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METARACCONTI
post pubblicato in Fulci, Ludovico, il 31 ottobre 2019

I Metaracconti (oltre il racconto a metà) di Ludovico Fulci, pubblicati nel 2018 da Edizioni Progetto Cultura, mi hanno riconciliato con la Letteratura, facendomi ritornare la voglia di leggere in una stagione, ormai interminabile e/o inesauribile, nella quale si pubblica di tutto e di più da parte di scrittori improvvisati, ma niente a che vedere con la Letteratura vera, quella che presenta creatività e originalità. 
E alla base di ciò è forse la completa scomparsa dei critici letterari altrettanto veri. I critici non veri esaltano soltanto autori mediocri che con il supporto di buoni sponsor e di un adeguato battage pubblicitario, assurgono alla categoria del cosiddetto “evento”.
Questo mio lungo preambolo ha la funzione di creare un contrapposto alla qualità dei Metaracconti, questi sì creativi e originali. E, come osserva Giorgio Patrizi nella Introduzione, è il gioco il vero protagonista di questi Metaracconti di Ludovico Fulci, “scrittore e docente esperto di tradizioni del pensiero e del linguaggio”; essi, infatti, rimandano a questo gioco sul significato di “metà”.
E non è tutto: il “gioco” si esprime anche nelle “diverse modalità di scrittura”, come osserva il prefatore. Ed è un “gioco” di effetto particolarmente suggestivo, attraverso l’assunzione della lingua, volta a volta di Manzoni, di De Amicis, Verga, D’Annunzio etc.
E la “riscrittura” di tali modelli fa sì che si passi dalla parodia, e cioè dal discorso faceto a quello serio.
Ma, mi piace osservare come sia già una chicca, che vale a presentare la caratura dell’intero libro, l’incipit dell’autore, intitolato “Divagazioni in forma di prologo”, del cui contenuto, esplicativo dei Metaracconti, non riporto citazioni per lasciare al lettore la scoperta dell’altra metà per così dire del testo o del significato, lasciata alla sua immaginazione.  Dirò soltanto con l’autore. che “il racconto a metà è tutto giocato sull’altra metà… ”; e così si potrebbe dire che il racconto dell’autore viene completato dal lettore medesimo.
Voglio concludere per spiegare che questa mia metarecensione, ispiratami ovviamente dall’autore, non sta anch’essa nella metà scritta, ma in quella non detta dal critico che l’ha voluta lasciare allo stesso autore ed ai suoi lettori.



(Luigi Ferlazzo Natoli)








Ludovico Fulci, Metaracconti (oltre il racconto a metà), Edizionio Progetto Cultura, 2018 [ * ]


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METARACCONTI
post pubblicato in Fulci, Ludovico, il 31 ottobre 2019

