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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
L'UOMO DEI DADI
post pubblicato in Rhinehart, Luke, il 21 luglio 2016

Verso la fine degli anni sessanta Luke Rhinehart faceva lo psicoanalista a New York e si annoiava. Abitava in un bell’appartamento con una splendida vista sulle finestre dei vicini, che a loro volta avevano una splendida vista sulle sue finestre. Faceva yoga, leggeva libri sullo zen, sognava vagamente di entrare in una comunità hippy ma non ne aveva il coraggio. Aveva quindi ripiegato sui pantaloni a zampa d’elefante e su una barba che gli dava un’aria un po’ meno da borghese depresso e un po’ più da attore disoccupato. Nel suo lavoro di terapeuta, stava attento a non influenzare i pazienti. Se un obeso, vergine e divorato da pulsioni sadiche diceva sul suo divano che gli sarebbe piaciuto stuprare e ammazzare un’adolescente, la sua etica professionale gli imponeva di ripetere con voce posata: “Le piacerebbe ammazzare e uccidere un’adolescente...?”. Punto interrogativo evasivo, che si perdeva tra i punti di sospensione. Lungo silenzio. Assenza di giudizio. In realtà quello che avrebbe voluto rispondere era: “Dai, vecchio mio! Se ti va di stuprare e ammazzare un’adolescente, piantala di spaccarmi i coglioni con questa ossessione e fallo!”.
Ovviamente si tratteneva dal dire mostruosità del genere, ma ne era sempre più ossessionato. Come tutti, si proibiva di realizzare le sue fantasie, che pure non erano particolarmente trasgressive: nulla che potesse mandarlo in prigione, a differenza di quanto sarebbe successo al suo paziente sadico se si fosse lasciato andare. Per esempio gli sarebbe piaciuto andare a letto con Arlene, la moglie dal seno grandioso del suo collega e dirimpettaio Jake Epstein. Qualcosa gli diceva anche che lei non sarebbe stata contraria, ma Luke, da bravo uomo sposato, adulto, leale, responsabile, lasciava l’idea sobbollire nella palude dei suoi sogni a occhi aperti.
Così va la vita di Luke, tranquilla e monotona, fino al giorno in cui, dopo una serata un po’ troppo alcolica, trova sulla moquette un dado, un banale dado da gioco, e gli viene l’idea di lanciarlo e di agire in base al risultato. “Se esce una cifra tra due e sei faccio quello che farei comunque: riportare i bicchieri sporchi in cucina, lavarmi i denti, prendere due aspirine per non avere troppo mal di testa al risveglio, infilarmi a letto accanto a mia moglie che dorme e forse masturbarmi di nascosto pensando ad Arlene. Se invece esce l’uno, faccio quello che ho veramente voglia di fare: attraverso il pianerottolo, busso alla porta di Arlene, che stasera so che è sola a casa, e ci vado a letto”.
Esce l’uno.
Luke esita, ha la vaga impressione di essere davanti a una soglia: se la oltrepassa la sua vita rischia di cambiare. Ma la decisione non è sua, è del dado, e così obbedisce. Arlene, che gli apre la porta in babydoll trasparente, è sorpresa ma non dispiaciuta. 
Quando Luke torna a casa, dopo due ore estremamente piacevoli, è consapevole di essere cambiato. Forse non è un cambiamento enorme, ma è più di quanto uno possa aspettarsi da una psicoterapia, e lui queste cose è pagato per saperle. Ha fatto qualcosa che il solito Luke non farebbe. Un Luke più coraggioso, più aperto, meno limitato si fa strada sotto il Luke prudente e conformista, e forse altri Luke, di cui non sospetta neppure l’esistenza, aspettano dietro la porta che il dado li faccia uscire.
Ormai in tutte le circostanze della vita Luke consulta il dado e, poiché ha sei facce, gli sottopone sei opzioni. La prima è fare come ha sempre fatto. Le altre cinque si distinguono più o meno chiaramente da questa routine. Mettiamo per esempio che Luke e sua moglie abbiano deciso di andare al cinema. Il nuovo film di Antonioni, Blowup, è appena uscito, ed è esattamente quello che una coppia di intellettuali newyorchesi come loro deve andare a vedere. Ma potrebbero anche andare a vedere un film ancora più intellettuale, una roba ungherese o cecoslovacca ancora più pallosa, o invece una grossa produzione commerciale americana, di quelle che loro disprezzano a priori, o un film porno in un cinema per barboni di Bowery, dove le persone come loro non hanno mai messo piede né mai lo metteranno. Una volta sottoposta al dado, la scelta più insignificante – un film, un ristorante, un piatto al ristorante – può aprire, se uno ci fa caso, un ventaglio molto ampio di possibilità e di occasioni di uscire dalla routine. Luke, all’inizio, ci va piano. Sceglie opzioni prudenti, non troppo lontane dalle sue basi. Piccole divagazioni che mettono un pizzico di pepe nella sua vita senza sconvolgerla, come cambiare posto a letto o posizione durante il sesso coniugale. Ma ben presto le sue opzioni diventano più audaci. Comincia a considerare tutto ciò che non ha mai fatto una sfida da accettare.
Andare nel tipo di posto dove non andrebbe mai, frequentare persone che non frequenterebbe mai. Provare a sedurre una donna di cui ha preso il nome a caso sull’elenco del telefono. Chiedere in prestito dieci dollari a uno sconosciuto. Dare dieci dollari a uno sconosciuto. Entrare in un bar di omosessuali, lasciarsi rimorchiare, rimorchiare a sua volta e perché no, lui, l’eterosessuale dichiarato, andare a letto con un uomo. Con i suoi pazienti, mostrarsi impositivo, impaziente, dispotico. A quello che si considera una nullità, sparare all’improvviso: “E se la verità fosse che lei è una nullità?”. Allo scrittore con il blocco creativo: “Invece di impuntarsi sul suo stupido romanzo, perché non se ne va in Congo e non entra in un movimento rivoluzionario? Perché non cerca la fuga in avanti? Il sesso, la fame, il pericolo?”. E al grande inibito: “Perché non si scopa la mia segretaria? E' brutta ma non aspetta altro. Uscendo dallo studio ci provi, le infili la lingua in bocca, male che va le molla uno schiaffo, cos’ha da perdere?”. Spinge i suoi pazienti a lasciare la famiglia o il lavoro, a cambiare orientamento politico o sessuale. I risultati sono disastrosi e la sua reputazione ne risente, ma lui se ne frega. Quello che lo eccita, adesso, è agire in modo esattamente contrario al suo comportamento abituale: mettere il sale nel caffè, fare jogging in smoking, andare in studio in pantaloncini, pisciare nei vasi di fiori, camminare all’indietro, dormire sotto il letto. La moglie ovviamente lo trova strano, ma lui le dice che sta facendo un esperimento psicologico e lei si lascia convincere. Fino al giorno in cui gli viene l’idea di coinvolgere nell’esperimento anche i figli. Oh, sa bene che la cosa è pericolosa, molto pericolosa, ma ormai è una regola di esperienza: ogni opzione immaginata, anche con terrore, finisce per essere sottoposta al dado e, prima o poi, esce. Così, un fine settimana in cui la moglie è via, Luke propone al figlio e alla figlia un gioco in apparenza innocente: scrivere su un pezzo di carta sei cose che hanno voglia di fare e lasciar decidere il dado. 
