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VITE E DETTI DI MAOMETTO
post pubblicato in Diario, il 16 ottobre 2014
 

Le fondamenta religiose dell’Islam sono due: Il Corano (di cui raccomando la bellissima traduzione di Ida Zilio-Grandi, con introduzione di Alberto Ventura, Mondadori); e i Detti (Hadith) di Maometto, in uscita nella raccolta Vite e detti di Maometto (con eccellente introduzione di Alberto Ventura, a cura di Rainer Brunner, traduzione di Massimo Laria, I Meridiani, Mondadori). Sono due testi opposti e complementari. Il Corano è la parola di Dio, che l’arcangelo Gabriele riferisce a Maometto. Gli Hadith, o «conversazioni» sono le parole di Maometto confidate a antichi fedeli, e da questi ad altri fedeli, fino alla metà dell’XI secolo. Degli Hadith esistono innumerevoli raccolte; e Rainer Brunner ne ha scelto una delle più importanti, il Sahih di al-Bukhari, nato a Bukhara nell’810 e morto a Samarcanda nell’871. 
La differenza di tono tra il Corano e i Detti è grande: Il Corano è lirico, apocalittico, folgorante, pieno di balzi, di scorci e di omissioni; è oscuro e si compiace delle proprie tenebre. I Detti ampliano e dilatano il Corano, trasformando la sua follia in una forma narrativa, che assomiglia al testo dell’Antico Testamento, il quale ha modellato l’immaginazione islamica. 
Altre parti, forse più diffuse, dei Detti, discendono dai Vangeli: ne imitano la semplicità, molte parabole essenziali, alcune sentenze e il Padre nostro: «O Dio, sei il mio Signore, non c’è altro Dio all’infuori di Te. Tu mi hai creato, e io sono il tuo servo, rispetterò il tuo patto e la tua promessa, fino a che potrò. Mi rifugio in Te dal male che ho commesso, riconosco il favore che Tu mi hai elargito e riconosco il mio peccato. Perdonami, perché nessuno all’infuori di Te può perdonare i peccati». 
Dio possedeva un trono, sul quale sedeva; e il Libro, cioè il Corano, o per meglio dire l’archetipo celeste del Corano. Il testo, che noi oggi conosciamo, non era definitivo: aveva varianti, forme diverse e molteplici; chi cercò il testo lo raccolse da steli di palma, lastre di pietra bianca e dalla memoria degli uomini. Il Corano era stato rivelato a Maometto nel corso di una unica notte, detta «notte del destino», dove il destino rappresenta il decreto immutabile di Dio. Poi la parola divina si era dispiegata nel tempo: Dio l’aveva rivelata al profeta nel corso di 23 anni, lampi dopo lampi, sura dopo sura. Un tempo, il mondo non esisteva: Dio era un tesoro nascosto, celato nelle profondità del proprio mistero, sconosciuto persino a sé stesso, avvolto nella tenebra. 
Quando Dio volle conoscersi, creò il mondo. Ora, tutto ciò che noi vediamo, è una immagine di lui. La sterminata regione dei corpi, gli alberi, gli uomini, le luci, le ombre, sono sembianze del suo unico volto. Dio è il prato dove brucano le gazzelle, il tempio dove vengono venerati gli idoli, la pietra dove è stata scritta la legge mosaica, il chiostro dove si rifugia il monaco cristiano, la Ka’ba dove si prostra il pellegrino, il canto ispirato a Maometto. Ma Allah non si è incarnato come il Dio cristiano. Egli è soltanto «entrato» nelle forme create, come un’immagine «entra» e si riflette dentro uno specchio. Chi contempla le cose, non conosce la luce divina: la conosce deformata e trasformata. Il nostro mondo è l’ombra rispetto alla persona, la figura specchiata rispetto all’immagine, il frutto rispetto all’albero. Così il credente che si slancia verso le forme create per conoscere Dio, incontra la delusione, giacché il mondo è un velo che ci nasconde il suo volto. 
Le fasi della creazione islamica sono diverse rispetto a quelle bibliche. Il sabato, il Dio dell’Islam creò la terra, e la domenica i monti, e il lunedì gli alberi, il martedì il male, e il mercoledì la luce. Il giovedì distribuì gli animali sulla terra e infine creò Adamo. Ci sono due differenze essenziali: il primo giorno, il Dio della Bibbia creò la luce: fonte di ogni essere. Inoltre non c’è nessun passo, nell’Antico Testamento, in cui Dio creò il male, il male come forma unica e assoluta. Ma una differenza successiva è data dal fatto che i diavoli islamici pronunciano la Sua interpretazione del Corano: esaltano Dio: «Non c’è altro che lui, il vivo, il sussistente»; e quindi tornano a far parte dell’essenza positiva della creazione. 
