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ONNAZAKA
post pubblicato in Enchi, Fumiko, il 28 febbraio 2019
  

La scrittrice Fumiko Enchi con questo romanzo (scritto tra il 1952 e il 1956) ci lascia un ritratto di grande forza, coraggio e dignità, di una donna vissuta alla fine del 19° secolo (forse un omaggio alla nonna). Onnazaka è il sentiero laterale di accesso al tempio shinto, tradizionalmente riservato alle donne, un sentiero nascosto in ombra che diventa metafora della condizione della donna nella famiglia tradizionale giapponese di fine ‘800, con un ruolo di sottomissione così come era la condizione della protagonista della storia: Tomo. Nata in una famiglia di samurai di basso grado, sposa giovanissima Yukitomo Shirakawa, primo segretario del prefetto Michiaki Kawashima, soprannominato “diabolico prefetto”, combattente in prima linea nell’offensiva intrapresa per reprimere i movimenti per il diritto alle libertà civili. Ella viene mandata dal marito a Tokio con un compito straziante: deve scegliere e acquistare una giovane ragazza perchè diventi la sua concubina. Tomo accetta il suo destino. Ma non si piega, segue "il fluire del vento". Per lei, che considera un credo di vita obbedire al marito, con la stessa sottomissione che si ha rispetto al cielo, ribellarsi all’ingiustizia equivale a perdere la propria identità. Oltretutto è vincolata dall’amore che nutre per il suo disumano marito, amore a cui sacrifica tutto. Lei che sa appena leggere e scrivere si occupa delle relazioni sociali, della casa e delle proprietà con decoro, impegno che assolve strenuamente. Tutto il suo amore e la sua intelligenza sono profusi nella vita familiare, di cui il marito è il centro. Tenta di celare le sue sofferenze e le sue passioni sotto un‘apparente freddezza. Ma l’episodio del serpente che una notte pende dalla spalla del marito urlante, che Tomo afferra prontamente e getta nel giardino, fa percepire a Yukitomo la passionalità della moglie. Ma l’audacia di lei, superiore alla sua, è “fastidiosa” e da quel momento gli è sempre più difficile fare l’amore con lei. Tomo dovrà sopportare altri tradimenti dal marito: una seconda concubina, la relazione con la prima nuora, moglie del violento primogenito. Non è migliore la sorte delle concubine. Come amanti devono accudire e servire il padrone che le ha comprate e che può mandarle via, passato il capriccio. Nel migliore dei casi possono essere adottate (come Suga) o restare in casa con funzioni sempre più secondarie, oppure venire sposate a qualche dipendente bisognoso di protezione feudale (come Yumi). In quel contesto la figura dell’uomo libertino, frequentatore di case da tè, padrone di diverse concubine, quante il suo capriccio e la situazione economica gli consentono, appare in una condizione di quasi normalità. Tomo nonostante i sentimenti di gelosia, prova compassione per il destino di quelle giovanissime ragazze “quasi animali votati al sacrificio”, promettendo alle famiglie di prendersi cura di loro. Grazie alla sua abilità e al controllo delle proprie emozioni, riesce a conservare il suo ruolo di moglie legittima, l’amministrazione e il governo della casa nelle sue mani, a rendere necessaria la sua presenza almeno come funzione. Nasconde alla servitù il fatto che il marito non giace con lei, stendendo ogni notte accanto al suo, dopo che le cameriere si sono allontanate, il giaciglio del marito che la mattina presto leva. Ma quel giaciglio rimane sempre vuoto. Ma una notte Yukitomo, rincasa tardi con il braccio sinistro ferito, perché assalito da alcuni liberali che erano riusciti a sfuggire al suo arresto, dopo che era riuscito a ucciderne uno con un colpo di pistola. Si rifugia nelle braccia della moglie, per sfogare la micidiale eccitazione che gli pervade l‘animo e il corpo, dopo l’uccisione di un uomo. Tomo comincia a poco a poco a diffidare dell’etica femminile dell’epoca feudale e a non credere più all’amore del marito. Trova, nonostante l’acquisto di una seconda concubina, Yumi, il coraggio di vivere per tutelare i suoi figli. Ma "il mostro della libera espressione dei diritti del popolo che avanza", il pericolo dell’istituzione di un parlamento preoccupa il prefetto e con lui Shirakawa: il loro potere sarebbe tramontato. Egli vorrebbe condividere con la moglie le sue preoccupazioni e non con Suga e con Yumi, delle quali si diletta come se fossero pesci rossi o uccellini. La sua è una ferita che solo Tomo, che vive con una forza e un coraggio persino superiori ai suoi, saprebbe “lenire e suggere”. Ma la sensibilità amorosa di Tomo è ormai fredda cenere. La relazione intrecciata dal marito nel tempo con Miya, la moglie del primogenito, la impensierisce. Detesta il carattere eccessivamente egoista e nevrotico del figlio, violento e con un’indole da idiota, teme che Michimasa possa commettere qualche atto violento se venisse a conoscenza della relazione. Cerca di proteggere la reputazione della famiglia Shirakawa dalle possibili ripercussioni e dalle ferite che sarebbero inferte soprattutto al nipote Takao, che tiene stretto sotto la sua ala. Ma provvidenzialmente Miya muore e il figlio sposa un‘altra donna. Tomo si avvicina, dietro suggerimento della madre, agli insegnamenti della Nuova Setta della Pura Terra: la salvezza si può raggiungere solo riponendo la fede nel Buddha Amida. Ascoltando l’esempio di un predicatore sulla fede nella potenza divina, s’identifica nella regina Vaidehi, che sebbene fosse una donna saggia e misericordiosa, le era stato impossibile sfuggire al destino che l’aveva condotta a ospitare nel suo corpo un figlio demoniaco per colpa delle azioni malvagie del marito e a soffrire per i tormenti inflitti al padre dal figlio. Intuendo quanto fossero inutili e vani il potere, i beni materiali, l’intelligenza e tutto ciò che l’uomo desidera per liberarsi dai suoi tormenti, la regina invocò Buddha, che le diede la forza di sopportazione. Soltanto in punto di morte Tomo dà sfogo al suo dolore. Attraverso una lettera rivela al marito di aver tenuto da parte il rimanente della somma affidatole per l’acquisto di Suga, che inizialmente aveva tenuto pensando a ciò che sarebbe potuto accadere a lei e soprattutto ai figli, ma che col tempo aveva accresciuto. Ora desidera che dopo la sua morte quel capitale venga diviso tra i nipoti, Suga, Yumi e le altre persone che avevano avuto stretti rapporti con la sua famiglia. In un moto di ribellione ordina ad una nipote di riferire al marito che non desidera un funerale, ma che la sua salma venga scaraventata in mare, forse perché, tanto poco era stata amata. Ma Yukitomo non lo permetterà, "ha ricevuto in pieno il grido dei veri sentimenti della moglie, soffocati a viva forza per quarant’anni, tanto forte da incrinare per sempre il suo arrogante egoismo."


(Anna Velia Violati)






Enchi Fumiko, Onnazaka, Giunti, 1987 [ * ]






vedi quìquì e quì, una recensione di "Maschere di donna" quì

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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 28/2/2019 alle 12:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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