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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
e-gotica
post pubblicato in Mezzone, Beatrice, il 27 ottobre 2020
 

Questa è la quarta raccolta di poesie di Beatrice Mezzone, e - a giudizio della stessa autrice - appare composta da liriche più "disincantate" rispetto a quelle delle raccolte precedenti. La copertina riporta una parte di una delle liriche, forse una delle più musicali, se posso permettermi.
Prima ancora di parlarne, vorrei entrare nel merito, citando due bellissime liriche in epigrafe al testo: la prima dell'autrice e la seconda di Emily Dickinson. A parte la delicatezza di questa seconda, notevolissima, nella prima epigrafe la poetessa mette un accento ironico su quanto le liriche esprimono, paragonandosi ad una "cicala ubriaca".
L'opera si compone di 42 liriche divise in cinque sezioni, e di una postfazione dell'autrice. Ciascuna sezione ha poi come epigrafe di sottotitolo i versi di un poeta o una poetessa famosi. Ecco le varie parti (tra parentesi i poeti "citati"):

Barocca (Charles Baudelaire), con sette liriche
Lunare (Marina Cvetaeva), con dieci liriche
Arcaica (Ada Merini), con dieci liriche
Tribale (Jorge Luis Borges), con sette liriche
Ipnotica (Pink Floyd), con otto liriche