Sia nel Corano sia nei Detti, Dio disse agli angeli: «Io metterò sulla terra un mio vicario», cioè Adamo. Allora gli angeli risposero: «Metterai sulla terra chi vi apporterà la corruzione e spargerà il sangue, mentre noi innalziamo la Tua lode e glorifichiamo la Tua santità», Dio rispose: «Io so ciò che voi non sapete». Poi ordinò agli angeli di prosternarsi davanti ad Adamo. Tutti si prosternarono, tranne Iblis, che incarnò due aspetti opposti della manifestazione angelica: era l’unico miscredente, perché non obbediva, ma era anche devoto e fedele a Dio, perché sapeva che bisognava prosternarsi solo davanti a Dio. 
Nella Bibbia, la creazione di Adamo sembra istantanea: Dio prende la polvere dalla terra, vi soffia l’alito di vita; e l’uomo è subito un essere vivente, che passeggia nel giardino dell’Eden. Nell’Islam, tutto avviene molto lentamente. Con l’argilla colorata fornitagli dall’angelo della morte, Dio forma Adamo e l’abbandona. Nessuno, né angeli né demoni, aveva mai visto una figura così gigantesca. Per quarant’anni, il suo corpo immenso e vuoto giace disteso al suolo: l’argilla diventa secca come un ramo di palma abbandonata nel deserto, e dà un suono cupo; l’angelo del male entra nella bocca del corpo vuoto e l’esplora. Alla fine Dio ordina all’anima di entrare nelle membra distese. L’anima si insinua nella gola e, dovunque arriva, l’argilla, la polvere, il fango diventano ossa, nervi, vene, carne, pelle: quando arriva al capo, Adamo starnutisce e dice: «Lode a Dio!». 
Poi Dio gli insegna una scienza segreta, che non aveva insegnato agli angeli. Insegna al gigante d’argilla il nome dei demoni e delle fate che si trovano sulla terra, dei quadrupedi che stanno nel mare e fuori dal mare, degli animali che pascolano, che brucano, camminano, volano: il nome delle cose secche e delle cose umide, delle cose leggere e delle cose pesanti; dell’inverno, dell’estate, del cielo, della terra, della montagna, della pianura e del deserto. 
Quando l’angelo del male tenta Adamo ed Eva, essi mangiano il frutto dell’albero della vita e dell’eternità. In quel momento, dice un dotto islamico, «la loro pelle si staccò dal corpo, e la carne rimase allo scoperto, come ora la nostra. La pelle che Adamo ha in paradiso è simile alle nostre unghie: quando si stacca, rimane soltanto sulle punte delle dita quel poco che noi abbiamo. Così ogni volta che Adamo ed Eva guardano le unghie delle loro dita, ricordano il paradiso e tutte le sue delizie». Adamo viene gettato nell’Hindustan: Eva presso la Mecca; il serpente a Isfahan. Adamo comprende la propria colpa: capisce di aver peccato contro Allah; si getta in adorazione, con il viso contro la terra, e piange. Le lacrime scendono dagli occhi come ruscelli, calano a valle e fanno crescere gli alberi e gli arbusti medicinali. Nella Genesi, la tragedia rimane miracolosamente inespressa: appena un gesto rivela la colpa: nessuna lacrima viene versata; il volto di Adamo e di Eva rimane asciutto come in una scultura romanica. 
Cento anni più tardi, Allah — il Benigno, il Misericordioso — perdona Adamo: questa volta le lacrime di gioia, toccando terra, generano il narciso, l’amaranto e tutti i fiori della pianura. Poi Adamo comincia la sua vita di lavoro e di pena. Nella Genesi, gettato e abbandonato sulla terra, trae ogni risorsa da sé stesso: «Col sudore della fronte, lavora i campi pieni di spini e di triboli, cerca l’erba dei campi, semina il grano, prepara il pane». Nella leggenda islamica, Adamo non è mai solo: le mani soccorrevoli di Allah gli inviano gli angeli, per aiutarlo e educarlo. Gabriele scende dal cielo: insegna ad Adamo a trarre il ferro dalla pietra, a costruire gli attrezzi agricoli, a seminare, a trasformare il grano in farina, a costruire un forno di ferro e a fare il pane. Infine — ultimo dono — gli porta dal cielo il bue da lavoro. 