All’inizio tutto si svolge in modo tranquillo (l’inizio è sempre tranquillo), mangiano un gelato, vanno allo zoo, poi il bambino prende coraggio e dice che c’è una cosa che vorrebbe tanto fare: picchiare un compagno di scuola che gli ha dato fastidio. “Bene”, dice Luke, “scrivilo”, ed è l’opzione che esce. Il bambino si aspetta che, vedendolo con le spalle al muro, il padre lo dispensi dall’andare fino in fondo, invece no, il padre gli dice: “Vai”. Così il bambino va dal compagno di scuola, gli molla una sberla e torna a casa con gli occhi che brillano chiedendo: “Dov’è il dado?”.
Tutto ciò fa riflettere Luke: se suo figlio adotta così naturalmente questo modo di essere, significa che non è ancora del tutto alienato dall’assurdo postulato dei genitori e della società in generale, secondo cui è un bene che i bambini sviluppino una personalità coerente. E se, per cambiare, li educassimo in modo diverso? Valorizzando la molteplicità, il cambiamento continuo? Mentite, care testoline bionde, disobbedite, siate incoerenti, perdete la nefasta abitudine di lavarvi i denti prima di andare a letto. Ci viene detto che i bambini hanno bisogno di ordine e di punti di riferimento: e se invece fosse vero il contrario? Luke pensa seriamente di fare di suo figlio il primo uomo interamente sottomesso al caso, quindi affrancato dalla lugubre tirannia dell’ego: un figlio alla Lao Tze.
A quel punto la moglie torna a casa, scopre quello che è successo in sua assenza e, dato che non lo trova più divertente, lascia Luke portandosi via i bambini.
Ecco il nostro eroe sollevato dalla sua famiglia. La cosa lo rende triste, perché ama la sua famiglia, ma il dado è un padrone esigente quanto Gesù Cristo: come lui, vuole che abbandoniamo tutto per seguirlo.
Dopo la famiglia Luke abbandona il lavoro, in seguito a una serata che riunisce il gotha della psicoanalisi newyorchese. Secondo la tabella di marcia fornita dal dado (è giusto precisare che era parecchio fatto mentre compilava l’elenco delle opzioni), durante l’incontro dovrà cambiare personalità ogni dieci minuti, interpretando i sei ruoli seguenti: uno psicologo beneducato (lui prima del dado), un ritardato mentale, un maniaco sessuale disinibito, un fricchettone fanatico di Gesù, un militante di estrema sinistra, un militante di estrema destra che fa discorsi pesantemente antisemiti. 
Dà scandalo, poi viene ricoverato e chiamato a comparire davanti alla commissione disciplinare dell’ordine. Luke approfitta di questa tribuna inaspettata per far conoscere al mondo quella che presenta come una terapia rivoluzionaria. 
I suoi colleghi sono inorriditi: la sua terapia rivoluzionaria significa la distruzione programmata dell’identità delle persone. È esattamente questo, riconosce Luke, ma non è forse la cosa migliore che possa accadere? Quella che chiamiamo identità personale è solo un giogo di noia, frustrazione, disperazione.
Tutte le terapie cercano di rafforzare questo giogo, mentre la libertà è mandarlo in pezzi, è non essere più prigionieri di se stessi, ma poter essere secondo l’umore e il capriccio un altro, decine di altri...“What do you really want? Everything, I guess. To be everybody and to do everything”. Dopo questa professione di fede, il visionario è cacciato dalla sua comunità professionale, com’è successo da poco a un altro visionario, Timothy Leary, l’apostolo dell’lsd.
Senza famiglia, lavoro né legami, Luke è libero, in balia di una libertà vertiginosa. Ha scoperto e sperimenta su se stesso qualcosa che all’inizio rende più eccitante la vita quotidiana, ma che ha una logica talmente radicale da rimetterla continuamente in discussione. All’inizio era come la marijuana, una roba piacevole e divertente, adesso è come l’acido, una roba enorme ed esaltante ma che devasta tutto. Per dare libero sfogo alle tendenze represse della personalità, si passa da una trasgressione all’altra. La trasgressione stessa diventa un’ascesi, che non ha più nulla di edonista né di divertente. L’ultima barriera che salta è il principio del piacere, perché chi si lancia sulla via del dado all’inizio fa cose che non avrebbe mai osato fare ma che sognava di fare, più o meno segretamente. Poi arriva un giorno in cui il dado lo spinge a fare cose che non solo non osava fare, ma che non aveva voglia di fare, perché contrarie ai suoi gusti, ai suoi desideri, alla sua personalità. Ma è proprio la personalità, la nostra piccola e miserabile personalità, il nemico numero uno da abbattere, il condizionamento da cui bisogna liberarsi. Per non essere più prigionieri di noi stessi, dobbiamo accettare di seguire dei desideri che non sapevamo di avere e 
che addirittura non avevamo. 
Prendiamo per esempio il sesso: si comincia variando la routine coniugale, con soddisfazione di entrambi, poi si cambia donna, poi la si lascia (o si è lasciati, come nel caso di Luke), poi si va a letto con tutte le donne che troviamo attraenti, poi per allargare il campo ed essere un po’ meno schiavi delle proprie meschine preferenze si passa alle donne che non ci attirano – vecchie, grasse, quelle che un tempo non avremmo neanche guardato – e da lì agli uomini e poi ai bambini e poi allo stupro e poi all’omicidio sadico, all’American psycho, perché no? 
Nessun praticante serio del dado può evitare, prima o poi, di inserire un omicidio nella propria lista di scelte. È il tabù supremo, e sarebbe da vigliacchi non trasgredirlo. Luke, quando il dado glielo ordina, immagina due sotto-opzioni: uccidere una persona che conosce, ucciderne una che non conosce. Preferirebbe ovviamente la seconda ipotesi, ma no, è la prima che esce, ed eccolo costretto a stabilire una lista di sei vittime potenziali, nella quale include coraggiosamente i due figli. Per fortuna questa prova gli viene risparmiata, come l’omicidio di Isacco è risparmiato ad Abramo: il dado esige solo che uccida uno dei suoi ex-pazienti. 
Se dobbiamo dar credito alla sua autobiografia, Luke non si tirò indietro. Lo fece davvero. Alcuni commentatori sono scettici e, quasi cinquant’anni dopo, il fatto sembra impossibile da verificare. Quello che invece sembra certo è che, dopo aver mandato in fumo carriera, famiglia e reputazione, Luke era ormai pronto per diventare una sorta di profeta, e così è stato. In quei lontani anni in cui, da una costa all’altra degli Stati Uniti, fiorivano le terapie più paradossali, un guru del dado aveva tutte le possibilità di trovare degli adepti. 
