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IL SEGRETO DELL'ISOLA NUDA
post pubblicato in Colussi Corte, Claudia Sonia, il 28 ottobre 2015
  

Presentato sabato 19 settembre nell'ambito del Premio Pieve Saverio Tutino 2015, con la partecipazione di Luisa Chiodi dell'Osservatorio Balcani e Caucaso e di Mario Boccia, veterano del fotogiornalismo nei Balcani, questo libro, che ha partecipato al Premio nel 2002, è il deposito scritto del travaso successivo di due memorie orali, quella del padre Cherubino Colussi alla moglie sulla sua esperienza all'"isola nuda" e quella della madre alla figlia, Claudia Sonia Colussi Corte, autrice del libro, scritto in un italiano non del tutto sicuro da parte di chi arrivata bambina era rimasta a vivere in Croazia, per trasferirsi poi col marito a Belgrado, dove la raggiungerà durante la guerra degli anni '90, nell'ultimo periodo della sua vita, la madre.  
Cherubino Colussi è uno dei duemila operai dei cantieri navali di Monfalcone, di cui ha parlato Andrea Berrini in un suo libro, che scelsero nel 1947 di trasferirsi nella Jugoslavia socialista. Per Cherubino la scelta era resa più facile dal fatto che era nato nell'isola di Lussino nel 1909, quando regnava ancora l'impero austroungarico. Si trattava perciò di portare la sposa e la figlioletta anche nella casa del padre. La madre dell'autrice, più concreta, di questo viaggio nell'utopia vedeva però soprattutto la precarietà e ne presentiva la sciagura. Della partenza dall'Italia, da Isola Vicentina, l'autrice, che aveva allora due anni, non ha alcun ricordo. Si basa sui successivi racconti orali della madre, che contestualizzano la vicenda con vivide immagini.
C'è un nucleo narrativo minaccioso che aleggia sulle vite delle due protagoniste femminili, corrispondente ad un luogo fisico, l'"isola nuda", che crea un teso climax ascendente che trova risoluzione solo nell'ultimo capitolo del libro, intitolato "La crudeltà umana", in cui il padre rivela, una volta liberato, cos'è Goli Otok, l'isola dove ha trascorso quattro anni di detenzione. 
Di questo luogo, a nord della più famosa isola di Raab, non si potè sapere nulla fino agli anni '80, dopo la morte di Tito, quando uscì qualche saggio che passò inosservato ma fu negli anni '2000, dopo le guerre jugoslave, che il tema è tornato d'interesse (in italiano è uscito nel 2008 un altro libro di carattere memorialistico sull'argomento, L'isola nuda di Dunja Badnjevic).
Il campo di Goli Otok fu aperto nel 1948 dopo la rottura tra Stalin e Tito e serviva a concentrare in prigionia migliaia di comunisti filosovietici jugoslavi. Non erano i diritti umani e le libertà politiche il motivo della divaricazione tra i due regimi, ma il nazionalismo. Tito, a differenza di ciò che accadeva negli altri paesi dell'Europa orientale, dove il comunismo era stato importato dai carri armati sovietici, godeva di un largo appoggio popolare, come capo del movimento partigiano rivoluzionario che era risultato vincitore. Sulla base di questo consenso non era disposto a prendere ordini da Stalin, all'interno di un movimento comunista internazionale dove le economie nazionali e le decisioni politiche erano in funzione della strategia dell'URSS. Anche in politica estera Tito non voleva sacrificare la sua indipendenza, e guardava ai Balcani, prefigurando una comunità dei paesi di quest'area. Non bisogna nemmeno escludere che sia intervenuta una rivalità tra i due dittatori in termini psicologici, quasi una forma di gelosia reciproca. La risposta da parte sovietica fu virulenta, fino all'esclusione della Jugoslavia dal Cominform e all'accusa di titofascismo. 