Questo libro, dall’apparente (non troppo) vena satirica, è in realtà un libro divertentissimo.  L’autore, preceduto dall’introduzione di Giorgio Patrizi, che spiega alcune proprietà di un meta-racconto, ci dice nelle sue Divagazioni in forma di prologo tutto ciò che lui intenda per meta-racconto: un racconto “a metà”, in cui l’altra metà è taciuta. Ma da questo concetto, come indica il sottotitolo, si va oltre. 
E veniamo adesso alla struttura del libro così come è concepito.
Il libro è diviso in tre parti (dette cicli), che raccolgono racconti concepiti secondo un criterio specifico. I titoli di ciascun ciclo indicano come l’autore abbia inteso le cose: la prima parte s’intitola “Il piacere della parodia”, e contiene racconti che sono parodie dei modi di scrivere (o dei contenuti) degli autori cui si riferiscono. La seconda parte s’intitola “Oltre la parodia: il rifacimento e l’imitazione”: quì l’autore è più se stesso e – come dice il titolo – rifà o imita lo stile dell’opera originale. La terza si intitola "Tra il (non) serio e il (non) faceto": l’autore si muove qui in piena libertà, senza schemi né riferimenti specifici.
La lettura dei testi di Fulci è molto divertente e riporta la nostra fantasia di lettori a letture fatte negli anni giovanili, o comunque riferite ad autori conosciuti a scuola (Manzoni, De Amicis, Verga, Leopardi, per la prima parte). Quello che colpisce di più è la capacità dell’autore di immedesimarsi nello stile dello scrittore cui fa riferimento:  sempre per quanto riguarda la prima parte, giova menzionare la “Monaca di Monza”, di forte connotato trilussiano!
Nella seconda parte abbiamo, come riferimenti letterari ancora Manzoni, poi Foscolo, Leopardi, Boccaccio. Seguono due originali interpretazioni dei nostri tempi sulle morti di Aldo Moro e di Falcone e Borsellino. Volutamente non ho citato le novelle cui i riferimenti preludono, ma la parte è altrettanto divertente della prima, anche se di lettura meno immediata. L’autore qui si sbizzarrisce davvero: “L’ultimissima lettera di Jacopo Ortis” è un titolo che dice tutto da solo. Anche le due vicende dei nostri tempi sono narrate come se l’autore le raccontasse – come scritte nel 1500 – nel 2500, per non parlare dello stile, deliziosamente… anticheggiante! Infine Leopardi, con un’”operetta immorale”, e Galilei, protagonista di un’intervista fatta da Boccalini, scrittore del ‘600 noto per le sue interpretazioni di Machiavelli. 
La terza parte, piuttosto breve, è quella dove l’autore – liberatosi nelle parti precedenti di certi obblighi “letterari”, si scatena: inizia con una storia vera, che cita un personaggio del quarto secolo dopo Cristo (si tratta di Origene), ma è raccontata con uno stile attuale. Poi, quella che a mio avviso è decisamente un trionfo di allegre considerazioni, una storia fatta soltanto di “titoli” (di libri o altro... ): la lettura va fatta con molta cautela, e pause tra un titolo e l’altro, per assaporare il piacere che questo “Centone” produce sul lettore. Ed infine, dulcis in fundo, un finale degno di un camilleriano di ferro: la “Morte di Montalbano”: brevissimo, non merita che io lo sciupi raccontandolo a futuri lettori, perché sciuperei loro il gusto di assaporarlo come io ho fatto. Con una raccomandazione, proprio ai lettori: non andate a leggerlo per primo, ma solo nell’ordine in cui l’autore lo ha posto, cioè alla fine.
Cosa dire in conclusione?  Che le 90 pagine di cui il libro consta valgono molto, molto di più di molti libri da 200 o 500 pagine: ve lo garantisco! Leggere per darmi torto (o ragione)!


(Lavinio Ricciardi)








Ludovico Fulci, Metaracconti (oltre il racconto a metà), Edizioni Progetto Cultura, 2018 [ * ]







"Questo lavoro di Fulci ha un merito particolare, che delinea una complessità teorica, al di là del gioco e del divertissement. La letteratura, anche in un’epoca di regressione e di decadenza intellettuale quale quella che stiamo vivendo, conserva la propria capacità di parlare dei grandi problemi della società, anche grazie alla molteplicità dei linguaggi e degli stili di cui dispone. È la sua vitalità che è ancora capace di mettersi al servizio della ragione e della conquista della conoscenza, del giudizio e della scoperta. Il gioco della metà ha la grande proprietà di svelare, come appunto scrive l’autore, ciò che è nascosto, ciò che parla tra le righe e dietro le parole dette. La metà come volto nascosto del mondo che solo la letteratura permette di conoscere e comprendere".
(Giorgio Patrizi)


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CINEMA E FILOSOFIA
post pubblicato in Fulci, Ludovico, il 29 maggio 2019