Malgrado questo fitto battere di ali angeliche, la conclusione è tragica, come nella tradizione ebraica. Sulle porte dell’Eden, Dio dispone i cherubini; e la «fiamma della spada guizzante» terrà per sempre lontani gli uomini dall’albero della vita, fino a quando altri angeli annunceranno la Gerusalemme celeste e nuovi alberi della vita. 
Allah non ha bisogno della spada guizzante dei cherubini. Fino ad allora, Adamo sfiorava con la testa il primo cielo, e discorreva con gli angeli. Dio manda Gabriele, che muove lievemente l’ala sul capo di Adamo, e riduce la sua statura a novanta metri. Adamo piange, perché non può più ascoltare la voce degli angeli. Gabriele gli parla: «Dio ti saluta e ti dice: “Ho fatto di questo mondo una prigione per te; e ho diminuito la tua statura finché tu vivessi in carcere”». Quali siano le differenti traduzioni culturali, l’eredità ebraico-cristiano-islamica è unanime. Questa terra è un carcere. Se vogliamo conoscere altre voci e visioni, dobbiamo ascoltare la musica celeste o contemplare le luminose rivelazioni ultraterrene, che di tempo in tempo vengono a interrompere la fitta tenebra della nostra prigione. 
Non c’è bisogno di ricordare chi sia Dio. Dio è l’unico: «Non c’è altri che Lui, il Vivente e il Sussistente». E sebbene esistano Gesù, Maria e lo Spirito, nessuno di loro è veramente un uno; e la Trinità è una parola vuota. Dio è geloso. Se scorge il cipresso levarsi verso il cielo, fiero della sua grazia, lo abbatte al suolo. Appena il sole raggiunge lo zenit, lo precipita nella bassura del tramonto; e se il disco lunare risplende nella sua pienezza, gli impone di decrescere. Egli non sopporta che dedichiamo ad altri — padri e figli, mogli e mariti — una parte del nostro amore: così dicevano anche i Vangeli. Eppure, gli Hadith sollevano dubbi: fino al dubbio estremo: «L’Inviato di Dio ha detto: “Gli uomini continueranno a porsi domande a vicenda, fino al punto che diranno: Questo è Dio, il Creatore di ogni cosa. Ma chi ha creato Dio?”». 
La seconda verità non è meno evidente. «Quando Dio terminò la creazione, scrisse nel Suo libro scrivendo su Sé stesso: “La mia clemenza precede la mia ira”». E la clemenza è il dono che l’Islam originario oppone a tutte le altre religioni. Un arabo incontrò un dotto ebreo e gli disse: «Dimmi qualcosa della tua religione». L’ebreo rispose: «Non sarai della nostra religione fino a che non ti prenderai parte dell’ira di Dio». L’arabo rispose: «L’ira di Dio è l’unica cosa da cui rifuggo». Poi l’arabo incontrò un dotto cristiano, e gli pose la stessa domanda. Il cristiano rispose: «Non sarai cristiano fino a che non prenderai la tua parte nella maledizione di Dio». L’arabo rispose: «Non sopporto la maledizione di Dio». Gli Hadith non fanno che sottolineare, sino all’infinito, questa inaudita clemenza. «Se un mio servo ha l’intenzione di compiere una buona azione, ma non la compie, contategliela — disse Dio agli angeli — come una buona azione, e se ne compie una, attribuitegli da dieci a settecento buone azioni». Questo Dio clementissimo sta accanto a noi e ci ama. Lo crediamo perduto nella distanza dei cieli, difeso da settantamila cortine di luce e di tenebra; mentre egli ci è più vicino delle vene del nostro collo, del nostro respiro, della nostra immagine riflessa allo specchio. 
La prima grande figura della storia islamica è Abramo, ereditato dalla Genesi . Nei Detti , Abramo portò Ismaele, il figlio avuto da Agar, alla Mecca, nel luogo della futura Ka’ba, e poi fuggì. Tutto, attorno, era senza acqua e disabitato. Apparve un angelo, smosse la terra con il tallone, fino a quando uscì l’acqua. Agar la versò in un otre. Poi l’angelo le disse: «Non abbiate paura di morire, perché qui Abramo e Ismaele costruiranno la casa di Dio». Quando Abramo ritornò, Ismaele stava temperando una freccia sotto un grande albero vicino al pozzo di Zamzan. Abramo gli chiese: «Mi aiuterai?» «Sì, ti aiuterò», rispose Ismaele. Abramo disse: «Dio mi ha ordinato di costruire una casa in questo luogo». I due cominciarono a lavorare: Ismaele passava le pietre ad Abramo, ed Abramo edificava. Quando la Ka’ba fu eretta, Abramo ed Ismaele cantarono come nel Corano : «Accettalo da noi, Signore nostro. Tu sei colui che ascolta e colui che sa, Signore nostro. Rendici sottomessi a Te, e mostra i tuoi riti. Tu sei l’Indulgente, il Compassionevole». 