Il padre dell'autrice era sempre rimasto fedele all'URSS. Nell'isola di Lussino lavorava nei cantieri navali e si era distinto come attivista politico, frequentando la locale sezione del partito comunista. La comunità italiana sull'isola doveva essere numerosa se la famiglia Colussi, almeno in questa prima fase, non aveva imparato il croato. Che la componente etnica non debba essere stata del tutto estranea nella condanna di Cherubino lo rivela involontariamente un episodio raccontato nel libro. La mattina dell'arresto il padre era andato a lavorare come tutti i giorni e l'autrice, bambina di sette anni, era rimasta a casa da sola. "Ad un tratto sentii un brusco battere alla porta. Mia madre era appena uscita per andare al mercato a fare delle compere. Pensai che nessuno dei nostri vicini di casa o dei nostri amici e conoscenti avrebbe cercato di entrare in casa con tanta insistenza e brutalità. Buttai i piedi giù dal letto, mi gettai addosso la vestaglia, mi infilai le pantofole e con il cuore in gola corsi ad aprire la porta. Davanti a me si presentarono due uomini in uniforme, due druzi come li chiamavamo noi, cioè due poliziotti. Mi dissero qualche cosa in lingua croata che io non capii. In quel momento entrò mia madre, mi prese subito la mano e me la strinse forte, forte, come per dirmi di non avere paura. Ma lei non era coraggiosa e attraverso la sua mano sentivo che tremava. I poliziotti le chiesero qualcosa, ma lei non conosceva il croato e non rispose nulla. Allora il tono della loro voce divenne più alto, più rozzo. Mia madre, facendosi un po' di coraggio disse con una voce tremante: "Magari sapessi la lingua croata...!". In quell'istante, senza lasciarle che finisse la frase, uno dei due poliziotti le diede uno spintone, tanto forte da farla cadere a terra. Con una voce che a noi sembrava non più umana il poliziotto ripetè più volte la parola magari, magari. Noi allora non capimmo cosa volesse dire". E in croato magarac significa "asino". 
La detenzione di Cherubino dura quattro anni. Viene liberato nel 1954 per un'amnistia, l'anno dopo la morte di Stalin. Tornato a casa si chiude in un desolato mutismo. L'inquietudine ansiosa che provoca in moglie e figlia lo decide alla fine ad aprirsi, a liberarsi. "Anche mia madre era pronta ad ascoltare tutto quello che mio padre ci avrebbe confidato, anche se era terrorizzata dal pensiero che qualcuno potesse sentire i racconti di mio padre. Tuttavia, allo stesso tempo era consapevole che il suo segreto era un peso che dovevamo condividere con lui. Così, tutte le sere, prima che mio padre iniziasse a raccontarci la sua storia, mia madre si assicurava che le finestre e le porte fossero chiuse bene. Allora ci sedevamo tutti e tre in cucina sul divano e lui cercava ogni volta di dare un ordine cronologico a tutto quello che gli era successo".  
Era stato arrestato davanti a tutto il personale del cantiere. Relegato in cella d'isolamento con le mani legate dietro la schiena in un carcere della polizia segreta per tre mesi, venne picchiato perchè confessasse di aver condotto delle azioni sovversive contro il regime politico jugoslavo e di essere in contatto con agenti di Stalin. Non aveva diritto ad alcuna difesa giuridica. Furono presentati dei testimoni falsi. Fu anche falsificata la sua firma in calce ad un verbale in cui dichiarava la sua colpevolezza. In base a questo il tribunale militare di Spalato lo condannò a quattro anni di carcere e ad un anno di libertà condizionata. Trasferito nel carcere di Bilece fu sottoposto ad un lavoro che in quella prigione era ritenuto quasi privilegiato, poichè escludeva i maltrattamenti fisici giornalieri. Faceva parte della brigata che aveva il compito di pulire le fogne delle carceri, naturalmente senza abiti o altri mezzi di protezione. Li facevano entrare nelle fogne, dove il livello delle feci arrivava a volte anche quasi alle spalle. Dopo alcuni mesi venne fatto salire su un treno blindato che fece un lungo giro nella regione raccogliendo altri prigionieri, finchè non arrivò a Fiume dove vennero tutti imbarcati nella stiva di una nave. La destinazione era l'isola di Goli Otok. Arrivarono all'alba. Sbarcati sul molo i prigionieri dovevano passare tra due ali di un centinaio di condannati ciascuna che li riempivano di botte. Cherubino non riuscì ad arrivare fino alla fine di questo tunnel e svenne a metà. "Rimase per terra, con le ossa schiantate, calpestato da quelli che gli erano dietro e percosso a sangue dai carcerati circostanti, fino a che tutti i prigionieri non furono usciti dalla nave. Lo portarono in un ambulatorio assieme agli altri sventurati". Appena potè camminare Cherubino ebbe il suo posto in una delle baracche della prigione, uno spazio di due metri quadrati, quello che praticamente