Le cognizioni che, circa la filosofia e la sua storia hanno gli studenti italiani, sia liceali, sia di altri corsi di studio, si fermano nella stragrande maggioranza dei casi a Hegel, con qualche nozione non bene assorbita circa autori più “recenti” che sono Bergson, Nietzsche e Wittgenstein, quando il professore non preferisca soffermarsi sul neoidealismo italiano, sacrificando gli ultimi due autori citati. Poco e nulla si sa circa Max Weber, Charles Sanders Peirce e solo qualcosa circa la filosofia francese. In Italia, per quanto riguarda Hegel, la lettura che generalmente ancora se ne fa è filtrata, salvo eccezioni, dal crocianesimo e da un marxismo che in Italia ha conosciuto una deriva decisamente ideologica, perdendosi di vista la matrice filosofica del pensiero di Marx su cui la cultura francese ha articolato per decenni un dibattito di maggiore spessore sul piano culturale.
Il quadro d’assieme tracciato rende assai difficile per l’italiano mediamente acculturato un discorso su cinema e filosofia, nonostante non manchino interessanti stimoli che a riguardo vengono da diversi registi americani, francesi, tedeschi e… italiani, per tacere di altri.
In sintesi può dirsi che il cinema offre due modelli di narrazione, uno la cui più remota ascendenza si trova in Omero e l’altro che si rifà a Socrate. Il primo dei due approcci consiste nell’abbandonarsi al mito, il secondo nel trattarlo “interpretandolo”, secondo un’esigenza che, cinematograficamente, potremmo definire “realistica”. L’interpretazione tuttavia non è né facile né immediata e talvolta lo spettatore “educato” a un gusto cinematografico che usa l’immagine, senza che ci si interroghi sul suo significato, non coglie gli spunti di riflessione critica che sono tuttavia presenti e talvolta determinanti. Ci sono ad esempio film che contengono “citazioni” di quadri, di scene di altri film o di opere di teatro e ancora di concerti musicali o di ambienti architettonici studiati e comunque assai noti. Se la Mole Antonelliana è un suggestivo scenario per un giallo, ci sono chiese, palazzi storici, piazze e vicoli dove il regista conduce lo spettatore che deve chiedersi quale sia il perché di una scelta del genere. E’ comunque difficile che un regista ci porti in luoghi del tutto anonimi. Spiagge, scenari montuosi, laghi alpini e cascate sono in genere posti noti e stranoti visti in cartolina o fotografati da celebri fotografi o “vissuti” da artisti, poeti e turisti.
In prima battuta può dirsi che la scelta del regista di “girare” il film in una città piuttosto che in un’altra nasce dalla volontà di uscire da un’atmosfera di fiaba e di poesia, possibile invece in un luogo e in un tempo imprecisati. Ma che Pasolini decidesse di girare alcune scene del “Vangelo secondo Matteo”, ai Sassi di Matera ha ragioni documentate e documentabili, legate all’unicità di un luogo che ripropone scenari abitativi tipici dei tempi in cui visse Gesù di Nazareth. A contrasto va vista la scelta di girare un film in ambienti ben precisi con lo scopo di mostrare luoghi turistici. In questo caso si reclamizza, magari d’accordo con l’azienda turistica locale, la Regione e altre pubbliche istituzioni che, come può legittimamente sospettarsi, agiscono da interfaccia con le banche e gli sponsor dell’iniziativa. Il cinema è industria ed è questo un fatto che nessuno spettatore dovrebbe mettere in parentesi, quando si siede per vedere un film.
Ci sono tuttavia film che affrontano, non senza ambizioni a volte eccessive, temi “filosofici”. Ciò accade in modo scoperto e trasparente quando il protagonista della vicenda sia un filosofo ovvero un personaggio della cultura, come per esempio Casanova, che, senza essere annoverato tra i filosofi, ebbe sicuramente un orientamento filosofico che nessun suo biografo ha mai potuto ignorare. Altre volte, specie in Italia, il protagonista è un “intellettuale” più o meno tipicamente rappresentato, come accade per esempio nella Dolce vita di Fellini. Altre volte – e ci pare sia un tratto più tipicamente caratterizzante il cinema francese e tedesco – è il tema ad essere “filosofico” in senso ampio, con interrogativi di vario tipo morali, politici, sociali, storici che non possono ignorarsi. E allora il film è “parlato”, a volte anche troppo. Gli esempi di questa cinematografia sono tanti. C’è Il fascino discreto della borghesia di Buñuel, L’ultima donna di Marco Ferreri, Arancia meccanica di Kubrick e Il posto delle fragole di Bergman.
Tutto ciò premesso, i quattro film che sono stati visionati in un ciclo di assaggio che è stato “Filosofeggiando”, organizzato alla Vaccheria Nardi su mia proposta e con il parere favorevole del dott. Salerno, hanno messo in risalto, oltre ai problemi indicati, altri aspetti di cui è opportuno rendersi conto nell’eventualità in cui si stabilisse di proseguire nell’iniziativa nel prossimo anno 2019-20.
Occorrerà approntare in vista della proiezione una scheda illustrativa del film e dei motivi che ne hanno suggerito la proiezione in un ciclo pensato per riflettere su "Cinema e Filosofia".
A monte di questo dovrà esserci un questionario rivolto agli utenti della Biblioteca che tenga presenti le richieste formulate da quanti intendano frequentare un “cineforum” improntato nel senso detto. 

