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IL SUONO DELLA MONTAGNA
post pubblicato in Kawabata, Yasunari, il 26 aprile 2019
 

Per comprendere appieno il valore del romanzo ”Il suono della montagna” di Kawabata Yasunari non si può prescindere dalla consapevolezza dell'appartenenza iniziale dello scrittore al movimento d’avanguardia denominato Shinkankakua (movimento neopercezionista che si proponeva di cogliere la realtà attraverso l’immediatezza delle sensazioni), nonché dal suo avvicinamento alla letteratura classica giapponese del periodo Heian (come il "Genji monogatari"), in cui trovava espresso il suo ideale di bellezza. Affascinato dalla stessa visione della bellezza che scaturiva dall’isolamento dei discepoli del Buddismo Zen e dalla sua massima espressione artistica dell’Haiku, influenzato in qualche modo dalla narrativa occidentale, matura uno stile innovativo, assimilando quella speciale sensibilità giapponese per l’asimmetrico e l’irregolare. Soprattutto dopo la fine della seconda guerra mondiale, in risposta alla distruzione morale e materiale del paese, sente il desiderio di preservare l’identità culturale del Giappone e farla conoscere all’estero. Adotta uno stile frammentario che predilige le libere associazioni del pensiero e dell’esperienza più che trasmettere valori. Ne ”Il suono della Montagna” l’attenzione di Kawabata è rivolta alla famiglia Ogata, alla sua dissoluzione, attraverso le percezioni, il flusso dei pensieri e dei ricordi del capofamiglia Shingo. Nella sua casa, a Kamakura, egli vive con la moglie Yasuko, il figlio Shuichi, la nuora Kikuko e in seguito anche con la figlia Fusako, fuggita, con le sue bambine, da un marito alcolizzato e tossicomane. Il figlio Shuichi, sposato da due anni, ha un’amante, da cui attende un figlio, indesiderato. La moglie Kikuko, anch’essa incinta, decide di abortire, perché non vuole avere un figlio dal marito, finchè non abbia sciolto il suo legame con l’altra donna. Shingo sente su di sé il peso della necessità, da lui costantemente rinviata, di intervenire negli infelici rapporti coniugali dei figli. In nessuno dei casi si arriverà ad una conclusione, ma solo a una temporanea sistemazione. Dinanzi ai matrimoni in crisi dei figli egli sente con tristezza la sua impotenza, durante tutto il romanzo, insieme alla sua sospensione di giudizio e alla sua disponibilità all’ascolto. Non manca la sua generosità nel provvedere ad aiuti economici nei confronti della consuocera, vecchia e malata e dell’amante del figlio, pronta ad andarsene e mentire sulla paternità del figlio che vuole tenere, quasi come una ricompensa alla sua vedovanza. Unica luce accesa nella sua solitudine è l’affetto che lo lega alla nuora Kikuko, la cui bellezza gli ricorda quella della sorella della moglie, morta molto giovane, che lui aveva amato in gioventù. Per lui la nuora significa “una finestra aperta” nella famiglia piena di problemi. Altro momento di consolazione o piuttosto di protezione, è l’osservazione della natura, la bellezza delle piante che, numerose, con i loro colori animano le pagine del romanzo. Esse sono spesso una metafora delle illusioni, dei ricordi e dei rimpianti di Shingo Ogata. Quando abbiamo la fortuna, nei singoli momenti nel corso delle stagioni, di venire a contatto con la bellezza, Kawabata afferma (al momento della premiazione del Nobel) che essa risveglia in noi la simpatia, l’affetto per le persone. In fondo la felicità consiste nello scorgere il bello insito nelle situazioni della vita, anche se destinato a svanire in un momento. La bellezza degli Haiku, delle maschere del teatro N0, che acquistano vita e fascino quando indossate, suscitano in Shingo “un fremito del cuore”, quasi il desiderio di baciarne le labbra. Aleggia nel romanzo il ricordo dell’ultimo conflitto mondiale sia nelle amare e fiere parole delle due vedove di guerra (Kinuko e Ikeda) e nello stesso Shuichi (il figlio), che “ha sentito le pallottole nemiche sfiorargli le orecchie”, per il quale l’ultima guerra ”continua a correrci dietro di noi come un fantasma”. Il protagonista non solo percepisce con triste lucidità il crepuscolo della propria epoca, ma anche la consapevolezza del declinare della propria esistenza attraverso impercettibili profezie e segni premonitori: la caduta del riccio di castagna, la caducità dei fiori di acacia, il presagio del suono della montagna, i suoi incubi notturni, le sue amnesie.
Rilevante è la tecnica narrativa dell’autore che frammenta il continuum del racconto, passando dalla stasi narrativa delle sensazioni alla narrazione, volgendosi poi di nuovo agli stimoli percettivi. Un episodio esemplificativo è quello in cui Shingo nel suo ufficio riceve degli ospiti. Mentre li intrattiene gli vengono in mente i passeri e le cince, viste a casa sua la mattina precedente. La narrazione scorre dalla situazione dell’ufficio al suo pensiero per gli uccelli, ritorna alla mattina in cui aveva notato il fatto, per passare all’episodio che lo aveva evocato e poi nuovamente al presente narrativo all’ufficio. Per lo scrittore è importante una narrativa che provochi per lo più emozioni e suggestioni, nel modo più diretto possibile anche a scapito del filo narrativo, che si rompe continuamente. Ricorre spesso a figure retoriche come la sinestesia (l’immagine del movimento delle spalle di Kikuko si fonde con il profumo della sua pelle) e le similitudini, a giustapposizioni di sequenze con intenti semantici (la sensazione provata da Shingo nel vedere in treno un ragazzo che probabilmente si prostituisce è accostata a quella dell’odore della fogna). L’osservazione rappresenta il primo passo nel processo d’acquisizione del bello. Non mancano quindi riferimenti all’arte pittorica: la posa assunta da uno dei cuccioli della cagna Teru richiama alla mente il dipinto di Sotatsu [ * ]. Il quadro di Kazan de “Il corvo all’alba sotto la pioggia e il vento” osservato a casa d un amico, assume, per il protagonista, il simbolo dell’ostinazione e dell’orgoglio di fronte alle avversità. Tuttavia manca, per scelta dell’autore, un finale e qualsiasi messaggio conclusivo di tipo morale perché è centrale, come già accennato, una narrazione che produca emozioni e suggestioni. Forse si può rilevare un messaggio sotterraneo, implicito, quello di scorgere e apprezzare il bello nelle diverse stagioni della vita e accettare la vita stessa, come le trote:

Ora le trote di autunno procedono
la loro sorte è affidata allo scorrere dell’acqua
scendono, scendono lungo i torrenti
le trote senza presagio della morte vicina


(Anna Velia Violati)







Yasunari Kawabata, Il suono della montagna, Bompiani, 2002 [ * ]

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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 26/4/2019 alle 15:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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