La postfazione, che io trovo "per addetti ai lavori", illustra alcuni punti di vista dell'autrice sulla sua opera. Proprio per la conoscenza che ho delle altre raccolte dell'autrice, cercherò di essere - da semplice lettore - il più imparziale ed equo possibile. Devo ripetere, anche quì, che non sono un gran lettore di poesia: riporterò quindi, per quanto possibile, solo le mie impressioni personali.
La divisione in parti, a detta dell'autrice, è dettata dal fatto che "... i testi afferiscono cinque sezioni... [cui sono] collegati per assonanza, rimandi o scelte concettuali... ". A me, ignorante del suo linguaggio, i titoli delle cinque parti mi sono piaciuti assai, e così le epigrafi dei cinque poeti, molto belle. E dei suoi versi voglio parlare, non della sua postfazione. Purtroppo, scrivo semplicemente, non da esperto di versi, perchè esperto non sono.
Sempre per narrare in modo semplice, debbo dire che le poesie che più mi hanno colpito ad una prima lettura sono "vivo" (in Tribale) e "sola" (in Arcaica), ma le mie difficoltà di comprensione mi chiedono di rileggere ancora le liriche prima di poter esprimere questi pensieri.
Nella rilettura, ho notato subito che le sezioni erano ben più ricche, e le liriche in prima lettura ostiche, rilette attentamente erano comprensibilissime, e molto belle. Analizzerò ora, sezione per sezione, tutte le poesie.
La prima sezione, Barocca, dedicata a Baudelaire, comprende sette liriche, "e-gotica", che dà il nome alla silloge, poi "Ero il fiero violino", "Pinna nobilis", dedicata a Chiara Vigo, "Le viole barbare e barocche"dedicata a Pier Paolo Pasolini, "Dal silenzio assordante", "Senti anche tu il canto delle libellule", "Let’s save the Queen", dedicata a Freddie Mercury. I versi di Baudelaire, in epigrafe alla sezione, sono di rara bellezza. La prima lirica, "e-gotica", è un’alternanza di parole e concetti, magistralmente articolata in un “terremoto” di versi. La seconda, "Ero il fiero violino", è – in parte – riportata in copertina: in essa è un dialogo tra realtà (“Ero …”), ricordo (“Eri …”), e musica (un violino: a sottolineare, forse, una storia amorosa?), che torna a suonare. Non posso entrare nel merito di tutte; posso dire di preferirne due, in questa sezione: "Pinna nobilis" (ove Pinna è il mare, seta è un arazzo, e bisso è il Mediterraneo) e "Senti tu il canto delle libellule", lirica bellissima per la sua musicalità.   
La seconda sezione, Lunare, dedicata alla Cvetaeva, ha dieci liriche. Riporterò soltanto i titoli di quelle che hanno un elemento caratteristico. Anche in questa sezione, due dediche: la terza lirica, "E nelle tasche mettesti", è a Virginia Woolf, ed è quasi un epitaffio alla vita della scrittrice inglese; la settima lirica "Diritto a sussurrare", dedicata alla poetessa Wislawa Szymborska, è bellissima, a mio avviso la più bella dell’intera sezione: la terza strofa, da sola, è … un paradiso! Forse altrettanto bella è "La bellezza è un tuo bacio" (la quinta): è piena di magia, incantesimo, ed erotismo che sfuma in leggerezza. Un discorso a parte va fatto per la prima lirica della sezione, "La disciplina dell’apnea", ove l’apnea è intesa come cantina, la cui riserva d’aria fa la parte dei vini che in cantina si tengono: da buon ex sub, conosco molto bene l’apnea, che – ai tempi della mia gioventù – costituiva il solo modo di fare il sub; le bombole sono venute molto tempo dopo. Degne di nota – infine – la ottava e la nona lirica,  rispettivamente "Non potrai più chiamarla notte" e "Andiamo sulla spiaggia delle stelle"; chiude la sezione "Languore d’infinito".
La terza sezione, Arcaica, dedicata alla Merini, si compone di dieci liriche; nella prima, "Navigli di carta", tra le migliori, l’autrice inizia allontanando le paure, ma si chiede se il partner si interesserà ancora a lei: restano muti, e solo i gesti saranno le loro espressioni. Nella seconda, "Al cielo di gennaio", l’autrice prende il coraggio di vivere dai favori della natura. Segue "L’ombra tramata di luce": questa nasconde una storia, che l’autrice vuole rivivere lontano dal mare, dove può farlo. Al mare no: lì l’anima è cieca e sorda. "Combaciami nei vuoti" è una lirica fatta di musica: “se rimetti a posto” – dice l’autrice – “ciò che (di me) non lo è più (vuoti incompiuti, pensieri aggrovigliati), alla fine io divento musica, che tu suoni”. Anche questa – tra le migliori – ben rappresenta l’immagine felice di un momento di vita. 
Seguono quattro liriche, forse un po’ meno incisive: "Mentre i cani digrignano i denti", dove si mettono a confronto le fatiche di un operaio e del poeta: sudore e fatica (operaio), e cercare il senso delle parole (il poeta è fabbro di parole). Poi "Cuore di sangue siriano", un po’ ariostesca, e "Gorgo (parole verso il mare)", dedicata al padre, suo re; ultima, "Assaltami la sera", dedicata all’oceano. Chiudono la terza sezione: "sola", molto bella e breve, lamenta la solitudine che affligge tutti (anche se non lo è, sembra dedicata al Covid-19). La si confronti con quella di tema analogo, della sezione precedente ("Sola, nel riverbero di luce", dedicata al padre). Poi – bellissima – "Non dirlo al cuore": parole che lasciano trasparire il dolore di cui dicono, ma con un finale ottimistico. 
La quarta sezione, Tribale, dedicata a Jorge Luis Borges, ha sette liriche. La lirica iniziale è tra le più belle dell’opera: "Il cielo adamantino dell’aquila". Subito si affronta il tema: smuovere ciò che in noi è fermo; solo così apparirà tra “sponde di antichi rovelli” che lo nascondevano, il cielo dell’aquila, limpido e terso, come un diamante. Poi "Solstizio di te", bellissima per scelta di parole. Solstizio è perielio, vicinanza al sole che illumina e riscalda. Seguono tre liriche d’amore, "Deserto e oasi, tenda e tempesta", "Di te amo con ferocia", e "Ho voglia di te", piene di amore e desiderio. Ancora "Oscurità", dove un gatto alla conquista del territorio è paragonato ad uno squalo: efficace e calzante, nel suo contesto. Infine la più bella, sia nella sezione che nel volume: "vivo". Qui ogni verso è una sola parola: nomi e poi verbi.  
La quinta sezione, Ipnotica, è dedicata ai Pink Floyd (l’epigrafe è tratta da una canzone). Otto liriche: "Fossili di luce", dove ad ipnotizzare il lettore sono le parole-espressioni ("fossili di luce", "scorci nel non-agito", "assediamo giorni"). "Medioevo-2": immagine di medioevo nel presente reale, "L’opale dello Zenit": altra immagine molto efficace. "La simmetria raggiata degli spicchi" (riferita a un agrume) evoca le dee dei miti greci Selene ed Ecate, e con esse la notte e i suoi misteri. "Sono condannata a pensarti", fin dal titolo bella immagine amorosa, molto originale "Un tempo fu casa" e "Pronuncio te", che sono anche’esse ricche di immagini, molto ricercate nella seconda lirica. L’ultima, "Poiesis", è un elogio del Fare, inteso – penso io – come far Poesia. Bellissime le immagini che alcune parole sottendono: “minerale boschivo … estasi d’opale …”
Per concludere, alcune considerazioni. Innanzitutto un ottimo indice, che di solito, nei libri recenti, manca del tutto, e qui invece è presente ed è estremamente comodo e maneggevole, Poi la scelta dei titoli, che a volte lascia perplesso chi legge: c’è stata una scelta ragionata, o no? In quest’opera, forse non nelle altre, si avverte per i titoli una creazione istintiva, non ragionata. Spesso è titolo solo il primo verso della lirica, e questo è confermato dall’indice. 
Ciononostante, nell’ambito di ciascuna sezione c’è più di una lirica bellissima, meritoria di molti elogi. Ne ho parlato nelle righe precedenti; qui vorrei motivare qualcosa riguardo le mie due liriche preferite: "sola" (quarta della terza sezione, Arcaica) e "vivo" (settima della quarta sezione, Tribale). Per entrambe una notevole qualità è la brevità, soprattutto nel numero di parole, volutamente – ed efficacemente – scarso. 
Poi, in "sola", echeggia quello che tutti stiamo vivendo con la pandemia, che ci tormenta rendendoci più soli nelle nostre vicissitudini quotidiane: questo emerge prepotentemente dalla lirica. In "vivo" è la musica di questa cascata di versi monoverbo (basta provare a leggerla ad alta voce), cascata che è come se aumentasse di forza man mano che scende, idealmente alimentata da altri “affluenti”, fino a irrompere prepotente col suono dell’ultimo verbo: VIVO !
Detto questo mi sento di concordare con quanto detto sia nella quarta di copertina, sia nella postfazione. E sono perfettamente convinto che quest’opera possa assurgere a vette molto alte, e concorrere anche a premi importanti. Ne consiglio la lettura a tutti.