Matrix
regia di Lana e Lilly Wachowski (1999)                                                                                                           
La breve rassegna si è inaugurata con Matrix, film da me indicato come particolarmente adatto al tema del ciclo. La scelta si è mostrata meno felice del previsto, perché, a una prima lettura del film la “filosofia” scompare fagocitata dal mito. Sul piatto della bilancia di Matrix c’è infatti da un lato il mito della civiltà ipertecnologica (il film è ricco di effetti speciali che accentuano l’ingenuità / genuinità del mito) e dall’altra un senso globalmente critico della società umana e dei modi del suo sviluppo. Tale “critica” ha risvolti morali che a volte diventano moralistici, come quando il protagonista pensa d’essere l’Eletto, cioè il predestinato e, pur essendo uomo, ovvero proprio perché è uomo, riesce, concentrandosi, a fare quello che uomini-macchina fanno meglio di un essere umano, battendo gli umani artificiali in velocità e capacità di piroettare. Quel che si perde però di vista è un fatto importantissimo che ai registi del film è invece assai chiaro.
La tradizione filosofica, per come è recepita dall’italiano mediamente acculturato, distingue tra apparenza e realtà, contrasto che la storiografia filosofica neoidealistica ha piuttosto arbitrariamente fatto risalire a Platone, trascurando il fatto che il mondo sensibile in Platone finisce nel mondo delle idee nel quale si dissolve, per cui il mondo delle idee è il mondo reale. Matrix – difficile dire con quale consapevolezza – riafferma questa visione “platonica”, trasformando in materialistica l’istanza “realistica” di Platone, insinuando nello spettatore il sospetto che l’uomo sia una macchina, tema poi sviluppato in Matrix Reloaded.
Una cosa appare tuttavia più che plausibile da parte dei cineasti che hanno realizzato un film del genere. La moderna sociologia distingue tra loro tre mondi, quello “reale” (che non muta, almeno non può attualmente mutare), quello fantastico (dove tutto è possibile) e quello immaginario nel quale procede la nostra mente. Per capire la differenza, rilevantissima, che c’è tra fantastico e immaginario, basterà osservare che il mio sogno, le mie fantasie che non si realizzano appartengono al mondo fantastico, la Divina Commedia, la Gioconda, I Vitelloni, ma anche la Bibbia, appartengono al mondo dell’immaginario creato dalla mente dell’uomo. Popolano, a rigore, il mondo immaginario tutte le cose create dall’uomo: il denaro, l’onore, le onorificenze, i numeri, le unità di misura, le convenzioni sociali, le istituzioni e, volendo dar retta a Feurbach, perfino dio. Sono cose che hanno potentemente condizionato la storia e può sensatamente sostenersi che una coserella tra il superficiale e il delirante come, per comune e diffuso giudizio, è stata Mein Kampf di Adolf Hitler ha generato il delirio nel quale si è consumata la seconda guerra mondiale.
Da questo punto di vista non stupisce che ci si interroghi su quanto l’uomo persevera a fare, indotto dalla persuasione che la scienza sia sempre progresso.      
                                                                                        
Ritorno al futuro
regia di Robert Lee Zemeckis 

Il tema è, volendo, kierkegaardiano, ma siamo in America e davanti a un film per tutti, tanto per tutti che il regista pensò di affidarsi alla Disney per produrlo. Sicché  certe valenze psicologiche sono assai sfumate e tutto sembra avvenire perché deve avvenire. Tuttavia, dal punto di vista della logica narrativa, il film e davvero interessante, per non dire interessantissimo. Si pensa a una macchina che è una specia di automobile da corsa “modificata” che consenta di spostarsi nel tempo.Tra la scena iniziale e quella finale c’è una stretta relazione, in quanto si scongiura, grazie al fatto d’essere stati nel passato, la morte, altrimenti inevitabile, del coprotagonista della vicenda. E’ questa la “trovata” più interessante in quanto suggerisce una continuità realizzata e, in teoria realizzabile, tra passato, presente e futuro, col passato che, in parte cancellato, in parte modificato, corregge quel che non va nella sequenza dei fatti, per come erano prima. Sicché tutte le cose incredibili che avvengono nel film, diventano credibili a loro volta, per poco che si accetti che una lettera scritta in un passato “artificiale”, possa modificare il destino di una vita.