Così è nato in un tranquillo villaggio del New England il celebre e scandaloso Center for experiments in totally random environments, dove ci s’iscrive di propria volontà ma dal quale ci s’impegna a uscire solo una volta portato a termine il proprio esperimento. I principianti cominciano praticando la roulette emotiva: scelgono sei emozioni forti, che devono poi esprimere nel modo più drammatico possibile per dieci minuti. I più esperti passano al gioco di ruolo a durata variabile, che consiste nell’elencare sei personalità – per esempio filantropo o cinico, lavoratore o fannullone, normopatico o psicotico, che potenzialmente esistono in ognuno di noi – e nel seguire la scelta dal dado per (sempre secondo il verdetto del dado) dieci minuti, un’ora, un giorno, una settimana, un mese, un anno. Vivere un anno nei panni di uno psicotico quando non si è psicotici è piuttosto impegnativo come esperimento. Alla fine della formazione i più coraggiosi provano la sottomissione totale, per una durata variabile, alla volontà di qualcun altro, che non solo lancerà il dado ma selezionerà le opzioni. È così che Luke è diventato schiavo di una ragazza completamente nevrotica e abbastanza fantasiosa da fargli vivere un mese di delirio sadomasochista, nel corso del quale Luke sostiene di aver imparato su se stesso e sulla vita più di quanto abbia imparato nei quarant’anni precedenti.
Tra gli adepti della terapia del dado alcuni sono impazziti. Altri sono morti o sono f
initi in prigione. A quanto pare c’è chi ha raggiunto uno stato di risveglio e di gioia stabile, simile al nirvana dei buddisti. In un anno o due di esistenza il centro creato da Luke è in ogni caso diventato scandaloso quanto le comunità di Timothy Leary: una scuola del caos, secondo la stampa conservatrice, e una minaccia per la civiltà seria quanto il comunismo o il satanismo di Charles Manson. La fine dell’avventura è avvolta dall’oscurità. Si dice che Luke sia stato arrestato dall’Fbi, che abbia passato vent’anni in un ospedale psichiatrico. O che sia morto. O che non sia mai esistito.
Tutto quello che ho appena raccontato si trova in un libro, The dice man (L’uomo dei dadi), pubblicato nel 1971 e tradotto in francese l’anno seguente.
L’ho scoperto a sedici anni, insieme ai capolavori folli e paranoici di Philip K. Dick, e mi ha segnato quasi altrettanto. Ero un adolescente con i capelli lunghi, la giacca afgana e gli occhialetti rotondi, spaventosamente timido, e per un po’ sono andato in giro con un dado in tasca, facendovi affidamento per trovare la sicurezza che mi mancava con le ragazze. A volte funzionava, di solito no, ma L’uomo dei dadi era comunque il genere di libro in cui trovare non solo piacere ma anche delle regole di vita, il manuale di sovversione che chiunque sogna di mettere in atto nella vita reale. Era difficile dire se fosse un’opera di fantasia o un racconto autobiografico, ma l’autore, Luke Rhinehart, si chiamava come il protagonista ed era come lui psichiatra. Viveva a Maiorca, precisava l’editore, e all’epoca Maiorca e Formentera erano i posti dov’era ambientato More, il film di Barbet Schroeder sulla droga, con la meravigliosa Mimsy Farmer e l’affascinante musica dei Pink Floyd: il rifugio ideale per un profeta allo stremo, scampato per un soffio al naufragio della sua comunità di matti.
Gli anni sono passati, L’uomo dei dadi è rimasto una parola d’ordine, l’oggetto di un culto minore ma persistente, e ogni volta che incontravo qualcuno che lo aveva letto (quasi sempre un fumatore di spinelli, e spesso un adepto dell’I Ching), tornavano le stesse domande: cosa c’era di vero in questa storia? Chi era Luke Rhinehart? Che fine aveva fatto? In seguito mi sono messo a scrivere libri che spesso ruotano intorno alla tentazione delle vite molteplici. Noi tutti siamo prigionieri della nostra personcina, limitati nei nostri modi di pensare e di agire. Vorremmo sapere cosa signiica essere qualcun altro, io almeno vorrei saperlo, e se sono diventato scrittore è in gran parte per immaginarlo. È questo che mi ha spinto a raccontare la vita di Jean-Claude Romand, che ha passato vent’anni a fingere di essere qualcun altro, o di Eduard Limonov, che di vite ne ha vissute dieci.
Qualche mese fa ne parlavo con un amico, che a questa tentazione della molteplicità contrapponeva la tradizione stoica secondo la quale la realizzazione personale è al contrario frutto della coerenza, della fedeltà a se stessi, della paziente scultura di una personalità il più stabile possibile. Visto che non potremo mai prendere tutte le strade della vita, la cosa più saggia è seguire la propria, e più è stretta e lineare, più avremo la possibilità di andare lontano. Ero d’accordo: con l’età, ho cominciato a pensarla così anch’io. Ma poi mi è tornato in mente
 Rhinehart, l’apostolo della dispersione, il profeta della vita caleidoscopica, l’uomo che dice che bisogna seguire tutte le strade, e poco importa se sono vicoli ciechi. Un fantasma dei fiduciosi e pericolosi anni sessanta, quando le persone credevano di poter vivere tutto, provare tutto, e mi sono di nuovo chiesto dov’era finito questo fantasma, se ancora esisteva da qualche parte.
In passato, su questo tipo di argomenti, dovevamo accontentarci della nostra immaginazione, oggi invece c’è internet e in un’ora su internet ho scoperto più cose su Luke Rhinehart che in trent’anni di pigre congetture.
Il suo vero nome è George Cockcroft, non è più un ragazzino, ovviamente, ma è ancora vivo. Ha scritto altri libri ma nessuno ha conosciuto il successo dell’Uomo dei dadi, che a quarant’anni dalla sua uscita è più che mai un libro di culto. Gli sono stati dedicati decine di siti e altrettante leggende circolano sul suo conto. Si è più volte parlato di un adattamento cinematografico, le star più famose di Hollywood, da Jack Nicholson a Nicolas Cage, si sono contese il ruolo di Luke, ma stranamente il progetto non si è mai concretizzato. Un po’ ovunque nel mondo esistono comunità di adepti del dado. Il mitico autore conduce una vita monastica in una fattoria isolata nel nord dello stato di New York. Sono trent’anni che nessuno lo vede e di lui circola una sola foto: ritrae, sotto un cappello
da cowboy, un volto emaciato e sarcastico, e sono colpito dalla somiglianza con un altro magnifico fantasma, Dennis Hopper nell’Amico americano di Wim Wenders.