Nei Detti , Gesù appare in un sogno di Maometto, mentre corre attorno alla pietra nera della Ka’ba. «Vidi apparire — disse Maometto — un uomo di carnagione scura, la più bella che si possa vedere tra gli uomini, con la chioma che gli ricadeva sulle spalle. Aveva i capelli lisci, e dalla testa gli scendevano gocce d’acqua». Non era figlio di Dio, come pretendevano i cristiani, ma dell’angelo e di Maria: era un profeta, e annunciava Maometto, l’ultimo dei profeti. Il Corano aveva detto: «Dio gli insegnerà il libro e la saggezza e la Torah e il Vangelo, e lo invierà come Suo messaggero ai figli di Israele, ai quali egli dirà: “Io vi porto un segno da parte del Vostro Signore, vi creerò dall’argilla come una figura d’uccello, e poi vi soffierò sopra e sarà un uccello vivente; e inoltre guarirò, con il permesso di Dio, il cieco nato e il lebbroso, e risusciterò i morti”». Ma, nei Detti , risuona la critica di Maometto verso il proprio predecessore. «Non lodatemi oltre misura, come hanno fatto i cristiani con il figlio di Maria. Io sono soltanto il Servo di Dio». 
Passati i quarant’anni, Maometto ebbe le prime visioni. La notte gli compariva in sogno una figura enorme e sconosciuta, che con la testa toccava il cielo e con i piedi la terra, e si avvicinava per afferrarlo. Durante il giorno, mentre camminava per la campagna, sentiva delle voci uscire dai sassi, dai muri e dai ventri degli animali: voci che gli dicevano: «Salute, o apostolo di Dio». Il divino gli si presentava come l’esperienza del tremendo: una forza che non aveva nome, che poteva venire da tutte le parti, che non aveva nulla a che fare col bene, che era solo contraddistinta dalla propria potenza, irrompeva sopra di lui, lo afferrava, lo dominava, e voleva soggezione senza limiti. Era sconvolto da brividi di freddo o si copriva di sudore: strani suoni di campana o fruscii di lontane ali celestiali o fragori gli risuonavano nella mente, e restava a terra senza coscienza. 
Come confessò più tardi, gli sembrava che qualcuno infinitamente possente gli stesse strappando l’anima a pezzi. Diventò inquieto: temeva di impazzire o di essere posseduto da un demone: «O Khadija — disse alla vecchia moglie — temo di diventare pazzo». «Perché?» gli domandò lei. «Sento in me i segni degli indemoniati: voci misteriose per le strade, figure enormi nel sonno». Khadija gli rispose: «O Maometto, non inquietarti. Con le qualità che hai, tu che non adori gli idoli, tu che ti astieni dal vino e dal vizio, che fuggi dalla menzogna, che pratichi la probità, la generosità e la carità, non hai nulla da temere. Dio non ti lascerà cadere sotto il potere dei demoni». 
Spesso Maometto lasciava la città, e saliva in una caverna sulle colline di Al-Hira, passando le notti nella meditazione e nell’adorazione, come un monaco cristiano. Una notte, mentre stava dormendo, la figura enorme dei primi incubi gli si presentò di nuovo in sogno. Aveva in mano un copriletto di broccato: sopra c’era scritto qualcosa. Gli disse: «Leggi». Maometto rispose: «Cosa mai devo leggere?». La figura lo strinse con tanta forza che Maometto pensò di morire. Tre volte gli impose: «Leggi!»; tre volte Maometto rifiutò; finché, soltanto per liberarsi, disse di nuovo: «Cosa devo dunque leggere?». L’altro rispose: «Leggi in nome del tuo Signore che ha creato,/ ha creato l’uomo da un grumo di sangue./ Leggi! Il tuo Signore è il Generosissimo,/ ha insegnato l’uso del calamo,/ ha insegnato all’uomo quello che non sapeva». Secondo la tradizione islamica, erano i primi versi del Corano . 
Maometto lesse, e la figura si allontanò da lui. Quando si svegliò, le parole erano scritte nel suo cuore. Aveva ripetuto l’esperienza di Ezechiele e di Giovanni nell’Apocalisse. Qualcuno gli aveva imposto con la violenza uno scritto vergato in un altro mondo: Ezechiele e Giovanni l’avevano ingoiato; lui l’aveva fatto diventare parte del cuore e del corpo. Soltanto attraverso questa totale appropriazione fisica, la rilevazione celeste era divenuta Apocalisse, e ora sarebbe divenuta Corano . Ezechiele e Giovanni avevano accettato senza timore il libro dal sapore dolce-amaro, certi del suo carattere sacro. Più dubbioso, inquieto e consapevole dell’ambiguità della parola ispirata, Maometto non osava accettare la rivelazione. Temeva di essere un «poeta estatico» o un «uomo posseduto»: uno di quei kahin, che in Arabia profetavano ispirati dai demoni. 