Arancia Meccanica
regia di Stanley Kubrick 

Il tema filosoficamente affascinante di Arancia Meccanica è quello della malattia mentale. Ed è importantissimo osservare come uno dei maggiori filosofi del Novecento, Michel Foucault, coetaneo di Kubrick, abbia dedicato alla follia e alla storia dei manicomi, come luogo di espiazione, emarginazione, i primi passi della sua riflessione filosofica che lo hanno poi condotto a rileggere in chiave critica la storia della scienza nei suoi profondi rapporti con la politica.                                        Un ammalato mentale, un “pervertito” è veramente ammalato e va “guarito”?
La domanda è di grande attualità, anche nell’emergere di una mentalità che ripropone il “castigo” come strumento educativo, opinione che sembrava appartenere al passato.


(Ludovico Fulci)

     

                                                                   

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LE CENTOMILA E UNA STORIA DEL GIULIO CESARE
post pubblicato in Fulci, Ludovico, il 18 maggio 2018
 

Il titolo rimanda alla famosa raccolta di novelle orientali che risale al X° secolo e come le storie che raccontava Sharazadal, re nelle Mille e una notte, anche quelle riportate in questo libro sono utili e necessarie.
Questo libro sottrae alla dimenticanza fatti, aneddoti ed esperienze dirette vissute dall’autore e nello stesso tempo, grazie all’attenzione riservata al contesto e agli aspetti socio-culturali, politici e antropologici del periodo storico descritto, ci aiuta a conoscere e capire la Grande Storia che comunque contiene e ha condizionato le microstorie riportate.
Il libro è interessante e importante, non solo per chi è legato a questo noto e stimato liceo romano da ricordi ed esperienze personali, ma anche per tutti coloro che credono al concetto espresso chiaramente proprio all’inizio della presentazione curata da Paola Senesi: “Non c’è futuro senza memoria… una società fluida, dimentica delle sue radici, non può essere tanto vitale da perseguire il bene di chi la compone, fondata com’è sulla sabbia e a rischio di essere travolta al primo vento di tempesta”.
Il sottotitolo Cronistoria di un Liceo romano rimanda al serio lavoro di documentazione e di ricerca che l’autore ha fatto del periodo che va dal 1933, anno in cui nasce il Giulio Cesare, fino al festeggiamento del suo ottantesimo compleanno.
Narrativa e saggistica convivono e si integrano.
Un’attenzione particolare è stata data all’apparato iconografico.
L’immagine di copertina fa pensare ad un’indistinta vivace folla di studenti all’uscita da scuola. Si tratta di un’elaborazione al computer di Caterina Capalbo ed è riconoscibile l’ingresso del liceo su corso Trieste. All’interno sono inserite varie fotografie, interessanti testimonianze del passato che integrano e abbelliscono il libro, sollecitando spesso riflessioni riguardo alle somiglianze e alle differenze rispetto al nostro tempo. A pag. 37 c’è una foto di classe scattata nel 1943 dove gli studenti, in gran parte maschi, stanno ordinatamente schierati guardando l’obiettivo, tutti eleganti, in giacca e cravatta. Seri e sorridenti sembrano molto più adulti della loro età, sembrano così uguali fra loro e così diversi dai coetanei che mi è capitato di vedere la settimana scorsa, in posa sotto la stessa statua di Giulio Cesare nel cortile d’ingresso della scuola: scomposti, disordinati indisciplinati. L’immagine della stessa scultura, con ai lati due balilla moschettieri, si trova a pag. 23 ed è stata scattata il giorno della cerimonia d’inaugurazione del Liceo che avvenne il 28 ottobre del 1936 (nel quindicennale della marcia su Roma!) alla presenza di Mussolini e Bottai.  