Mi dico che potrebbe essere un argomento interessante per un articolo e ne parlo a Patrick de Saint-Exupéry, il direttore di XXI, come se Luke Rhinehart fosse un misto tra Carlos Castaneda, William Burroughs e Thomas Pynchon: un’icona della sovversione più radicale trasformata in uomo invisibile. Proposta accettata, naturalmente.
Un dettaglio avrebbe dovuto farmi riflettere: il mio uomo invisibile ha un sito, grazie al quale l’ho contattato, e mi ha risposto neanche un’ora dopo con una cordialità sorprendente per qualcuno che vive da recluso. Volevo venire dalla Francia per intervistarlo? Ottima idea! E quando si sono precisate le modalità della mia visita, mi ha detto gentilmente che sperava di non deludermi troppo: ero alla ricerca di Luke Rhinehart ma avrei incontrato George Cockcroft, e George Cockcroft era, per sua stessa ammissione, an old fart, un vecchio rimbecillito. Ho preso questo avvertimento come una forma di civetteria.
Passando per New York, decido di invitare a cena uno di questi adepti del dado, che ho contattato qualche settimana prima via internet. Ron, 30 anni, si presenta come artista concettuale e pirata urbano. Anima una comunità di dice people, adepti del lancio del dado che si riuniscono tutti i mesi per quelle che, dietro il gergo new age, ricordano molto le buone vecchie orge, in cui il dado decide chi sta sopra, chi sta sotto e quale orifizi bisogna usare. Con mio grande disappunto il pirata urbano non ha previsto nulla del genere durante il mio soggiorno, ma è molto impressionato dal mio coraggio: presentarsi alla porta di Luke Rhinehart! Andare a tirare i baffi alla vecchia tigre! Vuol dire proprio spingersi dal lato oscuro della Forza. Rispondo che, dal nostro scambio di email, mi è sembrato un anziano molto affabile. Ron mi guarda, pensieroso, un po’ impietosito: “Un anziano molto affabile...Può darsi, certo. Può darsi che il dado gli abbia ordinato di calarsi in questo ruolo con lei. Ma non dimentichi che il dado ha sei facce. Gliene ha presentata una, ma non sa quali sono le altre cinque, né quando sceglierà di mostrargliele”.
Da Pennsylvania station a Hudson, nel nord dello stato di New York, ci vogliono due ore di treno, attraverso un incantevole paesaggio di campagna. L’uomo che mi aspetta alla stazione porta lo stesso cappello da cowboy che ho visto sulla sua unica foto, ha lo stesso volto emaciato, gli stessi occhi di un blu slavato, lo stesso sorriso leggermente sardonico. È molto alto, curvo, con un po’ d’immaginazione lo si potrebbe trovare inquietante, se non fosse che, quando gli porgo la mano, mi stringe tra le braccia, mi bacia sulle guance come fossi suo figlio e mi presenta a sua moglie Ann, che si rivela affabile e cordiale quanto lui. Saliamo tutti e tre sulla loro vecchia station wagon e attraversiamo il tranquillo paesino.
Case di legno bianche, verande, prati: non è l’America suburbana di Desperate housewives ma un’America molto più antica, più remota, più rurale, e non bisogna lasciarsi ingannare dalle apparenze, mi dice Ann, in primavera è piacevole ma per quattro mesi all’anno è tutto ricoperto di neve, le strade sono spesso bloccate, per vivere qui tutto l’anno servono delle notevoli risorse interiori. Proseguendo tra boschi e frutteti, mi rendo conto che questo paesaggio, nella sua versione invernale, è quello di uno dei miei romanzi preferiti, Ethan Frome di Edith Wharton, e quando lo dico ai miei ospiti il mio commento li entusiasma. È anche uno dei loro romanzi preferiti, George lo ha fatto spesso studiare ai suoi studenti. Ai suoi studenti? Ma non era psichiatra o psicoanalista? “Psichiatra? Psicoanalista?”, ripete George, sorpreso come se avessi detto cosmonauta. No, non è mai stato psichiatra, ha insegnato tutta la vita inglese al college. Davvero? Eppure sulla quarta di copertina del suo libro…George alza le spalle, come a dire: sa come sono gli editori, i giornalisti, dicono tutto e il contrario di tutto.
Abbiamo lasciato Hudson da più di un’ora, George ha una guida nervosa che contrasta con la bonarietà dei suoi modi e che fa ridere sua moglie, di quel riso affettuoso con cui prendiamo in giro i piccoli difetti dei nostri cari. È commovente vedere come si amano: non uno sguardo, non un gesto tra loro che non sia tenero, attento, patinato dalla lunghissima consuetudine che ognuno ha dell’altro. Sembrano veramente Filemone e Bauci, e quando Ann mi dice che sono sposati da cinquantasei anni, non sono sorpreso. Ma al tempo stesso c’è qualcosa che non quadra, tutto questo non corrisponde affatto al Luke Rhinehart che avevo immaginato attraverso il suo libro.
La casa è una vecchia fattoria, attrezzata per affrontare gli inverni rigidi e costruita su un lieve pendio che porta a uno stagno dove nuotano delle anatre. Oggi varrebbe parecchio, ma loro hanno avuto la fortuna di comprarla quarant’anni fa, quando avevano i mezzi, e da allora non l’hanno lasciata. I loro tre figli sono cresciuti qui, due abitano da queste parti – uno fa il carpentiere e l’altro l’imbianchino – e il terzo vive ancora con loro. È schizofrenico, mi dice Ann senza particolare imbarazzo, e in questo momento sta bene, non ha crisi, però non devo preoccuparmi se lo sento parlare ad alta voce nella sua camera, che si trova proprio accanto alla camera degli ospiti che mi hanno preparato per il weekend (mi sono invitato per il fine settimana, ma qualcosa mi dice che se volessi rimanere per una settimana o per un mese non ci sarebbero problemi).
Ann serve il tè e, con i nostri mugs in mano, George e io ci sediamo in terrazza per l’intervista. Ha sostituito il cappello da cowboy con un berretto da baseball e, poiché gli chiedo di raccontarmi la sua vita, comincia dall’inizio.