prendeva il pancaccio su cui dormiva. Nuovi prigionieri continuavano ad arrivare nell'isola ma alla prima occasione Cherubino si rifiutò di riservare loro lo stesso trattamento che aveva subito all'arrivo. Per questo dovette partecipare ad una riunione di "rieducazione". "Mio padre fu indicato da un prigioniero del suo gruppo come individuo degno di assoluto disprezzo, perchè quel mattino non volle bastonare i nuovi venuti. Ciò dimostrava che lui non aveva assolutamente intenzione di pentirsi dei "suoi peccati" e che condivideva le idee della "banda" di prigionieri appena arrivati. Appena finite le critiche, lui e gli altri accusati furono riempiti di botte ed insulti, e lasciati per terra feriti nell'anima e nel corpo". Il lavoro giornaliero che svolgevano i carcerati era il trasporto di pesanti pezzi di pietra sulla schiena da una parte dell'isola all'altra. Era un lavoro inutile o che serviva alle esigenze della detenzione, come nel caso della costruzione di un muro di cinta alto tre metri, con torrette e sentinelle, che circondava nel punto più alto dell'isola, all'interno di una cava di bauxite, la baracca dove alloggiavano le "personalità" detenute, ex generali che avevano combattuto nella seconda guerra mondiale, ex parlamentari, funzionari, il presidente dell'Assemblea popolare del Montenegro, che nessun contatto dovevano avere con gli altri prigionieri. Finanche il corpo dei detenuti di questa baracca che morivano veniva gettato in mare di notte. Frequenti erano i condannati che si suicidavano, ed esserne stato in alcuni casi testimone personalmente fece riportare al padre dell'autrice profondi traumi. Per aver inutilmente tentato di salvare uno di questi che si era tagliato le vene fu punito e deportato in un'altra isola, a tirar fuori d'inverno, tutto il giorno in acqua, sabbia dal fondo del mare, dormendo di notte con le catene alle caviglie nella stiva di una nave. Tornò a Goli Otok tra la vita e la morte. Successivamente avvenne che per aver diviso una sigaretta con un altro detenuto fu pestato in una sorta di processo collettivo. Fu ricoverato in ospedale "dove suo malgrado dovette assistere al soccorso lento e precario che veniva dato a quegli infelici che cercavano di togliersi la vita. Di notte doveva ascoltare le grida inumane di ricoverati in preda alla follia, sentire i gemiti e le implorazioni dei prigionieri che, come lui tempo addietro, venivano portati dall'inquirente per l'inchiesta, e venivano bastonati a morte se si dichiaravano innocenti. Uscito dall'ospedale pesava 35 chilogrammi". Alla fine Cherubino cede. Comincia regolarmente ad andare dall'inquirente, "alle riunioni serali accusava se stesso con parole di disprezzo, riconosceva di essere stato un traditore e apprezzava tutte le efferatezze che venivano applicate in carcere per redimere i carcerati dalle loro colpe".    
Ciò che colpisce nella ricostruzione di questa vicenda è la fedeltà assoluta del protagonista alla sua idea. Per essa lascia l'Italia, trascinando nel suo destino moglie e figlia. Per essa affronta il girone dantesco di un'inspiegabile prigionia. Dopo la quale, fisso nella sua ortodossia, si fatica a capire se sia riuscito a elaborarne un'interpretazione. "Cominciò a fare lunghe passeggiate nella bellissima baia di Cigale. Leggeva moltissimo e scriveva poesie, che anche se non avevano un vero valore letterario, erano colme di sincera fede nel comunismo. [...] Fino ai suoi ultimi giorni di vita, nel suo cuore nobile e giusto, rimase quell'immagine incancellabile che ebbe della Russia leggendo i libri dei suoi grandi scrittori. Era affascinato dalla sua rivoluzione e dalle sue immense vittorie. Era certo che i suoi atti grandiosi avevano dato ai popoli oppressi di tutto il mondo la speranza di redenzione delle loro sofferenze e portato nel modo più giusto l'eguaglianza tra gli uomini e il loro benessere". 
Enigmatico è anche quel cedimento finale, quell'autoaccusa che sembra una rivelazione, come quando si rivolge agli altri detenuti: "Compagni, soltanto i metodi che vengono adottati quì faranno di noi uomini nuovi. Dobbiamo essere grati al regime comunista jugoslavo di averci aperto gli occhi e fatto capire questo...". 
Il segreto di Goli Otok è racchiuso nell'animo di Cherubino, quello di un ideale che condivide con l'efferatezza di ciò che accade l'imparlabilità, la solitudine, la sottrazione allo sguardo e alla memoria. Cherubino ha poi cercato in qualche modo di squarciarne il velo con i suoi famigliari e il risultato a posteriori è questo libro. Che non fa che ribadire il destino trascurabile e ingiustificabile del suo protagonista.



(Carlo Verducci)








Claudia Sonia Colussi Corte, Il segreto dell'isola nuda, Forum, 2015 [ * ]


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