dagli Absburgo, la tragedia del nazismo.
Al centro dei racconto ci sono i bambini, che guardano con occhi sgranati le figurine dalla patina antica che si possono prendere dalla vetrina di lacca nera, stringere in mano, e disporre sul tappeto, quando si va a salutare la mamma che si prepara per uscire, ma ha sempre il tempo per raccontare una storia ispirata ai netsuke.
I piani della storia si intersecano e si ribaltano, come in un gioco di specchi. I racconti fioriscono e si moltiplicano intorno alla lepre con gli occhi di ambra e alla nespola tenuta in tasca come un amuleto.

 
 
(Rita Cavallari)

 
 
 
 
 
 
Edmund De Waal, Un'eredità di avorio e ambra, Bollati Boringhieri, 2011 [ * ]








vedi quì
JOSEPH BEUYS (I LIKE AMERICA AND AMERICA LIKES ME)
post pubblicato in Diario, il 28 febbraio 2012

Joseph Beuys vuole riproporci in questa azione la scena primaria di quando l’uomo stabilì una vicinanza col cane ancora selvaggio, finendo con l’addomesticarlo. L’uomo è un pastore, figura archetipica per il cane, che resta coinvolto nella sua fascinazione. Il pastore è quasi una divinità, intabarrato nel feltro, col suo lungo bastone euroasiatico. La simbiosi con l’animale è una cura per l’uomo, che infatti arriva al luogo della coabitazione coatta come un ammalato in autoambulanza. Ne emerge il ritratto dell’artista come sciamano, impegnato col coyote in un mutuo rituale di sopravvivenza. Beuys durante il viaggio per andare dal coyote fa il morto avvolto nel feltro. La valenza apotropaica di questo rituale si accompagna al coyote quale trickster, funzionale per una performance in una galleria d’arte. Il coyote è il compagno di giochi infantile, uscito dalla fantasia di una fiaba. L'azione, l'happening erano una caratteristica del movimento Fluxus, di cui Beuys faceva parte. La performance durava una settimana, il video quaranta minuti...

Finita l'azione, con la stessa autoambulanza con cui è venuto, Beuys torna in Europa. 


(Carlo Verducci)



Francesco Pelizzi, Periferie del corpo artistico: l'incontro col coyote, in Mario Perniola (a cura di ), Il pensiero neo-antico: tecniche e possessione nell'arte e nel sapere del mondo contemporaneo, Mimesis, 1995 [ * ]
Caroline Tisdall, Joseph Beuys: Coyote, Schirmer/Mosel, 2008 [ * ]
Martino Nicoletti, L'uomo che dialogava con il coyote, Exorma, 2011 [ * ]





vedi quì e quì


 


 

Sfoglia febbraio        aprile