È nato nel 1930, in un villaggio a pochi chilometri da quello in cui vive oggi, e dove molto probabilmente morirà. Middle class semirurale, provata dalla grande depressione, eppure ricorda un’infanzia e un’adolescenza piuttosto felici. Bravo in matematica, studente modello, per nulla avventuroso, dice di aver raggiunto i vent’anni senza avvertire nessuna velleità creativa. Ma gli studi che ha intrapreso (per diventare ingegnere civile come suo padre) lo annoiano, così si orienta verso la psicologia. Siamo agli inizi degli anni cinquanta: la psicologia com’è insegnata all’università non è Freud, non è Jung, non è Erich Fromm, sono dei fastidiosi esperimenti sui topi, e George si dice che è meglio leggere dei romanzi, cosa che fino ad allora non aveva mai pensato di fare. È così che, facendo le guardie di notte durante il suo tirocinio in un ospedale di Long Island, divora Mark Twain, Melville e i grandi autori russi dell’ottocento. È così che comincia a scrivere un romanzo ambientato in un ospedale psichiatrico (ah, ecco). Il protagonista è un ragazzo ricoverato perché si crede Gesù, e nel personale medico c’è un dottore chiamato Luke Rhinehart, che pratica la terapia del dado (ah, ecco). Il nome Luke è stato scelto in omaggio all’evangelista, cosa che mi fa molto piacere, e fa piacere anche a George quando gli spiego che ho da poco scritto un grosso libro su di lui. Il dado, invece, è una mania che George ha sviluppato ai tempi della scuola media insieme a un gruppo di
amici. Serviva per decidere il programma del sabato sera (la scelta era comunque piuttosto limitata: hamburger, drive-in...). A volte sceglievano delle penitenze: fare il giro dell’isolato saltando su una gamba sola, andare a suonare il campanello del vicino, niente di serio, e quando, pieno di speranza, chiedo a George se da adulto ha spinto oltre queste esperienze, scrolla le spalle e sorride con una cortese aria di scusa, perché è perfettamente consapevole che preferirei dei racconti più piccanti.
“No”, ammette, “al dado chiedevo cose come: se mi sono stufato di lavorare, rimango seduto alla scrivania ancora un’ora? Due? O vado subito a fare una passeggiata?”.
“Ma che dici?”, esclama Ann, uscita sulla terrazza per proporci un crumble ai mirtilli che ha appena sfornato. “Non ricordi almeno una decisione importante che il dado ti ha fatto prendere?”. George ride, anche lei ride, sono sempre molto commoventi, e lui mi racconta che in ospedale aveva notato un’infermiera molto attraente, ma essendo timido non osava rivolgerle la parola. È stato il dado a costringerlo: George l’ha accompagnata a casa in macchina, l’ha portata in chiesa ma la chiesa era chiusa e allora l’ha invitata a giocare a tennis. La vispa infermiera era Ann, ovviamente.
Dieci anni dopo hanno tre maschietti e George, che è diventato professore di inglese, chiede di essere trasferito nel liceo americano di Deià, a Maiorca. Questo sog
giorno all’estero è la grande avventura della loro vita. Maiorca nel 1965 è un incanto, ma la coppia non ha vissuto nulla di quello che mi affascinava in More: George non si droga, è fedele alla moglie, frequenta un’associazione di professori come lui, ma non sfugge del tutto allo spirito dei tempi perché si mette a leggere libri sulla psicoanalisi, sull’antipsichiatria, sulle mistiche orientali, sullo zen, tutta la controcultura degli anni sessanta la cui grande idea, per dirla in poche parole, è che siamo tutti condizionati e che dobbiamo liberarci dai nostri condizionamenti. Inluenzato da queste letture, George si rende improvvisamente conto del potenziale rivoluzionario di quello che credeva essere un semplice gioco regressivo, più o meno abbandonato dopo l’adolescenza, e lui che, una volta sposato, aveva abbandonato anche l’idea di scrivere dei libri, si lancia febbrilmente nella stesura di quello che diventerà L’uomo dei dadi.
Ci metterà quattro anni a scriverlo, con il fedele sostegno della moglie, e anche questo mi stupisce perché sono due persone aperte e tolleranti ma in in dei conti molto virtuose, molto legate ai valori della famiglia, e il libro è mostruosamente trasgressivo, tanto che ancora oggi risulta indecente. Chiedo ad Ann: “Non la disturbava leggere queste cose? Scoprire che suo marito, il padre dei suoi figli, aveva tutti quegli orrori in testa?”. Lei sorride con tenerezza: “No, non mi disturbava affatto. Ho Fiducia in George. E il fatto che scrivesse mi sembrava una cosa bella: ero orgogliosa di lui”.
Nel suo candore, Ann aveva ragione: ragione di essere orgogliosa di lui, ragione ad avere fiducia in lui. Con loro grande sorpresa il libro è stato comprato a caro prezzo da un editore statunitense e i diritti venduti alla Paramount. Poi ha cominciato a vivere di vita propria, una vita errabonda e imprevedibile: successo in Europa (ma non negli Stati Uniti, secondo una maledizione che sembra colpire i grandi eccentrici, da Edgar Allan Poe a Philip K. Dick), ristampe regolari, fama di libro di culto rilanciata negli ultimi dieci anni da internet. Ci sono state delle delusioni: il film, per oscuri motivi, non è mai stato girato e la Paramount ha ancora i diritti, mentre decine di registi indipendenti sognerebbero di girarlo; nessun altro dei libri scritti da George ha avuto successo, e lui è rimasto l’autore di un capolavoro inclassiicabile. Ma è già tanto, e la vita con lui – con loro – non è stata troppo crudele. I diritti dell’Uomo dei dadi gli hanno permesso di comprare una bella casa, nel loro paese di origine, e di invecchiarci in santa pace, lui scrivendo, lei dipingendo, occupandosi entrambi del figlio malato e preoccupati solo di morire prima di lui.
Il caso ha voluto che quel giorno fosse la festa della mamma, e gli altri due figli sono venuti a celebrarla con i loro genitori. Sono due bravi americani con la camicia a scacchi, bevitori di Budweiser, pescatori di trota, con i piedi per terra. Il fratello schizofrenico è uscito brevemente dalla sua stanza e, nonostante un certo torpore, non aveva un brutto aspetto. Tutti e tre hanno detto ad Ann che era stata a terrific mom, una mamma eccezionale, e sono sicuro che è vero. Dopo cena abbiamo finito la serata da uno dei igli, che abita lì vicino, anche lui in piena campagna, e che ha una jacuzzi all’aperto dove George e io abbiamo continuato a bere guardando le stelle, tanto che non mi ricordo bene come sono tornato nella mia camera.
Mi sono svegliato di soprassalto verso le tre del mattino. Avevo la gola secca, dalla finestra vedevo solo la massa scura, opprimente, della foresta che circonda la casa, e una voce monocorde, grumosa, salmodiava a pochi metri da me delle frasi che non capivo. Un raggio di luce passava sotto la porta che separava la mia camera da quella del figlio schizofrenico. Ero sconvolto, ci ho messo un po’ a calmarmi e, come spesso accade, è stata la cultura a salvarmi. Ripensavo a tutte quelle storie di visite a un vecchio scrittore recluso nella sua casa di legno tra le colline (il classico dei classici è Lo scrittore fantasma di Philip Roth, in cui il giovane Nathan Zuckerman scopre che l’enigmatica segretaria altri non è che Anna Frank sopravvissuta). Mi dicevo: è strano quello che uno può proiettare su una foto. Quella di Luke Rhinehart mi aveva fatto immaginare tutta una storia: una vita pericolosa, diabolica, una vita fatta di eccessi, di trasgressioni, di sperimentazioni di ogni genere. Di donne innumerevoli, fatali, drogate, almeno una o due suicide. Di bordelli in Messico, di comunità di pazzi nel deserto del Nevada, di folli esperimenti di espansione della coscienza. E quel volto, lo stesso volto dai lineamenti forti e dagli occhi d’acciaio, è in realtà il volto di un adorabile vecchietto che si avvicina con l’adorabile moglie alla dolce fine di una vita placida e tranquilla, il cui unico incidente di percorso è stato aver scritto un libro sconvolgente, e che arrivato alla sua veneranda età deve gentilmente spiegare a chi viene a trovarlo per questo motivo che non bisogna confonderlo con il suo personaggio e che lui è semplicemente un romanziere.