(Lavinio Ricciardi)







Beatrice Mezzone, e-gotica, Eretica edizioni, 2020 [ * ]



vedi quì



AVREI VOLUTO DARVI ANCHE LE LUCCIOLE
post pubblicato in Mezzone, Beatrice, il 22 febbraio 2020
 

Questo nuovo libro di poesia di un’autrice come la Mezzone, arricchito dalla dettagliata e valente prefazione di un’esperta come Luciana Raggi, rappresenta, come dice Luciana, “un’opera matura di un’autrice… che ha raffinato la sua ricerca espressiva”. Mi fermo qui, per far spazio ai miei pensieri di lettore non esperto.
Il libro è diviso in sei parti, Lucciole, Pathos, Fili, Sguardi, Eros e Mito, ed è arricchito dal contributo iconografico e poetico di un’artista, Susanna Meloni. Prima di proseguire nell’analisi del testo, voglio sottolineare due piccole “chicche”: tre versi che aprono la raccolta, dedicata ai tre figli dell’autrice

 E dicon poco i versi
  che dalla sommità 
qui giunsero a rifrangersi

e una bellissima strofa della Szymborska, che conclude la sua lirica Il nulla si è rivoltato anche per me

E lo scarabeo s’avvia per il sentiero
in abito scuro da testimone dell’evento
d’una lunga attesa d’una vita breve.
E a me è capitato d’esserti accanto
e davvero non vedo in questo nulla di ordinario

Subito dopo seguono due brevissime introduzioni delle due coautrici (Beatrice Mezzone e Susanna Meloni), e un frontespizio con uno stupendo verso di Simonide, citato da Plutarco
 
La pittura è poesia silenziosa e la poesia è pittura che parla

Perché ho evidenziato queste cose? Per introdurre un’opera che – oltre ad appaiare due artiste che hanno mezzi di espressione diversi – è da sola una splendida dimostrazione di quello che l’animo umano riesce a fare quando domina due menti.  
L’opera, composta in tutto da 62 liriche, è divisa, come detto prima, in sei parti: il numero di liriche varia per ciascuna parte in modo considerevole. Sia le parti, che molte liriche, sono abbellite dalle illustrazioni della Meloni, che spesso, nel caso delle singole poesie, coronano il pensiero che sottende la lirica stessa. 
Il titolo dà origine ad una delle parti, la prima (Lucciole), dedicata ovviamente ai tre figli. Questa parte contiene poche liriche (quattro), molto significative riguardo al rapporto madre–figli (in particolare la terza lirica). Ma – torno a dire a scanso di equivoci – il mio è solo il pensiero di un lettore, affascinato da tanta capacità espressiva dell’autrice. La bellezza delle immagini evocate la dice lunga sull’amore materno, anche se non è predominante sull’intera opera: una – che mi ha colpito – recita
 