Travolto dall’angoscia, avrebbe voluto uccidersi, e cercò di precipitarsi dalla collina. In quel momento, udì una voce dal cielo. Girò la testa, e scorse l’angelo Gabriele, con i piedi a cavalcioni sull’orizzonte, che diceva: «O Maometto, tu sei l’apostolo di Dio e io sono Gabriele!». Rimase stupito: girò la faccia dall’altra parte, e verso qualunque luogo del cielo guardasse, dovunque spingesse gli occhi ansiosi, scorgeva il corpo del grande angelo: forse il corpo di Dio. Gabriele lo prese dolcemente tra le ali, in modo che non potesse muoversi, e gli ripeté: «Non temere, tu sei il profeta di Dio, e io sono Gabriele, l’angelo di Dio». 
Maometto discese dalla collina: tremava in tutto il corpo per il terrore della rivelazione, ma ripeteva tra sé le frasi di Gabriele, le prime frasi di quello che sarebbe diventato il suo libro, che cominciavano a rassicurarlo. Tornò a casa, raccontò la visione a Khadija, e le disse le parole dell’angelo. Poi fu ancora colto dal freddo e chinò la testa chiedendo: «Coprimi! Coprimi!». La moglie lo avvolse in un mantello, e lui si addormentò al suolo, come un bambino terrorizzato. Khadija andò da un vicino. Mentre Maometto dormiva, Gabriele entrò nella casa e gli parlò: «Alzati, tu che sei coperto con un mantello». Maometto si risvegliò e rispose: «Eccomi, che debbo fare?». E Gabriele: «Alzati e avverti gli uomini e chiamali a Dio». Maometto gettò via il mantello e si alzò. Quando la moglie tornò, gli disse: «Perché non dormi, e non ti riposi?». Maometto rispose: «Il mio sonno e il mio riposo sono finiti: Gabriele è tornato, e mi ha ordinato di trasmettere il messaggio di Dio agli uomini». 
Il ritratto, che i Detti lasciano di Maometto, è meno soave del ritratto di Gesù. «Egli era di statura media, né alto né basso, di carnagione chiara, né troppo pallida né scura, i capelli non erano ricci, né lisci e cadenti. Aveva un cappello roso: era diventato così per via del profumo». La cosa essenziale che distingue Maometto da tutti i profeti, è che egli è il profeta definitivo: l’ultimo rispetto ad Adamo, Mosè, Abramo, Gesù; il sigillo dei profeti; sebbene quel sigillo fosse, in primo luogo, un neo pelosissimo sulla spalla. È incerto se egli fosse il profeta di tutte la nazioni, o il profeta di una comunità sola: quella araba? Quando chiede di essere accolto in cielo, il Signore gli accorda il permesso. Maometto cade prostrato davanti a Dio, che gli dice: «Solleva la testa. Parla, e sarai ascoltato: domanda, e ti sarà dato: intercedi e la tua intercessione sarà accolta»; parole che discendono direttamente da quella che è, forse, la parola fondamentale dei Vangeli. 
Come Gesù, il Gesù dei Vangeli e del Corano , Maometto possiede rivelazioni, successive alla rivelazione fondamentale. Ha visioni. Fa miracoli, sebbene con qualche incertezza. Rispetto a Gesù, anche al Gesù coranico, egli è assai più umano. Ride, mentre Gesù non ride mai: combatte; uccide, commercia; chiacchera; seduce e si fa sedurre nel suo gineceo; rispetta l’autorità, ed egli stesso è un’autorità; come i Cesare, i Cosroe e i Negus, mentre per Gesù qualsiasi autorità è una parola vuota. 
Ama le cose facili, mentre Gesù sceglie la via difficile e ardua: ama le cose limitate, moderate, flessibili, mentre i Vangeli coltivano l’eccesso anche nelle apparenze umili e puerili. Così si comprende la profonda differenza che corre nei rapporti tra i cristiani e gli islamici e il loro Signore. Un mercante e un beduino arabi del VII secolo si sentono prossimi a Maometto, che per loro è come un fratello maggiore: mentre un cristiano delle origini o un monaco medioevale coltivano nell’umiltà e nell’incarnazione del loro Dio l’ombra di una distanza vertiginosa. 