In realtà? Ma che ne sapevo io della realtà? Mi è tornato in mente l’avvertimento di Ron, il pirata urbano. Quello che vedo, l’adorabile vecchietto, è solo una faccia del dado. È il volto che il dado gli ha ordinato di mostrarmi, ma ne ha almeno altri cinque di riserva e forse questa notte è previsto che lo cambi. Quella fissata per questa notte potrebbe essere l’opzione Stephen King. La bella fattoria di legno bianco, la dolce compagna di una vita che sforna torte di mirtilli, la festa della mamma, le chiacchiere nella jacuzzi, tutto questo potrebbe rivelare il suo lato oscuro. Quella figura alta e curva, che a pensarci bene ricorda quella di un orco, si sta già dirigendo verso il fienile per prendere la motosega.
A colazione ho capito subito che George temeva di avermi deluso. E in quel momento non aveva torto: mi chiedevo davvero che cos’avrei potuto scrivere. Allora mi ha portato a fare un giro sul lago, e mentre i nostri kayak scivolavano lentamente sull’acqua calma, mi ha parlato di alcuni dei suoi discepoli. Perché quello che lui si è limitato a immaginare, altri lo hanno fatto sul serio.
Per esempio lo stravagante magnate Richard Branson, il fondatore della Virgin, finito sui giornali per aver fatto il giro del mondo in pallone aerostatico o perché, in seguito a una scommessa, ha recitato la parte di una hostess su un aereo della sua compagnia. Branson racconta spesso che tutte le sue scelte nella vita e negli affari le ha fatte grazie al dado e sotto l’influenza di Luke Rhinehart. Lo cita come altri citano Lao Tze, Nietzsche o Thoreau: un grande emancipatore, un maestro di libertà. I lettori di un giornale londinese alla moda, Loaded, sono dello stesso parere: hanno eletto L’uomo dei dadi il romanzo più influente del novecento. Il direttore a quel punto ha avuto l’idea per un reportage, che ha affidato al giornalista più gonzo della redazione: seguire per tre mesi l’esempio di Luke Rhinehart, affidando ogni decisione al dado e raccontando cosa succede. I mezzi a sua disposizione erano, se non illimitati, sufficienti per realizzare quasi ogni capriccio: prendere un aereo per la destinazione più remota, andare a vivere nella baracca di un pescatore o affittare l’ultimo piano di un albergo di lusso, ingaggiare un sicario, pagare una grossa cauzione per uscire di prigione. A quanto pare il giornalista, un certo Ben Marshall, ha preso l’esperienza abbastanza sul serio da distruggere la sua vita affettiva e professionale e scomparire per diversi mesi senza dare più notizie.
“Un tipo strano, quel Ben”, mi dice George. “Può vederlo in Dice world, un documentario prodotto da un’emittente britannica nel 1999”. Non sapendo nulla di quel documentario, gli chiedo se ha il dvd e se possiamo vederlo insieme, ed ecco che, all’improvviso, George sembra imbarazzato. Dice che il documentario non è niente di che, e comunque non è nemmeno sicuro di averlo, ma io insisto talmente che ci ritroviamo seduti sul divano davanti al grande televisore del salotto, con il telecomando in mano, e il film comincia: in effetti non è niente di che, montato troppo in fretta, con faticosi effetti da videoclip, ma si vede questo Ben Marshall, che si è offerto volontario per giocare la sua vita ai dadi, ed è un giovane con la testa rasata, gli occhi fissi, i gesti nervosi, che spiega in modo molto convincente come si è fermato prima di diventare pazzo, perché rende pazzi, questa roba, è la cosa più eccitante del mondo ma rende pazzi, è importante saperlo.
Sembra uno tornato da molto lontano, un po’ dal paradiso, molto dall’inferno. E subito dopo chi si vede? Il suo ispiratore, il nostro amico George, o piuttosto il nostro amico Luke com’era quindici anni fa: il cappello da cowboy, il volto emaciato, lo sguardo laser, molto bello ma nulla a che vedere con il dolce nonnino che ho conosciuto. Con voce bassa, insinuante, ipnotizzante, dice fissando lo spettatore dritto negli occhi: “Conduci una vita insignificante, una vita da schiavo, una vita che non ti soddisfa, ma c’è una via per uscirne. Questa via è il dado. Lascialo fare, sottomettiti a lui e vedrai, la tua vita cambierà, diventerai qualcuno che non immagini. Sottometterti al dado ti renderà finalmente libero. Non sarai più nessuno, sarai tutti. Non sarai più te, sarai finalmente te”.
Sembra un carismatico telepredicatore evangelico, un predicatore pazzo in un romanzo di Flannery O’Connor, il capo di una setta ripreso subito prima del suicidio di massa dei suoi adepti. Fa paura. Mi giro verso il mio vicino di divano, l’affabile pensionato in pantofole con la sua tazza di tisana in mano, e lui mi guarda con il suo sorrisetto imbarazzato, il suo sorrisetto di scusa, la sua aria da stinco di santo, e mi dice che il Luke che abbiamo visto sullo schermo non è lui, ovviamente: è un ruolo che il regista gli ha chiesto di interpretare. Lui, George, non ci teneva molto, ma quello ha insistito, e allora visto che George non ama dare dispiaceri alle persone…Ann, che ci ascolta dalla cucina, scoppia a ridere: “Gli hai fatto vedere il dvd in cui fai lo spaventapasseri?”. E lui ride a sua volta, a un metro da me. Sarà, ma sullo schermo lo trovo spaventosamente convincente.
Su internet ho incontrato altri adepti del dado: uno a Salt Lake City, uno a Monaco e uno a Madrid. Tutti uomini: non ho una spiegazione, ma il dado è una roba da uomini, come il western e la fantascienza. Il tedesco mi ha detto: “Per scrivere un buon articolo sulla dice life l’unica soluzione è diventare dice man”. Stranamente la cosa mi ha spaventato, al punto che non ho osato affidare al dado neppure una scelta innocente come quella della mia destinazione. Così, dopo aver scartato Salt Lake City, sono andato a Madrid anziché a Monaco per la penosa ragione che preferisco Madrid a Monaco. Oscar Cuadrado, che è venuto a prendermi all’aeroporto, è un giovane grassottello, gioviale, molto simpatico. Sulla via di casa, guidando il suo fuoristrada, ha tirato fuori la battuta che cominciavo a conoscere: “Sembro gentile, ora, ma non sai cos’ha previsto il dado per questa sera, magari sarò un serial killer e tu finirai incatenato in cantina”.