…le lentiggini, regalo del sole non ancora malato…

La seconda parte (Pathos) è quella più appassionata, e anche più ricca. Le 18 liriche che contiene sono tutte dedicate ad amore, passione e delusioni. Tra le più belle, sempre a mio giudizio di lettore, sono Eutanasia di un immenso, Dissolvenza, Oblio, Farfalla impazzita in un bicchiere. La prima è quella che mi ha colpito di più; ma nelle altre citate, così come in tutte quelle che compongono la parte, sono presenti delle immagini di sentimenti, moti, stati d’animo che riflettono la bravura dell’autrice a descrivere cose che, ad esempio, soltanto la musica riesce a far percepire. Non per nulla le poesie vengono chiamate liriche…    
La terza parte (Fili) è dedicata a profili familiari (padre e madre), e consta di sei liriche. Anche qui la capacità della Mezzone di tradurre sentimenti in immagini è più che evidente: si tratta di sentimenti che quasi tutti abbiamo provato o proviamo.        
La quarta parte (Sguardi) è dedicata ai territori, e al fatto che, per tutti gli esseri umani, i territori sono cose che si guardano. In questa parte, che consta di dodici poesie, sono presenti le uniche due liriche dell’artista Meloni, una dedicata alla città della Mezzone, molto intrigante per il modo in cui è composta, e l’altra – suppongo – alla sua terra, la Sardegna. Anche qui, colpiscono le immagini, e molte altre sensazioni suggerite dai territori e dai luoghi descritti. Vorrei suggerire a Beatrice, napoletana doc, di dedicare un volumetto alla Costiera Amalfitana, gioiello della sua terra. Ma occorre passare un certo tempo, in quei luoghi, per poterne scrivere, soprattutto in versi… 
Quinta e sesta parte (rispettivamente, Eros di 10 e Miti di 12 poesie) meriterebbero un discorso a sè. Sono sensazioni molto personali dell’autrice, ancora una volta tradotte in immagini molto belle. Tra le mie preferite, Heritage, Fil rouge, Luna tigre, in Eros; Canto d’amore di un nativo delle praterie, Se accade è vero (don’t forget it), Il prezzo di un volo, Con parole mute, le uniche in Miti. Ma – a parte la soggettività del mio giudizio – non vedo molto da distinguere in queste parti: tutte le liriche hanno in loro gran tormento o gran gioia sofferti da chi le ha scritte, e l’intero volume si legge con piacere e passione partecipate. A differenza dell’opera precedente, questa è meno immediata nel trasmettere le immagini, e richiede maggior attenzione. Per gustarla davvero, la consiglio come prima lettura della giornata.
Ancora una volta un bellissimo “specchio” dell’autrice e della pittrice che ne accompagna le parole con immagini altrettanto belle. Leggetelo… magari a prim’ora!


(Lavinio Ricciardi)







Beatrice Mezzone, Avrei voluto darvi anche le lucciole, Edizioni Progetto Cultura, 2019 [ * ] 



PROFILO
post pubblicato in Mezzone, Beatrice, il 8 gennaio 2020
 

Ho atteso a lungo, causa disguidi postali e burocratici, di poter avere e leggere questo libro, ma l’attesa non è stata vana. È opera prima di una poetessa che ho conosciuto attraverso le altre sue opere (Dagli spazi siderali * ], e Avrei voluto darti anche le lucciole, quest’ultimo oggetto di una bellissima presentazione alla biblioteca di Villa Leopardi).
Il libro possiede tutte le prerogative presenti nelle opere successive. Inoltre, è  impreziosito da  una bellissima copertina che gli dà – come si intuisce – il  titolo, certamente opera del padre dell’autrice, della quale rappresenta il profilo. Il libro è inoltre dedicato proprio al padre: «A mio padre, mio mito», recita il frontespizio che segue la prefazione, scritta da Nicola Tindaro Calabria, titolare della casa editrice. 
Esauriti i preamboli, vengo al sodo. Il libro è diviso in tre parti: Anima, Spazio e Tempo, come descrive l’indice dettagliato, riportato in fondo al volume (cosa ormai desueta, eppure molto utile, specie nelle opere poetiche). Anima, la prima parte, è la più consistente: contiene 34 liriche. La seconda e la terza parte sono più brevi: Spazio contiene 15 liriche e Tempo 11; in totale il libro (che appare minuscolo) contiene 60 liriche.
Nonostante la mia dichiarata ignoranza della materia poetica, leggere questo libro, dopo aver letto gli altri, è stata una sorpresa. A cominciare dalla prima lirica, Profilo, che dà il nome all’opera, e delinea l’autrice: un autoritratto. Molto bello, anche se mi piace (e spero piaccia anche a lei) ridurlo nei versi (o parte di versi) che seguono, che a mio avviso la descrivono benissimo:

è …
un miraggio
sciame di nuvole
pensieri che vagano liberi

è …
un rischio
schiuma del mare
parole che fendono l’aria


La prima parte, oltre che la più corposa, è anche la più varia. Annovera liriche ancora autodescrittive dell’autrice – Virtù collaterali, Non cercarmi (allora), Soltanto di questo, Occhi (dietro il sipario) – assieme ad altre, che parlano di un suo rapporto d’amore – Resta, Odissea di un io e te, Non sapevamo di essere, Sacrifice, Capolinea, Crepuscolo … - frammiste a poesie di altri generi e tematiche (Mio, dedicato ad un figlio, Madre, dedicata a sua madre e presente anche nella seconda raccolta, Mio mito, ovviamente dedicata al padre), oltre che pensieri espressi in versi (bellissime Certe cose, Dolore, Il faro-guida). Capolavori come Cliché, Capolinea, Crepuscolo non si dimenticano. Chicca su tutte, in finale della parte, un Bifronte (noto gioco enigmistico), composto da una sola parola, che non scrivo … 
La seconda parte, Spazio, parla di luoghi. Liriche come I-sole, Montagne, Albero, Gabbiani, sono indicative di come si possano descrivere luoghi in versi, che sembra – a volte – parlino d’altro… Ma, sempre in questa parte, Scala dei Turchi, luogo famosissimo ad un camilleriano come me, racconta come nessuno la storia di questa collina di marna. E ancora, sempre in Spazio, due liriche- capolavoro dedicate ad un figlio (forse?): Dormi e Microcosmo, entrambe bellissime. Mi ha colpito per la brevità e l’intensità delle immagini, anche Scenografia; e ancora, sul tema uomo-donna, molto caro alla Mezzone in quest’opera, Essenze, capolavoro di brevità-intensità descrittive. 
La terza parte, Tempo, parla di momenti della nostra esistenza. La prima lirica, Come fossile, molto bella, che nella struttura ricalca un po’ Profilo, è ancora una lirica d’amore. E ancora Sogni, Realtà, Equilibrio vitale, Edera, Ciò che resterà, Se avrò fortuna: tutte notevoli, per ricchezza di immagini e contenuto. 
Non continuo, anche se – avendo letto il libro quattro volte – non mi sono ancora saziato, e non ho scelto quale lirica preferire. Debbo dire che l’opera prima si vede proprio dal fatto che – dopo aver conosciuto le opere successive della stessa autrice – la lettura di questa è stata più difficile, meno immediata. Forse è questo che l’esperienza insegna: l’autrice, nelle sue due opere successive più padrona del mezzo poetico, si esprime qui con una minor immediatezza, quasi stesse cercando – con la scelta delle parole – alcune strade per colpire, con i suoi versi, le menti dei suoi lettori. A mio avviso, c’è riuscita bene, molto bene! Si tenga conto che sono passati dieci anni dalla pubblicazione di quest’opera.


(Lavinio Ricciardi)








Beatrice Mezzone, Profilo, Centro Studi Tindari Patti, 2009 [ * ]


