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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
LA STRADA di CORMAC McCARTHY
post pubblicato in McCarthy, Cormac, il 23 ottobre 2007
 



Fiocchi di neve che scendono piano dall'oscurità, pioggia gelata, alberi carbonizzati, rami come ossa calcinate, foglie che si sfanno in polvere, cielo di piombo e mare color ghisa. E' in questo mondo morto, alla luce spettrale di un sole sbiadito, che un uomo e un bambino vanno su una strada deserta spingendo un carrello del supermercato.
Come si è arrivati a questo? Perché sulla terra è scomparsa ogni forma di vita e solo pochi esseri umani si aggirano come lupi in uno scenario da incubo? L'autore non lo dice. Il lettore pensa a una guerra nucleare, oppure al terrorismo scatenato a livello planetario, o all'effetto serra, o a una gigantesca esplosione vulcanica in grado di oscurare il sole e di stendere sul mondo un velo di morte.
La forza della scrittura è quella di riuscire a cogliere paure e ansie quando ancora sono presenti nella coscienza collettiva solo in modo indistinto, e a renderle chiare nella storia che racconta. Questo libro ci riesce in pieno.
Cerchiamo allora di vedere gli elementi di suggestione e proviamo ad analizzarli. C'è la paura di una catastrofe, dovuta a fenomeni naturali oppure a distruzioni causate dall'uomo, unita ad un crollo totale dei valori su cui si basa la nostra vita. Il mondo si riduce a un nocciolo nudo, le cose finiscono nel nulla e se ne perde memoria, i nomi delle cose seguono le cose stesse nell'oblio, le parole si perdono, cala il silenzio.
Se le cose si perdono è l'uomo stesso che diventa cosa, si tramuta lui stesso in possibile fonte di soddisfacimento di un bisogno primario. In mancanza di altro cibo l'uomo diviene fonte materiale di sussistenza. In più punti il racconto sfiora episodi di antropofagia. Allucinanti sono le descrizioni dei resti umani, come quella del muro decorato con teschi dipinti e firmati con uno scarabocchio sulla fronte, o il teschio con le suture fra le placche ripassate accuratamente con l'inchiostro, come fosse uno schema di montaggio. Si vorrebbe gettare il raccapriccio dietro le spalle, perché non ci riguarda. Eppure lo spaesamento che si sente leggendo queste descrizioni ha le stesse radici del fastidio che si prova di fronte a tanti aspetti della realtà intorno a noi, come il gusto per i tatuaggi horror o la moda con spunti macabri.
C'è la solitudine, implacabile. Nel moto gelido e spietato della terra morta senza testamento, nel vuoto nero e schiacciante dell'universo, due animali braccati tremano come volpacchiotti nella tana. Sono l'uomo e il bambino, gli eroi del nostro racconto, che affrontano pericoli e traversie nelle montagne spazzate da venti gelati mentre si dirigono verso sud per raggiungere il mare. Si trascinano dietro nel carrello da supermercato un telo di incerata per ripararsi dalla pioggia, delle coperte e qualche cibo in scatola scovato nelle case in rovina.
C'è la paura, paura della natura ostile o paura degli altri uomini, visti sempre come un pericolo oscuro. Solo il bambino manifesta fiducia e pietà per i suoi simili. E' lui che porta il fuoco, lui che alla fine sopravviverà per andare incontro ad un incerto futuro.
Il libro, in un linguaggio scarno ed eroso come i resti carbonizzati delle città distrutte, descrive il viaggio dei due, padre e figlio, attraverso  il mondo ridotto in cenere. Coperti di stracci lerci, imbacuccati in coperte ammuffite, coi piedi ingoffati in pezze stracciate, padre e figlio avanzano sulla strada. L'autore paragona le loro sagome incappucciate a quelle di due troll usciti dalla notte. Nella loro odissea disperata incontrano città arse dagli incendi, case disabitate, brandelli di manufatti di uso comune che la distruzione ha reso spettrali. Una stazione di servizio. Un treno. Una nave. Un porto. Un deposito intatto di provviste vissuto come l'isola del tesoro. Ma qual'è il senso del viaggio? Perché continuare il cammino? Percorrevano quel mondo senza vita come criceti sulla ruota.
Chi siamo, dove andiamo, cosa ci sarà domani? Quando il libro finisce anche i lettori si interrogano sul senso della loro strada.

(Rita Cavallari)


Cormac McCarthy, La strada, Einaudi, 2007 [ * ]



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