Oscar abita con la moglie e la loro bambina in un’accogliente casa di periferia, sul cui prato abbiamo immediatamente consultato il dado: beviamo subito un bicchiere o aspettiamo la fine dell’intervista? Tre scelte contro tre, avremmo potuto anche giocarcela a testa o croce. La risposta è stata: subito. E ora cosa beviamo: una birra, del vino qualsiasi o la bottiglia che conservo per i diciott’anni della bambina? Due possibilità per la birra, tre per il vino qualsiasi e una sola per la bottiglia speciale, perché la aprirebbe comunque con piacere, non si protesta contro il dado, però ecco…
Alla fine è bevendo del vino qualsiasi – comunque molto buono – che Oscar mi ha iniziato alla sua pratica del dado. Non è un amante delle vertigini filosofiche o perverse. Come tutti, ha sentito parlare di persone che hanno mandato in fumo la propria vita dandosi ordini estremi come lasciare all’improvviso la famiglia, andare a vivere dall’altra parte del mondo e non tornare più, avere relazioni sessuali con animali o uccidere un passante a caso nella folla di una stazione indiana. Storie del genere circolano su tutti i siti dedicati al dado, a cominciare da quello che Oscar ha gestito per dieci anni, ma non lo interessano.
Lacan diceva che la psicoanalisi non è fatta né per gli imbecilli né per i mascalzoni, Oscar direbbe volentieri che il dado non è fatto né per gli aspiranti suicidi né per i pazzi. L’uso che ne raccomanda è un uso edonista, che permette di rendere la vita più divertente e insolita. Per fare questo, dice, bisogna rispettare tre regole. La prima è che bisogna sempre obbedire, sempre applicare la decisione del dado. Ma obbedire al dado significa in fin dei conti obbedire a se stessi, perché siamo noi a stabilire le opzioni del dado. Da ciò deriva la seconda regola, che riguarda il momento decisivo in cui si elencano le sei opzioni. Perché cercare sei modi di reagire a ogni sollecitazione della vita quotidiana ci obbliga a far lavorare la nostra immaginazione, ad analizzarci in profondità, a cercare di scoprire quello che desideriamo veramente. È una sorta di esercizio spirituale, che permette al tempo stesso di conoscersi meglio e di diventare più consapevoli delle possibilità quasi infinite della realtà. Secondo Oscar, bisogna considerare solo delle opzioni gradevoli, ma – e questa è la terza regola – bisogna che almeno una di queste opzioni sia un po’ difficile, che obblighi a superare una reticenza, a rompere la routine. Deve spingerci a fare qualcosa che normalmente non faremmo. Bisogna sorprendersi e perfino maltrattarsi, ma gentilmente, con tatto, è una questione di misura e di conoscenza di se stessi. Ogni volta che si lancia il dado, il desiderio deve tingersi di apprensione. 
Da quando, a diciassette anni, Oscar è capitato sulla traduzione spagnola dell’Uomo dei dadi, queste piccole sfide sono diventate per lui una seconda natura. Di professione è avvocato fiscalista, come suo padre, ma fare l’avvocato fiscalista non è esattamente uno spasso, e così grazie al dado è diventato anche importatore di vini, animatore di un sito internet, professore di go, grande conoscitore dell’Islanda ed editore del poeta mauriziano Malcolm de Chazal.
In che modo? Be’, in un primo momento si è detto che sarebbe stato interessante avere una relazione con un paese straniero, possibilmente lontano. Sei continenti, sei opzioni, ed è uscita l’Europa, poi restringendo il campo, l’Islanda. Benissimo. E ora con quale mezzo di trasporto avrebbe visitato l’Islanda? A piedi, in macchina, in autostop, in barca, in bicicletta, in skateboard. Temeva di scoraggiarsi se fosse uscito lo skateboard, ma per fortuna è uscita la bicicletta e non si è scoraggiato. Eppure non era mai andato in bicicletta. Ha imparato, ha fatto il giro dell’Islanda in bicicletta, si è perfino portato dietro la ragazza che sarebbe diventata sua moglie. È durante quell’avventura che il dado lo ha spinto a fare la proposta di matrimonio, che è stata accettata. In viaggio di nozze la giovane coppia è partita per l’isola di Mauritius, ma quello, riconosce Oscar, è stato un regalo dei suoceri, non del dado.
Sul posto però si è ripreso. Ha cercato qualcosa da leggere, un autore che avesse un rapporto con quel paese, o perché originario del posto o perché gli aveva dedicato un libro. La lista comprendeva Bernardin de Saint-Pierre, J.M.G.Le Clézio, Baudelaire, Conrad e il poeta Malcolm de Chazal. Bingo! Oscar ha perso la testa per De Chazal, una sorta di surrealista creolo che ha appassionato gente come Michaux, Paulhan e Dubufet. Oscar ha scoperto che non era stato tradotto in spagnolo, così al suo ritorno ha creato una casa editrice per rimediare. Non sapeva nulla di editoria, così come non era mai salito su una bicicletta, ma quando prende i libri dalla sua biblioteca per mostrarmeli capisco perché ne va fiero: sono magnifici. Riassume: “È attraverso Luke che ho conosciuto Malcolm e che adesso conosco te. È buffo no?”.
Arrivati a questo punto, con l’aiuto di una bottiglia decisamente migliore della precedente, siamo diventati molto amici, e sono pronto a confessargli il disagio in cui mi ha gettato la frase del suo omologo bavarese: per scrivere sulla dice life, bisogna essere un dice man. Io, però, non sono un dice man. Perché la mia vita mi va bene così? Per convinzione filosofica? O semplicemente perché non ho le palle? Poco importa, il fatto è che giro intorno a questa storia da due mesi e non mi sono ancora lanciato una sola volta.
“Prova”, dice Oscar, tirando fuori dalla tasca un dado che posa sul tavolo, in mezzo a noi. Scatta il panico, come se tra cinque minuti, senza capire come, dovessi ritrovarmi costretto a massacrare la mia famiglia colpi di machete o – versione più clemente – a scalare l’Everest in infradito. Ma no, quello che Oscar mi propone è solo di lasciar decidere al dado dove andremo a cena. La mia idea era di invitarlo in un buon ristorante del centro. “Molto bene, sarà la prima opzione”. Un’altra è che sia lui a invitarmi. La terza, andare nel ristorante più caro di Madrid e rilanciare il dado al momento del conto. La quarta, rimanere a casa. Prendo coraggio: la quinta, rimanere a casa ma preparo io la cena. Oscar sorride vedendo che mi lascio prendere dal gioco. Mi arrovello alla ricerca di un’ultima opzione più radicale. Dico: “La sesta sarà prendere la macchina e andare a cena, che so, a Siviglia”. Oscar annuisce: “Bueno, adesso lanciamo il dado”. All’improvviso ho molta paura che esca il sei, perché se esce sono sicuro che ci alzeremo, saliremo in macchina e andremo fino a Siviglia, che è pur sempre a quattrocento chilometri di distanza, e sono quasi le dieci di sera e ci siamo già scolati due bottiglie di vino rosso a 14 gradi. Lancio il dado e, fiuu, esce il cinque.