(Pietro Citati)







Vite e Detti di Maometto, Mondadori, 2014 [ * ]

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L'ASSEDIO DELLA MECCA
post pubblicato in Trofimov, Yaroslav, il 12 luglio 2014
  

Alì Agca, nel clima arroventato di accuse agli Stati Uniti e all'Occidente di essere dietro l'occupazione della Mecca del 20 novembre 1979, sulla scia di analoghe intimazioni rivolte da Khomeini, nella libertà riacquistata dopo essere evaso dal carcere di massima sicurezza il 24 novembre, in una lettera di alcuni giorni dopo al giornale Milliyet, coinvolse nel complotto Giovanni Paolo II, atteso in Turchia in visita dal 28 al 30 novembre, preannunciandone l'assassinio. E un 20 luglio del 1983 era la data in cui scadeva l'ultimatum per la sua liberazione (cfr. [ * ]).
All'opposto non mancò chi successivamente ai massimi livelli in ambito saudita accusò Mosca di essere dietro la rivolta. Erano gli anni in cui l'Etiopia e lo Yemen del Sud erano marxisti e dal dicembre 1979 le truppe sovietiche entravano in Afghanistan portando una minaccia al Golfo Persico. Ed è da notare la coincidenza che i diplomatici americani prigionieri nell'ambasciata di Teheran venissero liberati il 20 gennaio 1981, alcuni minuti dopo l'insediamento di Ronald Reagan alla presidenza.
Il movimento eversivo di Juhayman aveva forse non casuali analogie con altri movimenti rivoluzionari in Occidente: "stranamente simili agli hippies ocidentali, si facevano crescere barba e capelli, e imbrattavano con inchiostro nero l'effigie del re sulle banconote che passavano tra le loro mani. Considerando illegittimo lo stato saudita, distrussero anche le loro carte d'identità emesse dal governo, che nel regno è obbligatorio portare con sè. [...] Anche se molti adepti avevano una casa propria, Juhayman istituì dei quartieri con le caratteristiche della comune in città come Riyad, Medina e La Mecca". Anche le accuse rivolte al regime saudita, seppure in veste religiosa, avevano qualcosa di familiare nell'attacco alla televisione, al consumismo, all'americanizzazione dei costumi dovuti alla rapidissima crescita economica grazie alle entrate del petrolio. E il principe Fahd non mancò di fare un accostamento con il massacro della Guyana
Così sembra che dall' assedio della Mecca parta il Jihad contemporaneo secondo una linea che porta all'Afghanistan e ad Al Qaeda. Nelle parole di Bin Laden "gli uomini che avevano preso La Mecca erano veri musulmani che erano innocenti di ogni crimine e che erano stati uccisi spietatamente" (cfr. [ * ], pag. 73).



