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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
LE BENEVOLE
post pubblicato in Littell, Jonathan, il 27 dicembre 2007
 

"Ti mando una riflessione sulle Benevole. Non è facile scrivere su un libro che è un successo planetario. Mi sono guardata il sito che mi hai indicato [ * ] e anche l'intervista a Littell pubblicata dalla Stampa [ * ] e altre cose.
Ho visto che sull'Unità si è fatto un parallelo con Moby Dick. Secondo me il richiamo giusto è all' Educazione sentimentale di Flaubert. Madame Arnoux come Adolf Hitler. Però non l'ho scritto perchè avrei dovuto rileggere Flaubert e mi sarei dovuta tenere il libro di Littell per altri dieci giorni.
Un'altra riflessione da fare è che Littell per vent'anni ha lavorato in una ONG ed è stato anche in luoghi di guerra (Cecenia e altro). Molte delle cose che descrive le ha viste davvero."


“...voi avete un potere inappellabile, quello di chiudere questo libro e buttarlo nella spazzatura, gesto estremo contro il quale io non posso far nulla, così non vedo per quale ragione dovrei usare i guanti.” (pag. 758).
Il desiderio di buttare Le benevole nella spazzatura mi è venuto più volte durante la lettura delle 953 pagine, ma devo riconoscere che c'è qualcosa in questo libro che si abbarbica all'animo del lettore e gli addenta la carne. Impossibile sfuggire.
All'inizio della lettura c'è curiosità per un testo che è diventato in pochi mesi un successo planetario. Poi disgusto, repulsione, ribrezzo, ma anche interesse e coinvolgimento, fino al limite dell'empatia. Tornano in mente le parole del protagonista, sono un uomo come gli altri, sono un uomo come voi. Allora scatta la paura.
Quando si chiude il libro restano interrogativi, domande, dubbi.
Le benevole
è un'opera letteraria o un semplice bestseller costruito a tavolino applicando in modo rigoroso le regole delle scuole di scrittura? Possiamo paragonarlo a Guerra e pace oppure al Codice da Vinci? Non è facile dare una risposta.
E' giusto dare la parola ai boia? Secondo Bataille i boia non hanno parola, oppure, quando parlano, lo fanno con la parola dello Stato. Però in un'intervista Littell dice che i boia parlano, ce ne sono perfino di quelli che scribacchiano. E raccontano anche delle esattezze in termini fattuali. Il modo in cui era organizzato il campo di Treblinka, ad esempio. Eichmann non mente durante il processo. Racconta la verità.
Una delle accuse mosse al libro è di non rispecchiare in più punti la verità storica. Un'altra critica riguarda il fatto che Max Aue, il protagonista che narra in prima persona, non è verosimile come nazista. Littell rivendica il suo diritto di scrittore a ricercare la verità romanzesca, che è di un altro ordine rispetto a quella storica o sociologica. Quando parlo di parola vera, - dice Littell - intendo una parola che può rivelare i propri abissi, come è riuscito a fare Claude Lanzmann con le vittime di Shoah.
Nel libro si fa ampio uso di termini in lingua tedesca, sia per quanto riguarda i gradi militari dei personaggi e le azioni legate alla guerra e ai campi di concentramento, che per illustrare i concetti fondanti della Weltanschauung nazista. Dunque Volk, Blut, Boden e così via. Come ricorda Littell Man lebt in seiner Sprache (l'uomo vive nella propria lingua) e le parole dei burocrati nazisti lacerano il cuore e le viscere. Sonderbehandlung (trattamento speciale), Abtransportiert (trasportato altrove), Entpolinisierung (depolonizzazione), Ausrottung (sterminio) sono termini che ancora fanno gelare il sangue. Il lettore è costretto ad abituarsi all'uso continuo delle parole in tedesco. Mi è venuto in mente un film di qualche anno fa, “La passione” con regia di Mel Gibson, recitato in aramaico, lingua degli abitanti della Palestina, e in latino, parlato dall'esercito invasore. Varie analogie accomunano questo film al libro di Littell: l'uso della lingua come elemento forte di comunicazione, la crudezza della rappresentazione che non risparmia carne a brandelli e schizzi di sangue (nel libro c'è anche ampia descrizione di ogni tipo di secrezione organica, a compensare la mancanza di effetti visivi da macelleria, di cui invece il film è ricco), la sostanziale identità dei racconti, che entrambi narrano la storia di una tragedia e di una cattiveria assoluta. Con una differenza sostanziale: Gibson si mette dal punto di vista dei buoni, Littell fa raccontare la storia a un boia, fornendogli le armi della lingua letteraria.
E' questo che inquieta, ma insieme costituisce la forza del libro

(Rita Cavallari)


Jonathan Littell, Le benevole, Einaudi, 2007 [ *
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