Ora, non cercherò di dipingervi le ore successive come un momento di grande trasgressione o di stravolgimento ragionato di tutti i sensi, ma la verità è che ritrovarsi a vacillare nella cucina di uno sconosciuto con un bicchiere in mano, aprendo sportelli e mescolando in una pentola più o meno tutto quello che capita sotto mano, è un’esperienza piuttosto divertente. Quando sono uscito dalla cucina con il mio brasato di manzo fumante ed esageratamente speziato, tutta la famiglia mi aspettava seduta a tavola. Mi hanno fatto i complimenti per il mio talento da cuoco e abbiamo tutti concordato sul fatto che giochi di ruolo come quello, in contesti un po’ tesi, sono un ottimo modo per rompere il ghiaccio. Bisognerebbe ispirarcisi per risolvere i conflitti internazionali, sarebbe interessante vedere l’effetto in Ucraina. Peraltro ho notato ancora una volta quanto le mogli dei praticanti del dado accettino con filosofia la mania dei loro mariti. In ogni caso Susana Cuadrado, come Ann Cockcroft, sembra non temere che la dipendenza dal caso possa trascinare la sua famiglia in una vertiginosa corsa verso sfide sempre più azzardate. Senz’altro hanno entrambe ragione di essere così fiduciose. Per quanto mi riguarda, continuo a pensare di avere ragione a essere diffidente.
“Caro amico, abbiamo il piacere di comunicarle la morte di Luke Rhinehart. Voleva che lei lo sapesse al più presto, per evitare che potesse preoccuparsi non ricevendo risposta alle sue email. Da qualche anno le amicizie su internet contavano molto per lui. Avrebbe voluto non morire per portarle avanti: la sorte ha deciso altrimenti. 
Luke non aveva paura della morte, anche se l’idea lo rendeva un po’ nervoso. La vedeva come un’esperienza inedita, simile al viaggio in un paese sconosciuto, all’inizio di un nuovo libro o di una nuova relazione. Gli piaceva riderne, ma gli piaceva ridere di tutto. Pensava che la prendiamo troppo sul serio, ma pensava che prendiamo tutto troppo sul serio. Aveva intenzione di inviarci un resoconto dettagliato di quello che avrebbe trovato una volta passato dall’altra parte. Sperava che questo resoconto ci avrebbe rassicurato e che ci avrebbe fatto ridere. Finora, purtroppo, non abbiamo ricevuto nulla.
Gli ultimi giorni di Luke non sono stati molto diversi dalle sue ultime settimane, dai suoi ultimi mesi, né in generale dagli ultimi trent’anni della sua vita. Per qualcuno che faceva l’elogio del caso e del cambiamento perpetuo, Luke era fedele a se stesso in un modo che potremmo trovare scoraggiante. Le persone che venivano a trovarlo per via dei suoi libri a volte erano deluse nello scoprire che era così attaccato alle sue abitudini. Anche quando tirava il dado, era sempre per fare più o meno le stesse cose.
‘Non c’è nulla di male nel fare sempre più o meno le stesse cose’, diceva. ‘Il punto è capire se vi piace. La maggior parte delle persone, purtroppo, non amano quello che fanno né quello che sono. È pensando a loro che ho scritto tutte quelle cose sul dado. Ma io sto bene così’.
Sua moglie Ann è rimasta al suo fianco fino alla fine. All’inizio dell’ultima settimana Luke le ha detto: ‘Sto morendo’.
‘Ah’, ha risposto Ann, sprimacciando i cuscini per farlo stare comodo.
‘Mi sembra una cosa interessante. In fondo non mi è mai successo finora’.
‘Ma è successo a un sacco di gente’.
‘Lo so. È un pensiero rassicurante. Tutte quelle persone che mi aspettano dall’altra parte e che potrò conoscere’.
‘Sempre che ne abbiano voglia’.
Luke ha guardato il soffitto con aria pensierosa: ‘Sarebbe una bella scocciatura’.
‘Sei il solito: hai sempre paura di scocciarti’.
‘Ti mancherò quando sarò morto?’.
‘Senti, ho passato quasi sessant’anni a brontolare perché ti avevo sempre tra i piedi, adesso brontolerò perché non ti avrò più tra i piedi. Tutto qua’.
‘Anche questo è un pensiero rassicurante’.
‘Certo che mi mancherai’”.
Quando ho ricevuto quest’email mi sono sentito, nell’ordine, stupito, triste e infine commosso. Avevo passato solo due giorni da George e sua moglie, ma mi ero affezionato a loro, davvero. E visto che avevo il loro numero di telefono, ho chiamato Ann per farle le mie condoglianze. Quando ha risposto era cordiale come al solito, contenta di sentirmi ma andava di fretta e mi ha detto che mi avrebbe passato George. Mi sono chiesto se fosse impazzita, o se fossi impazzito io, ho borbottato qualcosa a proposito dell’email che avevo ricevuto e lei mi ha risposto, come chi è abituato a questi piccoli malintesi: “Ah, l’email! Certo… Ma non si preoccupi: non è George che è morto, è Luke”.
George, quando ha preso il telefono, ha confermato: “Eh già, mi ero un po’ stufato di Luke. Sto invecchiando, sa. Amo ancora la vita: guardare che tempo fa dalla finestra quando mi sveglio, dedicarmi al giardinaggio, fare l’amore, andare in kayak, ma mi interesso sempre di meno alla mia carriera e la mia carriera è stata soprattutto Luke. Avevo scritto questa lettera perché Ann la mandasse ai miei corrispondenti dopo la mia morte. Conservavo il documento da due anni e un giorno mi sono detto che era arrivato il momento di mandarlo”.
Ah. Va bene. Gli ho fatto altre due domande. Prima di inviare quest’email, che era comunque piuttosto insolita, ha lanciato il dado? In ultima istanza, è stato il dado a decidere la morte di Luke? Sembra sinceramente sorpreso: “No, no. Non ci ho nemmeno pensato. Il dado può servire quando uno non sa quello che vuole. Ma se lo sa, a
che serve?”.
E ora la seconda domanda: come hanno preso la notizia gli altri destinatari dell’email? Dall’altra parte del filo sento la sua risata soffocata, maliziosa, da ragazzino burlone. “Be’, c’è chi ha trovato la cosa di cattivo gusto. Altri hanno pensato: tipico di George. Altri ancora: tipico di Luke. E lei, cos’ha pensato?”. [ * ]



(Emmanuel Carrere)



Luke Rhinehart, L'uomo dei dadi, Marcos y Marcos, 2015 [ * ]
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