(Carlo Verducci)







Yaroslav Trofimov, L'assedio della Mecca, Newton Compton, 2008 [ * ]


MAKKAH
post pubblicato in Diario, il 9 luglio 2014

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CITTA' DI SALE
post pubblicato in Munif, 'Abd al-Rahman, il 9 luglio 2014

 


 
Immaginiamo una terra sterminata e desertica con sabbie e pietraie senza fine in cui si aprono piccole oasi verdi, ciuffi di palme, un pozzo, orti e frutteti striminziti che combattono una lotta quotidiana contro la natura ostile. Immaginiamo una popolazione che vive un’esistenza aspra e rude con lo spettro quotidiano della fame, legata alla terra ed anche alla necessità di scambiare merci con paesi lontanissimi, merci indispensabili alla sopravvivenza. Immaginiamo che la vita scorra sempre uguale da tempo immemorabile con certezze millenarie e il richiamo del muezzin che cinque volte al giorno invita alla preghiera.
E’ l’Arabia fino alla prima metà del ventesimo secolo. Dopo, a seguito del contratto tra il regno saudita e la Standard Oil of California, sono arrivate le ricerche petrolifere, i pozzi di idrocarburi, gli oleodotti.
Dal settimo secolo della nostra era, corrispondente agli anni trenta del calendario musulmano, dal momento in cui la capitale dell’Islam fu trasferita da Medina a Kufa e poi a Damasco e a Bagdad, l’Arabia perse il ruolo di potenza politica e rimase in una posizione marginale rispetto all’immensa dominazione che si estendeva dalla Persia all’India e dalla Spagna all’Egitto attraverso i paesi del Magreb. L’Arabia restava il centro religioso dell’Islam perché ospitava le città sante di Mecca e Medina e la Mecca era il luogo del pellegrinaggio prescritto dal Corano, ma il potere politico, dopo lo spostamento della capitale, era inesistente. L’espansione dell’Islam era stata in pratica una vera migrazione armata, resa possibile dalla teocrazia fondata da Maometto. Ma usciti dai confini della penisola arabica, conquistate le ricchezze del mondo mediterraneo e orientale, i guerrieri islamici lasciarono al suo destino l’Arabia e i suoi deserti abitati dalle tribù nomadi.
Nel romanzo di Munif ambientato all’inizio dello sfruttamento petrolifero, Wadi al-Uyùn è una piccola oasi abitata da beduini che sorge verde e incontaminata in mezzo al deserto. La sua vita si basa sui ritmi della natura e sulla fede nella forza divina che regola il mondo. Fino al giorno in cui gli stranieri stravolgono il territorio ed insieme la vita di uomini donne alberi animali e cose.
La compagnia petrolifera, con la connivenza delle classi dominanti arabe, impone la tecnologia legata all’estrazione del petrolio, distrugge il territorio, viola usi e costumi antichi di secoli, disegna un nuovo paesaggio fatto di mostri metallici, torri coronate di fuoco e tubazioni senza fine. Le coste fino ad allora incontaminate sono meta di navi che vomitano apparecchiature mastodontiche e macchinari terrificanti. Oltre a donne quasi nude o forse demoni che vogliono rubare agli uomini la loro anima.
Uomini donne e bambini vengono sradicati dal mondo in cui sono abituati a vivere e sbalzati in una realtà nuova che non comprendono e rifiutano radicalmente. Il loro modo di vivere perde significato ed assistono impotenti al crollo delle certezze e della loro stessa identità.
L’Arabia acquista con la ricchezza il ruolo di grande potenza politica ed insieme perde una parte di vita che molti arabi sentono come insostituibile.
Tutto questo è descritto nel libro di Munif, uno dei più importanti scrittori del mondo islamico.



