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IL SERTO DELLA MONTAGNA
post pubblicato in Njegos Petrovic, Petar, il 23 novembre 2015
 

Petar II Petrovic-Njegoš, principe-vescovo montenegrino, pubblicò nel 1847 a Vienna un poemetto epico dal titolo tipicamente romantico: Il serto della montagna. In realtà, nei suoi versi di romantico c'è ben poco, almeno nell'accezione corrente del termine. Vi vengono infatti narrati avvenimenti di centocinquant'anni prima, quando verso la fine del Seicento i capi tribù montenegrini sotto la guida del vescovo Danilo decisero, per arrestare la diffusione dell'Islam, di sterminare in massa gli infedeli, preservando così l'indipendenza dall'Impero ottomano che li circondava da ogni parte e la purezza etnica della propria gente. Il serto della montagna si apre con il lamento del vescovo Danilo, alla vigilia di Pentecoste, nel constatare che ormai "il minareto s'innalza sopra la croce spezzata", e si chiude con il Capodanno successivo, quando affluiscono da tutto il Montenegro notizie sull'avvenuto sterminio dei "turchi", cui era stato dato il via il giorno di Natale. In quel giorno santo e terribile, "in tutta la piana di Cetinje, nessuno è riuscito a salvare la pelle per raccontare com'è andata. Tutti sono finiti sotto la nostra spada, tra quelli che non si sono inchinati al Gesù Bambino e non si son segnati con la croce di Cristo. Solo costoro abbiamo riconosciuto come fratelli. Abbiamo incendiato fino alle fondamenta le case dei turchi, affinchè non restasse traccia di questi nemici-parenti infedeli".
Questo corrusco e cruento poema epico, dalle cadenze omeriche, fu considerato non solo dai montenegrini, ma anche dai serbi, nello scorrere delle generazioni, un sublime inno alla libertà e all'identità nazionale, da cui trarre costante ispirazione. Non a caso il montenegrino Radovan Karadzic, uno dei principali responsabili della mattanza bosniaca, ne portava sempre con sè il testo e ne leggeva ogni giorno qualche passo. Considerato un capolavoro, il Serto divenne, insieme con i canti del Kosovo, il ciclo delle poesie popolari dedicate alla battaglia dei serbi del 1389, il fondamento di un nazionalismo fra i più singolari d'Europa. Un nazionalismo fatto di poesia magniloquente e insieme di autocommiserazione per una storia segnata da secolare servaggio, ma proprio per questo improntata da una feroce volontà di riscatto da conseguire con ogni mezzo, anche a costo di confrontarsi con il mondo intero, quasi per un alto e terribile destino cui non fosse possibile sottrarsi. Un secolo dopo la pubblicazione del Serto, di tale consapevolezza si fece interprete eloquente un altro montenegrino, Milovan Djilas, che negli anni Sessanta, mentre scontava nella prigione di Mitrovica la pena cui era stato condannato per aver osato ribellarsi a Tito, scrisse una mirabile biografia di Njegos. Nel capitolo dedicato al poema, la cui veridicità storica è peraltro dubbia, egli affermò: "Nel massacro culmina e si sublima il conflitto tra montenegrini e turchi, ma dietro di esso riecheggiano le secolari sventure del popolo serbo. Al di là di ciò, il massacro è concreta espressione e riverbero del conflitto cosmico e delle leggi di tale conflitto, che governano ineluttabilmente il mondo e gli uomini. Gli avvenimenti e le circostanze sono montenegrini, le fondamente e le idee sono serbe, ma su tutto e sopra tutto dominano le leggi eterne".



(tratto da Jorze Pirjevec, Le guerre jugoslave, Einaudi, 2001 [ * ])


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