DAGLI SPAZI SIDERALI
post pubblicato in Mezzone, Beatrice, il 1 aprile 2019

Questa antologia poetica è davvero splendida, per svariati motivi. L’autrice, che insegna Italiano in una scuola primaria, e si è occupata di didattica della lingua con il testo “Esplorare l’italiano”, considera la poesia una ragione di vita. E’ presente con tre opere nella "Enciclopedia di Poesia Contemporanea (vol. V)" del Premio Mario Luzi [ * ]
Queste le premesse, cui si aggiunge l’opera prima "Profilo" (Centro Studi Tindari Patti, 2009). Ma la lettura dell’opera riserva ben altre sorprese.
"Dagli spazi siderali" si avvale dell'autorevole prefazione di Gianni Maritati, che ne loda la franchezza. Ma – a mio avviso – nell’opera c’è davvero molto di più: cercherò di spiegarlo, sperando di riuscirci.
Debbo premettere – come feci già a proposito delle opere poetiche di Luciana Raggi – che non mi occupo particolarmente di poesia, e che è stato solo l’interessamento di Luciana Raggi, che ha voluto – durante un reading poetico in una delle biblioteche romane – che io leggessi due poesie mie, tra le poche a non essere dedicate ai miei amori platonici e intensi, una dedicata a mio padre, l’altra al sogno in quanto tale, a spingermi in questa direzione. Questo ad evitare fraintendimenti.
Il libro di cui sto parlando mi è capitato tra le mani, alla vigilia della sua presentazione, alla quale non ho potuto assistere. Ma, la sera stessa che ho preso il libro, l’ho divorato d’un fiato. E cerco di spiegarne il perché.
Brevemente, lo descrivo al lettore. Con riferimento ai temi e forse alle ispirazioni delle poesie, l’opera è divisa in quattro parti, intitolate rispettivamente: “Aria”, “Acqua”, “Terra” e “Fuoco”. “Aria” contiene 16 liriche, “Acqua” 14, “Terra” 18 e “Fuoco” 22, per un totale di 70. Sono tutte lunghe una pagina, e piuttosto brevi dal punto di vista del numero dei versi. Le liriche sono di comunicazione immediata: ciascun lettore ne avrà subito quest’impressione.
A parte l’immediatezza, per me poco comune nelle opere poetiche in genere che ho lette, le liriche hanno un’altra stupenda caratteristica, che denota la disposizione dell’autrice: sono dirette, vanno subito “al sodo”, se così posso dire. I versi sono soltanto una modalità di espressione, non l’essenziale, anche se da ciascuna lirica traspare il lavoro che l’autrice ha fatto per comporla. L’essenziale è invece l’enorme quantità di contenuto che è in quelle poche parole. E questo vale per ogni lirica. 
Proprio per questa ragione fondamentale, l’essere “poesia diretta, immediatamente percepibile”, le liriche di Beatrice Mezzone si fanno leggere, divorare letteralmente. È lo scopo di questo libro, credo; purtroppo non conosco le altre opere di questa splendida autrice. 
Qua e là compare anche qualche raffinatissimo ermetismo, come la lirica a pag. 17 in cui ciascun verso è fatto solo di una parola. Ve la trascrivo:

Oasi
Rarefatta
I
Zona
Zero:
Orizzonte
Nuvola
Tempo 
Eternità                   

Come evidenziano le iniziali in grassetto di ciascuna parola, leggendole verticalmente si ha la parola “Orizzonte”, ovviamente il titolo della lirica.  Ma provate a leggerla, non solo ad osservarne l’eleganza: e a ciascun lettore comparirà davanti il proprio orizzonte, così magicamente descritto.
Come ho detto prima, non entro nel merito di un giudizio, più o meno critico, perché non mi sento all’altezza di poterlo fare. Ho comunicato qui le impressioni che ho avuto del libro, e in particolare, l’ansia, appena letta e assaporata una lirica, di leggere e scoprire la successiva. Ne segnalo alcune, a mio avviso degne di rilettura ed attenzione: in “Aria”, oltre a ORIZZONTE, Novae, Per aspera ad astra, I gatti lo sanno, Volere volare, Ho visto la fine dell’estate; in “Acqua”, Berliner Angel, Il fiume e il mare, Neve a Roma; in “Terra”, Raccogliendo i figli, Roma, Solitario, Gennaio, Volta pagina, Piccolo fiore; in “Fuoco”, Addio, T’ESSERE, Viva, Nude verità, Il tuo male, Rimpianto. Ma il mio “giudizio” ha il peccato di essere soggettivo, e come tale lo riporto: le liriche sono tutte bellissime e di magica lettura.
Per questi motivi, a mio avviso, "Dagli spazi siderali" merita di essere segnalato alla lettura di tutti, indistintamente.


(Lavinio Ricciardi)








Beatrice Mezzone, Dagli spazi siderali, Edizioni Progetto Cultura, 2018 [ * ]



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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 1/4/2019 alle 12:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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