(Rita Cavallari)

 






Abd al-Rahman Munif, Città di sale, Baldini Castoldi Dalai, 2007 [ * ]
 




vedi quì e quì


IL CIELO STELLATO SOPRA DI ME IL PETROLIO SOTTO DI ME
post pubblicato in Cavallari, Rita, il 24 giugno 2014

L’Arabia è un territorio immenso, da cui origina il termine “arabo”. Ma il regno saudita, famoso in passato per il re Ibn Saud (parlo di quello degli anni ’60; forse anche l’attuale ha lo stesso nome, che in arabo significa “figlio di Saud”), è noto solo agli appassionati di geografia. E’ immenso e si estende tra il Mar Rosso (ad Ovest) e il Mare arabico a nord est. Confina a nord con Giordania e Iraq, a est con il Kuwait e gli Emirati, a sud con Oman e Yemen, e ad Ovest col Mar Rosso, come detto.
Il resto è bene apprenderlo dal libro di Rita. La sua lettura è veramente appassionante – per tutti coloro che amano l’esplorazione di un paese – e soprattutto divertente. Il libro è anche corredato da fotografie locali, che consentono di visualizzare alcune delle osservazioni di una visitatrice attenta come è stata Rita.
L’indice del libro (non incluso in questa edizione) comprende sette capitoli, che parlano degli aspetti più importanti della città che Rita ha visitato (Gedda, Jeddah per gli Arabi) e tutti molto esaustivi per il lettore interessato a conoscere l’Arabia. Dopo aver descritto l’arrivo, e il luogo dove ha vissuto sul posto (un Compound, configurabile come un rione di una città, ma completamente autonomo dal resto e forse riservato ai non residenti), l’autrice si sofferma su un grande magazzino (cosiddetto Mall, all’americana), sull’immensa e sconfinata spiaggia (La Corniche, termine usato anche nel libro “Scintille” di Gad Lerner per nominare la spiaggia di Beirut), e su un grande albergo.
Negli ultimi due capitoli si parla di una tipica giornata saudita, e dell’immenso deserto.
Ho cercato di fare un breve riassunto del contenuto del libro, senza entrare in dettagli. Proprio nei dettagli sta la bellezza del libro, per chi lo legge. E’ una magica guida turistica di una altrettanto magica visitatrice. Sebbene l’Arabia non accolga i turisti, e Rita abbia potuto approfittare del permesso come parente di persona residente a Jeddah, il libro è delizioso (a cominciare dal titolo) in quanto racconta cose che – come turisti naturali – non potremo mai vedere. E proprio per questa ragione va letto ed assaporato, come ho fatto io e come può fare chiunque di voi riesca a procurarsi, con l’aiuto della nostra Biblioteca e del nostro Circolo di lettura, una copia.




(Lavinio Ricciardi)








Rita Cavallari, Il cielo stellato sopra di me il petrolio sotto di me, 2014

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