Alla fine del libro, oltre alle note, c’è l’indice dei nomi citati e l’indice generale che rende subito evidente la scelta dell’ordine cronologico. I “quadretti di vita” presentati dall’autore non sono mai isolati e decontestualizzati e quindi, pur essendo in gran parte ricordi personali, s’intrecciano e contribuiscono ad una ricostruzione storica attenta e scrupolosa.  Sono testimonianze di un vissuto che si è protratto nel tempo. Il Giulio Cesare ha accolto l’autore prima come studente, dopo la laurea come supplente, poi come genitore e successivamente, negli ultimi sette anni della sua carriera, come docente di Storia e Filosofia. Il libro dunque è autobiografico, e credo sia questo uno dei motivi per cui la lettura risulta piacevole e coinvolgente.
Esistono altre ricostruzioni storiche riguardo al Liceo Giulio Cesare, mai pubblicate, responsabili, secondo Fulci, di aver alimentato leggende che si sono sovrapposte e hanno condizionato una oggettiva lettura della realtà dei fatti (ad esempio il luogo comune secondo cui il Giulio è di destra, a differenza del Mamiani o del Tasso che sono di sinistra… ). Si tratta del dattiloscritto del 1992 di A. Mattei “Noterelle di uno dei centomila (piccole note su un grande Istituto)”, che esprime un punto di vista prevalentemente goliardico, e di un altro precedente, del 1970, della prof. E. Cesarini “Il Liceo Statale Giulio Cesare. Una scuola che non potrò mai dimenticare”, pieno di romanticismo e di fedeltà alle aspettative della dirigenza.
Quella di Fulci è una voce critica e chiara che si avvale di fonti documentarie attendibili e sa essere convincente, grazie ad una narrazione ordinata, un lessico e uno stile coinvolgenti.
Il libro è diviso in due parti e il '68 fa da spartiacque.
Sono passati esattamente 50 anni e per l’occasione c’è tanto interesse e tanti eventi si stanno organizzando per ricordare e comprendere la portata storica del cambiamento che il pensiero divergente sviluppatosi nel '68 ha causato a livello sociale, incidendo anche sulla mentalità e sul costume degli Italiani, sul loro modo di vivere la loro vita quotidiana.
A pag. 15 l’autore chiarisce le fondamentali differenze riguardo alla funzione del preside e riguardo alle più consolidate tendenze dell’approccio didattico-educativo: “Prima del '68 il clima educativo era improntato ad una severità a volte esagerata, se non proprio inutile” (“una scuola in cui la severità gratuita viene scambiata per serietà professionale, per cui lo studio è sofferenza e non emancipazione dall’ignoranza… ”, pag. 72). 
Dopo il '68 il clima educativo è caratterizzato da tolleranza e permissivismo, a detta di molti eccessivo e antieducativo.
Riguardo alla situazione più vicina al nostro tempo, pur riconoscendo un miglioramento in relazione ai favoritismi e ai comportamenti discriminatori e classisti, l'autore mette in rilievo la contemporanea assenza di cultura (vedi pag. 98-99), la nuova necessità di “motivare” (perchè le esperienze esterne alla scuola interessano più di quelle offerte dentro le classi, perchè fuori esistono temibili competitori… ) e la mancanza di un rinnovamento adeguato (pag 16: “la cultura della scuola è spesso vecchia, sia nelle forme che nei contenuti").
Molto interessanti fra le pagine autobiografiche sono quelle del sottocapitolo “Gli insegnamenti al Giulio Cesare”, a pag. 88-89 (che contiene anche, in poche intense righe, profonde caratterizzazioni pratiche e psicologiche dei compagni di classe) e le pag. 11-12-13,  dove ci sono i ricordi positivi legati a Filippo D'Achille, professore di Storia e Filosofia che affettuosamente veniva chiamato Dach, e quelli negativi di una brutta interrogazione in seconda liceo…
Ludovico Fulci ci dice che è voluto tornare alla scuola che aveva frequentato per migliorarla, per ascoltare e comprendere più di quanto avessero fatto i suoi professori, convinto che  “una buona scuola getta qualche buon seme”, come diceva un altro ex studente del Giulio Cesare, Tullio De Mauro.
La bella scrittura rende gradevole e interessante la lettura di questo libro. L’autore sa come farsi ascoltare e come interessare il suo pubblico, esprime in modo diretto il proprio pensiero e interpreta i fatti senza la pretesa di imporre il proprio punto di vista. L’atteggiamento giusto per sfuggire al contagio della banalità. 


