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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
L'ALTRA ESTER
post pubblicato in Szabò, Magda, il 11 gennaio 2008

 

L'altra Ester è il primo libro della Szabò pubblicato in Italia. Il suo titolo originale è Il cerbiatto. La storia si muove lungo le linee dei pensieri di Ester, la protagonista, che in prima persona ricostruisce la sua vita tra infanzia, adolescenza ed età adulta, ricucendo sensazioni, ricordi e brandelli strappati. Ester, famosa attrice di teatro, è una giovane donna indurita dalla vita ed ha alle spalle un'infanzia di povertà e di fame. Sua madre è di nobile famiglia, suo padre è un intellettuale appassionato di piante e di fiori, entrambi sono incapaci di garantirsi i mezzi materiali per vivere. Li lega un amore appassionato, da cui Ester si sente esclusa. Lei, unica della famiglia ad essere dotata di un  forte senso pratico, è costretta, fin da bambina, ad arrabbattarsi per racimolare ogni giorno qualche spicciolo. Dopo la scuola svolge i lavori più umili e duri, mentre sua madre dà lezioni di piano per poche lire. L'orgoglio le dà la forza di andare avanti, l'odio la nutre e la fortifica. L'unico sentimento positivo della sua infanzia è l'affetto profondo che la lega al padre, presente nella pagine del libro in momenti pieni di poesia. Accanto a Ester, il suo doppio, Angéla, impersona tutto ciò che Ester non è. Angéla è bella, ricca, buona, tutti la amano, solo Ester, brutta, povera e in lotta col mondo, ha per lei un odio profondo e ben dissimulato.
Il libro si svolge tra queste due figure antitetiche, una costretta  a farsi carico di mille difficoltà in un ambiente ostile, l'altra coccolata e oggetto di mille attenzioni, a cui basta guardarsi allo specchio per riprendere animo di fronte a un dispiacere. Ma ciò che Ester invidia di più ad Angéla è il cerbiatto che vive in un recinto in fondo al giardino. Ester lo vorrebbe per sé, lo sogna, vorrebbe rubarlo e portarlo via, ma sa che è impossibile. Non potendo averlo decide di liberarlo, ma la bestiola fugge impaurita e muore in un incidente.
L'età adulta porta ad Ester la realizzazione di sé, il benessere economico, la fama, ma il successo non ne scalfisce la durezza. L'attrice acclamata resta gelida come una statua di pietra, fino a quando non incontra un uomo di cui si innamora. Ma l'oggetto del suo sentimento è il marito di Angéla. Dopo tanti anni Ester sente ritornare i sentimenti amari dell'infanzia, è incapace di vivere questo amore, si sente mortificata e umiliata, non riesce ad accettare l'affetto e il senso di protezione che il marito prova per Angéla, l'amore che lui le dimostra non le basta. Il sentimento che la lega all'uomo diventa passione e, come dice l'autrice, una passione non si può esprimere pacatamente, disciplinatamente, morigeratamente, e nessuno può definirne la forma. E' un tema che si ritrova nel libro più famoso della Szabò, "La porta": “...non bisogna mai amare nessuno perdutamente perché altrimenti si causa la sua rovina. Se non è prima sarà poi. La cosa migliore è non amare mai nessuno…”
L'odio di Ester ritorna con più forza e vigore, fino alla rovina.
La storia dell'Ungheria a cavallo dell'ultima guerra fa da cornice agli avvenimenti narrati. L'autrice, che ha subito vent'anni di ostracismo per non essersi allineata alle direttive politiche del regime, la descrive con tratti leggeri.


(Rita Cavallari)




