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ANIME BALTICHE
post pubblicato in Brokken, Jan, il 16 ottobre 2015
 

“Cosa strana. La nostra è un’epoca in cui si parla tanto di storia. Ma se non fossimo capaci di ravvivarla con qualcosa di personale, la storia rimarrebbe sempre più o meno astratta, piena di scontri di forze anonime e di schemi. La generalizzazione, indispensabile per una visione d’insieme di un materiale immenso e caotico, uccide però i particolari, che sfuggono per definizione alle semplificazioni schematiche”. Fedele alle considerazioni di Czeslaw Milosz, che tratta alla stregua di un nume tutelare, lo scrittore e viaggiatore olandese Jan Brokken ricostruisce in Anime baltiche (ed. Iperborea, traduzione di Claudia Cozzi e Claudia di Palermo) le vicende dell’Europa nordorientale dando spazio proprio a quei particolari che, per ragioni di sintesi o per limitatezza di vedute, i manuali tendono a trascurare, preferendo ridurre la storia a una sequenza fredda e ordinata di date e dati.
Brokken segue un’impostazione diversa, partendo dal presupposto che battaglie, rivoluzioni, trattati di pace, diktat e ambiguità dei governanti hanno conseguenze dirette sulla quotidianità delle persone (che subiscono quei fatti, senza quasi mai potervi incidere) e sul loro futuro, sull’urbanistica, le lingue, le leggi. La storia influenza la geografia, la toponomastica, la letteratura, la religione e il diritto, e sposta i confini tra il bene e il male, tra ciò che si può fare e ciò che è vietato, con la stessa rapidità e arbitrarietà con cui, ad alcune latitudini più che altrove, ridefinisce frontiere e cittadinanze.
L’area baltica, da questo punto di vista, ha conosciuto una perenne instabilità: Vilnius, si legge nel capitolo dedicato a Romain Gary, “porta tanti nomi quanti sono i padroni che si sono avvicendati nella sua storia dolorosa”. Unico tratto comune ai vari dominatori, l’antisemitismo, che esponeva gli ebrei come Gary al rischio continuo di discriminazioni, pogrom, deportazioni. Per il resto, ogni nuovo regime portava con sé il proprio corredo ideologico di nazionalismi, insofferenze ed esclusioni: la rivoluzione bolscevica, ad esempio, segnò la fine dell’aristocrazia baltico-tedesca, a cui appartenevano Alexandra Wolff-Stomersee, moglie di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (che dalla decadenza della famiglia della moglie trasse ispirazione per Il Gattopardo) e lo scrittore Eduard von Keyserling, che per toni e atmosfere a Brokken ricorda Proust: “Era una vera anima baltica: un emarginato nel suo stesso mondo, uno sradicato che non voleva affatto esserlo, un mite derisore che cercava di nascondere quanto soffriva di essere rifiutato, e che al tempo stesso amava follemente il mondo in cui era cresciuto”.
Era un’anima baltica anche Hannah Arendt, cresciuta nella città di Kant, Königsberg (oggi Kaliningrad, nome in cui “risuona ancora l’eco della dittatura, lo stridore di una chiave infilata nella serratura di una cella”), nella continua consapevolezza che per i rivolgimenti della storia o per un dolore personale il mondo potesse cambiare da un giorno all’altro. Consapevolezza che riflette nelle opere di artisti, scrittori, filosofi che abbiano sperimentato questo destino su di sé: le opere di Hannah Arendt spingono il lettore a non dare niente per scontato, a riflettere, a farsi un’idea propria e, cosa più importante, ad assumersene le responsabilità. Come le opere del lettone Rothko, avventure sconosciute in mondi sconosciuti e quindi perfette metafore dello sradicamento.
Ma in Brokken la macrostoria ufficiale, quella che impariamo sbadigliando a scuola, non si intreccia solo con i destini di personaggi famosi, che nell’esilio hanno trovato la loro voce, ma anche con le microstorie individuali di gente comune. Mentre vediamo Hannah Arendt crescere, studiare, lottare contro l’ottusità dei suoi insegnanti, viaggiare, innamorarsi di Heidegger e confidarsi con Jaspers, seguiamo la presa di coscienza della sua giovane concittadina Darja Sviridova, spinta dalla lettura de Le origini del totalitarismo, Vita activa, La banalità del male a laurearsi in storia. Brokken la incontra in treno, ravvisandovi subito i segni di un’anima baltica: “è certamente una conseguenza della storia la loro abitudine di tenere a distanza gli estranei; ma è faticoso dover infrangere ogni volta un muro di diffidenza”.
E anche se Darja finirà con l’aprirsi, diserterà un appuntamento al ristorante. Lo sappiamo perché lo stesso Brokken è un altro personaggio fondamentale del libro: l’io narrante, l’esploratore che viaggia, incontra, si documenta, domanda, ascolta, e intanto ricompone i pezzi di un mosaico complicato senza mai sovrapporsi a ciò che racconta. In un’opera ricca di digressioni e di salti temporali, in cui niente appare fuori posto ed ogni elemento, come scrisse Calvino degli oggetti, “si carica di una forza speciale, diventa come il polo di un campo magnetico, un nodo di una rete di rapporti invisibili”, Brokken è una presenza costante e al contempo discreta, il compagno di viaggio ideale.



(Valerio Rosa)




Jan Brokken, Anime baltiche, Iperborea, 2014 [ * ]





(apparso su La stanza del riccio del 3 febbraio 2015)




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