(Luciana Raggi)










Ludovico Fulci, Le centomila e una storia del Giulio Cesare, Edizioni Progetto Cultura, 2017 [ * ]


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LE CENTOMILA E UNA STORIA DEL GIULIO CESARE
post pubblicato in Fulci, Ludovico, il 20 dicembre 2017
 

Nel visitare la mostra “Più libri più liberi”, edizione 2017, tenutasi presso “La Nuvola” di Fuksas, ho trovato nello stand della Editrice Progetto Cultura questo pregevole libro, che – da ex alunno del liceo Giulio Cesare di Roma – mi sono affrettato a comprare e a leggere.
Voglio riportare qui delle brevi impressioni, destinate al circolo di lettura “Villa Leopardi” delle Biblioteche di Roma.
Debbo dire subito che la lettura del libro mi ha subito prodotto un “ritorno” all’età di quando ho frequentato il liceo: era l’anno 1952! Un tuffo e una conseguente emozione, che è rientrata, dopo poche pagine, per far posto ad una emozione più profonda, quella di leggere un libro di storia che parla – tra l’altro – del tempo della mia adolescenza. E questo aspetto è senz’altro evidente negli scopi che il libro si prefigge, come la presentazione della Preside prof.ssa Paola Senesi sottolinea. 
La struttura del libro che il Prof. Fulci (che è stato prima allievo e poi insegnante del Giulio Cesare) ha redatto si può evidenziare scorrendo l’indice, suddiviso in tre parti, rispettivamente Introduzione, Parte Prima: Dalle origini al sessantotto, e Parte seconda: Il sorpasso. Senza entrare nel merito delle suddivisioni di ciascuna parte, l’Introduzione è proprio una presentazione sintetica dell’opera e dei suoi scopi, che l’autore premette per togliere ogni dubbio a chi si accinge a leggere il libro, e nella quale – dopo una parte di carattere personale, in cui ho ritrovato una figura (il prof. Vegezzi) che ricordo dal ginnasio – l’autore distingue le quattro epoche in cui la storia del Giulio Cesare può suddividersi: dalle origini (1936) al dopoguerra, dal dopoguerra al ’68, dal sessantotto alla caduta del muro di Berlino, e da questa fino ai nostri giorni.
Evito di parlare approfonditamente del testo, come è mio costume, per non sciupare la sorpresa ai lettori. Il testo è molto arricchito da varie fotografie, che consentono all’autore di analizzare le “popolazioni” di alunni del liceo, e trarne paralleli circa la crescita dei liceali nel tempo. Ciò rende il libro ancora più interessante del semplice aspetto storico, e le considerazioni lo rendono un testo anche ricco di considerazioni sociologiche. 
La storia dell’autore alunno del liceo si presta a varie considerazioni. Mi accomuna a lui il fatto che – date le mie tendenze – avrei anche io preferito fare lo scientifico, e – come risulta proprio dalla fine della prima parte, quella legata al periodo post-bellico – altra “bestia nera” del prof. Fulci alunno era il greco (le stesse difficoltà così ben espresse le ebbi io, e furono aggravate anche dall’aver avuto due professori di latino e greco in tre anni, il temuto prof. Martella e il buon prof. Carta, non nominati nel libro in quanto non più presenti all’epoca in cui Fulci frequentò il liceo da studente). Ottime invece le descrizioni delle personalità dei presidi, tra cui spicca il prof. Dal Cerro, e la sua abitudine di venire al liceo in bicicletta. E ancora degna di nota la descrizione delle attività scolastiche “di laboratorio”, che consentivano di approfondire le discipline propriamente scientifiche.
Le attività propriamente “non scolastiche” (cineforum, teatro), accennate al momento in cui furono avviate, hanno larga parte nella seconda metà della seconda parte. Mi hanno incuriosito non poco perché ai miei tempi ancora non c’erano: soprattutto il cineforum mi avrebbe appassionato e coinvolto, cinefilo qual’ero proprio negli anni del liceo!
Non voglio dilungarmi ancora nel racconto: il libro è davvero pregevole e per apprezzarlo va letto (possibilmente anche più di una volta). Voglio solo citare una coincidenza che mi ha rallegrato non poco: la copertina è opera di Caterina Capalbo, ex alunna del Giulio e componente del nostro circolo di lettura. Buona lettura ad ex alunni e non!



(Lavinio Ricciardi)









Ludovico Fulci, Le centomila e una storia del Giulio Cesare. Cronistoria di un Liceo romano, Edizioni Progetto Cultura, 2017 [ * ]

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