Magda Szabò, L'altra Ester, Feltrinelli, 1964


vedi quì

LA PORTA
post pubblicato in Szabò, Magda, il 20 dicembre 2007
 

L'uomo e il suo doppio, la persona e la sua immagine riflessa nello specchio: la letteratura offre innumerevoli esempi a cui possiamo rifarci. Penso a Don Chisciotte e Sancio Pancia, oppure a Don Giovanni e Leporello, rappresentazioni entrambe dell'antinomia servo – padrone. Ma qui è diverso. Il legame tra Magda ed Emerenc non è quello consueto tra una padrona di casa e la donna che provvede alle faccende domestiche: è un rapporto complesso, modulato su frequenze insolite, che arriva a toccare profondità insondabili.
I personaggi ricordano le eroine delle grandi tragedie classiche. Magda, che racconta la storia in prima persona, sembra vivere in compagnia delle Muse, sotto l'ombra di Apollo protettore della poesia, della letteratura, del teatro e di tutte le attività legate all'Arte. Emerenc, la vecchia col capo coperto da un fazzoletto che le nasconde i capelli, appare come una divinità ctonia, antica come la madre terra. Se pensiamo a Magda la vediamo nel suo studio, china sui tasti della macchina da scrivere, oppure a un ricevimento in suo onore, in un elegante abito da sera, o a un convegno ad Atene, in compagnia di scrittori e poeti. Intanto Emerenc, con una scopa in mano, ramazza il marciapiede per spazzare via la neve, fa il bucato in un grande calderone, oppure prepara pozioni salvifiche servite in calici di cristallo turchino. Della divinità ctonia ha tutte le caratteristiche: incarna forze oscure, sente la morte quando si avvicina, evoca tempeste e fenomeni naturali che ci rimandano ai culti infernali. Non va mai al tempio perchè non crede in dio, ma con i risparmi di tutta la vita intende costruire una grande tomba di marmo per sé e per i suoi morti.
Il rapporto tra Magda ed Emerenc ha un mediatore, il cane Viola, una sorta di “daimon” che senza parlare, col linguaggio semplice degli istinti primordiali, porta messaggi, dà informazioni, trasmette richieste e consegna risposte.
Della vita di Magda, fin dalle prime pagine, viene detto tutto. Sappiamo che è profondamente credente e partecipa con gioia ai riti della chiesa, conosciamo suo marito, scopriamo che ha perso da poco sua madre. La sua esistenza scorre in una limpida luce, l'oscurità non riesce a scalfirla.
Emerec è invece una persona misteriosa, circonfusa da un alone vagamente sulfureo. E' dal contatto fra le due donne, dai loro discorsi e dagli scontri che costellano vent'anni di vicinanza e familiarità che il romanzo prende forma. Emerenc emerge con la forza di una possente sibilla michelangiolesca, la sua figura grandeggia, Magda rimpicciolisce pagina dopo pagina, la sua luce si spegne, resta l'incubo ricorrente della porta con il telaio d'acciaio sempre chiusa e l'ambulanza con gli infermieri.
Cosa ci sarà dietro l'uscio? Con la sapienza degna di un consumato scrittore di gialli l'autrice ci conduce, pagina dopo pagina, davanti alla porta che custodisce il segreto di Emerenc, poi dentro la sua casa, ma ecco un'altra porta, sbarrata da una pesantissima cassaforte.
Ibant oscuri sola sub nocte per umbram perque domos Ditis vacuas.
“Sulla porta di Micene i leoni si mossero...”
“La tomba di Agamennone diventò più profonda.”
“Rovesciò le ciliegie nella marmitta. A quel punto tutto assunse l'aspetto di un mito, i frutti snocciolati, il succo che cominciava a fluire sempre più denso e copioso, come sangue da una ferita: ...”
“... un'eroina della mitologia antica sconvolta dal terrore alla vista di Medusa.”
Il sesto canto dell'Eneide è citato in due occasioni. I riferimenti ai miti sono soffusi con mano leggera. Tutti nodi si stringono fino alla catarsi finale, quando i segreti sono svelati e il Tempo si riappropria delle cose.
Belle le descrizioni dell'ambiente ungherese, interessanti i riferimenti alla storia del paese, poco conosciuta da noi.
La tragedia di Emerec è narrata con parole semplici e leggere, a volte si percepisce un'ispirazione che fluisce con immediatezza sulle pagine, quasi una poesia.
“... dalle tasche del suo grembiule inamidato saltavano fuori caramelline di zucchero avvolte nella carta frusciante e fazzoletti di tela che stormivano come colombi, era la regina della neve, la sicurezza, la prima ciliegia dell'estate, il tonfo delle castagne che cadevano dai rami d'autunno, la zucca alla brace d'inverno, la prima gemma nella siepe d'estate...”

Un grande libro.

(Rita Cavallari)


Magda Szabò, La porta, Einaudi, 2007 [ * ]


vedi quì, quì, quì, poi anche quì e quì
e per un profilo biografico quì

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